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Just overwhelm me

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Di tanto in tanto ci riesce, a dormire serenamente.
Senza bisogno di farmaci, senza dover andare a correre e a far attrezzi in palestra per raggiungere quel livello di stanchezza da mettere k.o. il suo cervello.
Sono le notti in cui, per pura fortuna, finisce a sognare di non essere fuggito per anni dai suoi sentimenti.

In cui torna a quella festa di Capodanno e si lascia baciare, e sia lui che Francesco alzano il dito medio verso il vociare indistinto che si alza alle loro spalle. E quando si separano, non se ne vanno ognuno per la propria strada fingendo che non sia mai accaduto. No. Per un po’ se ne stanno in silenzio, perdendosi l’uno nello sguardo dall’altro. Non aveva mai notato tutte quelle efelidi sui suoi zigomi. Con la mente annebbiata dall’alcool e dal fumo - e dalla vicinanza con Cesco, quella più di ogni altra cosa – sembra un’idea rivoluzionaria quella di mettersi a contarle. E Francesco aggrotta le sopracciglia, fingendosi infastidito, ma le sue labbra sorridono e gli sussurrano ‘vuoi piantarla?’ senza però far nulla per allontanarlo. E lui se ne esce con una battuta pessima, del tipo ‘no, la voglio coltivare’ e finiscono a discutere di un assurdo futuro come narcotrafficanti a Milano. Non sa perché l’abbiano eletta a capitale dei vizi e della criminalità organizzata – forse è nato tutto da qualche partita di campionato andata rovinosamente, come spesso succede – ma non ha importanza.
Ciò che ha importanza è che in quel futuro né Jacopo né il babbo sono riusciti a dividerli. È addormentarsi mormorando ‘okay, siamo seri per un attimo: non andrà così, e magari finirà che faremo gli impiegati o i panettieri… ma sarà la vita che ci saremo scelti noi e che vivremo assieme’.
Non ha senso che il Lorenzo di allora sappia già che Giuliano è forte e testardo abbastanza da non venir schiacciato dal peso delle aspettative dei loro genitori. Che sì, cercherà di starli a sentire per il quieto vivere ma dimostrerà loro di non essere portato a prendere in mano le redini dello studio in modo talmente plateale che si dovranno pur rassegnare a cercare qualcun altro. Accorgersi che Guglielmo non è poi così male… Unire le due casate in un’unica targhetta – e ci sarebbero state discussioni su quale cognome mettere prima – e finirla lì.
Utopico immaginare che la reazione di Jacopo si sarebbe limitata allo sbattere fuori di casa Francesco, non ammazzandolo di botte e mandandolo in collegio nel malaugurato caso in cui fosse sopravvissuto al pestaggio. Ma è un sogno. E per quanto gli possa sembrare reale, mentre vi è all’interno, c’è sempre una parte di Lorenzo che sa di potersi permettere soltanto qui certe fantasie. Che il farsi troppe domande sulla plausibilità del tutto ne toglie la magia.

Per non parlare di quando torna ad Amsterdam, e s’infila nel letto di Cesco invece di starsene a guardarlo dormire a pochi metri di distanza. E quei cinque giorni di dolce tortura, di ore passate semplicemente a passeggiare per le strade di una città dove nessuno li conosceva senza approfittarne per rubarsi un bacio o una carezza… Avrebbero potuto cambiare così tanto se solo…
Cinque anni dopo, lo scambiarsi il fumo a fior di labbra sarebbe stato ancora eccitante come la prima volta? Forse no, ma lì lo era. Ed ora che erano entrambi maggiorenni e per qualche miracolo erano riusciti a non farsi beccare, potevano ragionevolmente credere di trovarsi un lavoro ed un tugurio in cui vivere.
Che li disconoscessero pure! Che tagliassero loro i fondi! Ce la potevano fare benissimo da soli! Meglio vivere nella miseria, ma liberi, che in catene nella bambagia.
A diciannove anni, quando il massimo della miseria che avevano provato era dormire in un dormitorio da dodici persone con un solo bagno in comune – e davvero, s’era chiesto perché certa gente sia così felice di vivere nello sporco – non era loro difficile convincersi che i soldi alla fine non fossero poi così importanti.

O di quando arriva in tempo a Santa Maria Novella, prima che parta il treno che porterà Francesco a Roma. Per dirgli che c’ha pensato su e non ha optato né per Giurisprudenza né per l’Accademia delle Belle Arti: s’iscriverà a Lettere Classiche e studierà per diventare un professore di latino nei licei. Convincerà anche lui a lasciar perdere Economia per Medicina, stuzzicandolo con commenti idioti del tipo ‘non so se si sentiranno meglio o peggio, i pazienti, dopo aver visto la tua faccia’ e sentendosi rispondere ‘ah, perché secondo te i tuoi studenti riusciranno a concentrarsi su quella lingua morta del cazzo, con te in classe. Hai davvero troppa fiducia nel prossimo, tu.’
Magari il destino gli farebbe comunque incrociare Clarice, e sarebbero potuti diventare lo stesso ottimi amici. Avrebbe potuto abbandonare Scienze dell’educazione primaria, unica facoltà a cui le era stato concesso d’iscriversi se proprio ci teneva ad avere ‘sto pezzo di carta che il suo futuro marito le avrebbe fatto tenere chiuso in un cassetto e seguire la sua vocazione di psicoterapeuta.
O avrebbe scoperto di avere un talento per la diplomazia internazionale, chissà.
E qualche anno dopo sarebbero andati in vacanza a Venezia, dove Francesco avrebbe incontrato Novella. Si sarebbero piaciuti subito e Lorenzo ne sarebbe stato veramente contento – così come lo era effettivamente stato quando li aveva sorpresi a chiacchierare, appartati nella cucina di casa sua: non poteva avercela con nessuno in grado di far illuminare il volto di Cesco ed era incapace di provare invidia o gelosia nei suoi confronti – e chissà come sarebbero evolute poi le cose tra loro.
Arriva perfino a vagheggiare di matrimoni, lui in viola e Francesco in nero. Di figli da Clarice e Novella.
Chissà se sarebbe stato poi così impossibile che ciò accadesse. Chissà.

Chissà se avrebbe potuto soffocare il rancore di Francesco, allora già vivo ed alimentato da tutte le occasioni in cui Lorenzo non si era voluto esporre ma era stato troppo egoista per lasciarlo andare, se gli avesse detto ‘Sei tu quello che voglio e fanculo a tutto il resto.’ quella mattina.
Ma no, lui aveva voluto la botte piena e la moglie ubriaca. La pretesa di andare a letto col suo migliore amico, aspettandosi di non innamorarsene ancor di più. Perché nessuno era mai stato in grado di farlo sentire tanto completo, appagato ed in pace con se stesso. Lucrezia c’era andata molto vicino, sì, ma la differenza d’età e d’esperienza non mancava mai di farsi sentire. Per quanto impegno lui ci mettesse, lei lo superava. Sempre. Voleva essere quanto più vicino alla perfezione, per lei. Farle dimenticare l’uomo che aveva sposato, convincerla a lasciarlo per fuggire con Lorenzo.
Con Francesco no, potevano accadere cose ridicole come il cadere dal letto mentre s’allunga a prendere i preservativi dal comodino e scoppiare a ridere entrambi. Andare a tentativi, per capire cosa piace all’altro, senza sentirsi imbarazzati dai numerosi errori.
Almeno avrebbe potuto evitare di ergersi a martire, di far passare la sua sofferta decisione come l’unica possibile per il bene di entrambi.
Avrebbe dovuto dirgli che si sarebbe battuto perché fossero felici, non che la considerava un’impresa
fallita ancor prima d’incominciare. Che se anche non ci fosse stato il senso di colpa per aver rinnegato la sua famiglia, avrebbe dovuto comunque convivere con la consapevolezza di aver negato a Francesco la felicità che meritava.

Sono notti che vorrebbero durassero ben più di qualche ora, che gli fanno detestare i raggi del sole che lo vengono a svegliare. E scende dal letto incazzato con chiunque respiri – a cominciare da se stesso – e non si riprende fin dopo colazione. Non che perda la sua cortesia ed affabilità, non si trasforma mica in Francesco, ma la sua tendenza a non parlare se non interpellato ed avere lo sguardo fisso nel vuoto tipo zombie è in netto contrasto con la persona entusiasticamente mattutina a cui la sua famiglia è abituata. È un po’ che non si vede, quel Lorenzo che nel sorgere di un nuovo giorno vedeva tutte le opportunità ancora da cogliere.

*********************

Ha dell'incredibile, come ci siano cose che sono rimaste impresse a fuoco nella sua mente e che Francesco sostiene di non ricordare affatto, se non molto vagamente.
La gita ad Amsterdam, durante l'ultimo anno di liceo, ad esempio.
Quei cinque giorni vissuti a stretto contatto con Fra, svegliandosi al suo fianco e desiderando di poterlo fare ogni mattina per il resto della sua vita. Svegliandolo mettendosi a cavalcioni su di lui e facendogli il solletico, tirandogli cuscinate finché Francesco non si decideva a ribaltarlo sul materasso per contrattaccare.
Con il senno di poi, si rende conto di quanto sarebbe stato facile far prendere alla loro tutt’altra piega. Che è stato un vigliacco ad approfittare di quei momenti per sentire Francesco contro di se, dando per scontato che dall’altra parte non ci fosse alcun interesse. Che ci sarà stato pure un motivo per cui Giuliano aveva alzato gli occhi al cielo e se n’era andato borbottando ‘vabbé, quando avete poi finito di fare le vostre porcate fatemelo sapere, eh.’ dopo averli beccati a rotolarsi sull’erba.
Lorenzo ricorda ancora, a sprazzi, quella mattina.
Il caldo soffocante, nonostante fossero in montagna, il cuore che gli doleva ogni volta che rivolgeva uno sguardo a Francesco. Ogni volta che non riusciva a staccare gli occhi da quelle gocce di sudore che gli scendevano lungo la nuca, lungo il collo, per poi sparire sotto i vestiti e quanto avrebbe voluto seguir lo stesso loro tragitto con la punta delle sue dita, con le sue labbra... I pensieri incapaci di non tornare indietro alla notte prima, e domandarsi cosa mai Francesco potesse aver chiesto alle stelle cadenti. Se fosse qualcosa che Lorenzo potesse esaudire.
Gli avrebbe dato il mondo, se soltanto gli avesse chiesto. Avrebbe costruito un mondo nuovo soltanto per loro due, se fosse stato necessario.
Avrebbe dovuto darglielo, senza star ad aspettare Godot. Dopo più di dieci anni avrà pur saputo chi si trovava di fronte, no? Uno che nemmeno sotto tortura avrebbe ammesso di avere bisogno degli altri. Che accettava suo malgrado dei favori, ma mai si sarebbe abbassato a chiederne. Poteva capitare che lo facesse se capiva di poterne avere un tornaconto personale, da persone che fondamentalmente disprezzava. Mendicare presso chi gli era caro, però? Giammai! Quale orrore!
In fondo, quando mai Lorenzo s’era fatto dei problemi a piombare nelle vite altrui e rivoluzionarle? Non aveva mai chiesto il permesso, la sua gentilezza l’aveva imposta se riteneva fosse il gesto più nobile da fare.

Amsterdam è stata il bivio. Il punto di non ritorno.
Un viaggio iniziato in modo quasi comico – con Giuliano che s’era infrattato sul loro pullman e s’era rifiutato di scendere fin quando Lorenzo non gli aveva solennemente promesso che mai si sarebbero divertiti senza di lui – e proseguito con la crescente e drammatica realizzazione che così non si poteva andare avanti.
Che solo uno schifo d’amico poteva coinvolgerlo in una partita di strip poker, conclusasi con l’essersi entrambi in mutande o seguire un’entusiasta proposta di body shot con deplorevoli secondi fini.
La doveva smettere di monopolizzare il poco tempo libero di Francesco con inviti a comitati di cui non gliene poteva fregare di meno. Con le prove di una band che non sarebbe mai andata da nessuna parte. Per quanto adorasse sentir Cesco cantare, ammirarlo mentre scatenava tutta la sua rabbia sulla batteria e dava sfoggio della sua elegante maestria al violino… Era cresciuto ormai abbastanza da vedere quanto lo stargli accanto fosse limitante, per Francesco.
Meglio concentrarsi sulla Donati, il cui unico scrupolo era che non se la sentiva di uscire con un suo studente. S’era tenuta le poesie che aveva scritto per lei – ecco: avrà pur voluto dire qualcosa, il non riuscire a mettere nero su bianco nulla che riguardasse Francesco, giusto? – e gli aveva dato un assaggio di ciò che potevano essere loro due, come amanti ed amici. Avendo ottenuto il trasferimento in un’altra scuola sarebbe anche stata ora che Lorenzo si facesse vivo e tenesse fede alle promesse che le aveva fatto per mesi, nelle sue lettere.
Lei sì che avrebbe saputo riportarlo sulla retta vita, prepararlo a prendere il posto per lui prestabilito nella società. E non avrebbe funzionato con nessun’altra, perché lei soltanto era stata capace – per qualche breve attimo – di fargli dimenticare perfino come si chiamasse. Lei sola poteva indicargli la strada per essere la versione migliore di se stesso.

Ci sono state, comunque, diverse occasioni in cui ha dubitato di questa sua scelta. Tre, per essere precisi: la settimana nera d’aprile, la fine delle vacanze post-diploma e la festa post-laurea.

La settimana nera è stata il culmine di periodo non poi così diverso da quello che sta vivendo ora, e che si sta protrando ben più a lungo. Soltanto che adesso sa che è una sensazione passeggera, quella di non veder alcuna via d’uscita e di non provare gioia neppure nel sentire la sua canzone preferita o guardarsi un bel film. Che si sveglierà un giorno ed i colori dell’alba saranno nuovamente capaci di fargli venire un nodo allo stomaco da quanto son belli, specie se stagliati sui marmi della sua città. Che gli si veleranno ancora gli occhi di lacrime davanti alle fotografie di Sandro o leggendo i racconti di Poliziano.
Il cibo tornerà ad avere un sapore, e la compagnia delle persone diventerà qualcosa di cui non ha disperato bisogno ma che poi non sa come gestire.
Nell’aprile dei suoi diciannove anni, però, s’era davvero messo in testa che non ci fosse alcuna ragione di uscire dal letto e venire a patti con l’essere un fallimento. Un figlio degenere. Un fratello incapace. Un amico di merda. Francesco e Giuliano tentavano di essergli di conforto, rassicurandolo che non lo avrebbero sospeso. Tuttavia, non era l’eventuale provvedimento disciplinare a spaventarlo. Era andato nel panico non appena era tornato a casa e si era reso conto di quello che aveva fatto, certo… ma ormai il danno era fatto, e non si poteva tornare indietro. Che venisse pure punito per la sua incapacità di tenere freno la propria rabbia, per aver fatto prevalere la violenza al dialogo come un cavernicolo.
Provava disgusto per se stesso, per come si fosse sentito tanto meglio di quello stronzo che a cui aveva fatto saltare gli incisivi.

Aveva fatto l’errore di sottovalutarlo, come fanno tutti. Troppo spesso. Non lo credevano capace di far male ad una mosca, pacifico com'è. Non sapevano dei pomeriggi in cui andava a dare pugni ad un sacco, per non darli in faccia ai suoi compagni. Non sapevano delle lezioni che si è fatto dare da Marco Bello - seguendo il consiglio datogli da Francesco anni prima - e di come fosse capace di causare il massimo dolore con il minimo sforzo.
Non avevano proprio idea di quale pericolo corressero, nel prendersela con Giuliano. Che magari i guai se li andava anche a cercare provandoci con le ragazze più grandi, ma anche quelli di quarta e quinta che non riuscivano ad avere più charme di un ragazzino di quattordici anni... qualche domanda se la sarebbero dovuta fare, invece di prenderlo a spallate nei corridoi e minacciarlo di rompergli il naso, no? E poi succede che il naso glielo rompono sul serio, durante l'intervallo.
Dopo aver sopportato in silenzio per mesi, cercando di far sì che Lorenzo non s'accorgesse di nulla. Sperava di farsi espellere, se non gli fosse riuscito di farsi bocciare, per convincere più facilmente il padre a fargli scegliere un corso di studi a lui più congeniale. Lingue, magari. Più lingue si sapevano più s'allargava il bacino di persone con cui poteva provarci, no? Un ragionamento talmente assurdo, ma talmente tipico di suo fratello, che Lorenzo non aveva potuto che sorridere quando Giuliano gli aveva rivelato tutto.
Magari gliene avesse parlato prima che lui e quello stronzo si menassero... No, probabilmente non sarebbe cambiato un bel niente. Forse avrebbe finito semplicemente per spaccargli la faccia ben prima di quel pomeriggio d'aprile. E se non ci fosse stato Francesco in quel cortile - cosa ci faceva al Classico, lui che frequentava Ragio? Succedeva spesso, ma Lorenzo aveva rinunciato ad insistere perché smettesse di saltare le lezioni: non stava a lui fargli ramanzine, e finché i suoi voti erano buoni non gli sembrava questo gran dramma - non si sarebbe limitato ad un pugno sui denti ed ginocchiata nelle palle. Il suo ‘Tu tocca ancora mio fratello ed io ti faccio rimpiangere di essere nato.’ non sarebbe rimasto soltanto una minaccia, ringhiata mentre teneva la sua testa schiacciata contro l’asfalto con un piede.

La settimana nera è iniziata quello stesso pomeriggio, e gli è sembrata durare così tanto da perdere la cognizione del tempo. Giuliano non sapeva più che inventarsi, per scuoterlo un po’.
“Ma si può sapere che t’è preso?” continuava a chiedergli, ma non lo sapeva nemmeno lui. Era come se fosse stato un vaso, riempito fino all’orlo… e d’improvviso fosse stato rovesciato, scagliato a terra per infrangersi in mille pezzi. E non aveva idea da dove iniziare per rimetterli a posto. Lui che cercava una spiegazione logica a tutto, non ne trovava una che potesse delucidarlo sul perché tutto ad un tratto il suo cuore si fosse spento. Perché fosse diventato incapace di sentire soltanto una profonda stanchezza, ma allo stesso tempo soffrisse d’insonnia.
C’erano voluti sette giorni prima che riuscissero a trascinarlo fuori dal letto, improvvisando un duetto al karaoke che aveva finito per strappargli un sorriso. Mai prima di allora Francesco e Giuliano avevano lavorato assieme verso un obbiettivo comune, ma se si trattava di far star meglio Lorenzo… Potevano dimostrare un’aspettata intesa.
Non era solo, non l’avrebbero abbandonato soltanto perché commetteva degli sbagli. Sarebbero stati al suo fianco anche quando non aveva la forza di rialzarsi, e non lo avrebbero creduto debole perché ogni tanto si faceva trascinare in un abisso senza fondo dai suoi pensieri. Sarebbero sempre stati pronti a tirarlo su, loro.
Giuliano e Francesco.
Non certo Lucrezia, che manco s’era fatta vedere.

La vacanza post-diploma e la festa post-laurea… Be’, lì le cose erano andate diversamente. Anche se era giunto alla medesima conclusione.
Ma non gli andava di pensarci, ora.

Ha un altro pensiero che gli ronza in testa, da quanto ha riportato a galla i ricordi di quella gita al quinto anno.
E non importa quante volte gli ha già posto la domanda. Quante volte ha ricevuto la stessa risposta. Il punto è che la congiura ai danni suoi e del fratello, il ruolo che Francesco ha avuto in essa... Hanno cambiato le carte in tavola. Hanno portato a galla anni di sopiti rancori ed inconfessabili desideri.
Hanno insegnato ad entrambi quali siano i pericoli del loro continuare a fuggire, del non volersi esporre e giustificare tutto con un 'lo sto facendo per il bene della mia famiglia' .
Deve chiederglielo ancora. Deve chiederglielo adesso.

"Ricordi Amsterdam?" Domanda, senza neanche salutare.
"Certo. È quando ti ho visto ballare sotto la pioggia, con la stessa gioia e spensieratezza di quando eravamo bambini che ho capito di essere fottuto."

"Fottuto in che senso?" Si vorrebbe prendere a pugni per la stupidità di quella domanda. Farebbe pure bene, Francesco, a sbattergli il telefono in faccia. Una reazione più che comprensibile, condivisibile. E pure fin troppo mite, perché si meriterebbe un bel 'Ma sai dove la puoi trovare la risposta a 'sta domanda del cazzo, Loré? A fanculo. Vacci, vacci, che sono anni che t'aspettano a braccia aperte.'

Eppure no. Lo sente ridere, e non è una risata isterica. No, è più la rassegnazione di avere a che fare con un perfetto idiota a cui bisogna fare i disegnini e gli schemini perché venga a capo anche della più semplice delle questioni. Con quello che si crede un esperto in campo amoroso e dispensa consigli a destra e a manca, magari riuscendo - per puro caso - ad aiutare il prossimo... ma che è totalmente incapace di dipanare la matassa che avvolge il suo cuore.

"Senti, lo sai. Sai qual è sempre stato il tuo problema, Medici? Che hai voluto da me la conferma di cose che già ti erano chiare. O meglio: tu c'hai sempre sperato che io ti dicessi che no, non era così... che ti stavi immaginando tutto. Perché in questo modo te ne saresti potuto lavare le mani." Sospira, ma nelle sue parole non traspare alcuna rabbia. Nessuna traccia del rancore covato fino a qualche mese prima. "Ed ho passato tanto di quel tempo a fartene una colpa, ma..."

"... ma nulla, c'avevi ragione. Non sono stato mai stato trasparente, nelle mie intenzioni. Ho sempre cercato la scorciatoia, la soluzione più rapida ed indolore. Sono stato stupido, cieco e crudele nei tuoi confronti." Salvo che poi quella soluzione non si rivelava indolore affatto, anzi. "Però, siamo onesti, Cesco..."

"... niente giustifica ciò che sono arrivato a complottare contro te e Giuliano. Ma giusto se avessi che so, avvelenato Guglielmo e mandato Bianca e Giovanna chissà dove solo per allontanarmi per sempre da mia nipote. Giusto quello potrebbe giustificare ciò che vi ho fatto. La stupidità, la cecità e la crudeltà ci sono state da entrambe le parti. Non so te, ma se ripenso a tutto quello che abbiamo passato in questi anni... Cazzo, quanto dolore mi sarei risparmiato se avessi smesso di dare per scontato che noi due non potessimo funzionare. Che dovessi essere tu, e non io, a fare il primo passo. Per poter essere io a rifiutarti, e non il contrario. Se fossi stato sempre onesto con te, come lo sono ora." Sembra esausto quanto lo è Lorenzo, incapace di porre un filtro tra la sua testa e le sue labbra.

Che sia venuto il momento di approfittarne?

“Non credo che siano cose di cui discutere al telefono. Che ne dici se vengo da te, domani?”

"Da quand'è che ti serve un invito per piombarmi tra capo e collo, eh, Medici?"