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Senza mai arrendersi fino alla fine

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Atsushi Nakajima non avrebbe mai osato credere e nemmeno sperare, prima della fuga giustificata dall’orfanotrofio degli orrori, di poter trovare un posto in cui sentirsi accolto, in cui rendersi utile, in cui riscoprirsi stupito e meravigliato della genialità deduttiva di uno, della bizzarria inspiegabile di un altro e della forza sovrumana di un altro ancora.
Eppure l’agenzia dei detective armati esisteva davvero, non si stava sognando tutto: quelle persone straordinarie l’avevano accettato come membro a tutti gli effetti e questo rendeva la sua vita degna di essere vissuta – e non sprecata, immeritata, miserevole, sfortunata come si era sentito ripetere fino alla nausea da quando era piccolo.
Il ragazzo non avrebbe neanche lontanamente immaginato che mille sorprese lo attendessero a ogni missione e che non tutte queste sorprese fossero positive e costruttive per lui, anzi, occasioni in cui sudare freddo, tornare a commiserarsi per ciò che gli dicevano in passato, perdere il controllo di un potere che doveva ancora imparare a conoscere appieno, preoccuparsi per i suoi nuovi colleghi, qualche volta sentirsi in colpa, si verificavano all’ordine del giorno, più o meno.
Ed era decisamente per questi motivi, per tutte queste ragioni, che Atsushi s’impegnava al massimo facendo tutto il possibile e lottando se necessario, ritrovandosi spesso come avversario in uno scontro proprio il temibile e cinico Akutagawa.
Lo colpiva il fatto che non fosse possibile cogliere l’altro di sorpresa, perché Rashoumon operava in un maniera che andava oltre l’umana comprensione: non si trattava semplicemente di un estensione del corpo di Akutagawa sotto forma di un estendibile cappotto nero che si scomponeva in bende taglienti che ricordavano degli pseudo serpenti insidiosi, era come trovarsi di fronte a un essere pensante che non si poteva cogliere in alcun modo di sorpresa, uno scudo perfetto e apparentemente invalicabile, un drago dalle fauci enormi, o semplicemente un secondo paio di occhi dietro la schiena.
Non si poteva certo considerare come qualcuno da sottovalutare, perciò se il neo detective non vendeva cara la pelle ogni qualvolta se lo trovava di fronte, rischiava di finire male per mano del mafioso. Non l’avrebbe mai detto prima, Atsushi, ma l’istinto di sopravvivenza e l’idea di non abbandonare nessuno lo rendeva un osso duro, un tipo difficile da mandare al creatore, anche se in parte doveva tutto alle capacità rigenerative della tigre bianca e nera: se si feriva, i tagli più o meno profondi si rimarginavano velocemente, una volta gli era perfino ricresciuto un arto che l’inquietante Rashoumon gli aveva tranciato di netto.
Ad Atsushi non piacevano affatto gli scontri, non godeva a combattere o a menare uomini in nero a caso, lo faceva perché la sconfitta non era ammissibile, poiché avrebbe significato perdere tutto ciò che aveva trovato, gli aspetti positivi e negativi della vita all’interno dell’agenzia, un posto da poter chiamare casa quando tutto era tranquillo, con degli amici che lo accettavano fra loro e che non avevano alcun pregiudizio su di lui. Si stava abituando per poter empatizzare meglio con la tigre al chiaro di luna sopita dentro di lui, in modo da renderla sua alleata non soltanto negli scontri inevitabili contro la sua nemesi – cos’era, Akutagawa, se non il suo opposto? – ma anche in quelli che avrebbe affrontato in futuro. Calci, pugni, agilità, resistenza, rigenerazione. Il diciottenne doveva servirsi di tutto, senza mai arrendersi fino alla fine.

 

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555 parole.
Scritta per la quinta settimana del COW-T 9, missione 1, prompt “scontro”.