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Una caduta nell’inganno

Work Text:

Se avesse percepito un eventuale pericolo per se stessa, ovviamente la bella Mitsuki Nase non avrebbe mai accettato di svolgere proprio quel lavoro sotto copertura. Infatti, se si era proposta per il ruolo di segretaria personale del presidente che gestiva un’azienda di spicco nel settore commerciale, una compagnia fra le più importanti del Giappone, l’aveva fatto solo ed esclusivamente perché era stata rilevata, all’interno della sede principale del signor Shimura, una sospetta attività demoniaca.
Pertanto lei, una Nase, in quanto tale, doveva rendersi utile, non si sarebbe tirata indietro e inoltre voleva dimostrare al fratello maggiore di non rappresentare un peso, anzi, di essere diventata abbastanza responsabile, credibile e matura da non aver più bisogno di dipendere da lui.
Forse la cosa avrebbe giovato a entrambi, perché no?
Erano ormai adulti, vaccinati e saperlo impegnato negli affari di famiglia la rendeva orgogliosa e ottimista per il futuro. Per questo voleva agire di persona, mettendo il lavoro al primo posto. Tutto ciò che Hiroomi Nase le aveva raccomandato, dopo aver stabilito insieme a lei un piano d’azione dal primo fino all’ultimo dettaglio, era stato di prestare attenzione, di stare in guardia, di guardarsi le spalle ed essere pronta anche a contattarlo se necessario.
Mitsuki aveva annuito con serietà e la questione si era chiusa lì.

 

Nei primi sei mesi nel nuovo impiego tutto filò liscio come l’olio: ogni cosa era regolare, non avvenne nulla di strano e preoccupante mentre assisteva il suo datore di lavoro svolgendo eccellentemente tutte le mansioni a lei affidate, venendo lodata e apprezzata dagli altri colleghi, seguendolo negli spostamenti in automobile, partecipando come sua accompagnatrice a una festa per l’inaugurazione di una compagnia nella quale Mitsuki vi trovò anche il fratello e trascorse una piacevole serata in sua compagnia.
Troppo tardi si rese conto di aver commesso un errore imperdonabile quella sera a fargli conoscere il suo capo, eppure i due si erano semplicemente stretti la mano.
E andando via con il fratello Hiroomi, Mitsuki era serena e aveva ignorato inconsapevolmente il ghigno mefistofelico che deformava il volto del mostro.

 

L’aspetto del signor Shimura era stravagante, certo, un po’ induceva a sospettare qualcosa, ma il suo comportamento era davvero ineccepibile.
Egli aveva un casco di capelli riccioluti, neri e perennemente in disordine, come se non avessero mai incontrato un pettine. Sotto la fronte larga portava un paio di occhialoni rotondi dalle lenti scuri e nelle orecchie degli orecchini a forma di piercing con una piuma che pendeva. Una mascherina reticolata copriva la bocca, sempre, in ogni occasione nella quale Mitsuki lo aveva assistito, tuttavia, nonostante questo, era una persona logorroica perché parlava di qualunque argomento, eppure discreto, perché non s’impicciava della vita privata dei suoi dipendenti e nemmeno della sua. Non in maniera invadente almeno, si era soltanto limitato a farle qualche domanda in generale.
Un brutto giorno, che inizialmente era trascorso come al solito, il capo le chiese del fratello mentre lei era intenta a usare la fotocopiatrice, a programmarla per stampare su un mucchio di fogli.
Volle sapere del suo modo di comportarsi, del loro rapporto fraterno, se c’erano degli screzi fra loro, cose di questo genere. Forse Mitsuki rispose distrattamente, fatto stava che, una volta soddisfatto l’improvviso interesse per Hiroomi, il signor Shimura le chiese gentilmente di seguirlo nel suo ufficio e di non preoccuparsi delle fotocopie, che le avrebbe ritirate qualcuno una volta che la stampante avesse ultimato il programma.
Mitsuki obbedì, ma con uno strano presentimento: forse era finalmente giunto il momento che aspettava, forse toccava a lei fargli un interrogatorio.
Si preparò mentalmente, tuttavia, una volta dentro l’ufficio, il capo si scoprì il viso e la bloccò con una mossa fulminea alla parete accanto alla porta.
Le bastò guardarlo e allora Mitsuki lo capì: era lui il demone che cercava, che sprigionava l’aurea demoniaca all’interno dell’agenzia!
Reagì troppo tardi all’inaspettata mossa, soltanto perché si sarebbe aspettata qualunque attacco sferrato alla sua persona ma non che le avrebbe rubato un bacio. Indietreggiò più
rapidamente che poteva e scagliò un pugno contro la sua mascella, ma non ci mise per niente forza: perché?
Com’era possibile? Cosa le aveva fatto?
Si sentiva sempre più debole, Mitsuki, gli occhi faticavano a rimanere aperti e il respiro diveniva affannato. Le strinse il polso sottile con una mano ed era, si rese conto, l’unico appoggio stabile che la manteneva in piedi.
Perse i sensi con l’inquietante immagine dei suoi denti stretti in un sorriso ambiguo che sfumò nelle tenebre.

 

Al suo risveglio, Mitsuki comprese di essere legata saldamente a due corde resistenti che le tenevano i polsi sollevati e le braccia spalancate. La seconda percezione riguardava il freddo che le faceva venire dei brividi lungo tutto il corpo e realizzò, senza ancora aprire gli occhi, di essere nuda. Il suo stato inerme sicuramente non presagiva nulla di buono per lei. Si concentrò per servirsi dei suoi poteri e creare una barriera difensiva: non le riuscì e la preoccupazione divenne ormai palpabile. Fece per parlare, ma aveva perso anche l’uso della voce. Che scherzo di orrido gusto le stava giocando quel maledetto demone! Purtroppo il peggio doveva arrivare e si manifestò subito dopo, sotto una forma familiare che mai – mai! - si sarebbe aspettata.
Quando spalancò gli occhi violetti, infatti, Mitsuki si trovò davanti suo fratello Hiroomi. Era indubbiamente lui, ma una vocina interiore le suggeriva che i demoni potevano ingannare gli esseri umani. Quello doveva essere tutto un inganno.
Hiroomi era certamente un po’ pervertito, ma non si sarebbe mai spinto a farle quello, a legarla in una stanza di mattoni scuri, molto simile a una prigione, a privarla dei suoi vestiti senza preoccuparsi del fatto che poteva prendere un raffreddore. Aveva sì il complesso della sorellina, ma era una cosa che si poteva benissimo gestire senza eccessi.

«Ti starai chiedendo che razza di demone io sia davvero e per quale motivo ti abbia portata qui: lascia che ti spieghi ogni cosa. Secoli fa, non importa quanti secoli, ero uno dei più forti, ma mi annoiavo. Così scelsi di assumere forma umana, mi mescolai alla gente normale, appresi le loro abitudini, comportamenti e stili di vita. Scelsi ciò che mi conveniva di più e iniziai a lavorare, feci carriera, salii in vetta alla gerarchia e assunsi il comando dell’azienda. Tutto questo nel corso di moltissimi anni prima di creare la mia società, ti lascio immaginare... Tuttavia, il senso di noia e insoddisfazione riaffiorò nella mia vita apparentemente perfetta. Ti starai chiedendo cosa centri tu nel mio racconto: non c’è fretta, ti dico la verità. Non ho mai pensato di generare figli, eppure sento che saranno proprio queste parti di me a salvarmi dal tedio. E tu, Mitsuki Nase, sei arrivata qui fra capo e collo: fin dal giorno in cui ti sei presentata al colloquio di lavoro, ho indagato su di te, realizzando che fossi la candidata ideale. Stai negando con la testa? Hai compreso in che posizione ti trovi? Eppure dovresti essere felice: rappresenta un privilegio incredibile partecipare alla procreazione di un mezzo demone a cui passare una parte dei miei poteri. In forma umana non posso disporre liberamente di essi, ma, come hai sperimentato tu stessa, sono davvero abile ad annullare i poteri di chi mi sta davanti, le capacità paranormali altrui, indebolendone il corpo. Mi ritengo anche bravo a preparare pozioni, vero? Sembra che l’intruglio abbia funzionato, togliendoti la voce, ma non devi temere: il suo effetto è limitato, fra circa due ore tornerai a parlare normalmente».
In realtà, ciò che la preoccupava non era tanto il discorso, ma piuttosto che lui si stesse cacciando uno per volta, lentamente, tutti gli indumenti che portava: il soprabito, la giacca formale, la cravatta, la camicia, la canottiera, i mocassini di cuoio, i pantaloni griffati, i boxer, i calzini.
«Oh, quasi dimenticavo: la mia specialità è quella di assumere qualunque aspetto io desideri, purché io riesca a toccare almeno una volta sola la persona che desidero “copiare”, in questo caso il tuo fratellone adorato. Alla festa gli ho stretto la mano, ricordi? Ho pensato che servirmi di questa forma ti avrebbe consolata un poco, che saresti stata più partecipe. Considerarlo un regalo. Ho detto abbastanza, mi sto annoiando, passiamo ai fatti», concluse e non aveva più altro da togliere.

Finito lo spogliarello ed esaurita la spiegazione esauriente, egli non perse tempo nel realizzare il suo orribile proposito. E lei si diceva che avrebbe opposto tutta la resistenza del mondo, che non poteva cedere al ricatto: ne andava della sua dignità personale e della reputazione della famiglia Nase, ma il mostro, scegliendo di mantenere l’aspetto del fratello maggiore, la stava ferendo profondamente. Mitsuki si ripeté più volte che non era colpa di nessuno, che si trattava di un brutto sogno e nulla più, che magari sarebbe arrivato qualcuno a liberarla pur essendo impossibilitata a urlare, chiuse gli occhi schifata sperando che così si sarebbe mentalmente estraniata da tutto quanto le avrebbe inflitto senza riguardi, ma allontanare il ribrezzo e la vergogna fu un’impresa quasi impossibile. Il demone si servì della bocca di Hiroomi per ciucciare un capezzolo del suo seno, della mano per toccarla nella sua intimità nonché di un dito per penetrarla.
Come diavolo poteva intaccare così, in maniera così sporca e indecente, l’immagine di un suo familiare?
Forse preferiva mantenere gli occhi serrati, perché soffriva a vederlo lì vicino, pur sapendo che non si trattava di lui. Incapace di ribellarsi e resa schiava del suo terribile potere, invocò disperatamente il nome della sorella Izumi e del fratello nella sua mente, ai quali troppo tardi sarebbe giunta la verità celata dietro l’azienda indagata. E troppo tardi avrebbero scoperto delle molestie e degli abusi invasivi che stava subendo, perché lei avrebbe taciuto quali sembianze avesse assunto quel demone della perversione, l’astuto mutaforma che la spinse contro il muro per continuare a umiliarla: la sua mente urlava: “No, basta, trova un modo per fermarlo, non può andare avanti o sarà davvero troppo tardi per te, Mitsuki”.
Tuttavia, ella era troppo sconvolta, era troppo paralizzata, in fondo non voleva arrendersi, la stava solo usando per un turpe scopo, ma che altro poteva fare per difendersi? Mentre la slegava, non le restò che perdersi nell’illusione, in parte consolante in parte immorale, che a stringerla nell’abbraccio fosse davvero Hiroomi, che fosse sua la bocca che le sfiorava il collo e suo il coso fra le gambe. Per superare l’oltraggio, doveva crederlo a questo punto: rappresentava il male minore.
Si aggrappò a spalle familiari quando calò il capo per osservare con ansia l’esatto momento in cui avrebbe sentito tutto il dolore che conseguiva la perdita della verginità. Una cosa però era da apprezzare: l’erezione s’insinuò lentamente, senza irruenza, come se egli volesse godersi il momento e renderla donna senza un eccessivo trauma. Si aspettava più violenza da parte di un demone, ma la introdusse a quella pratica per lei sconosciuta in modo delicato e accorto, era quasi un voler assomigliare alla persona della quale aveva assunto le sembianze: questo quasi la sorprese e la commosse. Quasi, perché il sosia aveva iniziato a muoversi dentro di lei, a sbatterglielo in profondità e la sua mente, l’unica in grado di parlare, poteva solo sperare che la tortura durasse il meno possibile.
Già la sola idea di prendere il suo seme demoniaco l’atterriva e la sconvolgeva senza poterlo esternare: era ancora troppo giovane per diventare madre, inoltre era inconcepibile anche soltanto immaginare un piccolo mostro crescere dentro il suo utero. Eppure ciò sarebbe accaduto da un momento all’altro, quel membro ingrossato che la sconquassava tutta si faceva sempre più grosso dentro di lei, o forse era il suo corpo che si stringeva per il timore di riceverlo.
Dentro stava urlando disperata, gridava all’intervento del suo vero fratello, ripeteva tanti NO e LEVATI DI DOSSO e TOGLILO SUBITO e BASTA.
Provava a mimare con la bocca suoni, ad articolare parole, ma non uscì nulla e Mitsuki iniziò a piangere, graffiando la schiena del falso Hiroomi che la sovrastava, la faceva impazzire divisa fra il piacere di essere posseduta così in profondità da qualcuno e il disgusto colmo d’angoscia di fronte alla prospettiva di rimanere incinta.
Per ancora qualche istante fu sottoposta al ritmo implacabile e frenetico che le imponeva il bacino non del fratello, finché lui non le crollò addosso, grugnendo appagato mentre la donna dalla fluente chioma corvina, dagli occhi violetti sgranati per lo shock e dalla bocca rimasta spalancata in un urlo muto, sentì la potente scarica riversarsi calda in lei, inondandola dall’interno, riempiendola fino a sgorgare ai lati della porta intima ormai dilatata. La tenne stretta finché non si sentì svuotato e solo allora la lasciò libera di accasciarsi e di piangere.

*

Mitsuki tornò a casa. La giovane donna era a pezzi in tutti i sensi, però trovò in qualche modo la forza necessaria di chiudersi in bagno, di spogliarsi e di mettersi sotto il getto tiepido della doccia. Lavava via il proprio sudore, gli umori corporali, ma la sporcizia che sentiva non era solo esteriore: l’interiorità sarebbe stato macchiata per sempre, corrotta da pensieri dilanianti.
Copiose lacrime di sofferenza si mischiarono alle trasparenti gocce d’acqua, mentre l’intero corpo violato della ventiduenne era scosso dai singhiozzi.
Se non avesse accettato quel lavoro maledetto…
Udì bussare alla porta. Sussultò, abbracciandosi spaventata e tremando visibilmente.
«Mitsuki. Tutto bene?» colse queste tre parole, dette con tono apprensivo.
Udire la voce del fratello dopo tutto ciò che era successo avrebbe dovuto essere un balsamo per lenire il dolore, un sollievo per la mente, ma nel suo caso non fu affatto così.
Per di più, non aveva ancora deciso se rivelargli oppure no tutta la sconvolgente verità e soprattutto se aveva il coraggio di guardarlo in faccia dopo il suo fallimento. Era tutta colpa di quell’essere, che fosse dannato!
Non voleva più incontrare il mostro e nemmeno essere ricattata.
Il suo orgoglio e la sua dignità meritavano una soluzione estrema.
Tutta gocciolante, l’infelice Mitsuki commise una pazzia: scavalcò la vasca, frugò nell’armadietto del bagno, prese una lametta e si ferì, trattenendo qualsiasi verso che poteva giustamente sfuggirle.
Prima non sei giunto a salvarmi. Adesso arrivi troppo tardi Hiroomi. Per me è finita”.

 

°°°
2355 parole.
Scritta per la quarta settimana del COW-T 9, missione 2, prompt situazione “Arrivare troppo tardi”.
Ultimamente sentire parlare di molestie sul lavoro mi ha ispirata questa cosa, anche se ovviamente non mi piace >.< è solo un esperimento per capire se riesco a scrivere anche questi generi. Ringrazio i prompt del COW-T per questo ^^
Finale drammaticamente in sospeso, lascio immaginare a voi se il tentativo di suicidio di Mitsuki sia riuscito oppure se Hiroomi ha sfondato la porta ed è riuscito a salvarla.
La fic è anche mezza incest, anche se tramite un inganno.
Io lo so che qui i demoni si chiamano youmu, ma ho voluto trattare di un demone in generale perché francamente non avevo tempo di rivedere l’anime.