Actions

Work Header

UNA CAREZZA IN UN PUGNO

Chapter Text

 

“Alec. Devo dirti una cosa. Adesso”.

Izzy lo trascina dietro l’angolo, in una piccola nicchia della parete. Fa una smorfia, incrociando le braccia sul petto.

“La mamma sta per inviarti in missione. Come killer”.

Sorprendentemente, queste non sono le parole più insolite che lui abbia ascoltato. Diciamo che rientrano fra le prime dieci più insolite.

 

Sospira. “Be’, doveva succedere prima o poi”.

Certo, è strano che sia la sua sorella minore ad annunciargli il progetto dei suoi genitori di spingerlo a togliere una vita. Se tu sei una persona normale. Ma Alec non lo è, e neppure Isabelle; o la loro famiglia.

In effetti, questo è il tipo di argomento di cui loro discutono a cena.

Non che cenino assieme mai. Pensa Alec con scherno.

 

Ma le parole di Izzy – il suo avvertimento – non lo colpiscono più di tanto, tutto sommato lui è stato cresciuto e allenato per questo.

Se qualcuno dicesse ad uno dei Lightwood che ci sono tre bombe da disinnescare in tre minuti, la loro ovvia risposta sarebbe “Ce la posso fare in due”.

Davvero, dovrebbe sentirsi compiaciuto. O orgoglioso.

Questa è la sua prima opportunità di sentirsi all’altezza del nome che porta. Di provare al Clave che è affidabile, leale, e che non discute mai i compiti che gli vengono affidati.

 

Lavorare per il Clave ha forzato i suoi occhi ad aprirsi. Essendo allenato fin dalla nascita a combattere, ad assemblare armi, a seguire tracce, a localizzare e a sopravvivere alla tortura significa che frasi del genere fanno parte della vita.

 

Della sua vita.

 

Tuttavia, una fitta di ansia gli pervade lo stomaco.

E’ la sua prima missione come killer.

Vorrebbe essere così calmo da sorridere alla sorella – la cui espressione è un insieme di paura e di preoccupazione. Vorrebbe solo saper convincere Isabelle che un’uccisione non lo turberà più di tanto. E forse sarà così.

Ma una cosa è catturare i cattivi. E un’altra assassinarli.

E’ così, chiunque essi siano, qualunque orrendo crimine abbiano commesso, Alec sa che di questo si tratta: omicidio. Buon omicidio vecchio stile. Derubare qualcuno della sua vita come se si fosse dio.

 

C’è una pericolosa sensazione di potere nel maneggiare un’arma, nel metterti un giubbotto antiproiettile e nel prepararti. Ti fa sentire invincibile. Come se fossi al di sopra degli altri.

 

Alec geme.

 

Sua madre lo odierebbe se lo vedesse esitare. Considerare le loro attività qualcosa di più di quello che sono. L’impatto emotivo delle loro azioni può sempre venire dopo. Che poi significa mai. Il Clave è molto chiaro nelle sue regole. Se fai un passo fuori del seminato, vieni messo da parte. E senza la sua protezione, e con un mucchio di gente senza scrupoli che nutre risentimento nei tuoi confronti, quelli che si allontanano dal Clave sono normalmente fottuti.

 

Alec deglutisce.

Ce la può fare. Può ammazzare qualcuno. Certo, il primo sarà il più difficile.

Se può farlo, e provare ai suoi genitori e al Clave di essere un eccezionale e leale soldato e killer – forse poi la pressione si allenterà.

 

Eppure, l’eredità dei suoi genitori aleggia sopra di lui come il timer di una bomba che aspetta di esplodere. I leggendari Maryse e Robert Lightwood; la coppia col maggior numero di esecuzioni all’attivo. E il minor numero di fallimenti.

 

Non appena Alec svolta l’angolo – diretto verso l’ufficio dei suoi genitori – sente questo peso rallentare i suoi passi.

La mente gli sussurra un pensiero ancor più pericoloso.

E se scappasse? Se mollasse semplicemente tutto e fuggisse dal Clave, per vivere una vita libera, libera da uccisioni, dai pericoli e…

 

NO.

 

Stronca questo pensiero. Questa vita è l’unica che conosce. E la sua famiglia significa per lui più della sua libertà.

Alec pensa ad Izzy. La brillante, audace e mortale Isabelle; destinata ad essere la prima killer a completare le sue missioni in tacco 12. Lei è nata per questo. Non ha problemi a tacitare la parte emotiva del suo cervello. O meglio, è il contrario. Incanala la sua emotività nei suoi combattimenti, la sua passione è la sua risorsa migliore, nonostante la loro madre, Maryse, tenti continuamente di spegnerla. Ma dietro i calcoli e l’intelligenza di Izzy c’è un meraviglioso caotico turbine. Durante i combattimenti diventa un fulmine, chinandosi e balzando in avanti e abbattendo i suoi avversari senza pietà.

Alec, al contrario, reprime ogni cosa. Forza la sua logica ad oscurare ogni altra sensazione, ha un controllo ferreo. Che usa per bloccare all’esterno qualunque sprazzo di sole voglia disperatamente entrare.

Dopo tutto, non c’è posto per la luce, qui. Non in un mondo che ospita più sangue che sorrisi. Dove gli agenti vengono abituati a fronteggiare la tortura ancor prima di sapersi allacciare le scarpe.

 

Quando arriva di fronte alla nera porta fatidica, Alec esita.

L’attimo in cui metterà piede lì dentro genererà un cambiamento da cui sarà impossibile tornare indietro. Lui verrà inviato ad ammazzare qualcuno; a rubargli la vita per sempre, e dovrà convivere con questo pensiero.

Proverà senso di colpa? O peggio, piacere?

Alec non sa cosa appaia peggiore, così bussa un’unica volta alla porta e attende.

 

“Entri pure, agente”.

 

Alec prende un rapido respiro ed entra, tenendo un passo tranquillo mentre si avvicina alla scrivania. Pianta i piedi saldamente sul pavimento, e raddrizza le spalle, preparandosi. Solleva lo sguardo, ed è lieto di non averlo fatto in anticipo. Altrimenti avrebbe potuto voltarsi, fuggire dalla stanza e vomitare nel primo cestino che gli fosse capitato di trovare.

Alec non si trova di fronte solo sua madre – che è anche il suo capo.

Sta fissando gli occhi acuti non di uno solo, bensì di sei altri agenti del Clave. Alcuni dell’Istituto, altri che non riconosce.

 

Anzi, ne riconosce uno, nella persona della sua vecchia amica Lydia Branwell. Sono stati addestrati nella stessa classe, e sono cresciuti recitando il codice Morse assieme. Ma questo era tempo fa. Ora sono entrambi due agenti del Clave pienamente operativi.

 

Ad Alec salutarsi con un abbraccio non sembra appropriato, così semplicemente annuisce.

Gli altri cinque osservatori sono vestiti di scuro, hanno un’espressione severa, e stanno in piedi dietro alla scrivania di sua madre. Lei gli fa cenno di sedersi.

 

La mente di lui corre. Perché ci sono così tanti inviati del Clave qui, a supervisionare il suo incarico? Devono sorvegliarlo? Mettono già in dubbio la sua lealtà..?

 

“Grazie di essere venuto – dice Maryse bruscamente – Questi sono inviati dell’Istituto di Los Angeles. Questo è Alec Lightwood”. Finite le presentazioni, mette delle carte di fronte ad Alec. “Questo è l’incarico che ti è stato assegnato. Un’esecuzione”.

Benché sia stato preparato dalle parole di Izzy, Alec sente accelerare il battito del cuore. Tiene le labbra pressate con forza, pregando che non trèmino. Non può permettersi di esitare di fronte a così tanta gente.

 

Maryse continua. “Questo è arrivato all’attenzione del Clave recentemente, qualcuno ha deciso stupidamente di compiere un furto a danno di Valentine Morgenstern”.

Alec nota come gli agenti diventino tesi a sentire il nome. E Alec anche.

Ha udito tante di quelle storie circa la leggendaria famiglia del crimine, i Morgenstern. Guidata dal loro evasivo capo Valentine, e da quel suo figlio Jonathan, violento e assetato di sangue, i Morgenstern sono responsabili di numerosi decessi legati alla droga in tutta l’America. Negli anni più recenti, nuove droghe sono state introdotte sul mercato, e il Clave si è trovato in difficoltà nel seguire il cartello in continuo movimento. La famiglia ha portato questo business sotterraneo ad un nuovo e più mortale livello.

 

E adesso qualcuno li ha derubati. Di qualcosa.

 

Alec freme. “Chi è il mio bersaglio?”

 

Di sicuro non vorranno che vada a caccia di Valentine per eliminarlo? Un uomo che è come fumo; impossibile da scorgere, da udire e da afferrare. Gli chiederebbero di lanciarsi in una missione impossibile.

 

Maryse scuote la testa. Accenna alle carte sulla scrivania e aspetta che Alec giri la pagina.

 

Fermata con una graffetta c’è la foto sfuocata di un giovane uomo. Abbastanza vicino ad Alec per età, forse un pochino più vecchio, sulla trentina probabilmente, una striscia colorata fra i capelli, zigomi pronunciati e occhi scuri. L’hanno colto mentre sale in macchina, una borsa da fattorino stretta al petto.

 

Una spessa banda rossa riporta la scritta:

 

MAGNUS BANE: CODICE ROSSO

 

Codice rosso: eliminazione e recupero.

 

“Questo è il colpevole. Magnus Bane. Non risulta in alcun archivio, non nei nostri, comunque”. Maryse sbotta, e Alec si accorge di quanto scotti al Clave ammettere la sconfitta. Quest’uomo è sfuggito persino alla loro sorveglianza.

“Per chi lavora?”

“Per nessuno”

 

Alec sbatte le palpebre.

La voce di Maryse gronda disprezzo. “Da quello che il Clave è riuscito a scoprire, è un killer che non risponde a nessuno. Non lavora per alcun cartello. E’ stato assunto da diversi governi del mondo, per fermare serial killer e grosse rapine. E’…un libero professionista”. Le labbra di Maryse si contraggono a questa parola, e lui può solo immaginare quanto disgustoso sia per lei il pensiero di non avere collegamenti; nessuna forma di lealtà, nessuna famiglia.

 

Alec, d’altro canto, è orripilato da quanto tutto questo suoni costrittivo. Cosa si prova a poter scegliere le proprie missioni? Ad usare le proprie abilità come si desidera?

 

Sua madre sta ancora aspettando una risposta.

 

Alec annuisce brevemente. “Volete che elimini l’assassino? Questo…Bane?”

“Sì. Anche”. Lei preme un bottone e sullo schermo compare un’immagine. Un calice dall’aria curiosa, antica, adornato da numerose pietre preziose scintillanti, color porpora, che circondano l’orlo e la base della coppa.

 

Questa coppa la conosco…

 

Alec sente montare il terrore. Sa dove stanno andando a parare.

 

“Magnus Bane ha deciso di rubare a Valentine qualcosa di molto importante. Le gemme rosse che vedi qui sono state ricavate da un materiale molto raro e prezioso, chiamato painite. Che vale circa 2 milioni di dollari. A carato – sottolinea Maryse – Come puoi vedere, ci sono più di trentacinque pietre sulla coppa, quindi la perdita di Valentine si aggira sui settanta milioni, a cui naturalmente lui non ha intenzione di rinunciare. Inoltre, come sai, questa è la coppa che un tempo apparteneva al Clave. E’ un manufatto assai prezioso, e a noi piacerebbe riaverlo. Come sarebbe dovuto succedere da tempo”.

 

“Come ha fatto a rubarla?” sbotta Alec, incapace di nascondere la sua curiosità. Mentre nasconde la sua ammirazione. Benché Bane appaia come uno sciocco aspirante suicida, Alec non può fare a meno di sentirsi piacevolmente sorpreso da come una persona possa causare un simile casino.

“Non ti riguarda – dice Maryse freddamente – I Morgenstern gli hanno già messo gente alle calcagna. Lo prenderanno, lo nasconderanno da qualche parte e lo pesteranno a morte. E questo se è fortunato. Lo potrebbero far durare settimane, o mesi”.

 

Alec sente lo stomaco contrarsi. E capisce che questa missione di morte è qualcosa di più.

Non sta dando la caccia ad un serial killer o ad un terrorista pazzo.

 

Lo stanno mandando a somministrare un’eutanasia.

 

“E’ un assassinio per compassione, Alec” gli conferma Maryse. Lo guarda e tira le somme. “Trova Magnus Bane e uccidilo. Prima che Valentine metta le mani su di lui. E assicurati di riportare la coppa” aggiunge come per caso.

 

In quel momento, gli inviati del Clave si spostano. Con un movimento di poco conto, ma Alec lo coglie. Il modo in cui il loro sguardo e la loro attenzione si concentrano su di lui.

 

Questo non ci mette sulla linea diretta di fuoco?  Vorrebbe chiedere lui. Portare via la coppa rubata ad uno dei più pericolosi capi criminali della nazione – no, del mondo! – sembra una faccenda pericolosa.

 

Okay, facciamo questa pazzia?

 

Ma Alec capisce che al Clave, o a sua madre, i suoi dubbi potrebbero non piacere. Quindi, da quel buono e leale figlio che è, semplicemente accetta. “Localizzare Magnus Bane. Ucciderlo. Recuperare la coppa – ripete con calma – Semplice”.

 

Uno degli agenti del Clave fa un passo avanti. “La avverto che in questa missione deve mantenere un profilo il più basso possibile. Prenda con sé un altro agente, ma non una squadra. Deve essere veloce e cauto, agente”.

 

“Capisco – si alza per congedarsi – Ho qualcuno che potrebbe essere perfetto”.

 

--

 

“Tu non solo vuoi che lasci andare TE in questa missione, ma vuoi anche che io ti accompagni?” esclama Isabelle. Lo guarda ad occhi spalancati. “Non avevo capito che fosse il giorno di ‘prendi due Lightwood con una fava’”.

“Izzy, ti prego – ritenta lui – Sai che sei la sola di cui mi fidi per proteggermi le spalle. Per favore. Prometto che lo farò io, solo..dammi una mano in questa cosa.” Un’altra preoccupazione gli si presentò alla mente. La guardò serio e promise “Ti posizionerò lontano dall’azione..”

“Scusa un po’! Se partecipo, partecipo. Non aspetto sul tetto con un cecchino. Starò al tuo fianco in tutto e per tutto, o mi tiro fuori, fratello”.

 

“Cazzo, Izzy, ho bisogno che tu sia al sicuro mentre..”

“No? – termina lei – Tu vuoi che io stia seduta lì nelle retrovie e stia a guardare se ti succede qualcosa? Non esiste. Vuoi che sia la tua partner? Molto bene. Mi vuoi come testimone? Adios, hermano”.

“Va bene!” Alec si alza dal letto della sorella e si avvia alla porta. “Allora vado per conto mio”.

Si volta per andarsene, ma la sorella lo afferra per il braccio e lo fa girare su se stesso. Ha un’espressione incerta, adesso, e Alec sente una fitta di senso di colpa. Non intendeva ricattarla, ma come altro poteva convincerla che ha bisogno di lei al suo fianco? Ha bisogno che Izzy sia lì. Chi lo sa come si sentirà, dopo?

 

L’unica cosa che Alec sa veramente è che non potrebbe fare questa cosa senza Izzy. Non ha mai avuto più bisogno di così del sostegno della sorella.

Qualcosa lampeggia nello sguardo di Izzy, e la sua espressione si addolcisce. Lo attira di nuovo verso il letto e si siedono.

 

“Non mi piace.. – comincia lei calma – Ma so che non potevi rifiutare il tuo primo incarico. E quindi ci sarò. Per te”.

“Grazie” sussurra Alec, attirandola fra le sue braccia. La stringe, concedendosi questo piccolo momento di conforto. Il morbido solletico dei capelli di lei sotto il suo mento lo rilassa. E quando lei gli avvolge le braccia alla vita e sospira, Alec chiude gli occhi e sorride.

 

Se lei gli è accanto, non ha timori.

 

Una piccola parte di lui gli dà ancora qualche segnale. E se succede qualcosa a Izzy per causa sua? Alec scaccia il pensiero. Se necessario, per tenere Izzy al sicuro e viva, può uccidere mille assassini. Non esiterà a farle scudo contro una coltellata, un proiettile, o un pugno.

 

Sceglierebbe lei rispetto al mondo intero.

 

E quando Izzy si tira indietro e gli carezza la guancia con gentilezza, Alec comprende con chiarezza cristallina che sua sorella farebbe lo stesso per lui. Probabilmente si beccheranno una paternale, più tardi, ma Alec e Isabelle si sceglierebbero l’un l’altro al di là di ogni possibile missione. Sia che si tratti di proteggere qualche personaggio altolocato, o di prendere un signore del crimine, i fratelli Lightwood si sceglierebbero sempre l’un l’altro.

E’ il loro motto privato, nascosto nei loro cuori. Una canzone che solo loro possono sentire.

Stretti fra le regole del Clave e la dura guida dei loro genitori, Alec e Isabelle hanno trovato la propria libertà nell’amore dell’altro.

 

“Bane, sì.. l’obiettivo” si corregge lui rapidamente. Pensare alla vittima come a una persona è troppo pericoloso. “Il bersaglio è ancora a Brooklyn, per ora. Possiamo partire domani e trovarlo. Prima di fare qualunque altra cosa”.

Per un momento Isabelle sembra sul punto di protestare. Apre la bocca, ma poi la richiude velocemente. Guarda oltre e annuisce.

“Va bene. Io mi occupo dell’abbigliamento”. Il suo tono è venato di amarezza. “Ti lascio scegliere le tue armi”.

“Izzy, andiamo – protesta lui – Non è che abbia scelta. Lo sai. E poi, sto per favore un favore a quel tizio. Se è così stupido da rubare qualcosa ai Morgenstern, dovrebbe considerarsi fortunato che ci sia qualcuno che lo elimini prima di farsi strappare la carne dalle ossa in qualche cella sotterranea”.

 

Izzy fa una smorfia. “Che immaginazione”. Sospira, passandosi una mano sulla fronte. Qualcosa in lei si assesta, nonostante la frustrazione; recupera dal polso l’elastico per i capelli e se li lega sulla nuca in un nodo spettinato. “Va bene. Però non sono per niente contenta che la mamma ti abbia appioppato questa cosa”.

Alec è silenzioso. Sparlare di Maryse Lightwood è come sparlare dell’intera organizzazione. Benché Izzy non abbia remore a farlo, Alec si sente ancora obbligato ad obbedire dal senso di lealtà che gli è proprio.

E quando Izzy si allontana, il dubbio gli lascia un sapore amaro nel fondo della gola.

 

Sarà una missione semplice dice a se stesso.

 

Ma molto ricade sulle sue spalle. Non solo l’uccisione di Magnus, ma il recupero della coppa – che senza dubbio stanno cercando anche molti degli scagnozzi di Valentine e dei suoi killer. Se trovano Magnus per primi, o peggio ancora la coppa, l’intera missione sarà un fallimento. E il nome dei Lightwood verrà infangato.

 

Alec esala un sospiro tremante, e rivolge la sua mente ai preparativi.

 

Ha bisogno di una macchina.

 

E di una pistola.

Cioè, di alcune pistole.

Meglio esagerare che rimpiangere.

 

Cioè, meglio essere l’assassino che l’assassinato.

 

--

 

Le luci fuori del Pandemonium sono troppo brillanti. L’insegna blu al neon che oscilla sta praticamente facendogli venire un’emicrania.

La testa gli duole già e non ha ancora toccato una goccia di alcool stasera. Non che abbia intenzione di farlo. Non stasera comunque. Questa non è una notte in cui lasciarsi andare, o in cui perdersi fra le braccia di un bell’estraneo e scordare tutte le preoccupazioni e i guai del mondo.

Così Magnus si concede una mezz’ora in tutto.

E poi sarà meglio che porti via il culo più che velocemente da qui e dall’intero Paese.

 

Non per la prima volta oggi vorrebbe battere la testa contro il muro e maledire la sorte che gli ha donato sia una mente brillante sia un cocciuto bisogno di vendicarsi. Con Magnus, essere vincente ed essere stupido sono sempre andati di pari passo, ma la merda in cui si è infilato adesso è qualcosa di spettacolare.

Quasi ha voglia di giungere le mani e gridare “Ehi! Indovinate chi ha appena derubato Valentine Morgenstern e si è condannato ad una vita brevissima?”.

Può solo immaginare gli sguardi confusi dei ballerini. Magnus dubita che qualcuno sappia chi sono i Morgenstern, ma se lui urlasse che al momento possiede un oggetto che vale più di tutte le loro case messe assieme, forse risveglierebbe un attimo il loro interesse.

 

Solo mezz’ora e poi via, ricorda a se stesso. Il buttafuori lo nota e gli fa segno di passare senza dargli una seconda occhiata. Non è che Magnus sia il padrone del locale. Lo è il suo amico morto. Lo era.

 

Fanculo il passato remoto, pensa; la rabbia e il dolore gli ribollono sottopelle.

E’ ancora suo.

 

Tecnicamente, adesso il locale appartiene davvero a Magnus. Ma sfortunatamente non ha troppo tempo per apprezzare la pazzesca bellezza del club. In seguito potrebbe rimpiangere di non averlo risistemato.

 

Ma è qui per dire addio.

 

Veramente una parte di Magnus non desiderava venire qui, ma sa che lo deve al suo amico, questo affrontare l’ondata di ricordi che lo scuote. Ricordi di tante notti si confondono in uno solo, ma mentre li rivive Magnus rammenta i balli che ha condiviso sulla pista, e i baci che ha dato e ricevuto nei separé.

 

Fa male, davvero tanto.

 

Venti minuti.

 

Si muove come un fantasma nel locale affollato. I ballerini volteggiano e ridono e sorridono, ma Magnus non riesce a vedere l’unico sorriso di cui gli importerebbe. Quello per rivedere il quale, anche per una sola volta, ucciderebbe.

 

Ordinare un drink è una tentazione che non si può permettere, così si dirige verso il retro e scivola dentro un separé dove un uomo e una donna chiacchierano tranquilli. La coppia lo saluta cortesemente e lui ricambia il saluto, e poi loro rivolgono l’attenzione altrove.

 

Bene. Non ha intenzione di spiegare perché sembra che stia per piangere da un momento all’altro.

Perché veramente sta per farlo.

 

Si morde il labbro per impedirsi di singhiozzare. Sente la gola serrata, le mani si muovono senza posa e battono ritmicamente sul tavolino. Non può neppure chiudere gli occhi. Tutto ciò che vede è il viso dell’amico. I titoli dei giornali. Rivive continuamente quel mattino terribile.

 

Quindici minuti.

 

Ricacciando indietro le lacrime, Magnus prende una decisione. Davvero stupida.

Finge. Si guarda attorno e finge che da un momento all’altro vedrà una testa di riccioli ed un sorriso malizioso. Che il suo amico arriverà col secondo giro di drink.

 

Prima che cada una lacrima, Magnus si è quasi convinto. E’ una bugia così veritiera. La notte è affollata, ci sono così tanti corpi pressati assieme che il suo amico potrebbe essere stato confuso per un attimo da un bel ragazzo o una ragazza.

 

E poi fa qualcosa di ancor più stupido. Si prende un drink. Certo, è solo un vino frizzante, ma se qualcuno fosse a caccia d un assassino tosto, troverebbe invece un uomo leggermente brillo che piange al bar.

 

Non siamo così leggendari adesso, vero? pensa Magnus. Trasale quando gli sembra di sentire la voce dell’amico pronunciare queste parole, prendendolo in giro e divertendosi con i loro antichi scherzi.

Il ritmo della musica lo confonde. Quasi più dell’alcool. Magnus stira il collo e raddrizza le spalle, sistemandosi sulla sedia e rilassandosi leggermente.

 

Alcuni, lì attorno o sulla pista, incontrano i suoi occhi. Una bella donna con morbidi riccioli dorati e la pelle scura. Un uomo snello con i capelli di un porpora brillante e dei leggings scozzesi che lo fanno quasi sorridere. Un paio di bellissimi occhi screziati lo osservano dal bar, e il modo in cui il proprietario poggia i gomiti sul bancone fissandolo intensamente fa scorrere un brivido di piacere nella schiena di Magnus. I neri capelli dello sconosciuto gli ricadono appena sugli occhi, e in quel momento lui li spalanca e distoglie lo sguardo.

 

Oh. Un sexy timidone. Un esemplare raro.

 

Magnus smette di guardare l’uomo del bar e sospira.

 

Cinque minuti.

 

Forse dovrebbe ballare.

 

Un ultimo ballo, pensa improvvisamente, e poi si augura di non averlo pensato. Che sensazione tetra e angosciosa, non ballare più nel club che un tempo è stato la sua casa. Che è stato un luogo di amicizia e di amore, dove mai si è dovuto preoccupare di non essere bene accolto.

 

Guarda verso il bar, forse sperando di poter chiedere di ballare a quel bel ragazzo così alto, ma lui è sparito. Scomparso come fumo.

 

Magnus si acciglia. Cazzo.

 

“Balla con me!”

Consola la propria delusione quando la bionda ricciuta di prima palesa la sua presenza con un sorriso abbagliante. Ha un vestito rosso molto corto che sottolinea le sue curve in tutti i punti giusti, e quando si avvicina e gli prende la mano, Magnus ha una deliziosa visione delle sue tette.

Ma il suo tempo è quasi scaduto, e benché si senta tentato all’idea di ballare con la bionda – le mani già gli prudono dalla voglia di prenderla per i fianchi e muoversi con lei – Magnus si sforza di sembrare dispiaciuto.

“Devo andare!” dice, alzando la voce per farsi sentire al di sopra della musica. “Magari un’altra volta” mente.

 

Sa che non tornerà. Mai più. A meno che non voglia morire.

 

La bionda mette il broncio. “Per favore.. non farmi perdere la scommessa!”. Indica, chiaramente un po’ ubriaca, la ragazza coreana che ridacchia poco distante da loro. “E’ stata lei a sceglierti per me”.

Magnus non può fare a meno di sorridere. Non sarà mai capace di sbarrare il suo cuore alle piccole gioie dell’essere umano.

Accetta la sua mano.

“Un solo ballo, tesoro” l’avverte.

Lei sorride raggiante, e lui la ricambia.

 

Tre minuti.

 

Si avvicinano alla pista da ballo mentre inizia un’altra canzone.

 

La bionda è un’ottima ballerina; una che sa ballare con qualcun altro senza essere un disastro totale. Lui gradisce. La stringe un po’, assicurandosi che lei sia d’accordo, prima di posare il mento dell’incavo del suo collo. Inondato da un profumo di shampoo e fragole e champagne, sorride. Come sarebbe facile innamorarsi di una come lei. Di qualcuno che sorride come se il biglietto vincente della lotteria fosse giusto dietro l’angolo. Una persona con la speranza nel cuore e una canzone sulle labbra. Magnus balla, muovendosi al ritmo della canzone, e per un momento si perde in se stesso. E’ questo ciò a cui sta per rinunciare. Questo è l’ultimo ballo che farà in questo club.

 

Apre gli occhi pigramente e coglie di nuovo lo sguardo di quel bellissimo uomo dagli occhi cangianti. Di nuovo al bar, si appoggia all’indietro sui gomiti. La testa è inclinata ad angolo acuto, e segue i movimenti di Magnus con occhio attento.

 

Magnus gli fa l’occhiolino.

 

E’ davvero un peccato. Il ragazzo chiaramente ha gusti ottimi e Magnus mollerebbe tutto volentieri – tutti i suoi piani accuratamente preparati – per sedurlo.

 

Sfortunatamente non è destino, perché Magnus è un killer che sta fuggendo da un considerevolmente numeroso gruppo di persone assai potenti. E lo sconosciuto è probabilmente un ragazzo normale con un lavoro senza prospettive e dei genitori da andare a trovare la domenica.

 

Meno un minuto.

 

I suoi movimenti rallentano.

 

Riluttante si allontana e sorride alla donna. Vorrebbe poterla ringraziare come si deve. Per essere stata una meravigliosa ultima partner. Invece le dà un veloce bacio sulla guancia.

“Gòditi la serata, mia cara” le dice all’orecchio, prima di staccarsi da lei.

 

Lei mette il broncio, ma lo lascia andare. “Ciao ciao bellissimo!” dice la bionda dalle morbide forme, e lui le regala un ultimo sorriso prima di allontanarsi dalla pista.

 

Si volta per dirigersi verso le scale; al suo appartamento recentemente abbandonato.

Ci sono alcune cose che deve recuperare prima di andarsene.

 

--

 

L’aria fresca colpisce Alec appena esce dal locale.

Inala una boccata d’aria pulita e rapidamente svolta l’angolo, rallentando per infilarsi in un vicolo poco lontano dall’uscita del club. Qui può fermarsi, godendo di una visione perfetta di chi transita.

Quando lui è uscito, Magnus stava ancora ballando, ma Alec ha notato che i suoi movimenti diventavano sempre più incerti ed è certo che stesse per andarsene.

Impreca per aver atteso così a lungo, ma rammenta a se stesso che ha dovuto essere sicuro che Magnus non fosse armato.

 

Dentro al locale, però, ha sentito anche il bisogno di far scorrere il proprio sguardo su e giù lungo il corpo di Magnus. Almeno tre volte.

 

I movimenti di quell’uomo sono un’arma essi stessi; fianchi flessuosi e passo elegante. Le mani, un’altra cosa. Alec aveva osservato, sentendo un calore divorante crescergli dentro, come le punte delle sue dita disegnavano una tempesta in movimento. Sfioravano i fianchi della sua partner, fino alle sue braccia, e poi accarezzavano l’aria attorno. Ipnotizzanti. E quasi Alec aveva dimenticato il motivo per cui si trovava lì.

 

Uccidere quell’uomo.

 

Dà una rapida occhiata alla strada. Alla ringhiera di un appartamento del primo piano è appostata Izzy, nascosta nell’ombra come lui. Si sta aggrappando con forza al corrimano, e quando lui la guarda lei sorride brevemente. E’ un piccolo tentativo di sorriso, ma Alec lo apprezza comunque.

 

C’’è solo un minimo particolare diverso, rispetto al piano originale.

 

All’interno, Alec ha notato che Magnus non ha con sé alcun bagaglio. O comunque qualcosa che sembri grande abbastanza per ospitare un oggetto di valore.

 

E poi capisce.

 

Magnus non ha la coppa. Almeno, non adesso.

 

E se lo ammazzano appena mette piede fuori del club – come stabilito nel piano originale – non avranno alcun indizio su dove cominciare a cercare.

 

Per quanto Alec odi farlo, devono cambiare i loro piani. Appena un po’.

 

Hanno bisogno di obbligare Magnus a rivelare dove si trova la coppa.

 

Alec sta ancora elaborando i dettagli della cosa – potrebbe torturare un uomo e rimanere sano di mente? – quando Magnus compare fuori dal club.

La mente di Alec reagisce con rapidità; valutando e analizzando. Il suo bersaglio è uscito insieme ad un piccolo gruppo di persone, che stanno ridendo e chiacchierando. Magnus è più o meno al centro, nascosto in una sorta di cerchio di sicurezza.

Sarebbe ammirevole, se non fosse così irritante per Alec; che a questo punto deve bloccare Magnus in macchina per eliminarlo.

 

Veramente, quest’uomo è impossibile. Perché non può rendere le cose un po’ più semplici per Alec?

 

Osserva come Magnus indugia con il gruppo, che chiacchiera animatamente ma non con lui.

Si tiene ritto, come se facesse parte di questo gruppo di sconosciuti. Il suo mascheramento è così disinvolto, così sicuro. Sorride quando gli altri sorridono, e ride quando ridono; si mescola perfettamente con loro. Persino con il trucco glitterato e i pantaloni di pelle aderenti, Magnus passa per uno qualunque, e Alec continua ad aspettare l’occasione propizia.

Poi si irrigidisce quando nota qualcosa che prima sicuramente non c’era.

 

La giacca blu di Magnus è appena un po’ più gonfia, gli tira leggermente sul petto. Con la punta delle dita tocca ripetutamente il fianco, le mani pronte a muoversi.

 

Cazzo. E’ armato.

 

 

Alec segnala ad Izzy che il loro bersaglio ha almeno due pistole e probabilmente anche un piccolo pugnale. La sua gamba destra infatti appare rigida, come se non riuscisse ad appoggiarsi a qualcosa di metallo attaccato alla coscia. Alec ritiene che sia un coltello da stivale. Qualcosa di più grosso verrebbe rivelato dai pantaloni aderentissimi che Magnus indossa.

 

Aderentissimi?

 

Alec si incazza con se stesso. Deve veramente rimettere il culo in posizione. E – deve smettere di pensare al culo di Magnus.

 

Il gruppo è ancora lì fuori dal club, e Magnus comincia a preoccuparsi.

 

Andate a casa – li prega fra sé – Continuate da un’altra parte la vostra serata alcolica.

 

E poi, per caso, Alec sposta lo sguardo e nota un altro cecchino appostato sul tetto dalla parte opposta del locale. E non è certo Izzy. Il tizio sta prendendo la mira.

 

Alec non ci pensa due volta a fiondarsi fuori del vicolo urlando “SCAPPATE!”

 

Nonostante l’ebbrezza, la piccola folla si sparge con sorprendente velocità. Ma Alec può essere loro grato solo per un attimo. Si abbassa, placcando Magnus a terra giusto contemporaneamente al primo sparo che colpisce la parete dietro di loro.

 

Ovviamente deve proteggere Magnus. E’ la scelta più ovvia. Altrimenti come potrebbe ammazzarlo lui, dopo?

 

Ma certo, lui non ha salvato l’uomo che era stato inviato ad uccidere. Figuriamoci.

 

Dice rapidamente a se stesso che ha voluto proteggere il gruppo di innocenti. L’ultima cosa che chiunque voglia sulle proprie mani è sangue di civili, e Alec è certo che il Clave si tirerebbe fuori. Così, ha disperso il gruppo e placcato Magnus Bane.

 

Ignorando il fatto che è sdraiato completamente su Magnus, Alec guarda in alto e vede che il cecchino sta ricaricando. Poi controlla la parete dove è arrivato il colpo, e vede un piccolo dardo sedativo che sta cadendo a terra.

 

Uomini di Valentine.

 

Stanno cercando di catturare Magnus per fargli dio sa cosa, a quel povero idiota.

 

Alec non si concede il tempo di arrossire per il fatto che i loro corpi sono così a contatto – e per come OGNI parte di Magnus è saldamente premuta contro di lui – e siede rapidamente, sollevando Magnus sui gomiti. E’ ancora addosso a lui, facendogli scudo dal cecchino.

 

Appena Magnus lo guarda, ad occhi spalancati, sente un calore invadergli il corpo. E’ tutto troppo intenso. Ha bisogno di spezzare l’incanto.

 

Così dice “Hai qualcuno che ti dà la caccia”.

 

Magnus sorride. “Che sfiga, bel ragazzo” replica in tono divertito e sì, anche un po’ provocante.

Alec è blandamente colpito dal fatto che neppure l’essere preso di mira lo abbia fatto stare zitto.

Magnus gli si accosta, e il suo sguardo saetta fino a dove Alec gli sta ancora a cavalcioni.

“E’ una pistola quella che hai, o sei solo contento di vedermi – ah, cazzo, sì, è proprio una pistola”. Magnus si solleva sui gomiti, poi si siede inclinando la testa come un gatto. “In effetti è anche più sexy”.

 

Alec batte le palpebre, usando la momentanea copertura dell’auto per radunare i pensieri. Potrebbe sparargli proprio qui. O dargli una botta in testa e caricarlo in macchina, come previsto. Ma il cecchino probabilmente non li mollerà, ed è anche sicuro che presto ne arriveranno altri. Spera che Izzy si sia già mossa nel frattempo. Anzi, è facile che si sia già presa cura del cecchino sul tetto. Ciò spiegherebbe perché Alec non sia stato colpito durante il breve scambio di battute con lo stupido assassino sdraiato sotto di lui.

 

“Vieni con me” ordina, ruotando di lato e tenendosi abbassato mentre lascia la presa su Magnus. E’ teso mentre aspetta il momento in cui Magnus tirerà fuori il coltello e gli taglierà la gola. O proverà a farlo. Alec è sicuro di poter vendere cara la pelle.

 

“Vieni con me se vuoi vivere” dice Magnus con voce stranamente robotica.

 

Alec lo guarda con aria assente.

 

“Veramente? – Magnus appare scioccato – Dovresti conoscerlo questo film. Schwarzenegger? Le macchine? Un classico anni 80?”. Si prende anche il tempo per scuotere la testa con disappunto. “Il mondo è un posto non sicuro…”

 

“La pianti?” lo interrompe Alec. Rotea gli occhi e toglie la sicura alla pistola. “Se hai finito possiamo andare”.

 

L’espressione di Magnus si indurisce. Negli occhi gli appare uno sguardo pericoloso, il calore trasformato in fuoco ruggente. Lentamente estrae una piccola arma.

 

Alec spalanca la bocca stupito.

 

“Ti piace? Fatta su ordinazione”

 

“E’ molto…”

 

“Affascinante? Interessante? Un oggetto di pura bellezza come me?”

 

“Ma è…rosa” farfuglia Alec.

 

Stavolta è Magnus a roteare gli occhi. Sospira. “Sì, ho una pistola rosa. Fanculo se non ti pare che questa sia la cosa più sexy di sempre. Ne ho una per ogni colore, ma il rosa mi affascina sempre”.

 

Alec non sa come replicare. Afferra il braccio di Magnus, indicando.

 

“Dirigiamoci a quel vicolo – accenna a dove stava nascosto prima – Ti spiegherò più tardi chi sono, ma prima togliamoci di qui”.

 

Magnus esita. Le sue dita si contraggono attorno alla pistola e Alec sente un fiotto di paura. E se fosse obbligato ad ucciderlo comunque? E’ seccato dal fatto che desidera assolutamente non farlo. Ma lo farà. Se dovrà agire, Alec sa, con triste frustrazione, che Magnus non ha nessuna possibilità contro di lui.

 

Ma poi Magnus annuisce. “Andiamo”.

 

Il sollievo si mescola con la paura e Alec incanala le sue ansie nel muoversi, controllando rapidamente in alto l’eventuale presenza di altri cecchini. Dà un’occhiata dall’altra parte della strada e subito individua due uomini che attendono dietro la copertura di un grosso pickup rosso.

 

“Okay, ne abbiamo due dietro – dice velocemente – Tu dirigiti verso il vicolo e io ti copro. Al tre?”

Si augura con tutto il cuore di avere il tempo di controllare dov’è finita Izzy, ma sa che lei è in grado di badare a se stessa e si è già probabilmente sbarazzata di metà dei suoi avversari. Alec invia una piccola preghiera per la sua salvezza, poi si rivolge a Magnus. “Pronto?”.

 

Magnus serra la mascella con determinazione. Annuisce, chinandosi e preparandosi a correre. Agli angoli degli occhi gli compaiono piccole rughe, e il glitter che porta brilla sotto le luci al neon dell’insegna del club. Alec lo fissa per un attimo di troppo, rapito dai colori di quell’uomo, e si deve forzare a concentrarsi.

 

“Vai!” grida Alec, alzandosi velocissimo e sparando ad entrambi gli uomini all’altro lato della strada. Usa l’auto come scudo, proteggendo la metà inferiore del corpo, e spara due colpi con attenzione. La sua mira è infallibile, e abbatte entrambi gli avversari, che cadono al suolo. Ed è tutto ciò che ha il tempo di vedere.

 

 

Alec si volta e raggiunge di corsa il vicolo, dove già si trova Magnus, la schiena premuta contro il muro, respirando affannosamente.

L’espressione di Magnus si addolcisce quando lo vede e Alec cerca di ignorare perché questo gli importi così tanto; perché gli importi che il suo obiettivo sia contento di vederlo vivo. Mette un braccio di traverso sul petto di Magnus, inchiodandolo al muro.

 

“Andiamo fino in fondo al vicolo e poi giriamo a destra. C’è un centro commerciale. Speriamo di essere fortunati e che essendo sera ci sia gente con cui poterci confondere. Va bene?”

 

Alec impreca fra sé. Ma perché sta chiedendo il permesso a Magnus?

 

Si prende un attimo per maledire l’intera faccenda. Perché diamine Magnus non poteva rendere più semplice completare la missione? Perché non poteva avere con sé la coppa come un bravo, ingenuo piccolo ladro?

Ma Magnus non è solo un ladro, Alec ricorda a se stesso. E’ un assassino, e anche bravo, per aver rubato qualcosa a Valentine ed essere ancora vivo.

 

Pensa a questo mentre percorrono la stradina, collaborando e scambiandosi la posizione per sorvegliare le due estremità. C’è un ritmo naturale nel muoversi assieme, e Alec si scopre quasi a sentire con piacere la schiena di Magnus premuta contro la propria. E’ come una danza, che lui comprende alla perfezione. Logica. Non come il ballo ipnotico e passionale del club.

 

Subito prima di sbucare nell’ampio slargo dove ci sono i negozi e i banchi del mercato, Alec osa chiedere “Dov’è la coppa?”.

Magnus gli lancia un’occhiata sorpresa. “Pensavi che la portassi in un nightclub?”. E poi socchiude gli occhi. “Ma tu chi sei…”

 

“Più tardi” lo prega Alec. Controlla di nuovo che non ci sia gente in agguato e si volta verso Magnus, sperando di fargli capire l’urgenza.

“Ascolta, ho bisogno che tu sia molto chiaro con me..”

Magnus lo interrompe con una risata. Una risata genuina, deliziata, che riempie la tranquillità della notte. E riempie Alec di luce. Alec osserva attònito come Magnus, a cui hanno appena sparato, getti la testa all’indietro e rida. Appoggia il capo contro il muro del vicolo.

 

“Non potrò mai essere più chiaro di così con te, Alexander” ironizza Magnus.

 

Una fitta di ansia colpisce Alec. Esitando fa un passo indietro, e sfiora il grilletto della pistola.

“Come sai il mio nome?”

Non ricorda di averlo detto, il suo nome. Anzi, ne è sicuro. E allora come diavolo fa Magnus a sapere chi è? Forse si è tradito in qualche modo..

 

Magnus infila la mano nella tasca della giacca e tira fuori una penna a sfera. La penna di Alec.

 

“Ti ho sfilato questa quando mi sei così graziosamente caduto addosso”. Magnus fa un elegante passo in avanti e infila la penna nel taschino della giacca di Alec, sfiorando con le dita la sua camicia. Alec si tende al tocco, reagendo all’improvvisa sensazione di qualcosa così vicino al suo cuore.

Magnus si fa indietro e ammicca. “Di solito mi piace sapere il nome di chi mi sta sopra”.

 

Gesù Cristo.

 

Va bene. Ora basta. Hanno sfidato abbastanza la fortuna, ora però la cosa sta diventando ridicola. Alec davvero non ha tempo per cazzeggiare scambiandosi i nomi e flirtando.

Odia – veramente, veramente odia, porca puttana – che il suo cervello sia pronto ad immagazzinare questa nuova informazione per dopo. L’ironia di Magnus diventa una risposta inutile ad una domanda che lui non ha neppure fatto. Perché diamine dovrebbe importargli della sessualità di Magnus? Sarà comunque morto nel giro di un’ora.

 

E allora perché lo stai proteggendo?

 

La coppa, ricorda a se stesso. Devono trovare la coppa prima di sistemare Magnus. La sua prima esecuzione.

 

“Non sono stupido, sai? Tu dai la caccia alla coppa”.

 

Alec si tende. Senza esitare alza il braccio ed estrae la pistola, puntandola alla fronte di Magnus. Improvvisamente sente qualcosa premere contro al sua gola, e guardando in basso vede una lama appoggiata alla pelle delicata. Il braccio di Magnus è contratto, la sua espressione risoluta, mentre sostiene lo sguardo di Alec.

 

Rimangono lì fermi per qualche momento; entrambi pronti ad uccidere o ad essere uccisi.

 

Alec, con una pistola premuta contro la fronte di Magnus, e Magnus pronto a muovere il polso nel taglio fatale attraverso la gola di Alec.

 

Nessuno dei due si muove.

 

“Fammi uscire vivo da qui e ti porterò alla coppa”.

 

Alec sente il peso della pistola nella mano. Il freddo metallo del pugnale è come un invito verso la sua gola. Magnus è pronto ad affrontare una lotta; una lotta alla quale Alec potrebbe non sopravvivere.

 

Ma adesso c’è un’altra opzione, e Alec la prende attentamente in considerazione. Se ora mantiene vivo Magnus, può sempre ammazzarlo dopo. Una volta che abbiano recuperato la coppa. Può sempre elaborare qualche fandonia sul proteggere Magnus e poi eliminarlo al momento giusto.

 

Guarda Magnus – lo guarda veramente – e vede la paura nei suoi occhi. Piccola…ma Alec la nota. E’ come guardare in uno specchio. Magnus potrebbe lasciare il mondo dei vivi nel giro di poco, e questo lo spaventa; quindi Alec decide che la cosa logica da fare sia permettergli di vivere un’altra ora. O magari un giorno.

 

Fino a quando non avremo la coppa.

 

“Sei capace di fregare una macchina?” chiede Alec.

Il labbro di Magnus freme. “Ci puoi scommettere il tuo bel culo”.

 

E poi abbassa il braccio e con esso il coltello. Rimane fermo, tuttavia, guardando Alec quasi casualmente, come se non avesse una pistola puntata alla tempia. Il fatto che Magnus si fidi di lui così facilmente stupisce Alec. Ma poi, ripensandoci, Magnus ha davvero fiducia in lui? Ha chiaramente un’intelligenza rapida, e Alec in effetti non sa se tutto questo sia una buona idea oppure no. Ma ha davvero bisogno della coppa, e Magnus adesso gli sta offrendo una via rapida per ottenerla.

 

Così, benché si stia già pentendo della cosa, Alec abbassa riluttante l’arma; ed è quasi certo che tutto si risolverà velocemente in un disastro.

Tuttavia, guarda Magnus e capisce con insolita chiarezza che lui sopravviverà a questa giornata. E che lui sta per aiutarlo in questo.

 

“Sèguimi, allora”.

 

 

 

 

Alec e Magnus scivolano fuori dal vicolo verso lo spazio aperto. C’è molta gente, qualcuno che si trattiene fuori dei locali o dei bar, altri se ne stanno in giro semplicemente per fare una passeggiata perché, accidenti, siamo a Brooklyn, e qui funziona così. Loro camminano velocemente, facendosi strada fra la gente e guardandosi attorno per controllare che non ci sia nessuno di sospetto.

Mentre si avviano per la strada principale, Alec tocca Magnus col braccio e gli indica l’incrocio davanti a loro, dove la strada si divide in una serie di vie secondarie. L’attenzione di Alec viene richiamata da una piccola strada fiancheggiata da case graziose, quando vede la quantità di auto eleganti che aspettano solo di essere messe in moto.

 

E poi cominciano gli spari.

 

“Cazzo!” sibila, tirando Magnus dietro ad un lampione per coprirlo, prima di mirare ai loro assalitori. Alec conta rapidamente: uno, due, tre, quattro..

Poi si ferma, ricaricando un ultimo proiettile.

 

Proprio mentre sta per tirare fuori la testa, rischiando di prendersi qualche colpo, vede Magnus un passo avanti a sé. Guarda con orrore mentre balza fuori e spara a quegli uomini, chinandosi e spostandosi da una panchina all’altra e dietro gli arbusti, e scostando le persone. E’ una nube di movimento e di spari, e Alec ricorda che costui è un assassino, non solo un ladro. Non solo un bersaglio. Questo è ciò che è, qualcuno che può attaccare con precisione letale.

 

A differenza di Alec, Magnus non sembra preoccuparsi di agire in modo sconsiderato. Spara con un ghigno sulle labbra, come se stesse sparando in un gioco e non per salvarsi la vita.

 

Alec impreca a voce alta e colpisce altri due uomini che stanno mirando verso Magnus, nascosti dietro una panca dal lato opposto della piazza. Li vede cadere.

 

Un improvviso stridere di pneumatici sull’asfalto interrompe la loro concentrazione. Alec si gira di scatto e vede un’auto nera avanzare poco distante. I finestrini oscurati impediscono di vedere chi è il conducente, così lui sta per sparare alle gomme quando la portiera si spalanca.

 

E ne esce l’angelo della vendetta.

 

O più esattamente la sua sorellina.

 

Lui la guarda e trasale. Il fumo che si alza dalla macchina le si avvolge attorno come se avesse forzato i cancelli del cielo e dell’inferno. Avanza verso il luogo dello scontro, ignorando lo sguardo di scusa che lui le rivolge.

In mano Izzy tiene due ordigni di grosse dimensioni, ed è volendo dare deliberatamente spettacolo che toglie le sicure coi denti, prima di lanciarle in direzione degli uomini di Valentine.

Fortunatamente Magnus è abbastanza sveglio da togliersi di mezzo. Si unisce ad Alec al riparo del lampione e, piuttosto colpito, guarda con un sorriso Izzy che lancia le bombe, mirando attentamente al centro del gruppo per evitare gli innocenti, che sono raggruppati all’angolo delle vetrine dei negozi, oppure stanno correndo via.

 

Le bombe esplodono in un getto di fumo innocuo ma densissimo, e Alec è contento che Izzy non abbia sentito il bisogno di far saltare in aria mezza piazza. Usando il fumo come copertura, Alec e Magnus si dirigono alla macchina, Izzy alle calcagna. Il ticchettio dei suoi tacchi sull’asfalto è mortalmente determinato.

 

Alec si lancia sul sedile del passeggero, controllando velocemente che Magnus sia salito dietro senza problemi. Quando lo vede sorridergli soddisfatto, i capelli esattamente modellati come prima, Alec deglutisce e guarda altrove.

 

Perché Magnus è un killer compiaciuto in maniera così irritante?

 

Qualunque cosa Alec si aspettasse, Magnus decisamente è diverso. E’ pieno di colori, esaltato e fiero. Spericolato, e tuttavia sicuro nel muoversi e nell’attaccare. Lo aveva visto farsi strada nella piazza, senza paura nell’affrontare ciò che gli si parava davanti.

 

Qualunque sia la vendetta che Magnus vuole compiere verso Valentine e i suoi, dev’essere una spinta forte. Alec si ritrova a desiderare di sapere, ma tace. Controlla lo specchietto retrovisore mentre Izzy guida velocissima, le nocche strette e tese sul volante.

 

Dopo qualche minuto, quando si sono portati a distanza di sicurezza, Alec si rivolge a lei. “Izzy, fammi spiegare..”

 

“Che cazzo, Alec? Si può sapere?”

 

“Senti, dovevamo cambiare i piani”.

 

“Noi dovevamo? Sei stato tu!” ruggisce lei. Prende una curva dura, e Alec geme a percepire la sua rabbia. Lei si precipita lungo le strade quasi vuote con determinazione. “Appena troviamo un posto sicuro ti faccio nuovo!”.

 

Magnus sceglie quel momento per slacciare la cintura di sicurezza e avvicinarsi fra loro, le sue labbra a pochi centimetri dal viso di Alec.

 

“Ciao tesori. Penso che dovrei presentarmi. Sono Magnus, Magnus Bane. Vi ringrazio molto per questo epico salvataggio”.

Izzy sbuffa. “Veramente non stavo salvando te, ma va bene. Prego, immagino di dover dire”.

“Sincera e bellissima. Avete per caso qualche altro fratello o sorella sexy?”

“Siamo solo noi” risponde Alec veloce.

 

Izzy spalanca gli occhi, poi li socchiude rabbiosa.

 

Cazzo. Ma perché glielo ha detto?

 

Anche..

 

“Come sapevi che siamo fratelli?”

 

Magnus fa spallucce con aria soddisfatta. “Sono bravo a indovinare”. E’ ancora in mezzo a loro, e si tiene con la mani aggrappate ai poggiatesta. “Avete il modo di litigare dei fratelli”.

Seccato, Alec lo spinge via rudemente con una manata sul petto.

 

“Maleducato” borbotta lui.

 

Alec nasconde un sorrisino.

 

E poi la dura realtà gli si ripropone alla mente: uno scontro, niente eliminazione, niente coppa.

 

E il suo sorriso svanisce rapidamente.

 

Occhieggiando la sorella, Alec si chiede se ci sarà modo di spiegare il suo piano alla sorella, senza rivelare nulla a Magnus.

 

Probabilmente no.

 

Così rimane semplicemente zitto, e cerca di cogliere lo sguardo di Izzy per pregarla di perdonarlo.

 

“Dove siamo diretti?” chiede Magnus. Ha deciso di sdraiarsi occupando tutto il sedile, allungando le gambe e chiudendo gli occhi.

 

Ale ruggisce. “Da qualche parte”.

 

Magnus ride con un’espressione compiaciuta in viso. “Bene. Conosco il genere silenzioso e minaccioso”. Si stira come un gatto, incrociando le gambe e comportandosi come se fosse in un hotel a cinque stelle. “Sono nelle tue mani, Alexander – sussurra – Portami da qualche parte dove possiamo conoscerci meglio…”

 

Alec dà una gomitata al volante.

 

La macchina sbanda, Izzy impreca e Magnus cade dal sedile con un gridolino, ma Alec si sente contento per la prima volta quella notte.