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Quella che non sei (c'è un posto dentro te in cui fa freddo, il posto in cui nessuno è entrato mai)

Chapter Text

Le prime volte si incontrano fuori dalla scuola. C’è quell’incrociare di sguardi distratto e involontario che capita quando si sta tutti sparsi nel cortile a fumare sigarette rubate alla campanella, e tra le facce spente e svogliate i suoi capelli rossi spiccano come una vampata di fuoco in mezzo alle nuvole grigie. Francesco non sa chi sia, solo che a volte la incrocia per i corridoi e all’entrata di scuola. Talvolta è in compagnia di una ragazza mora, più spesso è sola.

Per qualche ragione Francesco non riesce a togliersela dalla testa e quindi una mattina la avvicina con la scusa più stupida e sgamabile del mondo: “Ehi, hai da accendere? Ho dimenticato l’accendino nell’altro giubbotto.”

Lei inarca le sopracciglia e mostra appena l’ombra di un sorriso. “Non è lo stesso che hai sempre?”

“Sì, ma ieri sera sono uscito con un altro.”

Falso, falsissimo, e infatti l’accendino è nella tasca sinistra dove lo lascia sempre, tuttavia il giubbotto di Francesco è nero e abbastanza banale. Tiene un bel caldo ma non ha nulla di memorabile, eppure la ragazza nuova l’ha comunque guardato abbastanza da accorgersi che non l’ha cambiato.

Francesco non riesce a fare a meno di sorridere.

Lei ride e gli passa l’accendino. “Touché.”

La ragazza continua a fumare la sua sigaretta come niente fosse, ma Francesco si sente i suoi occhi curiosi addosso mentre lui abbassa la testa e mette le mani a coppa per schermare il vento lieve e accendere la propria. Le rende l’accendino con appena un po’ d’ansia nelle dita rigate dall’aria fredda di novembre.

“Grazie. Comunque, io sono Francesco.”

“Novella.”

Glielo offre con un sorriso divertito ma non aggiunge nient’altro. Il gesto con cui si riprende l’accendino è elegante, leggero. Per qualche motivo, Francesco si sente deriso. O forse è semplicemente così che ci si sente quando si prova a parlare per primi a una ragazza.

“Sei nuova di qui? Non ti ho mai vista in giro.”

Novella sogghigna, si lecca le labbra screpolate dal freddo. “E tu conosci tutti a Firenze?”

Francesco arranca con le parole, pentendosi già di aver avuto la brillante idea di avvicinarla. Forse stava meglio a guardare da lontano lei e il suo zaino decorato con il nome degli Iron Maiden scritto con il bianchetto.

“No, ma alla lunga le facce sono sempre quelle. Te ne accorgi quando c’è qualcuno di nuovo.”

“Mi sono trasferita con mia mamma a fine agosto,” gli concede. “Ma non so per quanto resteremo.”

“Ah. Come mai?”

Novella stringe le spalle e non risponde. Francesco è sul punto di chiederle qualcosa, inventarsi una domanda qualsiasi per provare a farla parlare, ma la campanella suona e gli altri studenti nel cortile iniziano a sciamare verso l’entrata di scuola.

“Devo andare,” commenta lei muovendosi in direzione dell’edificio come tutti. “Esci fuori all’intervallo?”

Oggi no, perché dopo c’è l’interrogazione di chimica e lui quella cosa delle valenze non l’ha capita neanche di striscio. Suo fratello ha pure provato a dargli una mano ma “Cecco, c’è un motivo se l’anno scorso avevo debito.”

“Sì. Ci vediamo dopo?”

“A meno che non ritrovi magicamente l’accendino…”

“Mi sa che l’ho pure perso.”

Ma poi che te ne fotte di chimica quando studi a ragioneria.

 

*

 

Si sono scambiati il numero. O meglio, Novella ha dato a Francesco il suo numero mentre rideva – di lui? Del suo modo goffo di girare intorno alla questione senza mai arrivarci? – perché dopo tre settimane di chiacchiere rubate al cancello della scuola almeno lei ha avuto le palle di dire “Potremmo vederci uno di questi pomeriggi. Per… non so, qual è l’equivalente toscano di uno spritz?” e Francesco si è quasi strozzato con la saliva la prima volta che le ha telefonato: doveva essere solo uno squillo perché lei si salvasse il numero, ma Francesco si è dimenticato di mettere giù, Novella ha risposto, e alla fine hanno parlato di cazzate per due ore prima che suo zio gli ricordasse che aveva gli allenamenti di basket – a Jacopo non piace granché il basket, lo trova un’importazione americana di poco valore, però ci tiene che Francesco si impegni in ogni cosa che fa, e alla fine ha sorriso e gli ha concesso di bere la sua prima birra quando l’anno scorso la squadra ha vinto i regionali e lui ha portato a casa la medaglia. Jacopo l’ha appesa sopra al camino di fianco alle foto del matrimonio con Maddalena.

Alla fine Francesco e Novella si sono accordati per andare al cinema perché in Toscana non sembra esistere un corrispettivo soddisfacente dello spritz come lo intendono a Venezia.

Francesco ha imparato un paio di cose dalle chiacchiere degli amici e se l’era messa via, si aspettava di doversi sorbire qualche film romantico – Guglielmo con Bianca se li sta facendo tutti senza un lamento, da Shakespeare in Love a Vi Presento Joe Black e Francesco si augura che Bianca faccia dei pompini da favola altrimenti tutta questa devozione non si spiega – e invece lui e Novella si sono visti il film di X-Files perché a quanto pare Francesco non è il solo ad avere tutte le stagioni religiosamente registrate su videocassetta.

Certo, se uno qualsiasi dei suoi compagni di classe scoprisse che ha passato due ore in una sala buia con una ragazza senza neanche provare a baciarla o a palparle le tette, non ne sentirebbe più la fine. Fortunatamente, Francesco non ci va poi molto d’accordo con i suoi compagni di classe, perché per un momento ci ha pure pensato di metterle il classico braccio attorno alla spalla e provarci, ma niente da fare: è rimasto impalato per il panico, per la paura di fare qualcosa di sbagliato, di venire rifiutato perché metti che abbia frainteso tutto? Che Novella non sia interessata, che semplicemente non conosca nessuno a Firenze e quindi uno vale l’altro? Che lo veda solo come un amico anche se Francesco invece è dal primo giorno che sta morendo dietro ai suoi occhi azzurri bordati dalla riga spessa di matita nera?

Piuttosto che fare una cazzata colossale, ha preferito lasciar perdere. Una volta fatto pace con l’agitazione e messo da parte il disagio, si è divertito come non succedeva da tempo a commentare il film all’orecchio di Novella e riconoscere con lei i camei dei vari personaggi.

L’unico momento in cui si è parlato di un bacio è stato quando Novella è saltata sulla poltrona del cinema e ha gridato tutta la sua delusione per il momento mancato tra Mulder e Scully. Francesco si è nascosto la faccia nel colletto della felpa e l’ha supplicata di acquietarsi, ché li stavano tutti guardando malissimo e alla fine non era quello il punto del film.

Fuori dalla sala l’ha ascoltata partire in una dissertazione infervorata sul perché i due protagonisti avrebbero dovuto baciarsi almeno una volta. “Almeno una Cristo di volta, Fra! E invece no, ti pare che dopo ci buttano pure la scena della respirazione bocca a bocca? Il danno oltre la beffa!”

E Francesco odia che lo si chiami per abbreviazioni e soprannomi vari, persino il “Cecco” di suo fratello gli fa masticare bile, però quel “Fra” sulla bocca di Novella ha un suono diverso, familiare, come se lei e lui si conoscessero già da anni. Ci ha fatto l’abitudine, gli piace.

Durante le vacanze di Natale si sono visti per scelta e per caso: Guglielmo sperava di incontrare Bianca senza che Jacopo sospettasse niente e Francesco era il suo alibi. Lui sarebbe dovuto restare in giro solo finché Bianca non li avesse raggiunti e poi avrebbe preso la sua strada verso il duomo dove aveva appuntamento con Novella. Ma a quanto pare i genitori di Bianca si ostinano a non lasciarla uscire senza la scorta dei fratelli a meno che non ci sia almeno un’altra amica con lei, e l’amica di quel giorno aveva i capelli rossi e portava la coppola verde che Novella aveva indossato anche la sera del cinema.

“Aspetta, ma quindi tu saresti il fratello di suo moroso?”

“E voi due come vi conoscete?”

“Facciamo pallavolo assieme.”

“Cecco? Allora è lei quella che–”

“Zitto!”

Tutto sommato non gli pesa che lui e Novella non si siano ancora baciati. Quando sarà il momento, se mai arriverà questo momento, lo faranno. Per ora non ha fretta. A Francesco sembra già tanto aver trovato un’altra persona oltre a suo fratello che si ricorda che non gli piace il caffè zuccherato o che non ha un colore preferito ma che in compenso detesta l’arancione. Che sono tutte cose stupide, ma appunto perché sono stupide non se le ricorda mai nessuno. Eccetto Guglielmo e Novella.

È strana la maniera semplice e lesta in cui il suo nome gli si è insinuato nella vita, nelle giornate e in certi sogni privati. Francesco non ci è abituato. Di solito, le persone non vengono: se ne vanno. Sempre. Con troppa fretta.

Invece loro due si sentono spesso, tutti i giorni e persino a notte fonda; ma Novella non gli invia mai messaggi durante l’orario di lezione, quindi Francesco aggrotta le sopracciglia quando durante l’interrogazione di francese sbircia il cellulare e trova l’avviso di un sms sul display.

Puoi aspettarmi all’uscita? Dentro, nn al cancello. X favore

Ok. stai bn?

Novella non risponde.

Francesco passa l’ultima ora sulle spine. Non riesce a tenere ferme le gambe, batte i piedi sul pavimento, controlla e ricontrolla il telefono al punto che sicuramente la prof se n’è accorta, non può non essersene accorta, ma pure lei non vede l’ora che la giornata finisca e probabilmente è solo per quello non lo sputtana davanti al resto della classe.

Al suono della campana Francesco si precipita fuori dall’aula, spintonando i primini che escono dal laboratorio di chimica e che gli urlano dietro le loro proteste e le offese.

Novella è già di sotto, a lato dell’entrata. È seria e dannatamente pallida in viso, tiene le braccia conserte strette al petto, si morde le labbra mentre si guarda intorno, cercandolo con gli occhi. Esala un sospiro di sollievo quando lo vede, ma dura appena un battito di ciglia, poi riprende già a tormentarsi il labbro con i denti.

“Ehi, che succede?”

“Puoi controllare se fuori c’è ancora una Serie 5 nera? La Lu ha già guardato due volte ma poi rischiava di perdere l’autobus e non–”

“BMW?” le chiede per andare sul sicuro.

“Sì.”

Francesco annuisce. Si immerge nella fiumana di studenti che defluiscono verso l’uscita. Non è facile distinguere i modelli d’auto in mezzo alla folla di genitori e figli che schiumano da una parte all’altra della strada, ma l’uomo che fuma un sigaro con il culo appoggiato al cofano di una vettura riesce a farsi notare come un pugno in un occhio per la maniera in cui il suo aspetto stona tra tutta l’altra gente: alto ed emaciato, la fronte alta, è l’unico a indossare un completo elegante e un dolcevita al posto dei vestiti più semplici e adatti al trantran quotidiano che portano gli altri adulti lì intorno. Tiene gli occhi puntati verso le porte della scuola, non si perde la faccia di neanche uno studente. L’automobile su cui sta appoggiato è una Serie 5 lucida come fosse appena uscita dal concessionario, ed è nera.

A Francesco basta uno sguardo per decidere che quell’uomo non gli piace e che lo vuole lontano da lì il prima possibile.

Si infila di nuovo tra le file disordinate di studenti e rientra. Novella si sta mangiucchiando l’unghia del pollice ed è sempre più agitata.

“È ancora lì?”

“Sì. C’è un tizio fuori che aspetta. Capelli scuri, fuma un sigaro.”

Novella geme e si nasconde gli occhi dietro alla mano, sbavandosi il trucco con le dita. “Cazzo. Fra, ho bisogno che mi aiuti.”

E potranno anche essere solo un paio di mesi che si conoscono, ma Francesco riconosce che questo panico non è da lei: Novella non fa mai una piega davanti agli imprevisti, ha sempre la risposta pronta persino con i professori e trova la soluzione ai problemi mentre altri starebbero ancora a preoccuparsi e strapparsi i capelli. Vederla così scossa gli fa male fin nello stomaco.

Le toglie la mano dalla bocca con tutta la gentilezza di cui è capace e la stringe tra le sue. Prova ad accarezzarle delicatamente il palmo.

“Di cosa hai bisogno?”

“Devo uscire senza che mi veda. Io… non lo so, sei alto, forse se sto dietro di te e mi metto il tuo giubbotto e tiro su il cappuccio…”

Novella ha sul viso una smorfia aliena ed esasperata che parrebbe quasi un sorriso stanco agli occhi di un osservatore disattento, di qualcuno che non abbia già avuto modo di notare che lei sorride sempre, specialmente quando non è felice: si nasconde dietro una piega delle labbra che le arrotonda le guance ma le spegne lo sguardo.

“Aspettami qua, torno subito.”

Le dà un bacio sulla fronte che la fa sobbalzare per la frazione di un secondo, poi Francesco corre di nuovo fuori e armeggia in tutta fretta per recuperare il suo casco dal vano sotto alla sella dello scooter. Sa che si deve sbrigare perché i minuti passano e c’è sempre meno gente che esce e che attende ai cancelli della scuola, e di solito è un bene perché così non deve fare slalom tra gli studenti che si attardano a fumare e chiacchierare, ma oggi a Novella serve essere un corpo anonimo in mezzo al mucchio.

Si presenta da lei con il casco in mano e le guance rosse per l’agitazione.

“Mettitelo.”

“Fra, uscire con il casco su è l’esatto opposto di non attirare l’attenzione.”

“Mettitelo e nascondici dentro i capelli. Ti porto a casa.”

“Ma mi basta che mi aiuti ad uscire senza farmi notare, non serve che mi porti fino a casa.”

“È più facile così. Dai, ora mettitelo prima che vadano via tutti o rischiamo di farci notare lo stesso.”

Novella si succhia il labbro, incerta. Sbatte le palpebre rapidamente prima di prendere un respiro profondo a occhi chiusi.

“Grazie. Grazie, davvero, mi salvi la vita.” La voce le trema ma le mani sono veloci e sicure mentre attorciglia i capelli in un nodo e li tira su sopra alla testa. Francesco la aiuta a infilare il casco perché i riccioli inconfondibili non scappino.

“Stai sulla strada dove c’è la stazione dei carabinieri, giusto?”

“Sì, all’angolo con la piazza. Ci sai arrivare?”

A grandi linee. Da quelle parti ci abita un fratello di sua zia Maddalena, e lei andava spesso a trovarlo portandosi dietro anche Guglielmo e Francesco quand’erano più piccoli. Non l’hanno più visto dopo il funerale – per scelta sua o di Jacopo non si sa – ma Francesco ricorda ancora pezzi di strada. Questo però non serve dirlo a Novella. A lei basta sapere che può portarla a casa, e quindi annuisce soltanto e le allaccia il casco sotto al mento, stringendo i lacci nei passanti per assicurarlo meglio.

C’è ancora abbastanza gente che temporeggia e si trattiene in chiacchiere tra il cortile e il marciapiede. Francesco si sente gli occhi dell’uomo addosso per tutto il tempo mentre incastra lo zaino nel sottosella e poi fa partire il motore, ma sa che è solo suggestione, che l’avvoltoio in completo color tabacco non può avere idea che Francesco stia per portargli via Novella da sotto il naso.

Tira comunque un sospiro di sollievo muto quando gli sgomma davanti e il tizio non alza nemmeno lo sguardo, non riconosce lo zaino pieno di spille e scritte né il cappotto scuro che lei indossa, e continua a fissare le porte dell’istituto.

Forse non la conosce. Forse l’ha solo vista in foto e quindi poteva al massimo cercare capelli lunghi rossi e degli occhi e un naso che paressero somiglianti a quelli che gli erano stati indicati.

Meglio così. Meglio che sia stato facile, perché – Francesco se ne rende conto mentre stringe con rabbia i pugni attorni ai manubri e accelera – se quello invece l’avesse riconosciuta e li avesse inseguiti, Francesco sarebbe andato nel panico, e quando lui non riesce più a ragionare l’unica cosa che ha imparato a fare è alzare la voce o le mani. Non vuole che Novella lo veda così. Potrebbe spaventarla e no. No.

Durante il breve viaggio si preoccupa solo saltuariamente di non beccare vigili che li fermino: sa di dimostrare appena un paio di anni in più rispetto alla sua età, ma spera che questo e un goccio di fortuna siano abbastanza. Principalmente, i suoi pensieri sono fissi sulle braccia di Novella strette attorno al suo torace e su quella lucidità angosciante che le ha scorto negli occhi mentre la aiutava a infilarsi il casco.

Non riesce a concepire la possibilità di Novella che piange o che arriva anche solo vicina a farlo. Non dovrebbe succedere. Niente e nessuno dovrebbero portarla a quel punto. È un’altra eventualità che gli fa battere il cuore con una ferocità veloce.

Sovrappensiero, sbaglia una svolta e allora Novella gli deve battere una mano sulla spalla e indicare dove girare per riprendere la strada giusta. È solo quando arrivano a destinazione e Novella scende dallo scooter che Francesco si accorge di quanto calda e morbida fosse così premuta contro la sua schiena.

La mancanza del suo corpo gentile stretto addosso a lui è simile allo shock che si prova ad abbandonare il riparo delle coperte alla mattina, e l’aria fredda ti fa rabbrividire e imbronciare segnando già un brutto inizio di giornata. Francesco vorrebbe abbracciare Novella per prolungare almeno un altro poco l’attimo di tepore, ma lei si è già sfilata il casco e glielo rende, occupandogli le mani con qualcosa che non è lei stessa.

Gli sorride con un accenno di imbarazzo. “Grazie.”

“Di niente.” Francesco ricambia il sorriso, o almeno ci prova. Stringe le spalle perché è davvero niente, perché lo rifarebbe domani e anche tutti gli altri giorni se le servisse. “Novella?”

“Sì?”

“Chi era quel tipo?”

Novella si irrigidisce ma cerca di mascherare il disagio risistemandosi la bretella dello zaino sulla spalla. Stringe le labbra e alza lo sguardo, fissa Francesco in viso con occhi duri e vacui come se non sapesse davvero come guardarlo e allora piuttosto che niente finge solo di farlo.

“Mio padre.”

Lo dice con un tono asciutto e gli angoli della bocca contratti. Non aggiunge altre parole ed è proprio tramite questo silenzio che prega Francesco di non farle domande, di non chiedere spiegazioni.

Novella cambia sempre argomento quando i discorsi iniziano a vertere su genitori e famiglie e a Francesco la cosa sta più che bene, ne è persino grato, ma ora inizia anche a capire perché lei faccia così, e va bene anche questo, seppure in verità lui non sappia nulla. Nemmeno Francesco le ha ancora detto niente se non che in casa ci sono solo lui, Guglielmo e suo zio, e la governante che – almeno lei – è la stessa da sette anni.

Le confidenze possono arrivare un altro giorno, quando saranno più sicuri, quando avranno capito se sono solo amici o anche altro.

Novella si dondola sui talloni. Guarda la porta di casa e poi di nuovo Francesco. “Vuoi entrare?”

“Un’altra volta, magari. Di sabato mio zio torna prima e si starà già chiedendo dove sono finito.”

Pensandoci, dovrebbe chiamarlo al più presto, avvisare che sta per tornare a casa, inventarsi una scusa decente che lo tenga buono. È per imprevisti del genere che Jacopo ha preso a lui e a suo fratello dei telefoni molto più costosi di quanto fosse necessario: per poter sapere dove vanno, come stanno, perché fanno tardi.

Jacopo ci prova a lasciare Guglielmo e Francesco liberi di fare quello che vogliono – perché “Sono ragazzi”, perché devono imparare ad arrangiarsi e devono impararlo in fretta – ma la verità è che lo zio ha dato loro delle regole – sii puntuale, tieni alta quella testa, rispetta chi ha più anni di te – perché le cose e le persone che sfuggono al suo controllo lo spaventano, specie se ci tiene. E quando Jacopo è spaventato, reagisce come fa Francesco.

Del resto è proprio da suo zio che lui ha imparato che fare.

Novella stringe le labbra e sospira colpevolmente. “Mi dispiace, non volevo metterti nei guai. Giuro che non ti avrei disturbato, ma non sapevo che altro fare.”

“Non ti preoccupare. Mio zio rognerà per un po’ ma se la farà passare. Non farti problemi se ti serve qualcosa: puoi contare sempre su di me.”

Novella trattiene il fiato e di nuovo appare una lucidità straniera ai bordi dei suoi occhi chiari, che scompare in un battito di ciglia e una ruga sottilissima lungo la fronte.

“Grazie.”

Dentro sicuramente c’è chi la aspetta, ma Novella non sembra volersene andare. Si avvicina a Francesco e gli accarezza una guancia. Ha la mano liscia, e calda, e già questo sarebbe sufficiente a fargli sentire le celebri farfalle nello stomaco – anche se non sono leggere e soavi queste farfalle: sono piuttosto tizzoni ardenti che gli prendono a pugni la pancia e gli bloccano il respiro in gola – ma poi lei si alza in punta di piedi e si sporge verso di lui, appoggia le labbra su quelle di Francesco e lo bacia. E per fortuna, per fortuna che è ancora seduto sulla sella dello scooter perché il mondo inizia a girare vorticosamente quando Novella apre la bocca e lo cerca con la punta della lingua. Francesco le affonda una mano tra i capelli, quella che non è impegnata a reggere ancora il casco, e Novella si appoggia alle sue spalle, si tiene a lui mentre si baciano lentamente, andandoci cauti perché non sanno se il cuore vada a mille per la bellezza di ti ho trovato o per la paura di allora è più che amici? Ci posso sperare?

Novella allontana le labbra per un istante per guardare Francesco e stavolta sta sorridendo davvero, con gli occhi che le brillano. È bellissima. È talmente bella che deve baciarla ancora, anche se stavolta la fa ridere invece che tremare, e c’è già più coraggio nelle loro bocche, un po’ più di audacia sulla lingua.

Francesco potrebbe essersi appena innamorato.

Novella porta una mano sulla sua nuca, le unghie corte tra i capelli gli causano un brivido mordace lungo la spina dorsale e no, si è sbagliato: non è adesso che si è innamorato, è stato nel momento stesso in cui lei gli ha prestato l’accendino, e lui ci ha messo due mesi e mezzo per capirlo.

Novella ha le labbra morbide come un sogno.

 

*

 

Francesco si è beccato un invito a casa da parte dei nonni di Novella. A quanto pare lei ha detto loro che è stato Francesco ad aiutarla a gennaio a non farsi vedere dal padre, e dunque lo vogliono ringraziare di persona. Devono averla scampata davvero per un soffio se persino i nonni sentono il bisogno di incontrarlo e guardarlo in faccia per ringraziarlo. Francesco vorrebbe saperne di più, ma Novella continua a chiudersi a riccio appena si arriva in sentore di argomento, e dopo quell’unica mattina in cui è stata sua madre a portarla a scuola e Novella è scesa dall’auto livida di rabbia e con le mani che tremavano così tanto che ha dovuto accenderle lui la sigaretta, Francesco ha deciso che è meglio lasciar stare.

La sua prima reazione all’invito è – manco a dirlo – un misto di ansia e panico acuti per cui è molto tentato di rifiutare. Cosa si dovrebbe fare quando si incontrano i nonni della propria ragazza? È un passo più piccolo o più grande di incontrare i genitori? Ed è proprio sicuro che Novella sia la sua ragazza? Sì, si baciano ed escono assieme, e nei pomeriggi in cui sono certi che ci sarà solo Guglielmo – o nemmeno lui – in casa, Novella prende l’autobus fino in Piazza della Libertà e loro due stanno insieme fino a sera, ma non hanno ancora messo un nome a questa cosa. Non l’hanno fatto neanche dopo che Novella si è sfilata la maglietta degli Enslaved e Francesco ha scoperto che non portava il reggiseno sotto, e lui è rimasto incantato per un istante a domandarsi quale buona azione avesse fatto per meritarsi lei, il suo sorriso furbo e quel piccolo neo a lato del suo seno bianco.

Francesco vorrebbe chiamare Novella la sua ragazza. No, vorrebbe proprio dire che è la sua fidanzata, e se qualcuno dovesse guardarla storto lui ha già un cazzotto pronto che gli prude sulle nocche – sì, si è accorto delle occhiatacce che a volte le lancia la bionda della sezione C, ma Novella gli ha detto di non darci peso e quindi lui non lo fa. Per ora.

Insomma, Francesco arriva davanti alla casa di Novella che per la prima volta da che ha tredici anni non ha bevuto neppure un caffè in tutta la giornata perché era già abbastanza agitato di suo. Si è cambiato la maglia tre volte – ha persino considerato l’opzione di mettersi una camicia – e solo quando Guglielmo l’ha intravisto dalla porta socchiusa e ha preso a ridergli dietro, Francesco si è arreso e ha tenuto su una delle poche t-shirt chiare che possiede. Che poi chiara non è il termine corretto perché è verde smeraldo, ma almeno non è né nera né grigia, e a Novella il verde piace.

Suona il campanello e si accorge che ha le dita ancora sporche d’inchiostro per colpa della penna che gli si è rotta in mano quella mattina mentre scarabocchiava invece di ascoltare la spiegazione di diritto.

Novella gli apre la porta con un sorriso allegro e privo di trucco. La maglia larga le pende da una spalla e non si intravede la bretellina del reggiseno ma no, no, no, no, non è il caso di notare questi dettagli adesso.

Si sentono voci che cantano all’interno della casa, note squillanti e piene di cuore che corrono sopra a dei vecchi versi in italiano.

“Che succede?” chiede Francesco, un po’ stupito da tutto il brio che percepisce.

Novella sospira e alza gli occhi al cielo. “I miei nonni sono fan di Tenco. Oggi è il loro anniversario e quindi è da stamattina che vanno avanti così. Mi stanno facendo diventare matta.”

Lui ascolta le parole, le riconosce e aggrotta la fronte. “Non era di Dalida questa canzone?”

“No, l’ha scritta Tenco, lei l’ha solo cantata.”

“Ella, whae’s there, hen? Is that yer friend?”

Novella si gira verso la voce dall’accento pesante che l’ha chiamata. “Sì, è Francesco!”

“Good! Digli di entrare ché il tè è pronto!”

“Coming!” Lei lo guarda con un sogghigno complice e si fa da parte per permettergli di entrare. “A nonno non è mai passata quella del tè del pomeriggio, se lo beve pure d’estate. Ma tranquillo, abbiamo anche caffè in casa.”

Francesco sorride. Ti pareva che Novella si ricordasse che per lui il tè è una cosa che si beve solo quando si è malati. “Allora va bene.”

“Siamo fortunati che mia madre è uscita. Ha detto che il marito di una delle sue amiche cercava una segretaria che conoscesse un po’ di lingue, e voleva incontrarla.” Novella fa una smorfia che la dice lunga su quanto creda ai propositi di sua madre. Appende la giacca di Francesco sull’appendiabiti intasato da cappotti e sciarpe e poi sporge la guancia verso di lui, mostrandogli il sorrisetto vivace che – l’ha già imparato – lo fa inevitabilmente capitolare. Francesco le dà un bacio leggero sullo zigomo e la segue verso la cucina dove i nonni di Novella stanno ridendo e prendendosi in giro in un dialetto scozzese un po' troppo astruso per le sue conoscenze scolastiche.

A occhio e croce, l’intera casa arriverà a coprire poco più di uno solo dei piani dell’abitazione di suo zio. Le pareti rivestite di legno sono tappezzate di acquarelli e fotografie, i mobili sono occupati da suppellettili e centrini, e in salotto oltre alle librerie straripanti e tre poltrone in pelle c’è una vecchia scrivania in mogano sopra a cui troneggiano un giradischi e una radio-mangiacassette altrettanto voluminosa.

Francesco non sapeva cosa aspettarsi dalla casa di un ex-professore universitario in pensione e sua moglie, ma comunque immaginava qualcosa di più eclettico e studiato, quella cura personale ma asettica a cui è abituato con suo zio e tutti gli altri parenti che gli è capitato di visitare. Invece la casa dei nonni di Novella è… diversa. Vissuta. Piena. Familiare.

In cucina c’è profumo di vaniglia e burro fuso. Un uomo allampanato con i capelli bianchi e degli occhiali rettangolari appesi in cima al naso è seduto al tavolo e sta girando un cucchiaino nella sua tazza di porcellana bianca mentre una signora attempata sta appoggiando sul tavolo un vassoio di biscotti dall’aspetto casareccio. Ha gli stessi occhi grandi e azzurri di Novella, ma è bassa e in carne dove l’uomo è alto e asciutto, e i suoi capelli sono colorati da una tinta castana che ha lasciato spazio a un inizio di ricrescita grigia.

Il vecchio si alza subito appena Francesco e Novella entrano, e rivolge loro un sorriso caloroso. “Oh, tu devi essere Francesco. Vieni, vieni, siediti! Sono felice di conoscerti,” lo saluta entusiasta e gli porge la mano da stringere. “Io sono Graeham, e lei è Linda.”

“Ciao, caro. Se ti va, il caffè è pronto. Novella mi dice che neanche tu ami molto il tè, giusto?”

Il marito si dispera: “No, non anche lui! Cos’avete voi italiani contro il tè?”

“Gram, sono quarant’anni che hai la doppia cittadinanza, è ora che tu la smetta di dire voi italiani.”

Novella ride mentre prende posto di fianco a suo nonno. “Di contro, nonno si rifiuta di bere caffè.”

“Perché è terribile. È amaro, causa tachicardia, perché mai qualcuno dovrebbe desiderare berlo?”

“Perché è amaro e causa tachicardia.”

Francesco guarda per un momento tra Novella e suo nonno, scombussolato. Vorrebbe sedersi come è stato invitato a fare, ma la nonna è ancora in piedi e lui non vuole rischiare di prendere il suo posto, quindi rimane come uno stupido a ciondolare a due passi dalla porta senza sapere cosa fare finché Linda non gli sorride e scosta per lui la sedia di fronte a quella di Novella.

“Vieni, caro, mettiti pure qui. Ci vuoi qualcosa nel caffè? Latte? Zucchero?”

“No, grazie, signora.”

Non ci vuole un genio per capire che Novella si sta divertendo un mondo a vederlo così rigido e incerto. Stronza. La prossima volta la farà venire a casa sua mentre c’è suo zio e allora sì che sarà tutta da ridere – no, non è vero. Ci sono troppe cose di cui non le ha parlato, e finché non lo fa non è davvero il caso che Novella e Jacopo si incontrino. Alla fine, la risata che lei si sta facendo adesso a sue spese è innocua. Suo zio lo è molto di meno.

Novella tira una gomitata giocosa al nonno. “Visto? Francesco beve il caffè amaro.”

Graeham fa una smorfia di disappunto esagerato. “Siete una generazione perduta. Se proprio devi bere veleno almeno prenditi dei biscotti, su, non fare complimenti. Li ha fatti Linda stamattina, sono eccezionali,” dice, prendendone uno anche per sé. “Prima lezione, Francesco: trovati una donna che sappia cucinare. La bellezza se la porta via l’età, ma il talento culinario rimane.”

Linda versa il caffè per Francesco e Novella e sbuffa: “Ecco, sciocca io che pensavo m’avesse sposato per amore! Ti fai quarantadue anni di matrimonio e poi scopri che è tutta una menzogna.”

“Och! Lo diceva sempre la tua mamma che l’amore passa per lo stomaco. Mi sono innamorato di te e della tua cucina. È stato un connubio fortunato.”

“Eh, chissà cos’ho trovato io da innamorarmi, invece.”

“Il fascino esotico del kilt.”

Francesco quasi si soffoca con il caffè cercando di trattenere una risata. Dall’altro lato del tavolo, Novella gli sta sorridendo compiaciuta mentre sbocconcella un biscotto. È facile vedere come si senta a suo agio qui, nel suo elemento, seduta di fianco a suo nonno che le pizzica bonariamente la mano per una battuta troppo impertinente e torna subito a sorseggiare il suo tè come non avesse fatto nulla.

Le chiacchiere fluiscono, domande cordiali ma interessate sulla scuola, lo sport, cosa vorrebbe fare da grande – “Non lo so, il musicista?” No, vabbè, scherza. Ci sono le imprese dei Pazzi di cui occuparsi, suo zio ci conta, Francesco non può deluderlo. “Guarda Fra, l’importante è che tu non faccia il cantante.”

C’è un senso di famiglia attorno al tavolo di questa cucina stipata di vasetti di tè speziati e piatti decorativi che Francesco non crede di aver mai provato prima, nemmeno quando sua zia era ancora in vita. Per assurdo, c’è sempre stata più coesione quando in casa sono solo lui e Guglielmo e loro due si siedono vicini a guardare film d’azione. Quello è un momento che a entrambi piace trascorrere insieme.

Guardando Novella e suo nonno battibeccare, Francesco si chiede come sarebbe stato se gli fosse rimasto almeno suo padre. Non riesce a vedersi a punzecchiare mamma o papà o la nonna che ha fatto appena in tempo a conoscere, ma forse è solo perché questo è uno scenario talmente strano e nuovo che ci si deve abituare.

Intanto Novella è slittata dall’italiano a un inglese talmente rapido che Francesco la segue a malapena, e suo nonno risponde qualcosa di incomprensibile che non suona neanche lontanamente una lingua vera. Di mezzo ci sono anche delle parole italiane, ma non abbastanza da rendere le loro battute indovinabili.

Linda lo guarda con una certa empatia e sospira: “Eh, almeno se verrai qua più spesso non sarò più la sola a sentirsi stupida quando partono in quarta a questa maniera.”

Francesco ride. “Capita spesso?”

“Solo tutti i giorni.”

Novella punta un dito contro suo nonno ma lo ritrae in fretta non appena lui fa il gesto di prenderglielo. “Leave it!” scoppia a ridere mentre Graeham le abbraccia una spalla e le scompiglia i riccioli rossi con l’altra mano. “Okay, stop now, I need a shag. Fra, ti va di venire in giardino con me?”

Graeham schiocca la lingua e inizia a ridere fragorosamente. “Straight tae the point, hen.”

Francesco non capisce cosa sia appena successo, ma Novella arrossisce violentemente e strepita: “I meant a smoke! Ye know I meant… ye’re pure–! Nonna, digli di smettere!”

“Sarebbe fiato sprecato, tesoro.”

Graeham continua a sghignazzare, si asciuga addirittura due lacrime esilarate dietro gli occhiali in metallo. Novella gli fa una linguaccia prima di decidere di ignorarlo e rivolgersi di nuovo a Francesco: “La regola è che non si fuma in casa, quindi se vuoi una sigaretta devi venire in giardino con me.”

“Ma no, non vorrei–”

Linda gli allunga un altro biscotto e lo tranquillizza: “Non ci fai brutta figura, non ti preoccupare. Quando quel vecchiaccio là ed io eravamo più giovani abbiam fatto cose ben più gravi di fumarci una sigaretta in giardino.”

“Och, Linda! Ah wiz tryin’ tae make a good impression!”

“That was oot of the window the moment he saw ye.”

Novella lo tocca col piede sotto al tavolo. “Scappiamo prima che inizino a raccontare degli anni ’60. Non sei pronto per quel tipo di conversazione.”

Linda la redarguisce con un gesto frivolo della mano. “No, tesoro. Per gli anni ’60 prima dovrebbe almeno rimanere per cena.”

Francesco va a recuperare le sigarette che ha lasciato nella tasca del giubbotto e quando torna coglie due frasi veloci tra Novella e suo nonno: “The lad’s a sook, int he, hen?”

“Pure.”

Aspetta che Novella richiuda la porta che dà sul giardino e si accenda la sigaretta prima di chiederle: “Cosa vorrebbe dire sook?”

Novella si mordicchia il labbro e ride. “Sook è come dire softie,” prova a tradurgli, ma Francesco non ha ancora idea di cosa significhi. “Ehm, come te lo spiego…”

“Mi basterebbe sapere se è un insulto o altro.”

“No, decisamente non un insulto, non temere. È… dai, uno che è soft è un softie,” cerca di spiegare gesticolando con la sigaretta tra le dita, tracciando archi di fumo nell’aria. “Tenero?”

A Francesco viene da ridere. Aspira un tiro e inarca le sopracciglia scetticamente. “Io sarei tenero?”

“Quando sorridi così, sì.”

Convinta lei.

Novella va a sedersi sul dondolo sotto l’ulivo ritorto che sta in fondo al giardino. La vernice bianca della struttura in alluminio si è scrostata in alcuni punti e ci sono segni di ruggine attorno alle giunture, i cuscini però sono nuovi, a righe gialle e verdi. Francesco si blocca per un istante prima di sedersi con lei: è vero che i complementi da esterno si somigliano un po’ tutti, ma a casa – non la casa enorme e ricca di mobili barocchi di suo zio, no, la casa con il giardino pieno di vasi e fiori e piante aromatiche in cui ha vissuto solo per sette anni prima che mamma e papà morissero – c’erano due sedie in vimini con dei cuscini identici. Due sedie in vimini e un divanetto su cui la mamma si sedeva a leggere riviste varie e suo padre fumava sigarette senza filtro.

Novella lascia cadere la cenere sull’erba verde e si porta le ciocche di capelli dietro le orecchie.

“Con i miei… è un casino. Lo è sempre stato. Mio padre non è capace di restare fedele e mia madre non è abbastanza stupida da non scoprirlo ogni volta, solo che invece di lasciarlo, la sua idea di soluzione è pareggiare i conti. Questa volta si è incazzata al punto di fare le valigie perché lui l’ha tradita con la sua migliore amica e, vabbè, questo dice molto sul tipo di compagnie che frequenta mia madre, ma il punto è che adesso è da vedere per quanto le durerà l’incazzatura. Stava quasi per passarle dopo i soliti fiori e puttanate varie, ma poi mio padre si è sognato di venire qui.”

“Il giorno che era fuori da scuola,” Francesco intuisce.

“Sì. Inizialmente era venuto per cercare mia madre, ma lei era fuori con…” Novella fa un’altra smorfia. “Beh, uno. E a quel punto mio padre si è incazzato, mia madre è tornata in casa, hanno litigato, e lui si è messo in testa di riportarmi su a Venezia. Per ripicca, immagino, perché poco ma sicuro non sono cominciata a mancargli dall’oggi al domani. Appena se n’è andato, mia nonna ha telefonato alla scuola per avvisarmi e poi lo sai. Adesso a parte un tentativo di telefonata il mese scorso, non so cosa stia facendo. Spero rimanga dov’è.”

Quindi sì, l’hanno davvero scampata appena per un soffio.

Francesco sente la mano tremargli al pensiero di aver rischiato di non vedere più Novella, di vedersela strappata via così arbitrariamente senza poter metterci una parola per impedirlo, e stringe il pugno dietro la schiena prima che lei se ne accorga.

“Cosa sarebbe successo se ti avesse visto?”

Novella stringe le spalle e accende un’altra sigaretta per sostituire quella che ha già finito. “Non lo so. Ma non sono un giocattolo o un cane che i miei si possono spartire e portarsi dove gli pare. Sono una persona, dovrei poter decidere io dove stare.”

“Tu vorresti stare con tua madre?”

Novella scuote la testa, scandalizzata. “Dio, no. Vorrei sparisse pure lei, vorrei che mi lasciassero in pace tutti e due. Di buono c’è che qui ho i nonni che… beh, li hai visti,” commenta con un sorriso piccolo e timido.

Ormai Francesco ha imparato come decifrare le curve del suo viso e le fossette sulle sue guance: è il sorriso spento che fa quando non vuole farsi prendere dalla malinconia.

“Sembrano simpatici,” cerca di confortarla. I termini più appropriati sarebbero matti come cavalli ed eccezionali, ma Francesco non ha molta dimestichezza riguardo come dovrebbero essere dei nonni e quindi non si sbilancia troppo. Però funziona perché Novella sorride di nuovo e stavolta è un po’ più sincera.

“Sì. Sì, e almeno a loro interessa qualcosa di quel che penso. Mia madre invece ha fatto le valigie per entrambe senza chiedermi niente. Sono tornata a casa un pomeriggio e l’ho trovata con i trolley pronti e i biglietti del treno in mano.”

Francesco spegne la sigaretta e finalmente si decide a sederlesi accanto. “Ma qui hai i tuoi nonni.”

Novella annuisce. “Qui ho i miei nonni. Che si ricordano quando compio gli anni.”

Francesco raggela.

“I tuoi no?”

“Dipende. Non sempre. Mia madre di solito sì, ma se ha altri impegni quelli vengono comunque prima.”

Francesco tace per un istante, si morde l’interno della guancia finché non sente il sapore del ferro in bocca. Se ci pensa un momento può trovare tanti difetti a suo zio – avrebbe potuto trovarne anche a sua zia, sebbene lei si impegnasse costantemente per essere una figura di riferimento per lui e Guglielmo, e il primo problema è proprio che ci era riuscita – ma Jacopo con tutta la sua freddezza e i modi burberi non ha mai fatto sentire Francesco come se ci si fosse dimenticati di lui. A volte suo zio è persino troppo presente: sa quando Francesco e Guglielmo hanno ogni verifica, ogni interrogazione, le visite col medico per rinnovare i certificati sportivi, ricorda a quando risalgono gli ultimi esami del sangue e qual era il nome impossibile dell’antibiotico che aveva causato una reazione allergica a Guglielmo e che neanche suo fratello è in grado di pronunciare correttamente. Jacopo gli ha infilato il bugiardino nel portafoglio e gli ha detto che guai a lui se lo perde.

Suo zio non si dimenticherebbe mai del loro compleanno.

“È il 7 agosto, giusto? Il tuo compleanno è il 7 agosto.”

Francesco non sa perché provi ira nell’accertarsene. Anzi no, lo sa benissimo il perché: se è capace di ricordarsi lui quando è nata Novella, che è un dettaglio cretino che è venuto fuori completamente a caso un giorno in cui stavano prendendo in giro Bianca per la sua fede negli oroscopi, allora non è davvero niente di difficile. Allora quegli stronzi che stanno badando solo ai cazzi loro e che sono i suoi genitori dovrebbero ricordarselo senza problemi, dovrebbero baciarla in fronte ogni giorno e ogni anno e rendere grazie perché esiste. Come cazzo si fa ad avere una come Novella nella vita e non ringraziare qualunque dio possa esserci per avertela data?

Novella spalanca gli occhi e allontana la sigaretta dalle labbra. “Sì,” conferma, come se fosse sorpresa che lui se lo ricordi. Perché evidentemente è normale che lei rammenti le piccole cose di Francesco ma non che qualcuno oltre ai suoi nonni si ricordi del suo compleanno.

Ora a Francesco dispiace che suo padre non li abbia inseguiti. Gli spiace essersi perso la possibilità di tirargli un pugno su quel viso supponente.

“Okay. Bene.”

Le prende la mano e la sente fredda sulle dita. Se la porta alla bocca senza pensarci, tenta di scaldarla con il fiato e le labbra, e quando lei spegne l’ultima sigaretta fa lo stesso anche con l’altra finché non capisce che non è per il freddo che Novella sta tremando.

“Quindi con me la situazione è questa,” gli dice lei con un filo di voce. “C’è questo casino dei miei che non so quanto durerà, forse per sempre o forse solo un altro mese, e devi decidere tu se vale la pena di provare a stare insieme, perché io vorrei, ma la verità è che non so neanche per quanto riuscirò a restare a Firenze.”

“Fanculo gli altri, io e te stiamo assieme.”

Novella piega la testa di lato con fare accondiscendente. “Non ci hai neanche pensato, Fra.”

No, perché su questo Francesco non ha dubbi.

“Non mi serve pensarci. Ne vale la pena. Dovessi andare via anche domani, ne varrebbe comunque la pena.”

Novella sembra faticare a crederci.

“Allora… stiamo insieme?”

“Stiamo insieme.”