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New Life

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Erano ormai tre giorni che stavo guidando senza sosta, sperando di poter placare il dolore che stava lacerando il mio animo irrequieto. Ormai ero ben lontana dal Kansas. Non avevo una meta ben precisa, ero sicura però che stavo andando nella direzione opposta alla mia “casa”.
Avrò dormito quattro ore a notte e mangiato un paio di panini, anche se il mio stomaco era pieno soprattutto di alcool. Bevevo per dimenticare. Bevevo per non ricordare. Sapevo che mi stavo facendo del male e non potevo andare avanti in quel modo, anche perché prima o poi avrei potuto fare un incidente.

17 Settembre 2014

La sera del quarto giorno di viaggio arrivai nel Maine e decisi di fermarmi nella prima cittadina che avrei attraversato. Non appena sarei giunta a destinazione avrei cercato un motel dove poter sostare tentando di fare una lunga dormita. Avrei comprato anche qualcosa da mettere sotto i denti. Sarei però rimasta solo per un paio di giorni al massimo e poi sarei ripartita.
All’improvviso sentì suonare il cellulare che si trovava sul sedile affianco, così mi girai per vedere chi potesse essere. Era di nuovo Sam. Non volevo rispondere. Non volevo parlare di nuovo di quello che era successo, perché ogni volta che ricordavo quella scena sentivo una fitta al cuore. Volevo solo cercare di iniziare una nuova vita.
Non appena ritornai a guardare davanti vidi però qualcuno in mezzo alla strada. Non riuscì a frenare in tempo. Lo presi in pieno e persi il controllo della macchina andando a schiantarmi contro l’albero. Quello fu l’ultima cosa che vidi prima di svenire.
Appena ripresi conoscenza capii subito che mi trovavo su un letto di ospedale. La stanza era piccola e dalla finestra potevo vedere una torre con un grosso orologio. Notai subito che il cielo aveva ancora colori opachi come il violetto che man mano si stava sfumando in un delicato rosa pesca per finire con il giallo che incorniciava il sole che stava sorgendo. Era sempre così emozionante vedere l’alba. Iniziai a ricordare tutte le volte che le avevo guardate insieme a lui, ma repressi subito quel pensiero per evitare di soffrire di nuovo.
Notai che ero rimasta incosciente per qualche ora. Avevo un gran mal di testa e un po’ di nausea.
Non appena cercai di muovermi sentì anche un dolore acuto all’addome e capì che avevo qualche costola incrinata. Alzai leggermente il camice e vidi delle fasciature sotto il seno. Ero stata fortuna, me ne ero cavata con ferite superficiali.
Qualche minuto dopo il mio risveglio nella mia camera entrò una ragazza bionda, sulla trentina e indossava lo stemma da sceriffo. Iniziai a pensare di essere nei guai seri e che sarei finita sicuramente in prigione. Dovevo trovare subito una via di fuga.
“Salve, sono Emma Swan. Sono lo sceriffo di Storybrook. Non ti preoccupare non ti metterò in carcere”, puntualizzò dopo aver visto la mia faccia spaventata.
“Volevo solo sapere se durante l’incidente avessi visto qualcosa di strano”, aggiunse non appena si avvicinò al mio letto.
“No, niente. L’unica cosa che ho scorto è la persona che ho investito, a proposito dove è? Come sta?” domandai agitata
“Tranquilla sta bene, sta dormendo nell’altra stanza. Ora ti lascio riposare” , rispose facendo un mezzo sorriso prima di andare via.
Mi sembrava tutto così strano. Avevo appena investito qualcuno e lo sceriffo non mi sembrava tanto sconvolta dall’accaduto. Stavano nascondendo qualcosa. Avrei indagato non appena sarei riuscita ad uscire.
Ora non potendo andarmene decisi però di non rimanere sdraiata a non fare niente. Non mi piaceva stare ferma, quindi aspettai un paio di minuti e poi andai a scusarmi dell’incidente.
Non appena scesi dal letto notai però che mi iniziò a girarmi la testa, ma non era niente rispetto alle ferite che mi ero procurata nella mia lunga carriera da cacciatrice. Potevo farcela a fare due passi fino ad arrivare alla sua stanza
La camera la trovai subito, anche perchè quell’ospedale non era molto grande. Entrai e intravidi subito che aveva delle ferite alla testa ed era senza una mano. Vedendo la mia espressione dubbiosa disse dolcemente: “E’ da un po’ che ne ho solo una” poi aggiunse cercando di mettersi in una posizione più comoda: “Chi sei?”
“Ehm, sono quella che ti ha investito. Sono venuta qui per scusarmi. Non era mia intenzione ridurti in questo stato. Mi sono distratta solo un secondo”, affermai abbassando lo sguardo imbarazzata. Non so perché ma i suoi occhi azzurri mi facevano uno strano effetto.
“Tranquilla non ti preoccupare”, ribadì lui facendo un sorriso sofferente.
“Se hai bisogno di qualcosa, chiedimelo pure. Mi sento in debito”
“Mmm so cosa potresti fare per me, potresti farmi compagnia …solo se stai bene”, rispose amicando.
“Ok, molto volentieri” replicai sedendomi sulla sedia che si trovava vicino al letto. Era una richiesta abbastanza semplice da soddisfare.
“Scusa la mia maleducazione, non mi sono nemmeno presentato. Mi chiamo Killian Jones”, disse ponendomi la mano verso di me.
“Piacere, io sono Emily Singer” ribattei io stringendola, ma appena la sfiorai notai che era ammanettato al letto.
“Perché sei legato al letto? E perché ne hai una sola?” gli chiesi incuriosita. Non aveva l’aria di un criminale, anzi sembrava solo un bravo ragazzo. Sapevo però che non dovevo fermarmi all’apparenza e che sarei dovuta rimanere in allerta.
“E’ un storia lunga…”
“Quindi potresti essere un criminale che potrebbe anche tentare di uccidermi?”, domandai sarcastica interrompendolo. Non avrebbe potuto farmi nulla perché in pochi minuti sarei riuscita a metterlo al tappeto
“Ma no…che vai a pensare io sono un angioletto. E’ solo che lo sceriffo ha preferito tenermi …in “custodia” per qualche bravata che ho compiuto recentemente”
Non potevo giudicarlo perchè io stessa non ero una santa, anzi avevo commesso vari crimini nella mia vita alcuni anche gravi. Oltre al fatto che non riuscivo a fidarmi dello sceriffo dopo la conversazione di prima, quindi potrebbe averlo ammenetato ingiustamente
“Ah proposito la ragazza …cioè lo sceriffo mi sembra che mi stia nascondendo qualcosa…”, dissi pensierosa qualche secondo prima dell’arrivo di un’infermiera. Lei appena mi vide mi disse subito che dovevo tornare di nuovo a letto per riposare. Non mi piaceva l’idea, ma alla fine obbedì.
“In che senso?”, domandò lui mentre stavo raggiungendo l’infermiera
“Se dovessimo rivedere te lo spiegherò”, risposi istintivamente girandomi verso di lui prima di uscire.
Stavo tornando in camera quando ad un certo punto mi scontrai con un uomo anziano dai capelli grigio scuro e lunghi che appena mi vide impallidì. Non capì perché aveva avuto quella reazione, ma non mi soffermai a pensarci. Subito dopo essermi scusata tornai nella mia stanza e mi sdraiai sul letto. Mi addormentai poco dopo.
All’improvviso a causa di alcuni rumori che provenivano dal corridoio mi svegliai così decisi di andare a vedere che cosa stesse succedendo. C’erano delle persone dalla parte opposta della mia camera che stavano discutendo e tra queste c’erano lo sceriffo e l’uomo anziano di prima. Cercai di origliare qualcosa, ma captai solo poche parole perché poi se ne andarono. Compresi solo “tua figlia” e “meglio parlarne in un altro posto”. Saranno questioni loro private e non indugiai molto a pensare al loro significato.

18 Settembre 2014

Prima di pranzo Killian mi venne a trovare. Aveva ancora il camice azzurro dell’ospedale e riusciva a malapena a camminare.
“Ciao Emly”, disse non appena entrai nella camera.
“Ciao, ma non è meglio se stai a letto a riposare”, risposi io mettendomi seduta anche se con difficoltà.
“Volevo venire a trovarti… e poi sto bene”, rispose lui sedendosi vicino a me. Notai subito che non aveva più la manetta. Come era riuscito a liberarsi? Quale era il vero motivo della sua visita?
“Quale è il vero motivo per cui sei venuto?”, domandai seria.
“Sono solo curioso…Vorrei sapere che cosa volevi dirmi ieri su Swan…”, rispose sorridendo avvicinandosi a me. Riuscivo a sentire il suo profumo inebriante. Mi ricordava l’odore della brezza marina che avevo sentito da piccola, quando una mattina d’estate mio padre mi aveva accompagnato per la prima volta a vedere l’oceano che aveva le stesse sfumature degli occhi di Killian. Ero così assuefatta. Dovevo cercare di riprendermi.
“Solo questo?”, domandai scettica
“Si solo questo..Allora ti va di parlarmene oppure non ti garba la mia presenza?”
“No va bene…puoi restare”, replicai allontanandomi leggermente da lui e appoggiando la schiena sul cuscino morbido poi aggiunsi: “Non capisco comunque il comportamento dello sceriffo perché non mi ha interrogato sull’incidente? Mi sembra strano, mi ha trattato come se non avessi fatto nulla di sbagliato”
“E’stato solo un incidente. Nessuno si è fatto male…o almeno si è procurato ferite gravi”, ribadì lui facendo un mezzo sorriso
“Si, ma il mio sesto senso mi dice che c’è qualcosa che non quadra..”, risposi pensierosa mettendo un dito sul mento. Cominciai a cercare di capire che cosa stava accadendo in questa piccola cittadina. Era tutto così bizzarro
“Io non ci vedo nulla di strano e poi perché non cerchi di rilassarti..”
“Nah voglio scoprire la verità!”, affermai decisa
“Sei un tipo che non si arrende vero”, ribattè fissandomi con i suoi occhi così profondi. Sembrava che stesse cercando di leggermi dentro
Lo fissai ma non risposi, anzi cambiai discorso.
“Dimmi che cosa c’è di interessante qua a Storybrook?”, chiesi evitando il suo sguardo e guardando fuori dalla finestra
“Ci sono varie cose… un bella spiaggia da dove si può osservare il mare, la trattoria da Granny dove puoi mangiare ottime lasagne e se ti interessano i libri c’ una grande biblioteca”, affermò dopo avermi osservato per qualche secondo.
“Ti piace il mare?”, domandai sorridendo voltandomi verso di lui
“Molto. Ho navigato per molti anni e ho visto terre lontane con odori e gusti esotici”, rispose lui e notai subito che i suoi occhi si illuminarono. Si vedeva che la sua passione era veramente immensa.
“Beato te. Anche io ho sempre desiderato viaggiare”, ammisi fissando l’orizzonte. Con il mio lavoro non avevo mai avuto la possibilità di visitare posti nuovi, non avevo mai avuto la possibilità di avere giorni di pausa in cui potermi rilassarmi. C’era sempre un problema.
“Beh si potrebbe organizzare qualcosa per il futuro”, replicò facendo l’occhiolino.
“Non ti allargare ora…Non so neanche per quanto rimarrò in questo posto..”, affermai incrociando le braccia
“Beh vedremo. Ora però ti lascio riposare. Alla prossima”, disse lui prima di alzarsi
Dopo aver salutato Killian iniziai a pensare a tutto quello che era successo. Non sapevo se avessi fatto la scelta più giusta. Avevo tentato varie possibilità, ma non ero riuscita a trovare nessuna soluzione e non riuscivo più a restare nell’attesa del suo ritorno, per poi rischiare di perderlo di nuovo. Non ne avevo più le forze. Non potevo nemmeno essere un peso per Sam. Dovevo trovare un posto nuovo, un luogo dove essere un’altra me, ecco perché una mattina allora decisi di lasciargli un biglietto dove lo informavo della mia partenza e i motivi di questa mia decisione.
Ora mi ritrovavo in questo piccolo paesino. All’inizio il mio piano era restare una sola notte e poi ripartire, ma avevo cambiato idea. Volevo sapere i segreti di Storybrook. Sentivo che questa città era diversa dalle altre e questo mi incuriosiva. Il mio sesto senso mi stava dicendo di rimanere.

23 Settembre 2014

Dopo un periodo interminabile rinchiusa in una stanza minuscola mi fecero uscire dall’ospedale e intanto che non potevo dormire in macchina perché era sfasciata, decisi allora di prendere una stanza nel bed and breakfast da “Granny”.
Entrai e scorsi che la locanda era molto carina e piccola. L’arredamento era molto antiquato.
Per terra c’era un grosso tappeto rosso scuro e vicino alla parete alla mia destra notai una piccola poltrona con appoggiata sopra una coperta di lana a quadri marrone e nero.
Non appena fui di fronte al bancone in legno suonai il campanello della receptionist. A sinistra vidi una piccola antica lampada con ricami aurei luccicanti. Mentre stavo continuando ad osservare la stanza arrivò una signora anziana dai capelli corti e biondi e sorridente
“Buongiorno, ha deciso di fermarsi?”, chiese le gentilmente
“Si un paio di giorni”
Lei si girò e prese una delle chiavi che erano appese al muro davanti a me e poi mi disse: “Buona permanenza”
“Grazie”
Andai subito a vedere subito la camera. Non era grandissima, ma per me andava bene. Davanti a me c’era un letto a due piazze con delle bellissime coperte bianche avorio con delle decorazioni a forma di fiore di color rosa pallido. Mi sdraiai ed era molto comodo. Non mi ricordavo quanto tempo era passato dall’ultima volta che riposai su un vero e proprio materasso.
Alla mia destra in alto poco distante dal comodino di legno, c’era una finestra dalla quale vedevo la strada principale della città. Di fronte a me invece c’era un armadio enorme, anche se non sapevo come riempirlo perché avevo portato solo lo stretto necessario. C’era anche un piccolo bagno con una doccia che avrei usato molto spesso per eliminare le tracce della mia angoscia
Dopo aver dormicchiato per qualche ora sistemai le mie cose nella nuova camera. L’unica cosa che non trovai fu il mio cellulare. L’avrei cercato poi con calma, anche perché intanto ora non mi serviva.

24 Settembre 2014

Decisi di fare un giro per la città. Stavo per andare a fare una passeggiata quando però sentì una voce dietro di me. L’avevo riconosciuto. Era Killian.
“Vuoi che ti faccio da guida turistica della bellissima Storybrook?”, domandò lui venendo al mio fianco.
Mi girai verso di lui e notai subito i suoi vestiti. Indossava una camicia con un gilè e un cappotto lungo tutto nero e di pelle. Stava benissimo nonostante fosse un abbigliamento un po’ strano.
Dopo averlo fissato per qualche secondo dissi trattenendomi dal non ridergli in faccia: “Ma come sei agghindato? Non siamo ancora ad Halloween”.
“Non ti piaccio?”, domandò offeso.
“Devi ammetterlo ….è un po’strano come look”, risposi io sorridendo.
“Beh a me piace, comunque vuoi restare qui a parlare dei miei vestiti o posso accompagnarti?”, chiese ironico mettendosi di fronte a me
“ Non dovresti essere in ospedale?” , domandai notando che zoppicava
“Si, ma non ne avevo più voglia di restare rinchiuso li dentro”
“Avresti dovuto rimanere fino a che non saresti guarito del tutto..”, ammisi istintivamente.
“Ti preoccupi per la mia salute?”
“Ehm…si…sei sempre una persona!”, ribadì abbassando il viso e subito dopo gli chiesi per cambiare argomento:“Come hai fatto con le manette?”
“Ho i miei trucchetti, però se vuoi fare la parte dello sceriffo vado da solo”,
“Ero solo curiosa..anche tu ti stai comportando come un vero criminale”, ammisi incrociando le braccia e guardandolo con un sguardo di sfida.
“Beh si in effetti non sono un santo, ma non ti farei del male….non ne avrei motivo e poi sono sempre un gentiluomo”, affermò lui serio.
“Beh nemmeno io sono una santa…” replicai facendogli l’occhiolino
“Mmm non mi sembri una cattiva ragazza”, disse avvicinando il suo viso al mio come se volesse tentare di leggermi dentro.
“Fidati non lo sono, ma tranquillo non ho motivo per farti del male”, ammisi io fissandolo citando le sue stesse parole. I suoi occhi azzurri erano così ipnotici. Riuscivo a intravedere un filo di tristezza o forse mi stavo solo sbagliando e me le ero immaginato.
“Ora mi rubi anche le battute…comunque vuoi rimanere qua a battibeccare o fare un giro?”, domandò lui allontanandosi da me.
“Direi giro. Dove mi porti?”, chiesi incuriosita
“Mmm partiamo dal mio posto preferito”
“Ok, andiamo”, risposi prima di incamminarci.
Iniziammo così a camminare per la cittadina. Era molto carina e rustica. Non era molto grande. C’erano vari negozi di vario tipo. C’era un fioraio, pub, ristoranti e notai anche una vetrina dove erano esposti abiti da matrimonio.
In giro c’era molta gente che passeggiava tranquillamente. Mi dava un senso di pace, come se tutta la confusione e gli orrori si fossero fermati ai confini della città. Era proprio il luogo che mi serviva al momento
“Quindi hai deciso di fermarti?” mi domandò lui, interrompendo i miei pensieri.
“Si per il momento perchè sembra un posto abbastanza sereno. La tranquillità è una cosa di cui ho bisogno ora”, risposi io continuando ad ammirare la città.
“Si beh è un bel posto per riposarsi. Ti troverai bene”, affermò tenendosi la mano sul fianco. Stava ancora soffrendo per l’incidente. Doveva rimanere ancora a letto, ma intanto non mi avrebbe ascoltato, quindi lasciai perdere
“Lo spero”
“Sei ancora ostinata a scoprire i segreti di Storybrook?”, domandò lui all’improvviso.
“Ovvio!”, risposi decisa.
“Sei tenace Emily”
“Già, non mi arrendo facilmente!”
“Ho notato, comunque siamo arrivati”, rispose lui fermandosi.
Davanti a me c’era un tipico porticciolo non molto grande. C’erano un paio di piccole barche e una enorme che sembrava la nave di Jack Sparrow. Mi sentivo un’idiota a pensare che potesse essere una cosa del genere, però era veramente strano vedere una cosa del genere. Un’altra stranezza da aggiungere all’elenco.
“Da una persona che ama il mare non potevo aspettarmi altro, però anche se l’imbarcazione è bella mi sembra molto piratesca”, affermai ironica.
Notai subito che lui cambiò espressione. Era diventato particolarmente serio. Non capivo perché stava reagendo in quel modo, non avevo detto niente di offensivo o almeno così credevo.
“Che hai Killian? Ho detto qualcosa di sbagliato?”, domandai girandomi verso di lui.
“No, tranquilla, però intanto che hai deciso di rimanere ho bisogno di dirti la verità. Non voglio che tu lo scopra da qualcun altro”, rispose andando vicino al vascello.
“Cosa c’è che ti turba?”, chiesi seguendolo.
“Ho paura di spaventarti..”
“Parla, ti ascolterò fino alla fine”, affermai io cercando di tranquillizzarlo. In questa settimana aveva avuto sempre quel sorriso arrogante, non l’avevo mai visto con uno sguardo così cupo. Si lo dovevo ammettere ero un po’ preoccupata.
“Ok, tu ci credi nella magia?” domandò voltandosi verso di me.
“Killian io credo a molte cose, una tra queste è la magia, perché?”, domandai perplessa. Non capivo dove volesse andare a parare. Quale era il legame tra la nave e la magia? Che cosa si stava nascondendo a Storybrook?
“Gli abitanti di questa città provengono tutti da un posto che si chiama la Foresta Incantata impregnata di magia, però a causa di un sortilegio siamo stati imprigionati qui. Questa che vedi è la mia nave e ti sembra piratesca perché lo è veramente”, spiegò lui con cautela.
“Fammi capire tu sei un pirata?”chiesi io incerta.
“Si lo sono e anche uno dei migliori, ma non ti spaventano il sortilegio e la magia?”
“No te l’ho detto credo al soprannaturale e poi a queste cose è come se ci fossi già abituata”, risposi rimanendo sul vago. Non potevo di certo raccontagli tutta la mia storia da cacciatrice, anche perché sarei stata io a spaventarlo
“Abituata?” chiese dubbioso
“Si da dove vengo queste cose esistono, quindi non mi fanno paura”
“Di che genere? Sono sempre rimasto nella Foresta Incanta o qua a Storybrook, quindi non so cosa succede oltre i confini”, chiese interessato.
“Tante cose… cose brutte Killian…”, risposi cercando di non dire tutto quello che mi stava passando per la testa.
“Tu le hai viste?”, chiese allarmato interrompendo i miei pensieri.
“Si direi di si, un giorno ti racconterò qualche aneddoto”, risposi insicura sperando di convincerlo di non farmi altre domande.
“Va bene, me ne parlerai quando sarai pronta. Io però devo dirti ancora una cosa”
“Che cosa?”domandai interessata.
“Ti ho detto che mi chiamo Killian Jones, ma il mio nome completo è Killian Jones detto Hook” disse togliendosi la mano finta e al suo posto si mise un uncino.
“Sei Captain Hook?” chiesi sorpresa.
“Vedo che mi conosci già”, affermò sogghignando.
Ero finita in una città piena di personaggi delle favole e per di più stavo parlando con uno di loro. Avevo sempre adorato il loro mondo e il fatto di essere a contatto con tutto mi emozionava. Nella mia vecchia vita mi era capitato un caso che riguardava le fiabe, anche se in quel caso erano le versioni più cruente.
“Si perché nel mio “mondo” Hook è un personaggio di un film animato”, ribadì ridendo.
“Ah si e come sono?”, chiese con voce suadente avvicinandosi a me.
“Sei l’acerrimo nemico di Peter Pan. Hai lunghi capelli neri e ricci e dei strani baffi. Non è proprio bello”, risposi io facendogli sorridendo.
“Beh anche io non sono in buoni rapporti con Peter Pan, però io sono più bello” affermò quasi offeso.
“Si sei decisamente più bello” affermai appoggiando una mano sulla spalla.
“Ora signorina Emily vuole fare un giro sulla mia nave?”
“Molto volentieri”
Lui poi mi prese la mano e mi accompagnò sopra il veliero. Era maestosa. Non appena salì vidi alla mia sinistra degli scalini che portavano al grande timone in legno, mentre vicino alle due rampe c’era una piccola porta che sicuramente portava sotto coperta. Sicuramente mi sarebbe piaciuto farci un viaggetto.
Stavo per vedere la parte interna, quando arrivarono delle persone che stavano chiamando Killian, così scendemmo. Davanti a noi c’erano Emma, il vecchietto e una coppietta.
“Killian cosa ci fai con lei? Come sei riuscito a uscire dall’ospedale” chiese in modo irritato Emma poi aggiunse: “Amy giusto..meglio se stai lontano da lui”
“Sono un pirata. Non sono delle manette a fermarmi. E’ con me perché le sto facendo un tour della città. Cosa volete?” domandò beffardo.
“Non mi sembra una cattiva persona e ho deciso io di seguirlo per Storybrook” mi intromisi io cercando di spiegare cosa era successo.
“Con Ho..cioè con Killian?”, domandò sorpresa una ragazza con i capelli neri corti.
“Tranquilli sa già tutto o almeno quasi tutto, quindi potete chiamarmi anche Hook.” rispose Killian mettendosi sulla difensiva.
“Si so della magia, del sortilegio e che lui è Hook”, proferii io avvicinandomi ad lui. Non capivo perchè lo stavano attaccando, non stava facendo nulla di male. Dalle loro reazioni sembrava che io stavo accanto a una persona poco affidabile e pericolosa. Se avesse voluto farmi veramente del male lo avrebbe già fatto, anche perché siamo stati soli per un’ora.
“Eh ci credi?”, mi chiese Emma sorpresa.
“Si e come ho già detto a Killian nel mio “mondo” esistono cose soprannaturali” , replicai avvicinandomi a loro
“Fuori la nostra magia non funziona” proferì subito il vecchietto.
“Si può essere vero, ma esistono altri esseri che fidatevi sono soprannaturali”, spiegai ripensando a ogni tipo ti mostro avevo incontrato nella mia vita. Nonostante ero abituata a vederli, a volte però mi capitava ancora di fare degli incubi spaventosi.
“Capisco… ma devi comunque stare attenta a quel pirata”, rispose il vecchietto terminando la frase con tono deciso.
“So badare a me stessa!”, affermai mettendomi io questa volta subito sulla difensiva.
“Scusa siamo venuti e non ci siamo nemmeno presentati”, si intromise gentilmente la ragazza dai capelli scuri cercando di alleggerire l’atmosfera
“Io sono Emily Singer”, dissi più tranquilla
“Piacere io sono Snow”
“Sei Snow White?” chiesi io stupita
“Si e lui e David o Charming.” affermò lei guardando il suo amato. Lui aveva capelli castano chiaro e occhi azzurri.
“Ehm non è che mi sta proprio simpatico il personaggio di Snow”, dissi un po’ dispiaciuta.
“Ma intendi quelle delle favole della Disney” chiese Emma dubbiosa
“Si, diciamo che è un po’ idiota, senza offesa”, ammisi titubante.
“Le storie dei cartoni animati sono diverse dalle loro”, affermò di nuovo Emma sorridendo.
“Ah si meglio così”
“Io infine sono Mr Gold oppure Rumpelstiltskin detto DarkOne”, intervenne poi in modo tremante il vecchietto. Sembrava emozionato. Ora però ero curiosa perché lui si comportava in quella maniera in mia presenza.
“Piacere di conoscerti, però posso sapere perché ogni volta che mi vedi impallidisci o sei emozionato?”, chiesi incuriosita.
Per un paio di secondi ci fu un silenzio assordante. Gold guardava con cattiveria Hook e lo sguardo era reciproco. Non capivo il perché, ma tra di loro c’era sicuramente dell’astio. Poco dopo il suo sguardo tornò a me.
“In realtà eravamo venuti a cercarti proprio per questo motivo. Non pensavamo però che eri con lui”, rispose Gold
“Ah si, allora di cosa si tratta?”, domandai curiosa.
“Posso parlarti in privato, nel mio negozio?”
“Va bene”, dissi seria e poi aggiunsi più dolcemente avvicinandomi a lui: “Killian ci vediamo dopo, devi finire di farmi vedere la nave e la città”
Notai subito il suo sguardo leggermente preoccupato e dopo un paio di secondi rispose: “Va bene ti aspetto allora”
Io seguì Mr Gold in silenzio verso il suo negozio. Ci mettemmo poco ad arrivare. Notai subito che dentro c’era un sacco di roba e molti oggetti erano anche molto interessanti perché sicuramente ognuno di loro avrà sicuramente una proprio storia. Sembrava una di quelle botteghe di antiquariato o di mercatino dell’usato.
“Bene, ora può parlare”, affermai determinata.
Ero curiosa di sapere perché lui si comportasse così nei miei confronti. Ero una persona normale o almeno non credevo di spaventare al tal punto le persone.
“Ok, come si chiama tuo padre?” , domandò girandosi verso di me.
“Bobby Singer, perché?”
“No, intendo il nome del tuo padre biologico?”, chiese lui serio.
Ero scioccata, come faceva a saperlo che ero stata adottata. Questa cosa la sapevamo solo io, mio padre, Sam e Dean.
Bobby mi aveva trovato sul ciglio della strada. Ero ancora in fasce. Lui anche se non avevamo legami di sangue era sempre stato un ottimo padre. Mi aveva accolto a casa sua e mi aveva cresciuto nonostante i molti problemi che avevamo riscontrato soprattutto a causa del suo lavoro. Ogni volta che stavo soffrendo lui c’era e mi aiutava sempre quando avevo un problema. Ogni volta che cercavo informazioni sui miei veri genitori lui era al mio fianco insieme ai due fratelli.
Era morto quattro anni fa e ancora mi mancava da morire. Ancora oggi i suoi ricordi mi tornavano alla mente. A volte mi piaceva riprendere l album delle foto e fare un tuffo nel passato anche se era doloroso.
“Come cavolo sa che Bobby non è il mio vero padre?” domandai irritata. All’improvviso iniziò a tremare tutto.
“Perché io sono il tuo padre biologico”, ammise commosso
“Tu sei quello che mi ha abbandonato in mezzo alla strada. Sei quello che se ne è fregato di me per ventisette anni. Tu non sei mio padre”, gli gridai e iniziò di nuovo a oscillare tutto, poi aggiunsi iniziando a guardarmi intorno: “Perché ora sta traballando tutto?”
“Perché hai ereditato i miei poteri”, affermò tremante cercando di venire verso di me
“Cosa? No questo è troppo!”, urlai arrabbiata prima di uscire fuori dal negozio. Incontrare il mio vero padre dopo ventisette anni mi fece tornare a galla la rabbia che avevo represso e per questo non ero riuscita a rimanere.
Avevo sempre desiderato da piccola conoscere il mio vero padre. Non sapendo chi fosse non potevamo neanche andarlo a cercare. Con il passare degli anni però la rabbia nei confronti dei miei genitori era aumentata sempre di più. Mi faceva infuriare il fatto di essere stata abbandonata e che non avevano nemmeno provato a ritracciarmi.
Non ero riuscita a farlo parlare perché il mio astio nei suoi confronti era troppo alto. In questo momento non potevo affrontare una cosa del genere, prima dovevo cercare di calmarmi. Quando sarei riuscita a tranquillizzarmi sarei andata a trovarlo per farmi dire almeno la sua versione. Riuscire almeno ad ascoltarlo e ad avere delle risposte

Iniziai a camminare e non conoscendo bene la città vagai senza meta. Dopo una decina di minuti trovai dei giardinetti che si trovavano vicino alla spiaggia. Decisi di sedermi sull’altalena che si trovava di fronte allo scivolo dove erano appoggiate delle foglie color giallognolo. Mi sedetti così da cercare di sbollire.
“Tutto bene?”
Mi girai e vidi che Hook era seduto vicino a me. Mi aveva trovata. Avevo bisogno di qualcuno con cui parlare e lui era l’unico con cui ero riuscita a legare. Lo guardai e vidi che nei suoi occhi c’era una vera preoccupazione.
“Ho appena scoperto che Gold è mio padre…si direi che sto bene”, risposi sarcasticamente.
“Il coccodrillo è tuo padre??”, domandò sorpreso
“Coccodrillo?”, chiesi perplessa. Lo aveva chiamato con un soprannome strano. Non riuscì a capire quale potesse essere il collegamento fino a che ripensai al film della Disney. Il coccodrillo aveva amputato la mano del perfido capitano Hook.
“Oddio non sarà stato lui a farti questo?”, ridomandai subito dopo appoggiando la mano sull’uncino. Lui si ritrasse subito.
“Si e non solo. Ora però devo proprio andare”, rispose secco prima di alzarsi.
“Che ti succede?”, chiese agitata seguendolo
“Niente. Mi sono ricordato che devo fare una cosa sulla nave”, ribattè prima di incamminarsi, lasciandomi da sola nel parco. Ero scioccata dal suo comportamento, ma in fondo non lo conoscevo così bene e non potevo aspettarmi che lui riuscisse a confidarsi subito con me
Mi risedetti e ascoltai il suono delle onde in lontananza per ore e poi tornai in stanza per riposare sperando di dormire senza incubi.