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A whole life together

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Josuke ricordava poco della sua infanzia. Qualche scena, qualche parola persa nella memoria, ma niente di più. Gli unici ricordi che aveva partivano dopo i quattro anni, e dopo quella febbre così forte che aveva quasi rischiato di ucciderlo.
Era stato male per più di un mese, e la febbre alta l'aveva portato in punto di morte più di una volta. O almeno, così la madre gli aveva raccontato. Quello che ricordava lui erano sprazzi di lucidità, momenti in cui aveva aperto gli occhi e aveva visto la stanza intorno a lui, il dottore del villaggio che cercava di raffreddarlo con un panno, e la madre che lo guardava preoccupata stringendogli la mano.

Prima di quel periodo, tutto era confuso. Eppure, Josuke ricordava bene gli ultimi giorni di influenza. Aveva sentito una sensazione calda attorno a sé, una sera, ed aveva aperto gli occhi. Era tutto buio, la madre dormiva su un giaciglio in paglia nell'angolo della stanza, e il dottore era tornato a casa per la notte. Josuke vedeva a malapena intorno a sé, e il suo corpo era ancora debole e febbricitante. Ricordava quel calore, e ricordava di essersi faticosamente rigirato nel letto, cercando di capire da dove venisse. Era una sensazione che non aveva mai provato, eppure una parte di lui gli aveva suggerito di non spaventarsi, di stare tranquillo. E Josuke era tranquillo, non aveva alcuna paura. Era solo curioso.
Si era rigirato più volte, cercando di capire, ma non aveva trovato nulla. A quel punto, aveva sospirato, e richiuso gli occhi. Se non riusciva a capire cosa stava succedendo, tanto valeva tornare a riposare.

Fu in quel momento, che vide per la prima volta quella luce tiepida e rosata dietro le palpebre. Non era qualcosa di palpabile né visibile, era una luce e la sensazione che qualcuno fosse lì, con lui. Ancora una volta, Josuke non si sentì spaventato. Sorrise nel dormiveglia, la sensazione di calore che continuava ad avvolgerlo, gentile e rassicurante, in contrasto con gli artigli gelidi dell'influenza.

Fu la cosa più naturale che Josuke avesse mai sperimentato in vita sua. Da quel giorno, la presenza rimase fissa nella sua mente e nella sua coscienza, come un angelo che vegliava su di lui. La febbre scese nel giro di qualche giorno, e Josuke lentamente guarì da quella che fino a poco tempo prima sembrava una malattia mortale. La madre pianse la prima volta che Josuke uscì di casa per andare a giocare con gli altri bambini, aveva avuto così tanta paura di perderlo, gli aveva detto.
Non so cosa ti abbia salvato, bambino mio, ma devi avere un angelo custode lassù. Sii contento.
Josuke aveva sorriso alla madre, e la calda presenza accanto a lui aveva mormorato nel suo orecchio la propria approvazione.

 

Non aveva mai parlato a nessuno del suo angelo. Gli anni passarono e Josuke semplicemente continuò a vivere la sua vita. Non c'era bisogno di abituarsi a quella presenza, Josuke si era sempre sentito come se quella fosse sempre stata la sua vita. Non riusciva ad immaginare di vivere senza di lui al proprio fianco.
Ad entrambi piaceva aiutare le persone, e l'angelo sussurrava a Josuke consigli su come medicare piccole ferite o preparare impacchi disinfettanti, tutti i bambini del villaggio correvano da lui quando avevano bisogno di aiuto per qualche graffio o qualche piccolo taglio. Una volta abbastanza grande, Josuke era diventato l'apprendista di quello stesso dottore che tanto si era prodigato per lui quando era bambino. Si era fatto insegnare tutto ciò che sapeva, ogni giorno lo aiutava nelle mansioni più semplici e lo osservava attentamente per imparare cose via via più difficili.

Ed ogni giorno, anno dopo anno, Josuke passava il tempo a comunicare silenziosamente con la creatura che lo seguiva ovunque. Non sapeva come si chiamasse, né cosa effettivamente fosse. Ma non erano cose importanti. Erano una cosa sola, non aveva bisogno di dargli un nome. Erano una cosa sola, non aveva bisogno di sapere cosa fosse.
Provavano le stesse cose, desideravano le stesse cose, agivano allo stesso modo. A volte, Josuke faceva fatica a capire dove finisse lui e dove iniziasse il suo angelo custode. Ma in fondo, non aveva alcuna importanza. Vivevano ed esistevano insieme, ora. Ed insieme erano più forti.

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Josuke ricordava perfettamente la prima volta in cui il suo angelo aveva preso il comando.
Era un pomeriggio, faceva caldo, e Josuke aveva intorno ai 12 anni. Stava giocando fuori con gli altri bambini, avevano deciso di giocare in spiaggia per godersi la brezza marina e il fresco che saliva dall'acqua.
Josuke ed un altro bambino si stavano rincorrendo, il bambino aveva rubato a Josuke la piccola biglia di vetro che la madre gli aveva regalato, e Josuke, carico di rabbia, non aveva intenzione di mollarlo finché non l'avesse avuta indietro.
Si erano rincorsi per lunghi minuti, trascinati dalla forza infinita dei ragazzini, ed erano arrivati sugli scogli che si stendevano sul lato occidentale della spiaggia. Erano bassi e piatti sulla parte superiore, molti pescatori la sera si sedevano lì per tentare la fortuna con i pesci. Si estendevano nell'acqua per diversi metri, arrivando abbastanza al largo, là dove l'acqua era già scura e profonda. Josuke e l'altro ragazzino si erano rincorsi per tutta la camminata naturale creata dagli scogli, arrivando quasi in punta. Il ragazzo era agile, ma continuava a girarsi a guardare Josuke, ed era obbligato a rallentare quando lo faceva. Così, Josuke guadagnava strada ogni volta di più, ed alla fine fu abbastanza vicino da gettarsi in avanti per cercare di prenderlo e farlo cadere.
Fu questione di un centesimo di secondo.
Josuke non si era accorto di essere al limitare degli scogli. Cadendo sul ragazzo, entrambi rotolarono verso il bordo, graffiando sulla superficie della pietra. Josuke ebbe a malapena il tempo di accorgersi che stavano per cadere in acqua, quando sentì la tiepida presenza spingere contro la sua coscienza, inondarlo con la propria forza e allontanarlo dal proprio stesso corpo. Prese il controllo, e con una forza che il ragazzino non avrebbe mai avuto da solo riuscì ad affondare la mano nella roccia, aggrappandosi e bloccando lui e l'altro ragazzino ed impedendogli di rotolare giù dallo scoglio.
Un lampo, tutto troppo veloce per realizzare, e subito dopo Josuke si ritrovò al suo posto di comando. Era a pancia in su, guardava il cielo terso sopra di loro, l'altro ragazzino ancora steso su di lui. Aveva le gambe che penzolavano già giù dallo scoglio, ma il corpo era saldo sulla pietra. Il ragazzino si sollevò con aria confusa, guardandosi attorno. Non capiva cosa fosse successo, e Josuke non poteva di certo biasimarlo.

" Wow! Ci è mancato poco! Tieniti pure la tua stupida biglia, Higashikata, non voglio di certo annegare a causa tua! "

Josuke si sentiva stanco, e non aveva voglia di rispondere all'altro. Prese la biglia che il ragazzino gli lasciò in mano, e la strinse nel palmo, un piccolo sorriso trionfante sulle labbra. Dentro di lui, il suo angelo sembrava un poco contrariato, ma Josuke non ci diede troppa attenzione.

" Grazie, Diamond. "

Sussurrò, e il nome affiorò sulle sue labbra con la stessa naturalezza che aveva sempre contraddistinto il loro rapporto. La presenza lo avvolse di nuovo nel suo abbraccio delicato, e Josuke chiuse gli occhi qualche secondo, sentendosi al sicuro come mai prima di quel momento.

Da quel giorno, Diamond prese il controllo spesso, e Josuke imparò lentamente come fare non solo a lasciarglielo volontariamente, ma anche a richiamarlo. Diamond era forte e gentile, e lo aiutava a fare cosa che Josuke da solo non avrebbe mai potuto fare.
Ancora una volta, ed ancora più di prima, avevano imparato ad essere più forti assieme.