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La dolce Marlena (non c'è taglio, non c'è cicatrice)

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Atterrano in Catalogna con due valigie e forse tre ore di sonno alle spalle – nel caso di Francesco nemmeno quelle perché sapeva che svegliarsi alle quattro del mattino per prendere l’aereo sarebbe stata pura fantascienza per lui, e quindi ha fatto un’unica tirata dalla mattina, convinto di poter recuperare un po’ di sonno durante il volo. Non aveva considerato che Giuliano.

Hanno preso l’aereo quando il sole non aveva ancora finito di sorgere perché l’eccezionale idea di Giuliano di quest’oggi è che arrivando a Barcellona in mattinata sono perfettamente in tempo per prendere le chiavi dell’appartamento che hanno affittato, mollare le valigie sul pavimento e andare già in spiaggia a cuocersi sotto il sole d’agosto. Francesco gli sbatterebbe volentieri il cranio contro qualche spigolo della Sagrada Familia, ma Lorenzo sembra persino più entusiasta di suo fratello. E alla fine Lorenzo, tra di loro, è quello che riesce sempre a convincere tutti. Quatto e quieto con i suoi sorrisi gentili e le parole ben scelte, cesellate e adornate, Lorenzo fa cambiare idea anche alle persone più testarde. Nessuno gli dice mai di no.

In tutta onestà, Francesco non è mai stato bravo a negare cose nemmeno a Giuliano, anche se per motivi completamente diversi: dove Lorenzo è calmo e diplomatico, Giuliano è diretto e aggressivo, ma c’è della genuinità quasi infantile nella sua schiettezza rude, nel suo evitare i giri di parole, ed è difficile resistere a una sincerità del genere, dire a Giuliano che non si ha tempo per lui. Per metà del tempo, Francesco gli metterebbe volentieri le mani in faccia, ma il tempo per Giuliano lo trova sempre e comunque.

Giuliano che adesso ride ed entra di corsa in bagno per arrogarsi il diritto di essere il primo a fare la doccia e lavarsi di dosso la sabbia, risplendendo di tutta l’immaturità e la spensieratezza di chi ancora non conosce l’ansia della sessione d’esami ma solo l’euforia di aver finito le superiori – con un anno di ritardo, certo, ma tanto Giuliano ha preso con filosofia anche questo. Quando è arrivata la seconda lettera di sospensione ha cominciato a ridere e dire in giro che suo padre Piero non sta perdendo i capelli a causa della calvizie che avanza ma perché se li è strappati tutti a furia di andare a parlare con il preside e i professori del figlio teppista, che prima ha fatto saltare i denti al rappresentante d’istituto e poi boh, Francesco non ha ben capito. C’erano di mezzo degli spinelli, l’allarme antincendio e forse due ragazze poco vestite, o forse erano tre, o forse solo una. Quelle cose così tipicamente da Giuliano, che non hanno né capo né coda ma nel mezzo stai sicuro che ci sta un guaio.

Nessuno di loro tre parla anche solo un accenno di spagnolo, tantomeno di catalano, conoscono giusto quelle quattro parole in croce di francese che servono a citare Baudelaire e Mallarmé alle ragazze e far cadere loro la gonna e le mutande con un sospiro trasognato, ma tanto con l’inglese se la cavano, e con quello, un po’ di italiano arrotondato tra i denti e i gesti universali con le mani riescono ad arrivare a un compromesso, e quindi sono tornati all’appartamento stanchi e sudati dopo un pomeriggio passato a giocare a racchettoni con tre ragazze incontrate in spiaggia. Con suo immenso stupore, Francesco ha infilato la mano nella tasca del costume per prendere le sigarette e ha trovato il numero di una di loro scritto su un foglietto strappato e infilato nel portasigarette. Certe cose di solito succedono a Giuliano e Lorenzo, non a Francesco che non ha ancora ben capito come sia accaduto che lui e Novella si siano messi assieme. Giuliano ha riso e gli ha strappato il numero di mano mentre lui ancora aggrottava le sopracciglia. Lorenzo ha solo sorriso e stretto le spalle.

Francesco ha realizzato in quel momento che sta davvero bene a camminare per strada in infradito e con lo zaino in spalla, Giuliano che scherza da un lato e Lorenzo che ride alle sue battute dall’altro. Sta davvero bene, meglio anche di quando è a Roma e i suoi coinquilini lo convincono ad andare a bere invece che stare a preparare l’esame di diritto internazionale.

E poi, Barcellona splende come un gioiello fatto di vetrate assurde e volute di marmo e mosaico. È fatta di colori e rumori, gli ricorda Roma per certi versi e le estati a Viareggio per altri, ma è più vivida e brillante di entrambe, e forse Francesco sta un po’ capendo le persone che dicono di essersi innamorate di una città.

Jacopo ovviamente non lo sa con chi è partito Francesco, e Guglielmo a casa gli regge il gioco altrimenti col cazzo che Barcellona: suo zio l’avrebbe sbattuto fuori di casa e dato fuoco alle sue cose, anche alle loro foto insieme, e forse non sarebbe neanche stato male avere una scusa per mollare tutto e non tornare, ma Guglielmo è ancora sotto al tetto di Jacopo e Francesco non può lasciare suo fratello indietro. Dunque finché Guglielmo sta lì anche Francesco non va da nessuna parte.

Giuliano riemerge dal bagno con un asciugamano annodato attorno ai fianchi e strisciando le ciabatte sul pavimento, facendo scricchiolare i granelli di sabbia contro le piastrelle. Ha i capelli ancora bagnati, le gocce d’acqua che gli scivolano sulla fronte e lungo il collo.

Sta canticchiando una canzone che Francesco odia, e Giuliano lo sa. Lo sa benissimo che Francesco non sopporta quella specie di hip-hop latino e che gli sanguinano le orecchie alla sola menzione, ed è sicuramente per questa ragione che sta cantando il pezzo di D Kay ed Epsilon mentre gli sorride tronfio.

“Sometimes I feel like I’m in Barcelona, see anytime I hear this tune I start drifting away!”

“Sto per ucciderti.”

Giuliano ride e si appoggia con le ginocchia sul letto dove Francesco e Lorenzo si sono abbandonati a leggere e giocare con il cellulare. “No, non è vero.”

“Sì. Se provi a cantare quella canzone anche solo un’altra volta mentre sono presente, ti uccido.”

“Lorenzo non te lo lascerebbe fare.”

Lorenzo alza gli occhi dal libro sentendosi chiamato in causa. “In questo caso potrei,” ammette con l’aria di chi sta prendendo l’idea in seria considerazione.

Giuliano spalanca la bocca e si batte il pugno sul petto. “Tradiresti il tuo unico fratello? Il sangue del tuo sangue?”

“Quella canzone è un crimine.”

“La roba che ti ascolti tu è un crimine. Un branco di scemi che si credono intelligenti solo perché ascoltano musica su vinile.”

“Almeno io la musica la ascolto legalmente.”

“Hai poco da tirartela per non esserti ancora adattato al nuovo secolo.”

Francesco sbuffa e tira una ginocchiata alla gamba di Giuliano tanto per intimargli di piantarla. Lui grugnisce un lamento esagerato e gli si butta addosso di peso, il gomito premuto contro la gola.

“Parti già a fare lo stronzo, Cesco?” lo provoca. Lo dice ridendo, inarcando le sopracciglia in una smorfia sardonica. Spinge il braccio  in alto contro il mento di Francesco, costringendolo a piegare la testa indietro per respirare.

“Tu parti già a fare il coglione. Te le cerchi.”

Francesco cerca di divincolarsi ma Giuliano gli si preme addosso con una risata a bocca aperta. Si lecca le labbra mentre punta il ginocchio contro la coscia di Francesco, inchiodandolo più saldamente contro il letto.

Se volesse, Francesco potrebbe liberarsi. Potrebbe dibattersi e afferrare Giuliano per le braccia e scrollarselo di dosso. Però Giuliano odora di bagnoschiuma freddo e deodorante, e le gocce d’acqua stanno ticchettando giù dal suo corpo e piovono lungo quello di Francesco, e tutto sommato la sensazione delle gocce fresche che gli leccano il sudore e il sale e il peso caldo di Giuliano premutogli addosso non sono male. Non sono male per niente.

Francesco ha giusto un momento di pausa, di blocco, quando Lorenzo sospira e si alza dal letto dicendo, “Okay, allora vado io a lavarmi adesso,” perché non è sicuro di come Lorenzo la prenda, di come veda la mano di Giuliano che afferra e tira i capelli di Francesco, come legga la maniera facile con cui Francesco ha piegato la gamba libera attorno ai fianchi di Giuliano.

A dirla tutta, Francesco è salito sull’aereo senza sapere davvero cosa aspettarsi. È partito solo con la consapevolezza che avrebbe passato qualcosa più di una settimana con i due ragazzi che si porta e che se lo portano metodicamente a letto, e che entrambi i fratelli sanno perfettamente che Francesco sta volentieri a gambe aperte davanti all’uno tanto quanto all’altro. Oltre a quello, Francesco non è sicuro di niente. Non sa se a Lorenzo vada bene. Non sa se a Giuliano vada bene. Non sa se a uno di loro due interessi davvero qualcosa di Francesco o se tutti e tre stiano solo ammazzando il tempo in cerca di qualcos’altro da fare. Qualcun altro, magari.

Però nella voce di Lorenzo non c’è rancore. Neanche disinteresse. È solo la constatazione tranquilla che la doccia è libera e che gli è abbastanza chiaro come Giuliano non abbia intenzione di lasciar andare Francesco in tempi brevi.

Quindi c’è un istante in cui Francesco sente la bocca invasa dal sapore agro del panico, ma dura appena un battito di ciglia, poi si dissolve quando Giuliano fa un cenno di assenso e la sua bocca scende su quella di Francesco, la sua risata scanzonata ancora distesa sulle labbra. Francesco se la beve, la afferra con i denti. Da lì in poi ci vuole poco a far cadere un asciugamano e un paio di vestiti.

Lorenzo fa partire il getto dell’acqua ma Francesco non sente il rumore della porta del bagno che si chiude. È troppo distratto da Giuliano per controllare se sia stata lasciata aperta, ma sospetta di sì.

 

*

 

Francesco non sa precisamente come vestirsi per uscire a ballare, non gli è mai interessato, e probabilmente stasera con la sua camicia nera e i braccialetti in cuoio spiccherà come il proverbiale pugno in un occhio tra Giuliano e Lorenzo che invece girano per i locali di Firenze e dintorni da quando hanno compiuto quindici anni e i loro genitori hanno allentato le briglie.

A Francesco non piace la musica da discoteca, non gli piace la calca che si atteggia e fa mille moine per apparire più attraente. La sua idea di folla è piuttosto quella dei concerti rock dove si può sgolare senza che Novella gli tiri gomitate perché è stonato come pochi e non becca una nota giusta neanche sotto minaccia di morte.

E, alla fine, poche balle: in discoteca si va principalmente per trovare qualcuna da farsi sulla pista o sui sedili posteriori dell’auto, e pure questo a Francesco non interessa granché. La prima ragazza che abbia davvero attirato la sua attenzione è stata appunto Novella, loro due si sono baciati dopo neanche tre mesi da che si erano incontrati e da allora Francesco non le nota nemmeno le altre, ragazze o donne adulte che siano.

La prima volta in vita sua che è andato in discoteca è stato quasi due anni fa per il compleanno di Giuliano, e lì Francesco ha incontrato Lorenzo, tra il casino della musica e le urla frenetiche degli amici di Giuliano, sotto le luci stravolgenti dei faretti che sfocavano i contorni delle cose e delle persone.

Considerato che quella volta è finita con loro due nascosti dietro le file d’auto nel parcheggio, Francesco in ginocchio davanti a Lorenzo, ha persino senso che la seconda volta che si prepara per andare in discoteca sia qui a Barcellona, con Giuliano e Lorenzo che lo trascinano con la promessa di bottiglie di birra da bere sulla spiaggia se la musica gli fa troppo schifo.

Salgono sulla linea verde mentre Giuliano e Lorenzo dibattono ancora se andare alla Terrrazza o al City Hall e alla fine è proprio Francesco a decidere, perché appena sente che c’è la possibilità di non star chiuso in un locale dal soffitto troppo basso, con la puzza ubriaca dei profumi costosi e l’aria viziata che lo soffoca, secondo lui non c’è nemmeno da porsi domande.

Che poi gli ci vuole poco anche a stufarsi e iniziare a rognare, perché il viaggio per arrivare sotto Montjuïc è più lungo di quanto si aspettasse e okay, il castello dentro cui c’è la discoteca lo entusiasma pure, ma la coda per entrare è lunga e la pazienza non è mai stata la qualità più spiccata di Francesco. In confronto a lui persino Giuliano è uno calmo e compassato.

“Senti, se domani andiamo al Bosco delle Fate la smetti di rompere il cazzo? Ormai siamo qua, Cesco, attaccati. Appena entriamo bevi e dimentichi.”

Come idea non è male. Più si avvicinano all’entrata, più il frastuono pulsante della musica elettronica gli striscia nelle orecchie e Francesco decide che sì, l’unica maniera di sopravvivere alla nottata è buttar giù cocktail come se il fegato non gli appartenesse.

Al secondo Long Island la musica gli dà ancora l’orticaria e il caldo inizia a farsi sdrucciolevole, umido, gli si incolla sotto il tessuto dei vestiti e gli fa prudere la pelle. Per fortuna arriva Giuliano, un bicchiere di mojito per ogni mano e un altro tenuto pericolosamente tra i denti. Francesco beve tutto d’un fiato, finché il ghiaccio e l’alcool sottomarca non iniziano a fare effetto. Si fanno strada tra la massa di gente ben vestita, tra le risate straniere e il trucco con le ciglia finte di ragazze americane e inglesi, tutti incastrati lì, più turisti che catalani, a caccia di foto e ricordi da riportare a casa per la fine dell’estate.

Arrivano allo spiazzo aperto tra un bancone bar e la piattaforma del deejay, e Francesco tira un sospiro di sollievo e alza la testa. Le luci di Barcellona sono troppe e troppo forti per vedere davvero le stelle, ma già avere la volta del cielo sopra di sé invece di un soffitto lo mette più a proprio agio. La musica è comunque tremenda, quel tipo di elettronica che solo a Giuliano piace davvero e che Lorenzo si fa andar bene pur di uscire a divertirsi, ma Francesco decide che alla fine non gli importa poi così tanto. Non è la musica a riempirlo: sono l’alcool e le mani di Lorenzo che lo tirano per il braccio, sono il suo sorriso sghembo e gli occhi che hanno lo stesso punto d’azzurro di quelli di Giuliano.

Francesco lo segue. Segue lui, segue Giuliano, si lascia portare dove vogliono loro, al centro della calca dove le persone si stanno agitando e lanciano urla esilarate.

Non è troppo difficile muovere i fianchi e le spalle, cercare un senso nel ritmo della musica artificiosa che rimbomba nell’impianto audio. Basta lasciarsi andare. Dimenticare. Per una notte, Francesco lo può fare.

Una ragazza si avvicina a Giuliano e lui le sorride, se la tira addosso prendendola per i fianchi e insieme ballano, ma quando lei avvicina il viso al suo, le labbra dischiuse in maniera invitante, Giuliano tira indietro la testa. Si passa la lingua sui denti e indica Francesco e Lorenzo con un cenno del capo. Appoggia una mano sulla spalla di suo fratello tanto per non lasciare spazio ad alcun dubbio.

La ragazza sgrana gli occhi e alza due dita, sbalordita, gesticolando con una certa enfasi. Giuliano scoppia a ridere mentre annuisce e la guarda scivolare via in mezzo alla folla che balla e si muove scompostamente. Accosta la bocca all’orecchio di Francesco. Il suo alito caldo addosso alla pelle gli provoca un brivido lungo la schiena.

“Dici che non è abituata a sbagliare parrocchia?”

Francesco sogghigna e risponde, ma la musica troppo forte trascina via le sue parole: “Mi sa che non è abituata alle picche.”

“Cosa?”

Francesco scuote la testa e sorride guardando verso il basso, una gestualità incofondibile per “Non importa, lascia stare.”

Giuliano stringe le spalle con noncuranza e gli passa un braccio attorno alla vita. Con l’altro va a cercare Lorenzo, lo attira più vicino; si stringe tra lui e Francesco come se sentisse il bisogno di averli entrambi lì solo per sé. Le dita di Giuliano si infilano tra i passanti dei jeans di Francesco, li abbassano di quel mezzo centimetro che gli serve per trovare uno scampolo di pelle nuda da accarezzargli sotto alla camicia. Francesco inclina la testa, appoggia il naso contro la sua gola, inala l’odore fresco e balsamico del suo profumo, sente il sogghigno di Giuliano premergli sul viso come fosse suo. Apre la bocca e gli passa la lingua lungo la striscia di pelle calda che va dal collo fin sotto l’orecchio, gli prende il lobo tra le labbra, mordendolo piano. Giuliano freme e muove i fianchi contro la coscia di Francesco, gli si strofina addosso come farebbe se non avessero su i vestiti.

Francesco… Francesco non è ubriaco. Non di alcool, almeno. Sente quel leggero senso di vertigine e di stordimento; il cocktail di aria umida e stellata, e la pressione delle mani di Giuliano nelle sue lo svegliano e lo inebetiscono allo stesso tempo. È straordinariamente conscio dell’effetto che gli fa il respiro di Giuliano contro il collo, della linea del mento di Lorenzo quando quest’ultimo alza la testa verso il cielo e ride con le braccia levate verso l’alto. È un po’ come immergersi in un’altra dimensione per una frazione di secondo, per il tempo che gli serve ad attirare Lorenzo verso di sé tirandolo per la catenella che porta al collo, quella che non leva mai, quella da cui pende la medaglietta che gli ha regalato sua nonna quando aveva sette anni.

E per un momento è tutto splendido e perfetto, perché questo è prima che lui e Lorenzo litighino a causa di Giuliano che è andato a letto con quella che se la prendeva con Novella alle superiori; prima di Clarice, perché adesso c’è ancora Lucrezia, ma Lucrezia può anche essere innamorata di Lorenzo e Lorenzo le vuole sicuramente del bene sincero, quasi la ama, tuttavia lei con il suo affetto accecante e i suoi sorrisi non capirà mai che Lorenzo non è perfetto come pare ai suoi occhi di ragazza ancora troppo giovane.

E intanto loro tre sono lì sudati che ballano e bevono e si divertono, e Lorenzo è semplicemente così bello che l’aria di Barcellona, le stelle, il calore, la sensazione liscia del suo braccio attorno alla spalla, tutto quanto si unisce e dà alla testa a Francesco che prende il viso di Lorenzo tra le mani e lo bacia davanti a tutti, nel mezzo del locale, dove può fare a meno di importargliene se qualcuno li vede perché tanto nessuno qui li conosce, a nessuno interessa chi siano e cosa facciano. Con la lingua di Lorenzo che gli invade la bocca, le labbra screpolate che cercano le sue, Francesco si sente euforico, libero. Invincibile.

Lascia andare la bocca di Lorenzo con un sospiro, succhiandogli il labbro tra i denti fino a che non si arrossa, e si tira indietro con la schiena. Sente il petto di Giuliano contro le scapole, le mani che lo afferrano per la cintura e gli premono addosso, stringendolo tra il suo corpo e quello di Lorenzo.

Fa caldo, fa davvero caldo, i vestiti gli si appiccicano indosso e la musica gli batte in testa. Ha il naso ubriaco dell’odore del dopobarba di Lorenzo, dello shampoo di Giuliano, della sensazione intensa della loro pelle calda che lo viene a cercare sulle mani, nelle dita che gli sbottonano la camicia un po’ di più, e poi un altro bottone ancora, due, tre.

Non ha ben chiaro quando e come tornano all’appartamento, ma salgono le scale ridendo e tappandosi la bocca a vicenda per coprire i bisbigli ubriachi che non riescono a trattenere.

Arrivano alla camera da letto che la camicia di Francesco è già andata persa da qualche parte, forse sul pavimento della cucina, ma Francesco non è nemmeno troppo sicuro di avercela avuta ancora su quando hanno varcato tutti e tre la soglia dell’appartamento.

Slaccia la cintura dai fianchi di Giuliano mentre Lorenzo gli fa cadere i pantaloni. Sul letto quasi ci crollano più che stendersi insieme, troppo presi dal tenersi stretti, dal passare le mani oltre e sotto i vestiti, sfilandosi di dosso quel poco che ancora resta a coprirli. Nel caos che si crea, nella foga, Francesco riesce tuttavia a distinguere facilmente quali siano i baci che vengono dalla bocca di Lorenzo e quali invece dalle labbra di Giuliano che scivolano sempre più in basso, a lasciargli scie umide sotto l’ombelico: Lorenzo e Giuliano hanno un modo diverso di toccarlo, di assaporarlo. Ci sono carezze e ci sono graffi, morsi e baci più leggeri ma sempre affamati, e lui vuole berne di entrambi, lasciare il segno delle unghie sul petto di uno quanto dell’altro.

La verità è che Lorenzo e Giuliano sono la sua droga, il suo vizio. Non è capace di rifiutarli, non è capace di scegliere. Non gli è nemmeno mai passato per la testa di farlo perché, per qualche ragione, il pensiero di stare senza uno di loro due fa male, gli spezza il fiato.

Francesco scarta un preservativo e si inginocchia tra le gambe di Lorenzo. Lui lo guarda con quel suo sorriso a bocca aperta, i gemiti e i sospiri gli escono liberi dalla gola. Neanche ci prova a contenerli perché tanto non ha senso, non serve, possono fare quello che vogliono. E Francesco scende, se lo prende dentro.

Giuliano aspetta quel poco che basta – che quasi non basta – prima di baciare Francesco sui muscoli tesi delle spalle e spingersi dentro di lui e farlo morire lentamente. Gli consuma il collo con le labbra e i denti mentre le loro spinte si fanno via via più veloci, più profonde, e allora sì che le cose iniziano a farsi davvero confuse, che Francesco non è più in grado di capire dove finisca il suo corpo e dove inizino quelli di Lorenzo e di Giuliano, chi stia sospirando il nome di chi, a chi appartengano le mani che lo toccano, i gemiti che gli inondano le orecchie.

È tutto perfetto, ed è tutto splendido. È una notte catturata in una goccia di resina che diventerà ambra, che diventerà un gioiello incastonato nei suoi ricordi e un cratere che gli rovina l’anima e il cuore.

 

*

 

Non si sono pensati di tirare le tende. Avevano altro a cui badare, e l’idea che il sole potesse sorgere non era un problema ieri notte. Si sono addormentati sullo stesso letto sfatto che hanno usato e riusato, gli odori del sesso, del profumo e del sudore così intersecati da essere quasi scivolati sotto alla cute, in mezzo ai capelli e lungo la linea del bacino.

Il sole entra dalla finestra, illumina i segni rossi dei graffi e i lividi lasciati dalle labbra, fa spiccare l’ombreggiatura leggera delle lentiggini e i bordi chiari dove la pelle è sempre rimasta coperta dal costume. I raggi non sono così forti da far presumere che sia mattina tarda ma lo sono comunque abbastanza da ferire gli occhi di Francesco, che si è svegliato per colpa del cellulare di Giuliano che vibra sul comodino e squilla al ritmo di una canzone che ormai popola i suoi incubi peggiori.

Sometimes I feel like I’m in Barcelona…

Francesco digrigna i denti e si lamenta sottovoce: “Mi prendi per il culo.”

In un altro momento, lascerebbe perdere. Lancerebbe il telefono a Giuliano o rifiuterebbe la chiamata. Farebbe qualunque cosa eccetto rispondere a un cellulare non suo – cellulare appartenente al ragazzo che sì, Francesco si lancia un’occhiata distratta al fianco per controllare, gli ha lasciato due graffi bene impressi sulla pelle abbronzata – ma stamattina Francesco è stanco, ha sonno, e vuole solo che ‘sta cazzo di canzone di merda la smetta di suonare.

E quindi prende il cellulare, preme il bottone e risponde con voce lamentosa e strascicata: “Pronto?”

“Giuliano?”

Lo stomaco, l’intestino e tutto il resto del suo apparato digerente salgono immediatamente in gola a Francesco, perché la voce all’altro capo del telefono è quella di Lucrezia Tornabuoni.

Fosse stata Bianca a chiamare, non ci sarebbero problemi. Bianca… magari non sa, ma sospetta. Non è scema. E non gliene frega niente. Per lei i suoi fratelli possono anche essere della drag queen nel tempo libero, le importa solo che nessuno la scocci o stia a dirle cosa fare.

Fosse stata Bianca quindi, davvero, Francesco starebbe benissimo.

Fosse stato chiunque altro, persino il padre di Giuliano e Lorenzo, Francesco respirerebbe senza problemi, anche perché Piero Medici non gli è mai parso l’uomo più brillante dell’universo – questo Francesco non lo dirà mai davanti a Giuliano e Lorenzo perché sarebbe la maniera più rapida per venire alle mani con entrambi – e invece no. E invece al telefono c’è la madre, e quella donna è una cazzo di faina.

Francesco deglutisce a fatica.

“No, signora. Sono…”

“Francesco?”

“Sì.”

“Ah.”

“Eh.”

Riesce quasi a sentirli i pensieri di Lucrezia nella sua bella villa a Firenze mentre tiene il telefono premuto contro l’orecchio. Francesco controlla l’ora sull’orologio e sì, la signora sta sicuramente domandandosi perché alle otto di mattina Francesco sia abbastanza vicino al cellulare del figlio da rispondere al posto suo – ma chi cazzo ce l’ha la confidenza sufficiente a rispondere al telefono di un altro, poi? Nessuno, perché nessuno è così coglione – visto che non è possibile che Lucrezia non sappia che Giuliano dorme sempre con il cellulare sotto al cuscino del letto. Lo sa pure Francesco, di certo lo sa sua madre. E ora Lucrezia sta connettendo un paio di punti come solo lei sa fare e Francesco sta diventando molto paranoico molto in fretta.

“Ehm. Le chiamo suo figlio? Giuliano sta ancora dormendo ma se vuole glielo sveglio.”

Francesco vorrebbe spararsi alla tempia. Non riesce a pensare a una singola cosa da dire che non lo rovini.

“No, tranquillo. Passami Lorenzo, piuttosto.”

“Ehm… sì.”

Lorenzo che nel frattempo si è svegliato, almeno lui, però lo fissa con gli occhi spalancati e inizia a scuotere la testa e agitare le mani indicando che no, no, no, io non ci sono, io sono fuori, no!

Francesco prende un respiro profondo e calcola mentalmente quanto fonda è la fossa in cui vuole seppellirsi.

“No, volevo dire, Lorenzo è uscito. Le conviene chiamarlo sul suo oppure appena rientra gli dico di chiamarla.”

“Lorenzo è fuori? A quest’ora?”

La bestemmia gli sta proprio lì sulla punta della lingua e preme per uscire fuori, ma Francesco la ricaccia in gola, seppur con una certa fatica.

“Sì. Ma è uscito da poco. Non so, forse voleva fare un giro sulla spiaggia?”

Magari sarebbe meglio se la sua non suonasse come una domanda, ma Lorenzo adesso si sta premendo le mani sulla bocca per non scoppiare a ridere e Francesco inizia a domandarsi come faccia Giuliano a essere ancora addormentato. Vorrebbe tirargli un calcio per svegliarlo, ma non ha la certezza che questo non lo affossi ancora di più. Si riserva di tirarglielo appena avrà messo giù con sua madre.

“Mh. Può essere. Proverò a richiamare più tardi. Solo una domanda: tu in che rapporti sei con mia figlia Bianca? La conosci bene?”

Francesco si schiaffa una mano sulla faccia e impreca mentalmente. Inizia a comprendere perché Lucrezia abbia cercato Giuliano piuttosto che Lorenzo.

“Non particolarmente, signora.”

“Sicuro?”

“Sì, signora, mi spiace.”

È Guglielmo quello che conosce Bianca, non lui. Francesco però questo non glielo dice, perché lui e Guglielmo si coprono le spalle a vicenda da che i loro genitori sono morti, quindi di sicuro non ha intenzione di spiegare a Lucrezia dove potrebbe andare a chiedere di sua figlia.

La donna fa un verso scettico ma non insiste. “Va bene. Scusami per averti svegliato. Mi raccomando, conto che facciate le cose con cautela.”

Le cose con cautela. Francesco lancia un'occhiata fulminea alla scatola di preservativi abbandonata per terra e sente il viso andargli a fuoco.

“Non si preoccupi, signora. Buona giornata.”

Chiude la chiamata e lancia il cellulare sul petto di Lorenzo, sperando di fargli male.

“Io vi uccido. Io vi uccido entrambi, e poi ammazzo pure me.”

Lorenzo ridacchia e gli offre un sorriso sbieco. “Poteva andare peggio.”

“Peggio di così? Tu lo sai che tua madre avrà appena capito almeno metà di quello che è successo, vero? Come poteva andare peggio?”

“Poteva rispondere Giuliano. Non vuoi sapere cosa è capace di dire appena sveglio. Non ha nessun filtro. Nostra madre ha scoperto cose che nessun genitore dovrebbe mai sapere solo andandolo a svegliare la domenica.”

Francesco si nasconde il viso tra le mani e geme due bestemmie di fila. “Non potrò mai più guardare tua madre in faccia.”

Lorenzo piega il capo. Sorride placido, fa spallucce come una persona che non abbia un problema al mondo.

“In verità penso sospettasse già da prima. Con tutte le volte che io e Giuliano siamo scesi da te a Roma e con Giuliano che non sa nascondere queste cose… ma tranquillo, mia madre non è una che si scandalizza.”

“Voi Medici sarete la mia rovina.”