Actions

Work Header

[Ita] Dreaming the Sea

Chapter Text

Avete mai avuto un sogno?
Di quelli intensi, che scorrono nelle vene come fossero sangue. Che diventano parte di te e sai che non spariranno, non importa quanti anni possano passare prima di realizzarli. Quelli che passi la notte a immaginare, con cui ti addormenti e che fanno nascere il sorriso ogni volta che ti tornano alla mente. Diventano parte di te, pulsano insieme al tuo cuore, riempiono i polmoni ad ogni respiro e fanno brillare gli occhi.
Quel tipo di sogni diventano la nostra anima.
Io ho un sogno così: voglio navigare.
Voglio svegliarmi con lo strillo dei gabbiani, respirare l’aria salata mentre mi scompiglia i capelli, fare il bagno nelle acque tanto profonde da impedirti di vederne il fondale. Voglio portare una barca, osservare il vento gonfiare le sue vele, domarlo e renderlo mio alleato. Voglio guardare le stelle ed il riflesso della luna sulle onde increspate dalla brezza.
Sogno l’oceano e la libertà che solo qualcosa di così smisuratamente grande può darti.
Si potrebbe pensare che io sia avvantaggiato, nato e cresciuto in una affollata città portuale. Mi basta aprire la finestra per perdermi nell’infinito orizzonte d’acqua; una breve camminata per raggiungere spiagge e scogliere sterminate. Il mare è tutto mio, quando non ci sono i turisti ad affollare quei magici luoghi di pace. Ho trascorso la mia intera infanzia e adolescenza a scappare di casa solo per potermi sedere sulle banchine e guardare le navi prendere il largo.
Ho pregato così tante volte di potermi imbarcare su una di esse, una qualsiasi, salire e non scendere mai più, lasciandomi alle spalle ogni problema, pensiero, ricordo.
Sono sempre stato solo, in quel sogno.
Ma a volte il destino progetta sorprese inaspettate.
 
● ● ● ● ●
 
Un passo avanti all’altro, corriamo senza una meta precisa. Il suono delle onde che si infrangono contro la banchina è il tenue sottofondo dei nostri confusi canti stonati, delle nostre grida e risate incontrollabili.
La testa mi gira terribilmente, ma sono assolutamente convinto che bere un altro sorso dalla bottiglia che tengo in mano mi aiuterà a stare meglio. È strano, non ricordo quante me ne sono già scolate, parecchie sicuramente, eppure la testa non fa che peggiorare.
Forse non è ancora abbastanza?
 
«Eren, torna qua, non sai ancora camminare sull’acqua!»
 
Il mio migliore amico mi afferra per il polso, allontanandomi dal bordo della banchina. Non mi ero reso conto di star camminando in diagonale. Lo guardo, faccio fatica a mettere a fuoco quei suoi due grandi occhioni azzurri ed i capelli chiari, così chiari che quando è giorno, sotto la luce del sole, sono impossibili da guardare.
Armin questa sera, nella nostra allegra banda, è uno dei guidatori designati. Il che significa che è uno delle sfortunate anime costrette a rimanere sobrie e, nel suo caso, significa essere di turno come baby sitter. Sì perché quella calda sera di baldoria di fine luglio è il nostro premio per essere riusciti a sopravvivere alla lunga sessione di esami universitari e niente e nessuno può impedirci di ridere e bere e cantare fino a perdere i sensi sulla sabbia.
Il compito di Armin è solo assicurarsi che nessuno di noi ci lasci la pelle.
Jean si aggrappa alle mie spalle ed entrambi crolliamo a terra, ridendo come degli idioti. Prende un sorso dalla mia bottiglia di birra, ma io gliela strappo dalle labbra con malagrazia.
 
«Ehi, beviti la tua, faccia da cavallo!»
 
«Ma è quasi finita!» si lamenta, dondolando al ritmo di qualcosa che sente solo lui.
 
Il suo respiro alcolico aumenta il mio giramento di testa.
 
«Questo non vuol dire che puoi avere la mia!»
 
Me lo tolgo di dosso e restiamo seduti a terra, indecisi su come alzarci in piedi senza rischiare di cadere di nuovo. In lontananza, vedo Marco tentare di convincere Connie e Sasha a non arrampicarsi su un albero che, almeno da quel che la ragazza urla, è carico di torte di frutta e ali di pollo fritte che non può assolutamente permettere vadano sprecate.
Ecco, loro sono il classico esempio di persone che non sanno reggere un po’ d’alcol.
Un grido entusiasta attira la mia attenzione. Ymir, una nuova che si è unita alla mia compagnia solo da poco, sta sbracciandosi e saltando, tentando di attirare la nostra attenzione. Quando riesco a mettere a fuoco quel che ci indica, trattengo il respiro: qualcuno ha dimenticato di ritirare la passerella che collega una delle imbarcazioni al molo. Qualche deficiente, di sicuro.
Mi avvicino barcollando, lasciando a Jean la mia bottiglia di birra: quella è una barca a vela degna di tale nome. Grande, imponente, con alti alberi che possono resistere ad ogni tipo di vento. Le vele sono ammainate, ma non fatico ad immaginare la loro dimensione, l’aspetto che quel robusto triangolo di stoffa deve avere, quando il vento lo gonfia, rendendolo il più naturale dei motori che la natura può concepire.
Beh, questa è solo una mia personale opinione.
Tutti insieme ci raduniamo davanti alla passerella: per me quello è un ponte che conduce al paradiso. Faccio un passo avanti ed immediatamente sento Armin stringermi la maglietta.
 
«Non pensarci neanche, Eren!» mi rimprovera.
 
Il suo tono è severo, ma io so come ottenere ciò che voglio. Mi volto verso di lui, sporgendo il labbro inferiore, lasciando che la luce fioca dei lampioni si rifletta nei miei occhi verdi e grandi: lo conosco fin dai nostri primi passi e non ha mai saputo dire di no alla mia espressione da cucciolo in preghiera. Lui scuote subito la testa.
 
«No!»
 
«Voglio solo dare un’occhiata…»
 
«Ti metterai nei guai.»
 
«Ci resto solo cinque minuti…»
 
«Quello che vuoi fare è illegale…»
 
«Lo desidero da tutta la vita!»
 
«Eren…»
 
«Ti prego… Non togliermi quest’occasione di sognare» porto la mano a stringere la chiave che porto al collo, sento i miei occhi inumidirsi.
 
Armin esita ed abbassa lo sguardo: sa che anche se le mie lacrime sono principalmente causate dall’alcol, i sentimenti che le ispirano non sono una finzione.
Non sono più salito su una nave da quel giorno, quasi quindici anni fa. Significherebbe tanto per me e lui lo sa meglio di chiunque altro. Sospira pesantemente e mi abbraccia: io ne approfitto per asciugarmi gli occhi.
 
«Ti do un solo minuto e non toccare niente.»
 
«Grazie...» sussurro.
 
Scavalco il parapetto ed i miei piedi toccano il pavimento di legno. Non mi sembra vero: sono su una barca. Cammino fino al lato opposto, mi sporgo a guardare l’acqua muoversi a qualche metro da me. I miei amici mi hanno seguito ed ora camminano su e giù per il ponte della nave, cantando canzoni da pirati ed agitando le bottiglie di birra. Sasha e Connie hanno raggiunto la prua e replicano la famosa scena del film Titanic, ma è lei ad avere la parte di Di Caprio e la cosa suscita le risate di tutti.
Il minuto concesso finisce, ma nessuno di noi si muove.
Armin è venuto a sedersi accanto a me ed insieme lasciamo dondolare i piedi dalla barca, sul nulla.
 
«È così bello…» mormoro, appoggiando la fronte al metallo freddo, gli occhi chiusi.
 
Armin mi accarezza la schiena senza parlare: certe cose non hanno bisogno di essere dette a voce alta. Mi sento stordito: la nausea si è aggiunta ai miei sintomi da sbronza. Vorrei tanto addormentarmi lì dove mi trovo, cullato dal suono delle onde, dal movimento lieve della barca, sotto la luce della luna.
La mia coscienza si affievolisce, scompare lentamente mentre il mio corpo si fa pesante.
 
Sono le urla di Armin a svegliarmi. Non penso di aver dormito più di qualche minuto, ma mi sento come se fossi uscito da un coma durato anni. Elaboro il suono delle sirene della polizia in avvicinamento, le grida dei miei amici che corrono giù dalla barca, il suono rimbombante dei loro passi sul legno del pavimento. Mi alzo in piedi ed il mondo si capovolge. Riesco a malapena ad aggrapparmi al parapetto, evitandomi un fastidioso bagno in mare fuori programma.
Sono rimasto solo.
Begli amici che ho, si sono precipitati al sicuro senza guardarsi indietro neanche una volta. Sono certo che si accorgeranno che non ci sono, prima o poi. D’altra parte ora riesco a vedere i lampeggianti delle auto, sulla strada in lontananza.
Devo andarmene da qui se non voglio smaltire la sbronza in cella. Cristo, non voglio neanche immaginare cosa succederebbe se mio padre dovesse venire a pagarmi la cauzione.
Metto una mano sulla bocca, trattenendo un conato che mi fa bruciare la gola e lo stomaco. Non sono mai stato così male in vita mia.
Sbatto le palpebre, sperando che così il mondo decida di tornare a fuoco e magari gli oggetti smettano di sdoppiarsi davanti ai miei occhi.
Muovo qualche instabile passo, raggiungo l’albero principale ed il pavimento sotto di me scompare. Il mondo si capovolge.
Dove cazzo è il pavimento?!
La botta che ricevo alla testa me ne dà una vaga risposta. Troppo dolorante ed assonnato, sento gli occhi che si chiudono, il mio corpo che si muove fuori dal mio controllo, rotolando sotto un telo protettivo. Mi raggomitolo, sperando che la polizia non mi trovi.
Posso solo sperare nella mia buona stella ora perché le orecchie mi fischiano, gli occhi si chiudono ed il buio mi avvolge.
 
● ● ● ● ●
 
Sento freddo, sto tremando.
La testa mi sta uccidendo, sembra che qualcuno mi stia martellando dei chiodi in mezzo alla fronte. Vorrei alzare le mani per toglierli, ma non riesco a muovermi.
Sento qualcosa sfiorarmi il viso ed il petto. Ho il vago sentore che qualcuno stia parlando, ma non ho assolutamente voglia di impegnarmi per capire quel che sta dicendo. Ogni mia energia è già concentrata nel tentativo di non rimettere l’anima.
Aggrotto la fronte: perché quella dannata voce non tace? Non lo vede che sto combattendo contro il peggior dopo-sbronza della mia vita?
Certo però, è proprio una bella voce… Profonda e seria, forse straniera, a giudicare dall’accento, ma non sono nel pieno delle mie facoltà e non me la sento di giudicare.
Ormai ho riacquistato un po’ di lucidità, sono più sveglio rispetto a prima e decido che è il momento di rispondere al mio disturbatore dalla voce sensuale, non fosse altro per dirgli di spegnere la dannata luce che mi abbaglia gli occhi anche se sono chiusi.
 
Aspetta…voce sensuale? Da dove mi è uscita questa?
 
«Ohi!»
 
Non ho tempo per pensarci.
 
«Mhmm…»
 
Faccio forza sulle braccia e mi sollevo in posizione semi-sdraiata. Qualcuno mi posa le mani dietro la schiena, sorreggendomi.
 
«Ohi, rispondimi. Ti senti male?»
 
«Uno schifo…» mormoro, abbandonandomi contro di lui così da poter sollevare le braccia e premere le mani sugli occhi.
 
Lentamente, col suo aiuto, mi metto seduto ed incrocio le gambe per trovare una posizione stabile.
 
«Hai bisogno di andare in ospedale?»
 
Scuoto la testa e subito lascio andare un lamento. Pessima idea, Jaeger, davvero pessima. I chiodi nella mia fronte non mi danno tregua.
Lo sento sospirare, forse indeciso se credermi o no. Vorrei assicurargli che non sto per morire e la mia condizione è solo una conseguenza della stupidità che mi affligge, ma temo che se aprirò di nuovo la bocca non saranno le parole ad uscire.
Decido di aprire gli occhi.
Metto lentamente a fuoco la figura davanti a me, sbattendo più volte le palpebre.
Il proprietario della voce sensuale è un uomo minuto: ha corti capelli neri mossi dal vento, le labbra sottili, la fronte aggrottata, intensi occhi grigi. E per tutti gli dei del mare, è l’uomo più bello che io abbia mai visto nella mia breve vita. Lo scollo della sua camicia, non del tutto abbottonata, non mi aiuta affatto a recuperare il controllo.
Ogni mia intenzione di rispondere esplode come una bolla di sapone, apro e chiudo la bocca senza riuscire ad articolare mezza parola, mentre sento il viso scaldarsi. Mannaggia a me ed al mio maledetto vizio di arrossire.
 
«Non azzardarti a vomitare sulla mia barca.»
 
La sua bella voce profonda è diventata un sibilo.
 
«Non lo farò» replico a fatica, ora più consapevole del fatto che quelle muscolose braccia che ora sto osservando sono le stesse tra le quali mi sono abbandonato pochi minuti fa.
 
«Sicuro di non dover andare in ospedale?» insiste lui.
 
Quei suoi occhi dello stesso colore del mare in tempesta sembrano sinceramente preoccupati.
 
«Sicurissimo» replico, incapace di smettere di guardarlo.
 
C’è anche qualcos’altro nella sua espressione, che non riesco a decifrare.
 
«Bene. Allora, puoi spiegarmi chi cazzo sei e che cazzo ci fai sulla mia barca, moccioso?»
 
Oh, ci sono.
È incazzato nero.