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Of Balance and Revenge

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Elise gonfiò le guance e incrociò le braccia, l'espressione corrucciata di chi non ha alcuna intenzione di ascoltare le idiozie di chi ha davanti.

« Andiamo! Potresti benissimo provarlo per me! Staresti così bene! Guarda le maniche! E poi la gonna! »

Si lamentò ancora Ōgai, agitando un po' l'abito che teneva stretto tra le mani, l'aria sconfitta sul volto. Aveva fatto confezionare quel bellissimo frutto di alta sartoria solo ed esclusivamente per lei, come poteva rifiutarlo in quel modo?
Elise sembrava non volersi muovere dalla sua posizione, però. Guardava Ōgai con aria annoiata e un poco irritata, come se tutte le sue preghiere non fossero altro fastidiosi suoni gracchianti che ferivano le sue delicatissime orecchie. Il che, in fondo, non era molto lontano dalla realtà.

Ōgai non era di certo una persona che si arrendeva facilmente, ma la risolutezza della bambina era troppo anche per lui. Tirò un gran sospiro, e ripiegò con attenzione il grazioso vestito nella sua confezione.

« Certo che potresti farmi felice una volta ogni tanto, Elise-chan! Sei crudele con me. »

Elise sbuffò ancora, ma prima che potesse rispondere a tono qualcuno bussò alla porta della loro stanza privata. Ben venga, pensò la bambina. Almeno non doveva sopportare ancora le lamentele del boss.

Ōgai si voltò, e a passo lento raggiunse la porta, le sopracciglia aggrottate in un'espressione seccata. Odiava dover interrompere i suoi momenti privati con Elise per colpa dei suoi sottoposti, e loro lo sapevano più che bene. Qualcuno si sarebbe pentito amaramente, a fine giornata.

« Cosa succede? »

Chiese secco, cercando di dimostrare tutta la propria irritazione nello sguardo che lanciò al povero sottoposto davanti a lui. Doveva dargli credito, sembrava parecchio spaventato. Inoltre, si era impegnato parecchio nel profondo inchino che aveva fatto appena aperta la porta, ancora un po' e avrebbe toccato il pavimento con la fronte.

« Mi dispiace disturbarla, capo. Mi hanno incaricato di riferirle la notizia nonostante qualsiasi direttiva lei avesse dato, hanno detto che avrebbe voluto essere disturbato per questo--- »

Ōgai, lasciò uno sbuffo pesante ed agitò una mano, lasciando trasparire il più evidentemente possibile la propria impazienza.

« Arriva al dunque, prima che mi passi la voglia di ascoltare la tua voce. »

Il povero messaggero sembrò rabbrividire, e si raddrizzò velocemente, come per mettersi sull'attenti.

« Chiedo perdono, capo! Hanno detto di riferirle che Fukuzawa Yukichi è stato attaccato personalmente, signore! »

Ōgai si prese qualche secondo per rispondere. Ripassò mentalmente i passi che doveva fare.
Primo: non far vedere a quel manovale il modo in cui il suo corpo si era irrigidito, paralizzato dalla forza della notizia.
Secondo: modulare la voce e non lasciare trasparire la vena di paura che era sicuro l'avrebbe colorata, se non si fosse controllato.
Terzo: avere più informazioni possibili.

« Cosa diavolo è successo. »

Chiese solamente, lo sguardo che si affilava. Tutte le questioni che erano state di primaria importanza fino a poco prima scivolarono in secondo piano, una musica di sottofondo a quello che ora era il piano che si dipanava davanti a lui. Elise fece capolino da dietro di lui, una luca preoccupata nel suo sguardo normalmente annoiato. Doveva sentire quello che Ōgai provava.

« Non sappiamo ancora nulla, signore. Nakahara ci ha informato pochi minuti fa, ha chiesto di riferirglielo il prima possibile. Sembra stia accompagnando Dazai e altri membri dell'Agenzia alla ricerca del colpevole e--- »

C'erano poche cose che distraevano Ōgai più dell'impazienza. Non era mai stato in grado di controllarla appieno. Anche questa volta, fallì miseramente. Allungò una mano nella direzione dell'uomo, prendendolo per il bavero e tirandolo verso di sé con una forza che non voleva realmente usare. L'uomo lasciò un piccolo verso sorpreso, lo guardò con gli occhi pieni di paura. Normalmente, Ōgai avrebbe avuto una certa pietà per lui. Sfortunatamente l'aveva preso nel giorno sbagliato.

« Come sta Fukuzawa. »

Chiese, chiaro e conciso. L'uomo deglutì pesantemente, e annuì velocemente con la testa.

« Fuori pericolo. Sembra si sia messo in mezzo per aiutare alcuni dei suoi sottoposti. Si trova all'ospedale in questo momento. Non siamo riusciti ad avere altre notizie però. »

Oh, allora sapeva dare notizie chiare e concise, quando voleva. Ōgai allargò un leggerissimo sorriso, per poi lasciarlo andare. Quello inciampò sui suoi stessi piedi, finendo sedere a terra. Si lamentò a bassa voce, ma Ōgai lo ignorò per uscire a passo veloce, scavalcandolo con eleganza. Elise trotterellò dietro di lui, quasi pestando la mano del tipo. Non sembrava particolarmente dispiaciuta.
Ōgai recuperò cappotto e guanti bianchi dal sottoposto che era a guardia del piano, per poi dirigersi verso l'uscita.

« Radunate Akutagawa e la sua squadra. Che stanino ogni straniero e ogni nuovo giocatore della città. Radano al suolo ogni organizzazione, se necessario. Tutti devono sapere che chi minaccia l'equilibrio di questa città la pagherà. »

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Il reparto era silenzioso. Fukuzawa era stato spostato da poco, gli era stato riferito. Inizialmente l'infermiera si era lamentata, dicendo che solo la polizia poteva avere informazioni così riservate come la posizione di un paziente così delicato, ma nessuno si metteva contro il capo della Port Mafia. Non era decisamente il giorno adatto.

A quanto pareva, nessun membro dell'Agenzia era rimasto in reparto. Era parecchio strano, ma Ōgai non aveva nulla da spartire con nessuno di loro, così non si pose troppi problemi. Se conosceva abbastanza Dazai, ogni suo compagno era esattamente nel posto in cui doveva essere.
Aprì la porta lentamente, infilandosi nella stanza. Era una stanza singola, piena di macchinari i cui cavi arrivavano al letto. Fukuzawa dormiva profondamente, la pelle più pallida del normale, i capelli disordinati sul cuscino. Ōgai chiuse la porta, e appoggiò la schiena ad essa, un lieve sospiro lasciò le sue labbra. Elise l'aveva seguito silenziosa, e ora stringeva la sua mano con le piccole dita, un gesto affettuoso che era più unico che raro.

 

« Chi ha osato fargli del male? »

Chiese la bambina, un'eco perfetta dei pensieri che riempivano la mente di Ōgai. Lui scosse la testa, e si avvicinò al letto. Prese una ciocca di capelli argentati tra le dita. Era così raro trovarsi nella stessa stanza con lui. Il mondo era cambiato parecchio da quando erano ragazzi. Due poli opposti, i due pilastri che mantenevano la città in piedi.
Uguali e opposti, entrambi avevano sempre lavorato per mantenere l'equilibrio in quel mondo. Avevano sacrificato tanto, per farlo. Ma nessuno dei due si era mai lamentato.
Per la prima volta dopo tanti anni, Ōgai si chinò su di lui, poggiando un bacio sulla sua fronte fresca.

« Non lo so, Elise-chan. Ma ci penseremo noi. »

Disse semplicemente. L'uomo sembrava stabile nel suo sonno, cosa che fece rilassare parecchio Ōgai. Port Mafia era il suo mondo, ma non poteva esistere senza l'Agenzia. E lui non poteva esistere senza Fukuzawa. Ancora una cosa in comune, almeno, l'avevano.

Elise si avvicinò al letto, e con un movimento aggraziato si sedette sul materasso di fianco all'uomo addormentato. Era sempre stato una delle poche persone ad avere il rispetto e l'affetto della bambina, che era poi quello dello stesso Ōgai.

« Voglio ucciderli con le mani. »

Dichiarò la bambina, un sorriso gentile sulle labbra. Ōgai avrebbe voluto poter controllare meglio la propria voglia di vendetta, ma sembrava riversarsi nella bambina con troppa semplicità. Succedeva sempre, quando lo colpivano così vicino al cuore.

« Lo faremo. E quando avremo le mani su di loro, capiranno che minacciare l'equilibrio della città è stato l'effetto collaterale meno preoccupante. »