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Promises I can't keep

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Fare una promessa è facile.
È tardi, e il sole sta lentamente calando dietro le dune del deserto. Fa freddo, quando il sole scende, ma nessuno di loro si preoccupa troppo. Ciò che davvero li preoccupa è che devono passare la nottata fuori, senza ripari, ed esposti a possibili attacchi di stand. Tutti sono nervosi, si guardano intorno continuamente, saltando per ogni minimo rumore. Abdul sta cucinando qualcosa, aiutato da Joseph di fianco a lui, e Kakyoin sta guardando l'intero gruppo muoversi in sincronia, ormai troppo abituati a quella vita che sembra più quella di un soldato che quella di un gruppo di persone in cerca di un modo per salvare qualcuno.
Tutti sembrano tesi, e Noriaki vorrebbe fare qualcosa. Non solo non va bene che siano così nervosi, ma quello stato d'animo potrebbe essere più dannoso di quanto potrebbe sembrare. Se uno stand nemico avesse deciso di approfittare del loro stato mentale di quel momento, sarebbe stato fin troppo semplice. E Noriaki non può permettere che i suoi amici vengano attaccati a causa di un momento di debolezza.
Ma è difficile trovare un modo per far rilassare tutti loro, così Noriaki deve inventarsi qualcosa di diverso dal solito. Si alza in piedi, abbandonando la piccola roccia che aveva usato come sedia fino a quel momento, e si avvicina a Jean Pierre e Jotaro, che stanno finendo di montare le tende per la sera.

"Hey, ragazzi. Perché non facciamo una sfida, hm?"

Jean Pierre è il primo ad alzare la testa e sorridere, probabilmente grato all'altro per aver proposto qualcosa di così leggero, e Kakyoin è sollevato. Sa di poter sempre contare sul francese per quelle cose. Senza di lui, quel viaggio sarebbe stato molto più difficile di quanto già non fosse.

" Certo! Che ne dite di un torneo di morra cinese? Semplice, non ci serve niente di che, ed è comunque difficile. "

Kayoin annuisce alla sua risposta, e Jotaro, di fianco a loro, sbuffa appena il proprio assenso. Noriaki è preoccupato, perché il ragazzo sembra lontano mille miglia da loro in quel momento, ma non ha modo di raggiungerlo. Non ora. Deve trovare un modo, ma ci vorrà del tempo. Forse, il gioco è quello che serve. Lo spera, dal profondo del cuore.

Joseph e Abdul si uniscono a loro, dopo aver finito di cucinare, e poggiano dei piatti di fortuna vicino a tutti. Una volta sistemato un tavolino tra di loro ed essersi seduti in cerchio, la partita inizia.
Il primo a venire eliminato e Polnareff, che perde rovinosamente contro Joseph, troppo scaltro e astuto per lui. Noriaki ride all'espressione delusa del francese, e gli altri con lui, e per un secondo il ragazzo riesce a vedere la tensione sollevarsi dal gruppo, mentre Abdul da un paio di pacche sulla spalla del francese, e Jotaro ride silenzioso nascondendo il volto sotto il suo fido cappello.
Successivamente tocca a lui e Abdul, e Noriaki deve concentrarsi per vincere la sua mano. Abdul è una persona silenziosa e cauta, ma molto intelligente. L'unico motivo per cui Noriaki riesce a vincere, alla fine, è perché Polnareff si butta contro le spalle di Abdul e comincia a poggiare piccoli baci sul suo collo, distraendolo da ciò che stava facendo. È un imbroglio bello e buono, certo, ma Kakyoin non si lamenta. E poi, Abdul non sembra più particolarmente interessato a giocare. Concede la sfida senza grandi rimorsi, prima di stringere delicatamente il francese e scusarsi con voce tranquilla, ritirandosi nella loro tenda. Noriaki sorride, perché come sempre può contare su Polnareff. Sicuramente lui saprà come tirare su Abdul, e come evitare che vada a dormire teso e preoccupato.

Il turno dopo tocca a Joseph e Jotaro, e Noriaki non si è mai divertito così tanto. I due si fissano negli occhi, annunciando la loro prossima mossa ad alta voce e cercando di far cadere l'altro nei propri tranelli. Si vede che sono della stessa famiglia, Noriaki non riuscirebbe mai a leggerli così facilmente. e un po' si preoccupa, perché chiunque vincerà la mano probabilmente lo distruggerà in finale. È bello spaventarsi per qualcosa di così triviale e semplice, per una volta. È come se tutto il resto del mondo fosse in standby, in attesa che quella partita finisca. Non importa più Dio, i suoi accoliti, quel viaggio lungo e stancante che stava distruggendo i nervi di tutti. Improvvisamente, tutto ciò che importa è divertirsi assieme, passare felicemente del tempo prima di andare a dormire.
Noriaki guarda i due giocare, seguendo con attenzione i loro trucchi, cercando di capire i loro ragionamenti, col suo occhio esterno. E per un momento non sono guerrieri uniti da un interesse comune, importante ma anche temporaneo. Sono amici di una vita, persone che hanno trovato l'uno nell'altro la forza di non essere più da soli. E Noriaki non può che sentirsi grato per quei pochi minuti di pace, in cui può sentirsi normale, capito. Parte di qualcosa di più grande. Non più solo.
Vorrebbe poter avvicinarsi ai due ed abbracciarli, ringraziare mille volte Joseph per averli uniti in quella battaglia, ringraziare mille volte Jotaro per averlo capito e accettato tra di loro. Vorrebbe lasciarsi andare solo per un attimo a ciò che sente veramente, ma sa che non c'è spazio per quello. Non ora che tutto va bene, e non normalmente, quando devono rimanere vigili e pronti e lontano da emozioni che li possono distrarre. Un giorno, quando tutto ciò sarà finito. Un giorno glielo dirò, pensa Kakyoin.

La partita dura a lungo. I due continuano a pareggiare, scegliendo gli stessi simboli ogni volta. due sassi, due carte, e poi di nuovo due sassi. Adesso userà davvero di nuovo il sasso, o cambierà con le forbici? E se lo facesse, l'altro se ne accorgerà? Chissà se Jotaro riesce a vedere i movimenti del vecchio abbastanza in tempo da cambiare la propria scelta prima di aprire la mano, e scegliere ciò che lo aiuterebbe a vincere? Chissà se Joseph sta sfruttando questa cosa per imbrogliarlo? È una sfida affascinante.

Passano parecchi turni e i due sono ancora in parità, ma nessuno sembra cedere. Alla fine, è Jotaro ad azzardare e prendersi un rischio, che lo ripaga dell'ultimo punto. Joseph sbuffa rumorosamente, guardando la propria mano aperta e le forbici create da quella di Jotaro. Rimane in silenzio qualche secondo, per poi ridere rumorosamente, passandosi una mano sulla nuca.

"Accidenti, mi hai battuto! Avrei dovuto rischiare un po' di più anche io. Starò invecchiando."

Commenta, e Jotaro allarga un lieve sorriso. È un sorriso soddisfatto, che piega appena le sue labbra, e Noriaki riesce a vedere quella pacata serenità che sente circondarlo anche negli occhi di Jotaro. Nonostante non parli e non lo dimostri, il ragazzo è uno di quelli più provati dal viaggio. Sua madre è in fin di vita, e lui viene perennemente bloccato nel suo viaggio da persone che cercano di impedirgli di salvarla. Ma oltre a questo, Noriaki sa che ci deve essere altro. Quel velo di preoccupazione che copre sempre i suoi occhi, quando scopre che qualcuno degli altri è stato attaccato a sua insaputa. Il palese nervosismo che colora il suo viso ogni volta che il gruppo si deve dividere. C'è qualcosa in Jotaro, una voglia di proteggere tutti a qualsiasi costo condita dal senso di colpa che sembra seguirlo quando non ci riesce. Kakyoin vorrebbe parlarne in modo esplicito con lui, dirgli che non può salvare tutti. Vorrebbe tendergli la mano e ricordargli che non è una guerra che deve combattere da solo. Tutti loro sono guerrieri. Non sono lì solo per fare da bersagli. Ma Jotaro non ammetterebbe mai le sue insicurezze, ne è sicuro. Così non può far altro che supportarlo silenziosamente, sperando che quei pochi momenti sereni aiutassero anche lui a ritrovare la forza di respirare. Ogni piccolo sorriso, per Noriaki, è una vittoria.

"Allora, Kakyoin, a quanto pare siamo noi in finale."

Noriaki viene strappato dai suoi pensieri dalla voce bassa di Jotaro, e sorride. Si alza da suo posto e si va a sedere di fronte a lui, un'espressione serena sul volto. Ora come ora, nulla è più importante di quella gara. Per una volta, una singola volta durante tutto quel viaggio, non devono pensare a vita e morte. Se un qualche stand osa attaccarli ora, Noriaki ucciderà il suo user con le sue stesse mani. Ne è convinto.

"Eccomi. Allora, vogliamo iniziare?"

Chiede, e Jotaro sorride. Joseph si siede al posto che prima era suo, a guardare l'ultima sfida, apparentemente parecchio interessato. Noriaki chiude il pugno, e ricomincia a giocare.
È difficile capire cosa Jotaro sta pensando. Kakyoin guarda il suo volto duro, i suoi occhi chiari ma duri, come muri di ghiaccio che si innalzano tra lui e il resto del mondo. Non ha mai imparato a leggere davvero Jotaro, è troppo complicato. Ma sa di poterlo capire meglio di molti altri. Non ne conosce il motivo, il suo istinto è naturalmente incline a comprendere ogni singolo cambiamento di espressione dell'altro, come se le loro menti viaggiassero sulla stessa frequenza, e Noriaki riuscisse a captare piccoli frammenti di parole perse nel rumore bianco che veniva creato dalle interferenze continue. Avrebbe voluto capire cosa lo rendeva così percettivo, capire perché si sentiva così affine all'altro ragazzo, imparare a capirlo in modo più conscio, in modo da poterlo fare quando desiderava. Ma ancora non ne è in grado, quindi si limita ad accettare i piccoli consigli che il suo istinto gli dà.
Non è bravo a pianificare come Joseph, ma almeno sapeva come rimanere tranquillo e composto anche quando si sentiva confuso. Le parole di Jotaro, il suo dichiarare ciò che avrebbe fatto il turno dopo, era difficile capire quando mentiva e quando era serio. Erano mani al meglio delle 10, ma nessuno dei due riusciva a prendere il vantaggio.
Appena Jotaro fa un punto, Noriaki lo riprende subito dopo. E una, due, tre, anche sette volte di fila pareggiano scegliendo la stessa cosa. Joseph osserva, incredibilmente silenzioso. Ogni tanto Noriaki osa spostare lo sguardo da Jotaro e guardare suo nonno, e ha la sensazione che Joseph sia molto più interessato alle dinamiche che sembrano dipanarsi tra lui e il nipote che non alla partita vera e propria. Forse Joseph è più bravo a captare i segnali di entrambi loro. O forse è solo troppo stanco per seguire la partita.

Continuano a lungo. Più a lungo della partita prima, perché Noriaki sa che vincere contro Jotaro è troppo complicato e forse non ci riuscirà mai, quindi ha deciso di usare tutte le sue capacità di osservazione per pareggiare con lui, senza mai rischiare nulla. Forse Jotaro prima o poi si innervosirà. A Jotaro non piace essere bloccato, trovarsi in una situazione in cui qualsiasi cosa faccia non ha alcun effetto. Noriaki lo sa, e cerca di sfruttarlo a proprio favore, ma non è facile. Vanno avanti per decine di minuti, finché Joseph non sbadiglia rumorosamente e si stiracchia, annunciando che andrà a dormire, che è troppo tardi per lui e deve riposare. Noriaki non lo biasima, deve essere anche particolarmente noioso guardare una partita come quella.

Quando Joseph si è ritirato, Jotaro alza lo sguardo su di lui, e accenna un sorriso. È un sorriso sincero, di quelli che sono così rari per il ragazzo. Noriaki non può fare altro che sorridere in risposta.

"Che dici, la finiamo qui e diciamo che abbiamo vinto entrambi?"

Kakkoin alza un sopracciglio, e accenna un sorrisetto divertito.

"Non ti facevo uno che accetta di finire pari con qualcuno."

Fa notare, più per stuzzicarlo che per altro. Sa che Jotaro è molto più altruista di quanto dimostri normalmente, ma ogni tanto non può resistere al cercare di provocargli una reazione più visibile del normale. Jotaro, però, si limita a ridere a bassa voce.

"Forse. Ma sai, non mi dispiace così tanto vincere insieme a te."

Noriaki vorrebbe considerarla solo una battuta, e non sentire lo stomaco che si stringe a quelle poche semplici parole. Vorrebbe non arrossire appena, ma non può controllarsi. È grato del fatto che il fuoco sia relativamente lontano, e sia più difficile vederlo in faccia. L'unica positiva, in effetti.
Abbassa la testa per nascondere il volto, e ride piano.

"In questo caso, sono felice anche io. Pari, allora."

Decide, e alza la mano, per stringere la sua. Jotaro gli stringe la mano, poi sospira appena. Sembra stanco, ma non si alza e non dice di voler andare a dormire. Forse c'è ancora qualcosa che vuole dire, o forse si vuole godere gli ultimi rimasugli di quell'atmosfera rilassata, gli ultimi echi di normalità. Noriaki non lo biasima affatto, anche lui sta cercando di farlo.

"Hey, Kakyoin."

Il silenzio è rotto dalla voce di Jotaro, e Noriaki alza subito la testa, guardandolo con aria appena interrogativa.

"Sì?"

Jotaro non sta guardando verso di lui. Sta guardando in alto, i suoi occhi chiari nascosti dall'ombra che il fuoco crea sul suo volto. Rimane in silenzio qualche secondo, prima di parlare di nuovo.

"Quando abbiamo sconfitto Dio e messo fine a tutto questo casino, voglio la rivincita. Mi sta bene essere pari con te, ma dobbiamo pur decidere chi ha vinto. Quindi, vedi di non farti male durante il viaggio."

Noriaki sa che non dovrebbe. Sa che dovrebbe rimanere in silenzio, o sviare il discorso. Dovrebbe cercare di non rispondere, cambiare argomento. Perché nessuno di loro è sicuro di uscire vivo da quel viaggio. Perché non sono loro a decidere, ma il fato. Nessuno può controllare cosa succederà. E in cuor suo, Kakyoin sa che, se mai ce ne sarà bisogno, sarà il primo a dare la propria vita per quella dei suoi amici. Loro gli hanno dato qualcosa di estremamente più prezioso, gli hanno dato uno scopo, un posto nel mondo. E per quanto quel posto sia bellissimo, è disposto a lasciarlo andare se significa poterli aiutare.
Sa anche che Jotaro lo conosce. Sa che Jotaro è consapevole di ciò che è disposto a fare. Lo è più di chiunque altro nel gruppo, Noriaki lo sente fin dentro le ossa, perché ogni volta che Jotaro posa lo sguardo su di lui si sente nudo di tute le sue difese, i muri che ha alzato nel tempo per nascondersi dal resto del mondo. Si sente nudo quando gli occhi di Jotaro si posano su di lui, e fa paura, eppure allo stesso tempo è la cosa più bella che abbia mai provato. Ma significa anche che Jotaro sa che la sua domanda non ha una vera risposta. Che la promessa che gli sta chiedendo di fare è impossibile da mantenere.
Kakyoin dovrebbe ricordarsi di tutto quello. Dovrebbe stare attento a ciò che dice, perché non farà altro che ferire tutti se non ragiona. Lui è sempre stato quello più freddo.

Ma il cielo scuro è illuminato dai puntini luminosi delle stelle, e l'aria fredda della sera è piacevole dopo tutta la giornata sotto il sole. E sono da soli, e la voce di Jotaro è così puramente onesta, che la risposta scivola via dalle sue labbra ancora prima che possa pensarci, ed è così semplice.

"Certo. Te lo prometto."

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Mantenere una promessa è difficile.
Troppo difficile, soprattutto per gente come loro. Jotaro dovrebbe saperlo, che non è colpa di Kakyoin. Dovrebbe sapere che ci sono cose su cui si ha la possibilità di agire, e altre che succedono e basta, e nessuno può cambiarle. Dovrebbe sapere che tutto ciò che è successo non poteva andare in modo diverso, perché la missione che avevano deciso di intraprendere era difficile, e perché tutti loro sapevano che non sarebbero mai tornati tutti insieme.
Jotaro sa che non dovrebbe essere arrabbiato, eppure lo è. È furioso perché Kakyoin gli aveva promesso che sarebbe sopravvissuto, gli aveva promesso che sarebbero tornati a casa assieme, e avrebbero giocato di nuovo assieme.


È una giornata grigia, e l'aria invernale del Giappone sferza la loro pelle, ma Jotaro non sente nulla. Sua madre si è ripresa abbastanza da essere accanto a lui quel giorno, ed è in piedi vicino a lui, un braccio attorno a Joseph per sorreggersi meglio. È ancora debole, ma il vecchio non la molla mai, da quando erano tornati non faceva altro che starle accanto e aiutarla in tutto, in modo che potesse fare tutto ciò che voleva senza stancarsi troppo. Era il suo modo per gettarsi a capofitto nella vita di tutti i giorni e dimenticare tutto quanto, aveva pensato Jotaro. E sa che dovrebbe essere normale e naturale, sa che è suo diritto, ma non può fare a meno di essere in collera per la facilità con cui si è buttato tutto alle spalle. Ed è arrabbiato anche con Polnareff, che è fuggito abbandonandoli e tornando in Francia, distruggendo ciò che rimaneva del loro gruppo.

Doveva essere un giorno per la tristezza, per il ricordo, ma anche per sentimenti positivi. Ma tutto ciò che Jotaro sente è rabbia, calda e dolorosa, che incendia il suo corpo e fa tremare i suoi muscoli. Si guarda attorno e vede decine di persone che piangono e si disperano, e sa che dovrebbe capire il loro dolore, ma tutto ciò che prova è disgusto, perché nessuno di loro lo conosceva davvero. Nessuno lo conosceva davvero.

È passato un anno da quando hanno finalmente sconfitto Dio, ma per Jotaro è come se non fosse passato un solo giorno. Ha provato a buttarsi nella scuola, studia più di quanto abbia mai studiato prima, ma non basta. Certo, ha ottimi risultati, ma tutto in lui continua a ribellarsi. È come vivere avendo perennemente la sensazione di essere bloccati in un incubo. E i giorni passano, e tutto sembra sbagliato, ma la verità è che non potrai mai liberarti da quella realtà, per quanto tu possa rifiutarla. Ed è frustrante, più di ogni altra cosa Jotaro abbia mai provato.

Erano stati i genitori di Noriaki ad invitarlo. Avevano detto che il ragazzo non aveva mai avuto amici prima, e sentire qualcuno che si presentava come tale al suo funerale, un anno prima, li aveva scossi. Erano felici, profondamente e sinceramente felici che il loro figlio avesse trovato qualcuno di affine, prima di lasciare quel mondo decisamente troppo presto. Jotaro era stato loro accanto, li aveva aiutati per tutto quel tempo. Durante il funerale, era stato colui che aveva sorretto sua madre, aiutandola ad arrivare alla fine della cerimonia. Era stato colui che aveva ascoltato sua padre confessare quanto fosse difficile tenere duro e non mostrare il proprio dolore, quanto fosse difficile essere la spina dorsale di una famiglia spezzata. Ed era stato colui a vederlo piegarsi e piangere, per la prima volta da quando aveva avuto la notizia, piangere con tutto il suo cuore contro la spalla del ragazzo che era arrivato dal nulla dicendo di essere amico di suo figlio.

Jotaro non voleva andare a quella piccola fest di ricordo. Non aveva bisogno di un'occasione ufficiale per ricordare Noriaki, lo ricordava ogni giorno, quando apriva gli occhi e ricordava com'era svegliarsi accanto a lui nelle mille stanze d'hotel che avevano condiviso. Lo ricordava ogni volta che camminava per arrivare a scuola e sentiva la sua voce nella calca degli studenti. Lo ricordava quando si voltava di scatto, cercandolo tra le facce che riconosceva a malapena, per poi ricordarsi che era inutile, perché non l'avrebbe mai trovato. Lo ricordava ogni sera, prima di andare a dormire, quando chiudeva gli occhi e ricordava quei baci leggeri, rubati nella notte, secondi di normalità che squarciavano il tempo scandito del loro viaggio. Lo ricordava quando non riusciva a dormire, e lo ricordava quando non riusciva a concentrarsi sui libri di scuola.
Non aveva bisogno di quella occasione, ma i suoi genitori gliel'avevano chiesto, e Jotaro si era ripromesso di aiutarli e sorreggerli in tutto ciò che dovevano passare, quindi aveva deciso di andare.

E il cielo è grigio, e l'aria fredda, e Jotaro sta ascoltando la madre di Kakyoin parlare degli ultimi acquisti per la casa che ha fatto quella settimana con una delle sue vicine, un sorriso tirato sulle labbra che dimostra quanto si stia sforzando per mantenere quella facciata di normalità. Per un secondo, Jotaro si sente più vicino a lei di quanto non lo sia con chiunque altro nella stanza.

Tutti cercano di mantenere il morale alto, tutti sembrano arrampicarsi sugli specchi nel tentativo di far sorridere i genitori del ragazzo, e Jotaro sa che dovrebbe smetterla di sentirsi così arrabbiato. Rabbia nei confronti di Kakyoin, nei confronti di Abdul e Iggy, nei confronti di Dio, di Joseph, di Polnareff, di ogni singola persona a quella maledetta celebrazione che cercava di comportarsi come se il figlio di quella coppia non fosse morto solo un anno prima. Aveva cercato di resistere per ore, aveva cercato di trattenere la collera che minacciava di esplodere in qualsiasi momento, ma diventava sempre più difficile.

Tutti si sforzano di dimenticarsi perché sono lì, e poi c'è lui, uno dei vicini di casa, la tipica persona che sembra sempre pronta ad avere qualcosa da dire. E Jotaro non sa perché parla, forse vuole alleviare l'atmosfera e non sa come farlo, forse vuole avvicinare Jotaro che sembra così solitario, o forse è davvero solo stupido.

"Ciao, tu sei l'amico di Noriaki, vero?"

"Sì."

"Oh, che bello, sai, sono così contento che alla fine abbia trovato degli amici, nonostante fosse... beh, lui. Tutti meritano degli amici."

Jotaro sa che dovrebbe semplicemente ignorare quell'uomo, voltarsi e andare avanti con la propria giornata. Ma la rabbia che ha in corpo è tanta, è violenta, ed è cieca.

"Come, scusi?"

"Massì! Noriaki era un po' strano, ma era un bravo ragazzo in fondo, forse aveva qualche problema, ma noi adulti gli volevamo tutti bene. È bello vedere che a trovato anche qualcuno della sua et----"

Jotaro non riesce ad aspettare la fine di quella frase. Un lampo, e Star Platinum sovrappone la propria velocità al corpo di Jotaro, così che il pugno del ragazzo arrivi veloce e senza essere visto, in pieno sul naso del tipo. È forte, è preciso, e probabilmente ha rotto qualcosa. Forse Jotaro dovrebbe sentirsi in colpa, ma non sente altro che rabbia.
L'uomo cade a terra, e Jotaro è subito sopra di lui, il pugno sollevato. Sente voci concitate intorno a sé, persone che trattengono il fiato, altri che cercano aiuto. Non gli interessa nulla, di nessuno di loro. Gli interessa solo quello stronzo che ha osato dire che Kakyoin fosse malato solo perché solitario, senza sapere cosa il ragazzo si portava dentro. È pronto a colpirlo con un altro pugno, ma il suo braccio viene fermato da qualcosa che si avvolge stretto contro di esso, impedendogli di muoversi. Un secondo, e Jotaro riconosce la forza di Hermit Purple, che tira per impedirgli di colpire di nuovo l'altro. Jotaro cerca di forzare un paio di volte, ma suo nonno non molla la presa. si avvicina a lui e lo prende per la spalla, obbligandolo ad allontanarsi.
Jotaro non ha nulla da aggiungere, si limita a voltarsi e allontanarsi, lasciando l'uomo sanguinante a terra.

Dovrebbe sentirsi in colpa, a uscire di casa a quel modo. Dopo aver rovinato quella celebrazione, uscire senza neanche salutare o spiegarsi, deve essere un pessimo amico. Ma la rabbia monta ancora in lui, come un fiume in piena, e quando quelle onde prendono il controllo del suo corpo non c'è nulla che lui possa fare per fermarsi. Allontanarsi è l'idea migliore.
Sa che il vecchio lo sta seguendo. Sente i suoi passi, e sente la sua voce chiamarlo più volte. Ma Jotaro non ha nulla da dire, non ha niente di cui parlare. La verità è che vorrebbe nascondersi in quella rabbia che lo avvolge, alzare un muro di collera e rannicchiarsi dietro di esso, per dimenticare tutto il resto.

Non può scappare dal vecchio per sempre. Alla fine, si ferma, lasciando che l'altro lo raggiunga e poggi una mano sulla sua spalla. Deve essere stata sua madre a mandarlo, o non l'avrebbe mai lasciata sola.
Si aspetta che gli urli contro, che gli chieda cosa diavolo gli è venuto in mente. Si aspetta che gli restituisca il pugno, che gli ricordi che non ci si comporta così con persone che non hanno la loro stessa forza, che st facendo il teppista bullo e nient'altro. Si aspetta una ramanzina su ciò che vuole essere nella vita. Invece, tutto ciò che ottiene è una mano sulla spalla, che lo stringe delicatamente, come a cercare di strapparlo via dal mare in piena che è la sua rabbia. Joseph non sta cercando di affondarlo, sta cercando di offrirgli un salvagente per tornare a galla. Jotaro non è ancora sicuro di volerlo prendere. Forse, dovrebbe solo lasciarsi andare nella marea.

"Jotaro. Andiamo a mangiare qualcosa insieme, lontano da qui."

Propone il vecchio. Jotaro vorrebbe dire di no, vorrebbe tornare a casa e riprendere quella pagliacciata che è la sua vita di tutti i giorni. Ma non può tornare a quello schifo, non ora. Così annuisce silenziosamente, e comincia a camminare di fianco al nonno, senza parlare. Joseph, a sua volta, non parla, cammina semplicemente continuando a stringere la sua spalla, come se stesse cercando di impedirgli di scivolare di nuovo via, nelle profondità di se stesso. Jotaro non sapeva se ci stesse riuscendo o meno, ma apprezzava il tentativo. Nonostante tutte le differenze, suo nonno era sempre stato il primo ad essergli vicino. Ed era anche l'unica persona in famiglia che poteva capirlo davvero, che sapeva davvero ciò che aveva passato, che poteva immaginare ciò che vorticava nella sua testa ogni giorno.

Alla fine raggiungono un bar e si siedono ad uno dei tavoli all'esterno, nonostante il vento e il freddo sferzante, dove nessun altro sembra intenzionato a sedersi. Un cameriere esce e prendere le loro ordinazioni, un poco confuso dalla loro scelta, ma è abbastanza professionale da non porre domande.
Joseph poggia le mani sul tavolo, entrambe avvolte dai guanti chiari, e intreccia le dita. I suoi occhi chiari si posano sul volto di Jotaro, e il ragazzo tiene la testa bassa, perché non ha la forza di sostenere il suo sguardo ora.

"So che è difficile. Lo è anche per me."

"Balle."

Ringhia Jotaro, e si pente di ciò che ha detto nell'instante in cui i suoni escono dalle sue labbra, ma ormai è troppo tardi. Vede le mani di Joseph stringersi a vicenda, vede le sue braccia diventare più rigide. Ancora, non ha il coraggio di guardarlo.

"Ce l'hai con me perché sono più bravo di te a fare una vita normale, uh? Ce l'hai con me perché penso a mia figlia e mia moglie, invece di piangere sugli amici che ho perso? Lascia che ti sveli una cosa, ragazzo: trovo il tempo di fare entrambe le cose. Tutto il giorno mi faccio il culo nel tentativo di far rimanere le cose come sono, e poi passo ore intere la notte a non dormire, pensando a come sarebbe potuto essere se fossero ancora qui. Abdul era un amico sincero e leale. Kakyoin era come un figlio. Pensi che sia facile?"

Jotaro preferirebbe che Joseph urlasse. Preferirebbe sentire la sua collera, l'acido che esce da ogni singola lettera. Preferirebbe sentire i suoi pugni. Invece la voce di Joseph è calma, rotta solo da una vena di profonda sofferenza che incrina le ultime parole. Non cerca di picchiarlo, non cerca di sfogarsi su di lui. È come se parlare del suo dolore l'avesse improvvisamente reso troppo stanco per litigare con il nipote. Jotaro non l'ha mai sentito così, come se tutte le energie lo avessero abbandonato. Ha sempre saputo che la sua rabbia nei confronti del nonno era infondata, ma ora quella verità lo colpisce come un pugno allo stomaco. Pensare di essere stato l'unico a soffrire era infantile.

Jotaro rimane in silenzio, perché niente di ciò che può dire potrebbe davvero aiutare. Vorrebbe chiedergli scusa, spiegargli quanto è stato difficile, quanto quella collera continua mista al dolore e al senso di colpa non lo abbandonassero mai.

"Forse avrei potuto fare di più. Se solo fossi arrivato prima da voi---"

"Non farlo. Jotaro, non è colpa tua."

Lo interrompe subito Joseph, e Jotaro stringe le labbra, cerca di appigliarsi a quelle parole e di autoconvincersi, ma è difficile. Rimane in silenzio qualche secondo, allora è Joseph a riprendere la parola, la voce che sembra quasi un sussurro.

"Non è la prima volta che perdo qualcuno. Quando avevo la tua età ho visto... No, ho sentito un amico morire. Non ho mai neanche trovato il suo corpo. Era lì, solo un muro ci separava, e sono comunque arrivato tardi. Ancora oggi cerco di convincermi che non sia colpa mia. Quindi lo so. Non è facile. Ma Jotaro, tu hai fatto il possibile. Hai salvato altre migliaia di vite. Loro sapevano a cosa andavano incontro. Lui sapeva."

Jotaro non ha mai sentito quella storia, ma il dolore che trasuda da ogni lettera pronunciata dal nonno lo fa tremare dall'interno. È un dolore profondo, fresco nonostante gli anni passati. Jotaro vorrebbe far qualcosa per aiutare quella persona che ha combattuto così tante battaglie, ma che trova ancora la forza di sorridere e giocare con la sua famiglia. Vorrebbe essere forte come lui. Vorrebbe saper andare avanti nonostante tutto, come fa lui.

Sentirsi senza speranza è come cadere in un baratro, e Jotaro sente quel baratro sotto ai piedi, sente tutta la propria debolezza, sente la solitudine, la profonda realtà nella realizzazione che non vedrà mai più il volto di Noriaki.

"Aveva promesso di sfidarmi di nuovo a morra cinese."

Joseph allarga un sorriso quando vede Jotaro sollevare la testa per guardarlo. C'è una lacrima che riga il volto del giovane, una sola, l'unica che Joseph abbia mai visto. Il nonno allunga una mano e la asciuga con un gesto delicato, guardandolo con sguardo carico di comprensione.

"Non smetterai mai di chiederti chi avrebbe vinto. Ma forse, un giorno, non sarai più arrabbiato con lui per non esserci più."

Jotaro prega che almeno quella promessa venga mantenuta, un giorno.