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Let's play a game

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Lo scontro di intelligenza e abilità che tutti gli avventori della spiaggia stavano aspettando era finalmente iniziato. Joseph Joestar, conosciuto come il miglior giocatore dell'intero gruppo, aveva accettato la sfida del suo figlio illegittimo Josuke a una partita a jenga che avrebbe finalmente decretato chi dei due poteva vantarsi di essere il più abile.
Si erano già formati i gruppetti di fan delle due fazioni, Jolyne e Ermes che tifavano rumorosamente per Josuke, mentre Polnareff aveva rubato a Foo Fighters un paio di pon pon e si era messo a fare casino per sostenere l'amico Joseph, silenziosamente accompagnato da Abdul di fianco a lui. In tutto ciò Okuyasu, già sicuro della vittoria del suo migliore amico, aveva cominciato a raccogliere le scommesse di tutti. Rohan invece stava già facendo uno sketch che ritraeva Josuke sotterrato dai pezzi del jenga, mentre il padre esultava di fianco a lui. Se tutto andava bene sarebbe stato pronto giusto in tempo per celebrare la sua rovinosa sconfitta.

La partita iniziò poco dopo, mentre Josuke e Joseph si guardavano attentamente, concentrati e attenti ad ogni movimento del loro avversario. Era tutta questione di abilità e mano ferma, in fondo. E ovviamente, di barare nel modo migliore e non farsi scoprire, ma quella era una regola implicita di ogni partita che coinvolgeva i due. Entrambi si muovevano con movimenti lenti e calcolati, prendendosi tutto il tempo a loro disposizione per muovere i pezzi. Crazy Diamond allungava lentamente le dita per avvolgere il pezzo e tirarlo fuori con più precisione e velocità possibile, mentre Hermit Purple lo avvolgeva ai lati, assicurandosi che non si muovesse mentre Joseph lo estraeva.

Caesar stava guardando la scena da poco lontano, sdraiato sul suo lettino a prendere il sole. Era una scena affascinante per lui, principalmente perché negli anni Joseph era cambiato parecchio, e poterlo osservare mentre così concentrato e attento a giocare con suo figlio era qualcosa di estremamente interessante. L'italiano si era fatto raccontare un po' delle sue avventure, ma ancora aveva tanto da scoprire di lui, e gli piaceva il fatto di avere la possibilità di guardarlo fare le cose che lo mettevano a suo agio. E poi, tutti il gruppo di stand users e guerrieri provenienti da diversi posti ed epoche era così vario e mal assortito da essere una delle cose più divertenti che Caesar avesse visto negli ultimi tempi.

Quanto le voci degli spettatori si fecero appena più alte, Caesar capì che il gioco stava entrando nella sua fase finale e più eccitante, così decise di alzarsi lentamente dal lettino per avvicinarsi a guardare. Josuke aveva appena finito di togliere la sua tessera, e la torre aveva tremato pericolosamente, anche se alla fine era rimasta in piedi. Era abbastanza ovvio che la prossima mossa di Joseph avrebbe deciso la partita: se fosse riuscito a togliere la tessera senza far cadere la torre, probabilmente Josuke non sarebbe riuscito a farlo di nuovo a sua volta. La torre era troppo instabile. Joseph guardava la costruzione con aria attenta, la mano ancora poggiata sul tavolo mentre cercava di decidere cosa fare. Josuke, dall'altro lato, guardava il padre con attenzione, cercando di nascondere il proprio nervosismo.

Sembrava un bravo ragazzo, Josuke. Caesar avrebbe voluto conoscerlo meglio, sembrava così simile a Joseph ed allo stesso tempo totalmente diverso. Era affascinante.
Caesar si mosse dietro la sedia di Joseph, guardando l'uomo così concentrato. Era diventato estremamente bello con l'andare degli anni, Caesar doveva concederglielo. Però c'era qualcosa nella sua postura e nel suo sguardo che continuava a solleticare la parte di Caesar che voleva sempre trovare un modo per metterlo in difficoltà. E perché non assecondarlo, una volta tanto. In fondo, così avrebbe fatto anche un favore a Josuke, cosa che poteva aiutare il loro rapporto...

Caesar si avvicinò di un altro passo alla sedia di Joseph, e si abbassò lentamente con la testa, fino ad appoggiarla appena sopra la sua spalla.

« Come va? »

« Difficile. »

Borbottò solo Joseph, continuando a guardare la torre. Caesar fece un leggero verso di assenso, per poi lasciarlo stare. Aspettò con pazienza che Joseph decidesse quale pezzo muovere, e alzasse la mano facendo uscire lentamente Hermit Purple.
Mentre le dita di Joseph si avvicinavano alla tessera Caesar fece scivolare una mano intorno a lui, attento a non farsi vedere, e quando l'inglese prende la tessera tra le dita e cominciò a tirarla fuori scattò la sua trappola. Caesar strinse con forza la mano sul cavallo di Joseph, solo per una frazione di secondo, per poi ritirarla subito dopo. Bastò però a far saltare Joseph sulla sedia, e soprattutto a far crollare tutta la torre a causa del movimento brusco. Joseph guardò le tessere, per poi voltare di scatto la testa verso Caesar, che lo guardava con un piccolo sorrisetto sulle labbra. Gli altri non sembravano aver visto il suo movimento, esattamente come Caesar voleva. L'italiano fece un occhiolino, per poi sporgersi verso Joseph mentre gli altri esultavano per la vittoria di Josuke.

« Stasera mi farò perdonare in privato. »

Disse solo, e a quanto pareva doveva essere abbastanza, perché Joseph borbottò a mezza voce, ma non si lamentò oltre. Caesar si sollevò di nuovo, per tornare al proprio lettino. Potevano passare gli anni, ma Joseph era sempre uguale.