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Dance with the devil

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1. Il diavolo

Quel Diavolo era un'ombra costante nella sua vita. Arthur non aveva ricordo di quando fosse apparso per la prima volta, forse già dalla sua nascita era stato presente. Nel momento in cui aveva imparato a vedere spiriti e ad avere una percezione del paranormale più sensibile, aveva iniziato a notare come si fosse stretta a lui con forza al punto da domandarsi se non fossero in qualche modo legati.

Inizialmente lo aveva scambiato per uno spirito qualunque, portandolo a tentare un esorcismo per scacciarlo o dargli pace. Era in quel momento che si era mostrato per ciò che era: un demone - o un diavolo, il significato era sempre quello alla fine. E non uno qualunque. Si era presentato a lui con il nome di Belial e quello bastava per far scuotere corpo di Arthur per la paura. Era un nome ripetuto più volte nelle Sacri Scritture, dove lo indicavano come il braccio destro di Lucifero e lo associavano anche al serpente che tentò Eva. Uno dei diavoli più forti, al punto da avere sotto il suo comando settanta legioni infernali. Cosa voleva da lui, un demone così importante per l'Inferno stesso? Non aveva mai risposto alla sua domanda, lasciandolo da solo a rimuginare sulla sua presenza, apparendo e sparendo a suo piacimento, bisbigliando nel suo orecchio o urlando quando non gli dava retta. Questi ultimi atteggiamenti li aveva avuti mentre si avvicinava a ventitré anni, proprio alla fine del college, quando iniziò a fare amicizia con uno studente americano dagli occhi azzurri come il cielo ed i capelli biondi come il grano.

 

«Smettila, dannazione!» sbottò arrabbiato, mentre guardava lo specchio davanti a lui. L'ombra nera aleggiava alle sue spalle, ma i lineamenti sempre più definiti e chiari gli facevano capire che era voltato anche lui verso lo specchio. Lo guardava e ne percepiva il ghigno divertito.

«Non pensavo che il tuo udito fosse così sensibile, Arthur!» La voce del demone era un sussurro suadente che arrivava dal fondo della sua testa. Lo aveva interpretato in quel modo, perché era un suono lontano ed allo stesso tempo vicino; rientrava perfettamente nelle descrizioni che i posseduti facevano sui demoni dentro di loro.

«Non pensavo che fossi così fastidioso.» sibilò con un ringhio, lanciando un'occhiata allo specchio. Belial rise di gusto e la sua ombra si piegò in avanti, come se si stesse tenendo lo stomaco per le risate. «Ti stai divertendo?» sbottò ancora una volta.

«Molto, sì. Trovo divertente vedere come tu non abbia ancora capito, dopo tutti questi anni in cui ti sono stato attaccato.» disse con voce seria e glaciale. «Ventitré anni, Arthur. E con le tue conoscenza sull'occulto e la magia, davvero non ha ancora capito cosa significa?» domandò piano, ma con una certa urgenza nel tono, vedendo l'espressione di Arthur farsi sempre più dubbiosa attraverso il riflesso nello specchio. Avevano già comunicato in quel modo, negli anni passati, ma questa volta era un discorso completamente diverso. I fini di Belial erano completamente diversi.

«Ho imparato tutto grazie a te.» ammise Arthur, anche se non capiva ancora perché lo avesse realmente fatto. Vide l'ombra nello specchio scuotere il capo e sospirare rassegnata.

«Secondo te, un demone come me sprecherebbe il suo tempo a far diventare più forte un misero umano come te?»

La domanda di Belial rimane senza risposta, perché quello era un quesito a cui cercava di dare una risposta da anni. Non capiva, però, perché fosse diventato così insistente solo ora, quando aveva iniziato a creare un legame con Alfred. Era forse lui il suo obiettivo? Belial sospirò ancora, come se capisse i suoi pensieri solo guardando le emozioni passare attraverso i suoi occhi.

«Stupido umano. Ignorante umano. Posso fare solo una cosa, ora.» mormorò fra sé e sé, mentre un velo di oscurità cadeva sopra di loro ed il mondo scomparve completamente. «Guarda e arriva alla tua conclusione.» Furono le ultime parole che Arthur sentì, prima che tutto sparisse ed il buio si chiudesse intorno.