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I might only have one match but I can make an explosion

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Gesta eroiche: azioni intraprendenti e altruiste, talvolta anche eclatanti, volte alla salvezza degli altri, garantendo loro la libertà inviolabile di vivere.
Fin da piccole, Lucy ed Erika ne avevano sentito parlare, le vedevano stando sedute davanti alla televisione e ricamandoci sopra una fantasia emozionante, oppure leggendo i fumetti incentrati su quegli aitanti giovani dotati di superpoteri e vestiti con aderenti e fighissimi costumi, sempre diversi e colorati. Affascinate e colpite, le due bambine capivano così cosa fosse il vero coraggio, come si vincessero le paure, come si potesse dedicare la propria vita anteponendo il benessere di quelle altrui.
Crescendo, loro serbarono questo pretenzioso sogno in fondo al cuore per potersi concentrare meglio sulla normale vita da studentesse. Effettivamente essere predestinate non era da tutti: la maggioranza della popolazione mondiale era composta da gente comune, mentre solo un 10% poteva ereditare da individui predestinati, ma rari, delle potenzialità eccezionali.
Lucy ed Erika erano due ragazze speciali che frequentavano la stessa scuola, il liceo Arturo Cesarotti, benché non si fossero mai incontrate prima e ignorando di avere molto in comune fra di loro, a parte naturalmente qualche ovvia differenza nel fisico e nell’indole.
Lucy era alta, dalla corporatura magra, con capelli neri spesso e volentieri avviluppati in una coda bassa, gli occhi verde oliva e un neo sulla fronte. Amava follemente lo sport: la sua attività preferita era praticare il karaté, di cui era cintura nera, ma anche il judo non le dispiaceva poiché l’aveva spesso aiutata a sfuggire da alcune situazioni pericolose e a difendersi se fosse stato strettamente necessario – si imbarazzava un po’ a fare sfoggio della sua forza in pubblico, tanto che portava maglioni e felpe larghe proprio per non mostrare i muscoli.
Erika, invece, era bassa, dalla corporatura normale e un po’ in carne, con i capelli castani lasciati sciolti e ondulati. Non faceva molto movimento, tendeva a isolarsi, a farsi pochi amici, inoltre la ritenevano un piccolo genio: aveva un elevato e invidiato quoziente intellettivo, sapeva perciò rispondere a qualsiasi domanda posta durante le verifiche in classe e le interrogazioni in cui si offriva volontaria, coglierla di sorpresa era praticamente impossibile se lei aveva studiato tutto quello che i libri riportavano. Cosa ancora più incredibile, tuttavia mantenuta segreta, la ragazza riusciva a spostare qualsiasi oggetto con la sola forza della mente. Purché la cosa non fosse troppo grande, certo, questo potere aveva un suo limite e non tollerava pesi eccessivi o dalle dimensioni enormi!
Riguardo alla loro vita privata, Lucy abitava con i nonni paterni dall’età di un anno poiché i genitori erano tragicamente morti in un incidente aereo, mentre Erika viveva con gli zii da parecchio tempo: la madre aveva avuto una crisi respiratoria dopo il parto e non ce l’aveva fatta, mentre il padre l’aveva tenuta per qualche mese con sé, finché un giorno non era sparito senza lasciare traccia, abbandonandola agli unici parenti disposti prendersi cura di lei.

Ritornando al presente, stava per iniziare il loro primo giorno di scuola, precisamente il terzo anno di liceo per entrambe anche se in sezioni diverse, le vacanze estive erano volate in fretta e le nostre protagoniste si svegliarono di buon’ora con l’obiettivo di prepararsi, di fare colazione in pochi minuti – toast e marmellata per Lucy, latte e biscotti per Erika – e di scendere alla fermata dell’autobus: per Lucy era la linea 35, per Erika il 52. Arrivate a scuola, i loro compagni erano già entrati al suono della campanella senza aspettarle, perciò le due si affrettarono a raggiungere le nuove aule con la speranza di trovarle al primo colpo. Fu allora che Lucy sorpassò Erika sulle scale e quest’ultima inciampò sui gradini. Udendo il tonfo, la prima si fermò voltandosi allibita, dispiaciuta e in colpa, verso la malcapitata seduta a terra e ridiscese per soccorrere la compagna che, stordita per la botta presa, esclamò lamentosa: «Che dolore atroce al collo! Ahia!».
«Mi dispiace tantissimo! Fa’ vedere…» si scusò Lucy, esaminando la parte lesa. «Non sembra rotto. Ti giuro che non volevo spingerti, è stato uno sbaglio, solo volevo evitare una sgridata dalla mia prof: l’anno scorso arrivavo sempre in ritardo per non saltare la corsa intorno all’edificio scolastico, era un’attività piacevole che mi aiutava a scaricare lo stress di dover stare all’interno di una classe che non mi capisce», volle giustificarsi e parlò tutto d’un fiato. Erika fissò gli occhi verde oliva dell’altra: bastava guardarli per capire che era sincera.
«Non sono arrabbiata. Non ti preoccupare, passerà. Mi aiuti? Non possiamo stare ferme qui», la rassicurò.
«Hai ragione, muoviamoci prima che ci rimproverino! Andiamo nelle rispettive classi e poi, se ti va, possiamo incontrarci nel bagno delle ragazze durante l’intervallo. Me la cavo abbastanza bene con i massaggi, dato che faccio sport», suggerì la giovane forzuta, rimettendola in piedi senza alcun problema.
«Volentieri, grazie, sei gentile. Non conosco neanche il tuo nome», appurò l’altra, spazzolandosi la gonna.
«Il nome è Lucy. Invece il tuo è Erika, giusto?» disse colei che invece portava una tuta.
«Come… ah, già. L’ho scritto sulla cartella in caso di smarrimento», ricordò.
«Hai fatto bene, così la ritrovi subito».

 

Lucy aveva davvero le mani d’oro: il dolore al collo di Erika sembrò migliorare dopo soli cinque minuti di massaggio. Inconsapevolmente, o forse perché con la compagna conosciuta solo quella mattina si trovava così a proprio agio da concederle fiducia, lei si servì del suo potere mentale per estrarre un pacco di fazzoletti dalla borsa lasciata a due metri da loro, appoggiata contro la parete del bagno.
«Sorprendente. Quindi mi trovo davanti un supergenio? Solo loro possono aspirare a fare qualcosa del genere», si complimentò Lucy dopo aver emesso un fischio d’ammirazione.
«E tu possiedi poteri curativi». Non era una domanda, ma una constatazione. Erika si asciugò le mani bagnate, dopo aver usato il lavello.
«Esatto. Inoltre sono più forte fisicamente di qualunque altra ragazza che frequenti questo liceo», ammise candidamente Lucy, ma non con l’aria di vantarsene.
«Quelle come noi sono rare, Lucy. Ti rendi conto? Finalmente ho trovato qualcuna che mi può capire: tutti gli altri mi fissano come se fossi un mostro», confessò concitata Erika, voltandosi per stringere gentilmente la mano dell’altra nei propri palmi asciutti.
«È incredibile, mi accade la stessa cosa. Ci siamo proprio trovate, Erika. Era destino», mormorò Lucy, ricambiando lo sguardo acceso di quegli occhi nocciola.
«A proposito di destino, non trovi che abbiamo tutte le caratteristiche per essere utili insieme?» diede manforte Erika: sembrava che le stesse passando per la testa qualcosa di incredibilmente allettante.
«In che senso?» s’interessò curiosa.
«Nel senso che abbiamo tutte le carte in regola per diventare una coppia di supereroine. Non hai mai desiderato di poter compiere delle imprese eroiche e nobili, ma di non sapere come fare perché sei sola?» reclamò, intrecciando le mani dietro la schiena e girandole intorno.
«Oh, sì, sarebbe fighissimo! Da piccola non facevo altro che pensarci, in effetti», dichiarò Lucy, seguendola con lo sguardo.
«Una nostra amicizia, o se preferisci alleanza, comporterebbe grandi cambiamenti: ritengo che sarebbe davvero fantastico mettere le nostre potenzialità al servizio degli altri. Se io, per esempio, allenassi questo mio potere mentale fino a far levitare non un semplice oggetto, ma il mio stesso corpo? Potrei volare proprio come Superman!» le fece un esempio a caso.
«Come Superman è un tantino esagerato, però ci puoi provare, perché no?» aggiunse infine Lucy ed entrambe ridacchiarono complici.
Prima che qualcuna delle loro compagne giungesse a reclamare il bagno per sé, decisero di scambiarsi i rispettivi numeri di telefono e di discuterne ancora su questo progetto ambizioso.
Di certo la cosa non sarebbe morta lì, poiché la scaltra Erika aveva appena acceso una miccia dentro l’animo irrequieto di Lucy.

 

Stabilirono un pomeriggio in cui entrambe non avevano molti compiti per incontrarsi in casa di colei dal quale era partito tutto, cioè Erika.
«Oh, Lucy, mi dispiace tanto per i tuoi genitori, se avessi saputo non avrei chiesto», esclamò contrita Erika, che si era seduta a gambe incrociate sul suo divanetto rosa dopo essersi servita con una tazza di tè verde e aver domandato ingenuamente come stessero i genitori della compagna dai capelli scuri.
«Figurati. Non ne sento particolarmente la mancanza, dato che non mi resta alcun ricordo di loro, a parte qualche foto», replicò Lucy, facendo spallucce sopra la scrivania dell’amica: era pulita e ordinata la sua camera, anche se per i propri gusti spiccava un po’ troppo rosa.
«Quindi tuo padre è ancora vivo?» deviò il discorso sull’altra, che emise un piccolo sbuffo.
«Non me ne parlare. Il bastardo è andato via di casa dopo qualche mese dalla morte della mamma, lasciandomi fra le braccia di suo fratello», borbottò la compagna fra un sorso e l’altro.
«Certi genitori è meglio perderli che trovarli».
«Ben detto! Non è tanto questo che mi fa irritare, l’abbandono subito da neonata, ma il fatto che lui sia scappato con l’amante», riferì.
«Davvero?» si stupì Lucy, prendendo un biscotto al cioccolato dal pacco nuovo che Erika aveva aperto apposta per la sua visita.
«Ebbene sì, lui conosceva benissimo lo stato di salute di mia madre, eppure non si è fatto scrupoli a tradirla e invece di starle vicino nella malattia sommata alla gravidanza, lui se ne andava in giro a tubare con una… zoccola, per non essere volgare», rivelò piccata.
«È stato tuo zio a raccontarti queste cose oppure le hai scoperte da sola?» chiese quando finì di masticare il biscottino.
«Lui ha aspettato che io diventassi abbastanza grande per accettare la cosa. Penso tuttavia che il mio pensiero sarebbe stato lo stesso anche da bambina: già odiavo quell’uomo perché non si faceva vedere mai, neanche una volta, immaginami quando appresi la verità».
«Al tuo posto avrei provato lo stesso», la compatì Lucy.
«Parlami dei tuoi nonni: sono bravi con te?».
«Sì, anche troppo a volte, mi viziano. Non si sono mai lamentati del fatto che sembrassi più un maschiaccio e pure poco femminile. Sono davvero contenta di loro: hanno sempre avuto particolare cura di non ferirmi, anche quando mi hanno parlato dell’incidente aereo, di questo gli sono molto grata».
«Sono contenta per te, vorrei poter dire la stessa cosa, ma i miei zii lavorano, trascorrono la maggior parte del tempo fuori casa e sembra che non gli importi nulla di quello che faccio: non li ho visti sorridere nemmeno quando li hanno informati del mio elevato quoziente intellettivo. Non sanno minimamente tutta la fatica che comporta essere un genio, quanti giorni ho passato sopra i libri per affinare il mio potenziale. Eppure, in fondo, anche se me ne lamento, gli voglio bene, sono la mia famiglia e tutto l’affetto che mi rimane, dato che su mio padre non ho potuto contare minimamente».
Erika non riuscì a trattenere una lacrima dopo lo sfogo e Lucy, premurosamente, gliela asciugò con un tovagliolo di carta pulito, naturalmente.
«Hai avuto molto da sfogare oggi. Fai bene: non tenerti tutto dentro, continua, se c’è qualcos’altro che ti tormenta è meglio buttarlo fuori», la esortò incoraggiante.
«No, ho già finito. Non trovo le parole per ringraziarti: sei la prima coetanea che invito a casa mia e l’unica che mi abbia ascoltato veramente. Non quello stronzo di mio padre, nemmeno i miei zii impegnati, con te è tutto diverso, sembra che tu mi legga nell’anima», le confidò Erika.
«Lo so, empatizzare con qualcuno è una sensazione stupenda, vero? Ti tira su. Adesso parli così perché davanti a te ci sono io, ma sono sicura che un giorno saranno centinaia… migliaia le persone che ti daranno un motivo per sorridere».
«Che significa?» finse di fare la finta tonta, ma in fondo lo sapeva.
«Significa che mi hai convinto. Non capisci, Erika? La tua idea di diventare super eroine ci porterà a conoscere una folla, anzi, una moltitudine di gente. E i loro ringraziamenti sinceri, uniti all’altruistica speranza che arrecheremo a loro, saranno pane quotidiano per la nostra determinazione!» s’infiammò Lucy e la compagna annuì compiaciuta.
«Sai, Lucy, sei più saggia di quanto mi aspettassi. Ora comprendo perché siamo andate d’accordo fin da subito. Troveremo sicuramente sia un nome adatto al nostro duo sia due costumi appropriati perché già non vedo l’ora di cominciare questa fantastica esperienza insieme a te».

 

Non era solita accettare telefonate poco prima di andare a dormire, ma, trattandosi di Erika, Lucy fece un’eccezione. Rispose al terzo squillo.
«Ehi, scusa il disturbo: che ne pensi di ILLUSION FLOWERS?» udì la domanda mentre disfaceva il letto.
«ILLUSION FLOWERS… Suona bene, sì, mi piace. È stupendo Erika!» approvò.
«Reggiti forte, perché ho pensato anche ai nomi singoli: io mi chiamerò Angelo Fatato e tu Divina Stella», l’informò con incontenibile entusiasmo.
«Ok. Quindi imparerai davvero a volare?» s’interessò Lucy, sedendosi sul bordo del suo letto.
«Mi sto allenando: non sono ancora perfetta, il corpo levita lentamente, ma dammi ancora qualche giorno e avrò fatto enormi progressi», la mise al corrente Erika.
«E perché hai scelto Divina Stella per me?» s’informò.
«Il tuo potere mi riporta alla mente gli studi sull’antica divinazione astrale. Ti sta molto bene», motivò la sua scelta. In effetti aveva senso.
«D’accordo. Aggiudicato!» diede nuovamente la sua approvazione, sorridendo al riflesso dello specchio posizionato sull’anta destra dell’armadio a muro.

 

«Pensavo ai costumi: io sono il tipo che veste sempre allo stesso modo, il classico maschiaccio che sta comodo solo in jeans oppure meglio con le tute da ginnastica, non so se riuscirò ad abituarmi all’idea di mettermi vestiti originali come costumi», riferì in una conversazione di qualche giorno dopo.
«Non importa, li farò realizzare da una sarta molto brava, amica della zia, dopo che le avremo fornito alcune direttive per avere un’idea sul genere che ci si addice di più. Intanto mi segno che tu vuoi ci sia la tuta», assicurò Erika, sempre per via telefonica. A differenza della volta precedente, si stavano sentendo prima di recarsi a scuola.
«D’accordo, così superiamo l’ostacolo del vestito, ma mi chiedo una cosa: come faremo a trovare persone da salvare in una città tranquilla come la nostra? Hai pensato a qualcosa in particolare?» chiese Lucy, esaminando la camicetta per controllare che avesse fissato i bottoni nelle asole giuste. Quel giorno aveva scelto di indossare la sua preferita, a strisce bianche e blu, sopra dei comodi jeans.
«Io suggerisco di non pensarci adesso, ci preoccuperemo quando sarà il momento. Forse basterà cercare con molta attenzione, perché come sai il male può essere imprevedibile: si nasconde dietro l’angolo e attacca quando meno ce lo aspettiamo».
Entrambe, spostandosi per casa, conversarono altri cinque minuti del più e del meno prima di chiudere la chiamata, altrimenti avrebbero perso l’autobus.

 

In seguito, mentre aspettavano la realizzazione del costume da super eroine, occuparono il garage di Lucy, dal momento che era abbastanza capiente e spazioso, per allenarsi occasionalmente e anche perché i suoi nonni non se ne servivano da anni.
Diedero una ripulita con scopa e paletta, poi si dedicarono a progredire per il loro esordio come super eroine.
Lucy voleva insegnarle qualche mossa di karaté e qualche mossa di judo perché potesse servire anche a Erika contro dei probabili criminali amanti del corpo a corpo in cui avrebbero potuto imbattersi le due ragazze.
Con una musica ritmata e motivazionale, tanto intensa da infondere una bella carica, Erika si scaldò e Lucy si improvvisò istruttrice: la prima dovette ammettere che la seconda sembrava molto portata in questo specifico ruolo, la seguiva pazientemente e la correggeva dove sbagliava la postura o alcuni movimenti delle braccia. Magari se il progetto eroico non andava a buon fine, da grande lei avrebbe potuto intraprendere proprio quel mestiere di insegnante pratica, pensò il piccolo genio. Trascorsero due ore così, Erika e Lucy, divertendosi a modo loro e così anche il giorno dopo e quello dopo ancora, sempre con in mente ben chiaro l’obiettivo che si erano poste fin dall’inizio: presentarsi come eroine preparate a tutto, senza paura.

 

E giunse anche il giorno tanto atteso in cui Erika avvisò Lucy che la sarta aveva finito di cucire i costumi di entrambe secondo le loro specifiche direttive: il costume della prima consisteva in un vestitino rosa e azzurro con tutù, un tessuto bello ma resistente, una calzamaglia bianca e una mascherina dello stesso colore, stivaletti con delle alucce applicate a livello delle caviglie dietro e un paio di ali un po’ più grandi da fissare alle spalle. Il costume dell’altra comprendeva invece il pantalone nero di una tuta e la mascherina altrettanto nera, una t-shirt gialla sportiva alla quale la sarta era stata perfetta ad applicarvi mezze maniche a sbuffo di colore dorato, in modo che ricordasse una stella sopra un cielo buio. Anche a livello delle cosce aveva applicato dei tulle che richiamavano il giallo e le aveva fabbricato una spilla per capelli a forma di stella.

*

Un giorno, Erika decise di non prendere l’autobus e di raggiungere la scuola a piedi. Si alzò un’ora prima del solito e uscì, con l’intenzione di servirsi della passeggiata mattutina per monitorare la situazione sulle strade che conducevano a scuola.
Lo zaino era più appesantito del solito poiché dentro vi nascondeva il suo costume sgargiante: magari le sarebbe servito e in un certo senso fu accontentata.
Mentre camminava dispiaciuta di non aver potuto coinvolgere nella camminata anche Lucy – che avrebbe passato proprio quella mattinata in clinica a fare compagnia ai suoi nonni, mentre loro si facevano gli esami per la pressione e altri accertamenti vari -, la giovane sentì un urlo di protesta provenire da un vicolo adiacente. Incuriosita, si precipitò sul posto esatto e vide due loschi figuri che pestavano un ragazzo cercando di tirargli lo zaino dalle spalle.
Era la sua prima occasione, non poteva lasciarsela sfuggire. Si inginocchiò dietro a un cassonetto, si tolse la divisa scolastica rimanendo in body e calzamaglia, indossò svelta il vestitino e gli accessori che avrebbe completato il costume e fu presto pronta a intervenire.
«Altolà!» esclamò con i pugni ben piazzati sui fianchi, facendosi vedere dai presunti ladri. Solo uno dei due si voltò a guardarla e scosse la testa, come a non preoccuparsene.
«Sono Angelo Fatato, la vostra rovina. Lasciate stare immediatamente quel ragazzo se non volete passare guai seri!» si presentò simulando un tono autoritario.
I due uomini riuscirono a stento a trattenere una risata, facendosi beffe di lei e sottovalutandola. Si aspettava che sarebbe andata a finire così: ci sarebbe voluto il suo tempo per essere riconosciuta dai cattivi come l’eroina che mandava a rotoli i loro piani criminali e li fregava con la sua intelligenza. Si servì di alcuni bastoni individuati vicino al cassonetto dei rifiuti, li spostò con la mente e quelli assistettero esterrefatti a queste armi improvvisate che li colpivano e li scansavano dal ragazzo a terra senza che nessuno li tenesse in mano. Senza perdere la concentrazione sul suo potere mentale, Erika travestita da Angelo Fatato si fece più vicina al malcapitato per assicurarsi che stesse bene.
«La mia collega li avrebbe affrontati a mani nude, ma io sono più brava a giocare con la mente. Va tutto bene, adesso sei al sicuro», disse con malcelata soddisfazione personale.
«Decisamente brava. Non so chi tu sia, ma sei davvero incredibile, ti ringrazio per avermi salvato. Il mio nome è Pietro e spero di rivederti ancora in azione», si presentò il ragazzo, sorridendo malgrado avesse il labbro spaccato e sicuramente celasse qualche livido qua e là. Doveva avere all’incirca la sua età, i capelli corti e di quel biondo che ricordava le spighe di grano, gli occhi sottili nei quali risaltavano delle iridi chiare, non si capiva se grigie, blu o un misto di entrambi i colori, una sfumatura che la rassicurava. Lo trovava carino. Era mingherlino e dinoccolato, con l’unico difetto del naso aquilino, ma le fece più effetto di un tipo palestrato, si sentì intenerita nei suoi riguardi e anche pervasa da un altro stato d’animo che non riusciva a inquadrare.
«Non finisce qui».
«Ci vendicheremo».
Da poco lontano giungevano alle sue orecchie le frasi rancorose dei fuggitivi, ma a Erika, alias Angelo Fatato, importava solo di aiutare il ragazzo.
«Vuoi che ti accompagni lungo la strada? Per evitare che attacchino di nuovo», tentò di persuaderlo, proprio per essere sicura che non gli accada nient’altro di spiacevole.
«Me la cavo, non preoccuparti. Arrivederci!» la salutò.
Lo vide rivolgerle un sorriso puro e riconoscente, prima di andare via di corsa, come se nulla fosse accaduto. Forse aveva un impegno e non poteva trattenersi oltre; a tal proposito, anche Erika ricordò che doveva entrare a scuola, per cui si affrettò a rintanarsi nella parte più nascosta del vicolo per cambiarsi.

 

«Hai visto, Erika? Non avevo ragione? Te l’avevo detto che avremo potuto parlare con le persone che salviamo. Come si chiama?» volle sapere Lucy, appena era riuscita a liberarsi per mettersi in contatto con l’amica e poi essere informata nei minimi dettagli da Erika riguardo alla prima missione senza di lei, ma la prossima volta non sarebbe mancata, avrebbe fatto di tutto per essere con la partner.
«Si chiama Pietro ed è molto carino. Non mi dispiacerebbe ritrovarlo…» le confidò.
La mattina dopo, Erika era così felice che riuscì a stento a seguire la lezione di storia e filosofia, si distraeva in continuazione ripensando al ragazzo, non le era mai accaduto prima: che le si stessero manifestando i primi sintomi di una cotta in piena regola?
Alla fine della lezione, Lucy la raggiunse per portarle una notizia a suo parere bellissima: nella sua classe si era trasferito un nuovo compagno di nome Pietro, che corrispondeva perfettamente alla descrizione che lei aveva fatto del ragazzo che aveva salvato.
«Portami con te: desidero rivederlo», la pregò.
«Aspetta, ragiona, una delle condizioni che ci siamo poste riguarda il fatto che non dobbiamo mescolare la nostra vita da eroine con quella privata. Sai che se lo incontri non puoi rivelargli che sei la sua salvatrice, vero?» le ricordò Lucy, assottigliando lo sguardo per apparire più severa e rigorosa.
«Lu, lo so bene, non mi sta dando di volta il cervello: vorrei soltanto conoscerlo un po’ meglio», replicò, gesticolando un po’ con le mani.
Mentre parlottavano di questo, uscendo dal cortile dell’edificio scolastico, videro proprio Pietro seduto sul muretto, con le cuffie sulle orecchie e gli occhi chiusi, chiaramente preso ad ascoltare musica e a estraniarsi dal mondo circostante.
«Toh! Parli del diavolo e spuntano le corna», scappò a Lucy, accorgendosi poi che la sua amica era partita con la testa: fisicamente sembrava ferma immobile accanto a lei, ma la mente era indiscutibilmente altrove. Non era difficile immaginare che dentro di essa il cuore stesse battendo all’impazzata, notò le mani in fermento, un po’ quiete e un po’ tremanti, finché non le strinsero forte il braccio.
«Cielo, Lucy, mi sento strana! Cosa mi succede? Possibile che io sia attratta da lui?» farneticò Erika, facendosi tutta rossa.
«Attratta da lui?! Scherzi, neanche lo conosci!» parlottò a mezza voce, stando all’erta.
Chi non avesse avuto una vista buona e attenta, avrebbe pensato che il cespuglio dietro di lui si muovesse da solo, ma Lucy aveva individuato chiaramente una mano sfiorare l’aria. Forse si trattava proprio di quei due banditi e il ragazzo correva seriamente il rischio di un altro assalto. Lucy spostò lo sguardo verso Erika e le bastò questo a capire che l’amica era fuori gioco e che toccava a lei intervenire. Prese istantaneamente una decisione di cui non si sarebbe affatto pentita e seppe cos’era meglio fare: si avvicinò al muretto e si sedette accanto a Pietro, ancora intento ad ascoltare la musica. Poteva sentire chiaramente bisbigliare i due criminali, ma cosa esattamente si dicessero non lo capiva. Si era accorta che i due erano armati di bastone. Loro non avevano notato lei, le pareva, non subito almeno, per questo il piano le riuscì bene. Successe tutto in un attimo: scansò Pietro di lato e incassò le bastonate, venendo colpita violentemente alla testa e alla spalla. Volendo avrebbe potuto benissimo metterli ko in un istante, ma pensò che così fosse più eroico agli occhi di Erika, la quale urlò: non se l’aspettava, era attonita e basita, ma se non altro si era ripresa dal suo torpore sentimentale.
«Pietro, distraili, vado a cercare aiuto!» si finse spaventata dall’aggressione, facendogli però capire che era più utile se si allontanasse da lì. Pietro annuì e parlò ai due ladruncoli: «Siete impazziti? Volete ucciderci, per caso? Desiderate così tanto arraffare dei fottuti soldi che non ve ne importa niente delle persone indifese: e se le avete spaccato la testa? E se non si riprenderà mai più dalla botta? Povera ragazza…» recitò la parte melodrammatica.
«Oggi abbiamo deciso di non accontentarci delle vostre borse: vogliamo essere più cattivi e ripagarvi adeguatamente delle bastonate prese ieri per colpa di quella tua amica mascherata con un costume ridicolo. Il mio amico nasconde anche una pistola, perciò, se non ti farai conciare per le feste con il mio bastone, passeremo agli spari».
«Brutto stronzo! Smettila di parlargli così!» trillò una voce e oltre un metro loro videro che Angelo Fatato era arrivata in soccorso dei due malcapitati, puntando il dito contro i tipi loschi e sleali.
«Come avete osato picchiare una ragazza innocente e minacciarne un altro di morte, eh? Stavolta vi darò una bella lezione: evidentemente l’altra volta sono stata troppo clemente con voi».
«Provaci pure se riesci».
«Sì, non chiedevo altro», ringhiò Erika e la rabbia che covava in quel momento era così turbolenta che rafforzò il suo potere al punto da farla scattare verso l’alto. Stava volando in modo perfetto, ma non aveva tempo per congratularsi con se stessa, si concentrò per portare anche i due banditi a mezz’aria, facendoli salire fino alla cima dell’albero più alto presente in quel luogo. Alcuni passanti si fermarono per assistere alla scena incredibile, strabuzzando gli occhi e indicando un po’ la giovane eroina e un po’ i cattivi, che si agitavano in cielo come pesci fuor d’acqua.
«Maledizione! Che cosa aspetti, idiota? Hai la pistola, no? Tirala fuori e spara un colpo al suo amico», lo esortò terrorizzato dall’altezza raggiunta e temendo di sfracellarsi al suolo.
Incitato dal compare, il ladro armato impugnò la pistola carica, la puntò con la canna rivolta verso Pietro e urlò alterato: «Se non ci fai scendere subito lo ammazzo, hai capito? Lo faccio fuori!» esclamò.
Le persone ancora incredule che stavano assistendo all’atto di eroismo di Erika trattennero il fiato e anche Pietro temette per la propria vita, ma al tempo stesso confidava in Angelo Fatato e decise di rimanere immobile e di fissarli con aria di sfida.
«No, tu non lo farai!» sbottò Erika, rimanendo concentrata. Contemporaneamente la pistola sfuggì alla presa dell’uomo, spinta da una forza mentale irresistibile. Volò fino alla giovane mascherata, che la svuotò dai proiettili contenuti nella fondina e poi mise tutto dentro una borsa a tracolla che aveva “preso in prestito” da una spettatrice in basso.
«Adesso, per punizione, salirete ancora più su. Poi, arrivati a un certo punto, inizierete a precipitare: voglio proprio vedere se dopo avrete ancora voglia di dare fastidio alla gente che pretende solo di essere lasciata in pace, senza temere furti o aggressioni».
Così fece. Infine, li bloccò a qualche centimetro dalla terra e allora Pietro si assicurò di legarli per bene con una corda fra i polsi e un’altra fra le caviglie in modo da non permettere loro di fuggire fino all’arrivo della polizia. Nel frattempo, Erika ne aveva approfittato per cambiarsi dentro una cabina del telefono e dopo tornare indietro dalla sua amica, che essendo svenuta lei aveva fatto levitare delicatamente deponendo il suo corpo alto e slanciato sopra una panchina verde.
«Mi dispiace per lei, dovevo esserci io al suo posto», si rammaricò Pietro.
«Forse aspira a diventare una super eroina, chissà…» replicò Erika, vagamente allusiva.
«Angelo Fatato è stata fenomenale, peccato che tu non l’abbia vista», la informò con enfasi.
«S-sì, peccato».
Quando Lucy riprese i sensi, iniziò a massaggiarsi la parte lesa e un senso di sollievo invase il suo corpo: si stava rimettendo in sesto senza farlo notare a nessuno, solo Erika sapeva che quel suo modo di muovere le dita aveva del miracoloso.
Pietro la ringraziò e Lucy annuì sorridendo in modo serafico.
«Perché l’hai fatto? Avresti potuto benissimo difenderti dal loro assalto», chiese l’altra in un momento propizio in cui Pietro aveva rimesso le cuffie e non badava minimamente a loro.
«Scherzi? Non avevo il tempo di mettermi il costume e assumere l’identità di Divina Stella che abbatte i criminali con efferata precisione degna di una karateka, perciò ho agito d’istinto. Sono stata comunque eroica, no? E inoltre, da quel che ho capito mentre voi due mi raccontavate brevemente i fatti, sei riuscita a cavartela molto bene anche da sola. Bravissima, sono fiera di te».
«I-in realtà mi sono spaventata. A-avevo paura che ti avessero colpito seriamente…» singhiozzò Erika, senza vergognarsi di mostrare la propria sensibilità alla sua partner.
«Ci vuole ben altro per farmi fuori. Su, abbracciami», la rassicurò addolcendo il tono della sua voce.
Ed Erika si consolò racchiusa in un goffo abbraccio con la sua migliore amica, ormai non aveva più dubbi in proposito: le voleva bene come se fosse una sorella.

*

L’occasione per stare sola con Pietro, la sua prima cotta, si presentò un mese dopo, quando Erika volle fare una piccola follia e pedinarlo sulla strada per il ritorno per scoprire dove il ragazzo abitasse. Si trattava di una via quasi deserta e poi di un sentiero che ella non aveva mai imboccato prima d’ora, una salita alberata che terminava con una scalinata di pietra. In cima alle scale, trovò il vecchio cimitero della città e questo le fece quasi sgranare gli occhi: non ci era mai stata perché sua madre riposava nel nuovo camposanto, che si trovava da tutt’altra parte.
«Sta di fatto che i cimiteri non mi piacciono», si disse, proseguendo nel pedinamento, prestando attenzione a non farsi vedere dal misterioso Pietro – e che mistero aveva appena scoperto, non l’avrebbe mai reputato tipo da frequentare luoghi silenziosi, antichi e lugubri al tempo stesso. Lo seguì a distanza attraverso una lunga fila di lapidi e monumenti sepolcrali, muovendosi a zig zag per nascondersi quando sembrava che il ragazzo si stesse girando per guardare dalla sua parte.
Quando lui si fermò proprio di fronte a un basamento particolare, con una statua raffigurante un’aquila con le zampe ricurve su quello che sembrava un trespolo di pietra e gli occhi incastonati di gemme colorate, Pietro spostò con la mano una di queste zampe verso destra. In questo modo il monumento si spostò con un rumore cupo, rivelando l’ingresso di un passaggio sotterraneo.
Erika non credeva ai propri occhi. L’altro si voltò un’ultima volta e lei ebbe la prontezza di riflessi di spostarsi appena in tempo dalla sua visuale, sperando che in alcun modo l’avesse vista oppure avesse sospettato di essere stato seguito, proprio in quel momento che le cose iniziavano a farsi interessanti le sarebbe dispiaciuto interrompere quel pedinamento alla scoperta dei misteri del suo presunto primo amore. La giovane non stava più nella pelle.
Appena lui scese i primi gradini, si avvicinò lentamente, circospetta, senza produrre alcun rumore finché non lo vide sparire all’interno. Attese altri due minuti per essere sicura, poi mosse i primi passi verso l’entusiasmante discesa nell’ignoto passaggio all’interno del vecchio cimitero. Si ritrovò presto all’ingresso di un tunnel longilineo illuminato da alcune torce appese alle pareti, torce ideate in modo che mantenessero una luminosità costante: la ragazza studiosa non riteneva possibile che lui le avesse accese sul momento, dovevano essere già illuminate per conto loro. Percorse la galleria sempre con passo controllato e sostenuto, finché non sussultò quando una mano proveniente dal muro alla sua destra le arpionò il braccio: l’eco del verso risuonò per qualche secondo ed Erika scoprì con sommo stupore che non aveva notato che quella parte della parete si potesse spostare e che dietro essa si fosse nascosto il ragazzo che stava seguendo. Era stata scoperta: arrossì, ma non capiva se per il senso di colpa o per la sua vicinanza, la stava guardando fisso. Non si capiva se fosse arrabbiato, deluso o altro.
«Ecco… io… p-posso spiegare».
«Non temere. Puoi seguirmi. Ho l’impressione che tu sia una tipa discreta e non rivelerai nulla di ciò che farò, vero?» affermò lui.
«Altrimenti mi ucciderai e ti disferai del mio cadavere?» ironizzò lei.
«Questo mai. Sei troppo gentile per meritare la morte», disse.
Dopo questo brevissimo scambio di battute e conseguente arrossamento del viso di Erika, lui la prese per mano e la condusse fino a una grande stanza con le pareti scavate nella roccia, piena di graffiti e solchi sulle colonne portanti. A questo punto Pietro la lasciò libera ed estrasse un sacchetto contenente una polverina scura dalla tasca della divisa scolastica, cospargendola intorno a due sarcofaghi d’argento sporco. Prese quattro bastoni che erano accostati alle pareti della grotta e li dispose in modo verticale attorno ai due oggetti antichissimi. Finito ciò, il giovane congiunse le mani come se pregasse, chiuse gli occhi e li riaprì dopo qualche istante di meditazione: a questo punto allargò le mani verso l’alto ed Erika pensò sgomenta che mai lo avrebbe associato a un simile rito evocativo, ma chi intendesse esattamente richiamare lo avrebbe scoperto di lì a poco. Se per caso si trattava di qualcosa di negromantico, oppure di pericoloso per la città e i suoi abitanti, ovviamente da brava eroina avrebbe dovuto sventato il suo piano, qualunque esso fosse.
«O gloriosi spiriti di migliaia d’anni fa, fatemi l’onore di apparire al mio cospetto. Dopo aver sparso le ceneri delle ossa dei vostri discendenti, dopo aver sistemato i quattro sacri bastoni del richiamo, io vi invoco dall’oltretomba, affinché rechiate aiuto a me, un misero essere mortale che vi richiama e alla sua ospite, che oggi veniamo umilmente a farvi visita. Zelda, Alastor, sorgete adesso e riportate i vostri spiriti nel mondo terreno!» invocò con tono serio.
Molto presto, la risposta degli spiriti misteriosi si manifestò con un piccolo rombo che scosse la terra e una luce sfolgorante penetrò da una fessura in alto fino ad avvolgere entrambi i sarcofaghi. In mezzo alla stanza, quando la luce si fece più debole e soffusa, Erika a bocca aperta vide comparire per davvero due figure evanescenti e altissime che aleggiavano sopra le loro teste. Era semplicemente stupefacente e andava contro ogni logica che lei da sempre seguiva. Pietro, al contrario, sorrideva allegro come se si trovasse davanti a due vecchi amici che non vedeva da tempo.
«Benvenuto nella dimora eterna di Zelda e Alastor, mio giovane sciamano. In vita siamo stati due grandi e giusti sovrani, saggi e temerari. Cosa ti porta ad evocarci nel mondo dei viventi?» parlò la voce velata e melodiosa dello spirito femminile.
«Mia signora, ho conosciuto invero una super eroina che mi ha salvato in un paio di occasioni. Non so il suo vero nome, ma ha scelto di essere riconosciuta come Angelo Fatato. Il mio desiderio è di aiutarla nelle sue prossime missioni di salvataggio, perciò vi chiedo, sempre con tutto il dovuto rispetto, se vorrete essere i miei spiriti custodi e vi prego di assistermi nelle battaglie».
Prima di rispondere, i due spiriti si avvicinarono come per consultarsi in un muto dialogo. Erika guardava Pietro e non credeva alle proprie orecchie: lui, il primo che le faceva galoppare il cuore, si era spinto fin là per chiedere di rendersi utile proprio a lei?
Già il fatto di averlo conosciuto rappresentava una grande benedizione, un po’ come essere diventata la migliore amica di Lucy, una ragazza davvero speciale e gentile malgrado la passione per le arti marziali.
«Come spiriti siamo pacifici, non desideriamo prendere parte alle battaglie degli umani. Tuttavia, giovane sciamano, abbiamo una soluzione alternativa da offrirti: in questo stesso luogo, in superficie, ti recherai vicino agli alberi d’ulivo e troverai una lapide in cui riposa un condottiero valente e coraggioso. In vita era un mio leale servitore e fedele amico, non deluderà le tue aspettative. Se sarai abbastanza forte da contenere il suo potere, non avrai alcun problema a richiamarlo e a usarlo per i tuoi nobili scopi. Tuttavia, sii attento e valuta bene la scelta: se non ne sarai degno, la tua mente impazzirà dal dolore e non ti riprenderai più», lo mise in guardia la voce solenne e vibrante del re fantasma. Tuttavia, nemmeno l’avvertimento poco consolante, il monito un tantino ansiogeno, riuscì a incrinare il sorriso ottimista di Pietro, che Erika sentì di ammirare: conquistata, sospirò fra sé poggiando il palmo all’altezza del cuore ballerino.
«Vi sono riconoscente», rispose il ragazzo, intrecciando le dita dietro la nuca con atteggiamento davvero spensierato.
«Buona fortuna, giovane sciamano. E auguro un buon viaggio anche alla tua amica: le attendono dure prove da affrontare».
Con questa frase emblematica, i due spiriti sfumarono fino a scomparire, la luce tornò fioca e la giovane accolse l’augurio con un groppo alla gola. Di certo Pietro non era messo meglio: doveva essere più agitato di lei per ciò che lo aspettava, anche se in apparenza sarebbe sembrato uno che andava a intraprendere una piacevole scampagnata in montagna e non un rischio per la sua vita, disinvolto e a suo agio fra gli spiriti e i fantasmi: che scoperta insolita questa!
«Ehi, Erika, tutto bene? Sei impallidita per quello che ha detto la regina Zelda?» si premurò di chiederle, dopo aver incrociato il suo guardo che lo scrutava.
«N-no… Forse», replicò insicura, distogliendo gli occhi nocciola.
«Non preoccuparti per me, io sono forte, lo spirito del condottiero mi accetterà sicuramente», convenne.
«In ogni caso ti accompagno: penso sia meglio che tu non rimanga da solo», decise Erika.
«Sei molto gentile».

 

Era una lapide bianca dalla forma rettangolare. Semplice, per nulla elaborata. Era sicuro che appartenesse a un generale?
«Non è detto che questo luogo corrisponda all’esatta collocazione della sua tomba. Sono trascorsi moltissimi anni: questa lapide è solo un segno, però sarà sufficiente per completare l’evocazione», chiarì Pietro di fronte alla perplessità evidente di Erika.
«In effetti mi pare strano, la nostra non è una città importante. Anche quei due sarcofaghi erano due copie di quelli originali, vero?» suppose la giovane.
«Sì, li ha realizzati un mio antenato».
«Davvero? Non finisci più di sorprendermi…» replicò Erika, con l’ennesimo bisogno di distogliere lo sguardo da lui, che sedette al suolo, a gambe incrociate e le spiegò che doveva mettersi in posa meditativa e aspettare l’avvento dello spirito. Chiuse gli occhi ed Erika ritenne che fosse meglio non disturbarlo oltre con le chiacchiere: non che gli parlasse molto, si trovava ancora in imbarazzo in sua presenza, però sentiva che pian piano iniziava ad abituarsi. Sedette sopra un sasso grande abbastanza per permetterle di appoggiare il posteriore, anche se scomodo. Levò gli occhi verso la mezza luna, lontana nel cielo in procinto di farsi scuro per l’avvento della notte imminente. Non si era accorta fossero passate delle ore dall’inizio del pedinamento: aveva scritto in un messaggio inviato ai suoi zii di non preoccuparsi se avesse fatto tardi, ma sperò ugualmente di tornare in tempo per mettere qualcosa sotto ai denti. Iniziava ad avere i crampi allo stomaco e non aveva con sé né una merendina né un panino. Scomodare Lucy era fuori discussione, non voleva farla preoccupare e poi, sapendo che verso quell’ora era abituata a fare le sue flessioni con la musica a palla – era una sua abitudine per smaltire la cena – non le avrebbe risposto. Le scrisse ugualmente un semplice “come va?”, che significava “sto pensando a te. Se mi rispondi ti dico di raggiungermi”. Non seppe come, ma la meditazione di Pietro durò meno di quanto lei avesse presagito nella sua ignoranza sull’argomento “sciamani” e per la seconda volta lo vide alzarsi e declamare un’invocazione, pronunciando solamente un nome: Iridian.
«Iridian?»
«Sì. Mi si è rivelato durante la meditazione, sta per comparire al nostro cospetto», la informò mentre la ragazza si posizionava al suo fianco, leggermente in ansia.
«Chi osa disturbare il sonno eterno del grande condottiero Iridian? Chi di voi?» tuonò.
Erika arretrò di un passo, mentre Pietro alzava il braccio.
«Io ti ho invocato. Sono uno sciamano, lei è qui solo per farmi compagnia», gli rispose senza alcuna paura.
«Giovane sciamano, parla, cosa vuoi sapere da me?» continuò, diminuendo di pochissimo il tono solenne e autoritario.
«Mi faresti l’onore di essere il mio spirito custode?» avanzò la sua intenzione, il motivo per il quale si era spinto fino al cimitero e che finalmente era vicino alla sua realizzazione. Mancava solo un ultimo, fondamentale passaggio e lui era determinato a superarlo.
Da allora in poi, Erika non avrebbe mai messo in dubbio il coraggio di Pietro, perché solo un temerario avrebbe potuto avanzare una richiesta simile a un colosso così spaventoso, ma spaventoso non in senso negativo: era davvero imponente ed emanava un potere di comando invidiabile. Pur essendo evanescente, si potevano notare i lineamenti rigidi e la postura inflessibile sotto l’uniforme che evidentemente portava in vita.
«Prima devo metterti alla prova, giovane sciamano. Se ti riterrò degno, la mia risposta sarà affermativa», parlò lo spirito antico e Pietro annuì. Allora successe qualcosa di incredibile, a parere di Erika ancora più stupefacente dell’evocazione: Iridian si avventò su Pietro e lei capì che lo aveva fatto per prendere possesso del corpo e della mente del giovane. Lo vide piegare il busto e resistere al controllo del condottiero, emettendo talvolta dei versi di sofferenza, segno che si stava sforzando. In cuor suo Erika non poté far altro che confidare che tutto andasse per il meglio, che non si realizzasse la peggiore delle ipotesi – cioè vederlo impazzire, sarebbe stato tremendo anche per lei: non si era nemmeno dichiarata, ma non doveva pensare, essere ottimista e avere fede era tutto ciò che contava.
«Ti prego, resisti, Pietro. Resisti, non mollare, puoi farcela», mormorò fra sé, incoraggiandolo e muovendo qualche passo verso il ragazzo, appoggiandogli una mano sulla schiena perché lei era vicina, non l’avrebbe abbandonato. Era anche pronta a rivelargli di essere Angelo Fatato, basta segreti, purché superasse quella prova difficile.
Allora Pietro si paralizzò. Non emise più alcun verso, rimase come una statua ed Erika indietreggiò nuovamente, pronunciando piano il suo nome.
«Ci siamo riusciti…» furono le sue prime parole, espresse in tono affaticato. «L’unione degli spiriti è stata un successo: siamo due in uno».
L’espressione tesissima della giovane andò a rasserenarsi pienamente quando lo vide tornare in posizione eretta, in una perfetta imitazione della posa del condottiero.
Alla fine, sulla via per il ritorno, questa volta diretti per davvero alle loro case, Pietro era felice: disse che al momento lo spirito del generale Iridian riposava in un anfratto della sua mente e che lui avrebbe potuto risvegliarlo nel momento del bisogno, così avrebbero lottato insieme come due entità in uno.
«Sono contenta per te».
«Grazie per essere rimasta».
«Pietro, devo rivelarti una cosa: probabilmente la mia amica Lucy si arrabbierà per la mia decisione presa senza consultarla, ma non è giusto che te lo nasconda, non dopo quello che ti ho visto fare oggi», parlò Erika e non balbettò, segno che non si sarebbe tirata indietro. Pietro non se lo meritava. La guardò inclinando la testa di lato, come un animaletto curioso.
«Cosa mi stai nascondendo?»

*

Era domenica mattina.
Lucy stava riprendendo la strada di casa, dopo essere stata invitata da Erika per una tazza di tè e aver ascoltato tutto ciò che lei ebbe da raccontarle riguardo alle vicende legate al cimitero.
Proseguendo lungo le strisce pedonali allo scattare del rosso, segno che si poteva attraversare senza temere di essere investiti, le passò accanto un uomo con il cappello e l’impermeabile grigi, pur se non stava affatto piovendo. Le camminò a fianco finché non le sussurrò: “Seguimi”.
La sua indole diffidente verso gli estranei la metteva in guardia, ma il suo sesto senso la spingeva a prestargli ascolto, come se seguendolo avrebbe scoperto qualcosa di davvero importante.
Magari si trattava di un criminale e lei avrebbe avuto la fortuna sfacciata di metterlo nel sacco come Divina Stella. Silenziosamente si fecero strada fra i passanti, finché l’uomo misterioso non svoltò a destra immettendosi all’interno di un vicolo. Non era un buon segno, ma in caso Lucy era pronta e agguerrita. Proseguì finché a un tratto non si fermò, assicurandole che voleva solo parlare e che lì orecchie indiscrete non avrebbero potuto cogliere la sua confessione. Innanzitutto sapeva chi lei fosse, conosceva bene Erika e anche i loro soprannomi da super eroine, anche se non centrava nulla con la loro vita, ma allora com’era possibile, li spiava o cosa?
«Così mi ferisci, piccola eroina. È questo il trattamento che riservi al padre della tua cara amica?» si sorprese, recitando la parte della vittima.
«Siete… Voi siete suo padre? Quello che l’ha abbandonata da piccola?» asserì seriamente Lucy, mettendo subito in chiaro che anche lei non era affatto all’oscuro delle cose.
Tuttavia, il resto di quella lunga e scioccante conversazione la fece ricredere riguardo ai lati oscuri della vicenda: non solo lui riferiva minuziosamente ogni particolare delle loro vite, tanto da darle la nausea, ma aveva tenuto nascosta la parte peggiore.
Uscì da quell’incontro in cui rimase ad ascoltarlo senza poter fare nulla, neanche dopo dei riferimenti sconcertanti e provocatori in cui attaccarlo sarebbe stato il minimo, ma si ritrovò impotente e sconcertata.
Non tornò subito a casa: preferì scrivere un messaggio ad Erika dicendole se per favore potesse farle una seconda visita. Si trattava di una questione della massima urgenza.

 

«Ho incontrato un uomo che sembrava uscito da un romanzo dell’orrore: basso, tarchiato, raccapricciante. L’unica cosa normale erano gli occhi, castani come i tuoi. Ero restia a seguirlo, ma alla fine ho acconsentito. Ha accennato con voce roca al passato, precisamente al volo di un aereo: quindici anni prima era salito su questo mezzo di trasporto e qui si era verificato un incidente gravissimo che l’aveva ustionato e sfigurato tutto. Ha detto di essere sopravvissuto per miracolo dopo aver tagliato alcuni fili dal pannello di controllo dell’aereo e di aver agito così per ripicca verso l’amante che lo accompagnava: voleva farle prendere un bello spavento e invece la situazione gli era sfuggita di mano tanto che venne coinvolto anche lui. Tuttavia fu l’unico a essere sopravvissuto in quel giorno nefasto, l’unico a essere abbastanza forte per farcela... E ti posso assicurare che sembrava fiero di ciò».
A questo punto la voce di Lucy si spezzò ed Erika cominciò a preoccuparsi per lei: era come se l’amica si stesse trattenendo per qualche motivo, la sua espressione era così cupa che non era facile, nemmeno per un piccolo genio, trovare il modo di rasserenarla.
Nella sua camera da letto, luogo preferito delle loro confidenze personali e non, era la prima volta che si respirava aria di tensione, che questa tensione si poteva quasi tagliare con il coltello.
«È stato indelicato... parlare di un simile incidente di volo proprio a te...», riuscì a risponderle, dopo aver trovato il coraggio anche se era interdetta.
«Non ci arrivi?» emise in tono amaro. «Erika, i miei genitori e... e quel mostro, loro... si trovavano sullo stesso aereo. Quindici anni fa. Potevano vivere... Hanno perso la vita a causa sua. È un assassino, un serial killer, un terrorista e in più... preparati, perché questa rivelazione è stata scioccante anche per me... Stento ancora a crederlo...», strinse i denti.
«Cosa? Lu, come stanno le cose? Cosa può esserci di peggio?» chiese Erika allarmata, aggrottando seriamente le sopracciglia scure e piazzandosi proprio di fronte a lei.
«È tuo padre, Eri. Lui ha causato tutta quella strage», confessò, scoppiando a piangere, coprendosi per la vergogna di farsi vedere così fragile il viso con le mani. La reazione dell’altra era assolutamente indecifrabile. Non era scioccata, piuttosto rimase di sale. Poi, di colpo, si riprese, muovendosi di scatto, spalancando la porta della camera e chiamando suo zio, cercandolo per avere qualche conferma. Non era al lavoro, a quell’ora. Lo raggiunse a passo di carica nel suo studio, gli chiese doverose spiegazioni, le pretese e quando lui non negò nulla finalmente esplose, s’infuriò, mentre il pover’uomo tentò di placarla e di dissuaderla dall’usare i suoi poteri in maniera incontrollata dentro casa, facendo sbattere sedie e cuscini contro la parete, mentre alcuni oggetti più leggeri ruotavano vorticosamente sopra le loro teste e il lampadario di cristallo oscillava pericolosamente: era bello ed era un peccato se cadeva, si sarebbe frantumato in mille pezzi!
«Non sfasciare tutto, controllati e ti prego, ascoltami: stai facendo il suo gioco, io lo so che tu non vuoi essere cattiva come lui. Tesoro, non lo sei mai stata e mai lo sarai...» le mormorò deciso, mentre cingeva la nipote suscettibile in un abbraccio mirato ad aiutarla. Anche Lucy, evitando un libro e un cestino volanti, giunse in soccorso dello zio della sua amica, unendosi a loro e sussurrandole fra le lacrime che le voleva bene, di non preoccuparsi minimamente, che questa tremenda verità sull’identità di suo padre non avrebbe rovinato la loro amicizia, che erano super e che avrebbero superato quell’ostacolo apparentemente insormontabile in barba a tutto e tutti. Erika si ritrovò protetta dal loro amore e grazie al calore umano che la circondava si calmò.

 

Non volle bere la sua tazza di tè. Chiese allo zio se potevano tornare nella sua stanza a discutere con calma su come affrontare quella situazione incresciosa. Si sentiva decisamente come la protagonista di un film ad alta tensione: voleva vomitare.
Erika si lasciò cadere sul proprio letto, mentre Lucy prendeva la sedia per sedersi di fronte a lei. Sarebbe rimasta per tenerla tranquilla: temeva che tornare a casa e lasciarla da sola a gestire uno stato d’animo ancora un po’ instabile sarebbe stato deleterio. Era sua amica e non poteva abbandonarla.
«Sai, Lu, io mi vergogno... Mi vergogno di essere sua figlia. Prima pensavo che fosse un bastardo, mi arrabbiavo con lui, ma non ci davo troppo peso. Ho continuato la mia vita come se nulla fosse. Tuttavia, adesso che so che razza di mostro sia diventato mio padre, non posso più fare finta di nulla... Deve pagare per ciò che ci ha fatto», parlò, gettando fuori amarezza e rancore.
«Ucciderlo non è la soluzione», fu la flebile e ragionevole risposta di Lucy.
«Non sto pensando a questo, anche se l’idea mi tenta. Dobbiamo affrontarlo da vere eroine, sconfiggerlo e assicurarlo alla giustizia. Non intendo togliergli la vita, ma desidero che almeno finisca in prigione per scontare i suoi crimini», si rianimò.
«Gli servirà una prigione di massima sicurezza, perché è come te: nel senso che possiede i tuoi stessi poteri, solo votati al male», intuì l’amica, ripensando all’incontro da brividi con quel pazzo.
«Sì, purtroppo li ho ereditati da quello, hai ragione. Tuttavia, lui è solo e invece io no: posso contare su amici straordinari come te e Pietro, che ormai sa chi siamo davvero», ammise, ritrovando un pizzico di fiducia.
«Avremo bisogno anche di lui, questo è sicuro, quindi non ti biasimo per aver infranto la promessa che ci siamo scambiate», sospirò Lucy, incrociando le braccia al petto.
«Come stabiliamo il giorno, l’ora e il luogo dello scontro? Ti ha lasciato detto come poterlo rintracciare?» s’informò, impaziente di far lavorare la sua mente su un piano ben strutturato.
«Ah, già. Ero così sconvolta che ho scordato di dirtelo: sarà lui a farsi vivo», l’avvisò.
«Mi auguro non ci lasci troppo sulle spine», disse, ritirando la mano, che era tesa per prendere un quaderno e appuntare qualcosa, ma poi aveva cambiato idea.
Le due compagne udirono, qualche secondo dopo, la chiave ruotare nella porta ed Erika, come un gatto, si rizzò istantaneamente in piedi, fissando truce quel punto della sua camera, nella posizione di guardia che le aveva insegnato Lucy.
«Non è tuo zio?» chiese retoricamente l’altra.
«Mio zio non ha la chiave».
La porta si spalancò ed entrambe scattando corsero verso quella direzione. Nello stesso momento anche la finestra si aprì a causa di una forza esterna: Erika e Lucy si fermarono sulla soglia, si voltarono e in ginocchio sopra il davanzale c’era la causa principale del loro tormento. Era giunta molto prima di quanto si aspettassero.
«Eccomi qui, sono tornato a casa. Non è ciò che hai sempre desiderato, figlia mia?» esordì l’uomo, sempre in cappello e impermeabile, sempre con le guance sfigurate. Aveva qualche ruga sugli occhi, però davvero ricordavano quelli di Erika.
«Vai al diavolo e restaci! Ti butto fuori, non meriti niente, non sei affatto il benvenuto!» sbottò la suddetta figlia, stringendo i pugni.
«Certo che sei cresciuta tanto, ti sei fatta una bella signorina: mi ricordi molto tua madre».
«Non nominarla nemmeno!» esclamò e fece per avanzare bellicosa contro di lui, ma Lucy la bloccò, tenendola ferma con un braccio solo.
«Erika, no! Adesso calmati. Regoleremo i conti con lui, ma non qui», la esortò a non cedere nuovamente alla rabbia più cocente: ci sarebbe stato tempo per esplodere, nel posto adatto.
«La tua amica ha ragione. E succederà prima di quanto voi possiate pensare o immaginare: ho organizzato tutto nei minimi dettagli per farvi piacere, eppure voi inveite contro di me. Capirete presto quanto io sia generoso a lasciarvi vivere questo sogno fantastico da eroine della società. Verrete con me. Adesso. Senza fare storie, da brave bambine», le stuzzicò, però rimasero ferme e asserragliate nella loro posizione.
«Dobbiamo prima stabilire le nostre condizioni», decise Lucy, parlando anche a nome di Erika, che se ne rimaneva forzatamente chiusa in un silenzio indignato.
«Delle vostre condizioni ne parleremo strada facendo: non vorrete certo che a una coppia di nonni amorevoli e a un ragazzo che gioca a fare lo sciamano accada qualcosa di brutto».
Per lei, tuttavia, questa fu la goccia che rischiava di far traboccare il vaso colmo. Un pettine con il manico appuntito roteò sul piano del comò e imboccò la traiettoria del suo viso: l’intenzione di Erika era di prenderlo in un occhio, perché ucciderlo non poteva, ma il padre arrestò l’accessorio femminile con lo stesso potere mentale che la caratterizzava.
«Questi trucchi di magia non funzionano contro di me: ti credevo più intelligente di così», la provocò, allungando la mano per prendere l’oggetto di proprietà della figlia, facendolo poi cadere con serafica noncuranza alle proprie spalle.
«D’accordo», cedette Lucy allo sporco ricatto: doveva impedire che succedesse qualcosa ai suoi adorati nonni, che l’avevano cresciuta con amore, che rappresentavano la sua sola famiglia, perciò sarebbe andata ovunque lui volesse per salvare loro la vita, per portarli fuori da una situazione pericolosa.
«Ci hai convinto: ti seguiamo», ringhiò Erika, perché col cavolo avrebbe permesso che capitasse qualcosa all’unico ragazzo che la ammirava sia come Erika che come Angelo Fatato: non avrebbe vinto quel mostro di un genitore, a costo di sacrificare la vita lei stessa un pazzo del genere andava fermato assolutamente!

*

L’atto finale si sarebbe tenuto all’interno di un palazzo abbandonato e fatiscente, situato in una zona di periferia. Vi erano arrivati con una macchina, ovviamente rubata, figurarsi se quell’uomo si facesse scrupoli di sorta ad appropriarsi di un veicolo altrui. Per tutto il tragitto né Erika né Lucy avevano proferito verbo, sbirciando di tanto in tanto il paesaggio fuori dai finestrini. Sarebbe stato il posto ideale per ingaggiare uno scontro senza coinvolgere persone innocenti. Appena scesero dalla macchina, fortunatamente, si ricongiunsero con i sequestrati legati a loro due: Lucy abbracciò i suoi cari nonni, sollevata di vederli senza un graffio, mentre Erika si buttò fra le braccia di un meravigliato Pietro, che non sapeva che cosa dire, essendosi trovato in mezzo a una vicenda privata che non capiva.
«Sono felice che tu sia qui», sussurrò la ragazza abbracciandolo stretto, per poi lasciarlo andare.
«Ok, va bene, basta perdersi in smancerie: loro rimarranno fuori, mentre voi due avrete il vostro scontro con me all’interno del luogo stabilito», li interruppe perentorio il mostro.
«Combatterò anch’io insieme a loro», si fece avanti Pietro.
«Tre contro uno? Per me non cambia, è solo un gioco, perciò sbrighiamoci», ribatté.
«È stato un gioco anche quando hai fatto precipitare l’aereo? Comunque non è la stessa cosa: non sottovalutarci solo perché siamo ragazzi e tu sei adulto», lo ammonì la figlia, mentre vedeva con la coda dell’occhio Lucy che bisbigliava rassicurazioni ai suoi tutori.
Per fortuna stavano bene: era questo che contava.

 

«Pss, Erika, alla fine dovrai darmi qualche spiegazione: stamane sono stato sequestrato senza sapere esattamente perché. È una cosa abbastanza inusuale da vivere di domenica mattina», la informò Pietro, camminando al suo fianco all’interno dell’edificio deserto.
«Ti dirò tutto, ma restiamo uniti», convenne la ragazza, tesa.
«Insieme vinceremo e poi potrai tornare a casa», aggiunse Lucy, condividendo il medesimo stato d’animo dell’amica: non si erano mai trovate in una situazione simile, era la prima volta, però di sicuro non si sarebbero ritirate. Il padre biologico di Erika andava assolutamente assicurato alla giustizia, che avrebbe fatto il suo corso.
Si ritrovarono in un androne abbastanza grande, forse la locazione più ampia all’interno del palazzo usurato dal passare degli anni.
Lo scontro cominciò e l’uomo non concesse loro un attimo di tregua, però erano carichi e non avrebbero mollato facilmente: l’intesa fra Erika e Lucy dava i suoi frutti, poiché la prima lo distraeva con qualche attacco mentale, mentre la seconda lo sorprendeva con calci ben assestati e pugni decisi, gli unici attacchi ravvicinati con il quale lei potesse rendersi utile. E quando Lucy veniva allontanata dai poteri dell’adulto, Pietro ne approfittava per sferrare il suo attacco con un bastone improvvisato come spada, servendosi delle conoscenze offensive del generale Iridian che albergava dentro di lui.
Guadagnarono qualche minuto di tregua quando Erika riuscì a far crollare addosso al padre una scala e lo scontro si interruppe. Si appostarono dietro una parete, pensando che la giovane avrebbe voluto elaborare una nuova strategia vincente. Tuttavia, quello che disse Erika li lasciò interdetti per qualche istante.
«Lucy, Pietro, siete stati bravissimi, veramente eccezionali. Avete fatto del vostro meglio. Adesso però lasciate che lo distragga da sola, mentre voi due uscite e portate al sicuro i nonni», stabilì con tono fermo. Non aveva più paura, non ne aveva mai avuta in realtà, dato che l’odio per suo padre era così forte da annullare tutto il resto e al momento lo percepiva amplificato.
«Non ti abbandono», proruppe Lucy, con un brutto presentimento.
«Non cambierai idea, vero?» chiese cauto Pietro.
«In fondo lui è mio padre: tocca a me contrastarlo, è un peso che mi tocca portare da sola», gli spiegò Erika.
«D’accordo, li porto in salvo e poi ritorno subito: non commettere pazzie nel frattempo, ok?» decise l’amica, anche lei in tono grave e sicuro.
«Non posso garantirlo».
La castana distolse lo sguardo.
«Erika, no! Devi promettermi che non farai nulla di troppo avventato», espresse la sua preoccupazione Lucy, poggiandole una mano sulla spalla.
«Va bene, amica mia. Vai con lei Pietro, per favore, io vi aspetto qui», acconsentì, pur sapendo, in fondo al cuore, che non avrebbe mantenuto neanche questa promessa. Sarebbe stata la seconda che infrangeva: non era molto corretto da parte sua, ma andava fatto.
«Contaci», disse Pietro ed Erika assorbì per l’ultima volta la sua fiducia incondizionata. L’unica cosa di cui si dispiaceva enormemente era che non gli avrebbe mai confessato i suoi sentimenti: di essersi perdutamente innamorata di lui, per tutto.
«Tornerò presto», garantì Lucy e lei sapeva che la compagna l’avrebbe fatto, però troppo tardi.

 

Lucy e Pietro ebbero il tempo di accompagnare i nonni di Lucy a una distanza di sicurezza, quando sentirono un forte rumore e tutti si voltarono allarmati, puntando i loro sguardi attoniti verso il palazzo, o quello che ne sarebbe rimasto.
L’avevano visto chiaramente, anche se da lontano, che l’edificio si accartocciava su se stesso, le fondamenta crollarono e un grande polverone si levò ingrigendo il cielo.
«Incosciente, no!» pensò una Lucy molto inquieta, pregando Pietro di rimanere con i suoi nonni a tranquillizzarli e poi partendo spedita, correndo a perdifiato verso i resti del campo di battaglia.
Non poteva semplicemente concepire l’idea di aver perduto una cara amica che era stata come una sorella per lei, rivelatasi come la più coraggiosa ed eroica fra tutte le ragazze conosciute.

 

°°°
10.000 parole.
Scritta per la sesta settimana del COW-T 9, missione due, prompt “Heroic gestures”.
Finale aperto.