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Pro Aris et Focis [Italiano]

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PROLOGO

M.E. 755

 

Quando aprì gli occhi, un soffitto macchiato di muffa e di umidità le diede il bentornato nel mondo dei vivi. Cercò di ricordare come fosse arrivata lì, aspettando che l’intontimento del dormiveglia si ritirasse come al solito, ma non avvenne. Si sentiva la bocca arida, e un ronzio sottile ma persistente nelle orecchie.

Morfina, comprese, e quel primo pensiero lucido scoperchiò un pozzo di immagini frammentarie. Uno Jormungandr. L’armata imperiale aveva messo in campo un fottuto Jormungandr. Non posso restare così. Devo tornare a combattere. Cercò di mettersi su un fianco, ma a stento riuscì a muovere la testa e le dita. La proiezione fallita. Il sangue. Thomas. Devo…

«Silia.»

Di nuovo il soffitto macchiato di muffa e di umidità. E il dolore. La gamba destra era un inferno di dolore. Cercò di gridare, ma le venne fuori solo un raglio prolungato. Non sembrava nemmeno la sua voce.

«Altra morfina, presto!»

No. «No!» Riuscì a tirare su il busto. Vomitò, e le andò di traverso. Qualcuno la spinse su un fianco, le tenne la testa rivolta verso il basso mentre tossiva, lottando per respirare.

«Dov’è quella cazzo di morfina?»

«No. No.» Allungò le braccia verso il camice davanti a lei. Riuscì ad afferrarne un lembo e a tirare. «Niente più morfina.»

«Silia, sta’ giù!» La voce di Sarah. Era lei a tenerle la testa.

«No!» gridò, e la voce venne fuori più chiara. «Che cazzo è…?»

Non voleva altra morfina. Doveva sapere cosa stava succedendo. Thomas. Lo Jormungandr. Niflheim. Sentì la pressione di un ago nella coscia destra, ma solo quella, perché il dolore alla gamba, quel dolore atroce, era tutto ciò a cui riusciva a pensare. Vi si aggrappò con disperazione per non svenire.

«Che cazzo è successo…?» sussurrò. Il dolore scemò, lentamente. Sarebbe svenuta di nuovo. Il lembo di camice le scivolò via dalla mano. Sentiva ancora la voce di Sarah, o forse era quella di sua madre, ma non ne comprendeva le parole.

Un carrello metallico con strumenti insanguinati accatastati sul ripiano più alto. Un separé che un tempo doveva essere stato bianco. Silia batté le palpebre e mosse le labbra. Sete. Aveva sete. Doveva ricordare. Lo Jormungandr. Thomas. La proiezione fallita. Niflheim.

Di nuovo il camice. Un pantalone beige. Mosse una mano in sua direzione, e il pantalone beige si avvicinò. Questa volta lo riconobbe.

«Dottor Emblyn» riuscì a sussurrare. I pantaloni beige si abbassarono e diventarono una faccia nota. Occhiali dalla montatura in corno, occhi scuri cerchiati da occhiaie scure, bocca dura. Il dottore le avvicinò una mano al viso – sentì appena il suo tocco –, le abbassò la palpebra inferiore dell’occhio sinistro e tirò fuori una lampadina che le puntò contro la pupilla. Fece lo stesso col destro. Poi le appoggiò un polso sulla fronte.

«La febbre è ancora alta» disse, a lei o a qualcun altro, restando con il viso alla sua altezza. «Come si sente, Hartwood?»

«Non lo so» rispose in un sussurro. Fu come se la voce le scavasse solchi nella gola. «Me lo dica lei.»

Il dottor Emblyn si rialzò. «Deve riposare, Hartwood. È andata in shock emorragico ed è rimasta priva di sensi per due giorni.»

«Lo Jormungandr…?»

«Non ci pensi, adesso. Sente dolore?»

«No. Non sento niente.»

«Meglio così. Riposi ancora.» Fece per allontanarsi.

«No!» cercò di richiamarlo. «Dottore. Per favore.» Scoprì che riusciva a muoversi un po’. Si afferrò alla testiera di ferro del letto da campo, scalciò per darsi la spinta – quasi non sentiva le gambe – e si tirò faticosamente su. La stanza intorno a lei vorticò e le esplosero bagliori gialli agli angoli degli occhi, ma tenne duro per qualche secondo e riuscì a non svenire.

«Hartwood, stia giù!» la rimproverò il medico con voce aspra. Tornò al suo capezzale. «Non deve sforzarsi.»

«Mi dica cos’è successo.»

«Non adesso.»

Nonostante la debolezza e l’intontimento, Silia provò rabbia. «Dottor Frank Emblyn, non si dimentichi chi sono. Il mio grado è superiore a quello di un medico militare. Pretendo di sapere cos’è successo e quali sono le mie condizioni attuali.»

Il breve discorso la stancò. Non riusciva a respirare a bocca chiusa, e aveva la certezza che, se avesse smesso di tenersi aggrappata alle sbarre di ferro, sarebbe scivolata sul letto priva di sensi. Il dottor Emblyn la guardò con un’aria che non le piacque per nulla – era forse compassione? – e le piacque ancor meno la mancanza di una risposta a tono.

Staccò una mano dalla sbarra e scostò la coperta.

«Hartwood…»

La gamba sinistra, contusa e lacerata, era al suo posto. Della destra restava un moncherino bendato al di sopra del ginocchio. Si sentì mancare, e dovette di nuovo aggrapparsi alla testiera del letto con entrambe le mani. Sentì i propri battiti accelerare, un grido arrampicarlesi su per la gola.

«Che cazzo avete fatto alla mia gamba?»

«Hartwood, la sua gamba non c’era già più quando l’hanno portata qui. Ho salvato quello che ho potuto.»

«Che cazzo avete fatto alla mia gamba?»

«Hartwood, stia giù o dovrò sedarla.»

«Dov’è Thomas? Che fine ha fatto lo Jormungandr?»

«Silia!» Sarah entrò in infermeria. Con le orecchie che le ronzavano, Silia si voltò verso di lei.

«Sarah. Guarda cosa… cos’hanno fatto alla mia gamba. Come può essere? Non posso più combattere, così, Sarah. Dov’è Thomas? Che fine ha fatto lo Jormungandr?»

«Calmati, Silia.» La voce di Sarah era quieta. Sedette sul bordo del letto, accanto a lei, e le passò una mano tra i capelli. Non lo faceva da anni. «Calma.»

«Hartwood.» Il Capitano Drautos in persona entrò. Sarah s’irrigidì e si alzò per fare il saluto militare. La sua presenza convinse Silia che doveva essere svenuta,

per fortuna, si disse, è un incubo, la mia gamba c’è ancora.

«Capitano» sentì protestare il dottor Emblyn «non vorrei mancarle di rispetto, ma Hartwood è molto debole. Non è questo il momento per…»

«Dottor Emblyn, Hartwood è un Angone del Re. È stata addestrata per combattere una guerra, fin da quando aveva tredici anni.»

Non era un incubo. Quella era la realtà, e aveva perso una gamba. Guardò il Capitano Drautos, ma non riusciva a lasciare la testiera per fare il saluto militare.

Il Capitano si fermò davanti al letto, incrociò le braccia e si concesse un breve sospiro.

«Hartwood, abbiamo perso il Forte Dornar. Cinque Jormungandr. Abbiamo dovuto ritirarci.»

Silia annuì. Cinque. Chinò il capo. «Mi dispiace, Capitano.»

«No, Hartwood, se c’è una responsabilità, quella è del vostro Capitano. Avevo sottostimato le loro forze. Ci sono state molte perdite. Leah Marcellus. Lamiel Melias. Brian Gauter. Cardok Kay. Melion Coster. E ancora David Dorcas, Edith Ellie, Foxe Galfris… e Thomas Kurtz.»

Per i Siderei. Silia appoggiò la fronte contro la sbarra di ferro. La sua gamba era andata, e Thomas era morto.

«Hartwood, hai voluto sapere, adesso ascoltami fino in fondo. Lo Jormungandr ti ha dilaniato la gamba destra. Non c’è stato nulla da fare se non recuperare quel che si poteva recuperare. Posso comprendere il tuo scoramento, ma sei stata più fortunata di molti dei tuoi compagni.»

«No, non è vero» si lasciò sfuggire, e in un momento normale non avrebbe mai osato contraddire il Capitano. «Non posso più combattere, Capitano. Che cosa posso fare con una gamba sola? Sarebbe stato meglio essere divorata per intero.»

Il Capitano la guardò per un lungo momento, poi si rivolse a Sarah con voce secca. «Helias, torna dai tuoi compagni. Rassicurali che Hartwood ha ripreso i sensi e che è polemica come sempre. Dottore, esca anche lei. Voglio parlare per qualche minuto da solo con Hartwood.»

Sarah le sfiorò la mano per un istante nell’alzarsi. Uscì insieme al dottore. Silia non era certa che sarebbe riuscita a resistere ancora a lungo.

«Hartwood» sospirò il Capitano. «Non a tutti gli Angoni del Re capita di trovarsi davanti a una simile scelta per ben due volte. Sette anni fa ti ho spronata a tener duro e a restare, ma stavolta, lo comprendo, hai subito una seria mutilazione. Ma non è finita. Come ti ho già detto una volta, non buttiamo via i membri della nostra élite militare come se fossero soldatini di stagno rotti. A Insomnia ci sono dei tecnici che elaborano protesi all’avanguardia e centri specializzati per il recupero. Ci vorranno mesi, ma tornerai operativa.»

«Sì, ma in che condizioni?» chiese. Stava per piangere o svenire, e sperava che si trattasse della seconda.

«Questo dipenderà da te, Hartwood. Inizia con il seguire le indicazioni del Dottor Emblyn e rimettiti in forze. Non appena sarai in grado di affrontare il viaggio, ti farò rientrare a Insomnia e trasferire in una clinica specializzata. Non dubitare, non resterai inattiva. Presterai servizio in città con mansioni di supporto alla Guardia Cittadina. Quando i medici militari ti reputeranno di nuovo idonea, tornerai sul fronte. Ma non sarà facile, Hartwood, ti avverto. Il recupero sarà lento e doloroso, e sarà tua facoltà, in ogni momento, tirarti indietro.»

Silia nascose gli occhi nell’incavo dell’avambraccio, fingendo di asciugarsi il sudore dalla fronte, ma in realtà erano le lacrime di sollievo che voleva nascondere. Non era finita. Quanto mai poteva essere lento e doloroso il recupero? Aveva affrontato cinque anni di addestramento e quasi dieci sul fronte. «E fare l’invalida di guerra?» mormorò. «Neanche per sogno. Voglio tornare operativa.»

Il Capitano Drautos fece un mezzo sorriso soddisfatto. Non accadeva spesso. «Non mi aspettavo niente di meno da te, Coeurl. Adesso smettila di stringere la testiera di quel letto come se ne andasse della tua vita e riposa.»

Silia annuì, e si lasciò scivolare giù. I passi del Capitano Drautos non si erano ancora allontanati quando perse i sensi del tutto.


**** 

SILIA HARTWOOD

SH014S6

 

Luogo e data di nascita: Ambrosia, M.E. 728

Sesso: F

Occhi: verdi

Capelli: castani

Segni distintivi: nessuno

 

M.E. 741

13 anni

152 cm x 42 kg

Il soggetto viene selezionato dal Capitano Titus Drautos come idoneo a intraprendere l’addestramento. Forte motivazione. Padre morto durante l’occupazione di Ambrosia. Madre vivente. Rifugiate a Insomnia nell’M.E. 739 dopo attriti con il presidio di occupazione.

Spiccata predisposizione all’uso della magia.

 

M.E. 746

18 anni

157 cm x 50 kg

Addestramento completato con il massimo dei voti.

 

Il soggetto viene dichiarato idoneo al combattimento sul fronte al termine dell’addestramento di anni cinque e assegnato alla Squadra 6 del corpo degli Angoni del Re.

Il soggetto è penalizzato da una corporatura esile e da una scarsa prestanza fisica. Compensa con un’agilità e una flessuosità eccezionali. Dotato di un ottimo intuito, il soggetto dimostra prontezza nel valutare le situazioni di pericolo e nell’agire di conseguenza.

Disciplina altalenante. 9 richiami per disordini e insubordinazione (si vedano schede in allegato).

Soggetto affidabile e adatto a lavorare in team, ma orgoglioso, impertinente e facile alla provocazione.

Capacità tecniche nell’uso delle armi bianche: ottime. Armi predilette: spade gemelle, daghe, spade a una mano.

Capacità tecniche nell’uso delle armi contundenti: nella norma.

Capacità tecniche nell’uso delle armi da lancio e da fuoco: nella norma.

Capacità magiche: ottime. Il soggetto padroneggia alla perfezione qualsiasi tipo di magia offensiva e difensiva.

Capacità tattiche: nella norma.

Posizione suggerita: mediana (copertura magica, pronta ad avanzare in prima linea in caso di necessità).

 

M.E. 755

27 anni

157 cm x 48 kg

Il soggetto si conferma un membro di spicco nel corpo degli Angoni del Re.

Si vedano note a seguire.

Note

M.E. 748 – 7 febbraio

Un grave infortunio pregiudica il proseguimento del servizio attivo del soggetto (si veda referto medico in allegato). Prognosi: tre mesi.

Il soggetto rifiuta di ritirarsi dal fronte per sottoporsi alla terapia e alla riabilitazione.

 

M.E. 748 – 14 aprile

Il soggetto, nonostante il parere medico contrario, chiede di poter tornare al servizio attivo.

Concesso.

 

M.E. 749 – 13 marzo

Il soggetto contesta la decisione del Capitano di ritirarsi dalla Piana di Larre (la città di Bors, occupata da giorni sedici, viene dichiarata persa). Il soggetto si offre volontario per infiltrarsi all’interno del condotto fognario per effettuare un’operazione di sabotaggio. Concesso. Il soggetto libera gli ostaggi prigionieri all’interno della guarnigione dal presidio di occupazione e guida un attacco ai cannoni sulle mura.

Grazie all’intervento del soggetto, la città di Bors viene riconquistata.

Viene assegnata una menzione d’onore e un richiamo per insubordinazione (vedi allegato).

 

M.E. 751 – 8 agosto

Viene assegnata una menzione d’onore al soggetto per il suo ruolo chiave nel salvataggio della Squadra 3, rimasta tagliata fuori durante la ritirata conseguente alla Battaglia di Langhore.

 

M.E. 752 – 2 gennaio

Viene assegnata una menzione d’onore al soggetto per aver sventato un’imboscata della Divisione 17 dell’esercito di Tenebrae.

 

M.E. 753 – 6 ottobre

Viene assegnata una menzione d’onore al soggetto per avere salvato n. 12 civili della città di Farah.

Contestualmente il soggetto viene richiamato per aver disobbedito all’ordine di ritirata.

 

M.E. 755 – 11 ottobre

Il soggetto subisce un grave infortunio (vedi referto medico in allegato).

Al soggetto viene offerta la possibilità di lasciare il servizio attivo in via definitiva senza disonore.

Il soggetto rifiuta.

Tre giorni dopo viene disposto il suo rientro a Insomnia perché si sottoponga all’intervento di impianto di una protesi che sostituisca la gamba destra al Centro Protesi Belliche. Il soggetto si impegna a sottoporsi alla successiva riabilitazione presso lo stesso Centro Protesi Belliche e a prestare servizio attivo nella Guardia Cittadina non appena le sue condizioni fisiche lo consentiranno.

Il soggetto si impegna, non appena il medico designato lo riterrà opportuno, a rientrare in servizio sul fronte.

 

Dossier aggiornato in data 19 ottobre - M.E. 755

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PARTE PRIMA

 1

  In birra veritas

 

Era una ragazza piccola, forse un po’ più giovane di lui. Non era bella, e a fargli girare di nuovo la testa per osservarla fu il fatto che avesse un libro tra le mani. Leggeva incurante degli schiamazzi e del viavai intorno a lei.

Un posto scomodo per leggere, un locale del genere , rifletté Gladio. Guardandola meglio, dovette correggere la sua prima impressione: il viso ovale, incorniciato da capelli castano scuro spettinati e tagliati a metà orecchio, era piacevole, anche se duro. Alla tetra luce dei neon del locale non poteva esserne sicuro, ma gli parve, quando i loro sguardi si incrociarono per un istante prima che lei riabbassasse il suo sul libro, che avesse gli occhi chiari.

Gladio era reduce da una lunga sessione d’allenamento con Noctis. Nel rientrare a casa, nella hall della Cittadella, aveva incrociato Munro. Erano secoli che non facevano due chiacchiere, e aveva accettato di buon grado di fare un giro con lui per bere una birra – che poi erano diventate tre. L'ultima tappa del loro tour era stata una taverna che non conosceva, un posto spartano e movimentato con clientela quasi esclusivamente maschile, dove avevano ordinato la quarta birra. In birra veritas, recitava l'insegna. Munro, sposato da un anno con una ragazza bella ma dal pessimo carattere, si era defilato prima che lui riuscisse a finire la sua non appena preso coscienza dell’orario. Gladio si era trattenuto per mezz’ora a sorseggiare la sua birra ormai tiepida, guardandosi attorno. Il locale era rumoroso ed eufemisticamente parlando non proprio pulito, ma vivace.

Stava per finire la sua birra, quando la ragazza, il cui tavolo era nel suo campo visivo, chiuse il libro, scostò la sedia e si chinò. Quando rialzò la schiena, vide che aveva una stampella in mano. Nell'uscire zoppicando salutò distrattamente l'oste, un uomo tarchiato dai capelli brizzolati, che rispose con un grugnito.

Gladio stava per riabbassare lo sguardo sulla sua birra, ma gli occupanti del tavolo vicino – cinque uomini – si alzarono rumorosamente e si diressero anche loro verso l'uscita, lasciando qualche moneta sul bancone al passaggio. Ridevano, ubriachi. Gladio li aveva visti avvicinarsi durante la serata al tavolo della ragazza, che li aveva liquidati con poche parole secche che non aveva udito. Ammiccò, indeciso. Qualcosa di loro non gli piacque. Magari non era nulla, magari avevano deciso di seguirla per rinnovare l'approccio. A dare un'occhiata non rischiava niente.

Si alzò, e quando guardò verso il bancone vide che l'oste fissava l'uscita. Poi lo vide abbassarsi a prendere un fucile, e comprese che non era stato l'unico a pensar male. Lo raggiunse. Non furono necessarie parole: Gladio indicò la porta, e l'oste fece un cenno affermativo con la testa, aggirando il bancone. Uscirono alla svelta.

Non videro nessuno: la strada si estendeva ben dritta e illuminata davanti a loro, e in teoria la ragazza avrebbe dovuto essere ancora in vista, a meno che non avesse commesso l'imprudenza di imboccare uno dei vicoli laterali. Gladio precedette l'oste verso il primo: nulla. Si affrettò verso il secondo. Rumori. Rumori di zuffa – scarpe che impattavano contro corpi solidi, colpi secchi, imprecazioni a mezza voce e gemiti, ma nessuno, gli parve, di voce femminile.

Ciò che vide nella penombra sporca del vicolo lo lasciò senza parole: cinque uomini a terra, e una piccola ombra in piedi appoggiata al muro.

«Hartwood!» L'oste, puntando il fucile verso un punto non ben specificato, lo superò. «Tutto bene?»

«Samuel?» chiese la ragazza, con tono genuinamente sorpreso. «Cosa ci fai qui? Non hai paura che ti freghino l’incasso?»

L'oste – Samuel, sembrava – scavalcò i corpi degli uomini senza preoccuparsi delle loro condizioni. Per deformazione personale e professionale, invece, Gladio si abbassò sul più vicino, ancora stupito, confuso e sconcertato, e gli cercò il battito sul collo. Era vivo, ma privo di sensi, riverso sullo stomaco. Un rivolo di sangue aveva già formato una piccola pozzanghera vicino alla sua testa. La stampella della ragazza era lì a terra vicino a lui.

«Ti hanno seguito, Hartwood.»

«Me ne sono accorta appena uscita. Li ho portati qui apposta.»

«Cosa volevano?»

Il tono della ragazza sembrava ora divertito. «Secondo te?»

«Come diavolo hai fatto?»

«A far che?»

Gladio riuscì a cavarsi fuori dalla gola un verso. «Ehi» disse.

L'oste e la ragazza si voltarono in sua direzione.

«Stai bene?» le chiese.

«Io sì» rispose lei. «Mi passeresti la stampella? Quello vicino a te stava scappando e gliel'ho lanciata.»

Ancora stordito, Gladio gliela raccolse. «Credo che serva un'ambulanza, qui.»

«Oh, non l'ho lanciata così forte.»

«Dillo a lui.»

Le si avvicinò, aggirando gli altri corpi, e le tese la stampella. Non riusciva ancora a conciliare i cinque uomini a terra con la figura minuta della ragazza.

«Grazie, ragazzo.»

Gladio era ancora troppo stupito per prendersela per il  ragazzo . Adesso che era vicina, notò che Hartwood aveva ancora il suo libro sottobraccio, e riuscì anche a distinguere il titolo:  Storia di Accordo. Dalle origini all'Alleanza.

«Sai cosa, Samuel?» disse lei. «Mi è venuta di nuovo sete. Entro a prendermi un'altra birra.»

L'oste sospirò rumorosamente. «Hartwood, non so come diamine hai fatto, ma va chiamata la Guardia Cittadina.»

«Che palle» commentò poco finemente la ragazza. «Proprio un bel biglietto da visita.»

«Ci penso io» si offrì Gladio, senza cogliere il senso della sua seconda frase. Hartwood fece un mezzo sorriso.

«Già, tu sei nella Guardia Reale, vero? Amicitia, dico bene?»

«Come mi hai…?»

«Sei conosciuto, Amicitia, anche se sono rientrata da poco in città, e in più, alto come sei, non passi certo inosservato. Ti avevo già notato al locale.»

Zoppicò fuori dal vicolo: la sua gamba destra, notò, era rigida e scoordinata. Alla luce del viale principale, Gladio vide che non sembrava affatto aver risentito dello scontro. «Dovrò dare le tue generalità» l'avvisò.

Lei si fermò. «È proprio necessario? Non puoi tenermi fuori?»

Gladio si strinse nelle spalle. «Ci sono cinque uomini svenuti, almeno uno ferito alla testa. Se non faccio il tuo nome e non spieghi cos'è successo, sei tu a rischiare una denuncia per aggressione.»

Hartwood sbuffò. Lasciò cadere la stampella, tenendosi in equilibrio sulla gamba sinistra, e con la mano libera tirò su una catenina che le ricadeva sul seno e se la sfilò dalla testa. Gli passò una piastrina militare che riportava una piccola incisione stilizzata di Bahamut e un numero di matricola:  SH014S6 . Un Angone del Re. Quella ragazza zoppicante che non arrivava al metro e sessanta di altezza e probabilmente ai cinquantacinque chili di peso era un Angone del Re. Tramortire cinque uomini adulti, per lei, doveva essere stata una bazzecola.

«Un Angone del Re» si lasciò sfuggire Gladio.

L'oste si voltò di scatto. «Cos'ha detto?»

Gladio si morse il labbro inferiore. Gli angoni a Insomnia non erano molto amati, e probabilmente Hartwood non aveva sbandierato in giro il corpo a cui apparteneva.

La ragazza si chinò a recuperare la stampella, tranquilla. «Un Angone del Re» confermò. «È un problema, Samuel?» chiese, rialzando la schiena.

L'oste non rispose. «Un angone» ripeté. «Pensavo fossi un tipo strano, Hartwood, ma non avrei mai immaginato una cosa del genere.» Il suo sguardo cadde sulla gamba della ragazza. «Sei in congedo?»

«Temporaneo» rispose lei. Si avviò verso il locale, seguita dal proprietario, e Gladio stesso, sentendosi goffo e confuso, andò loro dietro. La sua presenza non era necessaria, ma si sentiva in qualche modo coinvolto, e non solo perché era una guardia reale.

«Rischi grane?» le chiese l'oste.

«Non credo» rispose lei disinvolta. «Non ho usato armi, non ho colpito per uccidere, non li ho provocati io. Che dovevo fare, lasciarmi aggredire?»

«Rischiano loro» intervenne Gladio. Continuava a fissare la piastrina, incredulo. Non aveva mai incontrato un angone. «Hanno aggredito un Angone del Re. Si può essere più stupidi?»

Entrarono nel locale. L'oste fece loro cenno di aggirare il bancone per raggiungere il telefono. «Non avevo uniforme né ho mai dichiarato di essere un angone» parve volerli giustificare Hartwood. «Forse avrei dovuto? Non ho idea di come funzionino queste cose in città.»

Gladio afferrò il ricevitore – un apparecchio antiquato – e compose il numero del centralino della Guardia Cittadina. Dopo un solo squillo, cambiò idea e riappese. «Senti» le disse «hai ragione. Se chiamo la Guardia Cittadina e dico che è coinvolto un angone, passano la patata bollente a noi della Guardia Reale, si monta un processo alla corte marziale e si va avanti per settimane. Sono dei cazzo di farabutti e se fosse per me li manderei a marcire in galera, ma se tu sei soddisfatta così io li lascerei lì a terra. Non credo andranno a dire a qualcuno che sono stati picchiati da una donna. Senza offesa, eh?»

«E se tornano?» chiese l'oste.

«Se tornano avvisami e ci penso io, ma meglio per loro di no.» Hartwood occupò uno sgabello al bancone, appoggiò il suo libro e si sfilò la giacca. «Samuel, per favore, spillaci due birre. Metti quella del ragazzo sul mio conto. Bionda o scura, Amicitia?»

Gladio inarcò un sopracciglio, irritato, mentre si lasciava scivolare sullo sgabello accanto al suo. «Senti» puntualizzò «non sono un ragazzo

«Due scure» decise lei per entrambi, ignorandolo. Samuel fece un ghigno divertito e diede loro le spalle mentre spillava la birra in due grossi boccali. Gladio si grattò l’attaccatura dei capelli, in imbarazzo. Aveva conosciuto molte donne toste, ma, a parte Monica Elshett che lo conosceva praticamente da quando era nato, era la prima volta che una di loro gli offriva da bere. Ci aveva azzeccato, comunque. La birra la preferiva scura. Sospirò. Si accorse che aveva ancora la sua piastrina in mano, e gliela tese. «Hartwood, giusto?» chiese. «Quanto mancavi da Insomnia?»

Hartwood si fece scivolare la catenina intorno al collo. Gli spinse davanti uno dei due boccali che Samuel aveva appoggiato sul bancone. «Più di nove anni. Quasi quindici, anzi, visto che il centro di addestramento è nelle periferie.»

Gladio ammiccò, impressionato. «Quasi quindici? Accidenti, ti hanno scaraventata sul fronte da bambina, eh?»

Hartwood sgranò leggermente gli occhi – erano chiari, proprio come aveva pensato, verdi con screziature castane intorno all'iride – poi curvò le labbra in un sorriso che gli parve derisorio. «Non proprio. Ho ventisette anni, Amicitia. Faccio parte del primo gruppo di angoni entrato in attività.»

All'esplosione di risa dell'oste, Gladio si sentì avvampare e, senza poterselo impedire, cercò tracce della sua età sul suo volto. I suoi occhi erano duri, profondi, ma nulla a parte le cicatrici – non una ruga, non un capello bianco – suggeriva che fosse più vecchia di lui di ben cinque anni e che gli ultimi nove li avesse passati in guerra.

«Hartwood è un tipo strano» commentò l'oste che, di spalle, si era messo a sciacquare bicchieri. «Ho sentito che a volte i Siderei si incarnano in esseri umani e camminano tra noi. Sarai mica Ifrit, Hartwood?»

«Ifrit è una divinità maschile» lo corresse Hartwood.

«I Siderei possono questo e altro.»

«Non sono un Sidereo.»

«Hai accoppato cinque uomini grossi il doppio di te, Hartwood.»

«Se non fossi in grado di fare una sciocchezza del genere, mi avrebbero ammazzata al mio primo giorno sul fronte.»

«È la prima volta che ti sento parlare così tanto. Finora ti ho sentito dire solo 'buongiorno', 'buonasera' e 'altra birra'.»

«Se vuoi da domani posso fare a meno del 'buongiorno' e 'buonasera'.»

Gladio sorrise, portandosi la birra alle labbra. Hartwood gli era quasi simpatica, decise. Sapeva poco, degli angoni, e le prodezze magiche di cui si diceva fossero capaci li rendevano nell’immaginario comune creature pericolose e incomprensibili, molto lontane dalla gattina beffarda che gli sembrava Hartwood. Di tanto in tanto si scoprì a scrutarla da sopra il bicchiere, incuriosito. Degli angoni si parlava di rado tra le guardie, di solito in termini non proprio lusinghieri, perché di fatto il loro corpo speciale non era riuscito a risollevare le sorti della guerra, nonostante – ricordava di averne sentito molto parlare quando era un bambino – le speranze in loro riposte. Il Re, tuttavia, continuava a confidare in loro, e suo padre stesso aveva dovuto ammettere più volte, opinione che Gladio condivideva in toto, che se le truppe Imperiali non si erano ancora presentate in forze davanti alle mura di Insomnia lo si doveva alla strenua resistenza con cui gli angoni proteggevano i confini.

Avrebbe voluto rivolgerle mille domande. Com’era il mondo fuori da Cavaugh, se davvero i daemon, la cui diffusione, si diceva, era sempre più capillare, fossero così pericolosi, qual era la sua specialità in combattimento. «Vieni spesso qui, Hartwood?» le chiese invece, per rompere il ghiaccio.

Lei non alzò lo sguardo dal suo boccale. «Quasi ogni sera.»

«Ti fermerai ancora molto a Insomnia?»

«Spero il meno possibile.»

Il tono laconico con cui lei rispose alle sue domande spense l'entusiasmo di Gladio. Hartwood sembrava più cordiale verso l'oste, che da parte sua non doveva condividere l'opinione della maggior parte dei suoi concittadini sugli angoni. Non poté approfondire ulteriormente, perché la porta del locale si aprì alle sue spalle con uno schianto. Gladio si voltò verso l'ingresso e tornò quasi subito al suo boccale di birra, non troppo interessato, perché un posto del genere doveva spesso essere animato dalle esuberanze degli ubriachi, ma poi notò che l'espressione dell'oste, che era rivolto verso di lui e aveva alzato a sua volta lo sguardo verso la porta, era passata da un iniziale cipiglio a una smorfia ansiosa. Lo vide abbassarsi dove poco prima aveva riposto il fucile, e fece due più due.

In piedi, nell'intero spazio della porta, c'era un uomo alto dalle spalle larghe, la barba sfatta, l'espressione niente affatto amichevole, ma soprattutto, notò, un rivolo di sangue ancora fresco che gli colava sul viso dalla fronte. «Non ci posso credere» ringhiò l'omone, rivolgendosi a un punto ben precisato accanto a lui. Si avvicinò ad ampie falcate, e nonostante non fosse affatto preoccupato Gladio trovò gentile alzarsi in piedi per mettersi tra lui e Hartwood.

«Cosa vuoi, tu?» gli chiese. Non lo aveva riconosciuto. Meglio così. «Togliti di mezzo, bestione.»

«Senti chi parla. Non ti è bastata la lezione?» gli chiese Gladio, tranqui l lamente.

«Non ho nulla da dire a te» berciò, puntandogli addosso l'indice. «Ehi, tu» disse in direzione di Hartwood. «Visto che hai avuto il coraggio di tornare qui, come se niente fosse, vieni fuori. Facciamola finita.»

Samuel aveva appoggiato la canna del fucile sul bancone. «Togliti dal cazzo o giuro che sparo. Non scherzo.»

Hartwood, in tutto quel trambusto, aveva continuato a sorseggiare la sua birra senza voltarsi. Lentamente, prendendosi tutto il tempo del mondo, finì il suo boccale, lo appoggiò sul bancone e ruotò con lo sgabellino girevole. Sorrideva, ma non sembrava divertita.

«Ascolta» lo apostrofò, conciliante.

«No, tu ascolta!» la interruppe sgarbatamente l'uomo. «Vieni fuori e facciamola finita. Poco fa hai solo avuto culo, non ci aspettavamo una cosa del genere da una… da una  puttanella.» Ebbe cura di sottolineare quell'ultima parola. «Ma nessuno, nessuno tratta in questo modo Rodolphus Kane. Mi sono spiegato? Ora, vieni fuori o devo venirti a prendere io?»

Gladio si diede ancora due secondi prima di intervenire. Hartwood era perfettamente in grado di difendersi da sola, aveva dimostrato, ma insulti del genere lo facevano incazzare. Non ne ebbe modo, in ogni caso, perché la donna si alzò dallo sgabello, gli passò accanto, e andò a piazzarsi davanti all'omone. Al suo cospetto sembrava ancor più una ragazzina.

«Ascolta» ripeté Hartwood. «Se vuoi vengo fuori e la facciamo finita. Ma…»

«Ti ammazzo» la minacciò lui. «Non ci andrò leggero solo perché sei una…»

«…ma sarebbe un problema perché poi dovrei compilare chissà quanti cazzo di moduli, e poi rispondere a chissà quante cazzo di domande, insomma…»

L'uomo socchiuse la bocca, paonazzo. Sembrava aver deciso che Hartwood era pazza, ma sembrava anche che la cosa non gli importasse, perché alzò il braccio per colpirla. Come sempre nei momenti cruciali, Gladio percepì il tempo rallentare. Sentì il  click  generato dalla sicura disinnescata del fucile dell'oste, vide il proprio corpo farsi avanti e il braccio tendersi a bloccare la mano dell'uomo, ma soprattutto vide la piccola mano di Hartwood artigliare il polso dell'aggressore, il suo corpo esile fluttuare dietro le sue spalle, e l'omone inginocchiarsi con una smorfia di dolore con il braccio piegato dietro la schiena.

«Dicevo» sentì Gladio quando il tempo tornò a scorrere normalmente «che adesso mi sono rotta il cazzo di essere interrotta. Se vuoi torniamo fuori e finirà esattamente come poco fa, ma se stavolta arriva la guardia cittadina finisci al fresco. A me non me ne frega un cazzo, ma a quanto pare al Regno sì, se un cittadino attacca un Angone del Re.»

L'espressione dell'uomo si paralizzò in un sentimento molto più forte del dolore e dell'umiliazione che di certo lo stavano strangolando. «…angone?» sillabò, stentatamente, come se avesse imparato a parlare da poco.

«Angone» gli confermò Gladio. «Adesso, vuoi cogliere l'ultima occasione che hai per andartene senza ossa rotte e senza un processo alla corte marziale, e dire ai tuoi simpatici amici, se hanno già ripreso i sensi, di fare altrettanto, o preferisci andare fuori a farla finita?»

Preferiva la prima opzione. L'uomo si rimise in piedi – Hartwood gli lasciò andare misericordiosamente il braccio – e si precipitò fuori dal locale. Nessuno fiatò mentre lei, zoppicando, tornava verso il bancone.

«Hartwood.» L'oste ruppe il silenzio con voce roca. Sembrava incapace di lasciare il fucile. «Se vuoi ti verso un'altra birra, ma mi sembra una serata storta.»

Gladio la guardò abbassarsi a prendere la stampella. «Hai ragione, Samuel» rispose. «Me ne vado a letto. Meglio, comunque, che sia tornato mentre c'ero ancora io: non credo che ti darà più fastidio.»

«Ti accompagno a casa, Hartwood» si offrì Gladio.

Hartwood, che si stava raddrizzando, si bloccò e gli piantò in faccia uno sguardo ironico e un sorriso storto. «Amicitia, come hai visto non ho bisogno di protezione. Se invece ci stai provando e speri di accompagnarmi  dentro casa, mi dispiace, non sono interessata. Sei troppo giovane per me.»

Il suo tono sarcastico e l'insinuazione lo infastidirono, e soprattutto lo infastidirono le risate secche dell'oste e degli altri avventori del locale. «Non si offenda, Hartwood» passò al l ei , per rimarcare le distanze «ma neanche lei è il mio tipo. L’ho detto solo per essere gentile.»

«Stavo solo scherzando» rispose Hartwood, sempre con quel suo sorrisetto sarcastico sulle labbra. Prese la giacca dell'uniforme appoggiata al bancone e la indossò, passandosi la stampella da una mano all'altra. Stavolta non si offrì di aiutarla. Infine recuperò il libro e se lo incastrò sotto l'ascella. «Non insinuerei mai che una guardia reale potrebbe provarci con un angone.» Salutò lui e l'oste con un cenno della mano e uscì.

Gladio ebbe un'improvvisa e irresistibile voglia di un'altra birra – o di qualcosa di più forte – ma decise che l'avrebbe ordinata da qualche altra parte. Non credeva che sarebbe più tornato in quel posto.

Chapter Text

2

Quae volumus, credimus libenter

I

L’uomo che venne ad aprirle la porta aveva poco o niente in comune con il vecchio compagno di squadra di Silia. Erano passati sei anni, in effetti, dall’ultima volta che lo aveva visto. Anche l’ultima volta che lo aveva visto, in ogni caso, caricato in barella su un camion militare sotto una spessa coperta, Balthier aveva poco o niente in comune con l’uomo che era stato il giorno prima.

«Ciao, Balth» sorrise, provando un profondo senso di estraneità al vederlo lì, incorniciato dalla porta di un appartamento borghese, vestito in jeans e camicia. «Ti trovo bene» aggiunse sinceramente.

Balthier spalancò gli occhi, incredulo. «Non ci posso credere. Coeurl?»

«In persona. Quasi tutta, almeno» rispose lei, dandosi una pacca sulla gamba destra.

«Non ci posso credere» ripeté lui, scostandosi per spalancare la porta. Silia fu raggiunta da un piacevole odore di cucina e pulito – di  casa  – che la stordì. «Cosa ti è successo? Che cosa ci fai qui, Silia? Dannazione, non pensavo… entra, cazzo, entra!»

Silia entrò. Era un bel ingresso, non enorme, che lasciava indovinare una bella casa. C’era una macchinina giocattolo a terra, su un tappeto. «Wow. Ti sei sistemato, eh, Balth?»

Balthier fece un sorriso imbarazzato. «Mi sono sposato, in effetti» disse, chinandosi a raccogliere il giocattolo con la sua unica mano. Lo appoggiò su una cassettiera. «Ho due figli. Hanno tre e cinque anni.»

Era gentile, ma di una cordialità elusiva, nervosa, e Silia iniziò a pentirsi di averlo disturbato. «Come te la passi?»

«Bene» rispose lui, un po’ troppo in fretta. «Vieni, ti offro qualcosa da bere. Ma non hai ancora risposto, Silia: cosa ci fai qui a Insomnia? Sei riuscita a ritirarti?»

Silia lo seguì nel corridoio, guardandosi in giro. La casa di Balthier era ben diver sa dal suo minuscolo bilocale che, andava detto, aveva scelto solo per la sua vicinanza alla Cittadella. «Perché dovrei ritirarmi? La paga è buona, il rancio passabile, visito posti bellissimi e incontro creature esotiche e persone interessanti.»

Balthier si bloccò davanti alla porta della cucina. I suoi lineamenti vibrarono per un istante, poi scoppiò in una risata secca, massaggiandosi un sopracciglio. «Sei sempre la solita, Silia… come se la passano gli altri? Samuel fa sempre le sue solite battute del cazzo?»

«Sempre peggio. A volte mi scopro a pensare che sarebbe meglio per tutti se un Piros gli sciogliesse la lingua.»

Lui le fece un cenno per invitarla a precederlo in cucina. «Vedo che non hai perso carattere in questi sei anni.»

«Ho perso qualcos’altro.» Silia si avvicinò zoppicando al tavolo e, dopo aver scostato una sedia, si accomodò. Tirò su la gamba destra del pantalone e gli mostrò la protesi.

Balthier ammiccò, inorridito. «Una protesi? Non dirmi che stai pensando di tornare? Sei pazza, Silia? Avevi l’occasione di ritirarti e…»

«…e cosa? Fare l’invalida di guerra?» Si accorse della gaffe quando lui si accigliò. «Non volevo offenderti, Balth, ma tutto questo non fa per me.»

«Tutto questo cosa? Una casa? La certezza di trovarti in un letto a fine giornata e non a brandelli in una cassa?»

Silia schioccò la lingua sul palato. «Balth, non bisticciamo, non sono venuta qui per ostentare la mia scelta, che è mia e mia soltanto. Volevo solo sapere come te la passi. Mi è costato molto trovare il tuo indirizzo.»

Balthier sospirò, scostando una sedia, ma mise il tavolo tra loro. «Non riesco a capire. Non riesco proprio a capire cosa ti passi per la testa. Non riesco a capire cosa passasse per la testa a me.»

«Te lo dico io cosa ti passava per la testa» disse lei pazientemente, scostandosi i capelli dagli occhi. Stavano iniziando a diventare troppo lunghi. «Eri un ragazzino povero fuggito da una città occupata dall’Impero, senza istruzione, senza prospettive. Sapevi perfettamente che entro pochi anni, se ti fosse andata bene, saresti diventato un operaio, un contadino al di là delle mura, o qualcosa del genere. E poi un giorno ti dicono che hai un dono e che puoi addestrarti per entrare nella nuova élite militare di Insonnia, l’ultimo braccio armato che può ancora opporsi a quei figli di puttana degli imperiali e difendere i confini del regno. Tu pensi che sia una gran figata ed eccoti a sputare sangue per cinque anni mentre impari a maneggiare spade, fucili e incantesimi, e ti dici ‘questo è l’inferno!’, ma l’inferno deve ancora arrivare, perché non hai la più pallida idea di cosa sia la guerra…»

«Silia…» la implorò lui.

«…e poi scopri che l’allenamento è stato duro, ma almeno non hai rischiato la pelle… non proprio… mentre sul fronte inizi a vedere i tuoi compagni cadere come mosche, sperando di non essere il prossimo, e…»

« Silia! »

Lei alzò le mani in un gesto di scusa. «Okay, perdonami. Non sono qui neanche per parlare del fronte. Volevo solo ricordarti che quello che ci passava per la testa era che, quando eravamo bambini, spaccare il culo agli imperiali ci sembrava un’alternativa migliore che rimanere a Insomnia a mendicare seguendo in TV l’inarrestabile avanzata di Niflheim e, che tu ci creda o no, a me sembra ancora un’alternativa migliore. Ecco perché, quando un mese fa uno Jormungandr mi ha mangiato una gamba, ho accettato di farmi impiantare una protesi e di sottopormi all’inferno della riabilitazione per poter tornare a combattere.»

Balthier non rispose, e Silia lasciò che quel lugubre silenzio le pesasse addosso mentre si guardava intorno in cucina. Non si sarebbe sorpresa affatto se l’ex compagno l’avesse invitata gentilmente ad alzare i tacchi.

«Whiskey?» chiese invece lui con un sospiro, alzandosi.

«Whiskey» annuì lei. Era ancora pomeriggio, un po’ presto per iniziare a bere, ma quell’offerta le fece gola.

Balthier aprì un pensile e recuperò una bottiglia, ma d’improvviso il suo braccio destro fu scosso da una convulsione così violenta che gli cadde di mano. Silia scattò e la afferrò al volo, ma la sua gamba artificiale ebbe a sua volta uno spasmo e non resse il suo peso, e cadde. La scena era così ridicola e patetica che rimase in ginocchio a ridacchiare istericamente.

«Cazzo, guarda come ci siamo ridotti» riuscì a gracchiare infine. Si alzò in piedi sulla gamba buona. «Ma almeno la bottiglia è salva.»

Balthier non sembrava divertito quanto lei. Tornò a sedere, turbato, e gli ci volle un po’ per tranquillizzarsi e placare i tremori. «Mi dispiace. Ci sono giornate buone e altre brutte.»

E immagino che quella in cui una vecchia compagna di squadra bussa alla tua porta, ricordandoti come te la passavi fino a qualche anno fa e come hai perso un braccio e riportato danni permanenti al cervello, sia una brutta giornata. Ma ormai era lì, e avrebbe bevuto il suo whiskey cercando di alleggerire l’atmosfera. Non voleva andarsene lasciando Balthier turbato.

«Dove li tieni i bicchieri?»

«In quell’altro pensile.» Cercò di indicarglielo, ma la mano gli tremava ancora.

Zoppicando, Silia recuperò due bicchieri e li appoggiò sul tavolo. Trascinò la sua sedia accanto a quella di Balthier, sedette e li riempì.

«Dai, parlami di te. Come si chiama tua moglie?»

«Anthea.»

«Carina?»

«Bella.»

«E i tuoi figli?»

«Xavier e Matteus

«A loro» propose, sollevando il bicchiere.

Con un sorriso, forse il primo sincero da quando gli era piombata in casa, Balthier si unì al brindisi. «A loro» approvò.

Bevvero.

«Cosa fai ora?»

«Roba noiosa. Assicurazioni.»

Silia sorrise. «Un angone che si occupa di assicurazioni. Se qualcuno me l’avesse detto ieri, non ci avrei mai creduto.»

«Ex angone» sottolineò Balthier.

«Ex» concesse lei, chiedendosi se fosse davvero possibile smettere di essere un angone o se la guerra non finisse in fondo per qualificarti per sempre. Mutilato o no, danni al cervello o no, Balthier avrebbe continuato ad avere la prestanza e i riflessi di una macchina assassina anche in giacca e cravatta. «E tua moglie?»

«È un medico. Ci siamo incontrati mentre ero in riabilitazione.»

«Fortunato te. A me è capitato un vecchio borbottone di nome Cornell. A volte ci facciamo una birra insieme, ma non credo che mi chiederà mai di sposarlo.»

Più calmo, Balthier si versò un secondo whisky. «Dimmi degli altri, Silia.»

Prima di rispondergli, Silia vuotò il suo bicchiere e prese la bottiglia per servirsi di nuovo, scegliendo con cura le parole. Poi comprese che non ne esistevano di adatte per addolcire la nuda realtà dei fatti. «Siamo rimasti in pochi. Così pochi che la Squadra 6 è stata ridistribuita, mi hanno detto.»

Balthier si passò una mano sul viso. «Cazzo, Silia, mi dispiace… come sta Thomas?»

I due erano stati buoni amici. Forse qualcosa di più, aveva creduto talvolta Silia, ma amore, sesso, solidarietà e cameratismo sul fronte erano concetti così arbitrari e indistricabili che adesso, a Insomnia, non era più sicura di niente. Balthier, in ogni caso, non aveva mai più scritto loro dopo il suo congedo, ma Thomas non se l’era presa. Meglio per lui allontanarsi da questa guerra anche con la testa, aveva detto una volta.

«Thomas è morto lo stesso giorno in cui ho perso la gamba» dovette dirgli. Non aveva potuto piangerlo con gli altri, perché i giorni successivi al suo infortunio li aveva trascorsi sospesa tra il limbo della morfina e delle magie curative e l’inferno di una febbre allucinatoria. «Non ricordo cos’è successo, ma mi hanno detto che probabilmente mi ha salvato la vita.»

Balthier non rispose. Lentamente, senza un commento, annuì. «Cedric? Ivan?»

Silia scosse la testa. «Cedric due anni fa… no, scusa, tre. Ivan l’anno scorso. Faccio prima a dirti chi è rimasto: io, Sarah, Samuel, Caesar e Legato.»

«Stai scherzando.» Non era una domanda.

Silia riempì di nuovo entrambi i bicchieri. «No. Tutte le squadre sono decimate, ma noi siamo… eravamo… quelli messi peggio. Non li guardi i notiziari in tv?»

«Non fanno la conta dei caduti.»

«Già, non frega un cazzo a nessuno» sputò amaramente, prendendo un altro sorso dal bicchiere. «Ogni giorno che passa, Niflheim inventa una nuova diavoleria, e noi siamo sempre meno. Da tempo non addestrano nuove reclute. Meglio così, forse, l’addestramento era così breve e meno completo, negli ultimi anni, che i ragazzini che ci hanno mandato l’ultima volta sono morti tutti nel giro di pochi mesi.»

Lui si sporse ad appoggiarle la mano sulla sua. «E tu vuoi tornare in quell’inferno, Silia. Perché?»

«Te l’ho detto: perché non ho nient’altro.» La voce le si spezzò. «So che è una situazione disperata e che siamo poco più che kamikaze, ma non riesco a pensare a nessun’altra soluzione che non sia continuare a combattere. Se non lo facciamo, Balthier, ce li troveremo qui di fronte alle mura.»

«E lasciali venire. Cosa possono contro la Barriera?»

«E quelli fuori dalla Barriera? A loro non pensi?»

«Sono già persi, Silia.»

«Vedo che adesso ragioni come uno di Insonnia» ribatté, risentita, sfilando la mano dalla sua. «Non tutti, non ancora, e finché possiamo garantire loro un giorno in più di libertà, combatteremo per questo: siamo scarti, Balthier, non dimenticarlo, scarti riciclati per sacrificarsi.»

«Ma che cazzo di lavaggio del cervello ti hanno fatto, Silia?» esclamò lui, alzandosi in piedi. Silia scattò in piedi a sua volta, desiderando sputargli in faccia tutta la sua indignazione, ma in quel momento sentì la porta dell’appartamento aprirsi e chiudersi. Voci infantili, scalpiccio di piedi di bambino. Una donna si raccomandò di non correre nel corridoio. Intercettò lo sguardo smarrito, quasi implorante, di Balthier, e si morse le labbra.

La donna – carina, ma non bella – entrò in cucina pochi secondi dopo, da sola. La fissò, fissò la bottiglia di whisky per metà vuota, poi fissò suo marito. «Balthier» mormorò, abbozzando un sorriso incerto. «Non sapevo che avessimo ospiti.»

«Anthea.» Balthier aveva gli occhi rossi. Forse non reggeva più come prima, forse a Insomnia era riuscito a tornare a provare sentimenti con umana intensità. Si passò una mano tra i corti capelli ricci. «Ti presento Silia Hartwood. Lei è… era…»

«Silia Hartwood» disse lei, avanzando per presentarsi. «Una vecchia amica. Sono tornata a Insonnia un mese fa e ho pensato di fare un salto per vedere come se la passa Balth. Perdoni l’intrusione. Stavo per andare via.»

«…tornata a Insonnia?» ripeté la donna.

«Dal fronte» spiegò Balthier. «Silia è un’angone. Squadra 6. La stessa di cui facevo parte io.»

La donna tornò a squadrarla, sorpresa. Nulla di strano, perché non aveva il fisico di un militare e a prima vista poteva ancora passare per una ragazza sulla ventina. «Un… oh… chiedo scusa… non potevo immaginare… grazie per quanto fate ogni giorno per la nostra città» sussurrò, chinando la testa.

«Non mi ringrazi» sorrise Silia, infondendo alla sua voce una sfumatura polemica che non intendeva. «Non facciamo nulla di utile.»

«Silla, cazzo, lo sai che non intendevo quello!» imprecò Balthier con tono frustrato. La donna voltò la testa di scatto: forse non l’aveva mai sentito imprecare. «Solo, non riesco a capire perché debba farlo tu. Hai già fatto abbastanza. Lascia il resto a quelli che hanno ancora due gambe.»

«Ce le ho anch’io ho due gambe» lo contraddisse Silia, recuperando la stampella. «Quando mi ci sarò abituata, quella nuova sarà meglio dell’altra.»

«Non si ferma a cena, signorina Hartwood? Sarebbe un onore per me.»

Silia scosse la testa. «Mi piacerebbe, signora Carson, ma non posso restare.»

«Ma…»

«Silia…» Balthier era dubbioso, era chiaro. «Fermati a cena. Ti presento i miei figli.»

«No, Balth, ho un impegno, sul serio» mentì. Non aveva altri impegni se non andare a finire l’opera iniziata dal whiskey alla taverna di Samuel, ma non credeva di riuscire a reggere una cena con Balthier scosso e ubriaco, sua moglie intimidita e due bambini.

«Allora ti accompagno a casa in macchina.»

«Balth, piantala.»

«Piantala tu, gattina.»

Sentirsi chiamare di nuovo in quel modo dopo così tanto tempo le fece uno strano effetto: Silia arrossì. Balthier sorrise, si avvicinò a sua moglie e le baciò la fronte, poi prese Silia per un braccio.

«Andiamo.»

Nonostante avesse tanto insistito per accompagnarla, in macchina rimasero per lo più in silenzio. Era una giornata umida, di fine anno, ma Silia aprì il finestrino per guardare la città che le sfrecciava accanto.

«Scusami per essere venuta» disse, senza voltarsi. «Sono stata indelicata. Ma tu sei… praticamente l’unica persona che conosco a Insomnia, Balth» ammise. «La riabilitazione è dura. Volevo vedere una faccia amica.»

«Volevi vedere qualcuno messo peggio di te» rispose Balthier, ma sorrideva. «A che fase del recupero sei? Vedo che la gamba si muove.»

«Un po’» confermò lei. «Ma non riesco ancora a camminare, né regge il mio peso.»

«Ti assicuro che il peggio è passato. Tieni duro» la spronò. «Quella protesi è all’avanguardia, vero? Quando mi sono ferito, il mio braccio non era una priorità. Sono già fortunato a poter pensare, muovermi e parlare senza sbavare. Non credo che potrei mai affrontare una riabilitazione come la tua. Il mio sistema nervoso è troppo compromesso per imparare a usare un nuovo arto.»

«Non è facile» dovette ammettere. Si tastò le tasche alla ricerca di accendino e sigarette. «Posso fumare?»

«Preferirei di no. Ad Anthea non piace.»

Silia sospirò, delusa. «Comunque, Balth, non sono mai stata fisicamente prestante, lo sai. Ho dovuto puntar tutto sull’agilità. Se questa gamba non si decide a cooperare…» Lasciò la frase in sospeso.

«Coopererà» rispose lui. «Perché sei una maledetta testarda, Coeurl. Anche tra gli angoni, ho visto poche persone fottutamente ostinate come te. Quando hanno presentato i cadetti al centro d’addestramento… era il 741, vero? Ti ho vista e ho pensato: quella lì tra una settimana crolla. Troppo giovane, troppo minuta. E invece, quasi quindici anni dopo, eccoti qui, ancora con gli artigli affilati.» Sorrise. Il Balthier di adesso, dall’espressione grave e laconica, per un attimo lasciò il posto al ragazzo spavaldo che le aveva coperto le spalle per quattro anni sul fronte. «Mi ha fatto piacere rivederti, Silia.»

Stavolta Silia riuscì a credergli. Avrebbe voluto rispondergli che era lo stesso anche per lei, ma non sarebbe stata la verità: chissà a quali terapie fisiche e psicologiche Balthier si stava ancora sottoponendo dopo sei anni, quanto spesso si scopriva a cercare di afferrare un oggetto con la mano sinistra. Chissà quante volte ancora si svegliava in preda agli incubi, o un rumore improvviso dietro le sue spalle provocava in lui un attacco di panico. Chissà con quale disperazione stava cercando di chiudere a doppia mandata i quattro anni sul fronte, e quanti sforzi aveva vanificato presentandosi alla sua porta in quel modo. Si limitò a sorridere a sua volta.

«Coeurl, siamo stati compagni per quattro anni, senza contare l’addestramento. So a cosa stai pensando, e smettila di compatirmi. Ti ho accompagnata perché vorrei dirti una cosa a riguardo, e non volevo che mia moglie la sentisse: rimanere mutilato è la cosa migliore che mi sia mai capitata. Perché se non fosse successo, Silia, avrei continuato a combattere alla cieca fino al giorno in cui mi avrebbero ucciso. Tornare a Insomnia mi ha fatto capire che…» Abbassò la voce, quasi volesse rivelarle un doloroso segreto di stato. «Nessuno ci crede più ormai, Silia.»

«A cosa?»

«Che abbiamo una possibilità di vincere questa guerra. Tutti desiderano solo che il Re mantenga eretta la Barriera per qualche anno ancora, poi lo farà suo figlio, e poi il figlio di suo figlio, quando quel ragazzino ne avrà uno. Quello che fai, quello che facevo anch’io, per loro è inutile, anzi, dannoso, perché l’energia magica consumata dagli angoni avvicina il momento in cui il Re si prosciugherà del tutto.»

Il navigatore s’intromise con voce metallica nella loro grave conversazione intimandogli di svoltare a destra. Erano quasi arrivati: Silia vedeva già il suo edificio in fondo alla strada. «Non mi stai dicendo niente di nuovo, niente che non abbia già sentito ascoltando estranei parlare della guerra, degli angoni, dell’Impero e del Re.  Parassiti , dicono di noi. Dovremmo rientrare, secondo loro, smettere di usare quelle magie del cazzo e pensare alla sicurezza della città insieme alla Guardia Cittadina. Quando li sento, Balth, ho voglia di saltar su e gridargli in faccia che non hanno il diritto di aprire bocca, loro che per una pura questione di fortuna sono nati al sicuro, non hanno mai visto un magitek o un daemon, non hanno mai avuto il tacco dello scarponcino d’ordinanza di un imperiale schiacciato sulla nuca. Quanti angoni erano originari d’Insomnia, Balth? E quanti di questi facevano più di due pasti al giorno?»

«Julius della Squadra 1» rispose semplicemente Balthier, fermando l’auto in doppia fila davanti al portone di casa sua. Il tono naturale con cui lo disse la divertì. «Era destinato alla Guardia Reale, te lo ricordi? E invece a quindici anni scappa di casa e si unisce agli angoni. Voleva vedere il mondo.»

«Lo ha visto» ricordò Silia, con un mezzo sorriso. «Chissà se alla fine se n’è pentito, quando è arrivato il suo momento. Cos’è stato, un Granatiere magitek?»

«Ti confondi con Clayton. Julius è stato ucciso da un Behemoth.» Balthier buttò l’occhio sull’orologio del quadro. «Scusami, Silia, ma si è fatto tardi. Ormai la cena sarà pronta. Accetta almeno un consiglio da parte mia: visto che prima o poi tornerai sul fronte, goditi questi mesi» le disse. «Ci sono così tante cose da fare in città. Va’ al cinema, ubriacati fino a svenire per strada, trovati un bell’uomo da cui farti scopare fino a gridare, ascolta musica, mangia tutto quello che ti capita tra le mani. Insomnia, Silia, è un’isola felice, se fingi di non sentire il rombo dei cannoni e i terribili versi dei daemon. Me li sogno ancora di notte, sai, e devo allungarmi a toccare mia moglie per essere sicuro che tutto questo non sia un sogno, la realtà, intendo, e che non mi trovo su una branda in attesa che l’alba ci porti nuovi orrori.»

Si strofinò gli occhi, e all’improvviso le sembrò un uomo anziano. Forse, nonostante non dimostrasse la sua età, anche lei a volte sembrava una donna anziana. Poi Balthier le affondò le dita tra i capelli, sulla nuca, e se la strinse al petto con naturalezza. «Fatti viva un giorno o l’altro per andare a bere qualcosa, Coeurl. Non lasciar passare altri sei anni.»

«Contaci» gli rispose, abbracciandolo a sua volta.

Non lo avrebbe cercato mai più. Balthier meritava di seppellire i suoi incubi in pace.

II

Gladio Amicitia aveva appreso quale sarebbe stato il suo ruolo nella vita alla tenera età di cinque anni.

Della sua prima infanzia gli era rimasto il vago sentore di un periodo felice, pressoché privo del padre – la cui assenza era compensata da una madre perennemente sola che riversava su di lui tutte le sue attenzioni – e trascorso nella ferrea convinzione che il matrimonio fosse un obbligo imposto dal Re per garantire che due persone scelte in base a criteri per lui imperscrutabili ne producessero una terza e possibilmente una quarta.

Dai cinque anni in poi, i suoi ricordi iniziavano a diventare più nitidi, e in particolare una delle rare cene a tre in cui aveva timidamente dato voce alle sue infantili velleità: voleva partire con una tenda da campeggio e un fucile per difendersi dagli animali feroci e dagli imperiali e vedere il mondo fuori da Insomnia. Voleva, insomma, fare l’hunter.

Naturalmente Gladio era troppo giovane per registrare e ricordare l’occhiata che i suoi genitori dovevanoessersi scambiata – doveva esserci stata un’occhiata, c’è sempre un’occhiata quando un bambino confida ai genitori un sogno impossibile – ma il Gladio adulto non faticava a immaginarsela. Qualunque fossero state le esatte parole usate da suo padre, in ogni caso, quel giorno aveva appreso che, se si fosse comportato bene, il suo ruolo sarebbe stato quello del Gigante in  King’s  Knight : prima o poi, forse, sarebbe andato via da Insomnia insieme al Principe – che all’epoca aveva due anni –, proprio come lui aveva viaggiato con il Re, Cid Sophiar, Cor Leonis e Weskham Armaugh. Ricordava di aver detto al padre con estrema serietà che temeva di non crescere abbastanza per fare il Gigante e che preferiva essere il Mago, ma suo padre gli aveva detto di non preoccuparsi, che sarebbe cresciuto abbastanza, e di lasciare la magia a chi sapeva usarla.

Tre anni dopo, nel 741, quando vennero selezionati i bambini e i ragazzi che avrebbero usato la magia dell’Anello per proteggere il regno di Lucis sotto le insegne degli Angoni del Re, non ebbe il tempo di rammaricarsene, perché quell’anno sua madre morì partorendo Iris. Gladio ci mise poco a comprendere che suo padre non si sarebbe occupato di lui neanche adesso e che gli avrebbe mostrato interesse solo quando sarebbe stato in grado di combattere, per cui si convinse della necessità di diventare forte, sempre di più, per entrare il prima possibile nella Guardia Reale. Di fatto, a otto anni, Gladio Amicitia iniziò a dividersi tra la scuola, la sorella appena nata, e i primi allenamenti, ben consapevole che, prima o poi, avrebbe lasciato Insomnia al fianco di quel principino lagnoso che rispondeva all’altisonante nome di Noctis Lucis Caelum. Seppe di aver fatto la scelta giusta quando suo padre iniziò ad addestrarlo personalmente nel tempo libero, lodandolo per il suo senso di responsabilità, la sua forza di volontà e la sua predisposizione al combattimento.

Il suo addestramento ufficiale, tuttavia, iniziò solo cinque anni dopo. Lo stesso anno, il 746, in cui i primi settanta Angoni del Re prestarono giuramento davanti a Re Regis nella Piazza della Cittadella, acclamati da metà della popolazione che salutava in loro la speranza di poter finalmente vedere rovesciate le sorti della guerra, e fischiati dall’altra metà che temeva un ulteriore indebolimento della Barriera a causa della forza magica che il Re avrebbe prestato loro. Gladio ricordava quel giorno: aveva assistito alla cerimonia da uno dei palchi destinati alle famiglie della Guardia e del Concilio, Jared seduto alla sua destra e Iris, alla sua sinistra, che continuava a contorcersi sulla sedia, annoiata, come se avesse avuto una lucertola sotto il vestitino. Tra i giovani angoni c’era Julius Clipeus, figlio di Livius Clipeus, anche lui nel Concilio come suo padre. Era parecchio più grande di lui, ma lo conosceva bene. Cinque anni prima era scappato di casa per arruolarsi, e invece di andarlo a prendere per un orecchio, suo padre era rimasto così indignato dal suo gesto che se n’era lavato le mani e aveva detto al Re di farne ciò che più gli aggradava.

Gli Angoni non erano stati all’altezza delle aspettative, ma non era colpa loro. Dopo due anni in cui il fronte di combattimento aveva tenuto e anzi sembrava dover avanzare in favore del regno di Lucis – gli Angoni avevano ripreso alcune città da anni sotto il controllo imperiale – Niflheim aveva immesso in combattimento magitek sempre più avanzati. La metà della popolazione che non li aveva fischiati, gradualmente, aveva smesso di credere in loro, e a chiedersi se, dopotutto, il Re non avrebbe fatto meglio a conservare le energie.

«Gladio, guarda che ha abboccato. Così ti mangeranno l’esca.»

Gladio alzò la testa di scatto, strappato ai suoi pensieri, e strattonò la canna così bruscamente che la lenza si spezzò con uno schiocco. «Dannazione!» imprecò, ruotando il mulinello per riavvolgere quel che ne restava. Appoggiò la canna da pesca sulla banchina, e si allungò verso lo zaino per prendere un’altra esca e un nuovo amo.

«Che ti prende oggi?» gli chiese Ignis, scrutandolo da sopra gli occhiali. «Hai parlato a malapena da stamattina. Hai litigato con Noct?»

«Ma no» rispose Gladio. «Sono solo annoiato. Sempre lo stesso posto, sempre lo stesso panorama, sempre gli stessi pesci.»

«Veniamo qui da dieci anni e non ti sei mai lamentato» gli fece notare Ignis.

Gladio sospirò. «Forse oggi non sono dell’umore, dopotutto.»

«Allora c’è di mezzo una donna. Juliana è tornata alla carica?»

«Juliana mi ha mandato definitivamente a quel paese l’ultima volta che ci siamo visti, lo sai.» Gladio si finse concentrato sull’annodare l’amo. «C’è rimasta male. Ma lo sapeva fin dall’inizio. Mi dispiace lo stesso, però, è una brava ragazza.»

«Non credo che alle donne piaccia sentirsi definire ‘è una brava ragazza’ con quel tono paterno.»

Gladio si indispettì. «E tu che ne sai? Mi risulta che non hai mai frequentato nessuna. E non perché tu non sia popolare. Se solo volessi…»

«Non voglio» tagliò corto lui. «Perché continuiamo a parlarne? Non ho nessun interesse nel frequentare una ragazza a cui non posso dedicare del tempo e che di conseguenza non potrò mai sposare.»

«Sei troppo serio, Ig. Sembri un vecchio precettore. Da quando avevi quattro anni.»

Ignis non rispose. Rimase a fissare lo specchio d’acqua artificiale. Andavano a pescare lì, nelle immediate periferie della città, da parecchio. Quando erano ragazzini, a volte, si accampavano fingendo di essere nella natura selvaggia, come se non si trovassero a pochi chilometri dal centro d’Insomnia.

«Comunque»  continuò Gladio «se proprio vuoi saperlo, stavo pensando agli angoni.»

Ignis aggrottò le sopracciglia, stupito, poi piegò le labbra in un sorriso ironico. «Agli angoni? Hai deciso di arruolarti?»

Si grattò l’attaccatura dei capelli, in imbarazzo. «No. Ne ho conosciuto uno. Mi ha fatto tornare in mente che quando avevo cinque anni volevo fare il mago. O forse l’hunter, non avevo ancora deciso.»

III

«A domani, Hartwood.»

«A domani.»

Cornell uscì, lasciandola nello spogliatoio a rivestirsi. Silia si sfilò la maglietta madida di sudore. Non credeva che camminare, o meglio, arrancare, potesse essere così faticoso. Seduta sulla panca di legno, si sfilò i pantaloncini e si guardò per l’ennesima volta la protesi. La guardava ogni giorno, a lungo, quasi potesse in tal modo convincersi che apparteneva proprio al suo corpo, ma non riusciva ancora a farsene una ragione. Sembrava una gamba vera, ma di colore diverso, traslucido, tra l’argento e l’avorio. Era rigida, naturalmente, anzi, le avevano assicurato che il materiale era più resistente di un’armatura, ma le articolazioni del ginocchio, della caviglia, persino delle dita dei piedi, quando il suo corpo si fosse abituato all’arto artificiale, avrebbero funzionato come quelle di una gamba vera.

Quando si sarà abituato , ripeté a se stessa alzandosi dalla panca. Dovette appoggiarvisi per darsi la spinta. La gamba artificiale era collegata al suo sistema nervoso, ma, le aveva spiegato Cornell, non era una questione così semplice come credeva: muovere un arto impiantato non è come recuperarne le normali funzioni dopo un periodo di convalescenza, ma, piuttosto, come imparare a usarne uno mai esistito.

Mosse qualche passo, traballante. Aveva ancora difficoltà a camminare, più che altro per la coordinazione tra le due gambe, ma rispetto a quando era arrivata a Insomnia un mese e mezzo prima, scaricata da un airship su una barella, doveva considerarsi fortunata. Il Capitano Drautos l’aveva allontanata dal fronte già tre giorni dopo l’incidente, ma non se n’era stupita: gli angoni avevano abbastanza da fare per occuparsi anche di un peso morto qual era lei. Arrivata in città – aveva ancora la febbre alta, perché l’avevano trovata solo ore dopo, le avevano detto, e la ferita aveva fatto in tempo a infettarsi – era stata trasferita in ambulanza in un ospedale militare, dov’era rimasta per più di una settimana mentre il moncherino le si rimarginava. Era passata dalle magie curative alla morfina. Il Capitano Drautos, tuttavia, era stato di parola, e i tecnici del Centro Protesi Belliche erano venuti a prendere le misure della sua gamba sana, a ritirare i risultati delle sue analisi e a farle qualche domanda sul suo stato di salute.

La protesi era stata approntata in due settimane, ma l’intervento di impianto non fu semplice come si aspettava. Ci volle un’altra settimana perché potesse lasciare l’ospedale, e nonostante la morfina non fu una settimana piacevole. La prima volta che le venne concesso di appoggiare il piede a terra, la sensazione che provò fu strana: sentiva il pavimento, ma non ne percepiva la consistenza, o la temperatura. L’aveva detto allo specialista del Centro che la seguiva, e lui aveva risposto che era ovvio: non avevano ancora raggiunto un livello di tecnologia tale da riprodurre perfettamente i nervi umani. Se vuole una gamba migliore della vecchia, Hartwood, le aveva detto con un sorriso sarcastico,  può provare a Gralea. Noi facciamo quello che possiamo. Era stata sul punto di mandarlo a ‘fanculo.

Adesso, dopo tre settimane di fisioterapia al Centro, riusciva a stare in piedi e aveva iniziato a camminare maldestramente. Lo specialista che la seguiva, Cornell, ex veterano di guerra, le aveva chiesto se stesse usando qualche trucco degli angoni per progredire così in fretta. A lei non sembrava una gran cosa riuscire a stento a camminare dopo più di un mese dall’incidente. Traballò fino al lavandino e si bagnò il viso e il collo, poi tornò all’armadietto per recuperare la maglietta di ricambio. Doveva fare qualcosa. Non solo il recupero era più lento del previsto, ma continuando così sarebbe rimasta fuori allenamento con la spada e tutto il resto. Nell’appartamento che aveva preso in affitto aveva iniziato almeno a fare addominali, ma si sentiva indebolita, rimasta indietro, sfiduciata, e le notizie che arrivavano dal fronte non miglioravano il suo malumore.

Venne il giorno in cui poté camminare senza la stampella, e – le sembrò una vita dopo – quello in cui riuscì a correre per una manciata di secondi.

«Il peggio è passato, Hartwood» le disse Cornell una sera, proprio come aveva fatto Balthier. Eppure sembrava che il peggio non dovesse passare mai. L’aveva invitato a bere una birra nella taverna di Samuel, dove si recava ormai quotidianamente a cenare e a bere per due o tre ore. Vivere da sola, dopo quattordici anni in cui non aveva avuto quasi un briciolo di privacy in addestramento e poi sul fronte, era alienante, e aveva scoperto che passare un paio d’ore in mezzo alla confusione la faceva sentire meglio.

Silia fu così eccitata dalle sue parole che percosse entrambi i palmi delle mani sul tavolo. «Posso tornare sul fronte, allora?»

Lui inarcò un sopracciglio. «Hai così tanta fretta di farti ammazzare? No, Hartwood, non puoi tornare sul fronte.» Senza alcun preavviso, Cornell prese un coltello dalla tavola e vibrò un colpo alla sua gamba artificiale, proprio sopra il ginocchio, con discreta rapidità. Silia gli afferrò il polso e cercò contemporaneamente di spostarsi, ma qualcosa si inceppò e la gamba ebbe un fremito che le parve involontario, come quello delle rane morte colpite da una scarica elettrica. Il boccale vuoto della sua birra cadde a terra e si infranse.

«Hartwood!» gridò Samuel, dal bancone, sporgendo la canna del fucile e puntandola su Cornell. Era scarico, per quel che ne sapeva, ma gli piaceva tirarlo fuori di tanto in tanto per sedare gli animi, come aveva fatto tempo prima quando c’era stata la baruffa con il tizio che l’aveva minacciata. «Tutto bene?»

Li stavano guardando tutti. Stupita, imbarazzata, confusa, Silia lascio andare il polso del medico e alzò le mani. «Tutto a posto. Datevi una calmata. Si stava solo scherzando.» Si passò le dita tra i capelli, prendendo una sigaretta dal pacchetto. «Cazzo, Cornell» disse, a voce più bassa, mettendosela tra le labbra. «Che hai in mente? Volevi farti ammazzare? Tre quarti degli avventori, qui, sono armati.»

Cornell sorrise, riappoggiando il coltello sul tavolo e allungandosi a prendere una sigaretta dal suo pacchetto senza permesso. «Sono un veterano di guerra, Hartwood, ti assicuro che non è così facile ammazzarmi. In ogni caso, la tua protesi non avrebbe riportato alcun danno. Volevo darti una dimostrazione pratica di com’è messa la tua gamba: i movimenti volontari sono diversi dai riflessi. Ti faccio un esempio: se ti avessi avvisata che stavo per colpirti, avresti pensato a spostare la gamba e la tua gamba si sarebbe spostata. Un’azione improvvisa, invece, al tuo stato attuale, non riesce a innescare una reazione altrettanto improvvisa. Non ti firmerò l’idoneità alla ripresa del servizio. Ho una deontologia professionale che non mi consente di permetterti di andare a farti ammazzare sul fronte.»

Silia colpì il tavolo con un pugno, frustrata. «Porca troia. Quanto ancora ci vorrà?»

«Chi lo sa, Hartwood?» Tirò fuori un accendino dalla tasca e si accese la sigaretta, poi si sporse ad accendere la sua. «Non so se te ne sei accorta, ma ne ho una anch’io.»

Silia era troppo demoralizzata e distratta per afferrare il senso delle sue parole. «Cosa?»

«Protesi» disse semplicemente lui, ma non gliela mostrò. «La gamba sinistra, dal ginocchio in giù. Anch’io per una ferita di guerra, Hartwood, con la differenza che non ero giovane come te e non le facevano ancora come il gioiellino che hai attaccato alla coscia. Due buoni motivi per cui, nonostante i mesi di lavoro, non sono più riuscito a tornare a combattere.» Soffiò il fumo della sigaretta. «Hai impiegato un mese e mezzo a superare la prima fase, la più difficile: abituarti alla presenza dell’impianto, che il tuo corpo non ha rigettato – e credimi, già questo non è scontato, sai con quante persone dobbiamo ricominciare tutto da capo? – e riprendere le funzionalità di base, cioè i movimenti minimi. Adesso riesci ad alzarti, a restare in piedi, a camminare, e persino a correre. Ho già visto cose del genere, ma non spesso: i tempi medi di ripresa, per far quello che hai fatto tu, vanno solitamente dai tre ai cinque mesi. Il mio compito con te è quasi finito, Hartwood, quel che ti serve adesso è tornare ad addestrarti ripartendo dalle basi perché la tua gamba non solo torni a muoversi come la gamba di una persona normale, ma come la gamba di un angone. Se riprendi ad allenarti con costanza, tra qualche mese dovresti essere in grado di tornare sul fronte.»

«Mesi?» gemette.

«Mesi. Non fare la ragazzina, Hartwood, e ringrazia i Siderei. Forse non ci hai mai riflettuto su, ma quella protesi» indicò la sua gamba «costa quanto tre anni di stipendio di un angone. Non parliamo della fisioterapia. Credi che lavori con te ogni giorno per la gloria?» La guardò come si guardano i bambini ingenui e ingrati. «Paga il Regno, come ha pagato i tuoi cinque anni di addestramento, perché gli angoni del re proteggono i nostri confini. Per cui, Hartwood, cerca di non buttare tutto questo nel cesso affrettando il tuo rientro sul fronte. Anzi» riprese «su una cosa posso apporre la mia firma. Non puoi tornare sul fronte, ma sei perfettamente idonea al servizio cittadino. Invece di passare tutta la giornata a ciondolare, renditi utile.»

Silia sorrise mestamente. «Da élite militare del regno a poliziotto di quartiere? Proprio un bel salto di qualità.» Almeno, si disse, avrò qualcosa da fare. E dovrò trovare un modo per riprendere ad allenarmi.

Cornell finì il suo boccale e si alzò. «Vieni domani al Centro, Hartwood, a firmare e a ritirare la documentazione. Ne manderò copia anche al tuo Capitano, anche se sospetto che in questo periodo abbia di meglio a cui pensare. Ma non preoccuparti, qualcuno deciderà cosa fare di te. Grazie della birra.»

Uscì dalla taverna. Mentre passava tra i tavoli, qualche avventore tornò a guardarlo, e poi a guardare lei, ma senza troppa curiosità. Era un locale dove le risse erano all’ordine del giorno, e inoltre ormai l’avevano identificata all’unanimità come una piantagrane.

Silia recuperò la giacca dalla sedia e si alzò, mettendosi una sigaretta tra le labbra. Si era illusa che la sua permanenza a Insomnia sarebbe stata breve e non aveva perso tempo a guardarsi intorno: in quasi due mesi non aveva visto altro, della città, se non il Centro Protesi, la taverna di Samuel, il suo appartamento e quello di Balthier. Le piccole automobili civili, agili e brulicanti come insetti, la innervosivano, la musica assordante che sentiva ovunque e i giganteschi schermi luminosi che vedeva per strada la infastidivano, e la prima volta che aveva visto una ragazza per strada con il ventre scoperto aveva dovuto ricordare a se stessa che a Insomnia i passanti non rischiavano che un proiettile vagante aprisse loro un secondo ombelico.

Goditi questi mesi. Ci sono così tante cose da fare in città.

«Samuel» chiese Silia, tamburellando le dita sul bancone per richiamare la sua attenzione «sai mica dov’è un cinema?»

Chapter Text

 

 

3


Gratia gratiam parit

I

Gladio rivide Hartwood quasi due mesi dopo il loro primo incontro, subito dopo l'inizio del nuovo anno, nel corso principale del Distretto Est. Aveva detto di essere in licenza temporanea, ma adesso era evidentemente in servizio, e indossava l’uniforme degli angoni quasi al completo – niente cappuccio né guanti. Il mantello porpora degli angoni le svolazzava dietro le spalle mentre camminava con espressione severa, quasi marziale, al fianco di una guardia cittadina che, al contrario, appariva molto più disinvolta e rilassata. La sua gamba destra era ancora rigida, ma notò che non zoppicava quasi più.

Ancora una volta, si accorse di lei per la bassa statura, e faticò a riconoscerla in quelle vesti formali. Si fermò a guardarla ridiscendere il viale, e non fu l'unico: non poté non notare gli sguardi guardinghi che passanti e negozianti le riservavano. Procedendo gli sarebbe passata davanti, e si chiese se fosse il caso di fermarsi e salutarla, ma poi ricordò come si erano lasciati l'ultima volta e gli passò la voglia.

D’improvviso nel viale parallelo, a meno di cento metri da dove si era fermato, un’esplosione sferzò l’aria, assordandolo per un istante.

Il ristorante di Konstantin,  immaginò subito, scattando in direzione dell’edificio ed evitando le persone in fuga che correvano in direzione opposta. Il vecchio Kost era stato un soldato imperiale, originario di Gralea, aveva disertato da almeno trentacinque anni ed era più luciano nell’animo lui che molti di quelli che conosceva. Non era la prima volta che gli combinavano qualche scherzetto al locale, ma mai nulla di così grave. O magari si trattava di una fuga di gas. Senza pensare alle conseguenze, corse verso l’edificio in fiamme.

« Vecchio Kost! » gridò. Era troppo pre sto perché ci fossero già degli avventori, ma l’uomo viveva al primo piano dell’edificio e non andava mai da nessuna parte.

« Toglietevi di mezzo! » ordinò una voce femminile. Un potente getto d’acqua rischiò d’investirlo in pieno. Gladio si voltò, già certo di sapere di chi si trattava: Hartwood aveva castato un idro e lo stava puntando contro l'incendio. Era la prima volta che assisteva dal vivo all’uso di una magia diversa dalle proiezioni di Noct che non fosse elementale. «Crux! Chiami rinforzi con un'autopompa mentre tengo a bada le fiamme!»

Non c'è tempo.  Gladio si scagliò di corsa verso la porta del ristorante, ma si trovò Hartwood davanti, frapposta tra lui e l'ingresso. Continuava a tenere il getto magico puntato contro l’incendio.

«Cosa credi di fare?» gli gridò in faccia. «Potrebbe crollare tutto!»

«Non importa!» Gladio scattò per aggirarla. «Credo che il proprietario sia dentro!»

«Dannazione!» imprecò lei, e senza dargli modo di reagire annullà la magia e si scagliò dentro l’edificio.

Gladio la seguì all’interno senza riflettere. Era un vero inferno – il rivestimento delle pareti del ristorante, a quanto sembrava, non era ignifugo – ed ebbe appena il tempo di scorgere nel fumo la donna, quando una sezione del soffitto crollò, avvolta dalle fiamme, rischiando di travolgerli entrambi. Gladio saltò su Hartwood, spingendola a terra e facendole scudo con il proprio corpo, ma nessun peso gli schiacciò la schiena. Rialzò la testa cautamente: erano circondati da una barriera protettiva. Continuava a dimenticarsi con chi aveva a che fare.

«Per il cazzo di Odino» bestemmiò Hartwood, sotto di lui, per tutto ringraziamento, assestandogli una gomitata nelle costole. «Si può sapere perché mi hai seguito?»

«Te l'ho detto.» Tossendo per il fumo, si rialzò. «Il vecchio Kost dev’essere dentro.»

«Torna fuori» lo sferzò lei, alzandosi a sua volta. «È compito mio, non tuo, rischiare la vita qui.»

«Non vado da nessuna parte.»

Lei aprì la bocca per dire qualcos’altro – per insultarlo, probabilmente – ma il crollo di un’altra sezione del soffitto la interruppe. «Non ho tempo per litigare né per costringerti a uscire» disse acidamente. «Se proprio vuoi venire, resta dentro la barriera. Se crepi mi metti nei guai.»

Simpatica quanto un serpente nelle mutande. La seguì.

Trovarono il vecchio Kost al piano superiore. Era semicosciente e le sue gambe erano bloccate da una parete portante che gli era crollata addosso. Si abbassarono a esaminare le sue condizioni: era contuso e ustionato, ma non gravemente.

«Stia tranquillo» lo rassicurò Hartwood, con un tono radicalmente differente da quello che aveva usato con lui. «Se la caverà. Mi ascolti.» China su di lui, gli assestò due buffetti sulle guance per farlo rinvenire. «Per favore. Mi ascolti solo un istante. Devo sapere se c’è qualcun altro nell’edificio.»

«Sono solo» gli sentì sussurrare.

«Andrà tutto bene» ribadì Hartwood.

Gladio si era già chinato a sollevare i detriti. «Aspetta a toccare qualsiasi cosa, Amicitia, o rischiamo di venire sepolti vivi.» Hartwood espanse la barriera protettiva, e fu una buona idea, perché, non appena liberò le gambe del vecchio niflheimiano, il resto del soffitto crollò. Una slavina di cemento, intonaco e legno infuocato scivolò intorno a loro, respinta dall'energia della barriera, senza scalfirli.

«Usciamo» ordinò lei, sollevando Kost per un braccio e caricandosi il suo corpo inerte sulla schiena. Avrebbe voluto aiutarla, ma lei si stava già allontanando, rischiando di lasciarlo fuori dalla barriera.

Quando furono fuori dall’edificio, Gladio trovò radunata una pattuglia di guardie cittadine e una folla di curiosi. Un'autopompa era già in funzione, e le guardie stavano domando l’incendio con potenti getti d'acqua, sollevando un fumo infernale. Due di loro accorsero in loro direzione non appena li videro emergere dalla nube.

«Hartwood, sta bene?» chiese il suo partner, prendendo il corpo di Kost dalle sue spalle. L’altra guardia, raggiunta da un paramedico, lo trasportò fino all’autoambulanza.

«Sto bene, Crux» rispose lei, la voce rotta da un colpo di tosse. «Anche il vecchio. È svenuto, ha delle ustioni, e probabilmente le gambe fratturate, ma abbiamo fatto in fretta e non dovrebbe aver inalato troppo fumo. Dentro non c'è nessun altro.»

La guardia – Crux – schioccò la lingua sul palato con fare scocciato. «Hartwood, non lo faccia mai più. Non è questo il protocollo per gli incendi.»

«Non c’era tempo.»

L'uomo la squadrò con irritazione, ma non replicò più. Si rivolse a lui: «E lei?» chiese. «Sta bene?»

Gladio aprì la bocca per rispondere, ma fu Hartwood a farlo al posto suo. «Sta bene, e quasi quasi lo denuncio per intralcio. Ha cercato di entrare nell'edificio in fiamme, poi mi ha seguito dentro, e si è rifiutato di uscire quando gli ho intimato di allontanarsi.»

Si massaggiò la gola che gli bruciava per il fumo. La sua pazienza si esaurì del tutto. «Volevo dare una mano, e ne ho tutto il diritto. Sono una guardia reale, sono autorizzato a intervenire dove e quando cazzo mi pare. Se hai qualche problema con la cosa, Hartwood, avanti, fammi rapporto» la sfidò.

«Io e il mio partner siamo assegnati a questa zona» ribatté lei, avvicinandosi con un fare che sarebbe risultato minaccioso se Hartwood non fosse stata più bassa di lui di una quarantina di centimetri. «La guardia cittadina ha la priorità d’intervento.»

Ne aveva piene le palle della sua prepotenza. «La protezione della città riguarda anche la guardia reale. E poi conosco il vecchio Kost. Hartwood, te l'ho già detto: se la cosa non ti sta bene, va' alla reception della Cittadella e compila un fottuto modulo per i reclami.»

«Hartwood» intervenne Crux, conciliante. «Lasci stare. Quest'uomo è il figlio del Generale Clarus Amicitia, un membro del Concilio Ristretto. E poi non si è fatto male nessuno.»

«Non me ne frega un cazzo di chi è figlio.»

In un altro momento, Gladio avrebbe ribattuto anche lui che non importava di chi fosse figlio, ma non volle darle ragione. Continuarono a fissarsi, torvi.

Infine, dopo un lungo momento, fu Hartwood a cedere. «Al diavolo» sospirò, strofinandosi la fronte con l'avambraccio e lasciandosi in questo modo un baffo grigio di sudore e cenere. «Crux, per favore, ci pensa lei ad andare in ospedale per vedere se il vecchio si riprende e può rispondere a qualche domanda? Amicitia, hai detto che conosci la vittima?»

Gladio sospirò, cercando di ricacciare indietro l’irritazione, e annuì. «Konstantin Erdem è originario di Niflheim. Lo sanno tutti in città. È un brav’uomo, ma l’hanno preso di mira. Per cui non sarebbe così strano se non si trattasse di una fuga di gas.»

Hartwood ammiccò. «Andiamo al comando, Amicitia. Ho bisogno di avere altre informazioni da te per poter stendere il rapporto. Non ti ruberò molto tempo.»

II

Gladio aveva silenziato tre chiamate di Noct, mentre parlava con Hartwood seduto davanti a una scrivania al comando della Guardia Cittadina, per non perdere tempo e farla finita con quella storia il prima possibile. La donna era stata più cordiale con lui, se si può definire ‘cordiale’ un interrogatorio la cui unica deviazione dal tema era stata l’offerta di una bottiglietta d’acqua, visto che entrambi continuavano a tossire.

Hartwood non aveva alcuna esperienza come guardia cittadina, era evidente, per cui aveva cercato di darsi un tono con un fuoco di fila di domande secche e perentorie quanto inutili. Invece di registrare come facevano tutti, aveva notato Gladio con una nota di divertimento – l’unica della giornata – si era appuntata tutto a mano.

«Senti» si era azzardato a dirle alla fine, quando lei l’aveva finalmente congedato. «Non sono affari miei, ma se posso essere d’aiuto…»

«Esatto» lo rimbeccò lei. «Non sono affari tuoi. Buon pomeriggio, Amicitia» lo salutò.

Ancora imprecando a bassa voce, Gladio uscì dal comando della Guardia Cittadina. Aveva bisogno di una doccia, decise. Invece di tornare a casa, visto che ormai era alla Cittadella, decise di salire al comando della Guardia Reale per farla al Centro d’Addestramento. Solo quando passò la sua tessera magnetica per entrare si ricordò delle chiamate di Noctis. Si affrettò a recuperare il cellulare dalla tasca della giacca, richiamò il numero dell’amico dalla rubrica, e se l’appoggiò all’orecchio, ma in quel momento vide Noct in persona seduto nella sala d’aspetto.

«Noct?» chiese, stupito, chiudendo la chiamata. «Cosa ci fai qui?»

«Sono venuto a trovare mio padre. Ho provato a chiamarti tre volte per sapere se eri in giro alla Cittadella. Visto che non mi rispondevi, ho pensato di fare un salto qui a vedere se c’eri. Che diamine ti è successo?» storse leggermente il naso. «Sei andato a un barbecue?»

«Molto spiritoso» lo sferzò. In effetti puzzava di fumo e si era rovinato i vestiti. Almeno, si consolò, non indossava l’uniforme della Guardia: gliele dovevano cucire su misura e ci sarebbe voluta una vita per averne un’altra. «Non hai sentito dell’esplosione?»

Noctis spalancò gli occhi. «Quale esplosione? Non ne so nulla.»

Gladio sospirò. Noct era un po’ troppo spesso fuori dal mondo, per uno che avrebbe dovuto regnare. «Guardalo il tg, ogni tanto. C’è stata un’esplosione in un ristorante. Hai presente quel vecchio di Niflheim che conosco? Mi sa che ti ho anche portato a mangiare da lui un paio di volte. Mi trovavo per caso lì in zona, e ho dato una mano. Poi ho dovuto anche rispondere a una sorta di interrogatorio della Guardia Cittadina, visto che conoscevo la vittima.»

«Ma tu stai bene?»

Gladio si passò una mano tra i capelli. «Una favola, sono solo incazzato. Una simpaticona della Guardia mi ha fatto perdere un casino di tempo.»

«Una simpaticona?»

«Lascia perdere. Cosa volevi dirmi, Noct?»

Noctis si strinse nelle spalle. «Niente di importante. Prompto vuole andare a vedere quel film d’avventura sugli hunter, stasera, all’Odeon. Ti va?»

«E mi hai chiamato tre volte in un’ora per questa cavolata?» s’irritò Gladio. Era già irritato. Prese un profondo respiro: era stata Hartwood a fargli girare le palle, e Noctis non c’entrava. Forse una serata al cinema gli avrebbe fatto bene. «Scusami» disse, ma Noctis si era già accigliato. «Vada per il cinema. A che ora?»

«Alle sette» rispose lui, irritato. «Se Sua Maestà è dell’umore giusto.»

«Scusa se per una volta ti ho rubato il ruolo di primadonna. Un’ora fa uscivo da una casa in fiamme. Lasciami essere nervoso. Vada per le sette. Così possiamo allenarci un paio d’ore al Centro d’Addestramento.»

Noctis sbuffò. «Se proprio devo…»

«Devi. Sono tre giorni che non ti alleni.»

«Va bene, va bene, basta che ti dai una calmata. Mangiamo qualcosa insieme, prima?»

«Ramen.»

«Ramen. Che noia. Solo perché oggi sei così bisbetico.»

Gladio sorrise, più rilassato. «Fammi fare una doccia, prima. Dovrei avere un cambio d’abiti qui al Comando.»

III

Hartwood occupava lo stesso tavolo della volta precedente, e come la volta precedente stava leggendo. Il libro non era più  Storia di Accordo , ma  La Guerra Astrale. Storia e mito.

Per tutto il pomeriggio, anche durante la sessione di allenamento con Noct, era stato distratto e deconcentrato. Il pensiero dell'incendio lo infastidiva come un tarlo. Era assurdo, con una guerra in corso da decenni, che qualcuno si mettesse a far la guerra anche dentro Insomnia, per cui continuava ad aggrapparsi alla tenue speranza che si trattasse di un’esplosione accidentale. Se così non fosse stato, però, ci teneva a che i responsabili marcissero in galera per un po’.

Alla fine, sotto la seconda doccia che aveva lavato via gli ultimi residui di fumo, il sudore e un po’ di stanchezza dell’allenamento, aveva deciso che, anche se non moriva dalla voglia di rivederla, soprattutto così presto, avrebbe fatto un salto alla taverna dove aveva incontrato Hartwood la prima volta per avere notizie sulle indagini preliminari prima di raggiungere gli altri al cinema. E lì la trovò, in effetti, stavolta in abiti civili.

Quando si avvicinò al tavolo, Hartwood alzò lo sguardo dal suo libro. Il progressivo contrarsi delle sue sopracciglia testimoniò sorpresa, poi fastidio, infine rassegnazione. Scostò una sedia come se gli stesse facendo un favore.

«Non pensavo di vederti qui» fu il suo saluto.

«E invece eccomi qua.» Sedette, fosse pure per farle dispetto. «Ero curioso di avere notizie su cos’è successo al ristorante del vecchio Kost, e chi meglio di te?»

«Chiunque altro, pare» sospirò Hartwood con voce stanca. Davanti aveva un piatto con degli avanzi di pollo e patate, che spinse da parte con il gomito. Non pensava si sarebbe degnata di rispondergli, ma invece lo fece. «Il ristorante è andato. Per fortuna il vecchio è assicurato. Il sopralluogo ha confermato che si è trattato di un’esplosione dolosa. Una bomba artigianale.»

«Bastardi» si lasciò sfuggire, ma era preparato alla notizia. «Si sa già qualcosa?»

«Niente» scosse la testa lei. «Abbiamo iniziato a interrogare dei presunti testimoni, ma…»

Lo sguardo di Gladio cadde sul boccale di birra di Hartwood, ancora pieno, e lei se ne accorse. Con inaspettata e ruvida gentilezza, glielo spinse davanti. «Prendila, per me è la terza. Dopo tutto il fumo che ho respirato oggi ho una sete tremenda.»

Lui la accettò volentieri. Hartwood abbassò lo sguardo sul suo libro, poi, dopo qualche secondo, lo chiuse con un gesto secco. «Senti, Amicitia, volevo scusarmi per stamattina. Sono stata un palo nel culo. Ma non sono abituata a…» Fece un gesto vago e ripetuto con la mano. «…queste cose.» Il balletto della sua mano si arrestò sul pacchetto di sigarette che teneva sul tavolo. Ne sfilò una e se la mise tra le labbra.

Gladio si strinse nelle spalle, senza comprendere se si riferisse alla città, agli incendi o a cos'altro. Decise di lasciar perdere e cambiò discorso. «Ho visto che non zoppichi più, Hartwood. La tua gamba sta meglio?»

Lei annuì, accendendosi la sigaretta. Gladio si chiese dove trovasse la voglia di inalare altro fumo. «Più o meno. Non ho più bisogno della stampella.»

«Sei una temeraria, Hartwood. O una pazza. Quell’edificio poteva crollare da un momento all’altro.»

«Anche tu sei piombato dentro senza pensarci due volte, o sbaglio?»

«Anch’io sono un po’ pazzo. L’importante, comunque, è che il vecchio Kost stia bene.»

«Pensavo che avessi a cuore solo il principe Noctis e la famiglia reale.»

Gladio stava quasi per rilassarsi, dopo quel breve momento di complicità, ma tornò sulla difensiva a quella frecciatina così gratuita. «Soprattutto. Ma non per questo lascio che un uomo bruci vivo, se posso fare qualcosa. L’avrei fatto anche se non fossi stato una guardia reale.»

Hartwood sorrise, il capo reclinato sul palmo di una mano. «Ciò ti fa onore, Amicitia. E grazie per quello che hai fatto per me. Cercare di proteggermi dalla trave, intendo. Non era necessario che ti impicciassi, come l'altra volta, ma grazie.»

«Prego» le rispose, senza riuscire a decidere se dovesse sentirsi compiaciuto da quella parvenza di ringraziamento, o ancora più irritato. Non piaceva troppo ad Hartwood, era chiaro, e non ne comprendeva la ragione. Il fronte, pensò acidamente, doveva averle dato alla testa. «Comunque, se puoi, tienimi informato su come procedono le indagini. Passerò di qui qualche altra volta.»

«Vuoi un’altra birra, Amicitia?» offrì lei, indicando il suo boccale vuoto.

«No, lascia stare» ribatté Gladio. «Stasera non ho molto tempo. Sono venuto solo a chiedere notizie.» Si alzò, infilando le mani nelle tasche, e decise di infastidirla un’ultima volta prima di andarsene. «Comunque volevo dirti che ti dona la divisa da angone, Hartwood. Stammi bene. Ci vediamo in giro.»

IV

«Hartwood, mi ascolti, devo proprio dirle una cosa.»

Silia prese un’ultima boccata di fumo e poi lasciò cadere il mozzicone dal finestrino dell’auto d’ordinanza. «Cosa?»

Continuando a tenere un occhio sulla strada, Crux si volse a guardarla. «Non se la prenda a male. Lo so che anche se ha la metà dei miei anni ha visto cose che non riesco neanche a immaginare, e che, se sarò fortunato, non dovrò mai vedere, ma io faccio questo lavoro da quasi quarant’anni, a Insomnia ci sono nato, ci ho sempre vissuto, e probabilmente ci morirò.»

Silia tamburellò con le dita sul finestrino, in attesa che tagliasse corto. Crux non era precisamente la persona più sveglia che avesse mai conosciuto, ma le sembrava un brav’uomo, ed era riuscito a trovare una buona via di mezzo tra il rivolgersi a lei come se fosse stata uno spaventoso Jabberwocky e l'ostentare un malcelato disprezzo.

«A molti cittadini di Insomnia non piacciono gli angoni.»

«Tutto qui?» lo sferzò, beffarda. «C’ero arrivata da sola.»

«Non avevo dubbi» rispose Crux, ignorando la sua frecciatina. «Io non ho nulla contro di voi, ecco perché il Comandante Lars l’ha assegnata a me. Ma lei non è una guardia cittadina. Non conosce Insomnia, non conosce i suoi abitanti, non conosce i protocolli e le procedure. Come giorni fa, quell’incendio. Non può evocare magie in pieno centro cittadino, diamine, non so neanche in realtà se ci sia una legge che regolamenti l’uso della magia, le ampolle magiche sono tassativamente vietate, per esempio, se non dietro regolare richiesta di permesso che di solito viene rilasciato entro…»

«Ho capito, ho capito» lo interruppe. Spiegargli che sul fronte non era abituata a procedure e protocolli, perché davanti a una situazione di emergenza imprevista avevano pochi secondi per valutare e reagire, e quei pochi secondi facevano la differenza tra la vita e la morte, era inutile. «È solo una soluzione temporanea, Crux. Come le avrà spiegato il Comandante Lars, il Regno vuole che mi guadagni lo stipendio mentre mi rimetto in sesto prima di tornare in guerra.»

«A me sembra molto più che in sesto» commentò lui, e Silia si irritò.

«Le assicuro» disse, freddamente «che ho più voglia io di tornare sul fronte che non voi di avermi tra i piedi. La mia gamba destra non si muove bene. Se fosse per me rientrerei anche domani, ma i medici militari non sono d’accordo.»

«Non le stavo dando della codarda, Hartwood.» Crux tornò a guardare la strada. «Se proprio vuole saperlo, intendevo dire che, nelle sue condizioni, è più forte e veloce di qualunque guardia cittadina abbia mai conosciuto.»

Silia si morse la lingua. S’impose di darsi una calmata, perché se – come sembrava – avrebbe dovuto trascorrere a Insomnia i mesi successivi, non poteva fare la guerra a tutto e a tutti. Era lei a doversi adattare alla città, non il contrario. «Senta, Crux» interloquì, schioccando la lingua sul palato. «Non volevo essere sgradevole. Questa situazione mi snerva. Non è ciò in cui sono cresciuta. Non è ciò a cui sono abituata.»

Crux fece un gesto vago con la mano. «Non se ne curi, Hartwood. Ognuno fa ciò che sa fare. Per quanto mi riguarda, voi angoni avete fatto miracoli, in questi anni. Quei bastardi di Niflheim si sono mangiati Eos, pezzo dopo pezzo, e anche se non siete riusciti a fermarli avete frenato la loro avanzata. Per molti, qui, non è gran che, ma a me sembra molto, e anche il Re e il Concilio sono dello stesso parere.»

Era la prima volta, da quando era rientrata a Insomnia, che qualcuno si esprimeva sugli angoni in questi termini. Silia ne fu quasi commossa. Sorrise. «Grazie, Crux» disse, sinceramente.

L’uomo sorrise a sua volta. «Visto che siamo qui, Hartwood, lasci che sia sincero con lei. Temo che le abbiano assegnato l’indagine sull’esplosione al ristorante per dispetto. I cittadini di Insomnia non si apriranno mai con lei, e, che mi venga un colpo se la cosa mi sta bene, alla Guardia non importa un fico secco di quell’uomo e del suo ristorante. Intendo aiutarla per come posso, Hartwood, perché è il mio lavoro, e mi picco di svolgerlo al mio meglio, ma la stanno usando come parafango. Se prendiamo i colpevoli, bene. Se non li prendiamo, poco male, e in ogni caso attribuiranno il fallimento a lei.»

Silia prese un profondo sospiro. Si era appena ripromessa di darsi una calmata, e lo avrebbe fatto. Per di più, non poteva dire che quella rivelazione le giungesse del tutto imprevista. Ciononostante, l'idea di essere presa per il culo dalle guardie cittadine di Insomnia dopo aver passato dieci anni in guerra la oltraggiava.

Zen , si disse.  Pochi mesi. Tra pochi mesi ripenserai a queste cazzate dopo una giornata sul campo di battaglia, le racconterai agli altri mentre vi passate una fiaschetta di whiskey l'un l'altro seduti davanti al fuoco, e ne riderete insieme.  «Grazie per essere stato sincero. Non posso fare molto a riguardo: resto un angone, ma da quando ho firmato i documenti provenienti dalla Cancelleria Reale sono sotto la giurisdizione della Guardia Cittadina. Non che mi importi molto di avere un richiamo in più sul mio curriculum, ma…» Si strinse nelle spalle. «Tanto vale fare buon viso a cattivo gioco. Ma se Hector Lars si azzarda a tirare troppo la corda con me, gliela faccio pagare. Sono pur sempre un Angone del Re.»

Crux si toccò la nuca. «Spero di non averla mai come nemica, Hartwood. Lei mi dà l’idea di un’ampolla esplosiva. Guai ad agitarla.»

V

Zen , si era detta in macchina con Crux, e ci aveva provato, lo giurava su Shiva, ma era stato dannatamente difficile nei giorni precedenti. Era stata zen quando, il giorno dopo l'incendio, aveva aperto il quotidiano di Insomnia e visto che la notizia era stata relegata a un trafiletto dove si commentava l'aumento dell'indice di criminalità in città, forse in risposta al protrarsi senza speranza della guerra. Era stata zen quando tutti i testimoni interpellati, nessuno escluso, avevano guardato lei e Crux in faccia dichiarando di non saper nulla e di non aver visto nulla. Era stata zen quando il comandante Lars l'aveva convocata e aveva dovuto comunicargli che non c'erano novità. Era stata zen quando una guardia cittadina di nome Margaret, forse in un maldestro tentativo assolutamente non richiesto di tirarle su il morale, le aveva detto di non preoccuparsi, perché il caso si sarebbe sgonfiato in fretta e nessuno ne avrebbe più parlato. Era stata zen quando, alla visita settimanale al Centro Protesi Militari, Cornell le aveva detto che non c'erano ulteriori miglioramenti e che l'elettromiografia aveva confermato che i nervi della gamba artificiale non rispondevano ancora perfettamente.

Silia si alzò dalla scrivania che aveva occupato nell'ultima ora ricopiando il rapporto sul computer – sapeva far decollare un velivolo militare, eppure un dannato programma di videoscrittura la metteva in difficoltà – e prese la giacca dall'attaccapanni. Aveva ceduto su tutto, ma non sull'uniforme: non avrebbe indossato la divisa delle guardie cittadine. Era cresciuta con l'uniforme degli angoni addosso, ne conosceva a menadito le tasche e i rinforzi, e senza si sentiva esposta come una lumaca senza guscio. Salutò Crux con un gesto distratto e si avviò lungo il corridoio per uscire dal comando della Guardia Cittadina. Aveva bisogno di sfogare la frustrazione correndo e facendo un po' di attività fisica in un luogo aperto e appartato.

Appoggiò il pass sul lettore e attraversò le porte automatiche. Quasi sbatté il naso contro il petto di Gladio Amicitia.

«Oh, meno male!» esclamò lui. «Stavo cercando proprio te, Hartwood.»

«E io stavo andando a casa» gli mentì, aggirandolo. Lo aveva visto una sola volta dalla sera dell'incendio, e non aveva voglia di dirgli ancora una volta che non c'era nulla di nuovo. Per la verità, non aveva voglia di dirgli nulla, e non le piaceva affatto che lui fosse venuto a cercarla al comando della Guardia.

Lui fece per appoggiarle una mano sulla spalla. Silia ebbe un riflesso involontario, uno di quelli che aveva appreso in addestramento senza che nessuno glieli avesse spiegati e che le salvavano la vita di continuo – uno di quelli che la sua gamba artificiale non era ancora in grado di compiere – e gli afferrò violentemente il polso.

Amicitia aggrottò un sopracciglio con aria irritata, ma non strattonò il braccio per liberarsi. «Hartwood, siamo nervosetti, eh?»

«Non mi piace essere toccata dagli sconosciuti» ci tenne a puntualizzare, lasciandolo. «Se vuoi scusarmi, Amicitia…»

«Cinque minuti» disse ancora lui, sollevando la mano con le dita ben tese per rimarcare il concetto. Aveva le mani enormi. «Ma non qui. Facciamo una passeggiata.»

«Perché dovrei fare una pas…?»

«Cinque» ripeté Amicitia. «Se vuoi faccio strada con te mentre vai a casa, così non ti faccio perdere tempo.»

Silia sospirò, massaggiandosi tra gli occhi.  Zen , ricordò a se stessa. «Va bene. Andiamo.»

Premette il pulsante per chiamare uno degli ascensori, in attesa che lui iniziasse a parlare, ma non lo fece. Quando entrarono, Amicitia piegò le labbra in quello che le sembrò un sorriso un po’ beffardo.

«Cinque minuti» gli ricordò, irritata.

«Non essere fiscale» ribatté lui, ma s’infilò una mano in tasca e le passò un biglietto.

L'ascensore era adesso al decimo piano. Silia ammiccò, perplessa, e prese il foglietto. C’erano tre nomi con rispettivi cognomi, di cui ne riconobbe solo uno. «Cosa vuol dire? Chi sono?»

«Quelli che hanno combinato il bello scherzetto al locale del vecchio Kost.»

Silia s’immobilizzò, il biglietto in mano. Lo guardò. «Prego?»

«Non volevo offenderti né scavalcarti, Hartwood, ti prego di credermi» disse velocemente lui, grattandosi l’attaccatura dei capelli. «Non è colpa tua, e mi dispiace che tu ti ci sia trovata in mezzo, ma la gente di Insomnia non ama gli angoni e non parlerà mai con te.»

Quasi le stesse parole di Crux. «Amicitia» disse, sentendosi le labbra roventi. Si sentiva umiliata e insieme sollevata. Piegò il bigliettino e fece per restituirglielo, cercando di fare appello a tutto il suo sangue freddo. «Non dovevi farlo.»

«Ho solo fatto qualche domanda in giro. A titolo personale. Te l’ho detto, che conosco il vecchio Kost. Non l’ho fatto certo per te. Solo, ho pensato che potevamo darci una mano a vicenda: tu sei incaricata dell’indagine, ma sei in un vicolo cieco. Io so chi sono i colpevoli, ma non posso coinvolgere la Guardia Reale perché è una questione della Guardia Cittadina.»

«Come l’hai scoperto? Non posso accusarli e incriminarli così, Amicitia.»

Lui fece un’espressione ironica e produsse un secondo bigliettino. «Ovvio che no. Qui ci sono nomi e indirizzi di quattro testimoni.»

Silia aprì la bocca, poi la richiuse. Lesse i nomi sul foglio. «Bastardi» si lasciò sfuggire. «Li abbiamo già interrogati tutti e hanno detto di non aver visto niente.»

«Convocali di nuovo. Adesso che ci ho parlato io, improvvisamente ricorderanno.» Controllò l’orologio. L'ascensore era arrivato a piano terra, e le porte automatiche si schiusero. Furono immediatamente inglobati dal frastuono della hall. «Ho sforato i cinque minuti, Hartwood. Mi perdoni?» Sorrise di nuovo, un sorriso ampio e solare, da ragazzo.

Silia dovette ricordare a se stessa che Gladio Amicitia era una guardia reale che si era intromessa nello svolgimento delle sue attività e che doveva quantomeno sembrare irritata. Ma quel ragazzo iniziava a piacerle. Avrebbe potuto semplicemente andare al comando della Guardia con i suoi nomi prendendosene il merito. E lei era stata un'incapace, quindi aveva poco da far la sostenuta, soprattutto ai danni del vecchio.

D'improvviso, la faccia indispettita di Hector Lars, che si figurò quasi perfettamente, ebbe la meglio su qualunque scrupolo. Dovette mordicchiarsi l'interno del labbro per non sorridere mentre precedeva Amicitia fuori dall'ascensore, alzando anche lei una mano con le cinque dita ben tese.

«Sì, lo so, Hartwood, avevo detto cinque minuti, ma posso dirti che sei davvero un gran palo nel…?»

Silia scosse la testa, ignorando la sua ultima affermazione. «Cinque birre. Sono quelle che ti devo per questo favore.»

Amicitia uscì dall'ascensore, distogliendo lo sguardo dal suo con aria imbarazzata. «Solo cinque? Tutte insieme?»

«Non per forza.»

«Vuoi ancora andare a casa o posso avere la prima adesso?»

«Vada per la prima.»

Chapter Text

4

Dulce  bellum inexpertis

I

L’aria era fredda, anche se non umida: era gennaio inoltrato, e sebbene in passato avesse patito altrove temperature molto più rigide, Silia rabbrividì mentre ridiscendeva la scalinata sgangherata. Per due volte mise il piede destro in fallo, e alla seconda decise di concentrarsi sui gradini frantumati invece di guardare il sobborgo abbandonato che si estendeva sotto il suo sguardo.

La Piazza della Cittadella – com’era stato ironicamente ribattezzato il nucleo nevralgico attorno a cui si organizzava il quartiere profughi, solo che al centro, invece di un grattacielo all’ultimo grido, svettava una fontana in ghisa con tre rubinetti che dispensavano acqua – sembrava essere stata strappata a Insomnia e traslata da qualche parte oltre la Barriera: il lastricato aveva più buchi che tasselli di basalto, e tra gli interstizi era riuscita a insinuarsi un’ostinata erbetta; i muri delle case che si addossavano alla piazza come un branco di Mesmerize sulla preda erano scrostati e diroccati, la fontana sembrava asciutta da secoli e le serrande dei negozi erano arrugginite. Solo il cartello di pericolo biologico, probabilmente piazzato dalla Guardia Cittadina per scoraggiare chiunque fosse stato tanto incauto da scendere quella scalinata nel periodo immediatamente successivo all’epidemia, tradiva il fatto che quel quartiere era stato abbandonato appena nel 744.

Silia ignorò il cartello e attraversò la piazza. Proprio come il quartiere, anche l’epidemia di MRSA4 portata da alcuni profughi che l’aveva spopolato era stata alquanto fuori luogo in una città avveniristica come Insomnia. Solo un decimo dei duemila abitanti era sopravvissuto ed era stato accolto altrove in città, le aveva riferito Marius, che a suo tempo le aveva dato la notizia appena ricevuta dal padre. Da allora, immaginava, tutto era rimasto come quando il quartiere era stato sgomberato: una finestra sul passato, che poi non era un presente tanto inverosimile per chi non aveva la fortuna di vivere protetto dalla Barriera.

Si incuneò nei vicoli simmetrici, ricordando sempre meglio la strada a ogni passo e riconoscendo case e negozi. Il macellaio, il fruttivendolo, il calzolaio. La signora Myra, al secondo piano della casa dai mattoni gialli, che sfornava il pane alle sei del mattino. Sigmund con la sua nidiata di sorelle, entrato anche lui negli angoni, e morto poco dopo il loro arrivo sul fronte. Gerrit, il meccanico a cui talvolta Marius dava una mano. Si chiese chi fosse sopravvissuto. Non aveva modo di scoprirlo.

Rischiò di superare il suo vicolo, ma quando lo imboccò si sentì come se Marius dovesse aprire la porta da un momento all’altro per accoglierla.

 *

«Eccoti.»

Silia sobbalza, lasciandosi quasi sfuggire la sigaretta dalle labbra, poi riconosce la voce e il profilo in ombra dell’amico. «Dannazione, Marius, mi hai spaventata.»

«Sei uscita di nascosto a fumare? Passa qui, dai.» Marius le si affianca – quando diavolo è diventato così alto? si chiede sempre più spesso – e, senza lasciarle il tempo di rispondere, le sfila la sigaretta dalle labbra e se l’appoggia tra le sue. «Buona. Non è una delle solite. A chi l’hai fregata?»

Conosce benissimo il motivo per cui Marius è lì, in quel vicolo, alle dieci di sera, invece che a letto a riposarsi da una spossante giornata di lavoro in vista di quella successiva, ma incoraggia il suo lungo preambolo. «A nessuno. Me l’ha data un tizio.» È vero. Gliene ha regalate tre, insieme ai soldi promessi, lo sconosciuto a cui ha venduto un’ampolla focum.

Marius non indaga. Senza restituirle la sigaretta, siede sulla cassa accanto a lei. Odora di pulito. Deve aver fatto la doccia dopo cena. «Allora. Ti decidi a raccontarmi?»

«Come lo sai?»

«Mio padre. Ha visto arrivare il Capitano. Ha sentito le urla di tua madre. Raccontami tutto.»

Silia sospira, inclinando la testa all’indietro per guardare il cielo notturno. È una bella serata, ma Insomnia è così illuminata – la Insomnia bene, non il loro quartiere – che, a differenza di Ambrosia, non si vedono le stelle. «Quando il Capitano è venuto a chiedere di me, ho pensato di essere nei guai. Sai…» si stringe nelle spalle, «per quell’affare delle ampolle magiche. Mi sono nascosta, e mia madre gli ha risposto che non c’ero, ma prima di mandarlo via ha voluto sapere perché mi stesse cercando. Ha detto che il Re, attraverso di lui, stava selezionando ragazzi particolarmente sensibili alla magia per farne un gruppo di combattenti d’élite.»

Aggrotta le sopracciglia, voltandosi a studiare la reazione di Marius. Come immaginava, lui non è sorpreso.

«Sei stato tu a dirgli di me, vero?»

Marius non ricambia il suo sguardo. Getta a terra il mozzicone di sigaretta fumato fino al filtro, che va a spegnersi sul marciapiede già lercio. «Ho fatto male?» chiede, con quella sua nuova voce profonda. L’altezza, la voce, i primi peli sul viso: Marius si sta trasformando in un uomo che non conosce. «Ho pensato che, se non ne volevi sapere, potevi semplicemente dire di no.»

«Perché non me l’hai detto prima?»

«Perché, se invece ne volevi sapere, non volevo darti false speranze.»

Lui rialza lo sguardo. Si osservano, a lungo, e non servono parole perché entrambi comprendano che l’altro è pronto a seguire quello sconosciuto alto e imponente, un Capitano al servizio del Re, e a morire, se serve. Qualsiasi cosa, pur di andare via dal quartiere profughi e di giocare qualche tiro ai fottuti niff.

Silia ripensa al Capitano Drautos. Un uomo alto e solido, tra i trenta e quaranta, con profondi occhi blu e quasi completamente vestito di nero. Il suo aspetto severo l’aveva intimorita, ma non tanto da non uscire allo scoperto per dichiarare di essere Silia Hartwood. Lui l’aveva squadrata dalla testa ai piedi, e per un attimo aveva inarcato l’angolo destro della bocca in un’espressione che aveva imparato a conoscere bene: delusione. Silia era ben consapevole di essere troppo magra, troppo bassa, troppo debole per qualsiasi cosa avesse avuto in mente per lei.

«E com’è andata?»

Si stringe di nuovo nelle spalle. «Mia madre ha cercato di mandarlo via. Ha detto che ero solo una bambina pelle e ossa. Lui stava per andarsene. Mi sono sentita così umiliata e incazzata che ho colpito il muro e gli ho detto: ‘è venuto a cercare ragazzi particolarmente sensibili alla magia. Io lo sono. Non le interessa sapere altro?’»

Marius ammicca. Sembra ammirato, cosa che le fa sempre piacere. «Hai parlato così al Capitano Drautos?»

Annuisce. Per la verità, quando lui aveva inarcato un sopracciglio con aria severa e le aveva detto con voce dura che nessuno si rivolgeva a lui dando manate sui muri per richiamare la sua attenzione, se l’era quasi fatta addosso. «L’ho implorato di mettermi alla prova. Gli ho chiesto se ci fosse un test da superare. Ero nel pallone. Quando gli ho confessato che so attingere alle fonti spontanee di energia e preparare ampolle focum, crio e fulgor, mia madre mi ha dato uno schiaffo. Erano anni che non lo faceva.»

Marius non commenta, e Silia gliene è grata. Si sfiora la faccia: la sorpresa, la rabbia e l’umiliazione erano state più intense del dolore. «A quel punto ho pensato che il Capitano se ne sarebbe andato. Schiaffeggiata da mia madre come una bambinetta davanti a un uomo così importante. Mi veniva da piangere. Ma il Capitano non se n’è andato. Ha scostato il mantello e si è infilato una mano in tasca, ha tirato fuori un cristallo violaceo, e subito dopo lo ha lasciato cadere come se scottasse.»

«Un cristallo di energia.» Marius fa un mezzo sorrisetto compiaciuto. «Si è attivato anche con me. Era quello il test, Silia.»

Silia si rannicchia sulla cassa, abbracciandosi le ginocchia. «Me l’ha spiegato anche il Capitano. Ha detto che il cristallo ha reagito alla mia rabbia. E poi mi ha detto di raccoglierlo. Non scottava più, era solo un po’ caldo, e il Capitano mi ha chiesto, lo senti, Hartwood? L’ho sentito, Marius. Era una forza pulsante, talmente fisica che la mano mi formicolava. Come quando sono vicina a una fonte di energia elementale.»

«I bambini e i ragazzini sensibili alla forza magica non sanno controllarla, ha detto il Capitano.» Marius si appoggia leggermente a lei. «Perdono quest’affinità con la crescita, ma spesso combinano qualche guaio.»

Nasconde la bocca dietro il ginocchio per non far vedere a Marius che sta sorridendo. «Sai cosa mi ha detto? Che sembro agile. Che forse qualcosa di me può fare. Non mi ero mai sentita così. Ma poi si è intromessa mia madre. Gli ha detto che non gli avrebbe permesso di portarmi via. Il Capitano le ha risposto che il Re non rapisce i ragazzini e che sono grande abbastanza da decidere, e che comunque non è ancora stato deciso nulla. Mi farà sapere a giorni. Vado a cercarlo alla Cittadella, se serve. Non accetto un no come risposta.»

Di nuovo, Marius la sta guardando con ammirazione, e lei ricambia il suo sguardo. «E tua madre?» le chiede.

«È andata fuori di testa.» Non l’aveva mai vista così. Mai. Nemmeno quando era morto suo padre, anche se in effetti era troppo piccola per ricordare. «Quando il Capitano è andato via ha iniziato a urlare. Ha cercato di prendermi di nuovo a schiaffi. Non gliel’ho più permesso. Non può decidere della mia vita. Le ho detto che se si mette di mezzo in questa cosa mi ammazzo.»

Marius le appoggia una mano sul braccio. Non lo sente così vicino da quando erano ancora ad Ambrosia. A Insomnia si vedono quasi ogni giorno, ma per poco: sono troppo impegnati a guadagnarsi il pane. «Non dire idiozie. Non lo faresti mai.»

Lei scuote la testa, lentamente. Sta per mettersi a piangere. «No. Papà non me lo perdonerebbe mai. Ma mia madre si è incazzata così tanto che mi ha detto che non vuole più vedermi. Ha detto che sono una pazza. Che non posso continuare a vivere di rancore e che dobbiamo imparare ad accettare le cose che non possiamo cambiare. Quello che non capisce è che stavolta non è così. Se il Capitano mi insegna a combattere, qualcosa posso cambiarla.» Si strofina gli occhi nell’incavo del gomito. «Posso venire a dormire da te?»

«Lo sai che puoi. Ma, Silia, vedrai che le passerà.»

«Non mi interessa di mia madre.» È sincera. In quel momento, non riesce a fare a meno di pensare alla giacca di pelle rossa del Capitano, alla spada che porta alla cintura. E l’odio per Niflheim torna a bruciare, cocente, come acqua trovata scavando la sabbia. «Voglio combattere, Marius. Se il Capitano dovesse scartarmi, giuro che…»

Lascia la frase in sospeso. Non lo sa, cosa farà. Anche Marius non ha alcuna certezza di essere accettato, d’altronde, anche se è robusto per via di tutti i lavori pesanti che ha fatto negli ultimi due anni. Chissà quanti altri ragazzini si sono fatti avanti. Orfani, magari, che provano ancora più rancore di loro verso gli imperiali.

Marius salta giù dalla cassa. «Andiamo a casa. Hai fame?»

Scuote la testa senza seguirlo. Non ha mangiato – è uscita subito dopo la lite con sua madre e ha trascorso il resto del pomeriggio a vagare – ma non ha fame. Si sente lo stomaco stretto da una morsa d’ansia.

«Ti ricordi il nome del corpo militare che sta mettendo insieme il Capitano Drautos?»

Lui annuisce, ficcando le mani nelle tasche. «Gli Angoni del Re, no? Chissà cosa vuol dire?»

Non gliel’ha spiegato il Capitano Drautos, ma Silia lo sa. «Un angone è una specie di lancia. Una falce con una lunga asta. Significa che, chiunque verrà scelto, diventerà il prolungamento del braccio del Re.»

II

Silia salì le scale fino al secondo piano, dove si trovavano le due stanze che aveva condiviso con sua madre dal 739 al 741. La porta pendeva tristemente dai cardini come un braccio da una spalla lussata. Entrò nella penombra maleodorante, facendosi luce con il cellulare fino alle imposte, e le spalancò: la luce invernale del pomeriggio illuminò il tavolo rotondo, le due sedie rovesciate, il cucinino da campo e i tre pensili senza ante.

La stanza, negli anni, doveva essere stata invasa da ogni tipo d’animale volante e strisciante – ne vedeva le tracce intorno: penne e piume, guano e feci secche – e probabilmente, per qualche tempo, anche a due gambe, ma adesso era vuota da chissà quanto. Silia non aveva mai provato particolare affetto per quella casa, e rivederla adesso in quelle condizioni la lasciava quasi indifferente, ma restò in mezzo alla stanza a fissare il tavolo, sentendosi il viso rigido. Considerò la miseria di quell’appartamento abbandonato, non più squallido di quando era stato abitato, e per l’ennesima volta si chiese come una persona che non aveva mai mostrato un minimo d’orgoglio come sua madre avesse potuto incaponirsi a tal punto da non accettare un solo gil della sua paga d’apprendistato.

Se non ci fossimo lasciate in quel modo, tornò a dirsi, per la prima volta dopo dodici anni, forse li avrebbe accettati, e non sarebbe stata qui, quando è scoppiata l’epidemia, come Gregor.

Scostò la tenda a strisce di plastica che divideva il cucinino dalla stanza in cui dormivano. Stavolta la luce era sufficiente perché riuscisse ad aprire le imposte della stanza da letto senza l’aiuto del cellulare. Il suo letto c’era ancora, accanto a quello di sua madre. Il letto, dovette ricordare a se stessa, su cui sua madre era morta. Stavolta qualcosa le si incastrò in gola, e dovette strofinarsi gli occhi per ricacciarlo indietro. Non aveva pianto, quando aveva avuto la notizia da Marius, perché era diventata un angone, anche se non aveva ancora giurato ufficialmente, e un membro dell’élite militare non piange, né in pubblico né in privato. E non avrebbe pianto adesso che aveva quasi ventott’anni e aveva visto cadere compagni a decine.

Sedette pesantemente sul suo letto. Da ragazzina lo trovava scomodo, rispetto a quello della sua vecchia casa ad Ambrosia, ma non aveva ancora avuto modo di apprezzare gli agi di un letto da campo dell’esercito.

*

La fotografia di Karl Hartwood è stata scattata quando Silia era troppo piccola per ricordare, pochi mesi prima che la mano di Niflheim si estendesse su Ambrosia. La foto ritrae un uomo sui venticinque anni, scuro di capelli e occhi, altezza e corporatura nella media – le sue, Silia, le ha ereditate dalla madre. L’uomo sorride, guardando un po’ imbarazzato verso l’obiettivo: le fotocamere, ad Ambrosia, erano una rarità, e Silia non ricorda di possedere o di aver mai posseduto altre fotografie. Nella foto, Karl si trova nell’ambulatorio medico che aveva allestito sul retro della casa, rivelato da pochi dettagli: un carrello metallico sullo sfondo, un boccione di fisiologica che si intravede sulla destra appoggiato su una cassettiera. Di quell’ambulatorio, lei ricorda solo l’odore di disinfettante.

Suo padre Karl aveva il viso aguzzo e gentile e portava sempre una barbetta incolta, più per assoluta noncuranza, credeva, che per vezzo. È così che lo ricorda: il mento pungente che le irrita le guance quando lo strofina sul suo viso, le mani agili dalle dita lunghe che le accarezzano i capelli. Ha la sensazione che fosse molto affettuoso, perché l’ha sempre associato ad abbracci e baci, ma non può esserne certa.

Silia è rimasta in casa, seduta sul suo letto, più di quanto avesse in mente di fare. Se ne accorge quando rialza lo sguardo e vede sua madre, appoggiata all’intelaiatura della porta, che la guarda in silenzio. Presto, immagina, non le succederà più di essere colta di sorpresa da qualcuno.

Si alza dal letto senza provare a nascondere la fotografia, e si avvicina a sua madre. Sa che Marius, quando ha detto che le passerà, ha torto: non questa volta.

«Mi hanno presa» annuncia, con voce fredda, ma crede che lei lo sappia già. «Vado a stare in caserma già da stasera. Penserà il regno alle mie necessità finché dura l’addestramento. Anche Marius è stato accettato.»

La guarda, in attesa di un suo commento. Te ne pentirai, si aspetta di sentire, ma sua madre si limita a scuotere la testa. «Sei proprio come tuo padre.»

Silia sente una stretta al cuore, perché anche lei, pur avendone solo vaghi ricordi, sa perfettamente che, dei due, è a suo padre che somiglia e a suo padre che, se avesse potuto scegliere, avrebbe voluto somigliare. Ma la madre non sta affatto cercando di compiacerla. «Lascia fuori papà» le risponde, senza alzare la voce. Non grideranno né si azzufferanno più: la frattura che le divide è profonda, e colma di acqua gelida. «Papà non c’entra.»

Si accorge che sua madre non sta guardando veramente lei, ma un punto invisibile oltre le sue spalle, come se dietro fosse comparso il fantasma di suo padre. «L’ho sempre saputo. È morto quando eri troppo piccola per ricordare le sue parole, i suoi discorsi idealisti, eppure gli stessi discorsi te li ho sentiti fare a otto, nove, dieci, undici anni. Discorsi sull’orgoglio. Discorsi sulla libertà. Discorsi su una morte onorevole.»

Silia la ascolta in silenzio. Da anni sua madre non parla del padre, e lei si è sempre sforzata di rispettare la sua scelta. Non riesce a pensare a un solo momento, da che ha memoria, in cui l’hanno ricordato insieme. Ciò che sa di lui – ciò che crede di sapere – viene dagli altri abitanti di Ambrosia che l’hanno conosciuto, che sono stati curati, in qualche caso salvati, da lui, e da Gregor, che era suo amico. Sempre sottovoce, perché Karl Hartwood è morto combattendo contro l’Impero. «Sono concetti che può comprendere anche un bambino, se ci crede.»

«Se fosse ancora vivo, forse…» continua la madre, come se non l’avesse sentita. «Se fosse ancora vivo, dopo quello che abbiamo passato negli ultimi nove anni, la fame, la miseria, lo vedresti per quello che è: un maledetto egoista.» Silia apre la bocca, indignata, ferita, ma lei non la lascia parlare. «Un maledetto egoista che ha preso le armi e si è fatto ammazzare senza pensare alla sua famiglia. E invece lo consideri un eroe, un patriota coraggioso e altruista che è morto per difendere le proprie idee. È così che lo ricorderai per sempre.»

Silia non riesce a provare rabbia. Solo uno sdegno sordo e disgustato. «Pensala come vuoi» si limita a sputare. Tentare di farle cambiare idea è inutile, sua madre è fatta di una pasta diversa. «Papà non c’entra» le ripete. «Io sono orgogliosa di quello che ha fatto, al contrario di te, ma questo lo sto facendo per me stessa. Sono stanca di vivere così, mamma, e adesso posso fare qualcosa di buono. Ne sono fiera.»

«Oh»  sorride la madre, e torna a guardarla negli occhi. «Ne sono certa. Hanno scelto proprio bene. L’ho visto, il momento in cui quel Capitano Drautos ha capito cosa aveva per le mani: una ragazzina idealista. Non avranno nemmeno bisogno di farti il lavaggio del cervello. Se sopravvivrai all’addestramento, avranno a disposizione una perfetta guerrigliera da usare per tamponare una guerra già persa. Perché puoi dire quello che vuoi, Silia, ma abbiamo già perso, da prima ancora che tu nascessi.»

Le sorride a sua volta. Di nuovo sua madre è convinta di insultarla, ma non è così. «Se la pensi in questo modo sulla guerra» le dice «perché siamo venute via da Ambrosia?»

«Per te» risponde la madre, semplicemente. «Non volevo vederti ammazzata dai soldati imperiali com’è successo a tuo padre, dopo quell’ultima, inutile bravata insieme al tuo amico Marius. Credevo che qui a Insomnia avremmo trovato un po’ di pace prima che la guerra ci raggiungesse di nuovo.»

«Lo ha fatto.»

Le passa accanto per uscire, la fotografia stretta in pugno. Le dispiace non aver trovato la Cosmogonia di suo padre, ma desidera solo andarsene via il prima possibile. Le daranno dei nuovi vestiti, in caserma, delle armi, e non avrà bisogno d’altro chissà per quanti anni a venire. «Ho parlato con Gregor, a proposito. Ti darà una mano in caso di bisogno. Adesso non tanto, ma mi pagheranno, mamma. Ti farò sapere come accedere a quei soldi.»

«Non disturbarti.» Il tono della madre è basso, leggermente stonato, quasi sarcastico. «Non prenderò il denaro con cui il Re ha comprato l’idiozia di mia figlia.»

Per un istante, Silia ha la certezza che quella è l’ultima volta che vedrà sua madre, e nonostante le parole aspre che si sono scambiate prova un impeto di affetto che non sente da tanto nei suoi confronti. Vorrebbe abbracciarla – quando è stata l’ultima volta che l’ha fatto? –, scusarsi non per le proprie parole, perché crede in ogni singola lettera che le è uscita dalle labbra, ma per averle dato delle preoccupazioni. Per un attimo, crede che quella frattura piena di acqua gelida possa essere sanata, perché sono madre e figlia, non hanno nessun altro, e pur non essendo mai riuscite a capirsi le vuole bene. Se sua madre facesse un gesto, pensa, un qualsiasi gesto d’affetto nei suoi confronti, ma che gesto, basterebbe anche solo uno sguardo, Silia le butterebbe le braccia al collo, perché anche se ha sempre creduto di non aver paura della morte ha solo tredici anni, e ha passato le ultime tre notti insonne nel letto di Marius – entrambi senza parlare, schiena contro schiena, scossi di tanto in tanto da tremori non imputabili al freddo – a passare in rassegna ossessivamente tutto ciò che sa dei magitek e dei daemon.

Ma sua madre si limita a guardarla in silenzio, il volto una maschera di rancore. Per lei, comprende, è già morta.

«Addio, mamma» la saluta, ed esce senza più voltarsi.

Fuori dalla porta, nel vicolo, trova Marius. Ha un borsone in spalla – sgonfio, perché anche lui possiede ben poco – e lo sguardo malinconico, e gli basta guardarla in faccia per comprendere, e a lei guardare lui per capire che ha compreso.

«Dov’è il punto di ritrovo?» le chiede invece.

«Nella piazza della Cittadella. Quella vera.»

«Hai una sigaretta?»

Silia tira fuori dalla tasca posteriore la sua ultima sigaretta, un po’ malconcia. Ha perso del tabacco dalla punta. «Dividiamola» offre. «Anche se ne avessi altre, non credo che ci sarà permesso fumare.» La accende e, per un po’, camminano in silenzio, passandosela l’un l’altro dopo poche boccate.

«Silia?»

«Nh?»

«Credi che moriremo presto?»

Silia si volta a guardare per l’ultima volta le case sporche e grigie del quartiere profughi, mentre si inerpicano per la scalinata. Faranno l’autostop fino alla Cittadella, forse, o cammineranno. «Credo» dice, cautamente «che siamo stati morti fino a ora.»

*

La suoneria del cellulare la fece trasalire come un allarme bomba. Si guardò intorno, stupita nel trovarsi in una stanza ormai quasi in ombra, e, tirandolo fuori, realizzò due cose: la prima, che Gladio Amicitia la stava chiamando. La seconda, che erano le sei di sera e che si trovava in quel posto spettrale da ormai due ore.

Si passò una mano tra i capelli, appoggiandosi il telefono all’orecchio. «…pronto?» La sua voce, sebbene sommessa, risuonò come uno sparo nella casa vuota.

«Hartwood, disturbo?»

Silia stava per rispondergli che disturbava eccome, ma quando aprì bocca comprese che, dopo quel tour fantasma, aveva bisogno di sentire la voce di una persona viva, fosse pure Amicitia che sciorinava trivialità.«No» rispose. «Dimmi, Amicitia.»

«Volevo solo avere notizie sull’incendio. Ho scambiato due parole col vecchio Kost, ieri, e mi ha detto che i colpevoli sono di nuovo fuori.»

«Ah, non prendertela con me» rispose, forzando un tono disinvolto. Si massaggiò gli occhi. «È colpa di questa burocrazia del cazzo che avete qui in città. Cosa vorrebbe dire, rilasciati su cauzione in attesa di processo

Amicitia produsse uno sbuffo di fastidio, o forse di divertimento. «Vuol dire che pagano una somma, di solito commisurata alla gravità del reato di cui sono accusati, per non dover aspettare in carcere fino al processo. Dove hai vissuto finora, Hartwood?»

«Qui e là, ma sempre in posti dove se dai fuoco a un palazzo e non è per frenare l’avanzata di una truppa di magitek mentre sfolli la popolazione, finisci a marcire in galera, o peggio. E se scappano? Insomnia è grande.»

«Insomnia è grande, ma non possono uscirne. Se si dileguano, prima o poi la Guardia li inchioda.»

«Se ne ha voglia» si lasciò sfuggire. «Non è più sicuro lasciarli in galera?»

«Hartwood» ridacchiò Amicitia. «Stai sempre a leggere libri. Perché non te ne procuri uno di diritto civile e penale?»

«Oh, forse lo farò. In questa città mi sento come un Anaka in un ristorante di lusso.» Silia si alzò. Il tacchetto del suo stivale impattò contro un corpo solido che sbucava da sotto il letto.

«Passi in taverna stasera, Hartwood?»

La Cosmogonia di suo padre. Silia se l’appoggiò sulle ginocchia, senza sapere come fosse finita sotto il suo letto. Era stata buttata lì da un senzatetto disinteressato ai miti e alla letteratura? O era stata sua madre dopo la sua partenza, forse sperando che prima o poi sarebbe tornata a occupare quel letto? Ne dubitava: le aveva scritto sette volte, durante i primi mesi di addestramento, ma le sue lettere erano rimaste senza riscontro. Allora aveva pregato Marius di includere l’ottava nella busta indirizzata a suo padre, ma la risposta di Gregor Gaunt, piena di tatto, era stata che sua madre non se la sentiva di leggere le sue lettere. Silia non doveva prendersela troppo, precisava, perché prima o poi le sarebbe passata. Gregor mentiva spudoratamente, perché conosceva sua madre da prima che nascesse lei.

Aprì il libro alla prima pagina.

Combatti sempre per la tua famiglia e per la tua patria, diceva la calligrafia minuta di suo padre.

«Pronto? Hartwood, è caduta la linea?»

«…no» sussurrò, sfogliando il libro. Suo padre le stava insegnando a leggere proprio su quello, facendole sillabare i nomi dei Siderei seguendone le lettere con il dito. Quando aveva acquisito abbastanza padronanza da leggere completamente il volume, comprendendone forse un ventesimo, suo padre era sottoterra da un anno. «No, Amicitia. Puoi ripetere? Non ti ho sentito.»

«Passi in taverna, stasera?»

«No» rispose meccanicamente, ma in quel momento non sapeva cosa stava dicendo. «Ho il turno di notte. Attacco alle sette e mezza, e devo ancora passare da casa a prendere l’uniforme.»

«Possiamo vederci domani, allora. Ricordati che mi hai promesso di raccontarmi della battaglia di Langhore, se ti farò ubriacare abbastanza da ricordarla.»

La Battaglia di Langhore. Sua madre. Marius tredicenne. La Cosmogonia. Suo padre. Silia chiuse il volume con uno scatto secco. Troppo passato tutto insieme. Era il 756, non il 732, né il 741, né tanto meno il 751. Era il 756, e l’aspettava una notte in macchina con Crux a pattugliare il distretto est. Il suo corpo, in quel momento, era come una buona spada usata per tagliare il pesce, e continuando di quel passo sarebbe arrugginita.

Zen, si disse per l’ennesima volta.

«Hartwood, si può sapere cosa ti prende?»

Mettendosi il libro sottobraccio, Silia si alzò e percorse la casa in penombra, verso l’uscita. «Scusami. Mi ero persa.»

«Persa dove? Dove sei? C’è un silenzio tombale, lì dove ti trovi.»

Silia ridacchiò. «In un buco spaziotemporale. Ci vediamo domani sera. Farai bene a pagarmi molto da bere, se vuoi sentire della Battaglia di Langhore.»

Chapter Text

5

Nemo solus satis sapit 

I

C’erano alcune mattine in cui Gladio apriva gli occhi, guardava la luce che penetrava dalle persiane semiaperte illuminare la sua scrivania, la sua attrezzatura da campeggio Coleman che aveva pazientemente messo insieme negli anni, e la sua impeccabile uniforme della Guardia appesa al portabiti, e doveva faticare per alzarsi e iniziare una nuova giornata.

Una parte di lui sapeva perfettamente che avrebbe dovuto godersi quei momenti di relativa spensieratezza, perché Re Regis non sarebbe vissuto ancora a lungo e prima o poi a Noctis sarebbe piombato sulle spalle l’insostenibile peso del regno di Lucis, e lui avrebbe dovuto aiutarlo ad assumersene le responsabilità. Ma ogni giorno filava via uguale al precedente: al mattino, l’unico momento della giornata che Gladio potesse veramente dir suo, sedeva al tavolo della cucina, scambiava qualche parola con Jared, e leggeva il giornale sorseggiando il suo caffè ristretto – Ignis gli aveva contagiato la sua mania per l’Ebony, che beveva rigorosamente amaro. Le ore successive le trascorreva invariabilmente in casa, o accompagnando Ignis in città o alla Cittadella per una delle sue mille incombenze. Il pomeriggio era interamente dedicato agli allenamenti: da solo, con Noctis, o con Ignis e Prompto come avversari, non si faceva mai mancare quattro o cinque ore al Centro d’Addestramento. Divideva equamente le serate tra i suoi amici e la famiglia.

Da quando si era diplomato, la sua routine non era mai cambiata più di tanto. C’era una partita a pallamano, una notte a pesca con Ignis e Noctis, qualche ragazza con cui cercava di non vedersi per più di un paio di settimane. A Insomnia non mancava nulla – palestre e campi per ogni tipo di sport, cinema, sale giochi, locali – ma quello che realmente desiderava, e che aveva sempre segretamente desiderato, era uscirne. Provare finalmente sul campo la sua attrezzatura Coleman.

Per questo, da quando Hartwood aveva – più o meno – smesso di salutarlo come se gli stesse facendo un favore a rivolgergli la parola, cercava di cogliere ogni occasione per incontrarla alla taverna. Non sempre la trovava in buona: bastava un problema durante il suo turno di lavoro, un’indisposizione alla gamba – o così immaginava, perché talvolta aveva degli spasmi che cercava maldestramente di nascondere, e quelle sere era più intrattabile che mai – o persino la domanda sbagliata, o la domanda giusta fatta nel momento sbagliato, e Hartwood si chiudeva in un antipatico e scortese mutismo da cui, aveva imparato, era inutile e anzi deleterio cercare di distoglierla. Quando accadeva, Gladio faceva buon viso a cattivo gioco, finiva la sua birra in fretta e tornava a casa o raggiungeva gli altri: lui e Hartwood non erano propriamente amici, lei non lo aveva mai esplicitamente invitato a sedere al suo tavolo, e Gladio non voleva imporle la sua presenza.

Ma c’erano anche sere in cui Hartwood era di una loquacità, gli sembrava, insolita in un soldato. Non dipendeva dall’alcool: era come se si fosse accorta per la prima volta che dopotutto c’era qualcuno a cui interessava sapere come se la passassero gli angoni sul fronte, cosa dovevano affrontare ogni giorno e cosa avevano guadagnato e perduto in quei dieci anni. Raccontava molto, e bene, senza risparmiarsi i dettagli più cruenti, come se non li avesse vissuti sulla propria pelle, e Gladio aveva iniziato a interromperla sempre più spesso per farle domande d’ogni tipo.

Era ormai fine febbraio, e diluviava come se Ramuh si fosse scatenato sopra la città. Guardando la pioggia picchettare violenta contro il vetro della cucina, Gladio sorbì il suo caffè chiedendosi come avrebbe passato la mattinata. Di uscire non se ne parlava: non era giornata per le passeggiate. Avrebbe recuperato qualche vecchio video di incontri di arti marziali. Chissà se Hartwood era di turno sotto quel tempaccio.

Stai pattugliando in canoa? Ci vediamo stasera da Samuel? le scrisse.

Il telefono trillò quasi immediatamente dopo, ma il suo messaggio continuava a rimanere l’ultimo della conversazione con Hartwood. Fece scorrere l’indice sullo schermo e tornò al menu dei messaggi ricevuti.

Devo parlarti. Ci vediamo stasera al Liberty?

Gladio si affogò con l’ultimo sorso di Ebony. Non vedeva Juliana da mesi, era stata lei a piantarlo – se poi si potesse parlare di ‘piantare’, visto che non c’era mai stato nulla di serio tra loro, era stato molto chiaro fin dalla prima volta che si erano visti ed era proprio quello il problema – ed era già capitato una volta. Non aveva intenzione di lasciarsi coinvolgere di nuovo in quel circolo vizioso.

È meglio di no, le scrisse. Poi, sentendosi suo malgrado colpevole, aggiunse, Non funziona, lo hai visto.

La risposta di Juliana non si fece attendere: È solo una cena. Mi dispiace se l’ultima volta mi sono innervosita. Non succederà più.

Gladio sapeva benissimo che non sarebbe stata solo una cena, perché Juliana sapeva essere dannatamente provocante, e per due o tre settimane probabilmente avrebbe funzionato, non avrebbero litigato e avrebbero passato qualche notte piacevole insieme, ma poi lei avrebbe ripreso a metter su il muso perché si vedevano poco, avrebbero litigato di nuovo, e per la terza volta Juliana gli avrebbe sbattuto in faccia a mo’ di insulto quello che sapeva perfettamente anche lui: che non era nulla di più che un’amante per riempire le ore in cui non si trovava con il principe Noctis. Juliana era la rampolla di una delle nobili famiglie di Insomnia, e, se la vita di Gladio non fosse stata destinata al servizio della famiglia reale, suo padre Clarus avrebbe senz’altro appoggiato – e forse anche caldeggiato – una relazione stabile tra loro. In fondo anche lui, scudo di Re Regis o meno, aveva finito per sposarsi, e lui e Iris ne erano la prova vivente. Ma Gladio aveva ben presente l’espressione perennemente addolorata di sua madre, e per quanto suo padre avesse fatto di tutto per renderla felice, il suo ‘tutto’ non era stato abbastanza.

Il telefono trillò di nuovo. Se vuoi, Amicitia, rispondeva laconicamente Hartwood, ignorando la sua battuta. Mi trovi lì. Finisco il controllo al centro medico alle 7.

Si conoscevano ormai da due mesi e lei continuava a chiamarlo per cognome. Lui si era allora imposto di fare altrettanto, in fondo Hartwood aveva un bel suono, un po’ aspro, che le si addiceva molto più del suo nome.

Alle 7.30 allora, le rispose. Gladio si chiese se fosse una giornata buona. Anche quando era in sì, gli sms di Hartwood non erano molto più vivaci.

Il telefono trillò ancora una volta. Juliana gli aveva riscritto. Mi perdoni, allora?

Altro trillo. Stavolta era la foto di un paio di mutandine in pizzo rosso.

Gladio si grattò l’attaccatura dei capelli, sentendosi la faccia calda. Quella foto, invece di stuzzicarlo, lo fece incazzare. Solo perché erano stati a letto insieme, Juliana non poteva blandirlo come un adolescente in fregola.

Mi spiace, digitò. Preferisco il pizzo nero.

II

In anticipo di cinque minuti, Amicitia entrò nel locale, e Silia alzò la mano in un parco gesto di saluto, che lui ricambiò con maggior entusiasmo. Si fermò al bancone a scambiare due parole con Samuel, che prese due boccali vuoti e iniziò a riempirli. Silia ne approfittò per leggere qualche riga ancora dell’Ascesa di Gralea.

Amicitia si faceva vivo un paio di volte la settimana, generalmente tra le sette e le nove, e rimanevano insieme a cenare, bere qualcosa, e conversare. Vinti i pregiudizi – il suo cognome l’aveva indisposta nei suoi confronti fin dall’inizio – aveva sviluppato verso il ragazzo una sorta di simpatia cameratesca. Amicitia era serio e responsabile – talvolta persino troppo rigido – e mancava di senso dell’umorismo, pecca che compensava con una facile tendenza all’imbarazzo che tradiva la sua giovane età e di cui Silia si approfittava per deriderlo. Superata un’iniziale reticenza, avevano iniziato a scambiarsi opinioni e soprattutto informazioni, alcune delle quali avrebbero dovuto rimanere riservate, sul fronte e sul Concilio Ristretto. Ascoltava sempre con molto interesse i suoi racconti sulla guerra: Silia aveva così scoperto – o meglio, realizzato – che il ragazzo, come buona parte dei cittadini di Insomnia, non aveva mai messo piede fuori dalla città. Lei, in compenso, non vi tornava da dieci anni, e faticava a nascondere tutte le sue lacune su Insomnia, che andavano dalla segnaletica stradale all’utilizzo di una macchinetta per l’espresso.

«Cosa fai, ti documenti sul nemico?» la salutò lui, spingendole davanti una birra scura. Occupò la sedia accanto alla sua, non prima di averla spinta più vicina a lei. Avevano due concetti di spazio personale molto diversi. «Pensavo sapessi già tutto.»

«Ah, ma questo è un gioiellino» gli rispose, prendendo la birra e passandogli in cambio il volume. «L’ho preso dal cadavere di un Capitano. Sanno leggere, pensa.»

«Un volume scritto e pubblicato a Gralea, cioè?» Iniziò a sfogliarlo. «Chissà quante balle.»

«Propaganda pura» gli confermò. «Si considerano i veri eredi di Solheim, mentre noi siamo un branco di capre incolte che non meritano il potere conferitoci dal Cristallo.» Prese un sorso di birra. «Be’, su una cosa non hanno torto: se ci fossimo affidati un po’ più alla tecnologia, forse non saremmo a questo punto.»

Amicitia si accigliò, restituendole il volume. «Avremmo dovuto metterci a costruire anche noi degli abomini come i magitek, intendi?»

«Non magitek» lo contraddisse «Velivoli militari più corazzati. Una flotta più veloce e meglio armata. Cannoni più potenti.» Ripensò alle parole del tecnico del Centro Protesi. «Apparecchiature mediche più avanzate.»

Lui strinse le labbra come un bambino colto in fallo. «Facciamo quello che possiamo» disse, ancora sulla difensiva.

Esattamente quello che ha detto il tecnico del Centro Protesi. «Lo so» cercò di rabbonirlo «e abbiamo dei principi etici più solidi.»

Amicitia la studiò da sopra il suo boccale, forse chiedendosi se fosse ironica. Parve decidere che non lo era. «Per fortuna. Com’è andata la giornata, Hartwood?» cambiò discorso.

«L’evento più emozionante è stato una zuffa sulla Quindicesima dopo un incidente stradale sotto quell’acquazzone di merda.»

«Ti stai ammazzando di lavoro, insomma.»

Silia si lasciò scivolare sul tavolo in un gesto enfatico. «Per favore, Amicitia. Se fosse per me…»

«…se fosse per te torneresti sul fronte domani. La tua cantilena ormai la conosco a memoria, Hartwood.»

Non gli rispose.

«Come va la gamba, a proposito?»

Non gli aveva mai rivelato l’entità della sua ferita, né lui aveva chiesto dettagli. «Lascia stare. Riesco a correre per un po’. Quel bastardo di Cornell continua a dire che se dovesse rimandarmi in servizio in qualsiasi altro posto diverso dal fronte l’avrebbe già fatto, ma che correre un po’ non basta per tornare a fare l’angone. Se non fossi certa che il Capitano Drautos, fissato com’è con la disciplina, mi aprirebbe il culo, me ne fregherei di tutto e tornerei sul fronte.» Deglutì. Si stava innervosendo. I risultati dei suoi esami clinici miglioravano, ma troppo lentamente.

Amicitia non commentò. Finì la sua birra in un sorso, e si asciugò le labbra con il dorso della mano. Se c’era una cosa che aveva imparato ad apprezzare in lui, era la sua ricettività: si accorgeva immediatamente quando non aveva voglia di parlare, e si toglieva dalle palle.

Stavolta non lo fece. «Senti, Hartwood, quanto hai bevuto stasera?»

«Che ti frega?» lo sferzò, sulla difensiva. «Sono alla seconda.»

«Bene. Finiscila e andiamo.»

Non si fece trascinare. «Andiamo dove?»

«Al Centro di Addestramento, alla Cittadella. Hai bisogno di allenarti in un luogo attrezzato. Il Centro è riservato alle Guardie Reali, ma ti faccio entrare io.»

Silia annegò il sorriso che le era salito spontaneo alle labbra in un altro sorso di birra. «Non ti causerà problemi?»

«Che ti frega?» le fece il verso. «Forza.»

Silia finì il boccale e si alzò. «D’accordo. Vediamo come te la cavi.»

Uscirono. Si sentiva elettrizzata all’idea di tornare a combattere. L’aria fuori dal locale le sembrò buona e pulita. Doveva essere merito dell’acquazzone, che aveva spazzato via un po’ di smog.

«Hartwood, di’ un po’.» Senza concordarlo, si diressero alla Cittadella a piedi. Non era poi lontana, e non era una sera troppo fredda. «Non conosci molta gente a Insomnia, vero? Non hai parenti?»

«Hai intenzione di farmi a pezzi e vuoi assicurarti che nessuno venga a cercarmi? Se ci riesci, a farmi a pezzi, intendo, sono la persona più adatta.» Rallentò per accendersi una sigaretta. C’era vento e non riusciva a tenere viva la fiamma dell’accendino. Al quinto tentativo, ci riuscì. «L’unico che potrebbe reclamarmi è il Capitano Drautos. Hector Lars, il capo della Guardia Cittadina, stapperebbe invece una bottiglia di champagne. C’era mia madre, qui, ma è morta tre anni dopo che ho iniziato l’addestramento degli angoni, e non ho altri parenti. Sono nata ad Ambrosia.»

«Non voglio farti a pezzi, Hartwood.» Amicitia sbuffò una risata. «Dov’è Ambrosia? L’ho sentita nominare.»

Stavolta fu lei a sbuffare una risata. Continuava a dimenticare che i cittadini di Insomnia vivevano in un limbo, persino una guardia reale vicina alla famiglia del Re come Gladio Amicitia. «Nel territorio di Niflheim da qualcosa come ventiquattro anni, ormai. Non sei ferrato in geografia, eh, Amicitia? Ricordami di prestarti qualche libro.»

Una macchina rischiò di schizzarli passando su una pozzanghera accanto al marciapiede, residuo dell’acquazzone di quella mattina. Amicitia aveva distolto lo sguardo, irritato e probabilmente imbarazzato, e si sentì un po’ in colpa. «Comunque» continuò lei, più conciliante «non mi stupisce. È un piccolo insediamento tra le montagne, ed è stato invaso molti anni fa. Se non è sparito dalle mappe, poco ci manca.»

Continuarono a camminare in silenzio. «Ti sembrerà strano» riprese a parlare Amicitia dopo uno o due minuti «ma neanch’io ho molti amici. C’è Noctis, naturalmente. Lo sai che per me non è solo lavoro. Gli voglio molto bene, anche se per certi versi è ancora un ragazzino. Oh, c’è Ignis, il mio migliore amico. Ha quasi la mia età e lui, invece, è molto maturo. Forse troppo. C’è qualcun altro che posso definire amico. Prompto Argentum, un compagno di scuola di Noct, è spesso dei nostri e mi sono molto affezionato. Qualche guardia reale. Ma pochi: essere la guardia del corpo del principe non aiuta molto con le relazioni sociali. Non parliamo poi del fatto che mio padre è il Generale Clarus Amicitia.»

Silia fece un mezzo sorriso, facendo cadere la cenere della sigaretta. «Non hai una donna, Amicitia?»

Lui si grattò l’attaccatura dei capelli. Aveva notato che lo faceva quando era in imbarazzo. «Be’, ogni tanto vedo qualche ragazza, certo. Ma sarebbe complicato per me stare con qualcuna. Per via di Noctis, sai. Non potrei darle la priorità. E tu non stai con nessuno, Hartwood? Qualcuno degli angoni?»

Lei scosse la testa. «Figurati.»

Amicitia non commentò in alcun modo, ma lei, suo malgrado, tornò a pensare ad Hans, il cui ricordo non la sfiorava da molto. Erano passati quasi otto anni, ormai, dalla sua morte, e l’aveva elaborata e spostata da parecchio tempo nell’archivio ‘cose dolorose ma inevitabili’ della sua memoria. Hans a parte, quella discussione le aveva riportato alla mente i suoi compagni sul fronte, l’unica famiglia che avesse avuto negli ultimi quindici anni. Chiamava Sarah, e parlava con lei e con gli altri, almeno una volta la settimana, ma quelle telefonate la deprimevano. Sentiva in sottofondo i rumori da campo militare alla sera con cui era cresciuta – voci maschili, risate sguaiate, clangore di spade e acciottolio di gavette – e la avviliva non farne più parte. Sarah, Legato, Samuel e Caesar la riempivano di domande sulla sua salute e sulla città, ma le sue risposte erano laconiche, stringate, perché si vergognava terribilmente al pensiero di essere bloccata, inattiva, a Insomnia, mentre loro continuavano a rischiare la vita.

«Non volevo rattristarti, Hartwood» disse ancora Amicitia, rompendo il silenzio. «Mi dispiace se ti ho riportato alla mente qualcosa di sgradevole.»

«Non mi hai rattristata.» Silia deviò per raggiungere un cestino dell’immondizia dove spegnere e buttare la sigaretta, ma in realtà si sentiva immalinconita. «Mi stavo solo chiedendo se sono ancora in grado di tenere in mano la spada dal lato giusto.»

Ripresero a camminare. «Non ti ho mai vista combattere. Qual è la tua specialità in combattimento, Hartwood?»

«Spade gemelle. Non ho gran forza fisica, come puoi immaginare, ma ho imparato a maneggiare anche armi pesanti. La mia, comunque, è una posizione mediana. Attacco magico e supporto all’attacco fisico di prima linea in caso di necessità.»

Camminavano spediti. Amicitia si voltava di tanto in tanto a guardarla. «Te la cavi bene con la magia, quindi?»

Silia si strinse nelle spalle. «È il requisito secondo cui hanno reclutato noi angoni.»

«Come ci si sente a disporre di un potere simile? Io ho un po’ di dimestichezza con i poteri di Noctis, intendo, evocazione delle armi e robette del genere, ma la magia vera?» Scosse la testa. «Non ho alcuna predisposizione.»

Arrivarono nella piazza della Cittadella. «Non così bello come si potrebbe pensare. Non è un potere tuo. Diventi un tramite.»

Amicitia tornò a fissarla. «Perché parli così? Quando usi una spada, un fucile, è un potere tuo?»

Lei scosse la testa. Cercò le parole per spiegargli. «La spada è tua. Il fucile è tuo. Tua la forza delle braccia. Quando usi la magia dell’Anello è come se usassi un fucile altrui, che non consuma munizioni, oggetti, ma l’energia vitale di qualcuno. Del Re. Se Re Regis, a cinquant’anni, sembra averne quasi settanta, è anche colpa nostra.»

«Non è una colpa» puntualizzò Amicitia. «Siete le sue braccia. Proteggete il suo regno. Ogni potere ha il suo costo.»

«Ne vale veramente la pena?» Solo quando lui si fermò di nuovo si accorse di averlo detto ad alta voce. Forse, dopotutto, le parole di Balthier e le opinioni dei cittadini di Insomnia avevano attecchito in lei più di quanto pensasse. «Scusami. La guerra non va molto bene per noi. Mi chiedo a volte se non ci sia un altro modo.»

Amicitia scosse la testa. I suoi occhi brillavano alla luce elettrica del lampione. «Alcuni di noi sono nati per sacrificarsi.»

Parli per te? si chiese, ma questa volta non lo disse ad alta voce. «Forza» lo spronò, scuotendo la testa. «Andiamo a stancarci un po’.»

III 

Il Centro di Addestramento, adiacente al comando della Guardia Reale, le ricordò molto la struttura in cui aveva vissuto e si era addestrata lei stessa per cinque anni. Non c’erano lucchetti e serrature, ma sensori su cui appoggiare tessere magnetiche e porte automatiche che si aprivano di conseguenza, ma per il resto l’odore di palestra – legno, disinfettante, un leggero ma persistente sentore di sudore impossibile da cancellare, grasso e olio – le era ben familiare.

Amicitia allargò le braccia come a cingere l’intero locale. «Eccoci» annunciò. La sua voce rimbombò nella grande palestra vuota. «Qui non ci disturberà nessuno. Cosa vuoi fare, Hartwood? A tua discrezione.»

«Spade» rispose prontamente. Le mani le formicolavano per l’emozione. «Io porto le gemelle, ma possiamo usare quelle a due mani per venirci incontro.»

«Vada per le spade a due mani. Te la senti, Hartwood? So che l’ho proposto io, ma non vorrei ti facessi male alla gamba.»

Silia iniziò a sfilarsi le scarpe. I calzini erano spessi e Amicitia non si sarebbe accorto della protesi, a meno che, naturalmente, non l’avesse colpita alla gamba con il suo corpo. «Non preoccuparti. Ma, se puoi, evita di impattare contro la mia gamba destra.»

«Per chi mi hai preso?» ribatté lui, con voce offesa.

Silia sorrise a testa bassa. L’aveva detto per la sua, di incolumità, perché i tecnici del Centro non avevano esagerato quando le avevano detto che la protesi era più dura dell’acciaio: aveva spezzato dei pali di ferro come se fossero state assi marce. Quando – finalmente – fosse stata perfettamente sincronizzata, sarebbe stata un’arma micidiale, non un punto debole.

Amicitia recuperò due spade d’allenamento da un armadietto di ferro. Fece per passargliene una, poi cambiò idea e gliela lanciò. Silia sentì il proprio corpo scattare, le dita chiudersi sicure intorno all’impugnatura. Si passò la spada da una mano all’altra, provò qualche semplice schema: passo indietro, passo di lato, affondo. Sgualembro, passo indietro, mezzano, affondo, guardia. La spada d’allenamento era poco equilibrata, ma se ne sarebbe fatta una ragione.

La sua frequenza cardiaca, inizialmente convulsa all’idea di combattere, rallentò. Silia mise in posizione di guardia. «Forza, Amicitia» lo spronò.

«Senza riscaldamento?»

Silia sapeva che se ne sarebbe pentita amaramente, quella notte, ma non voleva sprecare un momento di più. «Quando ti attacca un nemico gli chiedi cinque minuti per riscaldarti?»

Amicitia si fece avanti. Si studiarono a vicenda con qualche piccola schermaglia esplorativa, che bastò a Silia per accorgersi che non poteva contare, come temeva, sulla corretta risposta della sua protesi. All’inizio della riabilitazione aveva faticato a muovere le giunture del ginocchio, della caviglia e persino delle dita dei piedi, che adesso rispondevano ai suoi impulsi, ma non sempre e non come voleva. E inoltre, protesi a parte, da quattro mesi non teneva una spada in mano, e ne soffriva le conseguenze.

Amicitia dapprincipio si limitò a parare i suoi attacchi, lenti e incerti, poi, gradualmente, iniziò a incalzarla. Almeno – magra consolazione – i suoi riflessi erano ancora eccellenti, e il suo corpo iniziò a reagire meccanicamente a quegli assalti amichevoli.

Dopo cinque minuti di baruffe esplorative, l’espressione di Amicitia cambiò. Il suo ultimo fendente gli aveva sfiorato l’orecchio, per distrazione, credeva Silia, perché non era stato un colpo particolarmente calibrato. «D’accordo» mormorò, inumidendosi le labbra. Non sorrideva più. Non era più un ragazzo di ventitré anni, adesso, ma un uomo ferito nell’orgoglio. «Iniziamo a fare sul serio.»

Non fu così, o almeno, non per entrambi. Silia fece sul serio, per quanto la gamba e la forzata immobilità di mesi le consentissero, ma Amicitia, con tutta evidenza, dovette trattenersi. Era veloce, il ragazzo, fottutamente veloce. Non veloce quanto lo era stata lei prima dell’incidente, ma molto più di quanto non si sarebbe immaginata data la stazza. E aveva una potenza fisica spaventosa: non riusciva, né avrebbe mai potuto farlo nemmeno in condizioni ottimali, a contrastarla.

Studiò ogni suo movimento, ogni reazione, ogni esitazione: sul fronte gli angoni erano così abituati ad affrontare guerrieri meccanici dalle abilità pressoché identiche e dalle reazioni ugualmente programmate, o daemon che erano puro istinto e che mancavano delle astuzie tipicamente umane, che scontrarsi con un avversario come Gladio Amicitia fu una sfida esaltante. Non era perfetto, notò: non era controllato nei movimenti, e quando combatti con armi pesanti non puoi permetterti sprechi di energia, anche se lui doveva averne a iosa. Si figurò uno scontro all’ultimo sangue con le sole spade: con le sue capacità e la sua costituzione fisica, per avere una possibilità di metterlo al tappeto avrebbe dovuto tenere le distanze da lui. Ogni tanto la sua guardia zoppicava leggermente sul lato sinistro, e forse, puntando tutto sulla velocità, sarebbe riuscita…

Si trovò il gomito di Amiticia tra il collo e l’orecchio. Non aveva visto arrivare il colpo, concentrata a disingaggiarsi, e l’impatto fu inatteso anche se non forte. Abbastanza, in ogni caso, da atterrarla spalle a terra, il ginocchio massiccio dell’avversario sul petto e la punta della sua spada d’allenamento alla gola. L’orecchio le ronzava, la vergogna per non essere riuscita non solo a pararlo, ma neanche a prevederlo, doleva più dei tendini del collo offesi, ma si ritrovò a sorridere.

«Che hai da sorridere, Hartwood?» chiese lui, sorpreso, le labbra socchiuse in un leggero ansimare.

«Da quanto ti alleni, Amicitia?» Il collo le pulsava.

Lui spostò il ginocchio e le porse la mano per aiutarla a rialzarsi. «Dieci anni – seriamente. Ma ho iniziato quando ero bambino. Ti sei fatta male? Scusami. Pensavo che lo avresti…»

«Avrei dovuto» ammise, accettando la sua mano. Raddrizzò la schiena, ma rimase seduta, perché la gamba artificiale le formicolava. «Sono fuori allenamento, te l’ho detto. Va bene così, Gladio.»

Si accorse di averlo chiamato per nome solo quando lui sorrise e si grattò l’attaccatura dei capelli. Si lasciò cadere seduto accanto a lei. «Anche se non sei al massimo, Silia, non sei niente male.»

Silia scosse la testa. Sentirgli pronunciare il suo nome le fece inaspettatamente piacere. «Sii sincero, quante volte mi avresti ammazzata in un combattimento serio con spade vere?»

Gladio non rispose.

«Ecco» sorrise. «Di niente male si muore, Gladio.»

«Non hai usato la magia» le ricordò lui. Silia si chiese se anche con il principe Noctis fosse così indulgente, o se si trattasse di vuota cortesia. «Potrò anche sovrastarti in forza fisica, ma se usassi la magia sarei nei guai.»

«Può darsi» gli concesse «ma non in un combattimento corpo a corpo. Ci vuole un po’ di tempo per castare le magie d’attacco, ecco perché gli attaccanti magici stanno in posizione mediana o di retroguardia. In un combattimento ravvicinato usare la magia non serve a molto.» Riavviandosi i capelli sudati, si voltò a guardarlo. Il fisico di Gladio, sotto la canotta, era il più solido che avesse mai visto e doveva essere frutto di allenamenti costanti e sfiancanti. E ciò che poteva vedere del suo esteso tatuaggio era di un realismo impressionante.

«Posso?» gli chiese, scivolando in ginocchio dietro le sue spalle.

Gladio si irrigidì, a disagio. «Ah? Hm… certo.»

Quando gli sollevò la canottiera sudata sulla schiena, lui ebbe un sussulto. Forse non aveva capito che intendeva vedere il tatuaggio per intero. Sorrise del suo imbarazzo.

Il tatuaggio era una vera opera d’arte. Le piume del corvo, che non lasciavano scoperto nemmeno un dito di pelle, erano così realistiche da sembrare vere. «È maestoso» si lasciò sfuggire.

«Ce l’ha anche mio padre.»

Silia ammiccò. «Sul serio? Il Generale Amicitia ha un corvo tatuato sulla schiena?»

Gladio annuì. «È una tradizione di famiglia. Gli Amicitia sono da generazioni i più vicini alla famiglia reale, e il primogenito è destinato a diventare lo Scudo del Re. Quando viene nominato tale, riceve questo tatuaggio. Ti piacciono i tatuaggi, Silia?»

Non gli rispose subito. Quelle parole le confermarono che Gladio non aveva mai scelto il suo ruolo: se l’era trovato assegnato alla nascita senza che nessuno avesse mai chiesto il suo parere. Una volta di più, le dispiacque averlo mal giudicato: lei, almeno, aveva potuto decidere volontariamente cosa fare della sua vita. «Sì» ammise, seguendo con l’indice le linee del disegno. Lo sentì rabbrividire sotto le sue dita. «Mi piacerebbe farne uno.»

«Silia, mi fai il solletico. E sono sudato.» Non era a suo agio, era evidente, e Silia smise di toccarlo. «Ti porto da chi me lo ha fatto, se vuoi. Mi deve un favore. Dimmi, cosa ti piacerebbe farti tatuare?»

Tornò a sedere accanto a lui. Le era sempre piaciuta l’idea di farsi fare un tatuaggio. Alcuni angoni, come Nyx Ulric, ne avevano, ma lei lo considerava uno spreco di lavoro, con tutte le ferite che si procuravano di continuo. «Un Coeurl» confessò.

«Perché proprio un Coeurl?»

Silia tese la gamba artificiale e ruotò la caviglia, piegò il ginocchio, mosse le dita dei piedi, testando tutte le articolazioni. «Gli altri angoni mi chiamano così.»

«Per la miseria» esclamò lui, divertito. «È perfetto. La prima volta che ti ho visto, in realtà, ho pensato a una gatta. Gli occhi, sai, ma non solo.»

Lei strinse le labbra, poi si sbottonò. «Quand’ero ragazzina, in addestramento, mi chiamavano gattina. Non per farmi un complimento.»

«Fammi indovinare: hai sfregiato la faccia a qualcuno e hanno smesso.»

«Non proprio.» Si era battuta per anni con le unghie e con i denti per ritagliarsi il suo posto all’interno degli angoni, sudando sangue, ma il giorno in cui avevano smesso definitivamente di chiamarla così era stato quello della ripresa di Bors. «C’è voluto del tempo.»

«Dove vorresti farlo?»

Ci pensò un po’ su. «Anch’io sulla schiena, diagonale, la cresta verso la vita e i baffi sulle scapole.»

«Ne parlo a chi di dovere e ti faccio sapere. Non dovrebbe essere un problema. Hai la schiena così piccola che non sarà un lavoro impegnativo.»

«Scusami se non sono un bestione come te.»

«È che quando ero bambino mio padre mi ha detto che da grande avrei dovuto essere il Gigante di King’s Knight

«King’s che

«King’s Knight. È un videogioco.»

Silia ammiccò. «Non ho mai giocato a un videogioco.»

«Ti porto in una sala giochi, allora, prima o poi.»

Tacquero entrambi per un po’, rilassati. Silia rabbrividì quando il sudore iniziò a raffreddarlesi sulla pelle.

«Silia» disse lui.

«Cosa?»

«Rifacciamolo, di tanto in tanto. Puoi farlo con la tua ferita?»

Silia annuì. «La prima fase di recupero motorio, la più difficile, è finita. Adesso devo riprendere ad allenarmi. Non ti sarà più così semplice atterrarmi, Gladio» lo derise con un sogghigno.

Lui sogghignò a sua volta. «Oh, vedremo.»

«Vedremo. Adesso vado a fare una doccia. Ci sono le docce, qui, vero?»

«Certo.» Gladio riprese a grattarsi l’attaccatura dei capelli. «Ma, hm, vai prima tu.»

«Qual è il problema? Sono docce comuni?»

Lui distolse lo sguardo. «Esatto. Ci sono pochissime donne tra le guardie reali, e…»

«Oh, per me non è un problema» lo provocò.

Gladio aggrottò le sopracciglia, improvvisamente serio. «È un problema per me

Silia alzò le braccia in un gesto conciliante. «Gladio, non prenderti così tanto sul serio, stavo scherzando» lo rassicurò lei. Non stava affatto scherzando. Il fronte aveva anestetizzato il suo senso del pudore, ma la reazione di Gladio aveva reso la situazione equivoca, e d’improvviso fu lei a essere imbarazzata all’idea del suo corpo nudo sotto la doccia. «Allora vado prima io» annunciò, alzandosi.

«Aspetta, Silia.»

Le lanciò una tessera di plastica con una banda magnetica, poi le schiacciò l’occhiolino. Sembrava ancora imbarazzato. «Con questa puoi entrare qui al Centro di Addestramento anche quando non ci sono io. È raro che venga qualcuno la sera tardi. Cerca di non farti beccare, se puoi. Ma, se ti beccano, di’ pure che ti ho autorizzato io.»

Silia giocherellò con la tessera. Sorrise. «Verrò, grazie. Ma è più divertente se ci sei anche tu.»

IV

Lo studio di Tebaldus Verman si trovava nel centro storico della città, incastrato tra una lavanderia a gettoni e una bottega di carne di dubbia provenienza. Quando suo padre l’aveva portato lì a diciotto anni per la prima sessione del suo tatuaggio, Gladio gli aveva chiesto perché Verman, se era così bravo – e bravo era un eufemismo: il tatuaggio di suo padre, che poi sarebbe stato anche il suo, era ancora perfetto dopo quasi quarant’anni e straordinariamente realistico – si ostinasse a rimanere in un quartiere del genere, in una strada dove rischiavi di prenderti tre malattie solo a respirare. Clarus gli aveva risposto che Verman era un tipo strano, che selezionava con cura la clientela, e che si faceva pagare in favori, che solitamente consistevano in un aiuto nel fare arrivare dalle regioni di Cleigne e di Duscae dei barili di sangue di bestie non meglio identificate, con i quali fabbricava i suoi inchiostri, e un occhio chiuso quando il carico di barili passava i cancelli di Insomnia. Gladio ne aveva concluso che Verman lavorava per lavorare, o meglio, lavorava per l’arte.

Quando entrò, non vide subito Verman. Pensò che stesse lavorando su un cliente, sul retro, ma non sentiva voci né il ronzio della macchina per tatuaggi. Suonò l’anacronistica campanella sulla sua scrivania, e il vecchio grugnì qualcosa. «Avanti» ripeté, più comprensibile.

Gladio lo raggiunse sul retro. Verman era chino su un tavolino, e stava abbozzando qualcosa su un foglio. I cespugliosi capelli grigi gli ricadevano sugli occhi, e non capiva come facesse a vederci per disegnare. Si avvicinò, sbirciando il foglio. Era una donna con serpenti – o forse cavi elettrici – al posto dei capelli, adagiata su quella che sembrava una nuvola, e con il corpo intrecciato a due enormi anfitteri.

«È stupenda» mormorò, ammirato.

«Sulla carta sì» ribatté il vecchio. «Se la incontri, tanti saluti.»

«È una Melusine, vero?»

«Come mai da queste parti, Gladio?» tagliò corto Verman, appoggiando il pennello accanto al foglio. Era sporco di china fino all’avambraccio. «Tua sorella si è finalmente decisa?»

«Non ancora.» Senza invito, Gladio occupò la poltrona su cui solitamente sedevano i clienti. «Il mese scorso voleva un Lich. Ma l’altro giorno l’ho sentita dire che forse è meglio Carbuncle. Ci vorrà ancora un po’, Verman. Non sono qui per mia sorella.»

Il vecchio inarcò le sopracciglia, conferendo un’espressione ancora più burbera, se possibile, ai suoi occhi grigi. «Lo sai che non lavoro con tutti.»

«Lo so. Ma ci possiamo mettere d’accordo.»

«Chi è?»

«Un’amica. Ha ventotto anni. Piccola di statura e di costituzione fisica, vorrebbe…»

«No» lo interruppe Verman, incrociando le braccia.

«Perché no? Non mi hai neanche lasciato finire.»

«Uno, perché non ho intenzione di mettermi a tatuare le tue amanti. Due, perché per tua sorella farò un’eccezione perché è un’Amicitia, ma non mi piace lavorare su corpi striminziti. Non sono un miniaturista. Tre, perché non voglio che i miei tatuaggi diventino ornamenti per signore come i gioielli e il trucco.»

Gladio si abbandonò allo schienale della poltrona e rise. «Non è la mia amante. Ed è un Angone del Re. Non sfoggerà il tuo tatuaggio alle feste.»

Verman si inclinò verso di lui, scostandosi i capelli dalla faccia. Aveva catturato il suo interesse. «Un Angone del Re?»

«Esatto.» Godendosi la sua espressione stupita, Gladio si concesse ancora qualche secondo prima di spiegare. «In permesso malattia. Ha visto il mio corvo, e le è piaciuto molto. Rientrerà sul fronte, e pensa, il tuo tatuaggio potrebbe essere l’ultima cosa che vedrà un imperiale.»

Sapeva quanto Verman odiasse i niff. L’uomo si mordicchiò il labbro inferiore, poi fece schioccare la lingua sul palato. «Non ho ancora detto sì» precisò «ma cosa vorrebbe tatuato questo angone?»

«Un Coeurl» rispose prontamente Gladio. «Sulla schiena. Niente miniature. Non posso dire che abbia la schiena enorme, ma sarebbe un bel tatuaggio esteso.»

«Perché proprio un Coeurl?»

«Lo capirai quando la vedrai.»

Verman tamburellò per un po’ con le sue lunghe dita nodose sul tavolino. «Portamela dopodomani pomeriggio. Non ho ancora detto sì» ripeté «prima voglio vederla e parlarle.»

Chapter Text

6

Frangar, non flectar

I

Tornarono frequentemente al Centro d’Addestramento. Silia ne aveva usufruito anche in sua assenza, gli aveva detto, perché non dormiva molto di notte e doveva recuperare mesi di inattività. Se la figurava benissimo inginocchiata nella palestra vuota, gli occhi chiusi, a concentrarsi come un vecchio samurai, prima di iniziare a provare complicati schemi di combattimento contro un nemico invisibile. Avrebbe avuto qualche noia, se l’avessero scoperta a usare il suo pass, ma nulla di grave, e in ogni caso l’evidente miglioramento del suo umore, oltre che delle sue condizioni fisiche, valeva qualsiasi nota di richiamo.

La prima volta che si erano esercitati insieme l’aveva atterrata senza alcun problema, ma lei era comprensibilmente fuori allenamento. Persino un profano, tuttavia, si sarebbe accorto fin dal primo momento che maneggiava le spade con una padronanza e una destrezza eccezionali. Silia era ambidestra e tremendamente agile, anche se incerta sulla gamba ferita. Ed era in grado di proiettarsi. Non se lo aspettava – lo aveva visto fare a Noctis, ma credeva che fosse una tecnica esclusiva della Famiglia Reale – e le prime volte si era fatto fregare e colpire alle spalle, con suo grande scorno.

Le ore in cui si allenava con Silia si sommavano a quelle di addestramento ordinario. Tornava a casa sempre più sfinito, ma soddisfatto: conosceva ormai quasi a menadito la portata e le capacità delle persone con cui si era misurato per quindici anni – suo padre, Cor Leonis, Noctis, Ignis, Prompto e i suoi coetanei della Guardia Reale – e studiare quel nuovo avversario, ogni sera più pericoloso della precedente, era stimolante. Silia aveva uno stile di combattimento che non consentiva distrazioni: si muoveva intorno a lui come un predatore aspettando un suo passo falso; se era lui a prendere l’iniziativa, evitava i suoi attacchi cercando un punto morto nella sua guardia.

Sto migliorando anch’io, realizzò, massaggiandosi lo sterno sotto l’ascella destra: brandiva la spada d’allenamento come se fosse stata il suo spadone, estendendo troppo le braccia, e lei continuava ad approfittarne per insinuarsi in quella falla nella sua difesa.

«Dovresti fare qualcosa per quel buco nella guardia» osservò Silia a tal proposito, facendosi passare la sigaretta spenta da un lato all’altro della bocca. Stava fremendo per accendersela, era evidente, ma l’aveva pregata di non fumare in macchina.

Gladio fece una smorfia. «Ci sto provando. La spada a due mani è troppo leggera per me.»

«Allora la prossima volta procurati uno spadone di legno.»

«Non fare tanto la spavalda, Coeurl» la provocò. «Oggi ti sei presa un bel colpo in faccia. Hai usato un’energia in bagno, vero?»

«Il naso continuava a sanguinare» si giustificò lei. «E non volevo farti fare brutta figura in quel posto fighetto arrivando con la maglietta lercia.»

«Il Sotherby’s non è fighetto. A meno che non usi la bettola di Samuel come termine di paragone.»

«Comunque dicevo sul serio. La prossima volta trova qualcosa che somigli all’arma che usi di solito. A patto che mi recuperi due spade gemelle smussate o qualcosa del genere. Anch’io vorrei riprendere in mano qualcosa che somigli alle mie, di armi.»

«Affare fatto» accettò.

Uscirono dai parcheggi sotterranei sul retro della Cittadella. Sul marciapiede sinistro Gladio distinse una fisionomia familiare di spalle, e cercò di attirare la sua attenzione lampeggiando i fari.

«Ohi, amico» disse a Munro accostando. Era in tenuta da ufficio – giacca, camicia e pantaloni, ma niente cravatta – e aveva una cartelletta sottobraccio. Non lo vedeva dalla sera in cui aveva conosciuto Silia. «Che sorpresa. Come te la passi?» Gli porse la mano attraverso il finestrino.

«Ma guarda chi si vede!» Munro gli strinse energicamente la mano, appoggiandosi alla portiera della Subaru. «Pieno di lavoro fin sopra ai capelli, Gladio. Ho finito a quest’ora indecente. E tu che ci fai ancora qui in giro?» Parve accorgersi solo allora di Silia. Inarcò un sopracciglio con aria da cospiratore. «Per un attimo ho pensato fosse tua sorella. Munro Oswine. Piacere.»

Di rado in quei mesi aveva visto Silia interagire con qualcun altro che non fosse lui, o Samuel alla taverna, o il suo partner Crux. «Silia Hartwood» si presentò, un po’ rigida, senza nominare gli Angoni o la Guardia Cittadina. «Piacere.»

«Stiamo andando al Sotherby’s per una birra.» Evitò accuratamente di rivelargli che si allenavano di nascosto al Centro d’Addestramento riservato alla Guardia. «Se Rebecca non rompe le scatole, vieni anche tu.»

«Se anche non fosse per questo, sono certo che Rebecca troverebbe un altro motivo per rompere le scatole.» Munro aprì la portiera posteriore, sul suo lato, e salì. «Se non sono di troppo, la bevo volentieri una birra.»

D’istinto, Gladio si voltò a guardare Silia. Non aveva pensato di consultarla al riguardo. Lei gli lanciò uno sguardo obliquo, ma non protestò. Tuttavia, in un gesto dispettoso, abbassò il finestrino e si accese la sigaretta. Il giorno dopo Ignis e Noctis si sarebbero lamentati dell’odore. Gladio arricciò le labbra, ma non le disse nulla.

«Allora?» chiese Munro. «Hartwood, giusto? Di cos’è che ti occupi?»

«Sicurezza» rispose lei, e Gladio si mordicchiò l’interno delle labbra per non ridere.

Iniziava a credere che sarebbe stata una serata imbarazzante.

II

Silia restò per lo più in silenzio, tanto che si pentì di aver chiesto all’amico di unirsi a loro. Munro ne aveva bevute tre, di birre, e non aveva mai retto particolarmente l’alcool. Non era propriamente ubriaco, ma parlava a briglia sciolta, raccontando aneddoti, ridendo da solo, facendole domande cui lei rispondeva a mezze frasi o non rispondeva affatto. Si rivolgeva spesso a lei, insistentemente, e Gladio non faticava a capire perché: Silia era difficile da inquadrare, cosa che lo incuriosiva, e sottilmente beffarda nei suoi confronti, cosa che lo indispettiva.

Sarebbe stata una serata imbarazzante ma innocua, dopotutto, se Munro non si fosse messo a parlare di lavoro.

«Sai» stava dicendo a Silia «io lavoro per la Cancelleria Reale. Burocrazia, per lo più, ma è un lavoro interessante, hai sempre per le mani una gran quantità di informazioni.»

«Sì?» rispose educatamente lei. Gladio soffocò una risatina.

«Non sai quante» si vantò. «La guerra, per esempio. I telegiornali minimizzano. D’altronde, va avanti da così tanti anni che alcuni non ricordano nemmeno più perché è iniziata. I niff avanzano, d’accordo, ma da quando Re Mors, trent’anni fa, ha isolato Insomnia, i cittadini non ne avvertono più le conseguenze, se non quando arriva una nuova ondata di immigrati.»

Silia, accanto a lui, aveva raddrizzato la testa, più interessata. Non commentò.

Munro parve accorgersi di essersi finalmente guadagnato la sua attenzione. Bevve un abbondante sorso di birra e si asciugò le labbra. «Gli angoni» disse, e Gladio fece una smorfia, perché sapeva fin dall’inizio che avrebbero finito per toccare quel nervo scoperto «quindici anni fa sembravano l’arma decisiva. Purtroppo non sono stati all’altezza della situazione. Ne ho conosciuto uno, sai? Prima che si arruolasse, ovviamente. Julius Clipeus.»

Julius. Gladio si voltò a scrutare Silia, che non diede segno di aver riconosciuto quel nome. Impassibile come una sfinge.

«È andato via di casa mettendosi contro tutta la sua famiglia. Voleva vedere il mondo. Chi glielo ha fatto fare? So che è morto.» Bevve un altro sorso di birra. «Non mi stupisce. Giurare con gli angoni equivale a firmare una condanna a morte.»

Quasi aspettandosi che gli saltasse alla gola, Gladio continuava a fissare Silia. Era tesa, immobile, con il mento appoggiato al dorso della mano, e guardava Munro senza quasi batter ciglio. Gli ricordò il Coeurl accucciato, pronto ad azzannare la preda, che Verman le aveva tatuato sulla schiena. Per la prima volta, sebbene non fosse proprio il momento più adatto, trovò Silia bella, e sentì un guizzo alla bocca dello stomaco.

«La verità è che dovremmo rassegnarci a ripiegare» continuò Munro. «Gli angoni sono uno spreco di tempo e denaro, impiegati così. Sarebbero più utili qui, in città, che non a difendere confini puramente nominali che, comunque, si vanno restringendo sempre più. Non fraintendetemi, abbiamo fatto bene a investire nel loro addestramento» precisò «leggo costantemente i report che arrivano dal fronte. Gli angoni sono micidiali. Tra loro e la Barriera, Insomnia sarebbe veramente in una botte di ferro. Ma dovremmo concentrare le difese sulla città, invece di mandarli a sciamare per tutta Lucis e ad ammazzarsi contro daemon e magitek.»

Gladio fu tentato dall’appoggiarle una mano sul ginocchio, sotto il tavolo, per calmarla. Se Silia si fosse scagliata su Munro, sarebbe finita male per tutti e tre. Ma lei si limitò ad accendersi una sigaretta con gesti tranquilli. «Per cui» scandì, con pazienza, come se stesse spiegando qualcosa di difficile a un bambino «gli angoni dovrebbero combattere per la sola Insomnia. Sai che pochissimi di loro sono originari della capitale, Oswine? Sono tutti delle province esterne.»

«Certo che lo so. E allora?» rispose lui. «È al regno che hanno giurato fedeltà. Per la famiglia e per la patria, recita il loro motto, ma la patria è Insomnia, non le loro città già perse.»

«Munro, non parlare così. Silia è…» s’intromise Gladio, prima che la discussione degenerasse, ma fu Silia ad appoggiargli una mano sul ginocchio e a stringerglielo in una presa ferrea. Non voleva che glielo dicesse. Gladio chiuse la bocca di scatto.

«…è una simpatizzante degli angoni, questo l’avevo capito anch’io.» Con disinvoltura, Munro si addossò allo schienale e inclinò la sedia sulle due gambe posteriori. Sorrise con aria comprensiva. «Hartwood, non prendertela, è solo la mia opinione, anche se condivisa da molti. Sai quanti angoni sono rimasti? Ci lavoro, con i report che arrivano dal fronte. Di centoventi che erano, e parlo solo del primo gruppo, adesso sono…

«Cinquantadue» completò per lui Silia. Si alzò. «L’ultimo caduto si chiama Faruq Jameel, Squadra 2. Dichiarato morto alle diciassette e zero sei di martedì scorso. Un daemon. Date le ferite multiple sul cadavere non è chiaro se il colpo mortale l’abbia inferto un Ronin o un Alyadin.»

Munro la guardò a labbra socchiuse, apparentemente dimentico della sigaretta che gli si stava consumando tra le dita. «E tu come…?»

Silia non lo fece finire. Si appoggiò un dito sulle labbra per zittirlo, in un gesto composto e insieme irritante. «Immagino che i tuoi report, Oswine, siano ineccepibili. Ma c’è qualcosa che non troverai, su quei report.» Gli si affiancò – anche se lei era in piedi e lui seduto, Silia lo sovrastava solo di poco – e appoggiò la mano sul tavolo vicino al suo bicchiere. Non aveva assunto alcun atteggiamento minaccioso, ma con quel semplice gesto, comprese Gladio, intendeva imporsi a Munro. «Faruq Jameel aveva venticinque anni. Una sorella a Carador. Adesso dovrebbe avere dodici anni. I suoi genitori sono morti durante l’occupazione della città. La settimana prima di Faruq è morto Nicolas Caleigh, Squadra 4. Ventisette anni. Ha coperto la ritirata degli altri membri della sua unità. Nicolas, al contrario di Faruq, non aveva più nessuno. È arrivato a Insomnia, con un’ondata di immigrati, nel 750. Si è unito agli angoni già adulto.»

Munro, adesso, aveva compreso. Non poteva essere altrimenti. Aprì e chiuse la bocca due volte, ma Silia non lo lasciò parlare.

«Questo c’era nei tuoi report, Oswine?» sorrise.

Munro aveva perso tutta la sua baldanza, ma non demorse. «Senti, Hartwood, ho capito benissimo cosa vuoi dire. Mi dispiace per le perdite. Ma non mi rimangio niente, le cose non cambiano. Visto che stai subendo questa guerra sulla tua pelle, proprio tu dovresti per prima concordare con me. A cosa serve continuare a morire contro l’Impero? Gladio, diglielo anche tu.»

Silia spostò lo sguardo su di lui, in silenzio. Adesso fu lui a sentirsi come se un pericoloso felino gli stesse facendo la posta, aspettando un suo passo falso.

«Silia sa come la penso» si sbilanciò. «Se non ci fossero stati gli angoni, adesso gli Imperiali ci aliterebbero sul collo. E né tu, né tanto meno io, Munro, abbiamo il diritto di parlare. Non siamo mai stati là fuori a combattere.»

«Non la pensavi così fino a poco tempo fa» lo sferzò Munro, indispettito, poi parve calmarsi. «Ma si sa, le nostre donne hanno sempre ragione.»

«Munro, basta.» Non si era intromesso fino a quel momento, perché conosceva Silia e sapeva che si sarebbe incazzata ancora di più se avesse in qualche modo preso le sue difese, ma ora che lui l’aveva tirato in mezzo non se ne sarebbe stato zitto. «Silia non è la mia donna, e forse è vero, che un tempo la pensavo come te sugli angoni, ma adesso non più. Ascoltare una testimonianza diretta invece di leggere un semplice report ti cambia un po’ la percezione delle cose.»

Silia si stava rimettendo la giacca. «Lascia perdere, Gladio. Vado a casa. Continuate pure la vostra rimpatriata.»

«Silia, aspetta.» Si alzò, ma lei appoggiò con fare deciso una banconota sul tavolo – la lanciò, in effetti – e si allontanò a passi svelti. Gladio sbuffò, grattandosi l’attaccatura dei capelli. Seguirla fuori avrebbe solo peggiorato il suo umore.

«Gladio, che cazzo» sbottò Munro. «Potevi dirmelo che uscivi con un angone. Non mi sarei certo messo a parlare della guerra. Ma che cazzo ci fa a Insomnia?»

«Ti ho già detto che non esco con Hartwood» gli ripeté. Quella sera, improvvisamente, scoprì che Munro non era poi così divertente come l’aveva sempre reputato.

«Seh. Vallo a dire a qualcun altro. Comunque ha proprio un brutto carattere.»

«Sai cosa?» disse, mettendosi anche lui la giacca. «Lo pensavo anch’io. Ma stasera ho cambiato idea. Se avesse avuto davvero un brutto carattere, ti avrebbe preso a cazzotti. E io, francamente, non l’avrei fermata. Sei stato proprio odioso.» Lanciò uno sguardo alla banconota che Silia aveva lasciato sul tavolo. Sorrise. «E ha anche pagato per tutti.»

III

Dopo quella disastrosa birra con Munro, Silia aveva continuato a negarsi. Non rispondeva al telefono, non veniva alla taverna, e gli sembrava eccessivo tenderle un agguato al comando della Guardia Cittadina. Iniziava a temere che, se non avesse fatto qualcosa, la loro conoscenza si sarebbe interrotta lì, per cui decise di procedere altrimenti.

L’indirizzo di Silia Hartwood corrispondeva a uno degli appartamenti geometrici e indistinguibili tra loro di uno stabile non troppo distante dalla Cittadella. Ricontrollò il numero dell’appartamento e salì le scale fino al settimo piano. Di aspettare l’ascensore non aveva voglia.

La porta dell’appartamento di Silia era identica a tutte le altre a destra e a sinistra della sua. Non una targhetta, né un nome. Ficcò una mano in tasca e con l’altra suonò il campanello. Si sentiva un po’ a disagio. Non credeva che avrebbe apprezzato eccessivamente quella visita a sorpresa – sempre che fosse stata in casa.

Quando Silia aprì la porta, riconobbe il piglio infastidito che le aveva costantemente corrugato le sopracciglia durante tutti i loro primi incontri. «Gladio? Cosa ci fai qui? Come hai scoperto dove abito?»

«Dimentichi chi sono» si vantò per coprire l’imbarazzo.

Silia indossava una camicia nera abbottonata alla rinfusa – forse se l’era chiusa di fretta quando aveva suonato il campanello – e un paio di pantaloni da tuta dello stesso colore. Non lo fece entrare. Si appoggiò all’intelaiatura della porta, quasi a sbarrargli il passo. «D’accordo, hai spiato il mio domicilio sugli archivi. Ma perché sei venuto?»

«Controllato, non spiato» la corresse. «Ho un pass di accesso di massimo livello per quasi tutte le banche dati di Insomnia.» Era una menzogna. Per accedere alle informazioni sui corpi militari aveva dovuto usare il pass di suo padre. «Dai, Silia, fammi entrare. Non puoi scomparire per dieci giorni in questo modo.»

Mossa sbagliata. «Non posso?» chiese lei, incredula. «Gladio, faccio il cazzo che mi pare quando non sono in servizio. Ciao.» Fece per richiudere la porta.

«Okay, scusami» tentò maldestramente di rimediare. «È solo che… andiamo, Silia, non siamo più due sconosciuti. Mi dispiace per quello che è successo con Munro. Non è un cattivo ragazzo, è solo che…» …che è un idiota, avrebbe voluto dirle.

«Non è successo niente con Oswine» negò lei.

«Dobbiamo continuare a parlarne sulla porta?»

«No. Entra» disse, di malavoglia, e si scostò, facendolo entrare nel minuscolo ingresso.

«Non sapevo non potessi ricevere uomini a casa. Oppure ho interrotto qualcosa?»

«Gladio» sputò lei, con fastidio. «Cosa vuoi da me?»

Gladio si grattò l’attaccatura dei capelli. «Non lo so. Capire cosa ti è preso, credo. Okay, Munro ha sparato un sacco di cazzate sugli angoni e sulla guerra. È stato uno stronzo. Ma io non c’entro.» Si accorse solo in quel momento che erano ancora nell’ingresso. «Possiamo andare di là? O vuoi tenere la porta vicina per sbattermi fuori non appena possibile?»

«Possiamo andare di là» concesse lei, e gli fece strada. «Ma è molto diversa dalla vostra villa, Amicitia. E c’è sporco e disordine, il mio maggiordomo ha la giornata libera.»

Gladio schioccò la lingua sul palato, seguendola. Quel po’ del suo appartamento che vide, in ogni caso, non era disordinato né sporco, e si sarebbe stupito del contrario data la disciplina militare che le era stata impartita. Silia lo condusse in una stanza piccola e spoglia: un letto di ferro con un materasso sottile, un tavolinetto di legno per comodino con una lampada, un minuscolo armadio, una scrivania. La casa di chi non ha una casa. L’unico dettaglio che lo colpì fu la gran quantità di libri ordinatamente allineati e impilati sulla scrivania, alcuni ancora intonsi.

Lei sedette sul letto. «Gladio, ascolta. Non saresti dovuto venire. Non sono incazzata per il tuo amico Oswine. Non è certo l’unico a essere di quell’opinione, da quando sono a Insomnia ho sentito quei discorsi decine di volte, anche espressi in termini meno soavi. È solo che…» Si sporse a prendere accendino e sigarette sul tavolino accanto al letto e se ne accese una. «La gente comincia a parlare» disse semplicemente.

«A parlare di cosa?» le chiese, occupando senza invito la sedia davanti alla scrivania.

«Di noi. Del fatto che ci si vede spesso insieme. Da Samuel ci scherzano su tutti, ma quello non mi preoccupa. Chiacchiere da taverna, appunto. Ma anche il tuo amico Oswine sembrava esserne convinto. Non va bene.»

Gladio aggrottò le sopracciglia. «Ma senti senti. Pensavo fossi il tipo che se ne frega delle chiacchiere della gente.»

Silia si leccò le labbra, distogliendo lo sguardo. «È così, di solito. La verità è che non mi va che si dica in giro di te che te la fai con un angone.»

Gladio si sentì come se gli avessero iniettato dell’anestetico nel viso. Gli era diventato così naturale stare in compagnia di Silia che non aveva mai pensato che qualcuno potesse travisare la natura cameratesca del loro rapporto, se non qualche mente distorta. Munro aveva fatto qualche battuta, è vero, ma non ci aveva dato peso. Scherzi tra uomini. «Silia» disse, seccamente. «Non c’è niente di sconveniente tra noi. Siamo due adulti che a volte passano un paio d’ore insieme bevendo birra e parlando di guerra. Ci alleniamo insieme. Non vedo perché qualcuno dovrebbe equivocare.»

«Perché, ti piaccia o no, sei Gladio Amicitia» sottolineò lei. «E io un angone del Re.»

Gladio riuscì a sorridere. «Silia, ti sono grato per la tua delicatezza, sul serio, ma a me non interessa se qualcuno fa battute. Mi interessa se sparisci per dieci giorni senza dare tue notizie.»

Silia non rispose. Quella generosa premura, così inaspettata da parte sua, lo lusingò. «Lascia perdere Munro. Gli piace prendermi in giro. È una cosa che avete in comune» ammiccò. «Mi spiace solo che sia stato così stronzo. E tu sei stata fantastica. Gli hai risposto in modo così pungente e controllato che mi sono venuti i brividi. Temevo che gli avresti spaccato la faccia.»

Lei fece un mezzo sorriso, alzandosi dal letto. «Avrei voluto. Visto che ormai siamo qui, Gladio, prendo due birre.» Sparì nella stanza accanto, probabilmente un cucinino, a giudicare dai rumori, e tornò una manciata di secondi dopo con due lattine.

Gladio sedette, prendendone una, e bevvero. «Quindi» si azzardò a chiedere «è tutto a posto?»

Silia annuì lentamente. Toccò la sua lattina con la propria. «Se lo è per te. Lo è?»

«Certo che sì. Non è per puntualizzare, Silia, ma raramente manco ai miei doveri. Voglio trascorrere il mio tempo libero come mi pare, con chi mi pare, soprattutto se non faccio nulla di male, come in questo caso. Ti ho detto che ho pochi amici, Silia. Non ci conosciamo da molto, ma tu sei una di loro.» Si vergognò di averlo detto, e bevve un altro sorso di birra per mascherare l’imbarazzo. Si sentiva anche sollevato. Tornò a guardarsi intorno, in cerca di un argomento di conversazione meno spinoso. La divisa da angone di Silia, pulita e in ordine, era appesa vicino all’armadio. C’erano due spade gemelle, appoggiate al muro, lucide e ben tenute, ma costellate di graffi e abrasioni che testimoniavano quanto fossero state usate in battaglia. Lo sguardo gli cadde su un enorme tomo della Cosmogonia sul tavolinetto accanto al letto.

«Leggi molto, eh, Silia?»

Lei negò, allungandosi per spegnere la sigaretta nel posacenere. «Non sono riuscita a studiare. Sto recuperando adesso: te l’ho detto, che non dormo molto.» Il suo tono era ora secco. «Ad Ambrosia la situazione non era…» Si strinse nelle spalle. «E neanche a Insomnia. Poi sono entrata nel corpo degli angoni e ho ricevuto un altro tipo di istruzione.»

Gladio era pienamente cosciente della sua esistenza privilegiata. Aveva sacrificato molto – lui stesso non aveva avuto una vera adolescenza, al contrario di Iris, impegnato com’era ad addestrare Noctis e a fargli da guardia del corpo – ma almeno non aveva mai avuto il problema di dover mettere qualcosa a tavola per cena. E aveva ricevuto un’istruzione, che dava sempre oltremodo per scontata.

«Ma ho imparato a leggere.» Silia fece un gesto verso le pile di libri. «E se sai leggere, puoi imparare virtualmente tutto, se hai tempo di farlo. La storia, per esempio. Non è lineare come crediamo, ma ciclica.»

«È una cosa sorprendente» sorrise Gladio.

Anche lei sorrise, ma con sarcasmo. Se c’era una cosa che Gladio aveva imparato, era quanto fosse facile far mettere Silia sulla difensiva. Poteva passare dall’imbarazzo al dispetto, e dal dispetto a una sorta di ruvida gentilezza, in pochi secondi. «Credevi che fossimo tutti dei cafoni ignoranti? Mi ha insegnato a leggere mio padre. Mi stava insegnando a leggere quando l’hanno ammazzato gli imperiali. Avevo quattro anni. Ho continuato da sola.»

Aveva sentito storie del genere, e anche peggiori, molte volte, ma adesso che si trattava di Silia tutto gli sembrava più vicino e reale. Il fronte, da quando la conosceva, da quando lei gli sedeva così vicino che poteva contare le sue cicatrici, non era più una realtà lontana, ma un cappio che si andava restringendo attorno a Insomnia e che prima o poi l’avrebbe strangolata. Guardò Silia, seduta sul letto con le gambe leggermente divaricate, la bottiglia di birra alle labbra, i capelli arruffati che le ricadevano scompostamente sugli occhi, e si chiese per l’ennesima volta come avesse fatto, quando l’aveva incontrata, a crederla una ragazza giovane. «Quando sei andata via da Ambrosia?» le chiese per la prima volta. Silia tendeva a evitare accuratamente di parlare degli anni precedenti al suo ingresso negli angoni.

Silia inarcò le sopracciglia. «Ambrosia, come Galahd e molte altre città ai confini di Lucis, fu invasa dalle forze imperiali, e Lucis non riuscì a recuperarla. I soldati del presidio di guarnigione, umani, non magitek, si divertivano a tormentare la popolazione, soprattutto donne e ragazzini. E noi ragazzini ci divertivamo a organizzare loro qualche scherzetto. Eravamo feroci e sfrontati, piccoli guerriglieri cresciuti nell’odio verso le forze d’occupazione e nella vergogna verso i nostri genitori che non facevano nulla per reagire. Un giorno uno di noi, Marius, il mio migliore amico, pensò che sarebbe stato divertente infiltrarsi nel loro hangar e lacerare tutte le ruote delle loro macchine di ordinanza. Si tirarono tutti indietro, a parte io e lui. Avevamo undici anni, e ci facemmo scoprire, ma Marius si consegnò per darmi modo di scappare.»

Gladio non faticò a immaginarsela ragazzina, ancora più selvatica di adesso, una creatura di strada piena di risentimento. «Lo uccisero?»

Silia scosse la testa. «No. Ma non per pietà. Non è esattamente un’idea strategica giustiziare un ragazzino di undici anni dopo aver ammesso pubblicamente che è riuscito a infiltrarsi nell’hangar del presidio imperiale. Lo picchiarono selvaggiamente e gli sfregiarono la faccia con una frustata. Gli rimase una cicatrice molto simile alla tua. Per poco non perse l’occhio.»

«E tu? Sei riuscita a scappare?»

Lei non rispose né fece alcun cenno con la testa. «Non ne vado fiera.»

Gladio si ritrovò con la mano destra a mezz’aria verso il suo ginocchio. Si bloccò giusto in tempo, imbarazzato. «Eri solo una bambina, Silia.»

Se Silia notò il suo gesto, non glielo rimproverò. «Fu quell’episodio a spingere le nostre famiglie a rifugiarsi a Insomnia.»

«Che fine ha fatto quel ragazzino?»

«Marius? È entrato anche lui negli Angoni. È stato lui a parlare di me al Capitano Drautos.»

Gladio sorrise. «Sul serio? Sembra l’inizio di una romantica storia d’amore.»

«Non proprio. Siamo entrati negli angoni insieme, ma poco dopo l’inizio dei cinque anni di training abbiamo iniziato ad allontanarci. Adesso, tutte le volte che ci incrociamo, mi ignora o mi provoca pubblicamente con battute oscene e commenti maschilisti sulle angoni donne. Una volta, da ubriaco, ha cercato di mettermi le mani addosso. Gli ho rotto il naso.»

Si sentì indignato all’idea che in mezzo al corpo che proteggeva il Re e il Regno ci fossero elementi del genere. «Perché non l’hai denunciato al Capitano Drautos? Non ha mai fatto nulla per impedire questi disordini?»

Lei si scostò una ciocca di capelli dal viso, portandosela dietro l’orecchio. «Non l’ho denunciato per riguardo a quanto aveva fatto per me quando eravamo piccoli, credo. Ma non solo. Non è facile per noi donne, nell’esercito. Se non mostriamo gli artigli, per noi è finita. E correre in lacrime dal Capitano per denunciare che ti hanno messo le mani addosso, quando già è opinione comune che le donne nell’esercito servano solo a distrarre gli uomini dai combattimenti, è la cosa peggiore che puoi fare.»

«Il Capitano Drautos non condivide quest’opinione sulle angoni donne, però» osservò lui. «Altrimenti non le avrebbe arruolate fin dal principio.»

Silia scosse la testa. «No, non il Capitano Drautos. Ma noi angoni non siamo come voi nobili fighetti della Guardia Reale. Non siamo un corpo omogeneo. Quasi tutti siamo di estrazione sociale umile, e proveniamo da province diverse. E per quanto il Capitano Drautos ci tenga alla disciplina, gli angoni sono più un manipolo di mercenari idealisti che non un ordinato reparto militare. Le piccole beghe ce le risolviamo tra di noi.»

«Ah, e così io sarei un nobile fighetto?» ribatté lui, per metà ironico e per metà offeso. «È questa l’opinione che avete della Guardia?»

Silia si strinse nelle spalle. «Non volevo offenderti. Ma quanti tra voi sono di umile origine, Gladio?»

«Cor Leonis, il Generale, è di umili origini e si è fatto strada solo grazie alle sue forze. Non lo sapevi?»

«No» ammise lei. «Altri?»

Gladio aprì la bocca per rispondere, ma non gli venne in mente nessun altro. «La Guardia è nata per proteggere la Famiglia Reale. Le Guardie sono scelte dal Re in persona, per cui è scontato che molte siano nate nelle famiglie vicine al Re, e quindi nobili.»

Silia annuì. Si stiracchiò. «Al contrario, quasi tutti gli angoni sono nati in città di confine, compreso il Capitano. Orfani e profughi affamati e feroci, ragazzini in cerca di riscatto o di vendetta verso Niflheim.»

«L’avete avuto, il vostro riscatto. Siete riusciti a entrare nell’élite militare del regno.»

«Sì, e a morire sul fronte, molti di noi» completò per lui Silia. «Ma meglio così che di MRSA4. E meglio che prostituirsi. Meglio ancora che vivere a capo chino in una città occupata da un presidio di soldati imperiali che stuprano tua madre o tua sorella, picchiano tuo padre e impongono tasse allucinanti.» Non guardava più lui, ma verso la finestra. Una volta di più, Silia lo stava facendo sentire un privilegiato. «E per di più» continuò, voltandosi di nuovo verso di lui «i cittadini di Insomnia, come il tuo amico Oswine, al sicuro nelle loro case, protetti dalla Barriera, ci chiamano sanguisughe, diffidano di noi o addirittura ci disprezzano.» Vide che si accarezzava la gamba destra.

«I cittadini di Insomnia raramente si accorgono di quanto sono fortunati» commentò Gladio, un po’ avvilito. «Voi angoni avete fatto molto.»

«Stuzzicadenti ad arginare una diga» sussurrò Silia. Continuava a massaggiarsi la gamba. «Oswine ha nominato Julius Clipeus. Lo conoscevi anche tu?»

Gladio annuì. «Volevo proprio chiedertelo. Suo padre, Livius Clipeus, è nel Concilio.»

Silia fece un mezzo sorriso. «Clipeus della Squadra 1. Un bel ragazzo, più vecchio di me di un paio d’anni. Non si è mai integrato più di tanto durante l’addestramento. Prevedibile, era un rampollo di origine nobiliare in un gruppo di straccioni. Non eravamo tanto in confidenza, ma mi piaceva, per lui fuori da Insomnia era tutto nuovo ed emozionante. Non posso dire di aver mai capito fino in fondo perché l’abbia fatto: noi non avevamo nulla da perdere, lui tutto. Mi è dispiaciuto molto che abbia visto così poco.»

«Anche a me piaceva» confessò Gladio, ma non aggiunse che la loro reciproca simpatia nasceva dal fatto che a entrambi Insomnia stava stretta. «Quando se n’è andato di casa è scoppiato il finimondo. Suo padre non lo nomina neanche più. Posso chiederti com’è morto?»

«Un Behemoth. Ci vuole un po’ per tirarli giù, e lui ha fallito una proiezione. Capita molto spesso ai novellini, e non solo a loro.» Tornò a toccarsi la gamba. Quella sera doveva darle qualche noia.

«Silia» si decise a domandare. «Sei sempre evasiva quando si parla della tua gamba. Non che desideri saperti sul fronte a rischiare la vita, ma sono certo che ogni angone, in questo momento, è prezioso. Cosa ci fai tu a Insomnia da mesi?»

Silia arrossì, schiudendo le labbra in una smorfia incredula. «Stai forse insinuando che mi sto nascondendo per…?»

«No, no, Silia» si affrettò a negare «per carità. Non ne posso più di sentirti dire che vuoi tornare sul fronte. Al contrario, sto dicendo che se sei qui deve esserci una buona ragione.»

Lei sospirò a labbra serrate, e parve calmarsi. Senza alcun preavviso, arrotolò la gamba destra del pantalone. Gladio inorridì: si era aspettato una brutta ferita, non una gamba artificiale.

«Ma che diavolo…?»

«Ho perso la gamba a metà ottobre» disse placidamente. «Per questo sono qui. Questa è in lega di acciaio e artigli di Bandersnatch. Non chiedermi come diavolo abbiano fatto, so solo che è quasi meglio di una gamba vera, ma che devo abituarmi a usarla come tale.»

«Posso?» le chiese, avvicinandosi, suo malgrado affascinato. Silia annuì, e lui sedette sul letto, accanto a lei, e le appoggiò la mano sul ginocchio, come stava per fare poco prima. La protesi era tiepida, anche se rigida, e così simile a una vera gamba, dall’attaccatura della coscia alla caviglia, che non se n’era mai accorto. «Senti la mia mano?»

«Certo» annuì Silia. «Non è un pezzo di metallo, è collegata alle mie terminazioni nervose.» Stese la gamba, articolando la caviglia e il ginocchio. «Non è la stessa cosa, ovviamente. È stato strano, la prima volta che ho messo il piede a terra. Sento il tuo tocco, ma non il calore, o la consistenza della tua pelle.»

«Wow» disse lui, semplicemente, e poi un pensiero lo colpì. «Silia, in così poco tempo sei già in grado combattere a quel livello?»

Lei sorrise. «Non adularmi, Gladio. Non sono ancora come prima, e infatti lo specialista che mi segue continua a rifiutarsi di rimandarmi sul fronte.» Srotolò di nuovo la gamba del pantalone. «Non ne parliamo più. Andiamo a mangiare qualcosa fuori? Temo di non essere attrezzata per una cena.»

«Oh» Gladio si massaggiò gli avambracci. Stava quasi dimenticando la promessa fatta a Iris. «Mi piacerebbe, Silia, sul serio, ma devo scappare. Stasera ho una cena molto importante.»

Silia ghignò, accendendosi un’altra sigaretta. «Un appuntamento galante?»

Gladio sorrise a sua volta, alzandosi. «Già. È bruna, molto carina, ma ha anche un bel caratterino.»

«Non farla aspettare, allora.»

«No. Visto che passiamo poco tempo insieme, se faccio tardi mia sorella si arrabbia.»

Silia si tirò su, forse per accompagnarlo alla porta. «Non voglio che trascuri la tua famiglia per me, Gladio. Vai.»

La seguì fino alla porta d’ingresso. «Visto che è tutto chiarito, ci vediamo domani da Samuel?»

«Domani ho il turno di notte» rispose lei, e Gladio per un attimo si chiese se non fosse una scusa. «Dopodomani. Ma, anche se è tutto chiarito, cerca di non farti vedere mentre esci da casa mia.»

Chapter Text

7

Dubitando ad veritatem pervenimus

I

Quando si era trasferita nel suo nuovo appartamento a Insomnia dopo essere stata dimessa dal Centro Medico, durante le ore trascorse stordita dagli antidolorifici a guardare le luci della città dalla finestra – qualcosa di molto simile a un trip allucinogeno, anche se non aveva mai assunto droghe a scopo ricreativo – Silia aveva creduto che non si sarebbe mai abituata alla vita cittadina, né desiderava farlo, convinta com’era che sarebbe tornata sul fronte entro breve. Da quando si era unita agli angoni, non era mai stata ferma nello stesso posto tanto a lungo, non c’era mai stato un luogo che potesse chiamare casa, non aveva mai avuto modo di parlare con le stesse persone per più di un mese o due, con l’eccezione, naturalmente, dei suoi compagni e del Capitano.

La stupì dunque trovarsi adattata, o quasi, a quella nuova e temporanea fase della sua vita. Le sue attività nella Guardia Cittadina erano poche e noiose. La Capitale aveva di certo le sue grane – rapine, furti, atti di vandalismo – ma la stupì scoprire quanto fosse tranquilla in proporzione alla densità demografica: era una cartina al tornasole dell’influenza di Re Regis. Non le capitò mai di dover usare la sua pistola d’ordinanza, perché, per quanto tra gli angoni non eccellesse in forza fisica, lì, nel mondo civile, bastava e avanzava per bloccare un sospetto o disarmare un bersaglio minaccioso senza danni a persone o cose. Con ben poche eccezioni, tuttavia, ciò non la fece amare molto più dai colleghi: solo con Crux aveva stretto una sorta di confidenza, e pochi altri le dimostravano simpatia. Il suo partner ci scherzava su: erano solo invidiosi di lui, diceva, perché da quando lavoravano insieme era immune a ogni rischio.

Aveva preso ad allenarsi sempre più spesso con Gladio Amicitia, e, sebbene continuasse a essere fermamente convinta che non c’è modo migliore di affinare le proprie capacità che rischiare il culo ogni giorno, aveva imparato molto da un avversario come lui. La loro relazione si era evoluta da una conoscenza casuale a un’inaspettata complicità. Al mattino, quando lui non aveva nulla di meglio da fare e lei non era di turno, Gladio la accompagnava a fare un giro in città. Le mostrava parchi, negozi ed edifici, le metteva in mano oggetti d’uso quotidiano che non aveva mai visto, come consolle per videogame, cellulari d’ultima generazione, computer portatili, le parlava di sé, dei suoi amici e della Capitale. Nel bene e nel male, le aveva detto una volta, dovresti conoscere ciò che proteggi a rischio della tua vita. Alla sera, un paio di volte la settimana, continuavano a vedersi da Samuel, e aspettavano le dieci o le undici per sgattaiolare al Centro d’Addestramento, dove sudavano per ore scontrandosi con accanimento, provando tecniche di combattimento coordinate che difficilmente avrebbero avuto modo di sperimentare contro un avversario.

In quei mesi, Silia non conobbe mai la sorella di Gladio, né Ignis Scientia o Prompto Argentum, né tanto meno il Principe Noctis. Erano estremamente franchi su tutto, tra loro, ma lei iniziava ad avvertire una sorta di rumore bianco, una sensazione indefinibile che aveva provato spesso sul campo di battaglia prima di un’imboscata, ma prolungato, cronico, e sempre più percepibile. Non avevano nulla di cui rimproverarsi, lei e Gladio, eppure, in qualche modo, i loro incontri avevano il sapore della clandestinità. Una situazione che Silia stessa desiderava preservare, un ultimo paletto a separarli da un rapporto troppo stretto nato in un momento di disorientamento.

II

La collisione inaspettata contro un corpo solido e l’energia respingente in tal modo generata colsero Gladio così in contropiede che non riuscì a reagire. Il contraccolpo sullo spadone d’allenamento gli riverberò lungo le braccia fino al petto, mozzandogli per un attimo il respiro, e fu sbalzato all’indietro con violenza, contro il muro. Cozzò la testa e le spalle.

Quando tornò a mettere a fuoco, accasciato sul pavimento, la vergogna e l’indignazione superarono il dolore. «Per i Sei, ma sei impazzita?» ansimò, raddrizzandosi dolorosamente. Da tempo non prendeva una simile batosta. «Avevamo detto niente magia!»

Silia, altrettanto ansimante, sembrava spiazzata quanto lui, come se non si fosse resa conto di ciò che aveva fatto. «Sei impazzito tu? Con quell’affondo mi avresti spaccato la testa se non avessi castato la barriera!»

Si guardarono, furiosi, per una manciata di secondi, poi Silia ammiccò e parve dominarsi. Prese un profondo respiro, scostandosi i capelli sudati dagli occhi. «Scusami. È stata colpa mia. Ho reagito di riflesso. Ti sei fatto male?» Gli si avvicinò.

Si era fatto male. Credeva di non essersi rotto nulla, ma la testa e la schiena, soprattutto la zona dorsale, gli facevano un male cane. La sua spada d’allenamento, nell’impatto, era stata scagliata lontano con tanta forza che aveva crepato il muro, e solo allora comprese con quale impeto le fosse piombato addosso. Negli ultimi tempi i loro scontri erano diventati così accaniti che faticavano a contenersi. «No, scusami tu.» Si massaggiò la schiena offesa, fece una smorfia di dolore, poi, con delicatezza, sedette sul pavimento. «Avrei potuto ucciderti.»

Silia lo raggiunse e si inginocchiò dietro la sua schiena. «Sta’ fermo un attimo.»

«Cosa…?»

…vuoi fare?, avrebbe voluto chiederle, ma sentì il tepore della mano di Silia sulla nuca, e poi in mezzo alle scapole. Il tepore divenne un calore piacevole, corroborante, come un’onda benefica che si trascinò via il dolore.

Silia ritirò la mano fin troppo presto, e sedette accanto a lui. «Va meglio?»

Andava più che meglio. Gladio si sentiva leggero, riposato e in forze come prima dell’allenamento. Provò a stiracchiare la schiena, arcuò il collo. Il dolore se n’era andato. Aveva usato degli oggetti curativi, in precedenza, grazie al potere di Noct, ma era la prima volta che sperimentava gli effetti di un’energia. «Non dovevi usare una magia per me, Silia» le disse. «Sarebbe bastato un impacco di ghiaccio.»

Lei sventolò una mano in un gesto di sufficienza. «Vorrei ne esistesse una per riparare la palestra. Guarda che disastro.»

«Dobbiamo darci una regolata.» Gladio si passò una mano tra i capelli sudati. L’indomani avrebbe dovuto dare molte spiegazioni, ma per il momento non voleva pensarci. Si sentiva bene. «Da quando la tua gamba è a posto abbiamo incalzato sempre più il ritmo. Di questo passo finiremo per farci male sul serio.»

Di questo passosi corresse, sentendosi un po’ meno bene, l’avrebbero rimandata sul fronte entro un mese.

Il rientro di Silia era un dato di fatto, onnipresente nella loro quotidianità da quando si erano conosciuti grazie anche alle sue continue lamentele a riguardo, eppure, abituato com’era a vivere giorno per giorno, non aveva mai considerato che quel momento prima o poi si sarebbe concretizzato. Ora che diventava sempre più tangibile, l’idea lo innervosiva. Non riusciva a trovare esaltante quanto lei la prospettiva che sarebbe tornata in guerra a rischiare la vita.

«Senti, hai mai pensato di entrare nella Guardia Reale?» le buttò lì, senza pensarci, e se ne pentì subito.

«Eh? Cosa ti prende, così d’improvviso?» Silia si stava strofinando la testa con un asciugamano.

Gladio si morse il labbro inferiore. Cosa gli era saltato in mente? Non si era mai sentito di un angone entrato nella Guardia Reale. Non era nemmeno certo che la cosa fosse possibile: Silia Hartwood aveva prestato giuramento agli Angoni, e lo prendeva così seriamente che non si era ritirata nemmeno quando aveva perso la gamba e le era stata offerta quella possibilità. «Potrei parlarne con mio padre» proseguì. «Silia, sei un combattente di altissimo livello. Abbiamo iniziato ad allenarci perché potessi recuperare, e invece ora sono io che sto migliorando. Abbiamo bisogno di persone come te nella Guardia.»

Silia sorrise. Fu un sorriso languido, triste, che gli fece seccare la bocca e accaldare il viso anche se avrebbe facilmente trovato posto sul volto di una madre indulgente. «Gladio» sussurrò. «Sono un angone. È all’addestramento degli Angoni, al Capitano che ha accettato di ammettermi, che devo le mie capacità. Non abbandonerò il mio posto. Non parliamone mai più.»

«Ma perché?» s’infervorò, grattandosi l’attaccatura dei capelli. «Saresti più utile alla difesa del Re e del principe che non…»

Non riuscì a fermarsi in tempo, e Silia comprese perfettamente cosa intendeva dire. Si alzò e, senza guardarlo in faccia, senza degnarlo di una parola, si allontanò verso l’angolo della palestra in cui aveva abbandonato la felpa e le scarpe prima del riscaldamento. Gladio non riuscì a trattenersi, e si alzò a sua volta per raggiungerla. «Silia.» La sua voce rimbombò nel silenzio lugubre della palestra vuota. «Silia, mi dispiace» le gridò dietro. «Ma non capisci che…?»

Si fermò, nel bel mezzo della palestra, le labbra schiuse. Silia, immobile nell’atto di rimettersi la felpa, lo stava fissando. C’era ostilità, nel suo sguardo, ma anche una preghiera avvilita. Non farlo, gli stava dicendo,per favore.

Gladio non lo fece. Abbassò gli occhi sul parquet rovinato. Doveva fare un passo indietro, perché la situazione gli stava sfuggendo di mano, sempre di più, e lui era lo Scudo del principe Noctis Lucis Caelum, un uomo con delle responsabilità, non un adolescente in fregola. Tacque, perché qualunque parola avesse aggiunto sarebbe finita male. Era già finita male.

Fu quindi più sollevato che esterrefatto quando la porta della palestra venne sfondata da due uomini armati. Puntarono le berette d’ordinanza ora su di lui, ora su Silia.

«Non è niente!» gridò, alzando le mani. «Sono io! Gladio Amicitia, Guardia Reale! Non è successo niente!» Anche Silia, vide, aveva alzato le mani, ma in silenzio. «Non è successo nulla!» ripeté. Conosceva il più anziano dei due uomini, una guardia cittadina frequentemente di servizio alla zona della Cittadella. Cercò il suo nome tra i flutti della sua memoria. «Curtis, sono io.»

«Gladio Amicitia?» Curtis ammiccò e abbassò l’arma, facendo cenno al collega di fare altrettanto. «Il custode ha chiamato la Guardia Cittadina. Ha detto di aver sentito dei rumori di zuffa tremendi all’interno di una delle palestre del Centro d’Addestramento.»

«E non ha pensato, quell’aquila di Bernard, che potesse essere qualcuno che si allenava? Immagino fosse troppo codardo per venire a controllare di persona. Bel custode ci ritroviamo!»

«Il Centro è chiuso, Amicitia. È l’una di notte, se non se ne fosse accorto.»

No, non se n’era accorto. Perdevano sempre il senso del tempo quando combattevano.

«Che diavolo è successo qui?» chiese il collega di Curtis, guardandosi intorno e poi appuntando lo sguardo sospettoso su Silia. «Lei è…?»

«Sono Silia Hartwood, Angoni del Re» rispose lei, tranquillamente, sfilandosi con gesti lenti la catenella. Fece oscillare la piastrina, avvicinandosi al collega di Curtis, un ragazzo sulla trentina. «Codice identificativo SH014S6. Collaboro con voi da tre mesi. Entrambi i miei distintivi, quello degli Angoni e quello della Guardia Cittadina, sono dentro il portafogli, nella mia giacca.»

«Che diamine sta succedendo, si può sapere?» volle sapere Curtis.

«Una sessione d’allenamento sfuggita di mano» spiegò Gladio. Indicò il muro crepato e forzò un sorriso. «Ci abbiamo dato troppo dentro. Mi spiace. Pagherò tutto io e presenterò delle scuse formali.»

«Il custode ha detto che gli è sembrato di sentire un’esplosione. E cosa ci fa lei qui, Hartwood? Il Centro d’Addestramento è riservato alla Guardia Reale.» Si voltò verso Silia.

«Colpa mia. Hartwood è in città per un infortunio e le ho chiesto di allenarsi con me.»

«No, è colpa mia» lo contraddisse Silia con tono astioso, avvicinandosi a loro. Gladio aveva quasi dimenticato che le due guardie avevano interrotto il principio di una grave lite. «È stata una mia idea. Sapevo di non avere le autorizzazioni e ne risponderò io. Anche dei danni. Si segni il mio codice identificativo. Parlerò con Lars, con il Generale Leonis, e con chiunque serva.»

Gladio s’intromise. «Non serve. Ascolti, Curtis. Mi spiace per i danni, ma non c’è altro posto dove possiamo allenarci seriamente senza costituire un pericolo per persone o cose. Pensi a cosa sarebbe successo se ci fossimo trovati all’aperto, magari con dei civili in giro.»

Curtis mantenne il piglio severo, ma sembrava rabbonito. «Non potete allenarvi come tutte le persone normali, Amicitia? Giri di corsa, bilancieri, punching ball?»

«Andiamo» gli rispose amichevolmente. «Se ci limitassimo a quelle banalità per principianti, lei non potrebbe difendere i nostri confini da quei cani degli imperiali e io sarei una ben misera guardia del corpo per il principe.»

Curtis sospirò. «Dovrò stendere un rapporto per la Guardia Cittadina. Hartwood» disse con voce severa, scrutandola. «Con tutto il rispetto, si ricordi che non può fare quello che vuole solo perché è un angone. In questo momento lei collabora con la Guardia Cittadina, e le regole valgono anche per lei.»

Silia aprì la bocca per rispondere, e dalla sua faccia Gladio capì che non sarebbero stati convenevoli. Gli angoni, sebbene fuori dalle gerarchie militari in quanto corpo speciale, erano ben al di sopra delle guardie cittadine, e anche se Silia non gli sembrava il tipo da dar peso a queste cose, Curtis non era autorizzato a parlarle in quel modo. Ancora una volta, Gladio si mise di mezzo: la raggiunse e le fece scivolare un braccio dietro le spalle con fare cameratesco. Un po’ di scena a beneficio della Guardia Cittadina. «Su, Curtis, non mi metta nei guai. Hartwood è il miglior sparring partner che abbia mai avuto. Se passa qualche noia con la Guardia mi ritrovo senza un avversario degno. Possiamo fingere che mi sia scivolata la mano mentre mi allenavo da solo? La prossima volta staremo più attenti. Promesso.»

Curtis ci pensò un attimo su, poi cedette. «E va bene. Sul rapporto scriverò che si è trattato di un falso allarme e che i danni sono stati causati da lei, Gladio Amicitia. Ma se vi fate di nuovo notare qui in piena notte, siete nei guai.»

«Aspetti» stava iniziando a dire Silia.

«Staremo più attenti» ripeté Gladio, stringendole una spalla per invitarla a star zitta, poi tese la mano amichevolmente prima a Curtis e quindi al suo partner. «Grazie ancora, e buon lavoro. Ce ne andiamo a letto.»

Quando le due guardie cittadine furono uscite, Gladio lasciò andare Silia. Era stato come abbracciare un tronco di pino. Senza più guardarla in faccia, andò a prendere la giacca. Avrebbe volentieri fatto a meno di uscire all’aria aperta sudato fradicio, ma non voleva trattenersi ancora, nemmeno il tempo necessario per una doccia.

«Gladio» lo chiamò Silia.

Gladio si voltò con una smorfia, aspettandosi la ripresa delle ostilità. Conoscendola, il fatto che avesse preso le sue difese con le guardie cittadine non deponeva a suo favore, anzi. «L’ho fatto per farli togliere dai piedi senza che dicessero niente a nessuno» si giustificò anzitempo. «I danni sono poca cosa e al massimo mi prenderò un’occhiataccia da Cor Leonis e un borbottio da mio padre. Hai sentito cos’ha detto alla fine quel Curtis? Se vi fate notare, non trovare. Possiamo continuare ad allenarci qui. Se vuoi ancora.»

Silia si limitò a tirarsi su la zip della felpa, senza guardarlo in faccia. «Fammi sapere a quanto ammontano i danni. Ci vediamo.»

III

Dieci giorni dopo, passandole il risultato della sua ultima elettromiografia, Cornell le diede finalmente il permesso di rientrare in battaglia. Non poteva dire che quella comunicazione fosse giunta del tutto inaspettata: si sarebbe stupita del contrario, in realtà, e non ne aveva parlato con nessuno per scaramanzia. Accolse la notizia senza scomporsi, ma non riuscì a contenere un sorriso.

Cornell fu acido come sempre: «Spero sarai soddisfatta, Hartwood. Il pericolo finisce per diventare una droga, non è vero?». Era accigliato, di cattivo umore. Forse s’era un po’ affezionato – e una parte di lei si chiese quanto ciò avesse influito sui tempi dichiarati necessari per il suo recupero –, forse temeva semplicemente che tutto il suo lavoro sarebbe andato sprecato.

«Dai, Cornell, avvisa tua moglie che non torni a cena. Ci andiamo a fare due birre da Samuel per festeggiare.»

«Non c’è nulla da festeggiare, Hartwood.»

Si erano visti molto di rado, da quando era finita la prima fase del suo recupero motorio, ma Silia ci scherzò su ugualmente. «Festeggiamo il fatto che non dovrai più vedere la mia brutta faccia. Non sei contento?»

Cornell non si lasciò blandire. Chiuse la cartelletta con un gesto secco e si alzò. «Ho da fare, Hartwood. Arrivederci.»

Trascorsero tre penosi giorni senza novità, durante i quali Silia continuò a esercitare le sue incombenze alla Guardia Cittadina. Rivide Gladio, una sera, ma non se la sentì di condividere la notizia con lui, non dopo ciò che era successo tra loro in palestra, non senza una data certa per la sua partenza, che comunque non poteva essere lontana. Frustrata, preoccupata e irritata, chiamò il Centro Medico e si fece passare Cornell per chiedere spiegazioni. Lui rispose di malavoglia, e la informò seccamente che aveva inoltrato tutta la documentazione medica al Capitano Drautos senza ricevere risposta. «Abbi pazienza, Hartwood» le disse poi, un po’ rabbonito. «Ti consiglio di goderti questi ultimi giorni di quiete. Se so qualcosa, ti chiamo io, ma smettila di starmi col fiato sul collo.»

Passò un’altra settimana. Con Gladio aveva cercato di comportarsi come sempre, ma la consapevolezza del suo imminente ritorno sul fronte e il pensiero dell’incresciosa discussione che il semplice accennarvi aveva generato la irrigidirono nei suoi confronti. Anche lui, d’altronde, non sembrava troppo a suo agio in sua compagnia, e nonostante si fosse esposto per continuare a garantire il loro allenamento nei locali del Centro di Addestramento, non capitò più. Avrebbe dovuto essere sollevata da quelle ritrovate distanze, ma non era così.

Infine, la mattina del decimo giorno dopo essere stata dichiarata nuovamente abile, Hector Lars la convocò nel suo ufficio. Silia dovette fare uno sforzo per dominarsi e per non percorrere i corridoi di corsa. Prese un profondo respiro e bussò alla porta.

«Entri, Hartwood.»

Silia entrò con un cenno del capo. Hector Lars la stava aspettando seduto dietro la sua scrivania.

«Voleva vedermi, Comandante Lars?»

L’uomo strinse le labbra. Di rado era felice di vederla: la singolarità della sua presenza a Insomnia e della collaborazione di un angone con la Guardia Cittadina, imposta dall’alto, causava dei cortocircuiti nel sistema di poteri e gerarchie. Di fatto, Lars aveva quasi vent’anni più di lei ed era il Comandante della Guardia Cittadina, ma lei era un Angone del Re. Entrambi sapevano perfettamente che, se mai si fosse arrivati a tanto, l’autorità di Silia avrebbe prevalso su quella di Lars, ma avevano tacitamente concordato di comportarsi in modo che dall’esterno sembrasse che Silia prendesse ordini da lui. A lei non importava.

«Hartwood, è appena arrivata una comunicazione per lei. Probabilmente ne troverà copia anche nel suo appartamento.»

Silia fremette mentre Lars le passava una grossa busta gialla sigillata con il logo della Cancelleria Reale – non quello degli Angoni del Re, notò con sconcerto. Stracciò il bordo della busta. Dentro c’era un unico foglio protocollo in carta intestata.

 

All’attenzione di Silia Hartwood

Si comunica l’imminente rientro a Insomnia dell’armata degli Angoni del Re.

Presentarsi in completa uniforme in data 7 maggio p.v. alle ore 15.00 presso il nuovo comando provvisorio per ricevere istruzioni.

Il mancato adempimento della convocazione quivi comunicata sarà giudicato in ottemperanza alla legge marziale.

 

Silia voltò il foglio – null’altro – e si umettò le labbra, confusa. Com’era possibile che gli angoni rientrassero a Insomnia? Aveva parlato con Sarah solo due giorni prima, e nulla lasciava presagire una ritirata. Alzò lo sguardo su Lars, che la osservava in attesa di una sua reazione. Non sapeva se conoscesse o meno il contenuto della busta, ma di certo aveva ricevuto notizia che non avrebbe più prestato servizio come Guardia Cittadina.

Devo subito chiamare gli altri. Accartocciò il foglio e lo infilò in tasca.

Qualcosa della sua espressione scombussolata dovette trapelare, perché Lars sollevò gli angoli della bocca in un ghignetto controllato ma indubbiamente divertito e chiese: «Non è contenta di riprendere servizio tra gli angoni, Hartwood?».

Lars, evidentemente, non sapeva un cazzo e non aveva capito un cazzo: insieme al sollievo di non averla più tra i piedi, quella domanda suggeriva una blanda accusa di codardia. Silia aggrottò leggermente le sopracciglia e, dal momento che quello era in ogni caso il suo ultimo giorno di collaborazione con la Guardia Cittadina, si concesse di rispondergli a tono. Sorrise.

«Certo che sì. Qualcuno con le palle e in grado di tenere una spada in mano dovrà pure pensarci, a questa guerra.»

L’espressione beffarda di Lars si accartocciò come il foglio della convocazione che teneva in tasca. La gente di Insomnia dieci anni prima aveva affidato interamente il fronte al Capitano Drautos e a un manipolo di ragazzini sotto i vent’anni. E, sebbene la guerra ormai da tempo si fosse trasformata per loro in una notizia di second’ordine al telegiornale, non amava troppo ricordarlo.

IV

Non era ancora uscita dal comando della Guardia, che Silia era già attaccata al telefono. Sarah impiegò un po’ a rispondere, e ogni trillo fu come una coltellata alla gola.

«Oh, finalmente!» sbottò Silia. «Stavo iniziando a cagarmi addosso, Sarah. State bene?»

«Ciao, Silia» la salutò Sarah, con una voce lugubre parzialmente coperta dal rombo del motore di un camion militare. «Scusa, eravamo presi dai preparativi della partenza. Noi quattro siamo quasi illesi. Hai saputo la novità, immagino.»

«Cazzo se l’ho saputa» rispose, accendendosi la sigaretta. «Ma cos’è successo?»

Sarah sospirò. «Abbiamo perso l’ultima roccaforte. I niff hanno impiegato una nuova diavoleria. La chiamano Arma Diamante. Mai vista una cosa del genere, Silia. Abbiamo avuto molte perdite.»

Silia prese un profondo respiro per calmarsi. Era fottutamente umiliante, che lei se ne stesse lì, perfettamente in grado di combattere, mentre i suoi compagni venivano sbaragliati dall’ultimo ritrovato degli imperiali. «Arma Diamante» ripeté. «Una tecnologia magitek potenziata? Un nuovo tipo di daemon?»

«A metà tra l’una e l’altro, credo. Non saprei come descrivertelo.»

«Io sì.» Samuel, apparentemente, si era impossessato del telefono di Sarah. «La morte che cammina. Pensa a un Gigante di ferro dieci volte più grande con un solo occhio e un enorme cuore pulsante, in grado di sparare raggi di energia tanto potenti da far saltare in aria un palazzo. Di Charlie e Tyler, che erano in prima linea, sono rimaste le scarpe.»

Samuel era stato, come al solito, brutalmente evocativo. «Grazie, Sam» cercò di sdrammatizzare. «Adesso potremo fare gli stessi incubi, anche se non l’ho mai visto.»

«Oh, lo vedrai fin troppo presto, se non facciamo qualcosa» gli sentì dire. «Se hanno altri di quei mostri, non so quanto la Barriera potrà tenere.»

Un brivido le sferzò la spina dorsale. «Ma che diavolo…?»

«Ascolta, Silia.» Sarah si era ripresa il telefono. «La cosa più assurda è che i niff, invece di finirci, si sono ritirati. Potevano darci il colpo di grazia. Eravamo in rotta, e, con una bestia del genere, potevano spazzarci via.»

«E invece se ne sono andati, come se si fossero ricordati di aver lasciato la pentola sul fuoco» disse ancora Samuel, poi Silia sentì Legato intimargli di chiudere quella fottuta bocca.

«Perché avrebbero fatto una cosa del genere?»

«Non ne abbiamo la più pallida idea. Neanche il Capitano. Ha dato l’ordine di rientro e nessuno l’ha più visto da quando abbiamo smontato il campo.»

Silia sospirò. «E pensare che vi avrei chiamati a breve per farvi una sorpresa: sono di nuovo idonea al combattimento. Aspettavo l’ok del Capitano e una data per la partenza. Stavo per raggiungervi.»

«E invece, guarda un po’, siamo noi che raggiungiamo te. Meglio così. Ti sei risparmiata una delle battaglie più cruente e disastrose della storia.»

Già, che culo, pensò, ma non lo disse. «Quando arrivate? La mia convocazione è per il 7 alle tre del pomeriggio.»

«Al mattino. Metti la ricetrasmittente e resta reperibile, Silia. Appena varchiamo i cancelli della città e il Capitano ci dà l’ok per disperderci, ci vediamo da qualche parte.»

«Roger, Helias» le rispose, e non poté fare a meno di sorridere. «Ci vediamo presto, sorella.»

V

Arrivò giù nella hall prima di decidersi a cercare Gladio. Pensò di chiamarlo al cellulare, ma a quell’ora era di certo al Centro d’Addestramento ad allenarsi, e probabilmente non avrebbe visto la sua chiamata prima di un paio d’ore. Avrebbe potuto aspettare fino a sera per parlargli, di certo, ma la frase di Samuel sull’Arma Diamante e sulla Barriera continuava a tormentarla. Voleva confrontarsi con lui sul rientro degli angoni.

Fece per tornare sui suoi passi agli ascensori, ma si trovò davanti Crux.

«Hartwood» le disse, un po’ trafelato, infilando i pollici nelle tasche della divisa. «Aspettavo che finisse la sua telefonata, ma poi l’ho persa. Se ne va senza salutare?»

Silia strinse le labbra. Era andata via dal Comando quasi di corsa, e non aveva nemmeno pensato al suo – ora ex – partner. «La documentazione che devo firmare non è ancora arrivata. Sarei passata domani a cercarti» tentò di discolparsi.

«Lo spero» rispose lui, in imbarazzo, poi le tese la mano, esitante. «Ma ormai sono qui, quindi tanto vale che la saluti. Buon rientro, Hartwood.»

Non sa che sono gli angoni a rientrare, comprese. Era ovvio. Non lo sapeva neanche Lars. «Grazie» disse, vaga, stringendogli la mano. Crux era sempre stato di poche parole, come lei, ma in qualche modo i loro silenzi si erano incastrati ed erano andati d’accordo. Lars era borioso, ma non stupido: le aveva affiancato un uomo mite, in là con gli anni, apprezzato da tutti i colleghi, che non aveva nulla contro gli angoni e che aveva sopportato pazientemente le sue intemperanze e i suoi sbalzi d’umore.

«Prenda a calci qualche culo imperiale da parte mia» azzardò. «Non magitek. Quelli non sentono niente.»

«Di imperiali in carne e ossa se ne vedono sempre di meno. Ormai sganciano la fanteria e ripartono sulle avionavi.»

«Codardi maledetti.»

«Già.»

Si guardarono, a disagio, mentre la gente passava loro intorno nella hall. Sembrava che avessero entrambi la sensazione di doversi dire qualcosa, ma nessuno dei due si decideva a farlo. Fu Crux ad appoggiarsi una mano sulla nuca e a parlare: «Be’, Hartwood, allora arrivederci. Seguirò i vostri movimenti al telegiornale. Solo, cerchi di restare viva. Lei è una brava ragazza. Se ripassa da Insomnia e non sono ancora andato in pensione, sa dove trovarmi».

Silia sorrise, e provò un moto d’affetto. «Anche tu sei un brav’uomo, Crux. Stammi bene. Ci vediamo presto.»

È anche possibile che vada in pensione prima che io riparta.

Lasciò che lui la precedesse agli ascensori. In quei mesi, le labbra di Crux non avevano mai pronunciato un motto di spirito, un’arguzia, una frase fuori posto nei suoi confronti, ma non desiderava che la vedesse fermarsi al piano del comando della Guardia Reale. Solo quando Crux salì su uno degli ascensori di servizio, Silia si avvicinò per aspettarne un altro. Sapeva che non sarebbe in ogni caso passata inosservata, ma ebbe cura di sfilarsi la giacca della divisa.

Nessuno parve farle troppo caso al comando. La sua intenzione era di fare avere un messaggio a Gladio da qualcuno e di aspettarlo fuori, ma l’uomo alla guardiola, quando gli passò la sua tessera, fece tanto d’occhi e gliela restituì invitandola a entrare.

«Gladio Amicitia si trova nella Palestra B2, signora» le disse, compito. «Le mostro la strada?»

Silia ammiccò, colta in contropiede. «No, grazie. Penso di riuscire a trovarlo da sola.»

La palestra B2 non era una di quelle chiuse, private, in cui si allenavano lei e Gladio, ma un’enorme area attrezzata i cui interni erano visibili attraverso ampie vetrate. Forse serviva per delle dimostrazioni, pensò.

Gladio non era solo. Silia si fermò a guardare da dietro il vetro: era la prima volta in tanti mesi che in qualche modo invadeva i suoi spazi, realizzò, e, di conseguenza, la prima volta che lo vedeva con il Principe Noctis. La somiglianza del principe con il padre era innegabile, ma solo per chi ricordava l’aspetto di Re Regis prima che il Cristallo logorasse la sua energia vitale. Adesso non sembrava, ma c’era stato un tempo in cui Re Regis era bello quanto il figlio, se non di più.

Non si accorsero di lei – erano troppo concentrati sull’allenamento, e l’ambiente era enorme – e Silia continuò a osservarli in silenzio, fissando affascinata il principe: se il ruolo degli angoni non fosse cambiato, cosa che, in quelle ore, appariva più incerta che mai, quel ragazzo dall’aria imbronciata sarebbe stato il prossimo re a cui avrebbe giurato fedeltà. Re Regis aveva ereditato dal padre, Re Mors, una situazione catastrofica, ma era riuscito a mantenere gli equilibri giusti e ad assicurare il benessere alla gente della capitale, aprendo le porte anche a chi, come lei e sua madre, era fuggito dalla guerra nelle province. Si chiese cosa il principe Noctis avrebbe ereditato, tra pochi anni – non si faceva illusioni, purtroppo, su quanto restasse da vivere a Re Regis – e con quale spirito vi avrebbe regnato. Gladio non aveva nessun tipo di dubbio: Noctis era immaturo ma coraggioso e di buon cuore, e sarebbe diventato un buon re.

Sempre che una decina di Armi Diamante non sfondino la Barriera e radano al suolo Insomnia.

Al vederli insieme, appoggiata alla vetrata, Silia sentì che le labbra le si piegavano in un sorriso involontario. Gladio era estremamente serio, mentre combattevano – la guardia del Principe, notò, faceva acqua da tutte le parti, e non era per nulla preciso negli affondi – ma quando il ragazzo cadde malamente si fermò all’istante per aiutarlo a rialzarsi – e per sbraitargli in faccia dove aveva sbagliato. Dovettero poi essersi detti qualcosa di divertente, perché, dopo aver assestato un pugno amichevole su una spalla del Principe, Gladio scoppiò a ridere, e il ragazzo gli fece eco. Non erano più il Principe Noctis Lucis Caelum e il suo Scudo giurato, adesso, ma due ragazzi sui vent’anni che scherzavano insieme, legati da una complicità che andava oltre i vincoli di sangue.

D’improvviso, il principe si voltò in sua direzione, casualmente, e la guardò incuriosito. Prima che potesse far cenno a Gladio, colta da un inspiegabile imbarazzo, Silia voltò i tacchi e si allontanò a passo svelto lungo il corridoio. Dopotutto, i suoi dubbi potevano aspettare un paio d’ore ancora.

VI

Gladio entrò nella taverna di Samuel meno di un’ora dopo, in anticipo rispetto al suo solito orario. Fece appena un cenno distratto all’oste, guardandosi intorno, e poi si diresse direttamente al suo tavolo, accigliato.

«Silia, che diamine ti prende?» chiese, trafelato, sedendo accanto a lei. Era leggermente sudato, i capelli spettinati, l’espressione infastidita.

«Mi dispiace» disse lei, in imbarazzo. «Non avrei dovuto venirti a cercare mentre eri con il Principe.»

Gladio ammiccò un paio di volte, stupito, poi tornò ad accigliarsi. «E di che dovresti scusarti, per Odino? Siamo amici. Puoi cercarmi quando ti pare. Ivan, l’uomo alla guardiola, mi ha chiesto se fosse tutto a posto con l’angone del re. Perché non mi hai chiamato, visto che ti ha fatto entrare? Ero con Noctis, ma non c’era niente di male. Te lo avrei presentato. Sarebbe anche ora.»

Silia schioccò la lingua sul palato. «Non era urgente. Non c’era bisogno che ti precipitassi qui. Scusa se ti ho fatto preoccupare.»

«Silia…» sospirò. «Immagino di sapere di cosa volevi parlarmi.»

Sapeva già del rientro degli angoni, dunque. Lo immaginava. Avvilita, Silia si accese la terza sigaretta nel giro di dieci minuti e proseguì a voce più bassa. «Una debacle. Immagino che i cittadini ne saranno contenti, quando si spargerà la notizia. Niente più angoni a consumare l’energia del Cristallo e la forza magica del Re. Hai saputo anche dell’Arma Diamante?»

Gladio annuì. «Mi dispiace. So che il Capitano Drautos ha trasmesso tutti i dati in loro possesso e che i nostri scienziati li stanno esaminando per poter formulare delle ipotesi. Vorrei poterti dire che studieranno una contromossa e che il ritiro degli angoni è temporaneo, Silia, ma non sono abituato a mentire. Temo che siamo arrivati alle ultime battute di questa guerra.»

Silia accartocciò la sigaretta nel posacenere. Restò a guardare gli ultimi residui di fumo maleodorante che emanò, la fronte appoggiata a una mano. «Uno dei miei compagni, Samuel, ha detto che se dovessero schierare altre di quelle creature, forse nemmeno la Barriera riuscirebbe a fermarle. Credi che sia possibile?»

«Non lo so» confessò lui. «Mio padre non ha detto nulla a riguardo, ma è preoccupato, è evidente. Possiamo solo lasciare tutto nelle mani del Re e del Concilio, al momento.» Sospirò. «I tuoi compagni di squadra stanno bene?»

«Sì, per fortuna» gli confermò, e poi non riuscì a trattenersi. «Stavo per rientrare, sai?» gli confessò.

Gladio rialzò la testa di scatto. «Come?»

«Dovevo rientrare» ripeté. «L’ultima EMG era perfetta, e avevo avuto il benestare del dottor Cornell. Ma non ha mai ricevuto risposta dal Capitano. Non doveva andare così, dannazione.»

«Da quanto lo sai?»

Non riuscì a mentirgli. «Da dieci giorni.»

«E non mi hai detto nulla.»

«Non sapevo quando sarei ripartita. Te lo avrei detto, Gladio.»

«Lo avrei saputo così» constatò lui, alzando leggermente la voce «da un giorno all’altro. ‘Domani parto, Gladio, grazie di tutto’, mi avresti detto.»

Silia colpì il tavolo con un pugno, esasperata. Non desiderava riprendere da dove la Guardia Cittadina li aveva interrotti al Centro di Addestramento. «E se anche fosse, cosa sarebbe cambiato? Sono un angone, Gladio. È quella la mia vita. Questi mesi a Insomnia sono stati uno spiacevole contrattempo.» Non era del tutto vero.

Gladio accolse le sue parole con le sopracciglia corrugate. «Anch’io sono stato uno spiacevole contrattempo?»

«Non intendevo questo.» Allungò una mano verso il pacchetto di sigarette.

Lui la intercettò, afferrandole il polso con una stretta ferrea. «Sai cosa? Non volevo dirtelo, ma lo farò comunque. Quando ho saputo, oggi, del rientro degli angoni, mi sono sentito sollevato. Il mio primo pensiero non è stato ‘Che cazzo sta succedendo? È il primo segnale della disfatta definitiva?’, come avrebbe dovuto essere, ma ‘Meno male. Silia non tornerà sul fronte’. È da idioti, vero, considerato che sono stato unospiacevole contrattempo

Silia aprì la bocca per protestare, indignata, ma Gladio strinse la presa sul suo polso, e schiuse le labbra, tendendosi verso di lei, e Silia percepì chiaramente la tensione degli attimi che precedono un pericolo. Reagì strappando la mano dalla sua stretta.

«Gladio, smettila. Stai facendo tutto da solo. È stato divertente, allenarmi con te e tutto il resto, e anch’io ti considero un amico. Ma la mia vita è un’altra» disse, raggiungendo finalmente il pacchetto di sigarette e accendendosene una. Tentò di mantenere il tono di voce fermo e tranquillo.

Qualunque cosa stesse per succedere fino a pochi istanti prima, passò. Gladio sospirò, riappoggiando la mano sul tavolo. «Non hai paura di morire, Silia?»

Silia fu lieta che avesse deviato il discorso, ma rispondere a quella domanda fu inaspettatamente difficile. Paura di morire ne aveva avuta, all’inizio, certo. I primi mesi sul fronte erano stati spaventosi. Quasi ogni giorno mancava qualcuno all’appello, e tutti loro andavano a dormire – a cercare di dormire – chiedendosi chi sarebbe stato il prossimo. E poi, senza rendersene conto, era cambiato tutto. «Non più» rispose, sincera. «È inevitabile, no? Se combatti, intendo. Non puoi avere paura ogni minuto, ogni ora, ogni giorno, per mesi, anni.»

Gladio annuì adagio, assorto. «Sono perfettamente addestrato a ogni evenienza, fin da quando ero un bambino» disse «eppure non ho mai messo in gioco la mia vita. Non riesco neanche a immaginare cosa vuol dire rischiarla ogni giorno.»

«Ti auguro» le sfuggì, «di non doverlo mai scoprire.» Spense la sigaretta nel posacenere, poi le venne in mente la sua cicatrice. «E quella?» chiese, indicandosi l’occhio sinistro.

Gladio si portò anche lui una mano alla cicatrice perpendicolare all’occhio, molto simile a quella di Marius. «Oh, questa. Nulla di particolarmente eroico. Non ho rischiato la vita, solo l’occhio sinistro. Quasi due anni fa, una sera, io e Noctis eravamo in giro. Siamo usciti per festeggiare la fine dei suoi esami. Noctis non beve, ma quella sera avevo insistito per portarlo in un’osteria simile a questa, una cosa tra uomini, sai. Siamo finiti in una rissa. Un uomo ha cercato di accoltellare Noctis, credo fosse così ubriaco da non essersi nemmeno accorto di avere davanti il Principe di Insomnia. Mi sono messo di mezzo.»

«Ed è riuscito a colpirti?» ripeté Silia, con una punta di divertimento. «Quanto avevi bevuto?»

«Non così tanto» si giustificò lui. «Avrei potuto fermarlo senza problemi. Ma si sarebbe fatto molto male.»

«Stava accoltellando il principe.»

«Ed era un semplice ubriacone.» Gladio si strinse nelle spalle. «Che Guardia sarei stato a infierire su un uomo che a stento si reggeva in piedi? È stato comunque assicurato alla giustizia.»

Silia sospirò. «Ogni tanto mi chiedo se sei un uomo retto al limite dell’idiozia, o soltanto idiota.»

Invece di offendersi, Gladio rise. «Noctis mi disse qualcosa di molto simile, in quell’occasione. Andreste d’accordo, voi due, sai?» Tornò a guardarla sorridendo. «È un peccato che oggi tu non mi abbia dato modo di presentartelo. Non farò di nuovo l’errore di portarlo in una taverna del genere, ma una di queste sere possiamo andare da qualche altra parte, magari a cena. Anche con Ignis e Prompto. Che ne dici? Adesso che gli angoni rientreranno a Insomnia, ci sarà tutto il tempo.»

Già, si disse Silia, con sgomento. Ci sarà tutto il tempo per fare una cazzata, se non ci diamo una regolata.

«…Silia?»

Gladio la stava di nuovo guardando fisso, e di nuovo Silia avvertì la stessa sensazione di pericolo. «Credi che forse, adesso…?»

Silia si mosse per alzarsi e andarsene – una ritirata – ma non ce ne fu bisogno: stavolta fu lui a troncare brutalmente quel momento. «Niente, lascia perdere. Devo andare, Silia. Ci vediamo.» Si alzò, facendo scomparire le mani nelle tasche. «Scusami.»

Senza un cenno di saluto, Gladio si avviò verso l’uscita. Silia si ritrovò a fissare il fondo del suo bicchiere: sapeva benissimo cosa era stato sul punto di dire, ed era felice che non l’avesse fatto.

Chapter Text

8

Quies  ante tempestatem

I

L'auricolare ricetrasmittente era rotolato verso un angolo del cassetto, tra un dossier, un accendino e un borsellino di gettoni per la lavanderia automatica. Per un attimo, piccolo com'era, credette di averlo perduto. Se l'agganciò all'orecchio e lo accese, quasi aspettandosi di sentire le voci dei suoi compagni. Prevedibilmente, l'apparecchio le restituì solo un vago rumore bianco: mancava qualche ora al rientro degli Angoni a Insomnia, ed erano ancora fuori portata.

Quando aveva diciotto anni ed era appena arrivata sul fronte, si era stupita dell'ordine di tenere le trasmittenti costantemente attive. Sentiva l'auricolare come un corpo estraneo, quasi un ragno agganciato all'orecchio, e sobbalzava non appena ne avvertiva il bip. Aveva impiegato parecchio a memorizzare le frequenze dei suoi compagni – e a de-memorizzare quelle dei compagni caduti – ma aveva presto compreso l'importanza di essere parte integrante di una rete: il Capitano, che spesso li coordinava dall'alto, poteva aggiornarli in tempo reale sui movimenti dei nemici, potevano comunicare con squadre che operavano a distanza, e darsi reciprocamente istruzioni tra compagni. Quei trasmettitori, negli anni, avevano salvato molte vite.

Incapace di restare inattiva a casa, Silia trascorse la mattinata a vagare per la città, senza una meta, con l'uniforme addosso e la giacca appoggiata a una spalla – ormai era maggio, e quella mattina c'erano almeno ventotto gradi. Comprò i quotidiani del giorno, e in tutti il rientro degli Angoni del Re era stato sbattuto in prima pagina. Seduta su una panchina a fumare una sigaretta dopo l'altra in un parco in centro, lesse pagine e pagine dal tenore uniforme; la parola più frequente era disfatta.

Il suo timore più allarmante, quello che l'aveva tenuta sveglia per due notti – oltre alla situazione con Gladio che le stava decisamente sfuggendo di mano – era che il Re potesse sciogliere il corpo degli Angoni. Girandosi e rigirandosi insonne nel letto si era detta che, piuttosto che unirsi definitivamente alla Guardia Cittadina, avrebbe fatto fagotto e lasciato Insomnia. Si sarebbe trasferita in una città occupata e lì, un po' più professionalmente di quando aveva undici anni e tagliava le gomme delle auto imperiali, avrebbe dato del filo da torcere ai niff. Ma la luce del giorno aveva illuminato di ratio le sue puerili fantasie notturne: aveva ventotto anni, era una veterana di guerra, e, soprattutto, dieci anni prima aveva giurato fedeltà a Re Regis. Avrebbe ingoiato tutto il suo orgoglio e la sua indignazione, se mai si fosse giunti a tanto, e supportato la Capitale come le sarebbe stato richiesto.

Quando infine la sua ricetrasmittente si attivò, e la voce di Sarah le comunicò eccitata che entro mezz'ora sarebbero arrivati al Cancello Ovest, era l'una. Silia scattò in piedi, tornò in strada, e chiamò un taxi. Lungo il tragitto, la radio continuò a trasmettere la notizia del ritorno degli Angoni, e il tassista, che non doveva essere affatto familiare con il mondo delle uniformi, azzardò un commento voltando leggermente la testa in sua direzione, ma la sua espressione dovette dissuaderlo dal perseverare.

Era l'ora di punta, e impiegò quasi quaranta minuti ad arrivare al cancello. Allungò al tassista quello che ad Ambrosia sarebbe stato l'equivalente di una settimana di pasti per lei e sua madre, e iniziò a guardarsi intorno, disorientata, in cerca dei camion militari.

«I tuoi compari non sono ancora arrivati» disse una voce maschile sconosciuta.

Silia si voltò. Non le parve di riconoscere le due guardie cittadine di turno al cancello, ma magari si erano incrociati al comando in quei mesi. «Grazie per l'informazione» rispose, caustica, ma non diede loro la soddisfazione di iniziare una discussione. Sedette sul bordo di una fioriera e si accese una sigaretta.

«Era ora che rientraste» continuò l'uomo. Non era mai stata assegnata alla guardia di un cancello, in quei mesi, ma immaginava dovesse essere un'incombenza piuttosto noiosa. «Cos'avete ottenuto in questi dieci anni?»

Silia continuò a ignorarlo tranquillamente. Si chiese se, adesso che gli Angoni rimasti avrebbero camminato per le strade di Insomnia, i cittadini avrebbero abbassato la voce, o se, forti del fatto che finalmente il Re aveva dato loro ragione, si sarebbero mostrati ancora più sprezzanti.

«Hartwood, giusto?» chiese l'altro uomo con una nota beffarda nella voce. «Conosco il vecchio Crux. Lars gli ha appioppato questa grana perché è troppo buono per lamentarsi, ma deve essere stata una gran seccatura. Cos'ha combinato sul fronte per essere rimandata a Insomnia, Hartwood? Ha dato fuoco al culo di Drautos?»

Risero. Silia si impose calma. Non era più nella Guardia Cittadina, ma sospettava che il Capitano non avrebbe apprezzato una rissa al Cancello Occidentale della Capitale, soprattutto in un momento così delicato.

«Non so se ha dato fuoco al culo di Drautos» riprese il primo. Finse di abbassare la voce, ma ebbe cura di farsi sentire chiaramente. «Ma so a chi ha dato il suo qui a Insomnia.»

Silia si raddrizzò e si alzò dalla fioriera. Spense la sigaretta e nascose le mani in tasca per evitare di usarle.Zen, tornò a dirsi, mentre si avvicinava a quello che dei due aveva fatto la spiritosa battuta.

«Non rallegratevi troppo del rientro degli Angoni» la buttò lì con spavalderia. «Se resteremo a prestare servizio a Insomnia, probabilmente ci sarà bisogno di molte meno guardie cittadine.» La guardia aprì la bocca, indignata, ma Silia tirò fuori il pass degli Angoni e glielo sbatté praticamente in faccia. «Vorrei inoltre ricordarvi che sono anch’io un pubblico ufficiale, e tecnicamente un superiore. Il prossimo culo che brucerà potrebbe essere il vostro, signori.»

Non le era mai piaciuto sfoggiare i propri gradi, ma il terrore che per un attimo irrigidì il volto della Guardia Cittadina valeva pur qualche compromesso. L’uomo si raddrizzò, sull’attenti, e si esibì in un saluto militare quasi perfetto.

«Sono mortificato, signora Hartwood» gli sentì dire a denti stretti. «Non intendevo offenderla. Non accadrà più.»

Silia lanciò uno sguardo verso l’altro uomo, anche lui rigido in un saluto militare. Fu tentata dal chiedere loro nome e codice identificativo, ma la sirena del cancello si attivò. La compiacque notare come i due uomini rimasero immobili, aspettando sue indicazioni; serrando la mascella per trattenere un sorriso, rimise via il tesserino e fece loro cenno con il capo di aprire il cancello.

Prevedo giorni duri per tutti, si disse, facendosi indietro per lasciarli lavorare.

Osservò tre camion militari superare il passaggio a livello, uno dopo l'altro, e proseguire lungo il viale. Riconobbe alla guida Elea, Miles e Taras – quest’ultimo la salutò con un vivace colpo di clacson, cui rispose con un cenno della mano. Il quarto camion accostò: Legato era alla guida. Silia lo raggiunse per salire in cabina, ma il compagno spense il motore, aprì la portiera e saltò giù.

Si fermò davanti a lei a esaminarla con le braccia conserte, le sopracciglia corrugate nella sua perenne espressione di disappunto. Che gli piombasse in grembo una ragazza discinta affascinata dalle divise o una scarica di mitra da un Bersagliere magitek, Legato si limitava a constatare la realtà con aria di rincrescimento.

«Eccoti» disse, compassato. «Ti ricordavo più alta, Coeurl.»

«Io ti ricordavo più carino.»

Lui sorrise a labbra strette. Finalmente si fece avanti, sollevò una mano, e Silia gli diede il cinque. Legato le arpionò le dita in una stretta ferrea. «Mi sei mancata. Non sai quant’è stato strano non poter contare su te e Tom in seconda linea.»

Silia non riuscì a rispondergli, perché uno spostamento d’aria dietro le spalle le fece rizzare i peli della nuca. Si voltò di scatto, afferrando il braccio di Sarah e ribaltandola a terra.

«Per il cazzo di Odino» rise lei. «Non hai poltrito in questi mesi, eh?»

«Sempre la solita deficiente» ringhiò, aiutandola a rialzarsi. «Con chi credi di avere a che fare, signorina Helias?»

Sarah la stritolò in un focoso abbraccio. «Che bello rivederti.»

«Sarah, non farlo mai più. Non siamo al campo. In città si chiama disturbo della quiete pubblica.»

«Che cazzo, Silia, mi hai fatto perdere cento gil!» Samuel assestò un pugno amichevole sulla spalla di Caesar, con cui presumibilmente li aveva scommessi. «Ero certo che ti avrebbe placcata.»

«Col cazzo. Sarah è furtiva quanto un Garula.» Caesar le si avvicinò, prendendola per le spalle. «Fatti guardare, Coeurl. Niente occhiaie incavate, niente sangue in faccia, niente polvere tra i capelli, niente strappi e bruciature sull’uniforme. Sì, direi che Insomnia ti ha fatto bene.»

«Ha anche messo su peso» osservò Samuel, appioppandole una cameratesca pacca sul culo.

«Fottiti. Sono muscoli.»

«E alcool» sottolineò Sarah. «Ho perso il conto di tutte le sere che ci hai chiamati ubriaca.»

Silia li guardò, quasi commossa. Lei non li trovava affatto bene, emaciati, pieni di ferite ancora in via di rimarginazione, ma erano vivi, in piedi sulle loro gambe, e tanto bastava. «Per i Sei, ragazzi» mormorò. «Non ci posso credere.»

«Cosa? Che siamo vivi, che siamo di nuovo insieme o che ci siamo ritirati?»

«Tutte e tre» rispose, cercando il pacchetto di sigarette per scaricare la tensione.

«Sì, ma non metterti a piangere.» Legato le strappò il pacchetto dalle mani. «Dammi una sigaretta, piuttosto, ora che possiamo fumare liberamente. E andiamo a mangiare qualcosa prima dell’adunata. Voglio anche vedere la tua nuova gamba.»

II

Rigida con le braccia dietro la schiena, Silia si sentiva così eccitata all’idea di essere tornata tra le fila degli Angoni che dovette faticare per restare immobile. Continuava ad appuntare lo sguardo sui suoi compagni – ormai poco più di quaranta – senza riuscire a fare a meno di confrontare il loro aspetto emaciato, le nuove ferite e le espressioni stanche e feroci con se stessa. Il suo corpo non era meno pronto al combattimento di quanto non lo fosse stato sul fronte, grazie agli estenuanti allenamenti con Gladio, ma non riusciva a scrollarsi di dosso una sensazione di difetto, come se negli ultimi mesi le fosse stato accordato un favore che non meritava.

Il Capitano Drautos sembrava inossidabile come sempre. Li passò in rassegna, percorrendo l’ampio e spartano stanzone avanti e indietro, soffermandosi solo brevemente su di lei.

«Angoni» enunciò, con la sua voce stentorea che raramente si innalzava oltre un certo limite. «Sarò rapido. Vi ho convocati, dopo essermi consultato con il Re e con il Concilio, per impartirvi qualche breve istruzione. Siete tutti a conoscenza della situazione: abbiamo perso la roccaforte di Lambert, e al momento non siamo in grado di contrastare l’ultima offensiva imperiale. Il Concilio e i bioingegneri del Regno sono al lavoro per analizzare i dati in nostro possesso sulla creatura chiamata Arma Diamante. Fino a quando non sarà stata presa una decisione a riguardo, gli Angoni del Re sono da considerarsi in ritiro tattico.»

Qualcuno mormorò, ma il Capitano sedò ogni commento con un gesto secco del braccio. «Silenzio. Ritiro tattico non equivale a licenza. Restate l’élite militare del regno, non dimenticatevene, e dovete considerarvi in servizio. Tenete i vostri trasmettitori sempre attivi e siate reperibili. Potrebbe esservi richiesto di esercitare altre funzioni in città, in questi giorni, come al vostro compagno Nyx Ulric.»

Silia non comprese a cosa il Capitano si stesse riferendo. Ci sarebbe stato tempo in seguito per gli aneddoti.

«I locali del comando provvisorio sono stati messi a vostra disposizione, ma avete il permesso di alloggiare dove preferite, finché non sarà stato disposto il rientro sul fronte o la definitiva allocazione del corpo nella Capitale. Mantenete una condotta adeguata, come si conviene alla vostra posizione. Non voglio sentir parlare di disordini o attriti con i civili, o peggio, con la Guardia Reale o Cittadina. Se dovesse succedere, le conseguenze per i responsabili saranno gravissime. Spero di essere stato chiaro su questo punto.»

Stavolta il Capitano guardò precisamente lei. Non poteva sapere cos’era successo al Cancello Occidentale, per cui sostenne impassibile il suo sguardo, senza capire.

«Potete andare» li congedò infine.

Silia si rilassò. Era il momento giusto per parlare al Capitano, per la prima volta dopo mesi, ma lui attraversò lo stanzone a passo svelto verso l'uscita. Delusa, Silia lo seguì.

«Capitano!» lo chiamò.

«Hartwood» disse lui, distrattamente, senza fermarsi né rallentare. «Non ho tempo, adesso.»

Silia non poté nascondere a se stessa la sorpresa per la tiepida accoglienza. Quella notte infernale di otto mesi prima, quando aveva scoperto di aver perso la gamba destra, era stata solo la presenza del Capitano a impedirle di abbandonarsi alla disperazione, e non era stata la prima volta da quando si era unita agli Angoni. La delusione la rese più formale di quanto avrebbe voluto. «Capitano, mi perdoni» insistette, facendo il saluto militare «volevo solo chiedere istruzioni.»

Lo sguardo del Capitano scivolò sulla sua gamba destra, ma non commentò in alcun modo il suo incidente né si informò sul suo attuale stato di salute o sulla funzionalità della protesi. «Vi ho già dato tutte le istruzioni necessarie. Puoi andare» la congedò.

Silia ammiccò. «Capitano, la Squadra 6 non esiste più. Non sono stata riassegnata.»

«Hartwood, siamo appena rientrati a Insomnia e ci saranno dei cambiamenti. Tutte le squadre sono decimate, adesso. Non occorre che tu sia assegnata a una nuova squadra, per il momento. Hai la tua ricetrasmittente. Attendi direttive come tutti. Puoi andare» ripeté.

Silia smise di seguirlo, irrigidendosi di nuovo in un saluto militare. Il Capitano sembrava freddo, assorto, ma, con tutto quel che era successo negli ultimi tempi, doveva essere assorbito da mille preoccupazioni ben più importanti che non la salute di un singolo membro della sua armata. «Capitano?» lo richiamò, ancora una volta, senza poterselo impedire.

Stavolta il Capitano si fermò. «Cosa c’è ancora, Hartwood?»

Silia abbozzò un sorriso. «Volevo solo ringraziarla. La protesi è perfetta e sono di nuovo operativa al cento per cento. Non ho sprecato il mio tempo a Insomnia.»

Il Capitano parve esitare solo un istante, poi aprì la porta e uscì.

III

Quando entrarono nel locale, prevedibilmente, li fissarono tutti. Lei era ben accetta alla taverna di Samuel solo perché gli habitué tendevano a dimenticare a quale corpo militare appartenesse e perché lo stesso Samuel la accoglieva di buon grado. Ma una parata di cinque Angoni in divisa non doveva essere facile da digerire.

Precedette i suoi compagni e trovò delicato scambiare due parole con Samuel. L'uomo li guardò a disagio e si passò la lingua sulle labbra come se volesse dirle qualcosa di scomodo.

«Ciao, Samuel» lo anticipò, appoggiandosi al bancone. «Spero non ti dispiaccia se ho portato un paio di amici. Fanno chiasso, ma non danno problemi, garantisco io. Sono rientrati dal fronte stamattina. Se è un problema, andiamo altrove.»

«Hartwood» la salutò l'uomo, scuotendo leggermente il capo. Non era certo la prima volta che si presentava al locale in divisa, ma Samuel la squadrò come se per la prima volta si fosse reso pienamente conto che era un Angone. «A me non dispiacciono mai i clienti paganti. Sedetevi pure» disse, ma alzò lo sguardo come a scrutare gli umori degli altri avventori. Silia fece cenno agli altri indicando loro un tavolo libero.

Nonostante l'aria tesa, le occhiate di dissapore da parte degli altri clienti, la situazione delicata, lei e i suoi compagni non si vedevano da troppo tempo per lasciarsi guastare il buonumore, e si isolarono in un guazzabuglio di chiacchiere, risate, pettegolezzi e imprecazioni ignorando tutto il resto. Era la compagnia di Sarah, inevitabilmente, che più le era mancata, perché erano due delle poche donne tra gli Angoni e a lungo avevano dovuto lottare con le unghie e con i denti contro i pregiudizi, le angherie e le molestie di alcuni che pure erano costrette a chiamare compagni. Ma avrebbe dato il culo per ognuno di loro: erano gli ultimi reduci della Squadra 6, e si erano strappati a vicenda dalla morte infinite volte.

«Allora, Sam, raccontami delle tue avventure nella simpatica Squadra 4. Com'è andata con Marius?»

«Simpatico quanto un Kyactus infilato su per il culo. Silia, un giorno ci racconterai che cazzo gli hai fatto? Ho perso il conto delle battutacce che ha fatto su di te in questi mesi. Alcune anche carine, per la verità. Quando ha detto che sarebbe stato meglio per te se lo Jormungandr ti avesse mangiato entrambe le gambe, così avresti potuto farti impiantare delle protesi più lunghe, ho riso anch’io.»

«Non gli ho fatto proprio niente» commentò Silia bevendo un sorso. Marius era sempre il solito. «L’addestramento lo ha rincretinito. Prima non era così. E suo padre gli avrebbe fatto ingoiare un cazzotto se lo avesse sentito rivolgersi a me in quei termini.» O se avesse saputo che ha cercato di mettermi le mani addosso, si disse, ma non l'aveva mai confidato nemmeno ai suoi compagni di squadra, negli anni, e dopo quell'episodio non si erano mai più parlati faccia a faccia.

«Be', in confronto a Sonitus e Tredd comunque è una principessina» continuò Samuel.

«Miles è l'unico che si salva.»

«Dillo che avete scopato, Sarah.»

«Fottiti.»

«Silia?» richiamò la sua attenzione Legato, il mento appoggiato a una mano. «Hai parlato con il Capitano?»

Lei strinse le labbra. «Quasi per nulla, lo avete visto. Devo ammettere che mi aspettavo un’accoglienza diversa. Da quando sono a Insomnia ho continuato a inviargli dei report settimanali, poi mensili. All’inizio arrivavano delle risposte, stringate, come ci si aspetterebbe da lui, ma pur sempre delle risposte. Poi più nulla. Non ha nemmeno risposto al mio medico quando gli ha inviato la documentazione per il mio rientro. Spero che non sia convinto che non sono più in grado di combattere.»

Si era aspettata qualche parola di rassicurazione, ma non ci fu. Sarah si pulì le labbra con un tovagliolo, poi appoggiò la forchetta sul piatto ancora mezzo pieno come se non avesse più fame.

«Il Capitano è piuttosto evasivo, da qualche tempo a questa parte. È capitato che non rispondesse alla ricetrasmittente per ore. Giorni, per la verità. Ci siamo trovati isolati durante una ritirata, due mesi fa, vicinoCledwyn. Silenzio radio.»

Caesar aggrottò le sopracciglia. «È già successo, in passato, ma ora sempre più spesso. Ci siamo chiesti se, dopotutto, non abbia ricevuto istruzioni su qualcosa che noi ancora non sappiamo.»

«Per esempio?»

Legato tornò a stringersi nelle spalle. «Non lo so. Avrà le sue motivazioni. Non fatemi andare la birra di traverso.»

Erano così presi gli uni dagli altri, che Silia si accorse di Gladio solo quando se lo trovò alle spalle. Lui sorrise, compiaciuto: «Ti disturbo, Silia? Vedo che sei in buona compagnia».

I suoi compagni fissarono Gladio, poi tornarono a guardare lei. Memore dell'ultima volta che si erano visti, Silia si sentì in imbarazzo, ma fece un gesto conciliante con la mano. «Nessun disturbo, Gladio. Prendi una sedia, ti presento gli ex membri della Squadra 6 degli Angoni.»

Lui alzò le mani, come a schermirsi. «Non voglio rovinarti la rimpatriata.»

«Non rovini proprio niente. Ragazzi, questo è Gladio Amicitia della Guardia Reale. È anche merito suo se so di nuovo tenere la spada in mano decentemente. Mi ha fatto da sparring partner quando i miei muscoli si stavano atrofizzando per l'inattività.»

Gladio si grattò l'attaccatura dei capelli e avvicinò una sedia vuota dal tavolo accanto. «Silia esagera. Anche lei, una volta recuperata la funzionalità della gamba, è stata un ottimo allenamento per me. In ogni caso, è un onore per me conoscervi.»

A turno, i suoi compagni si presentarono, stringendogli la mano.

«Ho saputo le ultime novità dal fronte» disse Gladio, conciliante. «Mi dispiace per la roccaforte di Lambert.»

«Dispiace più a noi» commentò Legato, compassato. Fissava il fondo della sua birra. «Ma era solo questione di tempo. Le forze imperiali sono soverchianti. Le loro risorse sembrano infinite.»

«Eppure si sono ritirati» s'intromise Sarah, accarezzando il bordo del suo bicchiere. «Non riesco proprio a capire cosa stiano tramando.»

«Nulla di buono, di certo.» Gladio si voltò a guardare Silia. «Il Concilio si riunisce ogni giorno, ormai. Non so quasi più che faccia ha mio padre.»

«È una situazione disperata.» Caesar giocherellava con il suo piatto vuoto. Nessuno di loro incrociava lo sguardo degli altri. «Gli eserciti combinati di Tenebrae e Niflheim sono avanzati troppo. E, con la loro tecnologia, è come cercare di combattere fucili laser con spade e archi. Noi Angoni li abbiamo tenuti a bada per dieci anni, ma ci siamo ridotti a una manciata. Se non succederà qualcosa, presto ce li ritroveremo addosso.»

Tacquero tutti. Silia si sentiva più inutile che mai. Negli ultimi otto mesi non aveva contribuito in alcun modo alla guerra.

«Ho fiducia in Re Regis.» Gladio si allungò a prendere il suo boccale mezzo pieno, un gesto confidenziale che di certo non sfuggì agli altri, e bevve. «L'ho detto a Silia poco tempo fa: se non ci foste stati voi, la guerra l'avremmo già persa da un pezzo.»

«Mi piacerebbe poter essere così ottimista come te, che hai trascorso gli ultimi dieci anni al sicuro qui a Insomnia.» Legato fu secco. «Non offenderti, Amicitia, ma dopo aver rischiato la pelle per così tanto tempo l'idea che possa essere stato tutto inutile mi fa dare di matto.»

Gladio aprì la bocca per rispondere, ma Silia gli sfiorò il braccio. «Via, non perpetuate l'eterno stereotipo delle Guardie e degli Angoni che si comportano come cane e gatto. Legato, ti avevo lasciato realista, non pessimista. Quella era Sarah. Cosa vi è capitato?»

«Ci è capitato» rispose Legato, con voce aspra «che non c'è più acqua nel bicchiere per poterlo giudicare mezzo pieno o mezzo vuoto.»

«Su, ragazzi.» Sam levò il bicchiere. «Non tornavamo a Insomnia da una vita. Non vedevamo Silia da mesi. E non ricordo quand'è stata l'ultima volta che ho pensato che avrei visto per certo l'alba del giorno dopo. Abbiamo dato il massimo, e forse non sarà stato abbastanza per vincere la guerra, ma io mi sento a posto con me stesso. Godiamoci questi giorni di stallo.»

Caesar fu il primo ad appoggiare il suo bicchiere contro quello di Samuel. Sarah si unì, esitante, e anche Legato, con un sospiro rassegnato. Silia guardò Gladio, inarcò un sopracciglio, e si riprese il bicchiere per unirsi al brindisi. «Sperando si tratti solo di giorni» si lasciò sfuggire.

«A Silia, più immortale di Cor Leonis» declamò Sarah. «Strappata dalla bocca di uno Jormungandr appena qualche mese fa e guardala, com'è in forma. Si è fatta persino un tatuaggio.»

«Cosa?» chiese Samuel. «Dove?»

Sarah l’afferrò vigorosamente per una spalla, ridendo. «Sulla schiena. Prima se ne vedeva un pezzo. Togliti la maglietta, Silia, facci vedere.»

«Ma la vuoi smettere?»

Sam le tirò su la maglietta sulla schiena. «Non ci posso credere» rise, incredulo. «È un Coeurl.»

Silia cercò di sottrarsi. Non le era mai piaciuto essere toccata con tanta confidenza, e i suoi compagni di squadra, che l'avevano vista in ogni condizione umanamente concepibile, erano gli unici a poterselo permettere, ma in sei mesi aveva fatto in tempo a disabituarsi alla loro familiarità.

Persino Legato si alzò a guardare il tatuaggio. «Così non ti scambiano più per una gattina, ne?»

«Che invidia. Ne voglio uno anch'io.»

Sarah alzò lo sguardo su Gladio, che li osservava con un sorriso divertito sul volto, squadrandolo maliziosa. Lo indicò. «Amicitia, vedo un bel tatuaggio anche sulle tue braccia. C'è il tuo zampino?»

Gladio alzò le mani. «L'ho solo portata dalla persona che ha tatuato me. Silia era invidiosa del mio corvo.»

«Perché non ti spogli anche tu? Voglio vederlo per intero.»

«Un'altra volta, magari» replicò lui, a disagio, lanciandole una richiesta di soccorso con lo sguardo. Gladio, che pure era molto più espansivo di lei, continuava a imbarazzarsi per le battute a doppio senso e le allusioni. Silia rise, e invece di aiutarlo spalleggiò Sarah: «Sì, dai, Gladio, fa' vedere l'uccello a Sarah».

A quella trivialità, che solitamente con lui aveva imparato a trattenere ma adesso che si trovava a un tavolo con i suoi commilitoni, piena di birra, le era scivolata spontaneamente giù per la lingua, Gladio si alzò, rigido. Le lanciò un'occhiata infastidita, ma si riprese subito. Sorrise. «Mi spiace, Sarah, ma lo mostro solo in particolari occasioni.»

Sarah sorrise, maliziosa, e fece un cenno con la mano. «Come ti fai pregare, Gladio.»

Tutti, al tavolo, ridacchiarono, ma Silia vide che Gladio era rigido. Alzò una mano in un cenno di saluto. «Devo andare, adesso. Mi ha fatto piacere conoscervi. Silia…» Aggrottò un sopracciglio in un'espressione che probabilmente agli altri sembrò divertita e maliziosa. «…ci vediamo in giro.»

Uscì dal locale. Silia si aspettava un fuoco di fila di allusioni e battutacce da taverna, ancora prima che la porta si richiudesse dietro le spalle di Gladio, ma non ve ne furono. Stava proprio iniziando a diventare paranoica.

IV

Aveva salutato i suoi compagni a tarda sera, felice di poter dire loro ci vediamo domani. Barcollava leggermente, si accorse strofinandosi gli occhi, quando un lampione decise di inclinarsi. Farò meglio a smaltire la sbornia prima di domani, o il Capitano penserà che ho passato gli ultimi otto mesi a ubriacarmi.Cosa, nella fattispecie, non troppo lontana dalla realtà, visto che, quando non si allenava al Centro di Addestramento con Gladio e non aveva il turno di notte, la sera la passava nella taverna di Samuel.

Vide l'ombra alle sue spalle troppo tardi. Si mosse, ma, offuscata dall'alcool, troppo lentamente. A sua parziale discolpa, l'aggressore non era un novellino: le abbrancò la gola con un braccio e le piegò il suo dietro la schiena, con una velocità e una forza che non si sarebbe mai immaginata, e fu solo perché scoppiò a ridere che riconobbe Caesar e non gli assestò una testata o un calcio nell'inguine, o, peggio, un fire in piena faccia.

«Caesar, sei un coglione!» esclamò, cercando di divincolarsi. «Volevi farti ammazzare?»

Stringendo la presa, Caesar continuò a ridere. «Stavolta hai la guardia abbassata. Non sono Sarah.»

«Vaffanculo. Sei ubriaco, Caesar.»

«Anche tu. Stai andando a casa o a incontrare Gladio Amicitia, Coeurl?»

«A casa. Perché dovrei…?»

Le mani di Caesar scivolarono dalle sue braccia alla sua vita e Silia si sentì baciare sul collo. «Vengo a vedere casa tua, allora.»

«Non c'è nulla da vedere» sibilò, ma non più di rabbia. «È un minuscolo bilocale dove mi limito a dormire.»

«Hai un letto, quindi. Voglio vedere quello.»

Per un istante, Silia si irrigidì. C'era stato un periodo, molto tempo prima, dopo la morte di Hans – che lui non aveva mai conosciuto – in cui Caesar era regolarmente scivolato nella sua branda nel cuore della notte. Nulla di più che sesso tra compagni. Non era stato l'unico, né lei di certo l'unica per lui, ma, tra tutti, era l'unico che, dopo essersi sfogato, si soffermava a darle piacere. Forse perché era stata la prima: aveva sedici anni, Caesar, quando era stato scaraventato sul fronte. Il suo gruppo non aveva avuto il lusso di potersi addestrare per cinque anni, com'era successo al primo entrato in attività. Ma adesso non si trovavano sul fronte, e l'idea di distendersi con Caesar su un letto per fare sesso, di guardarlo alla luce delle lampade, le diede la stessa sensazione di estraneità che aveva provato quando aveva visto Balthier in jeans e camicia.

«Cee…» mormorò, con l'intenzione di farlo desistere.

«Cosa c'è, gattina, è perché non ho un uccello tatuato sulla schiena e le braccia?»

L'immagine di Gladio, delle sue mani, della dura curva della sua mascella si mescolò ai ricordi del fronte, al pensiero del sangue e della morte, e poi al dolore della riabilitazione, alla solitudine dei primi mesi a Insomnia, al senso di impotenza per quella guerra che non riuscivano a vincere. Si divincolò, il respiro corto, e afferrò Caesar per il braccio, aggrappandovisi come se stesse per affondare.

«Andiamo a casa.»

L'odore del sesso era, per Silia, il profumo del grasso con cui sul fronte mantenevano morbidi gli stivali e lucidavano le armi. Era la fragranza della terra e dell'erba umida, quando lo facevano di fretta, con furore, per pochi minuti strappati agli occhi degli altri. Era il sentore metallico di sangue delle ferite che si portavano addosso con noncuranza, quelle troppo lievi per sprecare un'energia.

Adesso, nella Capitale, erano le lenzuola lavate di fresco a fare da contrappunto ai loro aliti di birra. Era un materasso a una piazza e mezzo a offrire sostegno a schiene, ginocchia e gomiti che si dibattevano. Non dovevano temere interruzioni, protetti da sguardi indiscreti dalle quattro mura di un appartamento la cui porta era chiusa a chiave. Dovette ricordarlo tra un morso e un bacio a Caesar, che l'aveva spinta sul suo letto ed era affondato in lei violentemente come se avessero avuto pochi secondi di tregua, e lui l'ascoltò, dopoessere venuto, ricominciando lentamente.

Silia chiuse gli occhi, respirando la pelle di Caesar, ma la sua mente continuava a scivolare altrove, a spalle più larghe e a una mascella più pronunciata ruvida di barba, a polsi più spessi e ad addominali più muscolosi che si flettevano spingendo, e quando lui le tappò la bocca, schiacciandole la testa contro il cuscino per soffocare i suoi gemiti, di nuovo dimentico che non si trovavano sul fronte e che nessuno poteva sentirli, non fu a Caesar che pensò affondandogli le unghie nelle natiche.

Caesar si chinò per riallacciarsi le scarpe, rivolgendole la schiena nuda costellata da cicatrici. Alcuni nuovi solchi arrossati, qua e là puntellati di minuscole goccioline di sangue, erano già comparsi sulla sua pelle. Lei stessa, d'altronde, aveva segni di denti sul collo e sulle cosce e probabilmente un paio di lividi.

«Per Odino» gemette Caesar. «Ho i crampi. Se avessi saputo che sarebbe stato così impegnativo, Silia, avrei fatto un po' di riscaldamento.»

L'orologio appeso alla parete segnava le tre del mattino. Silia era sudata, sfinita, e il cuore le martellava ancora in petto dopo l'ultimo orgasmo. «Dovremmo farlo più spesso, ora che siamo a Insomnia, Cee» sorrise, tendendo un braccio per percorrergli con le dita una delle vecchie cicatrici. Lui rabbrividì visibilmente.

«Solo io e te?» chiese lui, voltando leggermente la testa per offrirle un ghignetto. «Perché in certi momenti mi è sembrato che fossimo in tre su questo letto, Silia.»

Silia si bloccò, punta sul vivo. «Cosa intendi? Sei ancora ubriaco, Caesar?»

«Oh, hai visto che non sono poi così tanto ubriaco» rispose lui. Finì di allacciarsi le scarpe, lasciandola ancora un po' sulle spine, e rimase con i gomiti appoggiati sulle ginocchia. «Non fare la finta tonta. Non so gli altri, ma a me è bastata mezz'ora seduto a un tavolo con te e con quella Guardia Reale per capire che ti sei ficcata in una situazione ingestibile. Com'è che è, esattamente? Siete andati a letto e state cercando di far finta che non sia mai successo? O non siete mai andati a letto e state cercando continuare su questa strada, visto che lui è la guardia personale del principe e immagino non possa permettersi distrazioni?»

Silia aprì la bocca, stupefatta, ma si accorse che non le riusciva di parlare. Forzarsi a farlo fu un'impresa titanica. «Che ne sai, tu, di Gladio Amicitia?»

«Silia…» Il tono di Caesar era a mezza strada tra il tenero e l'offeso. Raddrizzò la schiena per guardarla in faccia. «Gladio Amicitia, lo Scudo del Principe Noctis. Li conosco, di fama, i membri della Guardia. Suo padre è nel Concilio Ristretto, ed è a sua volta amico e protettore di Re Regis. Come vedi, ho fatto i compiti. Allora? Com'è la storia?»

Silia prese un profondo respiro per calmarsi. Quando parlò, il suo tono di voce era così secco da essere quasi impercettibile. «Non c'è nessuna storia. Siamo in guerra, Caesar, c'eri anche tu sul fronte, con me, negli anni passati. Siamo in guerra, e noi siamo Angoni, l'élite militare del regno che continua ad assottigliarsi. Non c'è nessuna storia» ripeté, scuotendo la testa.

Caesar si alzò, le braccia conserte. «Silia, su. Tutti noi abbiamo vissuto ogni nostra giornata come se fosse l'ultima, per anni, ma adesso, da qualche mese, tu sei nell'occhio del ciclone.» Si accarezzò la barbetta con un gesto stanco. «Non vergognartene, non è certo colpa tua. Ci stavi lasciando la pelle. Hai perso una gamba. So perfettamente che avresti preferito rischiare la vita ogni giorno piuttosto che tornare a Insomnia a sottoporti a umilianti e massacranti percorsi di recupero per tornare anche solo a muoverla. Ma qui in città, tuo malgrado, è finita la pietosa anestesia in cui siamo tutti piombati sul fronte per istinto di autoconservazione. Sei uscita dalla bolla e ti sei reimmersa nella vita vera, se esiste una vita vera: quella delle persone che la mattina non si alzano sperando di non morire.»

Silia lo raggiunse davanti alla finestra. Guardò insieme a lui l'architettura futuristica della Cittadellasemilluminata, immaginando il Cristallo che pulsava nel suo Santuario, al centro dell'edificio.

«Non è così strano quello che ti è successo» riprese Caesar. «Ma, con le decine di migliaia di abitanti di Insomnia, proprio una Guardia Reale? Proprio lo Scudo del Principe?»

Silia sospirò. Aveva sempre tenuto un occhio su Caesar, in battaglia, tutti loro della Squadra 6 l'avevano fatto, perché anche se già a diciotto anni aveva il volto di un uomo adulto, invecchiato da un'infanzia orfana di genitori, per strada, era il più giovane tra loro. Ma in quel momento era lei a sentirsi una ragazzina davanti a lui. Desiderava che Caesar se ne andasse, che non la guardasse in faccia e la costringesse a dargli ragione. Quando intercettò il suo sguardo, vide che Caesar la stava osservando con un mezzo sorriso.

«Sai, gattina, sul fronte, quando mi prendeva il terrore, mi bastava voltarmi a guardare te o Legato per ritrovare la calma. Ve ne andavate in giro in mezzo ai fischi dei cannoni come se non vi riguardasse. Secadevamo in un'imboscata nemica, avevate un'aria così flemmatica e imperturbabile che mi sentivo al sicuro.»

«Mi spiace deluderti, ma i primi tempi non era così. Anch'io mi sono stupita quando ho scoperto che, se temi troppo a lungo per la tua vita, poi ti abitui persino a quello» lo interruppe, grata che le avesse offerto l'occasione di sviare il discorso.

Lui continuò come se non l'avesse sentita. «Adesso non vedo più un soldato impassibile che mi guarda le spalle. Vedo una donna confusa. Se vuoi sapere come la penso» continuò «è un bene che sia l'integerrimo Scudo del Principe e non qualcun altro. Prima o poi torneremo a combattere, Silia, ed è meglio farlo senza lasciarsi nulla dietro. Dovresti fare come con la tua gamba. Taglio netto, un'amputazione veloce senza anestesia. Visto come si è imbarazzato quando hai dato manforte a Sarah con quella battutina sconcia, mi pare di capire che siete ancora in tempo.»

«Non è come pensi» negò infine, stancamente. «Amicitia è integerrimo esattamente come hai detto. Il suo primo pensiero al mattino è il principe Noctis, ed è anche l'ultimo.»

«Quindi è come penso» tagliò corto Caesar. «Comunque non sono affari miei. È la tua vita, Silia, anche se permettimi di ricordarti che, dopo avertela salvata giusto un paio di volte, un po' mi interessa.»

Tornò accanto al letto e si abbassò a recuperare la camicia e la giacca. Iniziò a indossarle. Silia stette a guardarlo da davanti la finestra, le braccia incrociate sul seno nudo, desiderando disperatamente che quelle mani tornassero a farle dimenticare la sua situazione, divenuta, come Caesar stesso aveva ben puntualizzato poco prima, ingestibile. Lui dovette avvertire il suo sguardo, perché, a due bottoni dal colletto, si fermò e alzò la testa. «Non guardarmi così» le disse, e sorrise. La cicatrice che aveva alla destra della bocca divenne una ruga profonda. «Altrimenti mi viene voglia di ricominciare.»

«Chi te lo impedisce?» rispose lei, raccogliendo la provocazione. «Io no di certo.»

Le dita di Caesar tremarono per un istante, come avevano tremato la prima volta che l'avevano toccata, sette anni prima, ma poi ripresero ad abbottonare la camicia. «Meglio di no. Devo essere sincero, Silia: è stato strano. Sul fronte aveva un senso. Qui è solo un cerotto sulla tua ferita.»

Chapter Text

9

Tertium  non datur

9 maggio

I

La convocazione alla Cittadella si preannunciava un affare dannatamente serio: il Concilio si era riunito in fretta e furia per quasi un’intera giornata, e qualunque fosse stato l’argomento di discussione Gladio non comprendeva perché convocare tutti e quattro, dal momento che Prompto non aveva ancora giurato. A quanto ne sapeva, peraltro, il resto della Guardia Reale non era stato coinvolto.

«È strana questa convocazione, vero?» osservò Prompto ad alta voce. «Avremo mica combinato qualcosa? Noct, sicuro che non ci stai nascondendo niente?»

«E cosa vuoi che ti nasconda?» ammiccò il diretto interessato. «Non vedo mio padre da quasi due settimane. Non ho la minima idea di cosa voglia dirci.»

Gladio aveva qualche sospetto a riguardo. Ora che gli Angoni erano rientrati a Insomnia, ci sarebbero di certo stati dei cambiamenti nell'assetto dei ruoli dei gruppi armati all'interno della città. Continuava a trastullarsi con l'idea che magari, se li avessero riallocati a Insomnia, qualcuno di loro avrebbe potuto unirsi alla Guardia Reale. Silia, per esempio.

«Comunque» continuò Prompto «ultimamente non capita più così spesso che ce ne andiamo in giro tutti insieme con la macchina di Ig, vero? Tra il part-time di Noct e Gladio che la sera sparisce da qualche parte staccando il telefono…» Gli indirizzò un'occhiata maliziosa.

Prompto esagerava, come sempre, perché si vedevano praticamente ogni giorno, anche se non più tutte le sere, ma si sentì ugualmente punto sul vivo. «In realtà» disse cautamente, senza confermare né smentire «mi alleno al Centro d’Addestramento. E non stacco il telefono. Lo sapete che negli spogliatoi non c’è campo.»

«Ti alleni di sera?» indagò Noctis. Solitamente era troppo concentrato su se stesso per interessarsi alla sua risicata vita privata, ma oggi sembrava stranamente comunicativo.

«Anche di sera» confermò, assestandogli una fraterna ginocchiata. «Non è mai abbastanza. Dovresti farlo anche tu.»

Prompto si inginocchiò sul sedile – non allacciava mai la cintura di sicurezza – e abbracciò il poggiatesta guardandolo con un’aria di chi la sa lunga che non gli piacque affatto.

«E allora, Gladio, se la sera ti alleni, chi è Hartwood?»

Questa volta Gladio accusò il colpo. «E tu come fai a conoscere quel nome?»

«È stato Ignis a nominarla un paio di volte.»

Gladio lanciò a Ignis un’occhiata assassina che sperò venisse intercettata attraverso lo specchietto retrovisore. Era l’unico a cui avesse accennato di Silia, entro certi termini, naturalmente: gli aveva confidato che, di tanto in tanto, si vedeva con un Angone in licenza – nulla di ambiguo o di losco, solo una casuale amicizia – e che si allenavano insieme. Era stato quasi obbligato a confidarsi, perché al comando della Guardia, periodicamente, fioccavano le battutine, arrivate persino all'orecchio di suo padre, anche se non a quello di Noctis, e Gladio voleva che almeno Ignis non equivocasse. Anche se forse, dopotutto, non c’era nulla da equivocare, e tutti avevano capito tutto prima di lui.

«Chi è Hartwood, Gladio?» domandò anche Noctis.

«Oh, a Gladio piace fare il riservato e quindi pensano tutti male» rispose Ignis prima che potesse farlo lui. «È una donna che lo sta aiutando ad allenarsi» lo spalleggiò. Gladio gliene fu grato.

«Una donna che ti sta aiutando ad allenarti?» Noctis ammiccò. «Non ho mai sentito quel nome. Non è una Guardia Reale. Chi è?»

«Nessuno. Un’amica.» Avrebbe potuto vuotare il sacco con Noctis e Prompto, a quel punto, e forse lo avrebbe già fatto da tempo se una parte di lui non avesse realizzato che non era così semplice. Le ore che passavano insieme lui e Silia non erano più uno sporadico corollario di svago alle sue giornate, ma un momento che aspettava con impazienza, e qualunque cosa avesse tentato di sotterrare per mesi, ormai faticava a tenerla a bada.

«È carina?» chiese Prompto.

«Non deve essere carina per allenarsi con me. È agile e molto dotata con la spada. Mi ha aiutato a mettere a punto un paio di nuove tecniche. Magari prima o poi ve la presento.»

«Uff, che noia» commentò ancora il biondino. «Mi sembrava troppo bello avere qualcosa per cui prendere in giro Gladio.»

Arrivarono alla Cittadella senza che il discorso, con grande sollievo di Gladio, venisse ulteriormente sollevato. Lasciarono l'auto di Ignis nei parcheggi sotterranei e salirono nella hall, dove Claire Aulus, una degli attendenti più fidati di suo padre, li stava aspettando. Presero uno degli ascensori fino all'ala riservata alle riunioni del Concilio.

Seguendo Claire, Gladio iniziò a percepire intorno a sé un palpabile nervosismo. I gesti della donna e la sua espressione tesa, la rigidità degli impiegati che incontrarono lungo il corridoio, un chiacchiericcio di sottofondo, sommesso ma convulso, ben diverso dalla consueta frenesia che animava la Cancelleria Reale,

no, si disse Gladio, decisamente c’è qualcosa che non va.

Claire non li condusse nella Sala delle Udienze, come aveva già intuito, ma in una delle salette private in cui il Re e il Concilio si ritiravano. Non era un colloquio formale, dunque, ma, in un certo senso, la cosa era ancora più allarmante. L’attendente aprì la porta e si fece da parte per farli entrare. Quell’afflato di nervosismo li contagiò: entrarono nella stanza tesi, quasi intimiditi.

Il suo nervosismo aumentò quando vide i partecipanti a quell’insolito colloquio: il Re, seduto a un capo del tavolo rettangolare che occupava quasi interamente la stanza, suo padre, in piedi accanto a lui intento a discutere a bassa voce, Rubeus Scientia che prendeva appunti su un piccolo portatile, e Cor Leonis che fissava il vuoto con le braccia incrociate, pensieroso. In un angolo, dietro il Re, appoggiato alla parete, c’era persino il Capitano Titus Drautos.

Tutti alzarono lo sguardo quando furono entrati. Claire chiuse la porta alle loro spalle, restando fuori, e a Gladio bastò un’occhiata alle espressioni gravi degli uomini davanti a lui per avere la conferma definitiva che era successo qualcosa di molto grave. Imitato da Prompto e Ignis, piegò la schiena in un breve inchino in direzione del Re, poi si raddrizzò, in attesa di istruzioni.

«Benvenuti. Sedetevi pure» li accolse lo zio di Ignis, chiudendo il portatile e facendo un gesto verso le sedie. «Prompto, non ci vediamo da un po’. Ti trovo proprio bene» cercò di alleggerire la tensione, ma nessuno lo imitò.

Prompto borbottò un ‘grazie’ imbarazzato a mezza voce, e fu il primo a scostare una sedia e ad accomodarsi. Ignis sedette accanto a lui. Noctis rimase in piedi, a fissare suo padre, e anche Gladio preferì rimanere in piedi. Si appoggiò anche lui alla parete, come il Capitano Drautos, e attese di scoprire perché si trovavano lì.

Il Re – sempre più logoro a ogni loro incontro – incrociò le braccia, li squadrò brevemente, e poi si soffermò a guardare il figlio. Quando Regis era giovane, e non erano passati poi molti anni, la somiglianza con Noctis era impressionante. Adesso si era perduta nelle pieghe del tempo.

«Quello che sto per comunicarvi» esordì il Re «Non è ancora stato diffuso ufficialmente. Ne sono al corrente i membri del Concilio, il Generale Leonis, il Capitano Drautos e alcuni degli impiegati della Cancelleria Reale più fidati. Vi chiedo di non farne parola con nessuno finché non sarà di dominio pubblico.»

Gladio guardò il padre inarcando leggermente il sopracciglio, ma il volto di Clarus Amicitia non tradì alcuna emozione. Fece un cenno impercettibile con il capo, forse invitandolo ad ascoltare con attenzione.

«Ieri il Cancelliere di Niflheim, Ardyn Izunia, ha chiesto udienza qui alla Cittadella. Ha proposto una tregua tra Niflheim e Lucis. Le condizioni sono le seguenti: la rinuncia dei territori intorno a Insomnia in cambio della cessazione immediata delle ostilità. Io e il Concilio abbiamo deciso di accettare.»

Gladio trattenne il respiro. Una tregua con gli imperiali. Dopo centocinquant’anni di guerra aperta, si era giunti a questo. Si appoggiò una mano sugli occhi.

«Non crediate» continuò il Re, dopo aver lasciato loro qualche secondo per recepire la notizia «che non abbiamo attentamente valutato ogni opzione. La vostra maturità va al di là dei vostri anni, come si richiede ai ruoli che ricoprite, e sono certo che comprenderete perfettamente che questa scelta non è stata presa a cuor leggero.» Stava parlando a loro tutti, ma era a Noctis che si stava rivolgendo. In gioco, dopotutto, c’era il destino del regno che a breve avrebbe governato. «La quasi totalità della popolazione di Insomnia non ha mai messo piede fuori dalla città. C’è un mondo, là fuori, che quasi nessuno di noi ha mai visto. La guerra non ha mai sfiorato la nostra gente, per cui i cittadini di Insomnia sono abituati a pensarla parte integrante della loro vita, ma non è così.» Si abbandonò a un profondo sospiro. «Siamo in guerra da quattrocento anni. Ed è giunto il momento di accettare che Lucis non ha altra scelta se non trattare.»

Il Re li studiò attentamente. Gladio si sentiva la gola e il petto paralizzati, e non riuscì a reagire. Nessuno dei suoi amici lo fece. Non poté intercettare i loro sguardi, ma probabilmente, come lui, stavano cercando di prefigurarsi un mondo in cui Niflheim regnava incontrastato – lo sta già facendo, si corresse, solo che finora ci siamo opposti con tutte le nostre forze a questa situazione e da ora non più –, un mondo in cui, tuttavia, i cittadini di Insomnia non avrebbero avuto bisogno di trincerarsi dietro la Barriera eretta da re morti da tempo e tenuta in piedi dal potere del Cristallo.

«Padre.» La voce di Noctis, limpida, fu come acqua fresca in una giornata torrida. «Ne sei certo?»

«Ne sono certo» rispose il Re, con voce morbida. «Non vi abbiamo fatto chiamare per discutere di questo. È già tutto deciso. Il Cancelliere è tornato a Niflheim per annunciare che abbiamo accettato, e a breve fisseremo la data della firma del trattato. Siete qui perché Iedolas Aldercapt ha richiesto un’ulteriore condizione che ti riguarda personalmente, Noctis.»

Gladio s’irrigidì, e sentì la sua bocca storcersi in una smorfia. Quasi senza accorgersene, si avvicinò di un passo a Noctis. Non possono aver osato tanto, si disse. Non possono aver richiesto Noct come ostaggio. Il Re non lo avrebbe mai permesso.

Il Re gli riservò un’occhiata benevola. «Sta’ tranquillo, Gladiolus. Non intendono fargli alcun male. Iedolas Aldercapt desidera che la tregua sia sancita da un matrimonio tra l’erede al trono di Lucis e la Sciamana, che da anni è sotto la loro formale protezione.»

Noctis spalancò gli occhi. «Con Luna?» mormorò, incredulo. Gladio lo era altrettanto. La principessa Lunafreya, che Noct non incontrava da anni ma con cui intratteneva una regolare corrispondenza, era l’unica persona verso cui l’amico nutrisse un trasparente e profondo affetto. Sembrava una notizia troppo buona per esserlo davvero.

Re Regis annuì. Dal momento che il Cancelliere era già tornato a Gralea a riferire le decisioni del Re e del Consiglio all’Imperatore, era già tutto deciso. Era venuto il momento per Noctis di assumersi le sue responsabilità e i suoi doveri, come tutti loro, anche se non credeva che quel dovere gli sarebbe risultato particolarmente gravoso. Cercò di trattenere il sorriso che gli era affiorato alle labbra. Non era il momento.

«Quando?» chiese Noct.

«Al più presto. Ma non a Insomnia. Questo non lo abbiamo ancora comunicato al Cancelliere Izunia. Ho deciso che le nozze si terranno ad Altissia. Partirete la mattina del 13 maggio.»

Partiremo. A Gladio venne in mente la prima volta che suo padre glielo aveva prospettato. Quando aveva cinque anni e avrebbe voluto fare l’hunter, o forse il mago, non aveva ancora deciso. Nonostante la situazione tragica, nonostante il loro futuro incerto, l’idea di lasciare Insomnia gli suscitò un brivido di eccitazione.

«Prompto Argentum» parlò per la prima volta il Generale Leonis, e l’amico si irrigidì sulla sedia come se gli avesse sparato. «Domani giurerai come Guardia Reale. Sei pronto, ormai, e vogliamo che il Principe non si circondi di una scorta armata, nel suo viaggio, ma di persone fidate. Vi recherete al Molo di Galdin, cercando di attirare l’attenzione il meno possibile, e da lì prenderete un ferry per Altissia. Non dovreste avere troppi problemi durante il viaggio: pochi conoscono il tuo aspetto fuori da Insomnia, Principe.»

«È tutto, per adesso» concluse suo padre Clarus. «Abbiamo ancora molte cose di cui discutere. Siate reperibili, in questi giorni, perché avremo bisogno di comunicarvi ulteriori dettagli. Preparatevi bene per la partenza: ognuno di voi è stato addestrato per far fronte a ogni tipo di pericolo, ma per la prima volta vi confronterete con nemici reali. Non ho alcun dubbio che saprete affrontarli come più si conviene.»

Ignis e Prompto si alzarono. Gladio non vedeva l’ora di poter discutere con loro, da soli, di tutto ciò che avevano appena appreso. Ma il Re si rivolse ancora a Noctis. «Non tu, Noctis. Resta ancora per un po’.»

Prima di uscire, Gladio si soffermò a guardare il Capitano Drautos, incuriosito. Avvertendo il suo sguardo, il Capitano lo squadrò a sua volta. Era dunque quello l’uomo che aveva trasformato Silia in un combattente d’élite. Tutte le volte che pronunciava il suo nome, le labbra di Silia si curvavano in un sorriso reverenziale. Doveva tutto a quell’uomo, gli aveva confidato, e per un istante Gladio sentì le sue, di labbra, piegarsi in un ammirato sorriso di simpatia. Il Capitano, tenendo fede alla sua fama di uomo inflessibile, non rispose.

II

Un quarto d'ora dopo, seduti a uno dei tavolini del Sotherby's, protetti dalla musica di sottofondo che impediva loro di ascoltare le conversazioni agli altri tavoli e, di conseguenza, agli altri avventori di ascoltare le loro, si scoprirono incapaci di commentare. Gladio continuava ad aprire la bocca, cercando qualcosa da dire, e a richiuderla subito dopo, disorientato. Si prospettavano per tutti loro cambiamenti troppo radicali perché riuscisse a farsene una ragione così in fretta.

«Dovrò impacchettare tutti i miei attrezzi da cucina» disse Ignis, più a se stesso che agli altri. «Solo perché lasciamo Insomnia, non è un buon motivo per mangiare ogni giorno schifezze negli autogrill. E tu penserai all'attrezzatura da campeggio, Gladio, visto che hai già tutto. Dovremo portare anche l'equipaggiamento da pesca. E cambiare la valuta prima di partire. Che macchina prenderemo?»

Grattandosi l'attaccatura dei capelli, Gladio si morse un labbro. «Ignis, invidio la tua semplice praticità. Io non riesco a fare a meno di pensare alla fine di una guerra che va avanti da quattrocento anni, al sorriso compiaciuto di quello stronzo di Iedolas Aldercapt, alle persone fuori da Insomnia.»

Ignis ammiccò, concentrato. «Possiamo pensare alla guerra e anche agli aspetti pratici del viaggio, Gladio. Una cosa non esclude l'altra, e non possiamo partire impreparati.»

«Se anche fosse, prima che alle pentole penserei alle armi.»

«…domani giurerò come Guardia Reale.»

Gladio guardò Prompto, colpevole e, vide, anche Ignis soffocò l'imbarazzo con un manierato colpo di tosse. In mezzo al caos di novità e comunicazioni, quella – una delle poche gradite – era passata in secondo piano.

Non per Prompto, naturalmente, che continuava a sorridere beato. «Non vedevo l'ora» disse. «So che ho iniziato ad allenarmi molto più tardi di voi, ma entrambi avete giurato a diciotto anni e…» Abbassò la testa, e la frangetta gli nascose gli occhi. «…mi sentivo indietro. Credevo che questo momento non sarebbe mai arrivato.»

Gladio sentì un profondo moto d'affetto fraterno nei suoi confronti. Per quanto il suo entusiasmo e i suoi modi fossero spesso irritanti, non era così stupido da non notare che tendevano a riempire chiassosamente quel passo di distanza a cui Prompto si teneva rispetto a loro – forse era la fiducia in se stesso che i noncuranti genitori adottivi non gli avevano mai infuso, forse l'incertezza circa le proprie origini. Prompto si era unito al loro gruppo da pochi anni, e superato un primo periodo di avversione, che forse, a ben vedere, nascondeva anche una certa dose di gelosia, Gladio era arrivato a volergli bene come a un terzo fratello minore. Si sporse ad arruffargli i capelli. «Congratulazioni, Prompto. E non darti cruccio: ognuno ha i suoi tempi. Non siamo tutti uguali. Sei un cecchino straordinario: non sentirti da meno di noi.»

Prompto non rispose, ma arrossì. «Farò del mio meglio per proteggere Noct» dichiarò «a costo della mia stessa vita. Anche se non si merita affatto Lady Lunafreya.»

Risero. La tensione si era allentata, e Gladio si portò alle labbra il suo caffè ormai freddo. «Già. Ma sospetto che con la principessa terrà un contegno molto diverso da quello con cui si rivolge a noi.»

«Non vedo l'ora di vederti, Luna» gli fece il verso Prompto, continuando a ridere, citando una frase del diario che i due si scambiavano attraverso Umbra e che erano riusciti a strappargli dalle mani pochi mesi prima. «Darei non so cosa per leggere quel diario adesso che le nozze sono state fissate.»

«Su, ragazzi, non siate indiscreti» li riprese Ignis, ma sorrideva. «Sono veramente felice per lui. Anche per lei. Lady Lunafreya ha avuto una vita molto sfortunata. Merita un po' di felicità. E poi, quando Noct si sarà sistemato, potremo prendere un po' di fiato anche noi e smetterla di fargli da scorta celibe.»

Gladio si affogò con gli ultimi residui di caffè nella sua tazza. Iniziò a tossire. «Ig» rantolò «smettila di dire assurdità. Questo viaggio è tutt'altro che una gita di piacere. Rimaniamo concentrati.»

Lo disse con più veemenza di quanto intendesse. Invece di divertirlo, la facezia di Ignis gli aveva buttato addosso una cappa di ansia e di depressione. Qualche giorno prima si era concesso di pensare che forse, senza dimenticare il suo posto e i suoi obblighi e le sue priorità e la sua famiglia, forse, con il temporaneo rientro degli Angoni a Insomnia, forse, chissà, avrebbe potuto iniziare a immaginare un futuro in cui c'era anche Silia. Si era trattenuto all'ultimo secondo dal dirglielo, e di nuovo perché lei gli aveva piantato in faccia uno sguardo bellicoso, implorante, quasi spaventato. Per fortuna lo aveva fatto: adesso era cambiato tutto. Adesso era lui a dover lasciare Insomnia.

Quei pensieri lo fecero sentire schifosamente meschino, e si sentì ancora più meschino quando vide che Ignis, il capo reclinato contro una mano, lo stava guardando con irritazione. «Stavo scherzando, Gladio» disse, con una sfumatura acida nella voce. «Perché te la prendi tanto?»

«Già, Gladio» gli fece eco Prompto. «A volte sei proprio strano.»

«Scusate» si schermì. Gli piaceva credersi la guida del gruppo, ma a volte il più moccioso di tutti era proprio lui. «È solo che ci hanno scaricato addosso troppe novità, oggi.»

Gli altri due non risposero. Gladio lanciò un'occhiata allo schermo del cellulare: erano le sei e mezzo. Provò a telefonare a Noctis, ma il telefono squillò a vuoto.

«Niente?» s'informò Prompto.

«No. Direi che ormai è inutile aspettarlo.» Gladio s'inumidì le labbra, e iniziò mentalmente a elencare tutti i preparativi per la partenza. Non si trattava solo di armi e bagagli: c'era l'itinerario da programmare meticolosamente, tenendo conto che fuori da Insomnia non avrebbero trovato supermercati, hotel e stazioni di servizio a ogni pie' sospinto. C'erano altre convocazioni alla Cittadella da preventivare, perché di fatto, in quel momento, sapevano solo che si sarebbe firmata una tregua e che sarebbero partiti il 13 al mattino, appena quattro giorni dopo. Aveva la sensazione che, se non fosse riuscito a intercettare Silia quella sera, non l'avrebbe più rivista prima di lasciare Insomnia.

Si alzò, cercando il portafogli per pagare. «Ragazzi, io vado. Visto il poco preavviso, devo andare a fare qualche commissione. Ci sentiamo presto. Domani sera si festeggia Prompto e il suo ingresso nella Guardia.»

Gli tese il pugno, e l'amico lo colpì allegramente con il suo, sorridendo. «Ci saranno delle ragazze?»

«No. Solo noi quattro maschioni» rispose, schiacciandogli l'occhiolino, e lasciando qualche gil sul tavolo. «Inizia ad abituarti. Ci aspetta un lungo viaggio in macchina, solo noi.»

Prompto sbuffò, deluso, prostrandosi teatralmente sul tavolo. «Che noia…»

«Gladio…» lo bloccò gravemente Ignis, appoggiandogli una mano sull'avambraccio mentre gli passava accanto.

Gladio fu certo che l'amico sapesse perfettamente che stava andando a cercare Silia e che avrebbe finito per raccontarle tutto quello che era stato ordinato loro di non divulgare.

Aprì la bocca per giustificarsi, per negare, ma Ignis strinse la presa sul suo braccio.

«Se passi al centro commerciale, ho bisogno di una nuova casseruola. Media. Temo che quella che ho sia troppo ingombrante per portarla con noi.»

III

La aspettò per un’ora. Erano le otto, ormai, e ogni minuto che perdeva seduto a uno dei tavoli di Samuel a guardare l’ingresso del locale era un minuto sottratto ai preparativi per la partenza. Ma Silia continuava a non rispondere al telefono.

«Mi spiace, Amicitia» disse Samuel, canzonatorio, portandogli al tavolo una birra non richiesta. «Oggi la sua fidanzata le ha dato buca, eh? Non dovrei dirlo, ma forse è meglio così: i clienti si erano abituati a lei, ma avere cinque dannati Angoni in divisa seduti al tavolo è tutto un altro paio di maniche.»

Gladio fu infastidito dalla sua invadenza e dalla leggerezza con cui parlava degli Angoni, ma poi dovette ricordare a se stesso che il barista, nonostante il burbero piglio da oste stizzito, in quei mesi aveva mostrato a Silia una cordialità e una premura non scontate. Per cui forzò un sorriso, si portò la birra alle labbra, e gli schiacciò l’occhiolino. «La mia fidanzata? Hartwood? Se ti sente ti sfascia il locale. Comunque non avevamo alcun appuntamento. Sono solo passato a vedere se la trovavo.»

In quel momento, il cellulare sul tavolo squillò. Gladio si raddrizzò di scatto, afferrandolo. Era lei.

«Pronto? Ho visto che mi hai cercato, Gladio.»

Gladio prese un profondo respiro per calmarsi. Non desiderava solo salutarla, comprese. Aveva bisogno di vederla e di dirle tutto. «Sì. Ho… fatto un salto da Samuel. Speravo di trovarti. Dove sei, Silia?»

Sentiva una tenue musica di sottofondo. «Hm» prese tempo lei, esitante. «Vicino a casa tua, in realtà. Non so come, Sarah è riuscita a trascinarmi a una specie di festa. Visto che, si può dire, siamo in una fase di stallo…» Era imbarazzata. «Non resto molto» si giustificò. «Solo per vedere cosa succede.»

«Aspetta, frena.» Un ricevimento. Vicino a casa sua. Oh, per i Siderei. Cornelia Doge. Cornelia Doge e le sue cazzo di feste. Con quello che era successo, Gladio aveva dimenticato che era una giornata come tutte le altre, per la gente comune, e che Cornelia Doge la settimana scorsa aveva fatto arrivare a casa loro l’ennesimo invito per l’ennesimo ricevimento che come al solito avevano snobbato. «La villa con i leoni di pietra sul cancello?»

«Quella» confermò Silia. «Sono scappata in terrazza con un bicchiere di vino. Caesar, Legato e Samuel si sono eclissati. Quindi Sarah ha preteso che la accompagnassi io. Ha detto che me la sono spassata per mesi qui in città e che potevo anche farle questo favore. Non sono riuscita a dirle di no.»

Mentre parlava, Gladio era già in strada e stava cercando le chiavi della macchina. «Come ha fatto ad avere l’invito?»

«Non ci siamo imbucate, se è quello che pensi. Sarah ha conosciuto la padrona di casa, non so quando, in questi giorni. Cornelia Doge, credo, probabilmente la conosci, visto che è del tuo ambiente fighetto. L’ha invitata lei, dicendo di portare qualche amico, perché trovava adorabile l’idea di avere degli Angoni del Re alla sua festa. Deve aver finito le scimmiette in tutù da gettare in pasto agli ospiti.»

Tipico di Cornelia Doge. Gladio mise in moto l’auto. «Bene. Sto venendo a salvarti.»

«Ah.» Non si aspettava un’esplosione di gioia, ma neanche quell’espressione così tiepida. «Non credo sia il caso, Gladio» gli disse, secca.

«È il caso. Ho avuto una giornata pesante e ho voglia di bere un bicchiere di vino.» S’incastrò il telefono tra la spalla e l’orecchio, accelerando. «Cornelia Doge aveva invitato me e la mia famiglia, ma mi era completamente passato di mente fino a ora.»

«No, Gladio» ribatté lei. «Sto per andarmene. Sul serio. Mi fermo solo dieci minuti.»

«Silia.» Il suo nome venne fuori con un tono un po’ troppo simile a una preghiera. «Non andartene. Aspettami lì.»

La sentì sospirare. «Va bene» cedette. «Mi trovi in terrazza.»

IV

«Eccoti qui.»

Gladio le si avvicinò e si appoggiò anche lui alla balaustra. Indossava l’uniforme della Guardia Reale, ed era un po’ trafelato, come se avesse corso. Le porse un bicchiere di vino.

«Grazie. Come mai in alta uniforme, Gladio?»

Lui si grattò l’attaccatura dei capelli, portandosi il suo bicchiere alle labbra, e non rispose alla sua domanda. «Come va, qui?»

«Bene. Sarah è andata via poco fa con un tipo. Chiunque sia, mi ha fatto un grosso favore.»

«Perché?»

Si strinse nelle spalle. «Perché così almeno lei non ci vedrà insieme.»

«Silia, basta.» Lui la guardò fisso negli occhi. «Cosa te ne frega? Lascia che parlino. A me non importa niente.»

Se Gladio avesse aggiunto una sola parola in più, Silia se ne sarebbe andata. Aveva fatto male ad aspettarlo. Dopo ciò che le aveva detto Caesar, due sere prima, non si sentiva in grado di affrontare una conversazione di quel tipo con lui. Amputazione senza anestesia, le aveva consigliato Cee, ed eccola lì a bere vino appoggiata a una balaustra con lui, soli in terrazza, a un ricevimento elegante.

«Ti sta piacendo la festa?» le domandò lui.

Silia scosse la testa. «Troppa gente elegante. Troppa attenzione. Ho messo la divisa degli Angoni perché non avevo un abito adatto all’occasione, col bel risultato che, quando siamo arrivate, la padrona di casa ci ha prese per le braccia e portate in giro mostrandoci come pappagallini di razza. Sarah è arrivata già ubriaca e non ha fatto altro che ridere. Quanto a me, non credo che esista un tasso alcolico abbastanza alto da farmi trovare la situazione divertente.» Vuotò il suo bicchiere di vino. La festa era imbarazzante, ma non aveva mai bevuto un rosso così buono.

Gladio rise. «Cornelia è un tipo strambo. Appartiene alla vecchia aristocrazia della città. Sapessi cosa ne diceva mia nonna.» S’interruppe, pensieroso, guardando nel buio oltre la balaustra. Silia si chiese cosa gli passasse per la testa: la sua voce al telefono le era sembrata strana. Ma anche lei si sentiva strana. Una volta di più, rimpianse il loro semplice rapporto di qualche mese prima: una complicità cameratesca senza ombre, priva di sottintesi.

«Ascolta» iniziò a dire lui, ma in quel momento le vetrate del balcone si spalancarono e una coppia di mezza età ne uscì, andandosi a piazzare a pochi metri da loro. La donna, molto elegante, si faceva aria con un ventaglio. L'orchestra aveva appena attaccato a suonare il Valzer di Fantastica.

«Il Valzer di Fantastica» sussurrò Gladio con un sorriso. «Che ne dici?»

Silia ammiccò. «Che ne dico di cosa?»

Senza alcun preavviso, Gladio le afferrò la mano e la trascinò dentro.

«Ma che cazzo fai?» sibilò. Li stavano guardando, e non era il momento per piantare i piedi e fare una scenata, o avrebbe attirato ancor più l’attenzione.

Gladio non la ascoltò. Le passò un braccio intorno alla vita, continuando a condurla verso il centro della stanza, dove altre coppie stavano già ballando. «Secondo te? Balliamo.»

Silia cercò di sottrarsi con discrezione, voltando la testa perché lui non si accorgesse che era imbarazzata. «Sei pazzo.»

Lui strinse la presa sulla sua vita. «Non sai ballare il valzer? È facilissimo.»

«Non ho mai ballato e non comincerò stasera.»

«Non farti pregare.»

«Non devi. Mi rifiuto.»

Gladio la fece ruotare su se stessa, come se non avesse parlato. Non possiamo andare avanti così, si disse Silia. Non dobbiamo più vederci.

«Non so ballare, Gladio.»

Lui le prese l'altra mano e se l'appoggiò sulla spalla, poi tornò a cingerla tra le scapole. Le vennero alla mente, d'improvviso, tutte le volte che l'aveva provocato, quando non era ancora consapevole di quanto fosse attratta da lui, e di come un tempo la divertisse il suo infantile imbarazzo. Ora era lui a essere disinvolto, l'adulto. Si chinò su di lei, parlandole all'orecchio. «Devi immaginare un quadrato sul pavimento. Un, due, tre. Un, due, tre. Su, sono sicuro che hai imparato mosse di combattimento più complesse. Questa è una bazzecola. Passo indietro. Passo in diagonale. Passo avanti. Un, due, tre. Un, due, tre.»

«Gladio, smettila» disse, debolmente, ma iniziò a seguire i suoi movimenti. Non era facile, perché Gladio era molto più alto di lei. Un quadrato sul pavimento, si disse.

«Non guardare il pavimento» sussurrò lui. «Guarda me.»

Aveva ragione: aveva imparato schemi di combattimento ben più difficili. I movimenti del valzer erano simmetrici, fluidi, ripetitivi, e presto smise di prestare attenzione ai passi e iniziò a seguire il ritmo.

«Guarda me.»

Guardò lui. Gladio la fissava, impenetrabile, la bocca atteggiata in un sorriso compassato, malinconico. Si abbandonò alla musica, alle sue mani, assecondandolo anche quando lui la fece volteggiare.

Dopo un tempo indefinito – un minuto? cinque? – l'orchestra rallentò, trasformando in chiusa il valzer in un lento. Silia cercò di sciogliersi dalla sua presa, ma Gladio la trattenne, spostando la mano più in basso, lungo la sua schiena, e avvicinandosela. Si erano toccati in ogni modo immaginabile combattendo insieme in allenamento, eppure ebbe un brivido quando gli sfiorò il petto con la fronte.

«Gladio, smettila» sibilò di nuovo, con voce orribilmente roca. «C'è anche tuo padre, lì da qualche parte?»

«No, non c'è. Il Concilio Ristretto è in consulta da ieri. La Guardia è impegnata. Domani il Re farà un annuncio molto importante» mormorò lui, il fiato sul suo orecchio.

«Di cosa stai…?»

«Non ora. Ne parliamo dopo. Ma a breve dovrò partire, e probabilmente non ci vedremo più per molto tempo, quindi, Silia, per l'amore dei Siderei, spegni il cervello per dieci minuti e balla con me. Non credo che succederà mai più.»

«Gladio, non…»

Gladio chiuse gli occhi, stringendo la presa sulla sua schiena. Il suo tono era dolce, suadente. «Silia, ti prego. Non dire più nulla.»

Lo accontentò. Chiuse gli occhi anche lei, seguendo il ritmo lento dell’orchestra, cercando di non pensare all'annuncio di Re Regis, alla prossima partenza di Gladio, al fatto che non potevano farsi vedere così, non potevano stare così vicini, non potevano continuare in quel modo. Sentì solo la musica, il respiro di Gladio contro l'orecchio, il calore della sua mano sulla schiena, il suo odore familiare.

V

Si lavò la faccia, una, due, tre volte. Il bagno era più grande del suo bilocale, pulito e profumato, in marmo bianco e grigio. Un bagno elegante, d’altri tempi. Quando le parve di essersi un po’ calmata, si voltò, appoggiando la schiena al bordo del lavandino. Si passò le mani tra i capelli umidi.

Mi sento male, pensò. Avrei dovuto dare ascolto a Cee. Amputazione senza anestesia.

Prese un profondo respiro. Si vergognò di se stessa. Era una professionista, una veterana di guerra, e si stava comportando come una stupida ragazzetta. Era un Coeurl, non una gattina. Sarebbe uscita da quel cesso e avrebbe affrontato Gladio Amicitia.

Lui la stava aspettando in fondo al corridoio. Alzò la testa quando si avvicinò, e sorrise, ma era un sorriso evidentemente forzato.

«Usciamo, Silia, non voglio parlare qui di certe cose.»

E io non voglio parlare in un luogo appartato. Cercò di alleggerire i toni, di ridimensionare tutto a una sana e quotidiana normalità. «D’accordo. Andiamo da Samuel, allora, anche se è tardi.»

Gladio scosse la testa, brusco. «No, non da Samuel. Andiamo a casa tua, se non ti spiace.»

«Te lo puoi scordare» rispose in un fiato, con voce aspra, senza poterselo impedire. Gladio ammiccò come se gli avesse assestato un ceffone. Si portò una mano alla bocca, pentita, e scosse la testa. «Intendo, Gladio, che non voglio ancora rientrare» mentì maldestramente.

Lui si grattò la fronte, distogliendo lo sguardo dal suo. «D’accordo. Comunque non intendevo… niente, lascia perdere. Ma non alla taverna, Silia. Non posso parlare liberamente lì. Seguimi.»

L’annuncio di re Regis doveva essere particolarmente scottante. Lo seguì, ben attenta a che non li vedessero uscire insieme, e con suo sollievo vide che Gladio desiderava la stessa cosa. «Vai avanti tu» le sussurrò all’orecchio mentre scendevano le scale. «Ci vediamo fuori. Cammina fino al prossimo viale a destra, davanti alla villa con le statue dei cavalli nel giardino. C’è una guardiola per il custode, là fuori, ma a quest’ora è vuota, e i proprietari sono qui al ricevimento. Aspettami là dietro.»

Questo eccesso di riservatezza, quando poco prima avevano ballato insieme davanti a chissà quante persone, la stupì e preoccupò. Annuì, e lo precedette dove lui le aveva detto.

Si sentiva il chiocciare contento delle persone che stavano lasciando il ricevimento, ma nessuno la vide appartarsi dietro il gazebo della villa che Gladio le aveva indicato. Qualche minuto dopo comparve anche lui. Per un attimo Silia si sentì nuovamente a disagio in un posto così isolato, da sola con lui, ma Gladio le fece cenno di seguirlo e si avviarono insieme.

Camminarono a lungo, in silenzio, fino a un locale elegante, ancora aperto, la cui insegna recitava Liberty. Erano entrambi fuori posto in uniforme. Il maître che li accolse, comunque, doveva conoscerlo, perché non fece alcun commento e li accompagnò a un tavolo tranquillo in fondo alla sala, dietro un separé.

«Scusami se ti porto in un posto del genere» fece lui, un po' imbarazzato. «Ma non mi è venuto in mente nient'altro. Qui non ci disturberà nessuno.»

Per spezzare la tensione, Silia sorrise. «Di solito ci porti a cena le signorine d'un certo livello sociale, vero?»

Gladio s'incupì. «Ci porto mia sorella. Era il ristorante preferito di mia madre» disse, più acido di quanto non fosse necessario. «Ma sì, è capitato che ci venissi a cena con delle donne. Non ultimamente. È un problema?»

«Basta, Gladio.» Silia vide avvicinarsi un cameriere in abito scuro, e si sentì a disagio.

«Cosa prendi, Silia?»

«Niente» rispose.

«Due whisky, Leonard, per favore» disse Gladio, ignorandola. Quando il cameriere si fu allontanato, tornò a rivolgersi a lei. S’inumidì le labbra, si grattò la fronte per l’ennesima volta, e piantò il mento sul palmo della mano. «Ti assicuro che ne avrai bisogno. Silia, quanto che sto per dirti non è ancora stato divulgato, anche se lo sarà ben presto, ed è una questione estremamente delicata e riservata. Se qualcuno viene a sapere che ti ho dato quest'informazione, sono nei guai. Oggi è arrivato il Cancelliere di Niflheim a offrire le condizioni per la resa.»

«Il Cancelliere? La resa?» esclamò Silia.

Gladio annuì. «E Re Regis ha deciso di accettare. Firmerà l'armistizio.»

Silia credette di non aver capito bene. Si coprì la bocca con una mano, ansimò e chiese: «Come?».

Gladio annuì. «Hai capito bene. I termini dell’armistizio, ridotti all’osso, sono i seguenti: rinuncia immediata di tutte le città e i territori eccetto Insomnia in cambio della cessazione delle ostilità.»

Oltre al suo senso del pudore, il fronte, come aveva ben detto Caesar, aveva anestetizzato un ampio ventaglio delle sue emozioni. Tra queste c'era il panico, perché non sopravvivi in guerra per dieci anni – non sopravvivi sano di mente – senza la capacità di trasformare quella valanga che ti precipita addosso bloccandoti i movimenti, accecandoti e annullando il tuo giudizio in un soffio di vento che appena ti rizza i peli delle braccia e della nuca. Un Angone che desidera rimanere vivo può provare sconforto, rabbia, un certo nervosismo, ma non paura. E Silia, nonostante fosse preparata a morire, non aveva alcuna intenzione di farlo. Durante i nove anni e mezzo sul fronte, superato il primo periodo di adattamento, quello in cui si scopre che ci si abitua a tutto, Silia aveva imparato a fermare quella valanga, con qualche comprensibile eccezione. Quando aveva visto cadere Hans, per esempio, la valanga l'aveva trascinata così tanto che si era strappata gli auricolari ricetrasmittenti da cui ancora il Capitano gracchiava l'ordine di rientro e aveva attraversato mezzo campo di battaglia per raggiungerlo, nonostante fosse chiaro che Hans era morto, anche da quella distanza. Si era caricata il suo corpo sulle spalle e solo la disobbedienza degli altri suoi compagni della Squadra 6 e l'ineccepibile mira di Sarah avevano fatto sì che i cadaveri da recuperare non diventassero due. Per settimane, dopo la morte di Hans, Silia aveva lottato con le unghie e con i denti per imparare di nuovo a trasformare la valanga in una brezza. Quando si era ritrovata nell'infermeria dell'accampamento senza una gamba, nonostante la morfina e gli incantesimi curativi, la valanga le era venuta di nuovo addosso, e tutti i suoi pensieri si erano annullati in un unico, incontrovertibile dato di fatto: non posso più combattere. Solo l'arrivo del Capitano Drautos le aveva impedito di dare di matto.

Adesso non si trovava sul fronte, ma in un ristorante elegante con camerieri in abito scuro. Non c'era uno Jormungandr davanti a lei, ma Gladio Amicitia, che ormai conosceva da mesi e verso cui provava sentimenti che non poteva più negare. Non si trattava di un pericolo che minacciasse la sua vita e quella dei suoi compagni, ma della notizia che Re Regis, a cui aveva giurato fedeltà quando era una ragazzina, stava salvando Insomnia, come suo padre Mors aveva fatto prima di lui, sacrificando il resto del suo regno e tutte le persone che c'erano dentro, e che l'Imperatore Aldercapt, a breve, avrebbe comandato incontrastato su tutta Eos. La valanga si abbatté sulla sua testa senza che riuscisse a fermarla. Si alzò di scatto, rovesciando la sedia.

«Che cazzo stai dicendo?»

«Silia!» la rimproverò Gladio con voce aspra e bassa, facendo un cenno esasperato con la mano. «Datti una calmata, stupida!»

Non l’aveva mai apostrofata così, ma aveva perfettamente ragione. Silia si appoggiò una mano sul petto: il suo respiro si era trasformato in brevi rantoli. Si accorse che stava sudando e si guardò intorno per ricordare dov'era. Poi notò la sedia a terra e dovette faticare per chinarsi a raccoglierla senza svenire.

La raddrizzò e sedette, appoggiando entrambe le mani sul tavolo per cercare di placare i capogiri. Sentì la mano di Gladio sulla sua, e, nonostante l’attacco di panico, capì che doveva sottrarla alla sua presa, che non poteva lasciarsi toccare ancora.

«Calmati, Silia. Ti prego» sussurrò lui. «Non qui.»

Annuì. Chiuse gli occhi e prese un respiro profondo dopo l’altro. Sfilò la mano dalla sua presa e si tolse la giacca dell’uniforme. L'odore acre del suo stesso sudore, sollevato da quel gesto, la nauseò. Il cameriere di poco prima portò provvidenzialmente i loro whisky su un vassoio, fingendo di non aver sentito il tonfo della sedia e la sua esclamazione volgare. Silia ringraziò a mezza voce, e attese che si fosse allontanato per vuotare metà del bicchiere e riprendere a parlare. La valanga iniziò a sciogliersi.

«Okay» disse, scostandosi i capelli dalla fronte sudata. «Okay. Va meglio. Va bene. Scusami. Ho reagito eccessivamente. Ma…» Si grattò furiosamente la testa. «Gladio, questa è grossa. E inaspettata.»

Gladio annuì gravemente. «Non sarà una decisione molto popolare, lo so. Lo sanno tutti quelli che ne sono a conoscenza, re compreso.»

«È un eufemismo, Gladio. Scoppieranno disordini e tafferugli. Ai cittadini di Insomnia starà bene, cosa ci perdono, loro? Un cazzo, anzi, ci guadagnano la fine della guerra. Ma le persone che abitano le province esterne? E i parenti degli Angoni? Hai idea di cosa significhi questo?»

«Non c'era scelta, Silia.»

Silia si abbracciò le spalle in un gesto di sconfitta. «C'è sempre una scelta.»

Gladio colpì il tavolo con la mano aperta. «Cosa credi? Quest'armistizio non mi piace. Non piace a mio padre. Ti assicuro che non piace nemmeno al Re. Ma siamo in guerra da prima che nascessero i nostri bisnonni.»

E l’abbiamo persa, completò mentalmente per lui Silia. «Quindi lo appoggi? L'Imperatore Aldercapt è un tiranno» ribatté, un sapore incredibilmente amaro in bocca. «Credi che sarà un sovrano giusto con le città appartenute a Lucis? Io l'ho provato sulla mia pelle. Con quest'armistizio, Re Regis ha tracciato una linea tra sudditi di serie A e sudditi di serie B da sacrificare per il bene comune.»

Gladio distolse lo sguardo, segno che condivideva tacitamente quello che aveva detto. «Conosco Re Regis personalmente» disse. «Se ha accettato i termini, deve aver ponderato la decisione e scartato tutte le alternative. Tu non hai fiducia in lui?»

Silia sospirò. Adesso che la valanga si era sciolta, si sentiva svuotata. «Certo che ho fiducia in lui, Gladio. Non condivido la sua decisione, ma ho fatto un giuramento.» Si appoggiò la mano destra sul petto. «Ho giurato di servire Re Regis Lucis Caelum e il regno ed è quello che farò. Non sta a me contestare le sue decisioni.»

Con sua sorpresa, Gladio scosse la testa, seccato. «Silia, non sei davanti al Capitano Drautos. Non devi giurare davanti a me, non metterei mai in dubbio la tua fedeltà al regno. Siamo solo due amici che stanno parlando a cuore aperto.»

«E a cuore aperto ti ho detto come la penso. Non condivido. Non mi piace questa storia e non mi fido di Niflheim. Ambrosia è già persa da anni, ma non posso fare a meno di pensare alle altre città che ne seguiranno la sorte per una decisione ponderata, città in cui i miei compagni hanno famiglia. Ma in guerra bisogna fare dei sacrifici difficili. Sono un militare e nessuno può saperlo meglio di me.»

A quelle parole, Gladio sorrise. «Se ci fossero più persone come te a combattere per il regno, Silia, la guerra l’avremmo vinta già da un pezzo» disse, con voce improvvisamente dolce.

Silia si sentì arrossire. Finì il suo whisky. «Quando è prevista la firma del trattato? Dove?»

«Qui a Insomnia, tra pochi giorni. Non è ancora stata fissata la data ufficialmente.»

«Cos’è la storia della tua partenza, invece?»

Gladio annuì, inclinando la testa. «Niflheim vuole cementificare la tregua con il matrimonio tra Noctis e la Principessa Lunafreya.»

«Veramente? Una buona cosa, questa, almeno. Così buona da essere sospetta.»

«Non sospetterai della principessa Lunafreya, spero. Se penso a una persona duramente colpita dalla guerra, quella è lei.»

«Non sospetto della principessa Lunafreya. È solo un bottino di guerra, quella povera ragazza. Non farmici pensare. Prigioniera a casa sua, suo fratello al comando dell’esercito che ha invaso e assorbito il suo paese, adesso ceduta come pegno per una tregua.» Chiuse gli occhi. «Almeno il principe Noctis la tratterà bene. Giusto?»

Gladio sorrise. Come sempre, quando si parlava del principe Noctis, aveva l’aria severa e intenerita di un fratello maggiore. «Noctis, sia detto tra noi, è felice del matrimonio. Lui e la principessa Lunafreya si conoscono fin da bambini e credo proprio che…» Sorrise, grattandosi un sopracciglio. «Sì, diciamo che potrebbe essere il matrimonio combinato più felice della storia.»

Anche Silia sorrise. «Bene. Almeno qualcuno guadagnerà da questa situazione.»

Lui annuì. «Il giorno della firma del trattato partirò con Noctis, Ignis e Prompto. Accompagneremo Noctis al Molo di Galdin, dove prenderemo il ferry per Altissia. Le nozze si terranno lì.»

«Ad Altissia? Perché proprio lì e non a Insomnia?»

Gladio distolse lo sguardo. «Non so tutto. Sono nella Guardia Reale, non nel Concilio Ristretto. Posso solo supporre che in qualche modo Re Regis cerchi il consenso del Segretariato di Altissia.»

«Accordo è sottomessa a Niflheim» puntualizzò Silia.

«Ma ha mantenuto abbastanza autonomia.»

«Chi sa della vostra partenza?»

«Pochi, tra cui il tuo Capitano, e dovrà continuare a essere così.»

Silia ammiccò. «Hai incontrato il Capitano Drautos?»

«Sì. All’incontro c’erano lui e il Generale Leonis. Sono entrambi guerrieri formidabili, uomini duri e inflessibili, ma…» Gladio si massaggiò un sopracciglio. «Non lo so. Non si somigliano per niente.»

«Non so dirti. Non ho mai parlato al Generale Leonis. L’ho incrociato un paio di volte, però.» S'inumidì le labbra. «Cosa ne sarà degli Angoni? Non ci sarà più il fronte e alla difesa di Insomnia bastano già la Guardia Cittadina e la Guardia Reale.»

Lui si strinse leggermente nelle spalle. «Non so, Silia. Non ci sarà più un fronte, ma dubito che il corpo verrà smantellato. Non ce ne sono molti con le vostre capacità. Siete l'élite militare di Lucis. E comunque puoi sempre fare domanda per la Guardia Reale.» Le schiacciò l'occhiolino.

«Piantala» disse, scostando la sedia.

«Dai, non andartene, volevo solo prenderti in giro. Non credo comunque che resterai disoccupata. Se esiste qualcosa di cui ci sarà sempre bisogno, purtroppo, è qualcuno in grado di combattere. Ma, Silia…» Appoggiò il viso al palmo della mano. «Non ti chiedi mai come sarebbe una vita diversa? Ci hai mai pensato?»

Lei scosse la testa. «No, non me lo chiedo mai, perché non conosco un modo di vivere diverso. Lasciare il fronte è già stato per me un cambiamento radicale. E tu, Gladio? Non ti sei mai chiesto come sarebbe stata una vita normale, slegata dalla famiglia reale di Lucis?»

Gladio aggrottò le sopracciglia, come se non si aspettasse una domanda analoga a quella che lui aveva rivolto a lei. «È un po' diverso per me. Noctis, lo sai, è un amico, prima ancora che il mio protetto. Non riesco a immaginare una vita senza Noctis. E non riesco a immaginarmi amico di Noctis senza essere anche il suo protettore.»

Non le stava dicendo nulla di nuovo. «Be', Gladio» cercò di cambiare discorso «vi aspetta un bel viaggettoon the road. Quattro uomini e un’automobile. Vi divertirete, in fondo.» È meglio così, si disse, È quello che ci voleva. Tornerà tra molto tempo, se tornerà, e sarà tutto più facile, tra noi, più normale.

Per tutta risposta, Gladio allungò un braccio attraverso il tavolo e le sfiorò le dita. «Mi mancheranno le nostre bevute da Samuel, Silia. Scusami ancora per come mi sono comportato prima. Trascinarti a ballare, intendo. Al telefono ti ho chiesto di non andartene perché volevo parlare con te. So che non ero autorizzato, ma dovevo dirlo a qualcuno, e mi fido di te.»

Silia ritrasse la mano. «Non devi scusarti. Non è successo niente» si forzò a dire. E davvero non era successo niente, ma, per l’ennesima volta, si erano spostati un passo più vicini a quel limite che non dovevano valicare.

Gladio sorrise. «Su una cosa avevo ragione: difficilmente gli spadaccini non sono anche bravi ballerini. Mentre eri in bagno, Cornelia Doge è venuta a salutarmi. Era estasiata, ma anche rammaricata che la mia affascinante compagna non avesse un abito altrettanto bello. Aveva ragione. Non ho potuto fare a meno di immaginarmi per tutto il tempo come saresti stata con un abito lungo e scollato.»

«Ridicola» tagliò corto Silia, a disagio. «Comunque, è tardissimo, Gladio. E, dopo quello che mi hai detto, credo mi aspettino delle giornate campali. Devo andare. Ho bisogno di dormire su quello che mi hai detto.»Taglio netto, si disse. Amputazione senza anestesia. Si alzò, poi, con imbarazzo, si accorse che non poteva far mettere le consumazioni sul suo conto come faceva alla taverna di Samuel. E non aveva soldi con sé.

Gladio vuotò il suo bicchiere e si alzò anche lui. «Ovviamente ci penso io al conto. La mia famiglia viene spesso in questo posto. Ma, Silia, nei prossimi giorni avrò molto da fare per organizzare la partenza, quindi credo che non…»

Non terminò la frase, ma lei aveva capito. «È l'ultima volta che ci vediamo?»

Gladio la guardò penetrante. «Probabilmente.»

Silia s’inumidì le labbra. Amputazione senza anestesia, si ripeté. «Allora diciamoci arrivederci.» Gli porse la mano amichevolmente. «Buona fortuna, Gladio.»

Lui sospirò e poi serrò le labbra, ma si avvicinò per stringerle la mano. Non fu una stretta energica e calorosa come le solite: Gladio indugiò a lungo con la mano intorno alla sua, fissandola negli occhi. «A presto, Silia. Mi farò vivo non appena possibile. Buona fortuna anche a te. Sta’ attenta.»

«Grazie del whisky, Gladio.»

«Grazie a te, Silia. Per tutto.»

Non le propose di accompagnarla a casa, e lei non lo aspettò. Quando fu fuori dal ristorante, si accese una sigaretta con mani tremanti. Non vederci per un po' ci schiarirà le idee. Amputazione con anestesia.

Chapter Text

10

Alea iacta est

10 maggio

I

La notizia che aveva appreso da Gladio non tardò a raggiungere tutti il giorno dopo. Ciò che non si sarebbe mai aspettata era che non venne dal Capitano Drautos, accompagnata dalle dovute rassicurazioni su quale sarebbe stato il loro destino e la sorte di familiari e amici fuori dalla Barriera, ma dalla laconica voce di un annunciatore al telegiornale, su una tv accesa per caso nella sala comune del comando degli Angoni.

Silia era intontita dalla notte insonne trascorsa a stropicciare le lenzuola tra congetture e preoccupazioni e in preda all’irrefrenabile tentazione di attivare il trasmettitore e cercare la frequenza di Legato, Caesar, Sarah e Sam per prepararli alla notizia. Era appoggiata alla parete, e stava ascoltando distrattamente le chiacchiere degli altri, quando Neil aveva berciato di restare tutti zitti ed era corso ad alzare al massimo il volume. Sconcertata, aveva ascoltato la notizia della tregua e le relative condizioni unilaterali, senza poter ancora credere a quello schiaffo immeritato, a quella beffa che si univa al danno: i suoi compagni venivano informati del destino del regno insieme ai comuni cittadini di Insomnia.

L'annuncio fu ascoltato in surreale silenzio. Silia, già preparata alla notizia, scrutò le prevedibili reazioni dei suoi compagni di squadra e degli altri: le bocche contratte in una smorfia sbigottita e indignata, gli sguardi concentrati sullo schermo, i tendini del collo tesi come se si preparassero a proiettarsi per scagliarsi contro un nemico. Era pronta allo scatenarsi della giusta indignazione degli Angoni, ma le loro prime – ancora stordite – rimostranze ad alta voce, quando qualcuno riuscì a produrne, furono sedate dall'arrivo improvviso del Capitano Drautos.

«Angoni! A raccolta in Sala Riunioni» ordinò, sbucando nella sala comune. «Adesso» ribadì spazientito quando Altius cercò di chiedergli qualcosa.

Due minuti dopo, ordinatamente in fila sull'attenti con le braccia dietro la schiena, ascoltarono increduli le fiacche spiegazioni del Capitano, nulla più di quanto già detto al notiziario e semmai meno di quanto le avesse detto Gladio. Il Capitano era sempre stato imperscrutabile, ma sporadicamente, in quei quindici anni, si era lasciato andare a gesti di confidenza con loro, e, in quel momento più che mai, avrebbero avuto bisogno di sentirsi dire che non erano stati abbandonati. Nonostante fosse già al corrente della notizia, si sentiva il viso impietrito dallo sdegno.

Se lei era indignata, Libertus Ostium era fuori di sé. Era sempre stato un tipo passionale, al punto da mettere spesso in pericolo sestesso e i suoi compagni sul campo per la sua mancanza di lucidità, e fu l’unico a replicare.

«Ma c'è anche casa sua, là fuori!»

«È vero» rispose il Capitano senza scomporsi. La storia di Titus Drautos era la storia di quasi tutti loro, uno dei motivi per cui l’avevano seguito con cieca fiducia e obbedienza: trent'anni prima il suo villaggio, nell'arcipelago a nordest della regione di Cavaugh – poco distante da dov'erano nati e cresciuti lo stesso Libertus, Nyx Ulric e Lazarus Luche – era stato invaso e assorbito dall’Impero.

«Perché il Re ha deciso di fare una cosa del genere?» insistette Libertus, dando voce alla domanda che tutti avevano sulle labbra e di cui tutti sapevano già la risposta.

Silia si aspettava una violenta reprimenda, una punizione esemplare, tanto più che Libertus aveva fatto leva sulla storia personale del Capitano, ma non ci fu. Forse, dopotutto, sapeva che avevano ogni ragione. «Perché metterà fine a questa dannata guerra» si limitò a rispondere amaramente, voltandosi. Silia non riusciva più a riconoscerlo.

«Altius!» annunciò, quando sembrava che se ne sarebbe andato senza ulteriori spiegazioni.

«Sissignore!» si raddrizzò di scatto la ragazza.

«Preparati a partire. Dovrai infiltrarti a Tenebrae.»

«Tenebrae, Signore?»

«I dettagli della missione sono riservati. A rapporto nel mio ufficio tra trenta minuti. E, Ulric, non sarai più al Cancello Occidentale. Sei stato assegnato alla guardia della Cittadella. È tutto.»

Ancora storditi e stupefatti, ruppero le righe mentre il Capitano si stava ancora allontanando. Silia si voltò per parlare a Legato, accanto a lei, ma Libertus si fece furiosamente avanti, trascinandosi con le sue stampelle. «Allora è di questo che parlavi, Luche?» proruppe, gridando, quando ancora il Capitano doveva essere a portata d’orecchie. Probabilmente i due avevano già discusso in precedenza.

«Hai sentito il Capitano» rispose Luche, pacato come sempre, senza lasciarsi provocare. Si conoscevano da una vita, lui, Nyx e Libertus: erano arrivati insieme da Galahd. «Non spettava a noi la decisione.»

«Non spettava a noi?» Libertus si avventò minaccioso contro il compagno, ma Furia, il più vicino, lo bloccò. «Quelle là fuori sono le nostre case! È la nostra gente! E tu sei d'accordo nell'abbandonarla così?»

«Se non faremo come vogliono, l'Impero scatenerà l'inferno su Insomnia.»

«E noi lo scateneremo su di loro!»

Chiacchiere vuote del cazzo. Era stato l’Impero a fare il culo a loro per decenni. Libertus poteva gridare quanto voleva, la situazione non cambiava. Comunque la si rigirasse, non esisteva un modo per uscirne indenni, e, nonostante l'idea la ripugnasse, il Capitano aveva ragione: per quanto umiliante, sarebbe stata la fine di una guerra che andava avanti da troppo tempo, e non la peggiore. Gli Angoni del Re avevano fallito.

«Cazzo, Libertus» sbottò Caesar a mezza voce. «Non sa proprio controllarsi, quell’idiota.»

«Be', ha ragione.» Sarah incrociò le braccia, mordicchiandosi il labbro inferiore. Di certo stava pensando al futuro della sorella e della madre, e Silia provò un moto di affetto che si estinse quando sentì le sue parole successive: «Certo, voi che non avete parenti fuori non potete capire».

Era una frase ingiusta e infelice, anche se pronunciata in un momento di sconforto, e Caesar le rispose aspramente prima che potesse farlo lei: «Non fare la stronza. Non parlare come se non ce ne fregasse niente».

«E tu non parlare come se fossimo tutti nella stessa situazione. Lydia e mia madre sono là fuori. Di chi devi preoccuparti, tu?»

La loro squadra era sempre stata molto coesa, soprattutto perché per quasi due anni erano rimasti solo in sei, ma Caesar e Sarah si accapigliavano di frequente. Di regola toccava a lei o a Legato intervenire per farli ragionare, ma in quel momento si sentiva così frustrata che avrebbe solo peggiorato la situazione.

«Sentite, io me ne vado a fumare una sigaretta» comunicò, risentita.

Uscì dalla Sala Riunioni e percorse il corridoio quasi di corsa, per evitare che la seguissero, fino al cortile interno. Sarah e Caesar, Libertus, Luche e Furia non erano gli unici a discutere animatamente: sentiva mormorii rabbiosi, toni sopra le righe, qualche bestemmia. Quella notizia aveva diviso gli Angoni.

Attraversò il cortile sulla destra fino a un bancale di sacchi di cemento fuori vista. Sarebbe stato un bell'edificio, il nuovo comando generale, quando fossero finiti i lavori di rimessa a nuovo, sempre che a quel punto ci sarebbero stati ancora gli Angoni. Aveva paventato lo scioglimento del corpo per decisione del Re, ma a quel punto poteva anche essere Niflheim a richiederlo come condizione collaterale al cessate il fuoco. Magari lo aveva già fatto, e loro non lo sapevano ancora.

Sedette su un sacco, passandosi le mani tra i capelli in un gesto esasperato, e si accese la sigaretta che teneva tra le labbra. Restò a occhi chiusi a fumare, cercando di svuotare la mente, di concentrarsi.

Su cosa? Non abbiamo ordini, non abbiamo direttive. Per la prima volta, il Capitano sembra non sapere un cazzo di quello che fa.

Un rumore ancora lontano di passi pesanti attirò la sua attenzione. Silia riconobbe Marius con la coda dell’occhio. Aveva anche lui una sigaretta tra le labbra, e si stava guardando intorno. Da dove si trovava non poteva ancora averla vista, e non desiderava parlare con lui, nel caso in cui la stesse cercando, per cui scivolò giù dal sacco e si rifugiò con la sua sigaretta nell’interstizio tra una pila di casse e il muro.

Marius si stava avvicinando, e Silia si affrettò a spegnere la sigaretta, appiattendosi contro il muro. Rumore di un secondo paio di stivali sulla terra battuta del cortile: qualcuno l’aveva raggiunto. Furia, probabilmente, o magari Bellum.

«Dove stai andando?» Era la voce di Luche Lazarus.

«Non posso andare a fumarmi una sigaretta quando mi pare, adesso?» ribatté Marius con voce polemica.

«Rispondi alla trasmittente quando ti si chiama, Marius.» Non comprese quella nuova sfumatura autoritaria nella voce di Luche. «Lo sai che dobbiamo essere sempre reperibili, in questi giorni.»

«Lo so. Ma non potevo rispondere davanti a tutti. A che ora?»

«Alle sette.»

E da quando Luche è così in confidenza con Marius? Non li aveva mai visti interagire più di tanto, ma in fondo, se volevano prendersi una birra insieme o andare a donne, erano cazzi loro. Sperò solo che andassero a parlarne altrove, così da potersi allontanare liberamente.

«È proprio necessario?»

La voce di Luche fu tagliente come la spada di un Mesmerize. «Vuoi tirarti indietro?»

«Non dirlo mai più.»

Silia rimase immobile, in ascolto. Non si trattava di una semplice serata tra uomini.

«E allora smettila di farti domande superflue.»

I passi iniziarono ad allontanarsi, poi uno dei due Angoni si fermò.

«Chi altri c’è dentro?»

«Di certo non la tua amica.»

«Non è mia amica e non me ne frega un cazzo. Non era quello che intendevo.»

La voce di Luche si ammorbidì. «Marius, non c’è niente di male. Non siamo dei mostri, noi. E inoltre sono il primo a trovarlo uno spreco di preziose capacità in un mondo in cui non siamo rimasti in molti a saper combattere, per esserci affidati troppo alla magia o alla tecnologia. Ma non c’è scelta. Ricordati cosa c’è in gioco.»

I passi tornarono ad allontanarsi.

Cosa cazzo ho appena ascoltato? Silia attese ancora una manciata di secondi prima di sporgersi da dietro le casse. Stanno organizzando qualcosa contro l'Impero in occasione della firma del trattato?

Un nuovo rumore bianco iniziò a ronzarle nella parte posteriore della testa, e questa volta non si trattava di Gladio. In quel momento il suo trasmettitore si attivò.

«Dove sei finita?»

«In cortile a fumare. Ve l’ho detto. Non si può?» rispose acidamente a Sarah. Si sporse a guardare nel cortile, ma Marius e Luche si erano allontanati.

«Non fare l’isterica. Sono con Sam e Legato. Stavamo andando a farci una birra in quella tua taverna. Non possiamo parlare di questa merda di trattato da sobri.»

Ah, adesso sono io che faccio l'isterica, pensò, ma non lo disse. «E Cee? Dov'è?»

«Con Nyx a cercare di far ragionare Libertus. Gli diremo di raggiungerci lì. Ci vediamo all’ingresso principale.»

II

Gli animi alla taverna erano caldi per la notizia dell'armistizio. Molti avventori, prevedibilmente, brindavano alla tregua, ma non tutti. Anche gli abitanti di Insomnia, dopotutto, erano divisi. Quando una voce festante si staccava dalla confusione indistinta, Silia e gli altri tacevano, rigidi, le labbra serrate.

«Come possono essere felici di questa merda?» sussurrò tra i denti Sarah. Le tremava la mano che stringeva il boccale.

Silia ripensò al deprimente incontro con Balthier di qualche mese prima. Si chiese se anche lui, in quel momento, stesse festeggiando con sua moglie la tregua, o se l'idea di un armistizio con la superpotenza contro cui aveva combattuto per quattro anni e a causa di cui era rimasto mutilato lo disgustasse quanto loro. Tutti desiderano solo che il Re mantenga eretta la Barriera per qualche anno ancora, poi lo farà suo figlio, e poi il figlio di suo figlio. I suoi figli, comprese. Balthier in quell'esatto momento di certo stava ringraziando i Siderei perché i suoi figli, con quella tregua, avrebbero potuto conoscere la pace.

Rialzò lo sguardo a scrutare i suoi compagni, preoccupata che qualcuno di loro potesse reagire alle occhiate degli altri clienti. Un uomo alto dai capelli brizzolati e l'aria beffarda, in particolare, che conosceva di vista per essere un habitué del locale, continuava a voltarsi verso il loro tavolo, cercando la lite. Anche Samuel – l'oste – continuava a guardare nervosamente verso di loro. Avevano avuto proprio una pessima idea a venir lì.

Caesar li raggiunse più di un'ora dopo, e non era solo: Nyx Ulric li degnava della loro presenza. Silia lanciò uno sguardo d'avvertimento a Sarah, che l'amica dovette comprendere perfettamente, perché si strinse nelle spalle: non avrebbe riaperto le ostilità con Caesar.

«Ciao.» Il compagno recuperò due sgabelli dal tavolo accanto e sedette vicino a Sarah. Anche lui, apparentemente, non intendeva rimettersi a discutere. «Spero non vi dispiaccia se vi ho portato l'Eroe.»

«Un eroe declassato a Guardia Cittadina» si lagnò Nyx, sedendosi accanto a Caesar. Silia gli mostrò il medio, e Nyx sorrise alzando le mani in un gesto di scusa. «Scusa, Coeurl. Lo so che ci sei dovuta passare anche tu per più di otto mesi. Comunque ti trovo bene, nel mondo civile, senza fango e sangue sull’uniforme. Come va la protesi?»

«Meglio della gamba vera, ma a costo di mesi di inferno.» Silia ingoiò il rospo e gli tese la mano, che lui le strinse energicamente. Non erano propriamente amici, lei e Nyx, anche perché – come pure facevano lei e i suoi compagni dell'ex Squadra 6 – tendeva a isolarsi con Libertus, Altius e Luche. Negli anni tuttavia c'erano stati allenamenti insieme, bevute, chiacchiere, e anche qualche occasione di salvarsi la vita a vicenda, e riconosceva la sua superiorità sul campo.

«Su» disse Sam, assestando una gomitata a Caesar. «Sputa il rospo. Altius vi ha detto qual è la missione dai dettagli riservati, non è così?»

Caesar guardò di sbieco Nyx, e in un lampo di penosa comprensione Silia realizzò che la Squadra 6 non esisteva più: Cee era adesso compagno di squadra di Nyx e Libertus, così come gli altri avevano dei nuovi compagni a cui guardare le spalle, se le squadre, ora che gli Angoni erano rientrati a Insomnia e che si profilava una tregua con Niflheim, significavano ancora qualcosa. Probabilmente no, come aveva sottolineato il Capitano Drautos, ma fece male lo stesso.

Nyx rispose con un lieve cenno del capo e una scrollata di spalle. «Crowe sta andando a Tenebrae» rispose lui stesso, passandosi una mano tra i rasta. «A prendere la principessa Lunafreya Nox Fleuret.»

Silia si mosse sullo sgabello, a disagio, ma non parlò. Crowe doveva essere stata incaricata di scortare la principessa ad Accordo dal Principe Noctis. Nelle sue sbrigative comunicazioni, il Capitano non aveva divulgato che le nozze si sarebbero tenute ad Altissia, né l'aveva fatto il telegiornale. La notizia, per quanto ne sapeva lei, continuava a essere riservata.

«Come?» esclamò Sarah, sporgendosi sul tavolo. «Che storia è questa? La principessa di Tenebrae non ha uomini che la scortino a Insomnia?»

«Non so cosa dirvi.» Caesar si accese una sigaretta. «Anche a Crowe non sono stati dati troppi dettagli. Solo un diadema del cazzo da regalare alla principessa e una motocicletta con cui arrivare a Insomnia. Magari vogliono un Angone che affianchi la scorta. O è stata un’idea del Re. Non vi sentite un po’ presi in giro, ultimamente, voialtri?»

Si guardarono in silenzio con aria sconcertata e rassegnata. Nyx schioccò la lingua sul palato in un gesto d’insofferenza. «Non lo so. È cambiato tutto. Fino al mese scorso, per quanto con l’acqua alla gola, sapevamo cosa avremmo fatto durante la giornata e cosa avremmo fatto il giorno dopo, sempre che non fossimo morti: combattere. Adesso che siamo rientrati, passiamo la giornata a ciondolare chiedendoci cosa ne sarà di noi, litighiamo fra compagni, siamo all’oscuro di chissà quante notizie su una guerra che per anni abbiamo combattuto in prima persona.»

«Ma tu sei così sicuro che sia cambiato qualcosa?» Sam incrociò le braccia sul petto. Fuori dal campo di battaglia, era inusuale vedere un’espressione così scoraggiata sul suo volto rilassato e faceto. «Eravamo fuori dal mondo, Ulric. Hai idea di cosa succedeva a Insomnia in questi dieci anni mentre noi combattevamo? Com’è cambiata l’opinione della gente nei confronti degli Angoni? Guardati intorno.» Fece un ampio gesto con le braccia. «Sei così certo che un anno fa fossimo al corrente di tutto? Io no. Non più. Non riesco a riconoscere il Capitano Drautos.»

«Abbiamo perso la guerra» si sentì sussurrare Silia, e per un attimo ripensò a sua madre. «L’avevamo già persa quando sono stati fondati gli Angoni del Re. Abbiamo solo ritardato il momento in cui il regno di Lucis è stato costretto a prenderne atto.»

Gli altri cinque la guardarono amareggiati. Non risposero, perché aveva detto quello di cui tutti erano dolorosamente consapevoli.

«Pensavo condividessi l’ottimismo del tuo amico Amicitia.» Sarah inarcò un sopracciglio con un sorrisetto beffardo.

Silia si impose di calmarsi. Erano tutti sovreccitati, e non voleva mettersi a litigare anche lei. «Gladio Amicitia non c’entra un cazzo, ma, se proprio vuoi saperlo, non credo che esista un modo corretto o uno sbagliato di prendere questa notizia. Non siamo stati in grado di sconfiggere Niflheim. Questo è un dato di fatto. Avremmo potuto fare di più? Non lo so. Forse, se negli ultimi cinquant’anni, invece di pensare a cristalli e anelli, lì alla Cittadella qualcuno si fosse messo a studiare e a sperimentare, a quest’ora avremmo in mano qualche arma tecnologica e non magica con cui respingere i magitek.» Tacque per un attimo, sfidando con lo sguardo gli altri a contraddirla. «E invece adesso, guarda un po’, l’energia vitale del Re è agli sgoccioli e noi non siamo più in grado di fermare l’avanzata di Niflheim. Il Re ha deciso di firmare una tregua per salvare almeno Insomnia. Decine di migliaia di persone potranno vivere in pace, almeno loro. Se è giusto o sbagliato, chi può dirlo? Ma in guerra ci hanno insegnato che la vita di dieci persone vale più della vita di una sola persona. L’avete dimenticato? In tre giorni avete già smesso di essere Angoni?»

Nessuno la guardò in faccia. Silia cercò lo sguardo di Legato, il più controllato e razionale tra tutti loro, ma anche lui, le mascelle serrate, teneva lo sguardo fisso sul suo bicchiere. Aveva pronunciato parole che facevano male a lei per prima.

Nyx si raddrizzò sulla sedia. «Il Coeurl ha ragione. Siamo militari, e il Re ha deciso. Davanti abbiamo solo due strade: disertare e continuare a combattere da cani sciolti, oppure obbedire, come abbiamo giurato di fare.»

«Io» iniziò a dire Sarah, a bassa voce «resterò. Almeno fino alla firma del trattato, per sapere cosa succederà. Ma non lascerò mia sorella e mia madre là fuori. Cercherò di portarle a Insomnia, e se non sarà possibile lascerò gli Angoni e tornerò a Safir.»

«Io resto.» Legato fu secco. «Non ho nulla da perdere.»

«La faccia» gli fece notare Samuel. «Dopo dieci anni a rischiare la vita per mano degli imperiali, dovremmo tender loro la mano? E in che modo, poi? Cosa ne sarà degli Angoni?»

«Resto anch’io» sussurrò Caesar. «Il Re mi ha aperto le porte di Insomnia quando non avevo nulla. È Insomnia, adesso, la mia casa. Non vale anche per te, Sam?»

Samuel si bloccò nell’atto di sollevare il boccale. Il suo viso espresse rabbia, indignazione, infine vergogna. Riappoggiò il bicchiere, grattandosi la nuca. «Era solo per puntualizzare, che cazzo» sbottò. «Non diserto. Non ho più niente, là fuori.»

Nessuno dei suoi compagni sentì il bisogno di chiederle cos’avrebbe fatto lei. Non avrebbe disertato, era chiaro, ma si sentiva sempre più trascinata da una corrente insostenibile: attorno a lei stava cambiando di nuovo tutto.

«E tu cosa farai, eroe?» chiese ancora Sam.

Nyx ammiccò da sopra il suo bicchiere. «Quel che ha detto Caesar vale anche per me. Questo trattato mi indigna, ma il nostro lavoro è combattere e obbedire, non contestare le decisioni del Re.»

Erano quasi le stesse parole che lei aveva detto a Gladio la sera prima. Silia sorrise. Fu sul punto di chiedergli se sapesse cosa Luchestesse combinando con Marius, ma Nyx intercettò la sua occhiata e sorrise a sua volta, alzando il bicchiere in un brindisi.

«Pro aris et focis, allora. Per la famiglia e per la patria. Beviamo questo amaro calice fino in fondo.»

III

«A Prompto.»

«Alla partenza.»

«E al matrimonio di Noct.»

Risero, facendo tintinnare i bicchieri. Gli altri non bevevano mai, per cui quel brindisi rappresentava una sorprendente eccezione alla regola. Erano di nuovo al Sotherby's, con quattro boccali di birra in mano, e prima di entrare si erano ripromessi ad alta voce di non pensare a Niflheim e alla tregua, almeno per qualche ora, e di concentrarsi sui pochi aspetti positivi della situazione: Prompto aveva giurato solennemente come Guardia Reale, anche se la sua uniforme – era più minuto di quasi tutte le altre Guardie, molte donne comprese, e non c'era nulla della sua taglia – sarebbe stata pronta solo il giorno prima della loro partenza; da lì a tre giorni avrebbero lasciato Insomnia e finalmente avrebbero visto il mondo fuori da Cavaugh; Noctis, infine, sarebbe convolato a nozze con la sua amata Lunafreya.

Per una sera, Gladio si concesse di essere un ragazzo di ventitré anni e di essere eccitato da tutte quelle novità. L'indomani sarebbero riprese le preoccupazioni, i consigli, i preparativi e le raccomandazioni, ma per il momento si godette la sua birra e l'entusiasmo generale: Prompto era incontenibile, Noctis cercava di celare l'euforia ostentando contegno – ma continuava a sorridere quando credeva che nessuno lo vedesse – e persino Ignis era più animato del solito.

«Cosa faremo quando Noct sarà sposato? Torneremo a Insomnia? Resteremo ad Altissia?»

Noctis si strinse nelle spalle. «È ancora tutto molto nebuloso. Mio padre ha detto che farà sì che Luna lasci Tenebrae per recarsi ad Altissia prima che gli Imperiali scoprano che il matrimonio non si terrà a Insomnia. Ma non so ancora cosa faremo dopo.»

Prompto arcuò le labbra in un ghignetto. «Un viaggio di nozze, magari? Voi due da soli, visto che col cessate il fuoco non ci saranno più pericoli là fuori?»

Gladio fu sul punto di aprire la bocca per ricordare a Prompto che non sarebbe stato così semplice: Insomnia avrebbe ritirato le difese dalle ultime città ancora sotto assedio, ma non significava che i cittadini avrebbero accettato quella decisione senza combattere. La pace non sarebbe stata così immediata. E c'erano anche i daemon da mettere in conto, ovviamente.

Ma Noctis, paonazzo, si scostò dal tavolo così bruscamente che rischiò di ribaltarsi con la sedia. «Prompto, la vuoi smettere?»

«Ti ha già scritto attraverso Umbra? Mio diletto Noctis, adesso finalmente…»

«Prompto!»

Gladio si unì alla risata generale. Ricordò a se stesso che almeno per quella sera si era imposto di ignorare i campanelli d'allarme che continuavano a infastidirlo: la mancanza di una data per la firma del trattato, l'ignoranza su cosa avrebbero fatto dopo il matrimonio… troppi silenzi, troppi impliciti, troppi non detti.

«Chissà se la principessa avrà delle damigelle? Tu hai vissuto a Tenebrae per mesi, Noct, cosa sai dirci?»

Noctis scosse la testa. «A parte Gentiana, Luna ha una governante, una donna di una certa età, ma non ricordo amiche o attendenti. È molto riservata.»

Prompto scivolò sul tavolo con aria depressa. «Ancora una volta, niente ragazze in vista. Dovrò proprio farmene una ragione. Digli qualcosa anche tu, Gladio!»

Gladio sollevò il suo boccale di birra. «Su, Prompto, Altissia è piena di eleganti belle signore che non aspettano altro che di ignorarti.»

Prompto gli lanciò una manciata di tovagliolini di carta.

«Ignis, ordina un'aranciata al ragazzino, è già ubriaco. E anche a Sua Maestà, prima che qualche capillare spezzato dall'alcool gli rovini la delicata carnagione.»

Una sola birra, in effetti, quando riuscirono a finirla – e ormai doveva essere diventata un brodino – bastò a Noctis e Prompto per accasciarsi sul tavolo stremati dal sonno, non prima che Prompto avesse raccattato abbastanza faccia tosta da alzarsi per chiedere il numero di telefono alle due belle ragazze del tavolo accanto, che gli risposero dicendo di avere già dei fratelli minori e piuttosto occhieggiarono palesemente a Ignis, con grande scorno per Prompto e divertimento per loro. Toccò a lui e a Ig, ovviamente, tirarli su dal tavolo e accompagnarli a casa di Noctis – i genitori di Prompto, pensò Gladio con amarezza, non si erano presentati alla cerimonia di giuramento e probabilmente non si sarebbero nemmeno accorti il giorno dopo che il figlio non era rincasato.

Dopo essersi assicurati che Sua Maestà e la nuova Guardia Reale stessero dormendo sodo, Ignis gli propose di restare anche loro per la notte e si offrì di preparare una caffettiera di Ebony. Lo bevvero in cucina, in un rilassato silenzio, godendosi l'aria fresca della sera.

«Allora» disse poi Ignis, riaggiustandosi gli occhiali sul naso. «Pare che ci siamo, Gladio. Non era quello che desideravi?»

Gladio assaporò il sapore denso, amaro, del caffè. «Già. Ma non così, credo. A volte i nostri desideri vengono accontentati in modi imperscrutabili. E tu?»

«Mentirei se dicessi che non sono esaltato all'idea di lasciare Insomnia. Esaltato e anche un po' preoccupato. Ci siamo addestrati per una vita a pericoli che non abbiamo mai affrontato veramente. E se non fossi all'altezza?»

«Lo sarai. Ci siamo spezzati la schiena per anni. Lo scopriremo presto, in ogni caso. Manca davvero poco, eh?»

Ignis annuì. «Due giorni. Come l'ha presa Iris?»

Gladio sbuffò una risata. «È più dispiaciuta all'idea della partenza di Noct che non della mia, ho idea.»

«Infatti parlavo del matrimonio di Noctis. Non le è ancora passata l'infatuazione per il nostro tenebroso principe, vero?»

«Credo di no.» Gladio si grattò l'attaccatura dei capelli, in imbarazzo all'idea che sua sorella adesso avesse quindici anni e che l'infantile attaccamento che provava per Noctis potesse essersi trasformato in qualcosa di più adulto. «Ma ha detto che è felicissima all'idea del matrimonio, che la Principessa Lunafreya è fantastica, e che si augura che possano essere felici. Si è fatta già da tempo una ragione dell'impossibilità della cosa, Ig, è pur sempre una Amicitia.»

«Ne sono sicuro. E tu? Hai messo ordine a tutto, Gladio?»

«Sono a buon punto con i preparativi, non preoccuparti. Lo so che là fuori non troveremo degli ipermercati, ma oso pensare che ce la caveremo egregiamente anche se dovessimo scoprire che ho dimenticato gli ami o un picchetto per la tenda.»

«Non mi riferivo a quello.» Ignis distolse lo sguardo dal suo caffè e gli indirizzò una strana occhiata. «Hai detto ad Hartwood che parti?»

Gladio non provò neanche a mentire. Riappoggiò la tazzina sul tavolo, reclinò la fronte contro il palmo della mano, e annuì. «Ieri sera. So che non avrei dovuto, ma tanto l'annuncio dell'armistizio oggi è diventato di dominio pubblico, e comunque confido nella sua discrezione.»

Ignis non gli rimproverò nulla. «E com'è andata?»

«Com'è andata cosa?»

«Non dirmi che vi siete salutati con una stretta di mano.»

Gladio aggrottò le sopracciglia. Aveva cercato di scrollarsi di dosso per tutta la giornata il ricordo del momento in cui Silia aveva smesso di opporre resistenza e si era abbandonata alle sue mani a ballare quel valzer, del modo in cui quegli occhi da gatta l'avevano guardato, malinconici, affamati. La sua pelle tiepida sotto l'uniforme, la femminilità che per la prima volta aveva intravisto in lei. Trattenersi era stato fisicamente doloroso. «In effetti sì. Non farti strane idee, Ig. In questo momento ci sono cose molto più importanti in ballo che non la mia felicità personale.»

«Hai sempre fatto tutto ciò che dovevi, Gladio, e anche più. Ti sarà pur permesso desiderare.»

Gladio sospirò. Nelle azioni non aveva mancato in nulla, ma il non riuscire a essere completamente e serenamente concentrato sulla partenza gli faceva rimordere la coscienza.

«Sai cosa?» disse a Ignis, o forse a se stesso, dando voce all'unico pensiero che riusciva ad alleviare il suo rimorso. «Meglio così. La partenza, intendo. Sarebbe stato un casino se…»

«…se?»

Gladio diede una manata alla tavola, facendo tintinnare la tazzina nel piattino, ma riuscì a controllare il tono della voce. «Vuoi proprio farmelo dire? Se mi fossi lasciato andare, Ig. Non parliamone più. Ormai è andata. Noi siamo in partenza, e lei è in attesa di sapere cosa diamine ne sarà degli Angoni dopo il trattato. Siamo due adulti con doveri simili che non consentono loro distrazioni.»

«Anche tuo padre è lo Scudo del Re» gli ricordò Ignis «ma tu e Iris siete qui.»

Gladio arrossì. «Mio padre non ha sposato un Angone» sottolineò. «Ma una brava donna che lo aspettava a casa mentre lui praticamente viveva alla Cittadella. Non esattamente la sposa più felice di Insomnia.»

«Adesso sì che sei ingiusto. Tuo padre voleva molto bene a tua madre.»

«È vero, ma Re Regis veniva prima di lei. È lo stesso per me, con Noct.» Si alzò. «Chiudiamo il discorso qui. E ti prego di non accennare la cosa agli altri.»

Ignis si strinse nelle spalle in un atteggiamento rassegnato. «Come vuoi tu, Gladio. Buonanotte.»

Chapter Text

11

Silent  leges inter arma

11-12 maggio

I

Una nuova convocazione da lì a un'ora. Stavolta, sembrava, per una questione della massima importanza.

In quei giorni Silia continuava a trascinarsi da casa al comando, dal comando alla taverna, e dalla taverna a casa, in uno stato d'animo di confusa incredulità che si era trasformato in rassegnazione. Avevano deciso di sospendere ogni giudizio, ormai, lei e gli altri, fino alla cerimonia della firma, la cui data non era stata ancora comunicata.

Controllò l'orologio alla parete, allacciandosi gli stivali dell'uniforme: le dieci e mezza. Stava indossando la giacca, nonostante il caldo, quando qualcuno bussò alla porta.

Una sconosciuta alta e bionda con occhiali da vista, in abiti civili, chinò brevemente la testa in un saluto rispettoso non appena ebbe aperto. Aveva l'aria rigida e formale di chi ha preso ordini per tutta la vita.

«Silia Hartwood?» le chiese, cordialmente ma con fermezza.

«Sono io» rispose allo stesso modo. «Posso esserle utile?»

La donna, che – ora che la guardava meglio – era più vicina ai quaranta che ai trenta, fece un altro mezzo inchino. La sua crocchia era così stretta che Silia si domandò come facesse a non sanguinarle la cute. «Sono spiacente di doverla disturbare. Mi chiamo ClaireAulus, e sono qui a nome del Generale Clarus Amicitia. La prego di seguirmi.»

Due pensieri si accavallarono con prepotenza: il primo, goffo e idiota, che in qualche modo Clarus Amicitia aveva saputo del ricevimento, seguito subito dopo dalla riflessione che di certo, soprattutto in un momento storico del genere, il Generale aveva cose molto più importanti a cui pensare che non la vita sentimentale di suo figlio; il secondo, che non c’era stato alcun invito e non era stata prevista la possibilità che lei rifiutasse. Silia si morse il labbro inferiore, indispettita, ma annuì. Dopotutto, era la richiesta di un membro del Concilio Ristretto.

«Molto bene» disse «La seguo. Ma devo avvisarla che ho una convocazione ufficiale tra un'ora.»

«Non mancherà.»

Senza cambiare espressione, Aulus attese finché non ebbe finito di prepararsi e non si fu chiusa la porta alle spalle, poi fece strada. Un'auto d'ordinanza della Guardia Reale – una Mercedes grigio scuro con insegne sulle fiancate e vetri oscurati – era parcheggiata due vie più in là. Credeva che la donna l’avrebbe condotta alla Cittadella, ma quando le aprì una delle portiere posteriori invitandola ad accomodarsi, Silia si trovò faccia a faccia con Clarus Amicitia. Esitò per un istante, poi finse disinvoltura, chinò il capo in un breve inchino formale, e sedette accanto a lui con le braccia conserte. Aulus richiuse la portiera e salì davanti.

«Generale» lo salutò. Suo malgrado, si scoprì a cercare sul suo volto i tratti di Gladio; non si somigliavano poi tanto – il figlio era molto più bello – ma la struttura fisica, il mento e gli occhi le erano oltremodo familiari. «Buongiorno. Sono onorata di questa convocazione, ma sospetto che non sia affatto ufficiale.»

Il Generale incrociò a sua volta le braccia. «Buongiorno, Hartwood. Sospetta bene. Si tratta solo di un colloquio informale, non le nascondo tuttavia che preferirei rimanesse riservato. Estremamente riservato» precisò.

Silia annuì, senza sbilanciarsi. Appoggiò la schiena al sedile, anche se non si sentiva tranquilla, mentre Aulus metteva in moto. «E questo colloquio informale riguarda…»

«Riguarda una questione in parte privata, in parte pubblica, della massima importanza. Non badi ad Aulus» si interruppe, probabilmente notando il rapido sguardo che aveva lanciato alla donna «è una persona di fiducia.» Clarus Amicitia si sfiorò l'attaccatura di ciò che restava dei suoi capelli, come se volesse grattarsela, ma poi si trattenne. Lo stesso gesto di Gladio. «Hartwood» esordì poi «non ci girerò intorno. So di lei e di mio figlio.»

«È stato informato male, allora» lo contraddisse, irrigidendosi immediatamente. «Perché tra suo figlio e me non c’è nulla di sconveniente. Ha la mia parola.» A cui stava quasi mancando: la sua affermazione era veritiera nei fatti, ma non nei pensieri.

«Excusatio non petita…» declamò il Generale senza sorridere. «Non stavo insinuando nulla, Hartwood, ma lei conosce mio figlio,Gladiolus Amicitia. Mi sbaglio?»

«No, non si sbaglia. Ma…»

«E avete trascorso insieme parecchio tempo, negli ultimi mesi. Mi sbaglio?»

«No.»

«E, immagino, da quel tempo insieme è scaturito un legame. Non sono qui a sindacare di quale natura sia, Hartwood. Siete due adulti maturi e coscienziosi. Parlo per mio figlio, perché lo conosco, ma parlo anche per lei, perché è un Angone del Re e significherà pur qualcosa.»

Silia non rispose. Qualunque cosa dirà potrà essere usata contro di lei era una formula comune della Guardia Cittadina che era stata tenuta a pronunciare molte volte nel corso di quei mesi. In quel momento si attagliava perfettamente a lei.

Forse comprendendo che non avrebbe ottenuto ammissioni o smentite da parte sua, Amicitia riprese a parlare. «Non credo di sbagliarmi se ipotizzo che Gladio le abbia detto del trattato prima che la notizia fosse ufficialmente diffusa. Non voglio che menta per proteggerlo» la prevenne, sollevando l’indice «non serve. Mi auguro solo che lei sia stata più discreta di mio figlio, ma anche se avesse riferito quest'informazione a qualcuno dei suoi compagni, la reazione degli Angoni del Re non sarebbe stata diversa. Non siamo così indifferenti da non averla immaginata preventivamente. Non importa. Non siamo qui per parlare di questo, Hartwood.»

Silia si spazientì. Il Generale aveva toccato un nervo scoperto. «E allora vuole dirmi finalmente perché siamo qui?»

Amicitia si concesse un mezzo sorriso. «Un po’ troppo istintiva, per essere un membro dell’esercito, Hartwood. Ma non mi stupisce in un Angone con diciassette richiami sul curriculum per insubordinazione e disordini e quattro menzioni d’onore per azioni che vanno al di là del normale esercizio del dovere. Sa, alla Cittadella ci chiedevamo tutti chi ci fosse dietro alla ripresa di Bors.»

Il Generale doveva aver letto il suo dossier. Silia si sentì d'improvviso in svantaggio, spalle al muro. «Non mi ha ancora risposto.»

«La sua carriera è encomiabile, e per di più aveva l'occasione di ritirarsi senza disonore dopo la sua mutilazione e non l'ha fatto. Per questo mi sono ritagliato del tempo per parlarle» si sbilanciò Amicitia. Fece una pausa, guardando fuori dal finestrino. «Sono certo che capirà, Hartwood, e che agirà al meglio. La firma del trattato con Niflheim è stata fissata al 16 maggio.»

«Il 16 maggio?» chiese Silia, contenendo la sua sorpresa. Era da lì a cinque giorni. «Non ne ero a conoscenza, e, azzardo, nessun altro dei miei compagni.»

«Lo spero bene. Ne sarete informati ufficialmente tra quarantacinque minuti, durante il briefing a cui il Capitano Drautos vi ha convocato per le undici e trenta.»

«E perché mai…?»

«Perché glielo sto dicendo in anticipo, Hartwood? Perché il principe Noctis, mio figlio, e le due persone che partiranno con loro non conoscono la data della cerimonia, e vorrei – anche il Re lo desidera – che continuasse a essere così.»

Silia ammiccò. Si leccò le labbra secche. «Il Principe non conosce la data della firma del trattato?»

Clarus Amicitia annuì. «Non occorre che ripeta, Hartwood, ha capito perfettamente. Sono certo che immagina perché.»

«No. Non riesco a immaginare quale motivo possa spingere il Re e il Concilio a tenere nascosta una cosa del genere al principe ereditario» rispose, scettica.

«Come le ho detto prima, si tratta di una questione sia pubblica che privata. Temiamo che il trattato, Hartwood, possa nascondere una trappola. Se non è meno sveglia di quanto non trapeli dal suo dossier, di certo condividerà i nostri timori.»

«La prego di non prendersi gioco di me, Generale. Il matrimonio è stato fissato ad Altissia per allontanare il Principe dalla città durante la firma. Come ha reagito l'imperatore Aldercapt, se posso chiedere?»

«Può chiedere. Ne sarà informato solo al suo arrivo, il 14 maggio.»

La sua trasmittente bippò, ma la lasciò crepitare. Doveva essere Sarah, o qualcuno degli altri. Sperò che fosse Sarah, o qualcuno degli altri, perché non intendeva rispondere e se si trattava del Capitano era nei guai. «Avete preso delle contromisure, immagino.»

Il Generale annuì. «Una di queste la conoscerà ufficialmente tra quarantadue minuti: il 16 maggio la Guardia Reale sarà destinata alla protezione della città. Saranno gli Angoni del Re a occuparsi della sicurezza alla Cittadella. La Guardia Reale è ben addestrata, ma molti dei membri non hanno mai avuto a che fare con Niflheim in prima persona. Se dovesse succedere qualcosa, gli Angoni saranno più pronti a farvi fronte. Non occorre che glielo dica io: tenga gli occhi ben aperti.»

No, non occorreva che glielo dicesse il Generale Amicitia. Silia ormai aveva capito dove quella conversazione sarebbe andata a parare, e non si sarebbe lasciata blandire dal quel circostanziale riconoscimento delle capacità degli Angoni. «Per cui, tornando al motivo principale per cui siamo qui, vuole il Principe fuori da Insomnia durante la firma del trattato, e teme che io possa informarne Gladio.»

Clarus Amicitia non si degnò di darle ragione. «Hartwood, i ragazzi non devono saperne nulla. Se il principe sospettasse qualcosa, insisterebbe per posticipare la partenza. È l'erede al trono, ma ha pur sempre vent'anni. Capisce?»

«No» ammise Silia. «Non capisco perché non gli sia data la possibilità di scegliere. Tutti dovrebbero averla.»

«Non possiamo permetterci questo lusso.» Clarus continuava a cercare il suo sguardo. «Se succede qualcosa durante il trattato, il principe Noctis Lucis Caelum è l'ultima speranza del regno.»

«Se temete così tanto una trappola, perché diavolo avete accettato di firmare questo trattato?»

«Perché non c'era scelta.» Il Generale alzò appena la voce. «Hartwood, non ho intenzione di discutere su questo punto con lei. Si fidi del Re che serve con fedeltà da quindici anni.»

«Mi fido!» sbottò, colpendo il rivestimento in pelle del sedile con il palmo della mano. «Ma la smetta, Generale, di dire che non c'era scelta. C'è sempre una scelta.»

Si scrutarono in silenzio. Aulus, dal sedile davanti, si era voltata a guardarli, forse temendo una sua reazione violenta. Chissà se era armata.

«Quanti anni ha, Hartwood?»

«Lo sa. Ha letto il mio fascicolo.»

«Ventotto. Non è più una ragazza, ma c'è ancora parecchio che l'esperienza le insegnerà. Lasci che gliene anticipi una: ci sono cose che non si possono evitare.»

Erano fermi a un semaforo. Senza alcun preavviso, Silia aprì la portiera della Mercedes. «Arrivederci, Generale Amicitia.»

«Hartwood, richiuda immediatamente quella portiera.»

Il corpo di Silia rispose a quell’ordine secco e perentorio com’era sempre stato abituato a fare negli ultimi quindici anni: obbedì. Umiliata, la sua voce si ridusse a un sussurro. «Non voglio essere coinvolta, Generale. Non rivedrò suo figlio da qui alla sua partenza, ma, se dovesse succedere, non gli mentirò. Sono un soldato, non un diplomatico.»

«Metterebbe a rischio la vita dell'erede al trono pur di non mentire a mio figlio? Chi ha giurato di servire, Hartwood, il Re e la famiglia reale o Gladio Amicitia?»

Lo odiò per averlo detto. S'inumidì le labbra, massaggiandosi tra gli occhi. Sapeva esattamente cos'era suo dovere fare, ma le ripugnava. «Me lo ordini, allora.»

Clarus Amicitia ammiccò. Non rispose.

«In nome del Re, mi ordini di tenere nascosto questo colloquio e le informazioni che il Capitano Drautos ci darà tra un'ora. Me lo ordini, e lo farò. Gliel'ho già detto, sono un soldato, non un diplomatico.»

Il Generale schiuse le labbra in quello che le parve un sospiro. «È un ordine, Hartwood.»

Silia annuì. La ricetrasmittente bippò ancora una volta. «Obbedisco, Generale.»

«Aulus, accosta, per favore. Hartwood, mi perdoni se non la accompagno direttamente al Comando, ma immagino che non sia il caso che la vedano scendere da un'auto della Guardia Reale.»

Silia non desiderava di meglio. Quando l'auto accostò al marciapiede, riaprì la portiera per scendere. «Arrivederci, Generale. Porga i miei omaggi a Sua Maestà. Non ho mai avuto l'occasione di ringraziarlo per aver fatto entrare me e mia madre a Insomnia e per averci dato una casa. L'ho sempre servito fedelmente, e, nonostante tutto, confido che abbia agito per il meglio.»

Per la terza volta, la ricetrasmittente bippò. Silia scese dall'auto, facendo per rispondere alla comunicazione, ma Clarus Amicitia si sporse per appoggiarle una mano sul braccio.

«Hartwood, la ringrazio. Spero che avremo modo di rivederci dopo la firma del trattato.»

Lei non sorrise. «Perché mi ringrazia? Sto solo obbedendo a un ordine.»

II

Quando, rincasando quella sera, vide un'ombra sul pianerottolo davanti alla sua porta, per un attimo pensò, sperò, temette, che fosse Gladio.

«Aspettavi qualcun altro, vero?» sorrise storto Marius prima ancora che le porte dell’ascensore si richiudessero alle sue spalle, come se avesse potuto leggerle nel pensiero in quei suoi pochi attimi di esitazione. «Desolato.»

Si erano a stento scambiati un cenno di saluto, da quando gli Angoni erano rientrati. Adesso che poteva osservarlo da vicino, lo trovò dimagrito, affaticato, con diverse cicatrici in più sul volto e sulle braccia, ma da anni era così immotivatamente ostile nei suoi confronti che non riuscì a provar simpatia per lui. Non gli diede la soddisfazione di mostrarsi turbata. «Marius, come hai fatto a scoprire dove abito?»

Lui inclinò la testa all'indietro, contro la parete. «Non è poi così difficile scoprire dove abita l'unico Angone già a Insomnia da mesi, ti pare? Come va la gamba? Dai tuoi movimenti non si direbbe proprio che hai una protesi.»

Parlare con Marius Gaunt nel pianerottolo di casa sua, a Insomnia, era per lei scioccante quanto mettersi a conversare in un prato con un Anaka. «A cosa devo quest’improvviso interesse?»

Il tono con cui le rispose fu inaspettatamente basso, quasi un sussurro. «Silia, voglio parlarti. Mi fai entrare?»

«No» gli rispose semplicemente. Avanzò nel corridoio, fino al suo appartamento, dandogli le spalle. Introdusse la chiave nella serratura e spinse la porta. Solo allora si rese conto che Marius aveva usato il suo nome, non ‘Hartwood’, ‘gattina’ o un qualche nomignolo offensivo.

Lui fece un passo in avanti, tendendo il braccio, ma lo riabbassò prima di toccarla. «Silia, fammi entrare. Non posso parlarti sul pianerottolo. Non dovrei nemmeno essere qui.»

«Già, non dovresti essere qui.»

«Silia, per amore dei Sei, non ti toccherò con un dito, se è quello che temi. Hai la mia parola. Ma fammi entrare.»

Si voltò, irritata, puntandogli addosso la chiave come se fosse un'arma. «Primo, non osare credere che io abbia paura di te. Secondo, sulla tua parola ci sputo.» Avrebbe voluto cacciarlo via a pedate dal corridoio, ma per un attimo sul suo viso, dopo molto tempo, intravide il vecchio Marius, l’amico d’infanzia che si era consegnato agli imperiali per farla scappare. Forse perché, dopo tanto tempo, lui la stava chiamando con il suo nome. A malincuore cedette, fosse solo per dimostrargli che non aveva paura di lui. «E va bene, entra. Ma se fai qualcosa di strano, Marius, stavolta non te la cavi con il naso rotto. Non ho più ventidue anni.»

Marius la precedette dentro senza ribattere. Silia accese la luce e richiuse la porta dietro le loro spalle, poi lo condusse nella sua stanza. Senza invito, Marius sedette sul suo letto, proprio come aveva fatto Gladio mesi prima, senza staccarle gli occhi di dosso. Silia occupò la sedia davanti alla scrivania, vigile.

«Allora?» lo esortò. «Non ricordo l’ultima volta che ci siamo parlati senza insultarci. Sentiamo cos’hai da dire.»

Lui s’inumidì le labbra. Non aveva ancora ribattuto a nessuna delle sue sferzate, e la cosa la stupì. «Silia, mettiamo una pietra sopra tutto. Vuoi?»

Silia sentì che, suo malgrado, le sue labbra si curvavano in un ghigno. «Tutto cosa, Marius? Quando eravamo due mocciosi eravamo amici. Quasi fratelli, oserei dire. Adesso siamo due adulti estranei che non si sopportano. Mi hai salvato la vita, quando eravamo bambini, e solo in virtù di questo mi sono trattenuta dal saltarti al collo tutte le volte che avrei voluto come ho fatto con Furia o Bellum. Su cosa vuoi mettere una pietra sopra, esattamente? Sui tuoi insulti continui per anni? Sul tuo crescente disprezzo nei miei confronti?» Aggrottò le sopracciglia. «O sul fatto che una volta mi hai messo le mani addosso?»

Lui incassò tutto con espressione rigida, tesa. «Mi dispiace per quella volta. Avevo bevuto. Ed ero fuori di me. Non riesco nemmeno a ricordare bene cos'è successo.»

Era la prima volta che si scusava per quell’episodio. Non era mai riuscita a farsene una ragione, perché, nonostante i loro rapporti fossero deteriorati ormai da anni, la sua aggressione volgare e violenta l’aveva trasformato definitivamente in uno sconosciuto. Quella sera Marius era irriconoscibile, ma lei era troppo nervosa – per la notizia dell’armistizio, per l'incontro con Clarus Amicitia, per la prossima partenza di Gladio, per il futuro degli Angoni, per la conversazione che aveva suo malgrado origliato – e negli anni aveva accumulato troppo risentimento nei suoi confronti per ammorbidirsi. «Molto comodo. Io me lo ricordo fin troppo bene. Mi hai messo le mani intorno alla gola e mi hai buttata a terra, e sei riuscito ad abbassarti i pantaloni fino alle ginocchia prima che ti spaccassi la faccia.»

Marius distolse lo sguardo. Forse, dopotutto, un po' di coscienza ce l'aveva ancora. «Mi dispiace, ti ho detto. Adesso, se ti sei sfogata, fammi parlare.»

«Non ho neanche iniziato, in realtà. Ma parla pure.»

Si grattò la barba. Sembrò volerci una vita perché si decidesse a parlare. «Sapevi dell’armistizio prima che lo scoprissimo dal telegiornale, non è così?»

Silia mantenne il controllo di sé. «Marius, hai bevuto? Come avrei potuto sapere del trattato? Ho collaborato con la Guardia Cittadina, in questi mesi, non con la Guardia Reale, né tantomeno con il Concilio Ristretto. Non avevo modo di accedere a queste informazioni.»

Lui si accigliò. «Ah, sì? Quindi non è vero che vai a letto con il gorilla che fa da guardia del corpo al principe?»

«Dove l’hai sentita questa?»

Marius aggrottò la fronte in un’espressione di derisorio scetticismo che le fece venire voglia di prenderlo a schiaffi. «Dove l’ho sentita? Dove l’hanno sentita tutti. Un Angone rientrato a Insomnia in licenza che se la fa con lo Scudo del Principe, e vuoi che la gente in divisa non ne parli?»

Silia ammiccò. Zen, si ripeté. Sorrise, beffarda. «Oh, per i Sei, un uomo e una donna insieme, e tutti a malignare. La storia più vecchia del mondo. Non è vero, ma, se anche fosse, non capisco che cazzo ti frega di chi entra nelle mie mutande.»

«Non mi frega di chi entra nelle tue mutande, Silia. Sono venuto a parlarti perché volevo capire cosa ne è stato di te in questi mesi. Se è vero che ti sei trasformata in una cagna della Guardia Reale. O se intendi disertare.»

A quell’insulto, Silia coprì istantaneamente i tre passi che li separavano, e gli afferrò la gola senza battere ciglio. Se Marius avesse reagito, la situazione sarebbe senz’altro degenerata, perché lì non c’era nessuno a dividerli. Ma lui si limitò a bloccarle il polso, tranquillamente, e rimasero così, più vicini di quanto non fossero mai stati negli ultimi dodici anni, a guardarsi negli occhi.

«Vattene da casa mia» sibilò.

«No. Rispondimi, Silia.»

«Non ho nulla da risponderti.»

«Voglio sapere se condividi la decisione del Re. Se, dopo dieci anni a rischiare il culo, accetti così che consegni le nostre terre a Niflheim.»

«Non abbiamo più nessuna terra da consegnare, io e te» gli ricordò. A malincuore, gli lasciò andare il collo, e la presa sul suo polso si affievolì di conseguenza. «Non c’è alternativa. Va avanti da troppi anni. Ci sono stati troppi morti. Aveva ragione mia madre: questa guerra è già persa da anni. È venuto il momento di guardare in faccia la realtà e di scendere a compromessi.»

Marius si alzò, le mani nelle tasche della giacca. «Immagino sia quello che ti ha detto il tuo amico della Guardia. Ma non scendi a compromessi con le vite degli altri, Silia. Sei così completamente accecata da non accorgerti che Re Regis ha perso il senno e ci ha venduti tutti? Te la ricordi Ambrosia? Dove due bambini si divertivano a sabotare le truppe stanziate?»

«Non siamo più bambini. Adesso possiamo fare di meglio che non lacerare le gomme delle auto di ordinanza. Re Regis ci ha dato il potere per farlo.»

«Ci ha dato, hai detto bene» puntualizzò Marius strofinandosi gli occhi. «Dalla prossima settimana, Niflheim sarà nostro alleato, per decisione di Re Regis. Altre città come Ambrosia verranno cedute al nemico. Come Bors. Forse, dopotutto, l’Impero è stato più coerente. E la tua gamba, Silia?» Si avvicinò a lei e le toccò la protesi, cercando con le dita il punto di attacco sulla coscia, senza smettere di guardarla dritto negli occhi. «Per cosa l’hai persa, questa?»

«Marius, piantala.» Cercò di scostare la gamba, ma lui la trattenne. «Non so che cazzo ti sia successo in quest’ultimo anno. Anzi, in realtà non so cosa ti è successo negli ultimi quindici. Ma lascia che ti ricordi una cosa.» Si smarcò da lui assestandogli uno spintone. «Abbiamo giurato al Re. Ha accolto le nostre famiglie quando eravamo praticamente dei mendicanti scappati da una città occupata. Ha accolto noi, due ragazzini poveri che vivevano nelle baracche dei profughi, ci ha concesso il suo potere e ci ha permesso di far parte dell’élite militare del regno. Tu fai il cazzo che ti pare, diserta, se vuoi, insieme al tuo amico Luche, ma io non lo abbandonerò in un momento del genere. È l’ultima occasione che hai per andartene fuori da casa mia con le tue gambe.»

«Luche? Cos'hai sentito, Silia?» Marius ebbe un fremito, lieve, ma ostile, che le fece rizzare i peli della nuca. Silia non perse tempo a far comparire le spade.

«Abbastanza da sapere che avete in mente qualcosa contro l’Impero.»

Marius ammiccò, alzando lentamente le mani, mostrando che non aveva intenzione di evocare il suo spadone. Di nuovo rifece capolino il suo sorriso derisorio. «Non fare sciocchezze, Silia. Non so cosa tu abbia sentito, ma non ho in mente niente. E non voglio attaccarti. Ti ho dato la mia parola.»

«Gaunt, va’ fuori da casa mia.»

Tenendo le braccia a mezz’aria – segno che qualcosa sul suo, di viso, doveva averlo convinto che non scherzava – Marius finalmente si avviò verso la porta. «Non ho in mente niente» ripeté. Silia lo incalzò puntandogli contro una delle due spade. «Ma ricorda una cosa, Silia: stasera ho di nuovo rischiato il culo per coprirti.»

«Cosa cazzo vuoi dire?»

Lui si strinse nelle spalle senza rispondere, voltandosi per uscire. Forse non si erano parlati molto negli ultimi anni, ma Marius sapeva benissimo che non lo avrebbe attaccato alle spalle come una vigliacca. Lei, invece, sedette sul letto, turbata, perché, nonostante avessero condiviso la loro infanzia, nonostante fossero stati comunque compagni negli ultimi quindici anni, non sapeva più nulla di Marius Gaunt. Si distese, cercando di non pensare a cosa i giorni successivi avrebbero portato, chiedendosi cosa realmente fosse avvenuto in quella stanza. Spinse giù dal letto il cellulare con il piede, perché non voleva cedere alla tentazione di chiamare Gladio per sentire la sua voce. Si erano già detti tutto quello che potevano dirsi.

III

Trovarsi al Centro d’Addestramento con suo padre, per la prima volta dopo tanti anni, fu per Gladio un tuffo nel passato e insieme un beffardo scherzo del destino. Era andato lì perché l’incombenza di occuparsi di armi, munizioni e oggetti curativi era ricaduta su lui, e doveva caricare le sacche in macchina da portare quella sera a casa di Noct insieme all'attrezzatura da campeggio e al resto del suo bagaglio personale. Mentre radunava tutto, suo padre l’aveva chiamato al cellulare, cosa di per sé già insolita, per chiedergli di poter parlare un’ultima volta prima della partenza. Solo noi due, aveva chiarito, probabilmente sapendo che era arrivato alla Cittadella in compagnia di Iris, ed eccoli lì a camminare in silenzio, l'uno di fianco all'altro, accompagnati dai familiari rumori di allenamento – spade di legno che cozzano, grugniti da sforzo, ordini gridati e amplificati dall’eco delle palestre.

Uscirono in una delle palestre all'aperto, un posto vuoto, tranquillo. Quando fu fuori, per un attimo la luce del tramonto gli ferì gli occhi. Dodici ore ancora, realizzò, schermandosi il viso con una mano.

«Allora» esordì suo padre con un sospiro pacato, come se avesse potuto leggergli nel pensiero. «Ci siamo, Gladiolus.»

«Già» rispose semplicemente, poi gli pose il fatidico quesito che continuava a tormentare lui e gli altri. «È già stata fissata la data della firma?»

Clarus sedette su una panca. A guardarlo adesso, un uomo dall'espressione così rigida e concentrata e dalle labbra così sottili da dar l'impressione che si sarebbero spezzate piuttosto che sorridere, era impossibile riconoscerlo nel giovanotto muscoloso e spavaldo – così somigliante a lui – delle foto che lo ritraevano durante il suo viaggio a fianco del Re nel 725. «Non ancora. Ma volevo aggiornarti su un paio di misure di sicurezza che il Re e il Concilio hanno deciso di intraprendere per l’occasione. Il giorno della firma del trattato, la Guardia Reale sarà riassegnata alla protezione della città. Alla difesa della Cittadella e della persona del Re penseranno gli Angoni di Titus Drautos.»

Gladio faticò a controllare la sorpresa. Suo padre lo stava guardando fisso. Qualche voce del suo presunto rapporto con Silia lo aveva raggiunto, ma quanto vi aveva prestato fede? «Gli Angoni?» scandì. Un altro scherzo del destino: aveva suggerito a Silia di unirsi alla Guardia Reale, e ora il corpo degli Angoni ne assumeva le funzioni. Chissà come l’aveva presa lei, sempre che ne fosse già stata informata. Aleggiava tra loro la tacita promessa di lasciare che quello di tre sere prima fosse il loro ultimo incontro, e non l'avrebbe chiamata per scoprirlo. «È una misura provvisoria per la cerimonia del trattato o una disposizione definitiva?»

Clarus si strinse nelle spalle. «Vedremo. La pace cambierà molte cose in città, Gladiolus. Ho un'altra cosa da dirti. Quel giorno, Cor Leonis si troverà di pattuglia all’esterno con un piccolo contingente: Darius Magnus, Alexandra Steinus, Devan Lochlann, AdrianQuintinus, Marvin Laurentin, August Cadogan e Irwin Osman. Pochi uomini validi, nel caso in cui qualcosa vada storto.»

Gladio si massaggiò la nuca, in silenzio. Era ovvio che il Re temesse un tiro mancino da parte degli imperiali, ma era la prima volta che lo sentiva dire esplicitamente dalle labbra di suo padre. «Hm» cercò di sdrammatizzare. «Per cui, quando torneremo, è possibile che io e gli altri ci ritroveremo a rubare il lavoro alla Guardia Cittadina.»

«Non ha senso pensarci adesso» tagliò corto Clarus. «Concentrati sul viaggio. Guardia Reale, Guardia Cittadina, Angone o Scudo, non importa: il compito della famiglia Amicitia è proteggere e supportare il Re.»

«Pensi che possa dimenticarmene?» sibilò, infastidito dal fatto che suo padre avesse ritenuto necessario puntualizzarlo.

Clarus lo guardò negli occhi. «No» disse infine. «Non lo penso. Proteggi il principe Noctis, Gladiolus. Proteggilo non in quanto prossimo Re, ma come compagno e amico. Ne avrà sempre più bisogno, d’ora in poi.»

Gladio aprì la bocca per rispondergli che quelle raccomandazioni gli sembravano superflue e persino offensive, ma lo sguardo di suo padre lo gelò. Si sentì di nuovo un bambino di sei anni, intimidito, indegno.

«Sissignore» rispose, solennemente, raddrizzandosi nel saluto militare della Guardia.

Clarus sollevò una mano, forse per sfiorargli il braccio, o per farglielo riabbassare, ma non lo fece. Annuì, apparentemente soddisfatto, e si alzò dalla panca. «Ti lascio agli ultimi preparativi, allora. Anch’io devo tornare alle mie incombenze.»

«Padre» lo trattenne. «Iris è qui alla Cittadella. Ti ha portato un cambio d’abiti e sta aspettando che io la raggiunga. Credi di riuscire a trovare un’ora o due per cenare con noi? Lo sai che ci tiene molto, anche se non te lo ha chiesto. E non credo che ricapiterà a breve.»

Suo padre s’inumidì le labbra sottili, e per un istante Gladio fu certo che avrebbe rifiutato. Con sua sorpresa, sorrise. «Credo di sì. Ma devo finire alcune cose. Al Liberty, immagino?»

«Al Liberty» sorrise anche lui. «Ho prenotato un tavolo.»

Clarus s'incamminò. «Ci vediamo lì tra un'ora, allora.»

Gladio lo raggiunse, ma suo padre si bloccò nell’atto di attraversare la vetrata per rientrare. Si voltò verso di lui, esitò per un istante, poi aggiunse: «Gladiolus, ho un’ultima cosa da dirti».

«Hm?» ammiccò lui.

Suo padre incrociò le braccia. «Sono fiero di te. Sei venuto su proprio come avrei desiderato. Sei nato con un gran fardello sulle spalle, ma le hai allenate abbastanza da reggerlo come si deve. Ho preteso molto da te, ma hai sempre fatto tutto quello che andava fatto, e anche di più.»

Gladio ripensò alle parole – le stesse – che Ignis gli aveva rivolto due sere prima. Da bambino aveva sempre nutrito una vena di risentimento nei confronti di suo padre, per la sua costante assenza, per aver reso infelice sua madre, e perché, per quanto loro due si fossero riavvicinati negli anni grazie al suo addestramento come Guardia Reale, per Iris era rimasto praticamente un estraneo. Adesso, realizzava per la prima volta con estrema lucidità, scopriva di essere diventato esattamente come lui, e ci aveva messo tanto ad accorgersene perché per ventitré anni non gli erano mai pesati i doveri e i sacrifici che, implicitamente o esplicitamente, gli erano stati richiesti, ma ore le cose erano cambiate.

«Grazie, padre» rispose, abbassando la testa.

«Cerca solo di non lasciarti nulla alle spalle.»

Forse, dopotutto, qualcosa immaginava. Per la prima volta nella sua vita, Gladio guardò in faccia Clarus Amicitia e mentì. «Non ho nulla da lasciarmi alle spalle, padre. Dovresti saperlo.»

IV

Si congedarono dopo una cena serena senza troppe formalità né smancerie: suo padre gli tese la mano e Gladio gliela strinse fermamente. Un saluto tra due uomini adulti che si stimano, più che tra padre e figlio, ma non si sarebbe aspettato niente di diverso.

«Sii saldo, Gladio» furono le sue ultime parole prima di salire sul taxi che lo avrebbe riportato alla Cittadella. «Proteggi il Principe.»

Gladio accompagnò Iris a casa. Con lei sì, che si abbandonò a un breve momento d’affetto; parcheggiò la macchina nel vialetto di casa e scese per accompagnarla fino alla porta. Senza potersi trattenere, sentendosi goffo e in imbarazzo, la abbracciò.

«Ci sentiamo presto, Iris» sussurrò. Era diventata alta. «Sta' in guardia.»

«Starò bene» gli promise lei. «Sei tu che devi stare in guardia, fratellone. Ma sono certa che ve la caverete benissimo: vi siete allenati così tanto che terrete testa a qualsiasi pericolo.»

Gladio provò l'impulso di stringerla ancora, ma si limitò a sfiorarle il viso, intenerito. Aveva mentito doppiamente a suo padre, tre ore prima, quando gli aveva detto che non si sarebbe lasciato nulla alle spalle. «Credo di dover andare, ora.»

«Buon viaggio, Gladio. Salutami tutti. State attenti.»

«A presto, Iris. Non lasciare che i ragazzi ti ronzino troppo intorno, ora che non ci sarò più io a spaventarli.»

Iris gettò indietro la testa e rise. Fu lei a farsi avanti per abbracciarlo ancora.

Gladio risalì in macchina col sorriso sulle labbra. Nove ore, si disse guardando l'orologio sul quadro d'avviamento. Accese la radio, abbassò completamente il finestrino e mise in moto. Sua intenzione era arrivare a casa di Noctis e di restarci fino al mattino dopo. Quando invece riprese il viale che l’avrebbe condotto verso il centro d’Insomnia, con le mani sudate sul volante, i battiti accelerati, la bocca secca, scoprì che aveva sempre saputo come sarebbe andata a finire.

Chapter Text

12

Ultima decidit

12 maggio

I

Arrivare in macchina davanti al suo palazzo fu più facile di quanto avesse immaginato, anzi, si ritrovò lì senza neanche sapere come. Quando si trattò di scendere dalla macchina e arrivare con le sue gambe davanti alla porta dell'appartamento di Silia, quello fu un altro paio di maniche. Se ne restò a lungo, fermo, sul pianerottolo, spostando il peso da una gamba all’altra.

Non lasciarti nulla alle spalle, gli aveva detto suo padre. Se non fosse venuto fin lì, se la sarebbe lasciata alle spalle per sempre, in un limbo di possibilità e rimorsi che forse si sarebbe portato dietro per tutta la vita.

'Fanculo, si disse, quel che deve succedere succeda, e suonò il campanello. Attese, due, dieci, venti secondi, con lo stomaco incastrato in gola. Silia non aprì. Non un rumore si sentiva oltre la porta. Non l'aveva avvisata del suo arrivo, naturalmente, e magari a quell'ora era alla taverna, o in giro con i suoi compagni. Ben gli stava.

Fu sul punto di girare sui tacchi, ma non si rassegnò a tornare sui suoi passi a mani vuote. Suonò ancora una volta.

La porta si aprì immediatamente, come se lei fosse stata lì tutto il tempo. Silia era in canotta, un paio di vecchi pantaloncini abbastanza corti da mostrare l’attacco della protesi, i capelli scarmigliati. Per un attimo credette di aver visto un guizzo di panico nei suoi occhi, ma si riprese subito: aggrottò le sopracciglia con aria sorpresa e un po' scocciata.

«Temevo fosse di nuovo Marius, e avevo aperto per spaccargli la faccia. Cosa ci fai tu qui? Non parti domani?»

«Marius?» annaspò, ma non gli sembrò il momento di indagare. Adesso che toccava a lui parlare, si sentiva impacciato come se dovesse farlo in una lingua straniera con cui non aveva troppa dimestichezza. «Parto domani. Comunque, Silia, volevo solo, hm, salutarti.»

Silia si addossò all’intelaiatura della porta senza farlo entrare. La stessa postura, forse involontaria ma molto eloquente, che aveva assunto la prima volta in cui si presentato a casa sua. Forse, a ben vedere, Silia aveva capito tutto già allora, e stava cercando di correre ai ripari prima che fosse troppo tardi.

«Ci eravamo già salutati, Gladio. Avrai un mucchio di cose da organizzare. E immagino vorrai stare con la tua famiglia. Iris. Non sai quando tornerai. Va’ da loro.»

«Ho cenato con loro» volle giustificarsi. «E hai ragione, non so quando tornerò. Per cui…» La voce gli si ridusse a un filo. Non era in grado di continuare. La guardò negli occhi, smarrito, sentendosi un ragazzino sprovveduto alla sua prima volta, cercando nel suo sguardo un invito, un suggerimento. «Per cui, se non stai aspettando un altro, mi fai entrare?»

Il braccio di Silia ebbe un fremito. Gladio fu certo che gli avrebbe chiuso la porta in faccia.

«Al diavolo» sussurrò lei, rabbiosa. Lo abbrancò per lo scollo della maglietta e lo tirò dentro, e prima che Gladio potesse rendersene conto lo stava baciando, e lui l’aveva sollevata e sbattuta contro il muro. Per un lasso di tempo indefinito fu fuori di sé. Dimenticò Noctis, suo padre, il viaggio, Insomnia, la tregua e tutto il resto, mentre Silia lo spogliava e lo toccava, e si ritrovò in camera da letto, sul letto, su di lei, dentro di lei, senza sapere come c’era arrivato.

Fu più simile a una lotta disperata che a qualsiasi sesso avesse fatto fino a quel momento. Lo lasciò svuotato, sfinito, irriconoscibile ase stesso per essere stato in grado di perdere la testa a quel modo. Per un attimo sembrò che avrebbero ricominciato immediatamente. Senza una parola, Gladio tornò a baciarla, e lei allargò le gambe per accoglierlo. Ma poi commise l'errore di tirarsela addosso, a cavalcioni, per cambiare posizione, e per la prima volta da quando era arrivato si guardarono negli occhi, improvvisamente lucidi.

Silia ammiccò, e le tremarono le labbra, così come le mani sul suo petto. Gladio aprì la bocca per dire qualcosa, forse che gli dispiaceva, o che non gli era dispiaciuto affatto, o che si sentiva una merda per essersi lasciato andare in quel modo, o che era felice di averlo fatto – sarebbe stato tutto egualmente vero – ma lei gli appoggiò le dita sulla bocca. Lentamente, si staccò da lui, in silenzio, e si alzò. Recuperò la canotta e gli slip, li indossò, e si abbassò a prendere sigarette e accendino dal comodino. Senza degnarlo di un'ulteriore occhiata o di una parola, andò a fumare davanti al davanzale, lasciandolo sul letto in uno stato d’animo che poteva definire solo come prosternato.

Euforia, senso di colpa e stordimento lasciarono il posto a una rabbia sorda. Non poteva ignorarlo così, come se non si trovasse ancora nudo sul suo letto, dopo tutti quei fottuti mesi in cui si erano desiderati senza potersi toccare. Si alzò, la raggiunse alla finestra, e le afferrò il polso con cui si stava portando la sigaretta alle labbra. La fronte le si accartocciò in un'espressione incredula. «Ma cosa…?»

«Sono ancora qui» le fece notare, duro. «E tu dove cazzo sei?»

Lei si irrigidì, distogliendo lo sguardo dal suo, ma non sottrasse il polso alla sua presa. «…lo bevi un whisky?»

Meglio quella vuota offerta di niente. Accettò annuendo, fosse solo per stordirsi, e le liberò il polso. Con un sospiro mal trattenuto, Silia gli passò davanti per andare in cucina, la sigaretta tra le labbra. La sentì muoversi nell'altra stanza, aprire uno sportello e richiuderlo subito dopo. Gladio ne approfittò per rimettersi almeno i boxer. Quando tornò con una bottiglia e due bicchieri, la sigaretta non c'era più.

Sedette sul letto – vi sprofondò, in realtà – e riempì i bicchieri. Gladio la imitò, e tese una mano perché lei gliene passasse uno. Iniziarono a bere in silenzio, senza guardarsi in faccia. Il whisky era ottimo, forte, e gli diede una scrollata in quel momento più che benvenuta.

Finalmente Silia si schiarì la gola. «Non saresti dovuto venire. Non è stata una buona idea.»

«Forse hai ragione. Ma non potevamo lasciarci così.»

«Così come

«Con una stretta di mano.»

«Perché no?»

Gladio si grattò l'attaccatura dei capelli. «Perché sono mesi che volevo farlo, e non so quando e se avremo un'altra occasione. Non so quando tornerò, Silia. Non so cosa ne sarà di me dopo il matrimonio, dove andrò a stare. So solo che il mio posto è…»

«…accanto al principe Noctis» completò per lui con tono monocorde, come se entrambi stessero recitando la poesia più conosciuta del mondo. Silia bevve ancora, lentamente, a lungo, dal suo bicchiere, inclinando la testa all'indietro. Gladio le guardò la gola e si sentì di nuovo eccitato. «Gladio, lo so.»

«Mi dispiace» le disse.

Cercò di toccarle il viso, di baciarla, ma lei si sottrasse, alzandosi dal letto. «Gladio, non c’è niente di cui tu debba dispiacerti, niente per cui tu ti debba giustificare. Siamo un uomo e una donna che hanno perso la testa per dieci minuti. Succede. Non siamo i primi e non saremo gli ultimi. Forse avremmo dovuto farlo prima. In fondo è solo sesso, non ha mai ucciso nessuno.» Tornò di nuovo alla finestra.

Era un maldestro alibi a uso di entrambi, ma sentirle minimizzare ciò che c’era tra loro in quel modo fece comunque male. E riuscì a scuoterlo meglio del whisky. Si alzò anche lui, e iniziò a raccogliere il resto dei suoi vestiti. Lanciò un’occhiata all’orologio alla parete e si stupì del fatto che era entrato in quella casa solo poche decine di minuti prima.

«Fa’ buon viaggio, Gladio. Stammi bene» lo salutò lei prematuramente, dandogli le spalle, mentre si stava ancora rivestendo.

«Sta’ in guardia nei prossimi giorni» si raccomandò lui, riagganciandosi la cintura. «Chissà quando diavolo fisseranno la data della firma. Se andrà tutto bene, cercherò di contattarti non appena saremo arrivati ad Altissia. Ce la prenderemo un po' comoda, quindi non aspettarti mie notizie troppo presto» cercò di sdrammatizzare con un sorriso.

La sua nuca oscillò. Aveva annuito. «La prossima volta che ci vedremo, Gladio, spero che potremo bere un bicchiere da Samuel brindando alla pace, anche se ottenuta a carissimo prezzo.»

Gladio prese la giacca, se l’appese all’incavo del gomito e si avvicinò a lei, con l'intenzione di costringerla a voltarsi. Non accettava di dirle arrivederci senza guardarla in faccia. Invece gettò la giacca a terra e le circondò le spalle con le braccia. Le accarezzò il viso con il pollice e l'indice, sfiorandole le ciglia umide, gli zigomi, il naso, e poi le labbra.

«Quando Noctis avrà sposato la principessa Lunafreya e le acque si saranno un po’ calmate…» iniziò a sussurrarle all’orecchio, chino su di lei, accarezzandole la curva della mascella e cingendole delicatamente il collo. Riuscì a trattenere in tempo quello che veramente avrebbe voluto dirle. Esitò. «…cercherò di tornare a trovarti» concluse. «Ti racconterò del viaggio, del matrimonio, tu mi dirai della cerimonia. E…»

«Gladio.» Non le aveva mai sentito pronunciare il suo nome in quel modo. Poco prima, con una voce simile, si era inarcata sotto di lui. «Vattene, Gladio.»

Gladio annuì. «A presto, Silia.» La lasciò andare, lentamente, e si mosse verso la porta d’ingresso.

Non si voltò più, e lei non lo accompagnò.

II 

«Finalmente ti degni di farti vedere!»

Ignis si spostò per farlo entrare. Sei scatoloni erano già accatastati nell'ingresso dell’appartamento di Noctis, e Gladio si sentì in colpa. Appoggiò l'equipaggiamento da campeggio, le sacche con le armi e il suo bagaglio.

«Scusate» disse. «Ho fatto tardi a cena.»

Ignis lo guardò storto, ma prima che potesse dire qualcosa furono interrotti da Prompto. «Ehi, Gladio! Non ti vedevamo arrivare, non rispondevi al telefono e stavamo per chiamare tua sorella! Com'è andata la cena?»

Gladio rabbrividì per lo scampato pericolo e si grattò l'attaccatura dei capelli. «Iris era molto triste. Per la partenza di Noctis, ovviamente, di certo non per la mia. Dov'è Sua Maestà?»

«A finire di impacchettare senza di te!» lo sentì lamentarsi dall'altra stanza. Gladio evitò di sottolineare che anche loro avevano delle cose da fare alla vigilia della partenza e invece erano lì ad aiutare lui e si limitò a raggiungerlo nella sua camera.

Mentre svuotavano gli ultimi cassetti, i pensieri di Gladio continuavano inevitabilmente a scivolare verso Silia. Noctis notò qualcosa, ma dovette fraintendere: «Preoccupato per il trattato?» chiese, dal nulla, piegando una camicia.

«Oh» rispose, colpevole. «Per forza. Non mi piace, te l'ho detto.»

«Neanche a me. Ne ho discusso un po' con mio padre, quando sono riuscito a parlargli. Ha detto di non preoccuparmi, di lasciare tutto nelle sue mani e di pensare soltanto al matrimonio.»

Gladio fece scivolare due t-shirt nello scatolone. «Come la vedi, Noct? Con Niflheim. Sinceramente.»

L'amico si strinse nelle spalle, concentrandosi nel piegare un'altra camicia. Non gli era mai riuscito troppo bene. «Non li perdonerò mai. Per quello che hanno fatto a Lucis, per quello che hanno fatto a Tenebrae. Odio l'Imperatore Aldercapt. Se fosse stato per me…»

«Se fosse stato per te cosa, Noct?»

«Non avrei firmato il trattato. Le persone fuori da Insomnia sono sempre la mia gente. Avrei lottato fino all’ultimo.»

Gladio sospirò. Forse, dopotutto, tutti continuavano a sottovalutare Noctis. Gli appoggiò una mano sulla spalla. «Non c'è sempre una risposta giusta e una sbagliata, Noct. Tutte le scelte comportano un prezzo. Anche non firmare l'armistizio lo avrebbe avuto.»

Noctis annuì lentamente, senza rispondere. «Non riesco a farmene una ragione.»

«Noct! Gladio! Ignis ha fatto le frittelle!»

Gladio si sforzò di sorridere. Non lasciarti niente alle spalle, si ripeté. «Forza, chiudiamo questa scatola e andiamo di là.»

Mangiarono seduti al tavolo, continuando a parlare dell'imminente partenza. Prompto era estasiato: continuava a chiacchierare a ruota libera, apparentemente incapace di stare fermo. Non era riuscito a incontrare i suoi genitori per mostrare loro la sua nuova divisa da Guardia, aveva detto loro, e la cosa senz'altro doveva averlo ferito, ma non ne faceva mostra.

«Come sarà il mondo fuori da Cavaugh? Finora l'ho visto solo in foto o in tv!»

Gladio si riavviò i capelli. Ne aveva parlato a lungo con Silia, che glielo aveva descritto senza troppi fronzoli. «Non essere così eccitato.» Iniziò a gesticolare per dargli un'idea della mappa. «Leide, intorno a Insomnia, è per lo più desertica. Qualche stazione di rifornimento, ma nient'altro. È come se tutto si fosse fermato a trent’anni fa. Bei panorami per le tue fotografie, non lo metto in dubbio, ma a me fanno venire tristezza. Il Molo di Galdin, invece, è una sciccheria. C'è un hotel di lusso. Da lì salperemo per Accordo. Altissia è un posto fantastico, sembra.»

«Gladio è molto informato sul mondo esterno» commentò Ignis riaggiustandosi gli occhiali sul naso. «Sapete, nell'ultimo anno si è messo a frequentare le taverne.»

Gladio accusò l'imbeccata, un po' a disagio, poi decise di rispondere a tono. «Be', ho imparato un sacco di cose.»

«Oh, non lo metto in dubbio.»

Inarcò un sopracciglio in sua direzione. Ignis lo ignorò, alzandosi per mettere i piatti sporchi nel lavandino.

«A proposito» disse Noctis, infilandosi l'ultimo boccone di frittella in bocca con la sua solita aria impassibile. «Visto che la mia macchina è stata praticamente requisita, l’altro giorno il Capitano Titus Drautos mi ha fatto riaccompagnare a casa da un Angone del Re. Credo si chiami Nyx Ulric.»

Gladio sobbalzò come se gli avessero sparato.

«Un Angone?» chiocciò Prompto, eccitato. «Ne ho visto qualcuno in giro, in questi giorni, ma non ho mai avuto l’occasione di parlare con uno di loro. Non sono molto amati, in città, vero? Intimoriscono un po’, in effetti. Hanno l’aria superba, dura. E il loro Capitano sembra uno che ha visto di tutto nella sua vita.»

«È il fronte» spiegò Ignis lavando i piatti. «Noi qui, a Insomnia, spesso ci dimentichiamo che fuori c’è la guerra. Non tutti sono così fortunati.»

Noctis spinse via il piatto con un’espressione disgustata. «E tra qualche giorno lo saranno ancora meno.»

«Ho saputo» continuò Ignis «che gli Angoni saranno incaricati della difesa della Cittadella e del Re il giorno del trattato, mentre la Guardia Reale sarà riassegnata alla protezione dei cittadini. Immagino tuo padre te l’abbia detto, Gladio. Il Generale non è affatto entusiasta della cosa, mi sembra, ma suppongo che gli Angoni abbiano più esperienza di noi contro gli imperiali, se dovesse succedere qualcosa.»

«Sì, me l’ha detto.» Gladio sperava che il tema si esaurisse lì.

«E tu, Gladio? Hai conosciuto qualche Angone?»

Gladio odiò Prompto. Prese il suo piatto e andò a metterlo nel lavandino, tra le mani di Ignis. «Qualcuno» rispose evasivamente.

«Gladio, come sei acido! Non ti piacciono proprio gli Angoni, eh?»

Ignis scoppiò a ridere così forte che gli caddero gli occhiali nel lavandino. Gladio glieli recuperò, approfittandone per assestargli una gomitata.

«Che ti prende, Ignis?» chiese Noctis.

«Scusate» disse lui, asciugando gli occhiali. «Stavo pensando a una cosa divertente.»

«Facciamo una partita a King’s Knight» tagliò corto Gladio.

Chapter Text

13

Omnia munda mundis

13-14 maggio

I

Rimase tutta la notte sveglia davanti alla finestra, dove Gladio l’aveva lasciata, incapace di ridistendersi tra quelle lenzuola.

Quando ore prima se l’era trovato davanti alla porta, incerto, spaurito, era rimasta a sua volta così disorientata da non riuscire a opporsi adeguatamente: mesi di autocontrollo, aveva pensato con rabbia mentre lui, con la voce stentorea ridotta a un roco mormorio, le chiedeva di lasciarlo entrare, spazzati via dal suono di un campanello. In quello spazio di un istante tra il momento in cui l’aveva tirato dentro e quello in cui aveva spinto via tutto il resto, aveva creduto che forse, dopotutto, andava bene così. Lui stava per partire, e non ci sarebbero state conseguenze. Per mesi avevano avuto ben presenti le loro rispettive priorità, e non vedeva perché non potessero farlo anche dopo, soprattutto adesso che ci sarebbero stati centinaia di chilometri tra loro.

Ma poi, quando si erano finalmente guardati in faccia, un attimo prima di ricominciare, aveva capito che non poteva essere così semplice. Nulla era mai così semplice. Si era sentita come una persona strappata d’improvviso dal sonno. Una persona comune, non un Angone, perché gli Angoni dormivano sempre con un occhio aperto – ci avevano pensato già in addestramento gli istruttori ad abituarli in quel modo, buttandoli giù dai letti nel cuore della notte, e guai a chi non era sveglio e ben presente a se stesso.

D’improvviso aveva capito che quel gesto non avrebbe fatto sentire meglio né lui né lei, che non si trattava di un punto fermo ma di una porta socchiusa. Di una cazzata madornale. Si era ritratta come una verginella impaurita, incapace di pronunciare una sola parola finché lui, comprensibilmente incazzato, non l’aveva scossa. Quando le aveva afferrato il polso era stata sul punto di dirgli tutto. Della dannata firma del trattato che suo padre le aveva ordinato – no, non ordinato, chiesto, era stata lei a farselo ordinare per avere uno stupido alibi di merda – di non dirgli, in nome della sicurezza del Principe. Di quanto fosse in ansia per la firma e per quello che sarebbe avvenuto in seguito. Di quanto le dispiacesse e insieme sollevasse che lui sarebbe partito poche ore dopo. E invece, per fortuna, gli aveva solo offerto un dannato whisky.

Non riusciva ancora a credere di essere in grado di provare un simile ventaglio di malesseri, dopo dieci anni sul fronte. Non era più riuscita a guardarlo in faccia, da quando lui era stato sul punto di baciarla di nuovo ed era stata certa che avrebbero ricominciato. Da quando si era accorta con orrore di stare per piangere. Chissà se era il principio di quello che chiamavano disturbo da stress post traumatico.

Continuando a guardare la Cittadella, fumando una sigaretta dopo l’altra davanti alla finestra aperta, Silia aveva ripercorso il momento dell’arrivo di Gladio infinite volte, e tutte le volte era finito allo stesso modo: lo aveva tirato dentro. Alle sei – la piazza della Cittadella, già illuminata dalla luce dell’alba, era ancora quasi vuota – una macchina di lusso si fermò davanti alla scalinata. Silia riconobbe distintamente un ragazzo alto con gli occhiali che doveva essere Ignis, un altro ragazzo biondo che di certo era Prompto, il principe Noctis e Gladio che scendevano. Erano tutti in abiti informali. Arrivati quasi a metà, il Re uscì dalla Cittadella, zoppicando, accompagnato dal Capitano Drautos, e i ragazzi tornarono indietro per ricevere le ultime raccomandazioni, o forse un congedo meno formale di quello che doveva essere avvenuto nella Sala del Trono. Poco dopo salirono in macchina e partirono in direzione del cancello occidentale.

Quando la macchina fu scomparsa dalla sua vista, Silia si alzò.

II

Gladio fu costretto a simulare una composta curiosità, mentre attraversavano il cancello occidentale, ma gli si era seccata la bocca, e credeva di riuscire a sentire i battiti del cuore risuonargli dalle punte delle orecchie alle dita dei piedi. Un paesaggio sterrato e selvaggio, spezzato dai pali elettrici che si susseguivano come alte e snelle pedine di mah jong, si estendeva a perdita d’occhio davanti ai loro occhi. Un vento caldo che non incontrava alcun ostacolo architettonico gli sferzava il viso, scompigliava i capelli, portava suoni e odori di un mondo sconosciuto.

Si guardò alle spalle per controllare che il cancello occidentale, presidiato da guardie cittadine nate a Insomnia, non fosse scomparso nel nulla, e che la strada asfaltata su cui viaggiava la Regalia non si estendesse infinita all’orizzonte come se fosse sempre stata lì. Ma il cancello c’era ancora, naturalmente.

Tornò a guardare davanti a sé: i suoi compagni erano ammaliati quanto lui, e non pronunciarono una sola parola per chilometri, neanche Prompto, immobile a stringere la sua macchina fotografica senza avere l’animo di usarla. E poi, dal nulla, Prompto appoggiò entrambe le mani sulla fiancata dell’auto, si sporse e gridò. Fu un grido inconsulto, lungo, puro, un’esplosione di rumorosa ed entusiastica libertà. Gridò per tutti loro, Prompto, perché aveva vent’anni, avevano tutti poco più di vent’anni, e anche se erano tre Guardie Reali che stavano scortando il Principe d’Insomnia a sposare la Principessa di Tenebrae, il mondo intero era davanti ai loro occhi, ed erano pronti a divorarlo.

III

Il loro entusiasmo si spense un paio d’ore dopo, quando la Regalia li lasciò in panne in mezzo alla strada.

«Ignis, non dirmelo» gemette Gladio all’undicesimo o dodicesimo tentativo dell’amico di rimettere in moto. «Non dirmelo.»

Ignis sospirò. «Se vuoi non te lo dico, Gladio, ma i fatti non cambiano. La Regalia non va più.»

«Che dice l’indicatore della benzina?» chiese Noctis.

«Credi che possa essermi dimenticato di fare il pieno alla vigilia di un viaggio così importante?» ci tenne a puntualizzare Ignis, riaggiustandosi gli occhiali sul naso. «Potrebbe essere la batteria. Ma non me ne intendo di automobili, mi dispiace.»

«Non ha senso restare sull’auto ad aspettare che riparta magicamente» tagliò corto Gladio, spalancando la portiera. «Hammerhead non può essere molto lontana. Chiediamo un passaggio e torniamo con un carro attrezzi.»

Prompto prese l’iniziativa, e iniziò a gesticolare, ma senza successo. Iniziarono a sbracciarsi tutti, inutilmente, per più di un quarto d’ora: automobili, furgoni e autopompe sfrecciavano accanto a loro senza nemmeno rallentare. Sua Maestà Noctis, già stanco e annoiato, sedette dietro la Regalia. Prompto si distese per morto sull’asfalto.

«Diamine, credevo che la gente fuori città fosse più educata» si lasciò sfuggire Gladio quando l’ennesima auto li sorpassò. Forse, pensò, non è sicuro come a Insomnia caricare degli sconosciuti in macchina.

«Non fare troppo affidamento sulla gentilezza degli estranei.» Ignis provò ancora una volta a riavviare. L’auto diede uno sbuffo, come se fosse stata un vecchio bisbetico e non un giovane rampollo dell’ingegneria meccanica, e si rifiutò di muoversi.

«Ho paura che dovremo spingerla fino a destinazione.»

«Io mi sono già spinto al limite delle forze» biascicò Prompto.

Gladio stava sudando sotto la giacca. Non si aspettava una giornata così calda. Si spogliò, lanciò la giacca sul sedile, e aggirò il veicolo per raggiungere Prompto e Noctis. «Muovetevi» li spronò, irritato, colpendoli con il piede. Insomnia era appena scomparsa alle loro spalle, e già Noctis era seduto a terra aspettando che qualcuno gli risolvesse i problemi. «Forza, l’auto non si spingerà da sola.»

A malincuore, con un sospiro – sconfortato Prompto, stizzito Noctis – i due si alzarono. Si posizionarono ai lati della Regalia, mentre Gladio si rassegnava a spingere da dietro. Dopotutto, era quello più dotato di maggior forza fisica.

«Credevo che fosse la macchina a dover trasportare noi.»

«Noct, l’avrà mica fatto apposta tuo padre per metterci alla prova?»

«Non dire sciocchezze.»

«Risparmiate il fiato per spingere» li rimproverò. «Pronti… adesso!»

Spinsero. La macchina iniziò lentamente a muoversi. Gladio aveva la sensazione che i due, confidando nella sua forza fisica, non si stessero impegnando poi tanto. La Regalia, per di più, non era una piccola utilitaria.

«Incredibile…»

«Non esattamente un inizio da fiaba, eh, principe? Speriamo solo che non sia un cattivo presagio» aggiunse ad alta voce.

Noctis schioccò la lingua sul palato. «Gladio, fammi un favore…»

…non portare sfiga, immaginò volesse dirgli. «Cosa?»

«Spingila da solo.»

«Scordatelo. Muovi le tue regali chiappe, Noct.»

«Tanto se la lasciamo andare non te ne accorgi nemmeno» gli diede manforte Prompto.

Continuarono a spingere in silenzio per quello che gli parve un tratto lunghissimo. Non si vedeva ancora nulla che somigliasse ad Hammerhead all’orizzonte. Suo padre avrebbe almeno potuto fornirgli il numero del vecchio Cid.

«Sulla cartina, Hammerhead era vicinissima.»

«Sembrava proprio a due passi.»

Ignis rise. Lì, al volante, la stupidità di Noctis e Prompto doveva risultare molto più divertente. «Per forza, è una mappa del mondo.»

«Il mondo è grande, eh…?»

Sudando sotto i capelli che continuavano a ricadergli sugli occhi, nonostante la situazione, Gladio non poté impedirsi di sorridere.

E adesso è nostro.

IV

«Oh, per Shiva.»

Sarah fu l’unica a fiatare, mentre, abbattuti dall’ennesima notizia inaspettata degli ultimi giorni, guardavano Caesar con occhi vacui.

«Ammazzata, hai detto?»

Caesar annuì. Era pallido, le mascelle tese, e continuava a evitare il loro sguardo come se si vergognasse del suo dispiacere. In quei sei mesi doveva essere stato molto vicino ad Altius. Non poteva essere altrimenti. «Come un animale. E abbandonata tra i rifiuti mezza sepolta. Mi viene il voltastomaco solo a parlarne.»

«Vaffanculo» sputò Sarah, come se avesse avuto del veleno in bocca. «Vaffanculo. E noi stiamo firmando un trattato con loro.»

«Non essere tanto frettolosa, Sarah.» Legato sembrava concentrato su un punto del corridoio visibile solo a lui. «Non ci sono prove che siano stati gli imperiali.»

«E chi cazzo vuoi che sia stato?» Samuel si grattò furiosamente la barba. «Il cane della Principessa?»

«Il Capitano ha detto a Nyx che non permetterà che l’indagine sia intralciata dal trattato.» Sembrava non crederci lui per primo. «Dannazione, non si meritava una fine simile. Era una ragazza così gentile. E molto dotata di potere magico. Cosa diavolo le avranno scagliato addosso?»

Samuel colpì la parete con un pugno. «Lasceremo che vada così? Che uno di noi venga ammazzato in questo modo?»

«Sam, smettila» lo sedò debolmente Silia. Il furore del compagno era benzina sul fuoco dell’indignazione che stava cercando disperatamente di trattenere. «Avevamo detto di starcene tutti calmi fino alla firma del trattato. Non è il caso di alimentare a vicenda il nostro nervosismo, ora che gli Imperiali sono arrivati in città. C’è già un clima da rivoluzione, per strada, con tutta quella gente che manifesta.»

«E Libertus?» chiese Sarah. «Come l’ha presa quello scalmanato?»

Caesar si irrigidì. «Non bene. Adorava Crowe. Ha disertato. Credo che non sarà l’unico, da qui alla firma del trattato.» Si passò le mani tra i capelli. «Ma ha ragione Silia. Non parliamone. Scusate, ho bisogno di restare un po’ da solo.»

Silia ebbe un guizzo di apprensione. Si sporse a trattenerlo per un braccio. «Cee, non ti salterà mica in testa di…?»

Lui scosse la testa. «No. No, Silia, non preoccuparti. Quel che ho detto l’altra sera al bar non me lo rimangio. Ma ho intenzione di vedere come si evolverà la storia di Crowe. Un conto è obbedire agli ordini. Un altro venire ammazzati in questo modo indegno senza che il tuo Capitano – il tuo Re – si premurino di far di tutto perché il colpevole venga trovato e condannato.» Appoggiò una mano sulla sua, le strinse le dita per un attimo, poi liberò il braccio. «A dopo.»

Non aveva fatto cinque passi, che dalla curva del corridoio emerse Nyx. Aveva una scatola sottobraccio. «Oh, Caesar» lo salutò, dandogli un’affettuosa pacca sulla spalla. Non sorrideva. «Immagino tu lo abbia detto agli altri. Ciao, ragazzi.»

«Nyx, mi dispiace per…» iniziò a dire Sarah.

Nyx scosse la testa, bloccandola con un gesto vago della mano. Guardò dritto verso di lei. «Grazie. Se non vi spiace, devo rubarvi il Coeurl per un po’.»

Silia ammiccò un paio di volte, colta in contropiede. «Io?»

«Tu» rispose lui, seccamente. «Ho bisogno di parlarti. Stavo andando a portare questa a casa. Sono gli effetti personali di Crowe. Ti spiace fare un po’ strada con me?»

Inevitabilmente, Silia guardò Caesar, che scosse impercettibilmente la testa. L’amico li salutò sollevando una mano e si allontanò lungo il corridoio.

«Va bene» disse. «Andiamo. A dopo, ragazzi.»

*

Pochi minuti dopo – si erano appena lasciati il comando alle spalle, e Nyx non aveva ancora iniziato a parlare – iniziò a piovere. Una pioggia estiva, calda, persistente, in rapido peggioramento. Insieme ai rumori del traffico si sentiva il vociare indistinto di un campanello di persone. L’ennesima manifestazione degli ultimi giorni.

«Nyx, fermiamoci da qualche parte.»

Lui non rallentò nemmeno. «Che c’è, Coeurl, sei diventata così delicata da non riuscire a sopportare dieci minuti di acquazzone?» chiese con una vena derisoria nella voce.

Silia decise di ignorare la sua frecciatina. Si scostò i capelli già bagnati dalla fronte. «Perché non mi hai semplicemente contattata alla mia frequenza, se volevi parlarmi?»

«Perché temo sempre le interferenze e non voglio che qualcuno ci ascolti parlare per caso. E poi, se ho la possibilità di parlare con un compagno faccia a faccia, lo preferisco. Non devo dirtelo io: certe conversazioni consistono in quello che non si dice mentre si parla.»

Alzarono lo sguardo sul corteo che, incurante della pioggia sempre più fitta, sfilava accanto a loro in strada. Qualcuno tra la folla riconobbe le loro divise, e li additò furiosamente. Continuarono a camminare a passo svelto, ignorandoli, seguiti da insulti scagliati come pallottole – codardi fu il più gentile. Incredibile come, da una parte o dall’altra, tutti ce l’avessero con gli Angoni, prima per essere stati in guerra e ora per non essere più in guerra.

«Allora sentiamo cosa vuoi che non ti dica.»

«Come vuoi.» Nyx teneva il capo leggermente chino in avanti. «Crowe è morta. Il Capitano assicura che ci saranno delle indagini, ti avrà detto Caesar, ma ho intenzione di capire perché è stata mandata a recuperare la Principessa Lunafreya e la Principessa è arrivata ieri mattina a Insomnia con suo fratello, l’Alto Comandante Ravus.»

Silia si strinse nelle spalle. La risposta era così ovvia che esitò a pronunciarla. «Crowe non è mai arrivata a Tenebrae.»

«Questo è chiaro, ma la Principessa non sapeva nulla della missione. Ero di guardia nella Sala del Trono quando il Re l’ha ricevuta. Come poteva la Principessa non sapere che un Angone era stato incaricato di scortarla?» Silia aprì la bocca per rispondere che non ne aveva la minima idea, ma Nyx continuò, sfilandosi la giacca e usandola per coprire la scatola. «E non è tutto. Il Principe non è più a Insomnia, vero? Lo ha detto il Re.»

«Se lo ha detto il Re, dev’essere così» gli rispose con prudenza.

Nyx si fermò. La studiò attentamente, in cerca di quella comunicazione non verbale di cui parlava. «Silia, per favore. Non voglio intromettermi nella tua vita privata. I pettegolezzi, per me, contano meno di zero, ma l’esperienza mi ha insegnato che se senti venti persone dire la stessa cosa, un fondo di verità c’è sempre. Quantomeno dovrai conoscerlo, lo Scudo del Principe, o vuoi negare anche questo?»

Caesar gliel’ha detto. Date le circostanze, non riuscì a provare rabbia. Sospirò: negare era inutile. «Sì» si limitò a rispondere. «Lo conosco.»

Nyx riprese a camminare, più rilassato, e lei lo seguì. «Adesso iniziamo a ragionare. Sapevi della sua partenza?»

«Lo sapevo.»

«Bene. Cos’altro sai, Coeurl?»

«Cos’è, un interrogatorio? Mi stai chiedendo di divulgare informazioni riservate?»

«Forse, se sono arrivate a te, non sono poi tanto riservate, non trovi?»

Si sfidarono con lo sguardo. «Cosa cazzo vuoi sapere da me, Nyx?»

«Te l’ho detto. Cos’era andata a fare realmente Crowe.»

«Non lo so per certo.»

«Allora dimmi cosa supponi, per i Sei.»

«Non ho il dovere di dirti nulla.»

«Crowe è morta, maledizione.»

Lo guardò ancora per un istante, con diffidenza, prima di rispondergli. Anche lei, al suo posto, avrebbe cercato di scoprire qualsiasi cosa potesse avere a che fare con la morte di un suo compagno, e in fondo sapeva poco, e a breve sarebbe stata una notizia pubblica. «Le nozze reali si terranno ad Altissia, non a Insomnia. Credo che l’incarico di Crowe fosse scortare la Principessa ad Accordo prima che lo scoprissero gli imperiali. Quanto a ciò che è successo poi, non ne ho idea. Magari è incappata in un’avioflotta dei niff, un generale ha riconosciuto la divisa e voluto giocare agli Angoni un ultimo tiro mancino prima della tregua.»

Nyx scosse la testa, schioccando la lingua contro il palato. «Crowe era in incognito. E poi perché rischiare un incidente diplomatico a pochi giorni dalla firma del trattato?»

Ci aveva già pensato anche lei. Scrollò le spalle. «Non ne ho idea. Cosa ti ronza per la testa, Nyx?»

Lui non rispose.

«Nyx, stavi per saltarmi al collo per avere da me supposizioni e informazioni riservate. Il minimo che puoi fare è ricambiare.»

Lui abbassò la voce, e i rumori del traffico e della pioggia quasi coprirono le sue parole. «Sospetto che gli Imperiali sapessero esattamente della missione di Crowe.»

«E che il matrimonio si sarebbe tenuto ad Altissia, intendi? L’Imperatore Aldercapt ne è stato informato ufficialmente solo al suo arrivo a Insomnia. Crowe era già in viaggio, anzi, doveva già essere arrivata a Tenebrae.»

«Ufficialmente non significa nulla» puntualizzò lui. «Chi altri sapeva del matrimonio?»

«Il Principe e i suoi compagni – a parte Gladio Amicitia, due Guardie Reali, suoi amici fidati, persone fuori da ogni sospetto. Il Re, naturalmente, e il Concilio. Il Generale Cor Leonis e, immagino, la Guardia Reale doveva saperlo per forza. Il Capitano Drautos. Alcuni fidati attendenti della Cancelleria Reale. Davvero non so altro, Nyx. Se può consolarti, il Principe e i suoi sono partiti senza essere stati informati della data della firma del trattato. Mi sembra tutto un perverso gioco di carte: ognuno di noi vede solo la propria mano.»

Nyx si morse il labbro inferiore. «E quello che riesce a sbirciare delle mani altrui. Non proprio una partenza segreta, eh?»

«Tutte persone di fiducia. Te lo immagini qualcuno interno alla Cittadella a vendere il Principe agli Imperiali?»

«Non riesco a immaginarmi più niente e nessuno, Coeurl. Qualunque certezza avessi nella mia vita, si è dissolta in queste ultime due settimane.»

Riusciva a comprenderlo perfettamente. «Vale anche per me, Nyx, ma ci sono cose in cui cerco ancora di credere, altrimenti tanto vale strapparci queste divise di dosso, come ha fatto Libertus. Credi che tornerà a ragionare, a proposito?»

Nyx scosse lentamente la testa. Ormai erano zuppi entrambi, la divisa incollata al petto, i capelli sulla fronte. «No, Coeurl, credo che stavolta sia finita davvero. La notizia del trattato l’ha sconvolto, ma lui, per Crowe…»

Non fu necessario che continuasse. Affetto fraterno o amore, le cose non cambiavano. «Mi dispiace» ripeté. «Davvero, Nyx. Abbiamo perso molti compagni caduti in guerra, ma una cosa del genere è…» cercò a lungo la parola giusta, e non la trovò. «Inconcepibile» dovette accontentarsi.

Per la prima volta, sulle labbra di Nyx comparve qualcosa di molto simile a un sorriso. Si arrestò, e così fece anche lei. Erano davanti a un bar, ma nessuno dei due era dell’umore per proporre di fermarsi a bere qualcosa. «Grazie, Coeurl. Anche per questa conversazione. È bello vedere che non sono impazziti proprio tutti. Adesso ho un quadro un po’ più chiaro delle cose. Terrò gli occhi bene aperti.»

Gli sorrise anche lei. «Visto che hai intenzione di tenere gli occhi bene aperti, Eroe, lascia che ti dia un consiglio: tienine uno suLuche.»

«Laz?» Nyx tornò a irrigidirsi. «E perché mai?»

«Non lo so» ammise lei. «L’ho sentito parlare con Marius. Non volevo origliare, ma non mi hanno visto e si sono scambiati frasi che non ho compreso bene. Temo abbiano in mente qualcosa. Forse ho solo capito male, ma…» Ripensò alla reazione di Marius quando aveva nominato Luche. «Ho un brutto presentimento, Nyx.»

Nyx si accigliò, e non poteva biasimarlo: anche lei si sarebbe indignata se qualcuno avesse fatto illazioni sull’integrità di uno dei suoi compagni di squadra. «Lazarus e io ci conosciamo da una vita» ci tenne a ricordarle. «Qualunque cosa abbia in mente il tuo amico Gaunt, non penso proprio che Lazarus sia coinvolto.»

Inutile insistere su quel punto, comprese. «Marius non è mio amico. Lo è stato, molto tempo fa, ma le cose sono cambiate.Comunque fa’ come credi, Nyx, non intendevo offenderti né accusare nessuno.»

Nyx sospirò a labbra strette, e parve ammorbidirsi. «Quattro anni fa, quando la Divisione 17 dell’esercito di Tenebrae ci ha teso un’imboscata, noi della Squadra 3 ci siamo salvati solo grazie al tuo istinto. Farò come hai detto, Coeurl, ma credimi, Lazarus è un tipo leale.»

Le tese la mano bagnata, e Silia gliela strinse. «È stato solo un colpo di fortuna, quella volta. Comunque ci vediamo, Nyx» si congedò. «Se tutto fila liscio il giorno del trattato, ci andiamo a bere un bicchiere tutti insieme.»

«Coeurl» pronunciò lui, esitante, indugiando con la mano attorno alla sua. «Dimmi solo una cosa. Credi che sia stato tutto inutile?»

Si riferiva di certo alla morte di Crowe, ma non solo. Silia lo guardò negli occhi, ripercorrendo in pochi secondi gli ultimi quindici anni. «No» rispose, per nulla certa di essere sincera. «Non finché abbiamo una spada in mano e la usiamo dalla parte giusta.»

Nyx scosse impercettibilmente la testa, ritirando la mano. «Vorrei avere le tue certezze.»

«Non ne ho» dovette ammettere. «Sto solo cercando di tenere la testa sulle spalle e di pensare il meno possibile.»

«Non ci credo» ammiccò lui. «Sei troppo sveglia per fare il chocobo con il paraocchi, Coeurl, e ti vedo irrequieta e all’erta come sul fronte. Ed è meglio così. Al di là dei discorsi su giuramenti e fedeltà, credo che questo sia un momento in cui è il caso di cominciare a farci qualche domanda.»

Nyx sollevò una mano in un ultimo saluto, si riavviò i capelli bagnati, e continuò a camminare per il marciapiede senza più voltarsi. Con un sospirò, Silia ficcò le mani nelle tasche della giacca e si avviò verso casa.

Mancavano meno di quarantacinque ore alla cerimonia.

Chapter Text

14

Quid vesper ferat, incertum sit

15-16 maggio

I

Decisamente, l’inizio di quel viaggio non se lo sarebbe mai immaginato così: una sequenza ininterrotta di sfighe e di emozioni così intense come non ne aveva mai provate a Insomnia.

Erano arrivati ad Hammerhead sfiniti e sudati fradici – tutti tranne Ignis, che si era riservato il posto al volante dichiarando, non proprio a torto, che lo avevano designato quale autista e come tale si sarebbe comportato – dove avevano incontrato Cid Sophiar e sua nipote Cindy, una bella ragazza bionda che lo aiutava nell’officina. Suo padre gli aveva parlato molto del vecchio Cid, quando Gladio era ancora un ragazzino, ma si era aspettato la naturale evoluzione dell'uomo che aveva sempre visto nelle fotografie, un anziano solenne e ancora prestante, non un vecchietto curvo e secco dai modi scostanti. Cid li aveva ricevuti di malagrazia e trattati da mocciosi imberbi cresciuti nella bambagia – cosa non troppo lontana dal vero, a un rapido esame di coscienza – come se fossero stati figli di sconosciuti, lui e Noct, invece che dei suoi vecchi compagni di avventure. Stando a quanto suo padre gli aveva detto, Cid aveva litigato con Re Regis trent’anni prima, poco dopo il loro precipitoso rientro a Insomnia, quando le truppe imperiali avevano invaso Leide, Duscae e Cleigne con le allora nuove fanterie magitek e disseminato il territorio di basi militari, e Re Mors era stato costretto a ripiegare la Barriera alla sola città di Insomnia. Clarus non gli aveva mai rivelato il motivo della loro lite, ma Gladio sospettava che Cid, al contrario di Regis, non avesse accettato la decisione del Re e avesse preferito vivere fuori dai confini della città blindata. Aveva un figlio già allora, Cid, ma Gladio sapeva solo il suo nome: Mid. Doveva essere il padre di Cindy.

Da quel momento in poi, per Gladio era stata una sfilza di prime volte, così tante che, aveva scoperto con una punta di sgomento, il pensiero di Silia era scivolato in un angolo, proprio come doveva essere e come la notte in cui aveva lasciato il suo appartamento, alla vigilia della partenza, aveva disperato di riuscire a ottenere.

C’erano state le loro prime missioni di caccia, ad esempio. Non credeva, Gladio, che avrebbero dovuto lavorare per vivere, ma il vecchio Cid, avevano appreso con costernazione, non avrebbe riparato loro l'auto pro bono, in nome dell'amicizia che l'aveva legato a suo padre e al Re; anzi, aveva chiesto loro un mucchio di quattrini, più di quanti ne avessero portati con sé, e non gli era mai successo in vita sua di rimanere con pochi spiccioli in tasca e impossibilitato a prelevare del denaro dal suo conto a Insomnia. Se l'erano cavata abbastanza bene nei primi combattimenti della loro vita contro esseri vivi, pericolosi e belligeranti: Gladio si era accorto con soddisfazione che i loro stili di combattimento, grazie all'addestramento degli ultimi anni, si incastravano alla perfezione. Prompto attaccava da lontano con le sue armi da fuoco, interrompendosi talvolta per scattare fotografie indubbiamente d'effetto ma che secondo Gladio non valevano un aculeo di Scorpione infilzato nelle chiappe; Ignis, come sempre, manteneva una posizione di supporto, una mano sempre protesa sulla borsa degli oggetti curativi; Noctis si gettava a capo chino nelle battaglie, spesso proiettandosi sul nemico senza degnarsi di avvisarli. «Non devi dimostrare niente a nessuno» gli aveva gridato in faccia incazzato nero e con il cuore ancora in gola per la preoccupazione, strattonandogli un braccio, al termine di uno scontro durante il quale Noctis era finito a terra e si era salvato solo grazie a una coda di fenice. «Vuoi arrivarci vivo a queste cazzo di nozze o no?» Parole al vento.

La sera del giorno successivo, ripartiti da Hammerhead – stavolta dentro e non dietro alla Regalia – in direzione del Molo di Galdin, avevano campeggiato per la prima volta fuori da Insomnia. Si era autonomamente assunto l’impegno di montare l’accampamento, senza chiedere né accettare l’aiuto di nessuno, felice della fatica di rizzare la tenda, piantare i picchetti, srotolare i sacchi a pelo e preparare il fuoco. L’odore di sabbia, erba e terra, il sentore di tela plastificata intonsa, il profumo della legna appena tagliata e poi bruciata lo inebriavano.

Quando gli altri si erano ritirati nella tenda dopo l’impeccabile cena preparata da Ignis, era rimasto a lungo disteso sulla sdraio pieghevole sotto le stelle; non le aveva mai viste così luminose, perché non si era mai trovato così lontano dalle luci artificiali della città. Era rientrato in tenda solo a tarda notte, dopo essersi goduto ogni istante, ogni odore, ogni suono della natura in cui erano immersi.

II

«Oh, per i Sei.» Prompto si buttò di peso a faccia in giù sul letto. Dopo essersi consultati, avevano deciso di comune accordo – il che non includeva Ignis – di spendere buona parte di quel che avevano guadagnato negli ultimi due giorni per dormire nello splendido hotel galleggiante. Il porto era chiuso per via dell'armistizio, avevano scoperto dalla gente che sorseggiava drink al bar con aria contrariata, e i ferry erano fermi. Li aveva avvisati dell'inconveniente anche uno strambo tizio dai capelli rossi che avevano incontrato sul pontile e che non gli era piaciuto per niente. «Va proprio tutto storto, eh?»

«Puoi dirlo. Prima la Regalia, poi tutte quelle missioni per ripagare il vecchio Cid, ora il porto chiuso.» Noctis sbuffò, stiracchiandosi molto poco regalmente.

«Credevi sarebbe stata una gita di piacere, Principe?» Gladio spalancò le tende e si appoggiò al davanzale, sorridendo. Non credeva che si sarebbe mai stancato di guardare il mare. Non somigliava a nulla che avesse mai visto.

«C'è poco da fare.» Ignis stava approfittando di quella breve pausa per sfogliare i dépliant turistici che aveva trovato sul comò. «Sapevate che il Molo di Galdin un tempo era un povero villaggio di pescatori? Trent'anni fa, dopo l'invasione di Leide, fu trasformato in crocevia marittimo per i collegamenti verso Accordo, ma da quando hanno preso il sopravvento i trasporti aerei militari è diventato un posto turistico di lusso.»

«Blah, blah.» Prompto si coprì la testa con un cuscino. «Ho finito la scuola due anni fa, Iggy.»

A Gladio non interessavano le lezioni di storia locale di Ignis, ma non vedeva l'ora di esplorare il posto e di farsi una nuotata. «Dovremmo andare a raccogliere informazioni» suggerì, ammiccando.

«Sono d'accordo» approvò Noct. «Al punto di pesca.»

«E alla spa» rincarò la dose Prompto.

«E in spiaggia» concluse lui, alzandosi e sfilandosi la giacca.

Ignis sospirò. «Tutte proposte molto disinteressate. Sta bene, ragazzi, tanto siamo bloccati qui. Ma voglio passare anche al Ristorante Da Perla per cena. Dicono che sia il ristorante più esclusivo fuori da Insomnia.»

«Evviva!»

III

Silia restò più di mezz'ora sotto la doccia; un record, per lei. Quella mattina, svegliandosi in uno stato di lucida calma, aveva preso una decisione che non aveva ancora comunicato agli altri: anche se non sapeva quali sarebbero state le direttive del Capitano Drautos – se avrebbero continuato a servire alla Cittadella con le funzioni della Guardia Reale, com'erano stati istruiti per quel giorno, o in città al posto della Guardia Cittadina, come temevano tutti – avrebbe lasciato il suo appartamento e sarebbe andata a stare negli alloggi del QG con i suoi compagni di squadra. Erano la sua famiglia, e sebbene si fidasse ciecamente di Legato voleva tenere d’occhio Sarah, Caesar e Samuel ed essere lì ad arginare il loro umore instabile.

Non era necessario che lo facesse in quel momento, ma, con la sensazione che fosse un gesto più scaramantico che altro, iniziò a riordinare la stanza. Aveva pochi vestiti, e li appoggiò sul letto uno sopra l’altro. Radunò i libri che non aveva ancora letto – non poteva portare al comando tutti quelli che aveva comprato in quei mesi a Insomnia. Svuotò l'armadio e i cassetti, ben poche cose: l'intera operazione richiese pochi minuti.

Infine recuperò da sotto il letto la scatola con i suoi effetti personali che erano tornati con lei dal fronte, alcuni dei quali non aveva mai toccato da quando era stata trasportata a Insomnia dopo il suo infortunio. Tenne in mano, a lungo, la fotografia di suo padre, i cui colori ormai si erano stinti e confusi in un ocra sfocato, proprio come aveva fatto il giorno in cui aveva lasciato la sua casa nel distretto dei profughi per unirsi agli Angoni, poi la ripose nella scatola. Fece altrettanto con la piastrina di Hans – HC03S6, conosceva il suo numero di matricola a memoria – il primo uomo che avesse mai amato, consegnata a lei perché non aveva più nessuno che dovesse essere avvisato della sua morte; gliel'aveva data Legato, di nascosto, perché aveva messo a repentaglio la propria vita e quella dei suoi compagni per cercare di prestargli soccorso durante la missione in cui era morto, e il Capitano, inferocito da quel coinvolgimento personale non troppo difficile da intuire, l'aveva punita mettendola di guardia la notte in cui erano state celebrate le sue esequie. Trovò gli occhiali rotti di Thomas, finiti per sbaglio tra le sue cose nei giorni caotici immediatamente prima che venisse rimandata a Insomnia. Una fotografia che la ritraeva il giorno del giuramento come Angone. Un cavallino di legno che le era stato regalato da un bambino di Bors durante la festa che avevano tenuto per la vittoria e che aveva conservato.

Non era poi molto. Incredibile come ventotto anni della sua vita non avessero lasciato quasi alcuna traccia concreta, quasi nulla che valesse la pena conservare. Dopo aver meditato se non fosse meglio buttarlo, lanciò nella scatola anche il pass di Gladio per il Centro d’Addestramento, che non aveva mai avuto modo di restituirgli. Infine, prima di lasciar scivolare anche quella nella scatola, sedette sul letto con la Cosmogonia sulle ginocchia.

Combatti sempre per la famiglia e per la patria, lesse e rilesse passando la punta dell’indice sulla grafia di suo padre. Quando, nel discorso di benvenuto alle nuove leve, il Capitano aveva declamato il motto degli Angoni, Pro aris et focis, Per la famiglia e per la patria, Silia aveva sentito una stretta dolorosa al petto. Era la conferma definitiva, semmai ce ne fosse stato bisogno, che aveva scelto bene e che suo padre sarebbe stato fiero di lei.

Due giorni prima aveva detto a Nyx di non avere certezze. Una, in fondo, ce l’aveva.

Si alzò e iniziò a vestirsi e ad armarsi. Mancava un’ora all’appuntamento al comando degli Angoni per il briefing finale prima della cerimonia.

IV

Mentre sorvegliava la strada in attesa che passasse il corteo con le alte cariche di Niflheim dirette alla Cittadella, Silia considerò che la situazione era così inverosimile da non trovare affatto difficile estraniarvisi. Rigida in posizione di guardia, le braccia incrociate dietro la schiena, continuava a pattugliare la sua area a supporto delle guardie cittadine e delle Guardie Reali che, in assetto antisommossa, piantonavano i bordi della strada, tesa a individuare qualunque segnale di pericolo dai cittadini assiepati sul marciapiede. Non era così improbabile che qualcuno tentasse un colpo di testa nei confronti del corteo, come le manifestazioni di dissidenza dei giorni trascorsi avevano dimostrato, e, per quanto i responsabili avrebbero avuto tutta la sua simpatia, gli ordini erano di stroncare sul nascere ogni disordine e poi di seguire il corteo fin dentro alla Cittadella.

«Hartwood. È lei, vero?» sentì dire.

Una delle guardie cittadine si sollevò la visiera del casco protettivo per farsi riconoscere: era Crux. Non lo vedeva da quando si erano salutati nella hall della Cittadella. Silia non poteva muoversi dalla sua posizione, né sollevarsi il cappuccio per farsi a sua volta riconoscere. Si limitò ad alzare una mano in un gesto di saluto. «Salve, Crux.»

Crux si riabbassò la visiera e rimise in posizione. «Doveva essere per forza lei, così piccola. Senza offesa. Ho saputo del rientro» disse a voce alta, per farsi sentire al di sopra del vocio della folla. «Insieme a tutto il resto.»

Sollevò di nuovo una mano per troncare il discorso e congedarsi. «Ne riparliamo in un momento migliore, Crux, magari davanti a uno di quei frullati che…» La ricetrasmittente crepitò. Senza staccare gli occhi dalla folla, Silia premette il bottone per rispondere, allontanandosi. «Qui Hartwood.»

«Hartwood, qui Khara. Qual è la tua posizione attuale?»

«Piazza della Cittadella, lato ovest, a incrocio con la Dodicesima. Cosa succede, Khara? Sta per arrivare il corteo.»

«Chi c'è con te a portata di voce?»

«Nerva, Helias, Bridger, Nesim.»

«Ascoltami attentamente. Siamo tutti convocati al comando con urgenza.»

«Al comando?» Silia ammiccò. «I niff stanno per sfilarci davanti, Khara. Ho altri ordini.»

«E adesso sono revocati. Avvisa gli altri. Ci vediamo al comando.»

Il bip le suggerì che Pelna aveva chiuso la comunicazione, probabilmente per impartire le stesse istruzioni ad altri. Dubbiosa, Silia cercò la frequenza del Capitano per averne conferma. L’avrebbe strigliata per averlo contattato nonostante avesse dato istruzioni a Pelna di avvertirli, ma trovava quel contrordine inspiegabile. Il Capitano non rispose. Il suo silenzio era incomprensibile in un momento del genere, in cui tutto poteva accadere.

Senza sapere cosa pensare, chiamò Elea, la raggiunse, e abbassò la voce perché né le guardie cittadine né nessuno tra la folla potesse sentirla. «Ho appena chiuso una comunicazione con Khara. Gli ordini sono cambiati. Siamo convocati al comando, immediatamente.»

Elea ammiccò. «E per quale ragione?»

«Non so altro. Chiamiamo gli altri.»

Comunicarono la novità a Miles, Sigrid e Sarah. I compagni condividevano le sue perplessità, ma non c’era altro da fare. Si avviarono.

Una Guardia Cittadina si mosse dalla sua posizione per chiedere loro se ci fossero problemi.

«Nessun problema» lo rimise al suo posto Elea, sbrigativa. «Mantenga la sua posizione e dica ai suoi colleghi di fare altrettanto.»

V

Si era aspettata di trovare il Capitano, al comando, non Nyx Ulric che si atteggiava come tale. La sua sorpresa si mutò in allarme man mano che Nyx li aggiornava: primo, il Capitano era irreperibile; secondo,Pelna e Nyx avevano scoperto che Crowe era stata assassinata a 32 km a sud dalle mura di Insomnia, il che confermava i sospetti del compagno su una soffiata; terzo, la Principessa di Tenebrae era scomparsa; infine, cosa ancora più preoccupante, c'era un’avioflotta nemica in posizione.

«E se fosse un diversivo?» domandò Miles.

«Improbabile. La Principessa di Tenebrae è a bordo» rispose Nyx. «Abbiamo due missioni: salvarla, e impedire alle avionavi imperiali di volare su Insomnia.»

«Ci organizzeremo in squadre» gli fece eco Luche, senza che nessuno gli avesse dato l'autorità per farlo. «Infiltrazione ed estrazione. Nyx, tu sarai al comando dell'operazione. Noi eseguiremo i tuoi ordini. Gli Angoni resteranno uniti, con o senza Capitano. Per la famiglia!»

«E per la patria!»

Un'avioflotta. Cosa diamine possono fare con un'avioflotta se…

Aveva un pessimo presentimento. Non vedeva Marius, né alcuni degli altri, come Norton, Amber, Aron.Pelna non era riuscito a raggiungerli o avevano disertato?

Prima che Nyx potesse allontanarsi, Silia superò i compagni che si stavano armando, lo raggiunse e gli bloccò un braccio. «Nyx, aspetta!»

«Hartwood, non abbiamo tempo» la riprese seccamente il compagno. Sembrava essersi calato abbastanza in fretta nel ruolo di secondo.

Silia scosse la testa. «Trovalo per ascoltarmi. Non vengo con voi.»

«Che cazzo vuol dire, Hartwood?» Nyx si liberò con uno strattone. Era sudato, agitato. «Vuoi metterti a discutere anche con me, in un momento del genere? Sono ordini del Re.»

«Chiudi il becco e ascoltami» replicò, dimenticando per un momento che non poteva permettersi di parlare in quel modo a Nyx, non finché esercitava l’autorità del Capitano e del Re. «La Barriera, Nyx. L'avioflotta di Niflheim non può penetrare la Barriera. Se le navi dell'Impero sono già in formazione, devono avere in serbo qualcosa.»

Nyx, che aveva aperto la bocca per ribattere, la richiuse. Quantomeno sembrava essersi guadagnata la sua attenzione. «E va bene, Hartwood, sentiamo, ma sbrigati. Cos'hai in mente?»

«Tornare alla Cittadella, come da ordini iniziali, e fare da supporto alle guardie che presidiano il Santuario. Probabilmente non succederà nulla e mi beccherò l'ennesima nota disciplinare, ma c'è anche la possibilità che ci siano delle talpe a Palazzo. Lo hai detto tu stesso. Lascia che vada. Non se l'aspettano, e un Angone in meno non pregiudicherà l'esito della vostra missione.»

«Cinque.» Legato la affiancò, appoggiandole una mano sulla spalla. Anche Sarah, Sam e Caesar si erano fatti avanti. Dovevano aver seguito i loro scambi. «Se succede qualcosa nella Sala del Cristallo, non è da sola che la impedirai. Verremo con te. Non è una richiesta.» Scandì quell'ultima frase sfidando Nyx con lo sguardo, ma strinse la presa sulla sua spalla.

«E va bene, dannazione.» Nyx si calò il cappuccio sul viso. «Hartwood, potresti avere ragione. E Harsh ce l'ha di certo. Raggiungete le guardie a protezione della Sala del Cristallo. Preallerterò io il Re e il Capitano.»

VI

All’ingresso della Cittadella furono lasciati passare immediatamente. Attraversarono in fretta la hall, spettralmente deserta a parte una dozzina di guardie cittadine, e si separarono agli ascensori. Avevano parlato dei pochi dettagli della loro missione, se poi di missione si potesse parlare, lungo la strada, e deciso che, per prudenza, Legato e Samuel avrebbero raggiunto la Sala del Cristallo dal lato ovest della galleria e lei, Caesar e Sarah dal lato est, in modo da accerchiare un'eventuale minaccia.

«Credi davvero che succederà qualcosa?» le domandò Sarah, mentre salivano.

Silia scosse la testa. «Non lo so. Lo scopriremo.»

Il trasmettitore si attivò. «Ehi, Coeurl…» iniziò a dire Samuel. «…mi dici finalmente se te la sei fatta, quella ragazza di Quirm?»

«No, credo che non te lo dirò neanche stavolta, Sam» rispose lei schiacciando l’occhiolino agli altri due.

Risero tutti. Era uno scambio di battute scaramantico che andava avanti da sei anni, tutte le volte che stavano per andare in missione, da quando a Quirm aveva lasciato un bar in compagnia di una ragazza che l'aveva scambiata per un maschio. Si era sempre rifiutata di raccontare agli altri com'era finita, nonostante le loro insistenze, e ormai non si trattava più di reticenza o di pudore ma di un modo per augurarsi che ci sarebbe stata un'altra occasione di parlarne.

«Di nuovo tutti e cinque in missione, eh?» sorrise Caesar. «È come se la Squadra 6 fosse di nuovo riunita. Vorrei ci fosse anche Thomas.»

«Mi siete mancati, ragazzi» sussurrò Silia. I tetri cappucci dell'uniforme le impedivano di guardarli in faccia. «Spero con tutto il cuore che dovremo solo fare inutilmente la guardia a una porta chiusa. Il Capitano ci aprirà il culo.»

Tacquero, perché erano arrivati al piano e le porte dell’ascensore si schiusero. Con un ultimo cenno del capo, percorsero il pianerottolo rapidi e furtivi fino all’imbocco della galleria.

«Leg» sussurrò Silia al trasmettitore. «Siamo in posizione al caposcala est della galleria.»

«In posizione anche noi al caposcala ovest» crepitò la voce di Legato. «Situazione?»

Schiacciata contro la parete, Silia si tese a sbirciare l'imbocco del corridoio. Non vide nessuno, ma la galleria si curvava e da lì non poteva essere certa che l'area fosse sgombra. «Silenzio assoluto. Non mi piace.»

«Neanche a me. Perché le guardie non pattugliano?»

«Al mio tre, in galleria» disse, facendo un cenno a Caesar e Sarah perché si tenessero pronti. «Ci vediamo davanti alla porta del Santuario. Uno…»

Non riuscì ad arrivare al due. «Siamo sotto attacco, Silia, ci stavano aspettando!»

«Leg! Quanti sono?»

La comunicazione si interruppe. Imprecando, Silia fece un gesto secco ai due compagni e si scagliarono nella galleria.

Due nemici piombarono – no, si proiettarono – su di loro, ingaggiando immediatamente lo scontro. Parando il colpo, Silia riconobbe la Sanguinaria quasi prima di identificare il compagno.

Marius.

«Gaunt? Norton?» esclamò Caesar. «Ma che cazzo fate?»

Marius non rispose, né lo fece Norton. Erano in inferiorità numerica, ma li attaccarono con ferocia. Non stavano combattendo per bloccarli. Stavano cercando di ucciderli.

«Marius, che cazzo stai facendo?» Cosa stava facendo era chiaro: erano intenzionati a impossessarsi del Cristallo. Marius Gaunt, Norton Chad e chiunque avesse attaccato Legato e Samuel erano passati al nemico.

Marius non rispose, continuando a incalzarla da vicino. La strategia migliore per far sì che Sarah non potesse darle supporto magico senza rischiare di colpire anche lei. Cercò di disingaggiarsi e di allontanarsi, per castare lei stessa o dare modo a Sarah di farlo, ma il corridoio era troppo stretto e Marius continuava a marcarla, nonostante anche lui fosse in svantaggio in uno scontro ravvicinato date le dimensioni della Sanguinaria. Presa com'era a cercare di non farsi uccidere dal suo amico d'infanzia, Silia si accorse troppo tardi di una cosa fondamentale: che li stavano respingendo di nuovo verso l'avanscala. Il suo sguardo saettò a cercare un punto tra la parete e Marius in cui potersi insinuare.

«Sarah, coprimi!» gridò.

Prima che Marius, allertato dal suo grido, potesse reagire, Silia scagliò una delle due spade oltre l'avversario, il più lontano possibile nel corridoio, e si proiettò. Marius, vide con la coda dell'occhio, cercò di fare altrettanto, ma fu ostacolato da Sarah, e non poté fare altro che combattere.

Si proiettò di nuovo, ancora più vicino al Santuario. Sentì l’odore del sangue quasi prima dirimaterializzarsi vicino ai sei corpi in tenuta antisommossa da Guardia Cittadina riversi a terra in posizioni scomposte. Uno, ebbe il tempo di vedere, aveva la testa fracassata, forse da un proiettile di calibro medio, almeno altri due erano stati crivellati di colpi. Non aveva tempo di controllare se gli altri due fossero ancora in vita: li scavalcò, attraversando le porte spalancate che conducevano al Santuario.

Dentro non c’era nessuno. La Sala era vuota e silenziosa, e al di là delle vetrate, oltre la centralina che regolava l’accesso all’area riservata esclusivamente al Re, Silia vide il cilindro d'adamantite che conteneva il Cristallo e ne conduceva il potere, convogliandolo nell'artefatto che teneva eretta la Barriera.

Guardandosi le spalle, tenendo un orecchio ben teso ai rumori dello scontro che stava avendo luogo nel corridoio, Silia si avvicinò alla centralina. Non avrebbe saputo dove mettere le mani per attivarla o disattivarla, ma non sarebbe stato necessario: il Cristallo era lì, davanti ai suoi occhi. Marius, Chad, e chiunque stesse combattendo contro Legato e Samuel dovevano aver ucciso gli uomini di guardia, ma sembrava che, dopotutto, fossero arrivati in tempo per fermarli. Cinque minuti più tardi e forse…

Fu un pensiero felice che durò lo spazio di un battito di ciglia: il tempo che le occorse per notare le apparecchiature rosse lampeggianti.

Oh, per il cazzo di Odino.

Silia si abbassò a esaminare la più vicina. Ne contò cinque in giro per il locale. Nella formazione militare che le era stata impartita c'erano anche vaghi rudimenti di disinnesco degli ordigni, ma quelli non somigliavano a nulla con cui avesse mai avuto a che fare.

Se non faccio qualcosa, si disse, sentendosi rizzare i peli sulle braccia e sulla nuca, il Santuario è perduto.

Si voltò verso la porta per gridare un avvertimento ai suoi compagni e prepararsi a castare un protect, ma in quel momento gli ordigni smisero di lampeggiare e si scatenò l'inferno.

Chapter Text

15

Honesta mors turpi vita potior
16 maggio

I

“Fate piano... piano!”

“Prompto, se ti vedo tirare fuori quella dannata macchina, te la spacco in due.”

“Che diavolo è quella roba?”

Nascosti dietro la sporgenza di un'altura, Gladio e gli altri fissavano l'uccello più enorme e mostruoso che avesse mai visto in vita sua. Era grande quanto un tir, nero e bianco come una rondine, e aveva un paio d'ali delle dimensioni di quelle di un'aquila ai lati della testa.

“Credo sia uno Zu,” spiegò Ignis. “Generalmente mansueto.”

Noctis fece un verso incredulo. “Mansueto quello?”

“Se non lo si disturba,” concesse Ignis. “Una volta ho sentito di uno Zu che ha raso al suolo un villaggio per riprendersi una delle sue uova.”

Gladio rabbrividì. “Ottimo a sapersi, visto che ho la stramaledetta sensazione che abbia fatto il nido proprio sopra la vena mineraria che ci serve.”

Tacquero.

Prompto sbuffò. “Potremmo tornare indietro e dire a quel Ghiranze che ci ha chiesto l'impossibile. Sono sicuro che lo sapeva!”

Gladio non aveva dubbi, altrimenti il gioielliere/giornalista o quel che diavolo era sarebbe venuto a prendersi la sua gemma da solo. Si pentì di non aver obbedito all'impulso di prenderlo a pugni quando aveva posto loro quello sporco ricatto. Se gli avesse rotto tutti i denti, forse avrebbe avuto difficoltà a raccontare in giro che il Principe di Insomnia era a Galdin Quay e stava partendo per Altissia. “Lo dicevo io di non accettare.”

“Ormai ci siamo,” disse Noct con un sospiro. “Potrà mica starsene tutta la giornata appollaiato sul suo nido?”

“È ciò che succede quando si covano le uova.”

“Sentite, non abbiamo tempo,” si spazientì Gladio. “Avviciniamoci piano. Magari riusciamo a mettergli una mano sotto il culo e a prendere la gemma.”

Uscirono allo scoperto e gattonarono lentamente verso lo Zu. Era veramente maestoso, e Gladio si augurò di non dover essere costretto al combattimento, non solo perché dubitava che ne sarebbero usciti indenni, ma anche perché di fatto stavano disturbando una bestia che non aveva fatto ancora del male a nessuno e non voleva finire per ucciderla solo per portare una gemma del cavolo a quel Ghiranze.

D'improvviso, con uno stridio che li assordò, l'uccello spiegò le ali e si alzò in volo. Gladio scattò su Noctis per fargli scudo con il suo corpo, temendo che si sarebbe scagliato su di loro, ma lo Zu volò via senza degnarli della sua attenzione.

Rimasero tutti e quattro schiacciati a terra, increduli, guardandolo allontanarsi senza potere ancora credere a tanta fortuna. Il ciuffo di Noctis che gli solleticava il mento ricordò a Gladio che era ancora su di lui. Si alzò.

“Non ci posso credere,” sussurrò Prompto.

“Già, e con questa penso che abbiamo riequilibrato tutte le sfighe dei due giorni passati.” Scuotendosi via la polvere dai gomiti e dalle ginocchia, anche Noct si alzò. “Gladio, grazie, ma la prossima volta avvisami, così evito di rompermi il mento a terra.”

Gladio aprì la bocca per mandare Sua Altezza a quel paese, ma Prompto gemette. “No, io... intendevo che non posso credere che sia volato via prima che riuscissi a fotografarlo.”

“Be' Prompto.” Ignis, pacatamente, si abbassò sul nido e, scostando con cura le uova dello Zu, iniziò a picchiettare la vena per staccare una delle gemme. “Puoi sempre aspettare qui che torni. Se non ti dispiace, noi nel frattempo rientriamo a Galdin Quay. Non vorrei che finissero le ostriche gratinate al ristorante Da Perla.”

Con la gemma in loro possesso, ridiscesero il crinale verso la Regalia. Era il tardo pomeriggio, e il sole aveva iniziato ad abbassarsi verso la linea dell'orizzonte. Erano lontani dalla costa, e non si vedeva altro che distese semidesertiche.

“Vi avviso,” disse Gladio, mentre salivano in macchina. “Se Ghiranze non mantiene la parola e ci garantisce un lasciapassare per il prossimo ferry, lo concio in un modo tale che sarà lui a finire sui giornali di domani.”

II

Harsh per Squadra 6. Siamo in posizione, Capitano.

Tra gli Angoni non esiste alcuna gerarchia, ma Legato Harsh, il più anziano tra loro – non molto più vecchio di lei, in realtà, e non ancora ventenne – è stato nominato responsabile della Squadra 6 per la loro prima missione sul campo. Una scelta legata più al suo invidiabile sangue freddo, crede Silia, che non alla sua età.

Come prima missione, aveva spiegato loro il Capitano tre giorni prima indicando la mappa sullo schermo, ci recheremo nella Piana di Valdis, a cinquanta miglia da Davor, trecento dal fronte occidentale. La zona è ancora tranquilla, qualche incursione di poco conto, ma gli abitanti di Davor iniziano a sentirsi il fiato sul collo. Opererete in tre aree: squadre 1 e 2, settore A; squadre 3 e 4, settore B; squadre 5 e 6, settore C. Le zone corrispondenti della mappa avevano lampeggiato sul monitor.

Il vostro compito è presidiare la Piana di Valdis e ostacolare i movimenti delle truppe imperiali. Io vi coordinerò da Davor, ma non scenderò in campo con voi: questo è il vostro battesimo di sangue, e dovete imparare a operare senza avere le spalle coperte da uno di noi. Ricordate che gli occhi della Capitale sono incollati su di voi. Siete la speranza del Re e del Regno. Non tradite le loro aspettative.

Silia si guarda intorno. Sono in dodici, chini in posizione di guardia, in attesa. Non c'è nessun posto in cui nascondersi, nella Piana di Valdis, ma non ne hanno bisogno: la vegetazione è così scarsa e bassa che anche loro vedrebbero arrivare i nemici a miglia di distanza. I volti dei compagni sono nascosti dai cappucci dell'uniforme, per cui non può sondarne le espressioni, ma spera che mantengano il sangue freddo. La Squadra 6 è stata formata tre settimane prima, appena il tempo per approfondire conoscenze già intraprese durante gli anni di addestramento, non abbastanza per fidarsi dei nuovi compagni tanto da affidare loro la sua vita. Ma è quello che saranno costretti a fare negli anni a venire. Per tre settimane hanno condiviso la stessa baracca, hanno mangiato, dormito, cagato insieme, si sono studiati a vicenda per imparare punti di forza e debolezze di ognuno e addestrati per adattare i loro stili di combattimento al lavoro di squadra. Dovranno coordinarsi con tutti gli altri angoni, ed essere pronti a unirsi a loro, se necessario, ma è al culo dei compagni di squadra che dovranno dare la priorità.

Alcuni di loro ha avuto modo di conoscerli bene durante l’addestramento: Sarah, per esempio, di due anni più piccola, le si è incollata alle calcagna tre giorni dopo il loro arrivo al Centro; sono cresciute insieme, due delle poche ragazze tra le reclute. Con Hans ha stretto una buona intesa. Legato non lo conosce molto bene, ma l’ha osservato parecchio, prima ancora che li smistassero nella stessa squadra, e ha deciso che è uno dei più promettenti. Leon sa preparare delle ampolle magiche eccezionali, e hanno rischiato di saltare in aria – loro e la baracca dove le preparavano di nascosto – parecchie volte. Arlen è in grado di castare delle energia fenomenali. Altri non le piacciono troppo: Samuel parla a vanvera, di continuo. Thomas le sembra un codardo. Nathalie non sa fare lavoro di squadra. A Ianus non affiderebbe un criceto morto. Ma sono i suoi compagni e dovrà imparare a fidarsi.

Non passa nemmeno un'ora, che sentono – prima ancora di vederli – i motori di una flotta di airship imperiali sorvolare la zona. Piccola, a giudicare dal rombo dei motori, e infatti sono solo dodici ricognitori, conta rapidamente Silia alzando lo sguardo. Sente Gaye chiedersi come diamine facciano a essere già qui, ma lei non è stupita del loro arrivo così repentino: un piccolo esercito movimentato dopo anni di inattività militare da parte del regno di Lucis deve aver attirato l'attenzione. Di certo i niff non sanno ancora chi sono, penseranno a un gruppo di ribelli della zona. A Gralea rimarranno stupiti dal sapere che Insomnia sta contrattaccando.

Gli airship si sparpagliano, iniziando la loro discesa, e sparano qualche raffica di mitraglia. Silia è sul punto di castare un protect, poi ricorda che sono altri ad avere il ruolo di supporto, e infatti le scariche di artiglieria si infrangono contro una barriera opaca. Si chiede se sugli airship ci siano umani o magitek, e come, in quel momento, stiano reagendo alla scoperta che il gruppo armato è in grado di usare la magia.

Le raffiche di mitraglia continuano per qualche minuto, come se il nemico volesse testare la tenuta delle barriere, poi cessano. In lontananza, Silia vede la scarica di un thunder combinato con un fire scagliato da un'altra squadra – la 3 o la 4, a giudicare dal settore – abbattersi su una delle avionavi, e anche da quella distanza sente le grida di esultanza di qualcuno dei suoi compagni. L'aeroveicolo, danneggiato, inizia a perdere quota. Samuel, accanto a lei, commenta che se quello è l'inizio gli imperiali faranno bene a nascondersi. Silia gli intima di chiudere il becco.

Non guardate quello che fanno gli altri,” li richiama all'attenzione Legato, indicando due avionavi che stanno atterrando a poche centinaia di metri da loro. “Guardate loro.

Lo fanno. I portelloni delle avionavi si aprono, e iniziano a scenderne magitek. Protetti dalla barriera, i membri della Squadra 6 non si muovono: una delle prime cose che hanno imparato è calcolare le forze avversarie prima di lanciarsi in azioni offensive. I magitek iniziano a mettersi in formazione e a sparare contro di loro, ma la barriera continua a tenere. Silia li conta mentre scendono: dieci, quindici, venti, venticinque, trenta, quaranta. Chissà quanti ce ne sono.

Quaranta,” sente dire ad Hans, accanto a lei. “Ma secondo me non li hanno scaricati tutti. Io dico che ce ne sono almeno altrettanti, ancora dentro.”

Quaranta o cento, gli ordini non sono di starcene qui seduti ad aspettare che gli si scarichino le pile,” gli risponde Samuel. “Andiamo.”

Samuel è il primo a superare la barriera per attaccare. Silia lo guarda trattenendo il fiato – ha quaranta fucili puntati addosso – ma qualcuno nelle retrovie ha castato un nuovo protect su di lui. Altri compagni la superano per scagliarsi sui magitek. Il suo sangue freme, vorrebbe correre con loro e iniziare a combattere, ma si sente le gambe paralizzate, il respiro incastrato nel petto.

Non è possibile, realizza. Non ora. Mi sono addestrata cinque anni per questo. All'esame finale ho combattuto quasi alla pari con Magellano. Questi sono solo dei cazzo di manichini armati.

Silia.” Hans è ancora vicino a lei. Solleva un pollice guantato in un gesto scherzoso, e anche se ha il viso nascosto dal cappuccio scommette che sta sorridendo con arroganza. “Se restiamo qui non ne resterà nessuno per noi. Muoviamo il culo.”

Non può mostrarsi spaventata ad Hans. Gli alza il medio con finta spavalderia e scaglia una spada, proiettando si vicino all'aeronave. Sente degli applausi – sono pochi, quelli nella sua squadra che hanno già imparato a farlo – poi, quando inizia a muoversi agilmente tra i nemici colpendoli alla nuca, dietro le ginocchia, tra le scapole, stupendosi di quanto siano lenti, di come riesca a prevedere le loro mosse prima ancora che le intraprendano, non sente più nulla. Vede solo teste, braccia e gambe meccaniche da abbattere, proiettili da evitare, spade mosse in modo troppo maldestro per colpirla.

E poi si ritrova faccia a faccia con un MA-5. Un'armatura meccanica di ultima generazione. Silia si guarda intorno: lei e i suoi compagni si sono dispersi nell'area, durante i combattimenti, e al momento è sola a fronteggiarlo. Il suo cuore sembra comprimersi e poi espandersi fin quasi a esplodere: quell'MA è enorme. Senza pensarci, Silia casta un thunder. Spera che l'energia elettrica possa causare danni ai circuiti, ma la magia lo lascia indenne.

È schermato, comprende, per il cazzo di Odino, è schermato ed è enorme. Di nuovo si sente le gambe intorpidite, ma quando una delle lunghe braccia meccaniche dell'MA ruota e le spara addosso un raggio laser, si muovono benissimo, spostandola fuori portata. I piedi, pensa, sentendosi ridicola a usare nomi di arti umani per un mostro meccanico del genere, devo sbilanciarlo. Se lo butto a terra, quella roba non si alzerà mai.

Adesso che è tornata a pensare lucidamente, si sente meglio. Non contare mai sulla forza bruta, le hanno ripetuto fino alla nausea gli istruttori durante i cinque anni di addestramento, Lasciala a quelli che hanno i muscoli e che brandiscono spade grandi quanto pali elettrici. Usa la magia, usa la tua agilità, usa la testa. Può farcela, crede, ne è sicura, anche se l'MA continua a bersagliarla con raggi laser, missili e raffiche. Di quante cazzo di armi può disporre?

Silia continua a saltare senza riuscire a ridurre la distanza tra loro. Cerca di castarsi addosso un protect, ma inizia a essere esausta e poco concentrata. La resistenza non è mai stata il suo forte.

Silia, sono qui!”

Riconosce la voce di Karla. Non riesce voltarsi per controllare la sua posizione, ma non può essere lontana. “Karla!” L'esplosione di un piccolo missile appena accanto a lei rende la sua voce a stento riconoscibile. “Karla, non riesco ad avvicinarmi! Coprimi le spalle!”

La compagna obbedisce – Silia vede immediatamente il suo campo visivo opacizzarsi – e, tirando un sospiro di sollievo quando il missile incrina la barriera senza spezzarla, usa le sue ultime forze magiche per proiettarsi su di lui. Manca per un pelo la gamba meccanica dell'MA, ma la spada si conficca comunque ai piedi dell'avversario, offrendole così la possibilità di prendere di mira le gambe.

La lega con cui è costruita l'armatura è durissima, ed è come segare il tronco di un albero con un coltellino svizzero. Saltellando e ruzzolando attorno al nemico per evitare i suoi attacchi fisici, continua a colpire sempre lo stesso punto, il più sottile, cercando di destabilizzare l'MA.

Ma poi l'MA cambia obiettivo: le bocchette da cui spara missili e raggi laser si sollevano, puntando – o così Silia immagina – in direzione di Karla. Dentro quell'armatura c'è un magitek estremamente evoluto, programmato per prendere di mira i nemici di supporto, o un imperiale in carne e ossa. Silia non perde ulteriore tempo a chiederselo: mentre la sua barriera va a pezzi, tira fuori dalla tasca della divisa un'ampolla crio preparata quella mattina a Davor, infonde le sue spade del suo potere, e continua a colpire i piedi dell'armatura con tutte le forze che le restano.

Forse la schermatura del nemico ha iniziato a cedere, perché il piede dell'MA si gela e riesce a spezzarlo, giusto in tempo per deviare il colpo di laser diretto a Karla. L'MA si abbatte a terra, e Silia, confidando in un nuovo protect della compagna, gli si scaglia addosso e inizia a crivellare di colpi la cabina con entrambe le spade. “Mi senti?” ringhia, senza sapere se i magitek dopotutto capiscano un po' di lingua umana, “Ti apro come una scatoletta di sardine e ti tiro fuori.”

Il vetro opaco della cabina inizia a scheggiarsi, mentre l'MA si agita e contorce nel tentativo si rimettersi in piedi e di afferrarla. Accecata dalla furia, Silia continua a colpire. Vede un movimento all'interno della cabina quando il vetro si spezza, poi sente un boato.

L'istante successivo, o almeno quello che riesce a registrare, si ritrova supina, ha del sangue in bocca, e le orecchie le ronzano. Punta i gomiti e tira su la schiena. Si guarda intorno: l'MA è un cumulo di rottami fumanti, e non vede altri nemici. Ha vinto, sembra. E, soprattutto, è ancora tutta intera, o così crede.

Silia, riesci ad alzarti?”

Balthier. Quando si è avvicinato? “Che cazzo è successo?”

Lui l'afferra da sotto le ascelle senza tante cerimonie e la tira su. “Ci stavamo avvicinando a darti supporto e l'MA si è autodistrutto. Eri scoperta, Silia. Sarah ha castato un protect appena in tempo. L'esplosione ti ha scagliata via ma non dilaniata.”

Sarah?” gracchia, cercando di rimanere in piedi. Le fa male la gola, e si sfila il cappuccio per respirare meglio. Sputa un grumo di saliva e sangue. Si è morsa la lingua e l'interno della bocca. “C'era Karla a farmi da supporto. Le è successo qualcosa?”

Si volta, e la vede a trecento metri o giù di lì, insieme a Sarah, apparentemente illesa. Nessun nemico nelle sue vicinanze, né vivo né morto. Le si avvicina a passi svelti, quasi di corsa, per quanto le vertigini glielo consentano. Sa già cos'è successo senza bisogno di chiederglielo, le basta guardarla in faccia, ora che le ha strappato il cappuccio, il suo colorito cereo, i capelli sudati appiccicati ai lati del viso, l'espressione stravolta.

Silia, scusami.”

Ti hanno colpita? C'è un fottuto buon motivo per cui, mentre quel fottuto MA mi esplodeva addosso, non c'era il tuo fottuto protect a salvare il mio fottuto culo?”

Karla non prova nemmeno a mentire. Silia si accorge appena che alcuni dei loro compagni – Balthier, Hans, Sarah, Asar – si sono avvicinati e le si sono assiepati intorno, tesi, pronti a intervenire.

Scusami.” Karla tende le mani per calmarla. “Ma quando l'MA mi ha puntato addosso i cannoni...”

...te la sei fatta addosso e invece di castare un protect su di te e poi su di me sei scappata.” Silia non riesce a trattenersi. Ha avuto paura, una paura fottuta, perché non c'era nessun istruttore a parare loro il culo, perché quelli erano magitek veri pronti a farle la pelle, e perché, per la prima volta nella sua vita, ha rischiato di morire. Le sferra un pugno in faccia così forte che Karla barcolla e cade all'indietro sul suo culo secco.

Silia!” Balthier la placca e le blocca entrambe le braccia. “Che cazzo fai?”

Lasciami!” grida. Si sente fuori di sé. “Persone come lei ci faranno ammazzare. Non può smettere di castare protect solo perché ha paura! Tutti abbiamo paura!”

Silia, adesso smettila.” Legato si avvicina. “È tutto finito. Calmati.”

No! Non è tutto finito!” realizza, cercando di divincolarsi. “È appena iniziato! È appena iniziato e io stavo per saltare in aria insieme a un fottuto MA alla mia prima missione perché questa stronza non era dove avrebbe dovuto!”

Legato la schiaffeggia. Un colpo secco, più rumore che altro, ma serve a calmarla.

Non so di preciso cosa sia successo, Silia, ma il fatto che ci sia Karla nelle retrovie a castare protect non ti esonera dal tenere alta la guardia."

Balthier non le lascia ancora le braccia. Forse teme che possa scagliarsi anche su Legato. Ma Silia abbassa la testa, serrando i denti, riempendosi di nuovo la bocca di sangue. Si sente umiliata per aver perso il controllo, ma ancor più perché Legato ha ragione. Prende un profondo respiro, sputa di nuovo sangue, e raddrizza la testa.

Balth, puoi lasciarmi andare, adesso. Sono calma.”

La stretta intorno ai suoi avambracci si allenta. Karla, si accorge solo in quel momento, è rimasta a terra e sta piangendo. Si sente in colpa per quel pugno, ma non si scusa con lei. Si rimette il cappuccio dell'uniforme.

Capitano, Harsh per Squadra 6. Area pulita. Nessun ferito.”

Silia, naturalmente, non riesce a sentire la risposta del Capitano. “Ricevuto,” risponde Legato, e chiude la comunicazione. “Possiamo rientrare a Davor, per oggi”, comunica poi a lei e agli altri. “Avvisate tutti. Il Capitano vuole discutere dei combattimenti.”

Per la prima volta da quando ha iniziato a combattere, Silia guarda l'orologio. Si stupisce nel realizzare che sono passati solo quattordici minuti da quando hanno avvistato gli airship. Solo adesso comprende veramente cosa intendesse dire il Capitano quando li ha avvisati che le vere battaglie durano pochi minuti.

III

Silia riaprì gli occhi e vide il cielo color tramonto attraverso uno squarcio nel soffitto, incorniciato da nuvole di fumo grigio. Faticava a comprendere quel che stava guardando, e per un attimo credette di essere nella piana di Valdis, a terra, e si sentì fottutamente incazzata con Karla per non averle coperto le spalle. Le orecchie le ronzavano come non mai, la testa le doleva in modo atroce, e si sentiva i polmoni irritati da qualcosa nell'aria che non riusciva a identificare. Poi vide il cilindro di adamantite che proteggeva il Cristallo allontanarsi verso l'alto, trasportato da un'avionave imperiale, e ricordò dove si trovava e cos'era accaduto.

Per il cazzo di Odino, bestemmiò, drizzando la schiena, ma a quel movimento tutto intorno a lei vorticò e si ritrovò il marmo scheggiato del pavimento contro la guancia. Una nausea tremenda le fece risalire su per l'esofago un fiotto acido, e vomitò. Per i Sei, la testa, la mia cazzo di testa.

Si costrinse a restare immobile, regolarizzando il respiro: le ferite alla testa erano le peggiori, perché l'energia non arrivava a riparare i danni agli organi interni, e aveva già visto angoni morti in modo apparentemente inspiegabile il giorno dopo dopo essersi sanati una lacerazione al cuoio capelluto senza preoccuparsi di escludere una commozione cerebrale. Si toccò delicatamente per valutare i danni: la piastra rinforzata del cappuccio era fracassata, e sfiorò i bordi frastagliati di una ferita che si estendeva da dietro l'orecchio sinistro al centro della testa. Era riuscita a evocare una barriera protettiva appena in tempo, e solo in virtù di questo non era sparsa a brandelli nella Sala del Cristallo, ma un'ultima esplosione fuori sincrono l'aveva scagliata contro la parete.

“Sarah!” gridò, tossendo, ma dubitava di essere riuscita a farsi sentire. La testa sembrò esploderle. Riattivò la ricetrasmittente. Funzionava ancora. “Caesar! State bene?” riprovò. La sua voce risuonò lontana come da un pozzo profondo.

Nessuna risposta, o magari fu lei a non udirla. Sentiva solo un fischio fastidioso. Si appoggiò la mano sulla ferita ed evocò un'energia. Le fitte di dolore, gradualmente, scemarono, e così, immaginava, l'emorragia. La nausea no. Poteva solo alzarsi e incrociare le dita.

Il CristalloMaledizione. Hanno preso il Cristallo. Si rimise faticosamente in piedi, tentando di schiarirsi le idee. Il Cristallo era andato. Niflheim aveva teso loro una trappola. Per cui, diciotto piani più in basso, nella Sala delle Cerimonie, il Re era in pericolo. Doveva alzarsi e raggiungerlo, anche se si sentiva come se uno sciame di api assassine avesse deciso di fare l'alveare dentro la sua testa.

“Ragazzi!” gridò di nuovo, e stavolta sentì la propria voce più chiaramente. “State bene? Quei fottuti imperiali hanno preso il Cristallo!”

Corse fuori dalla sala. Il corridoio era semicrollato per l'esplosione che aveva coinvolto non solo il Santuario, ma anche le gallerie. Davanti a lei, attraverso la parete squarciata, poteva vedere la città nel caos – avionavi imperiali in volo, truppe magitek che sciamavano, fuoco e fumo. La Piazza della Cittadella, che fino a pochi minuti prima era stata affollata di gente riunita ad assistere alla cerimonia sui maxischermi allestiti per l'occasione, era semidistrutta e i cittadini stavano fuggendo all'impazzata.

Cercò con gli occhi i suoi compagni, e, con suo sgomento, li trovò. Caesar e Sarah erano riversi a terra, come pure Chad. Dall'altra parte della galleria, in vista, Legato e Samuel, Amber Nesrin e Aron Kitz, tutti a faccia in giù.

Dannazione, imprecò, correndo a inginocchiarsi su Sarah, la più vicina. Aveva uno squarcio sul ventre, così profondo che gli intestini le erano venuti fuori. Non era stata la Sanguinaria di Marius. Il taglio era troppo largo, e doveva essere opera della Claymore di Chad. Sarah non se n’era andata inerme: un incantesimo di fuoco aveva bruciato Chad fin quasi alle ossa. Nessuno degli angoni aveva la potenza magica di Sarah.

Caesar era poco più in là. Non ebbe bisogno di abbassarsi su di lui per esaminarlo. Era riverso sullo stomaco, e aveva il collo quasi troncato di netto. Un gemito le si arrampicò su per la gola, ma si trattenne, serrandosi la bocca con una mano. Era un Angone del Re, ed era ancora in missione. Non aveva tempo per piangere i suoi compagni, perché in quel momento, oltre la curva del corridoio, vide che Marius si era trascinato nella galleria verso l'avanscala, lasciandosi dietro una scia insanguinata. Puntellato alla parete, aveva castato un'energia, e si stava curando una profonda ferita al petto.

Fuori di sé dalla collera, Silia si proiettò contro di lui per farla finita, ma a metà della distanza prevista la proiezione fallì, e si ritrovò ginocchia a terra senza una spada, incredula. Dopo aver fallito una proiezione sei mesi prima e averci rimesso la gamba per questo, si era allenata parecchio e non ne aveva mai più mancata una. Dovevano essere gli strascichi della botta alla testa: non riusciva a concentrarsi bene. Scagliò la seconda lama più vicino e ci riprovò, ma questa volta non riuscì neanche a intraprenderla.

Ma che cazzo...?

Alzò la testa su Marius. La pallida luce dell'energia tra le sue mani era svanita, eppure la ferita al torace era ancora aperta e sanguinava, lo vedeva anche da lì. Si guardarono per un istante: avevano entrambi il cappuccio calato sul viso, ma si figurò precisamente l'espressione confusa dell'ex compagno, che non doveva essere molto dissimile dalla sua. Poi Silia comprese.

Non sento più il potere del Cristallo.

Fu un attimo. Silia si lanciò a recuperare le spade e Marius afferrò la Sanguinaria. Non sapeva dire chi dei due fosse in vantaggio in quel momento: Marius era un avversario pericoloso, ma la sua ferita non si era richiusa perfettamente e non sapeva quali altri danni avesse riportato durante gli scontri; quanto a lei, proiezioni e magia erano fuori gioco.

Era pervasa da un odio puro così feroce che sentiva quasi il sangue fluirle nelle vene al contrario. Aveva sempre odiato i niff, fin da bambina, ma erano i suoi naturali nemici. Marius, invece, era stato quasi un fratello per lei, eppure aveva tradito il loro corpo militare, consegnato Insomnia e il Cristallo a Niflheim, abbandonato il loro Re, ucciso i suoi compagni. Voleva farlo a pezzi. Aveva ucciso pochi uomini in carne e ossa nel corso della guerra, ma ora provò il desiderio netto di trucidare il suo amico d'infanzia. Serrò l'impugnatura delle spade e si preparò allo scontro, accecata dalla rabbia, ma una nuova serie di esplosioni provenienti dal basso la distrassero da quel proposito e la costrinsero a ragionare.

Non c'è tempo. La priorità è il Re.

“Non posso ammazzarti adesso, Marius,” sibilò, a voce così bassa che forse lui nemmeno la sentì. “Ma non finisce qui.” Si tuffò nel corridoio in direzione dell'avanscala. Il suo dovere era raggiungere la Sala delle Cerimonie e proteggere il Re. Che Marius provasse pure a fermarla.

Lo fece: nonostante le ferite, si mosse con velocità impressionante, bloccando la sua avanzata e respingendola indietro con un fendente. Silia saltò all'indietro, evitandolo, e Marius le fu di nuovo addosso. Si scambiarono rapidi colpi senza che nessuno dei due riuscisse a prevalere, poi si separarono per riprendere fiato. Nessuno dei due era in forma.

“Non potevi semplicemente andartene, eh?” gli sentì dire. Marius si sfilò il cappuccio, mostrando il volto pallido e stravolto dal dolore. Lo scontro con Sarah e Caesar non lo aveva lasciato indenne. “Non volevo ammazzarti, solo i Siderei sanno quant'è vero.”

Non gli credette. “Smettila di fingere, Marius. Un traditore come te non può provare simpatia. Adesso fatti da parte o combatti.”

“Solo i Siderei sanno quant'è vero.” Marius aveva il fiatone, la fronte sudata. “Ci dovevi essere tu, al posto di Altius, l'ex Squadra 6 avrebbe scatenato l'inferno. Ho convinto gli altri che non era il caso, Altius era più facile da sopraffare e chissà che casino avrebbe piantato lo Scudo del Re, se fossi sparita. Sono venuto a casa tua per farti ragionare. Ma niente, sei proprio la cagna del Re e della Guardia, sei venuta a ficcanasare anche qui nella Sala del Cristallo.”

Le tremavano le labbra. Non aveva tempo da perdere, ma un fiume di domande e di insulti le scorse giù per la lingua. “Gli altri chi, Marius? Quanti siete? Così, l'avete ammazzata voi, Crowe, bastardi pezzi di merda. Che cazzo vi ha promesso Aldercapt per farvi tradire, oltre al Re, anche il Capitano che ci ha addestrati?”

Marius scosse la testa, facendo un passo di lato, sulla sinistra. “Come al solito, non hai capito un cazzo, Silia. Troppo accecata dal tuo idealismo di merda. Tornassi indietro, ti lascerei marcire nel distretto dei rifugiati, invece di parlare di te al Capitano.”

Silia saltò e si scagliò fulmineamente alla destra di Marius, cercando di superarlo. La parete della galleria e parte del pavimento erano crollati, in quel punto, e si accorse troppo tardi che era ciò che lui voleva. Anche Marius saltò, vibrando un colpo con la Sanguinaria in sua direzione.

Cadremo entrambi, realizzò. Era questo che voleva.

Silia bloccò il colpo, ma l'impatto deviò il suo salto e caddero nel vuoto. Non poteva proiettarsi, non aveva nulla a cui appigliarsi. Vide la galleria allontanarsi verso l'alto, Marius a pochi metri da lei. Erano al diciottesimo piano. Non si sarebbero salvati.

Non si arrese. Ruotò su se stessa, riportandosi in posizione dritta, senza mollare la presa sulle spade. Proiezione o no, era pur sempre un angone. Spostò il peso del corpo, cercando di deviare la traiettoria verso la facciata in marmo bianco della Cittadella, puntò entrambe le spade contro la facciata, e con uno stridore orribile cercò di rallentare la caduta. Marius fece lo stesso.

Infine, con il rimbombo del cuore in gola e il fischio del vento nelle orecchie, riuscì ad aggrapparsi a una sporgenza senza perdere una delle due spade. Era il rosone che dava sulla facciata principale: poteva vedere, molti metri più in basso sotto i suoi piedi, la scalinata su cui avevano sfilato quel bastardo di Aldercapt e i suoi alti ufficiali neanche un'ora prima per recarsi nella Sala delle Cerimonie.

Non ebbe bisogno di cercare Marius con lo sguardo: anche lui era riuscito ad aggrapparsi al rosone. Si tirarono su di scatto, a pochi metri di distanza l'uno dall'altro, e si squadrarono ansimanti.

“Facciamola finita,” sputò, rimettendosi in posizione di guardia.

Ripresero a combattere sul bordo del rosone. In quella piattaforma di due metri di larghezza la Sanguinaria non aveva margine di movimento. Se ne accorse anche Marius, perché cercò nuovamente di incalzarla verso il bordo per buttarla giù, ma stavolta Silia fu ben attenta a tenere le spalle al coperto. Marius infine si spazientì, perché polverizzò le vetrate alle loro spalle e Silia si trovò di nuovo dentro, a combattere, in un ufficio.

Può andare avanti così per ore, valutò, rotolando di lato mentre l'arma di Marius spaccava in due una libreria. Finché l'emorragia non lo metterà fuori uso. Avessi tutto questo tempo...

Balzò su un tavolo e si scagliò su di lui, mirando al collo, ma Marius parò, e contemporaneamente diede un calcio al tavolo, sbilanciandola. Silia cadde praticamente sulla Sanguinaria. Sentì un dolore terribile alla spalla, una sensazione di strappo, il corpo di Marius vicino al suo pronto a farla finita.

Non ancora. Gli afferrò la mano che teneva l'impugnatura, prima che potesse lacerarle la spalla, e dandosi la spinta con entrambe le gambe saltò indietro, riuscendo a estrarre la lama. Si allontanò, stremata: qualunque vantaggio la ferita di Marius le avesse dato, adesso erano pari.

Lui non le diede respiro: le fu di nuovo addosso, e lei, indebolita e deconcentrata dal dolore, perse l'equilibrio, e si trovò Marius a cavalcioni sullo stomaco, la lama della Sanguinaria a pochi centimetri dalla sua gola, trattenuta solo dal piatto delle sue spade gemelle. Le braccia le tremavano per lo sforzo, e il sinistro, con quella ferita alla spalla, avrebbe retto ancora per poco. Qualche secondo, e la sua testa non sarebbe più stata attaccata al suo collo.

Concentrò tutte le sue forze nel tenere il blocco, fissando Marius negli occhi.

Per Shiva, pensò. È questo il ragazzo con cui sono cresciuta? Dieci anni in guerra e mi tocca morire per mano di Marius Gaunt?

Per un istante pensò di mollare. Non ce la faceva più a reggere quel contrasto, e iniziò a vedere appannato. Marius pesava tremendamente sul suo stomaco: non sarebbe riuscita a divincolarsi.

Le gambe, si disse, usa le gambe.

Curvò la gamba artificiale in un'angolazione che sarebbe stata impossibile per quella vera e piantò un violento calcio nel collo di Marius. Lo vide strabuzzare gli occhi, sorpreso, e Silia approfittò di quell'attimo di esitazione in cui attenuò la presa sull'impugnatura della Sanguinaria per scivolare più giù, arpionargli il collo con entrambe le gambe, e stritolarglielo tra gli stinchi. Strinse, con tutte le sue forze, finché Marius non lasciò andare la Sanguinaria per afferrarle le gambe in un disperato tentativo di liberarsi. Non aspettò che soffocasse: gli tagliò la gola con le spade.

La presa sulle sue gambe cedette, e si ritrovò il corpo morto di Marius addosso, la testa sul suo petto, fradicia del suo sangue caldo. Ansimò come se non avesse mai respirato in vita sua, cercando di calmarsi, perché le veniva di nuovo da vomitare, e soprattutto da gridare, e si ficcò una mano in bocca, mordendosela, per evitare di fare entrambe le cose.

“Calmati,” si disse ad alta voce, scostandosi di dosso il corpo di Marius. Non lo guardò. Era un nemico, un cazzo di nemico, e l'aveva ucciso in combattimento. Adesso calmati. La priorità è il Re.

Fu un'impresa titanica, ma si calmò. Rimase in ginocchio, la fronte sul pavimento, la spalla un inferno di dolore, cercando di regolarizzare il respiro. Si alzò, lentamente, strofinandosi via il sangue dagli occhi e dalla bocca col braccio destro.

Per Odino, all'odore della morte non ci si abitua mai. Era un odore nero, viscoso, sangue, sudore rancido, fluidi e secrezioni corporee, acciaio e grasso e carne bruciata. Erano mesi che non lo sentiva, quell'odore, perché erano mesi che non si ritrovava in piedi su un campo di battaglia tra i cadaveri di amici e nemici. Quello era il momento in cui si passava alla conta dei caduti, sempre che si fosse in condizione di farlo, e rigorosamente dopo aver curato le proprie, di ferite, per evitare che di caduti ce ne fosse uno in più. Per la conta dei caduti non c'era tempo, i suoi compagni erano morti chissà quanti piani più su, e non poteva più contare sulla magia per sanarsi la spalla con un'energia. Riusciva a stare in piedi, e tanto bastava. Uscì dall'ufficio, e iniziò a correre in direzione delle scale.

Attivò la ricetrasmittente. Era appiccicosa di sangue. Provò a chiamare il Capitano, ma non rispose. Provò allora la frequenza di Nyx.

“Ulric.” La prima volta che pronunciò il suo nome, venne fuori come un rantolo. “Ulric, dannazione, rispondi. Ci sei?”

Nyx rispose. Poteva sentire il rombo del motore di un'auto in sottofondo. “Hartwood?” Era sospetto la nota stonata nella sua voce? “Sei viva?

Silia non se ne stupì. Aveva insistito per destinare la sua unità alla protezione del Cristallo, e il Cristallo era stato rubato. “Più o meno. Nyx, non siamo stati noi. Lo giuro sul Re. Lo giuro su mio padre e su quanto ho di più sacro. Ma ho fallito. Siamo stati trattenuti da altri angoni. Avevano piazzato degli ordigni nel Santuario, e un'avionave imperiale ha trasportato via il Cristallo attraverso la breccia nel soffitto aperta dalle esplosioni. Sono rimasta solo io. Adesso mi sto dirigendo nella Sala delle Cerimonie dal Re.”

Forse Nyx le credette, o pensò che non dovesse essere più importante. “Non serve, Hartwood. Il Re è morto. Mentre l'avionave portava via il Cristallo, il Generale Glauca ha fatto irruzione nella Sala delle Cerimonie e l'ha ucciso. Nessuno del Concilio è sopravvissuto.

Silia frenò la sua corsa. “Come?” singhiozzò.

"La tua intuizione era giusta: il rapimento della principessa era una trappola per allontanarci dalla Cittadella e dal Re e prendere il Cristallo. Se ti avessi dato più uomini, forse...

Si appoggiò al muro, strofinandosi gli occhi. Si sentiva svuotata, confusa, nauseata. “No. Nella galleria ci stavano aspettando Marius Gaunt, Norman Chad, Amber Nesrin e Aron Kitz, ma gli ordigni erano stati già piazzati. Sapevano perfettamente che saremmo arrivati. Stavano con Niflheim, Nyx, come cazzo è possibile? Dei nostri compagni?”

Non erano gli unici,” sentì rispondere a Nyx. “Sull'aerostazione in cui tenevano prigioniera la principessa, alcuni di noi si sono rivoltati e hanno attaccato gli altri. Un Ultros ha fatto il resto. Dubito sia sopravvissuto qualcun altro a parte noi.

“La principessa? Siete riusciti a salvarla?”

È qui con me. Il Re le ha affidato l'Anello, e la sto portando al sicuro fuori città.

“Bene. Almeno uno di noi è riuscito a fare qualcosa di utile.” Si lasciò scivolare, la schiena al muro, sul pavimento. Non c'era più ragione di affrettarsi.

Hartwood, sei ferita?” gracchiò ancora la voce di Nyx. “Sta' attenta. Non possiamo più contare sulla magia.

“Me ne sono accorta. Qualche idea del perché?"

"Non saprei dire. Forse un altro tiro sporco degli imperiali. Magari hanno schermato il Cristallo. O è perché il Re è morto e l'Anello inattivo. Attenta alle ferite."

"Non credo sia grave. Ma ho fallito, Nyx. La città è perduta. Ho fallito,” ripeté.

La voce di Nyx fu stanca, secca, perentoria. “Non ho tempo per farti da supporto psicologico, Hartwood. Contatta il Capitano per avere istruzioni.

“Ci ho già provato,” gli rispose. Calmati, si ripeté per l'ennesima volta. “Attendo istruzioni, Ulric. Non sono in grado di comunicare la mia attuale posizione, perché sono precipitata dal piano del Santuario, ma sono operativa.”

C'è ben poco che tu possa fare, adesso. Va' fuori città, e se incontri qualcuno degli altri, qualcuno di cui ti fidi ciecamente, digli di fare altrettanto. Sta' attenta. La gente sparerà a vista sugli angoni, dopo quello che è successo. Se non dovessi riuscire a parlare con il Capitano per avere istruzioni differenti, raggiungimi a Galdin Quay.”

In quel momento, Silia riteneva di non potersi fidare ciecamente di nessuno, non dopo la morte di Sarah, Legato, Samuel e Caesar. “Galdin Quay?” ripeté.

Sì. La principessa deve arrivare ad Altissia dal principe Noctis. Hartwood, non posso più intrattenermi con te, chiudo la frequenza. Se non cambia niente, ci vediamo a Galdin Quay. Pro aris et focis, Coeurl. Sta' salda.”

Silia avrebbe avuto ancora molto altro da chiedergli, ma si limitò ad appoggiarsi il pugno destro sul petto, anche se lui non poteva vederla. “Pro aris et focis,Nyx. Sta' attento.”

 

Pro aris et focis.

Silia rimasticò quelle parole, rialzandosi, pensando a suo padre.

Per i nostri altari e per i nostri focolari. Per la famiglia e per la patria.

La sua patria era stata invasa ancora una volta. E non aveva più una famiglia, perché i suoi compagni di squadra erano stati uccisi, ma c’erano altre famiglie in pericolo. Non poteva salvarle tutte. Non poteva evacuare Insomnia. Ma Iris Amicitia, la sorella di Gladio, era in città. Nessuno del Concilio era sopravvissuto, aveva detto Nyx, per cui in quel momento Iris non aveva nessun altro.

Doveva trovare un’automobile e uscire dalla città prima che gli imperiali installassero dei posti di blocco, se già non era successo. Sarebbe andata a cercare Iris, il cui cognome era troppo pericoloso, e l’avrebbe portata al sicuro prima di raggiungere Nyx a Galdin Quay.

Gli ascensori funzionavano ancora, notò arrivando al pianerottolo. Ne chiamò uno per scendere nei parcheggi sotterranei. Prima di entrare, rammentando quanto Nyx le aveva detto sugli angoni, si sfilò la giacca dell'uniforme e la maglietta con lo stemma, madidi del sangue suo e di Marius, e le buttò a terra, rimanendo col solo corpetto di cuoio addosso. Il cappuccio fece la stessa fine.

Chapter Text

16

Vanitas vanitatum, et omnia vanitas

I

Pur non essendo mai stata a casa di Gladio, conosceva il suo indirizzo e il distretto. Era lo stesso della villa in cui, poche sere prima, si era tenuto il ricevimento di Cornelia Doge. Mantenne un basso profilo, lungo le strade, imponendosi di guidare fino a casa di Gladio senza deviare e ingaggiare scontri che non fossero strettamente necessari. Non voleva arrivare da Iris troppo tardi, com'era successo con il Re, e dovette già allungare di molto il percorso per evitare le colonne di persone in fuga e i detriti causati dalle esplosioni.

Fermò la Volvo fuori dal cancello, e spense il motore tenendo le chiavi nel quadro. Portò con sé le spade: la zona residenziale sembrava essere stata risparmiata dagli scontri, ma preferiva la sfiducia della sorella di Gladio al dover combattere disarmata contro un drappello di magitek sopraggiunto all'improvviso.

Un muro alto due metri e mezzo circondava il giardino ben curato, e lo scavalcò senza passare dal cancello. S'incamminò sul vialetto di terra battuta, i sensi all'erta, voltandosi spesso a controllare la strada. Al primo piano della residenza nobiliare, al di là di una delle finestre illuminate, distinse un volto femminile ancor prima di arrivare al portico d'ingresso. Fu solo un attimo, perché il viso sparì quasi immediatamente dal riquadro della finestra. Sollevata, Silia si spostò sotto un cono di luce e appoggiò entrambe le spade a terra, a portata di mano, alzando le braccia per mostrare che non aveva cattive intenzioni. "Iris!" gridò, ben cosciente che avrebbe potuto attirare l'attenzione. Evitò di pronunciare il suo cognome. "Sono un'amica di Gladio. Mi chiamo Silia Hartwood. Sono qui per portarti al sicuro.”

La finestra non si aprì.

"Iris, tra un po' ci saranno posti di blocco ovunque. Se non ci mischiamo alla folla che sta lasciando la città, daremo nell'occhio.”

Attese qualche istante ancora prima di precipitarsi al citofono, ma non fu necessario: qualcuno aprì la finestra, ma stavolta fu il volto diffidente di un uomo anziano con capelli e baffi bianchi ad affacciarsi. Jared, comprese. Il maggiordomo degli Amicitia. Era armato – una semiautomatica, le parve –, cautela che Silia approvò, sempre che l'uomo non decidesse di piantarle una pallottola in testa.

“Signor Hester, non c'è veramente più tempo. Potrebbero arrivare dei magitek, o peggio, dei daemon, da un momento all'altro. E non è il caso che vi facciate trovare a casa del Generale. C'è qualcun altro con voi? Suo nipote?”

Se l’uomo si stupì del fatto che conosceva il suo nome, non lo mostrò. "Non sono affari suoi," rispose. "Non la conosco. Per quel che ne so, potrebbe stare con gli Imperiali."

Silia si strofinò gli occhi. "Senta," riprovò, "Se stessi con gli Imperiali, le assicuro che non me ne starei qui sotto le vostre finestre a discutere così pacificamente. Non voglio farvi del male. Dovete fidarvi." Rialzò la testa. "Iris. Hai quindici anni. Ti piace cucire. Tuo fratello ti porta ogni tanto a mangiare al Liberty, quel bel ristorante con le cortine rosse. Piaceva molto a tua madre Senna."

La ragazza tornò ad affacciarsi accanto all'uomo anziano. Ammiccò, incuriosita. Sembrava ancora indecisa. "Se davvero lei è un'amica di Gladio, qual è il suo piatto preferito?"

"Ramen," rispose prontamente Silia, e, nonostante tutto quello che aveva passato nelle ultime ore, sorrise. Le faceva male la bocca. "Ramen con carne. Che gusti da sempliciotto!"

Iris gettò indietro la testa e rise. Buon segno. Appoggiò la mano sulla spalla dell'uomo anziano e parvero consultarsi.

“D'accordo,” concluse gravemente l'uomo, riaffacciandosi. “Arriviamo subito.”

II

Iris aveva provato a contattare Gladio, le disse, poi suo padre, ma senza successo. Le linee non funzionavano. Lei aveva lasciato il cellulare al Comando, confidando nel trasmettitore, per cui non aveva avuto modo di provare a chiamare qualcun altro che non fossero i suoi compagni e il Capitano.

Come temeva, trovarono un posto di blocco al cancello orientale. Almeno venti soldati magitek, contò Silia mentre si avvicinavano, e degli ufficiali in carne e ossa che controllavano gli interni degli abitacoli.

“Un posto di blocco!”

“Cosa facciamo adesso?”

“Calmi, ragazzi.”

Silia deviò in una strada secondaria, spense il motore, chiuse gli occhi, escluse il dolore, e cercò di pensare.

“Va tutto bene," sussurrò, più a se stessa che agli altri occupanti dell'auto. “Signor Hester, ho visto che zoppica, ma la macchina ha il cambio automatico. Crede di riuscire a guidare?” Lui annuì, e aprì la bocca per parlare, ma non gli lasciò il tempo. “Si metta alla guida, allora. Mi dia la sua giacca, per favore. Iris, se hai documenti con te, qualunque cosa con su scritto il nome degli Amicitia, buttali via. Non credo che succederà niente, ma la prudenza non è mai troppa, e il nome di un membro del Concilio non è sicuro.”

“Non ho preso nessun documento,” la rassicurò Iris.

“Bene,” tagliò corto, stancamente. Aprì la portiera dell'auto, scese, e attese che Jared Hester facesse altrettanto. Prese la giacca che lui le porse e la indossò, poi si strofinò via il sangue dal viso e dalla testa alla bell'e meglio. Sembrava ancora uscita da un mattatoio, ma meglio di niente. Sarebbe stato saggio buttare anche la piastrina con il suo numero di matricola, ma si limitò a sfilarsela e a nasconderla nello stivale. Se li avessero perquisiti, sarebbe stata l'ultimo dei suoi problemi.

“Cos'ha in mente?” chiese Hester, mettendosi al volante.

“Cercare di passare senza destare sospetti,” gli rispose semplicemente. Sfilò le spade dalle fondine, si accomodò sul posto passeggero, e si abbassò a nasconderle sotto il sedile. Non poteva abbandonarle. Non poteva più contare sulla magia e non avrebbe avuto altro modo di difendere se stessa e gli altri. Si tolse anche la ricetrasmittente, dopo aver provato per l'ultima volta a mettersi in contatto con Nyx e con il Capitano. “Siamo una famiglia di profughi che vogliono raggiungere dei parenti a Lestallum. Sono rimasta ferita durante i bombardamenti. Non sospetteranno di un vecchio, una donna e due ragazzini.”

Funzionò: l'ufficiale imperiale le rivolse appena un'occhiata. C'erano troppe macchine in coda, e gli imperiali non potevano impedire l'evacuazione dei cittadini, o più probabilmente volevano incoraggiarla. Non appena ebbero attraversato il cancello orientale, Silia disse a Hester di deviare nei campi sterrati subito dopo il ponte. Avrebbero rischiato più facilmente di incontrare dei daemon, ma non sarebbero rimasti imbottigliati nel traffico delle auto in fuga. “Sono in grado di combattere,” cercò di rassicurarli. “Se compaiono dei daemon, me ne occupo io.”

Mentre si allontanavano sul ponte, il grido impaurito di Talcott le fece accapponare la pelle. Silia raddrizzò la testa di scatto, allarmata – era stata sul punto di svenire, e non se ne era nemmeno accorta – e si voltò, una mano già protesa sull'impugnatura delle spade.

Iris aveva circondato le spalle del bambino e stava tentando di confortarlo, ma nessun nemico li stava minacciando da vicino. All'interno della città, tra le colonne di fumo, un'apparizione colossale e agghiacciante le gelò il sangue nelle vene.

La morte che cammina. Pensa a un gigante di ferro dieci volte più grande con un solo occhio e un enorme cuore pulsante, in grado di sparare raggi di energia tanto potenti da far saltare in aria un palazzoSe hanno altri di quei mostri, non so quanto la Barriera potrà tenere.

Un'Arma Diamante. Aguzzando lo sguardo, anche se era difficile esserne certi da quella distanza, Silia distinse più di un bagliore rossastro. Ne avevano altri, di quei mostri, dopotutto.

“Cos'è quello?” chiese Iris.

“La morte che cammina,” sussurrò Silia. Le tremavano le mani per il dolore, la tensione e l'adrenalina. “Signor Hester, continui a guidare. Non possiamo fare niente. Non sono all'altezza. Una sola di quelle creature ha sbaragliato l'ultima roccaforte degli angoni.”

Hester accelerò senza una parola. Silia si costrinse a distogliere lo sguardo da quella creatura, che per la seconda volta nella sua vita aveva sfiorato la sua strada senza incrociarla, e a concentrarlo sulla strada davanti a lei.

Un'ora dopo – Insomnia non era più visibile alle loro spalle – la sorella di Gladio, il vecchio e il bambino, immobilizzati in un nervoso silenzio, iniziarono a rianimarsi.

“Quella creatura...” disse Iris in un soffio. “Non avevo mai visto nulla del genere. Per un attimo ho creduto che un Sidereo, magari Titano, si fosse manifestato per salvare la città.”

“I Siderei non si scomodano per così poco,” le rispose Silia, scettica. “E Niflheim, come avete visto, non si affida ai Siderei, ma alla biotecnologia.”

“L'aveva già vista prima, signorina Hartwood?”

“No, ma me ne hanno parlato. La chiamano Arma Diamante.”

“Quanto è lontana Lestallum, nonno?" le interruppe il bambino. Era evidente che voleva ritrovarsi al sicuro il prima possibile.

"Dovrebbero essere circa dieci ore in macchina senza soste, ma sulla strada principale. Di certo ci impiegheremo di più, visto che stiamo procedendo su strade secondarie." Le indirizzò un'occhiata in cerca di conferma.

Silia si sentì mancare. Si riabbassò a recuperare le spade e la ricetrasmittente. Nyx sarebbe di certo partito con la principessa per Altissia senza di lei. Di certo se la sarebbe cavata da solo - era un combattente molto migliore di lei - ma intendeva comunque avvisarlo che era stata trattenuta. Per l'ennesima volta, cercò la sua frequenza, poi quella del Capitano, ma adesso non si sentiva più nemmeno il rumore bianco. La loro linea sembrava completamente morta, o si era allontanata troppo.

Andava tutto per il peggio: non avevano acqua, né cibo, e – valutò guardando l’indicatore del serbatoio – sarebbero stati costretti a fermarsi per fare rifornimento, prima o poi. Con una smorfia di dolore, iniziò ad armeggiare con il braccio ferito sul tastierino del navigatore. Si sentiva la mano intorpidita. "Ci reimmetteremo sulla strada principale tra un'ora, magari due. Accosti e lasci guidare me, signor Hester. Più tardi faremo una sosta di qualche ora in un'area di servizio. Riposatevi pure, se volete. Conoscete qualcuno a Lestallum?"

"No," rispose l'uomo anziano, senza accostare. "Ma non importa. Iris non poteva rimanere a Insomnia." Prese un profondo sospiro. "Lasci guidare me e prenda un po' di fiato, signorina Hartwood. Sono il maggiordomo della famiglia Amicitia. Il bambino è Talcott, mio nipote. Ma vedo che sa già chi siamo."

"Talcott e Jared sono di famiglia da una vita," aggiunse Iris. "Quando sono iniziate le esplosioni, ci siamo chiusi in casa. Abbiamo cercato di contattare Monica Elshett e Dustin Ackers, due guardie al diretto comando di mio padre, per capire cosa stesse succedendo e cosa fosse più prudente fare. Ma senza successo."

Se Elshett e Ackers erano ancora vivi, avevano di meglio a cui pensare che non rispondere al telefono, rifletté Silia. "Non preoccupatevi," ripeté ancora una volta. Era lei a essere preoccupata. "A Lestallum potrete mettervi in contatto con Gladio."

"Jared," sussurrò la ragazza. "Credi che il re e papà...?"

"Mi dispiace," si sentì rispondere Silia. “Il re è morto e nessuno del Concilio è sopravvissuto.”

"Come può esserne certa?" chiese Hester. Era impallidito, ma non si scompose.

"Così mi hanno detto. Ma purtroppo posso assicurarvi che è vero. E, a quest'ora, i responsabili stanno volando verso Gralea insieme al Cristallo."

Iris prese un profondo sospiro che la intenerì, ma quando, alzando lo sguardo per scrutarla attraverso lo specchietto retrovisore, vide il suo viso addolorato ma asciutto, constatò che aveva lo stesso sangue di Gladio e di suo padre.

Nessuno parlò per un lungo tratto di strada. Silia vigilava attentamente che nel buio non comparissero bagliori violacei e bluastri che precedevano l'apparizione dei daemon, sostenuta solo dall'adrenalina che non aveva ancora smesso di scorrerle nelle vene. Ogni tanto si incantava, come in dormiveglia, e doveva scuotere la testa per tornare lucida.

Percepì l’aura viscosa dei daemon quasi prima di vederla. Anche Jared Hester li aveva visti, perché rallentò e, senza parlare, le appoggiò una mano sul ginocchio. Silia si guardò intorno: erano in una strada sterrata, e non poteva sterzare né tornare indietro senza allertare i daemon, né passare loro in mezzo.

“Freni dolcemente,” sussurrò “e spenga il motore.”

Jared Hester obbedì. I bagliori violacei tremolarono per un istante, in allarme, ma non si avvicinarono.

“Cosa…?” iniziò a dire il bambino.

“Shht,” lo zittì Silia. Si abbassò a prendere le spade e si sfilò la giacca di Jared. Non credeva che sarebbe riuscita a usare decentemente la sinistra. Non aveva ancora avuto modo di valutare i danni alla spalla, ma riusciva a muovere il braccio, anche se dolorosamente, per cui non c'erano fratture né danni gravi a muscoli o nervi, ma di certo non era messa bene. Si strofinò furiosamente la faccia per restare lucida. “Rimanete tranquilli in macchina. Se sente il mio fischio, signor Hester, ingrani la retromarcia e tornate nella strada principale veloci come il vento. Saranno troppo occupati con me per inseguirvi.”

Scese dalla macchina silenziosamente, quindi scattò e si lanciò verso l’aura violacea. Attaccare i daemon non appena si materializzavano era il modo migliore per liberarsene velocemente. Hobgoblin. Tre, constatò, quando divennero perfettamente tangibili: aggirò il primo e gli balzò sul dorso, appendendosi a una delle sue corna e tagliandogli la gola. Il daemon stridette orribilmente.

Gli altri due si scagliarono su di lei. Silia usò il corpo del daemon morente per farsi scudo, prima che si decomponesse come sempre accadeva ai daemon per chissà quale cazzo di motivo; parò l’attacco miasmatico del secondo hobgoblin, trattenendo il respiro, e lo trafisse con un montante. Il terzo le arrivò addosso con un doppio pugno. Lo evitò rotolando a terra, saltò e gli piombò sulla schiena con un affondo, poi vibrò un altro colpo e gli mozzò la testa. Prima che il secondo potesse rialzarsi, trafisse anche lui. Abbassò la guardia solo quando si disgregarono.

Non era stato uno scontro impegnativo, ma le girava la testa e aveva il fiatone. Il braccio sinistro, che aveva cercato di non usare ma che aveva in ogni caso affaticato, pulsava tremendamente. Tornò alla Volvo, spossata, per rassicurare i suoi protetti.

“Tutto a posto,” disse loro, aprendo la portiera. “Proseguiamo.”

“Sta bene, signorina Hartwood?” chiese Iris.

“Non mi hanno nemmeno toccata,” rispose, accasciandosi sul sedile. Aveva una voglia matta di fumare, ma aveva lasciato anche le sigarette al comando, prevedendo che non avrebbe avuto l’occasione di farlo in un giorno così cruciale.

“Che forza!” Per la prima volta, sentì esprimersi il bambino in modo animato. “È stato come vedere un film alla tv!”

Iris si appoggiò al suo schienale. “Cosa le è successo, signorina Hartwood, se posso chiedere?”

Silia si leccò le labbra. “Ho avuto una lunga giornata.”

“Lo credo bene, ma si sente bene?”

“Abbastanza da farvi arrivare a Lestallum sani e salvi, come avete visto.” Non ne era più del tutto certa: la fortuna l’aveva assistita ed erano comparsi solo tre banali hobgoblin, ma avrebbero potuto essere giganti di ferro o pyros. Senza magia né ampolle magiche – e senza un braccio – eliminarli sarebbe stato un problema serio. “Signor Hester, rimetta in moto. Credo che sia il caso di tornare sulla strada principale.”

“Aspetta, Jared. Signorina Hartwood, ora che siamo al sicuro...”

“Non siamo ancora al sicuro, almeno fino all'alba, e forse nemmeno dopo,” la contraddisse.

“Perché non mi fa dare un'occhiata alla sua spalla?” continuò. “Ho portato un kit del pronto soccorso.”

Prima che potesse risponderle che non ce n’era alcun bisogno e non c’era nemmeno tempo da perdere, Jared spalleggiò la ragazzina. “Iris ha ragione. Quella spalla sanguina da chissà quanto. Visto che si è autonominata nostra guardia del corpo, cerchi di non perdere i sensi.”

Silia cedette. Se non avesse bloccato l'emorragia, prima o poi sarebbe successo. “D'accordo,” acconsentì. Scese dall'auto e fece cambio di posto con Talcott. Quando l'uomo rimise in moto, si slacciò il corpetto con un sospiro di sollievo, e si sfilò la sottoveste e il reggiseno. Il bambino si coprì platealmente gli occhi con entrambe le mani, e il vecchio evitò accuratamente di voltarsi. Imbarazzata, Iris le passò la sua giacca per coprirsi davanti e poi iniziò a frugare nella cassetta del pronto soccorso.

“Chi è stato?” chiese.

Il mio amico d'infanzia. “Amici dell'Impero.” Si accucciò sul sedile, dando la schiena a Iris perché potesse esaminarle la spalla. La ragazza iniziò a tergerle il sangue sulla schiena; poco dopo, la sua mano s’immobilizzò per un istante, ed emise un singulto.

“Cosa c'è?” le chiese. “È messa così male?”

“No... cioè...” Le sfiorò delicatamente la schiena. “Il suo tatuaggio... questo è di Tebaldus Verman, vero?”

“È suo,” le confermò Silia, senza indugiare in dettagli. “Si è rovinato?”

“Temo di sì. C'è un buco sulla sua spalla, signorina Hartwood. In parte sulla vibrissa sinistra.”

“Che peccato,” si lasciò sfuggire. Si era affezionata a quel tatuaggio, ma sapeva che prima o poi sarebbe successo.

“L'ha portata Gladio dal signor Verman? Non lavora con tutti, sa. Anzi, sceglie molto severamente la sua clientela. Gladio mi aveva promesso che potevo farne uno anch'io, ma... oh. Mi scusi. Avrà freddo.” Si affrettò a spacchettare una confezione di garza, ne appallottolò un buon tratto e glielo passò. “Lo appoggi sulla ferita davanti. Prema forte.”

Silia sobbalzò per il dolore. La spada di Marius l'aveva passata da parte a parte. Trattenne un gemito quando Iris le tamponò anche il foro d'uscita, e sollevò le braccia perché le facesse passare una benda sotto l'ascella e intorno alla spalla.

“Come fa a conoscere Gladio?” chiese Hester, senza distogliere lo sguardo dalla strada. Dopo la il suo scontro con i daemon sembrava ancora più sospettoso.

“Siamo amici,” ripeté.

“Questo lo ha già detto. Ma io non l'ho mai vista. Lei è armata, ha sbaragliato tre daemon in pochi minuti, e non è di certo una Guardia Reale e, sospetto, neanche una Guardia Cittadina.”

“È lunga da spiegare,” svicolò ancora una volta.

“Abbiamo parecchio tempo,” le fece notare lui.

Silia sospirò. “Sto con Insomnia, o almeno, con quello che ne rimane, vi prego di non dubitarne.”

“Perché è venuta a cercare Iris?” chiese ancora Jared. Questa volta alzò lo sguardo per scrutarla attraverso lo specchietto retrovisore. “Non la conosce nemmeno.”

“Conosco Gladio,” si limitò a rispondere lei.

“Lei è l'angone, vero?”

Silia alzò lo sguardo, stupita, e incontrò quello del vecchio, che la stava ancora fissando dallo specchietto. L'angone, aveva detto, non un angone.

“Dov'erano gli angoni durante la caduta di Insomnia?” chiese Iris, con voce assorta, come se non fosse cosciente di averlo detto ad alta voce. Non sapevano nulla, allora.

“Dalla parte sbagliata, molti di loro,” le rispose sinceramente.

“E lei, signorina Hartwood?” le chiese, altrettanto francamente, Iris.

Silia sorrise. Scosse la testa. “Dammi del tu, per favore, Iris. Io ero dalla parte giusta. Ma non sono riuscita a fare nulla.”

“E chi ha potuto?” Hester adesso era tornato a guardare la strada. “Cosa intende dire con dalla parte sbagliata?”

Prese un profondo sospiro. “Che hanno tradito. Alcuni angoni sono passati dalla parte di Niflheim.”

Questa volta, Hester si voltò verso di lei, e Silia temette che potessero schiantarsi. “Cos'ha detto?”

“Guardi la strada, per favore. Ho detto che gli Angoni hanno tradito.”

“Ma come...?”

“Non lo chieda a me," lo interruppe, esasperata. Iniziò a rivestirsi. “Non so come perché. So solo che sono stata attaccata da alcuni compagni. Gli imperiali hanno rubato il Cristallo davanti ai miei occhi, ma il resto si è svolto lontano da me, e la nostra linea è saltata. Non riesco a comunicare con il Capitano Drautos.”

Erano tornati sulla strada principale. Silia si sporse per armeggiare di nuovo con il navigatore satellitare e identificò la stazione di servizio più vicina. “Tra venti chilometri potremo fermarci all'area di servizio di Coernix. Nel frattempo, se volete, vi racconterò quel poco che so. Posso riprendere a guidare, signor Hester.”

Hester scosse la testa. Si mise una mano sotto la giacca e ne trasse la stessa semiautomatica che aveva in pugno quando si era affacciato alla finestra. Per un istante, Silia temette che volesse spararle, ma la afferrò per la canna e gliela passò dalla parte del calcio. “No, Hartwood. Lei è un angone: se ci attaccano gli imperiali o altri daemon, è meglio che tra i due sia lei ad avere le mani libere.”

III

L’idea di fermarsi all’area di servizio di Coernix, prevedibilmente, non era stata molto originale. Altri fuggitivi da Insomnia, tutti civili disarmati, constatò, avevano avuto la stessa idea, per cui non trovarono nessun posto libero in roulotte né in motel per passare la notte. Riuscirono almeno a procurarsi dell'acqua e del cibo, e soprattutto – per lei – antisettici e antidolorifici. Mangiarono in silenzio in macchina, poco gli altri tre e nulla lei, perché, per quanto avesse bisogno di essere lucida e in forze, non le riuscì di mandar giù niente se non una manciata di pillole, e faticò a tenere nello stomaco persino quelle.

Infine – erano ormai le due e mezza del mattino – Iris e Talcott si addormentarono sui sedili posteriori della Volvo, e anche Jared Hester si accasciò, sfinito, sul sedile passeggero. Sebbene spossata, Silia si accucciò di fianco all’auto con la spada in pugno, si accese una delle tre sigarette che aveva elemosinato a un civile nel parcheggio e che lui, impietosito dai vestiti insanguinati o forse intimidito dalla spada che portava alla cintura, le aveva elargito, e cercò di concentrarsi per restare di guardia.

Avrebbe potuto risparmiarsi la fatica, perché d'improvviso, in penombra, si trovò davanti Jared Hester in piedi, e per un istante credette che fosse un sogno. Stordita e imbarazzata, comprese di essersi addormentata, o di essere stata molto vicina a farlo. La spalla era tornata a farle male, un dolore continuo e pulsante, come se Marius stesse continuando a rigirare la spada nella ferita.

“Hartwood,” bisbigliò Hester, e si abbassò accanto a lei.

Silia lo guardò frastornata. “Che ore sono?”

“Le quattro meno un quarto.” Aveva in mano un bicchiere di carta, che le passò. Era caldo. “Sono andato a prendere del caffè. Mi scusi se l'ho svegliata, ma continua ad avere degli spasmi. Come si sente?”

Bella scorta armata. “Sono a posto,” mentì. Non era a posto. Era allo stremo delle forze, la spalla le faceva un male cane, e non si era mai sentita così priva di punti di riferimento. Bevve ciò che lui le aveva portato: caffè lungo, bollente. In quel momento amò quell'uomo che sarebbe potuto essere suo nonno.

“Hartwood, mi ascolti,” le disse l’uomo a bassa voce. “Non so quale sia stata la sua vita negli ultimi anni, ma adesso non c’è assolutamente nessuna ragione per voler restare di guardia. Sono tutti fuggitivi, qui, e nessuno ci ha riconosciuto. C’è troppa luce perché si facciano vivi i daemon. Le sono grato per aver scortato me e i ragazzi fuori città, ma Lestallum è ancora lontana e ho bisogno che lei sia lucida. Per cui, cerchi di rilassarsi e dorma un po’. Se crolla, non sarà d’aiuto né a se stessa né a noi.”

“Mi dispiace,” si lasciò sfuggire. Continuava a ripeterlo dal pomeriggio precedente: ai suoi compagni morti, a Nyx Ulric, a se stessa.

“Non si dispiaccia. Ha fatto il possibile, e anche di più, dal momento che ha deviato per venire a salvare noi. Pensi a cosa potrà fare d’ora in poi, e si ricordi che le servirà il braccio sinistro.”

Senza smettere di stringere l’impugnatura delle spade, Silia annuì lentamente. Il vecchio aveva ragione. Ormai era lì, a cinque ore d’auto da Lestallum, e aveva bisogno quantomeno di riposo. “D’accordo,” cedette. “Dormo un po’. Dorma anche lei. Ripartiremo non appena il sole sarà sorto.”

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PARTE SECONDA

17

Stat magni nominis umbra

I

Quando Gladio aprì gli occhi, senza riconoscere nessuno degli ambienti in cui era solito svegliarsi, per il quarto giorno consecutivo faticò a ricordare dov'era e come c'era finito. Si alzò, sbadigliando rumorosamente, e come sempre dedicò il suo primo sguardo a Noctis, ancora profondamente addormentato sul suo letto. Sorrise, strofinandosi gli occhi. Arrivati ad Altissia, avrebbero dovuto organizzare un bell'addio al celibato. Aveva già un paio d'idee.

La vista sul mare, che si intravedeva da uno squarcio tra le tende mezze accostate, gli mozzò il fiato: erano al Molo di Galdin, dovette ricordare a se stesso, fuori da Insomnia, ed entro qualche ora, se Dino Ghiranze fosse stato di parola, sarebbero stati ad Altissia.

Erano ancora le sette. Ignis, mattiniero come sempre, non era più nel suo letto, e Noctis e Prompto, se non li avesse svegliati, avrebbero dormito ancora a lungo. Gli sarebbe piaciuto scendere in spiaggia a fare un bagno nell'acqua ancora fredda, ma il senso d'allarme che da quella notte gli si era conficcato in gola come uno spillone era ancora lì. Si sporse verso il comodino a prendere il cellulare, controllò di non aver ricevuto chiamate, e riprovò a telefonare a suo padre. Il telefono, proprio come quella notte, diede un trillo strano, distorto. Senza troppe speranze, provò a richiamare anche Silia, poi Iris, ma il risultato fu lo stesso. Non era solo il suo cellulare a non funzionare: anche quelli degli altri non riuscivano a effettuare chiamate.

Contrariamente ai suoi pronostici, Noctis si mosse, mugolò, e poi drizzò la schiena. Restò a guardarsi intorno in penombra, probabilmente, come lui, intontito e dimentico di essere nel mondo esterno, poi si stropicciò gli occhi.

“Buongiorno, Sua Maestà,” lo salutò, riappoggiando il cellulare sul comodino. “Ha gradito il letto?”

Noctis borbottò qualcosa che non comprese, sbadigliando. I letti di quell’hotel, per la verità, erano molto più comodi dei loro, o forse lo sembravano perché la notte precedente l’avevano passata in tenda. Senza alcun preavviso, Prompto scattò in piedi sul letto. “Cosa succede?” biascicò. “Ci attaccano?”

“Sì, nei tuoi sogni,” ridacchiò Gladio. “Vado a fare una doccia.”

Ignis non ricomparve se non venti minuti dopo, quando ormai, vestiti e pronti, stavano iniziando a chiedersi se fosse il caso di telefonargli. Entrò in camera con un quotidiano in mano, e quando alzò il viso verso di lui, Gladio vide che era teso, pallido. Guardò Noctis, s’inumidì le labbra, ma non riuscì a parlare.

“Cos’è quella faccia?” chiese Noctis, con una nota allarmata nella voce.

Con un pessimo presentimento, Gladio gli si avvicinò e gli strappò di mano il giornale.

“È su tutti i quotidiani,” disse Ignis, senza specificare cosa.

A Gladio non fu necessario aprirlo: la prima pagina strillava a lettere enormi LA CADUTA DI INSOMNIA. Restò a guardare il titolo, istupidito, senza riuscire ad andare oltre.

“La caduta… di Insomnia?” sillabò Prompto, accanto a lui.

“Cos’è, uno scherzo?” La voce di Noctis era incredula, appena un po’ stridula.

“Noctis, adesso devi calmarti. Lascia che ti spieghi,” lo blandì Ignis. La sua voce pacata riuscì a calmare anche lui. Gli stavano iniziando a sudare le mani, e stava accartocciando i bordi del quotidiano scorrendo l’articolo. Ordigni piazzati alla Cittadella. Esplosioni multiple in tutta la città, soprattutto il centro. Il Cristallo rubato. Un attacco terroristico durante la firma del trattato.

La firma del trattato era ieri?

“Sono già fin troppo calmo!” esplose Noctis, avvicinandosi a Ignis con ampie falcate.

“C’è stato un assalto. L’esercito imperiale ha conquistato la Capitale.”

Subbuglio nella sala delle cerimonie e improvvise esplosioni nel cielo. Quando il fumo si è diradato, il Re è stato rinvenuto morto,” lesse ad alta voce Gladio. Faticò a riconoscere il suono della sua stessa voce.

“No, aspetta un attimo,” lo interruppe Noctis. “Nella Sala delle Cerimonie? La firma era ieri?”

Si guardarono, pallidi, increduli.

“Non potevamo saperlo,” sussurrò Ignis. “Nessuno ce l’ha detto. Com’è possibile?”

“Ma il matrimonio! Altissia!” continuò a inveire Noctis.

“Lo so che non ha senso! Eppure le notizie sull’invasione coincidono. Credi che tutti i quotidiani del Regno si sbaglino?”

Gli occhi di Noctis erano umidi come se fosse sull'orlo delle lacrime, ma si trattenne. “Mentono,” disse con un filo di voce.

“…magari,” aggiunse Prompto.

Gladio lasciò cadere il giornale. Era arrivato il momento di smetterla di parlare e di decidere cosa fare.

“Che altro sappiamo?”

“Niente.”

Già mentre pronunciava quella frase, Gladio realizzò quanto fosse folle: “Allora dovremmo andare a vedere per esserne sicuri.”

“Cioè, tornare a Insomnia?” esclamò Prompto.

“Esatto. Con prudenza, ovviamente,” tentò di ridimensionarsi Gladio. “Andiamo a dare un’occhiata.”

“Con il principe ereditario in macchina? Gladio, non possiamo. È rischioso,” lo contraddisse Ignis. “Dovremmo proseguire verso Altissia.”

Si fissarono, ma senza ostilità. Non aveva intenzione di competere con Ignis in uno scontro di autorità, ma in quel momento trovava semplicemente illogico perseverare nel seguire direttive che erano state impartite loro prima di una crisi.

“Tocca a Noct decidere,” tagliò corto, prendendo il cellulare e tornando ad appoggiarselo all'orecchio dopo aver composto ancora una volta il numero di suo padre, senza troppe speranze. Se il re era morto, anche suo padre lo era. Non riusciva a immaginarsi uno scenario differente. Iris, con un po' di fortuna, doveva essere al sicuro, perché avrebbe assistito alla cerimonia da casa – così, nonostante le sue insistenze, aveva ritenuto più prudente suo padre. Quanto a Silia, al momento dell'attacco doveva essere stata in prima linea. Provò a richiamare anche lei, ma mise giù alla prima nota di quel trillo snervante. Non era ancora il momento di allarmarsi o di piangerla. “Niente linea ancora.”

“Andiamo,” decise Noctis. “Voglio vedere con i miei occhi.”

II

Rientrare a Insomnia, appresero, era impossibile. Un posto di blocco ben organizzato al Cancello Occidentale – una dozzina di magitek e persino un MA – lasciava presagire che gli altri tre accessi fossero altrettanto ben sorvegliati. Non poterono fare altro se non deviare per una strada secondaria, parcheggiare, e scalare una collina per dare un’occhiata alla città da lontano. Per passare furono costretti ad abbattere alcuni magitek – i primi, per tutti loro. Non furono un gran problema, al loro livello, ma avercene addosso un esercito, di quelli, non doveva essere piacevole.

Si trovarono, fianco a fianco, a contemplare la sagoma della loro città. Gladio sobbalzò quando Prompto riuscì a sintonizzarsi a un telegiornale via internet. Nulla più di quanto già non sapessero, sembrava, finché la voce composta dell’annunciatrice non comunicò a chiunque fosse in ascolto che il Principe Noctis e la Sciamana, la Principessa Lunafreya, erano stati dichiarati morti. Noctis ebbe un moto di stizza così violento che a Prompto cadde il cellulare di mano. Tutte menzogne, gridò, e Gladio sapeva perfettamente che a turbarlo era la possibilità che la Principessa fosse morta. Tentò di calmarlo, ricordandogli che anche lui, stando a quelle notizie, doveva essere morto, ma Noct non lo ascoltò. Per l’ennesima volta, Noctis tentò di telefonare a suo padre, e anche Prompto, e lui stesso, in un gesto esasperato, si portarono i loro cellulari all’orecchio. I telefoni squillarono invano, mentre un’enorme corazzata imperiale si dirigeva sulla loro città.

E poi, inaspettatamente, Noctis ebbe un fremito. “Pronto!” esclamò. Gladio gli si avvicinò, convinto che fosse riuscito a chiamare il Re, ma dall’altro capo sentì la voce di Cor Leonis. Ne fu deluso, ma era la prima voce amica che riuscivano a contattare, e il Generale avrebbe potuto dare loro notizie. L’Immortale confermò la morte del Re, ma per il resto chiese loro di raggiungerli ad Hammerhead.

Era pericoloso, Gladio ne era perfettamente consapevole, restare lì, ma si soffermarono ancora, in silenzio, a guardare da lontano la città che li aveva generati e cresciuti.

Gladio si stupì di non provare nulla. Uscire da Cavaugh era stato come attraversare un portale incantato che li aveva scaraventati in un’altra dimensione spogliati del loro passato, delle loro famiglie e delle loro radici. E quel portale ora si era chiuso: Insomnia, così radicalmente dissimile dai territori esterni da sembrare il sogno di un futuro lontano, era adesso irraggiungibile.

Erano stati tagliati fuori dalla loro stessa città, e lui non provava nulla se non un blando senso di anestetizzato smarrimento.

“Riuscite a crederci?” disse Prompto in un fil di voce. “Fino a qualche giorno fa eravamo lì, e adesso mi sembra un altro mondo. Sta succedendo veramente?”

“È già successo,” rispose Ignis, impietoso. “Insomnia come la conoscevamo non esiste più.”

“Ma è mai esistita?” insistette Prompto. “Cioè… guardatevi intorno. Veramente ce ne stavamo tranquilli a fare le nostre cose, a mangiare e bere e divertirci mentre fuori…” fece un gesto ampio e smarrito con le braccia, “era tutto così?”

Gladio ripensò a Silia, alle sue parole pungenti e derisorie. Chissà se ce l'aveva fatta. “Lo abbiamo sempre saputo,” disse con voce spenta, “che fuori c’era la guerra, gli imperiali, mostri, gente che sopravviveva a stento mentre noi andavamo al cinema, facevamo sport, giocavamo a King's Knight.

“E alla fine la guerra è arrivata,” completò per lui Ignis. “È arrivata e ci ha portato via tutto.”

“Non tutto.” Noctis continuava a guardare fisso la sua città, il suo regno. “Insomnia è lì. È in piedi. E c’è ancora gente, moltissima gente, viva. Io sono vivo, e così anche voi, e quella è la mia, la vostra città. Torneremo. Faremo tornare la gente. E gli imperiali la pagheranno. La pagheranno cara.”

Noctis stringeva così tanto i pugni che le nocche gli erano sbiancate. Le sue parole dure, incattivite, lo scossero come uno schiaffo: era lo Scudo del Principe. Toccava a lui incoraggiarli e portarli avanti. Con tutta probabilità suo padre era morto, Silia era morta, e non sapeva cosa ne fosse stato di sua sorella, dei suoi amici, di tutte le persone che conosceva in città, ma non poteva permettersi il lusso di preoccuparsene in quel momento. Appoggiò una mano sulla spalla di Noctis.

“La pagheranno cara,” annuì. “Ci riprenderemo tutto. Il Cristallo, la città, il regno. Il diritto di vivere in pace, questa volta sul serio, tutti, anche quelli fuori dalle mura.”

“Raggiungiamo Cor Leonis,” propose Ignis. “Non abbiamo più nulla da fare qui. Ed è pericoloso. Potrebbero vederci.”

“E lascia che ci vedano.” La voce di Prompto era nervosa, sull’orlo delle lacrime. “Lascia che vengano.”

“Non essere stupido, Prompto,” lo riprese Ignis, muovendo qualche passo verso la Regalia. “Morti non saremmo d’aiuto a nessuno. Andiamo ad Hammerhead.”

Noctis non si mosse.

“Noct?” lo chiamò Gladio. “Dobbiamo andare.”

“…sì,” rispose infine lui. “Andiamo.”

D’improvviso, Gladio si rese conto che Noct di fatto era appena diventato Re Noctis Lucis Caelum. Un re senza regno e senza esercito che possedeva solo la macchina preferita di suo padre, una spada e tre compagni pronti a dare la vita per lui, ma pur sempre un Re. Era difficile sovrapporre quella nuova identità alla figura minuta del suo amico d’infanzia taciturno e capriccioso, ma avrebbe dovuto abituarsi all’idea.

Diede un’ultima occhiata alla silhouette della città che si stagliava lontana oltre il ponte, e ancora una volta, per un istante, gli sembrò un miraggio. Strinse gli occhi, quasi aspettandosi che sfumasse via, ma non successe.

Indietro non si torna.

Tornarono a recuperare la Regalia.

III

Silia vagava stordita per le strade di Lestallum. La città era nel caos: continuavano ad arrivare da Insomnia profughi in auto, e chissà quanti altri se ne sarebbero riversati nei giorni a venire. La spalla bendata riprendeva a farle un male d’inferno ogni volta che si esauriva l’effetto degli antidolorifici, e le poche ore di sonno agitato non avevano sortito chissà quali benefici.

Avevano dovuto lasciare l’auto alle porte della città: con tutta quella gente, circolare era impossibile. Dopo essersi assicurata che Iris, Talcott e Jared Hester si fossero sistemati all’Hotel Leville, si era allontanata in cerca di altri farmaci, e ascoltando i discorsi della gente aveva appreso che gli imperiali avevano bloccato già da giorni tutti i trasporti civili dal Molo di Galdin. Non aveva modo di scoprire se Nyx e la Principessa, o addirittura il Principe con Gladio e il resto della sua scorta, fossero riusciti a raggiungere Accordo.

Il piazzale antistante all'ospedale era stipato di gente. Tra le bombe piazzate dai niff, i magitek, le distruzioni causate dalle Armi Diamante e i daemon che sciamavano per le strade di notte, ovunque si voltasse vedeva ferite ben più gravi del suo buco nella spalla, che, in realtà, necessitava solo di punti di sutura. Fu scostata di malagrazia da due civili che correvano trasportando una barella con un ferito; gli mancava una gamba.

Fino a ieri, pensò, depressa, avrei potuto dare una mano. Oggi non riesco neanche a sanarmi da sola la spalla.

Si voltò per tornare sui suoi passi. Avrebbe passato la notte in hotel, e l'indomani tutto sarebbe stato molto meno tragico.

“Aiuto! C'è qualcuno che può aiutarmi?”

A pochi metri da lei, un uomo con un bambino in braccio cercava di farsi strada verso l'ingresso dell'ospedale. Silia riconobbe con orrore Gregor Gaunt. Dato il deterioramento dei rapporti con suo figlio durante gli anni sul fronte, non lo aveva mai cercato a Insomnia, nei mesi di riabilitazione, e non lo vedeva ormai da quasi quindici anni. Era invecchiato, naturalmente, ma riconoscibilissimo. In un impulso che non riuscì a trattenere, ignorando la sua richiesta d'aiuto, si voltò, abbassando la testa e cercando di allontanarsi inosservata tra la gente.

Troppo tardi.

Silia! Silia Hartwood!” L’uomo la raggiunse, tagliando attraverso la folla, e le afferrò una spalla in un gesto disperato. “Silia, sei tu, vero? Aiutami. Mi serve un’energia.

Silia si girò di scatto, per un attimo nel panico più nero. Tutti intorno a loro li stavano guardando. Non sapeva se temere più l’assedio di una folla che le chiedeva magie curative che non era più in grado di compiere, o l'assalto di profughi in fuga inferociti con gli Angoni. “Gregor, sei impazzito?" stridette. “Sta' zitto, per l’amor dei Sei.” Senza sapere cosa fare, fuori di sé, gli tolse il bambino dalle braccia – non sembrava ferito gravemente – e gli fece un cenno imperioso. “Togliamoci di mezzo, maledizione!”

“Silia, hai visto Marius?”

Per i Sei. È un incubo, un fottuto incubo, e domani mi sveglierò nel mio appartamento a Insomnia, o, ancora meglio, su una branda di ferro, sul fronte, con la mia gamba ancora attaccata alla coscia. Senza rispondergli, Silia pensò solo ad allontanarsi dall’ospedale e da tutta quella gente. Gregor la seguiva da vicino. Stringendo il bambino sconosciuto tra le braccia, le sue ginocchia avvinghiate intorno ai fianchi e le piccole mani che le si aggrappavano alla maglietta, si diresse fuori dalla piazza e si incuneò nel dedalo di vicoli di Lestallum, alla ricerca di un angolo appartato. Si fermò solo quando si trovarono sul retro di un locale chiuso, in una stradina cieca, vuota. Col fiatone, sentendosi accaldata e febbricitante, Silia mise il bambino a sedere su una cassa e si accasciò lei stessa a terra per riprendere fiato.

“Silia, sei ferita? Scusami se ti ho aggredita così.” Solo allora si accorse che Gregor era stravolto, sotto shock. Si passò una mano sugli occhi e tra i capelli sudati. “Per i Siderei, non posso crederci. Non sai cos’abbiamo passato per arrivare qui. Dov’è Marius, Silia? Non ho sue notizie, e Lucius…” indicò il bambino. “Non muove il braccio. È stato travolto dalla folla mentre cercavamo di lasciare Insomnia. Puoi aiutarlo? Gli serve un’energia.

Un incubo. Un fottuto incubo. Silia si alzò, malferma sulle gambe, e si tolse la giacca. Stava sudando, la spalla aveva ripreso a sanguinare, e doveva dire a Gregor Gaunt che suo figlio Marius era un traditore e che aveva dovuto ammazzarlo con le sue mani. “Non posso castare un'energia, Gregor," disse invece. "Da quando gli imperiali hanno rubato il Cristallo. Niente più magia. Ma fammi vedere se posso fare qualcosa. Chi è il bambino?”

Gregor ammiccò, irrigidendosi. “Stai scherzando? È il figlio di Marius, Silia, si chiama Lucius. Come diamine fai a non saperne nulla? Che è successo tra voi due in questi anni? E dov’è lui?”

Silia fissò il bambino terrorizzato. Per un attimo le mancò la terra da sotto i piedi, come se stesse camminando sul ponte di una nave. No, non è un incubo. È uno scherzo.

“Non so dov’è Marius, Gregor,” mentì, senza sapere se lo stesse facendo più per Gregor, per il bambino, per se stessa o magari per Marius. “Non eravamo insieme durante l’attacco. Mi dispiace. Non ho notizie di nessun altro angone. La città è caduta, il Re è morto, e dovevo portare in salvo delle persone.” Non le riuscì di guardare in faccia il bambino. Con le mani che le tremavano, gli sfilò la magliettina e gli esaminò la spalla con delicatezza.

“Dicono cose pazzesche.” Gregor era così vicino a lei che riusciva a sentirne l'odore di sudore. Per anni era stato quanto di più vicino a un padre avesse mai conosciuto, anche se non era il suo, e ritrovarselo davanti all'improvviso, invecchiato, fuori di sé, totalmente rimesso a lei – che neanche ventiquattr'ore prima aveva ammazzato suo figlio – fece ancora più male. “Dicono che oltre al Re, anche il Principe e la principessa Lunafreya sono morti. Qualcuno dice che gli Angoni hanno tradito.”

“È vero,” rispose, rimanendo sul vago. Il bambino si lamentò quando cercò di ruotargli delicatamente il braccio. La sua spalla era gonfia e violacea, ma sembrava solo una lussazione. Il sangue, vide, veniva da un'escoriazione alla schiena, non da un osso sporgente come aveva inizialmente temuto. “Alcuni dei nostri compagni sono passati dalla parte degli imperiali. La cerimonia di firma del trattato era una trappola.”

Gregor gemette. “Spero che Marius stia bene. Spero che quei porci bastardi traditori non lo abbiano ucciso. Se lo vedi, Silia, gli dirai che sono a Lestallum e che sto bene? Forse pensa che siamo andati a Cador.”

“Cador?” chiese, confusa. Avevano combattuto vicino a Cador per mesi, cinque anni prima, prima che il fronte avanzasse in loro sfavore. La cittadina era stata annessa all'Impero.

“Dove ha conosciuto la madre di Luc,” disse Gregor semplicemente. “Rella. Se n'è andata pochi mesi fa, ma Marius è riuscito a fare arrivare Luc a Insomnia. Lo ha affidato a me."

Una donna e un bambino. Allora avevi davvero perso il senno, Marius. Avevi negoziato con l'Impero per tuo figlio?

“È solo una lussazione,” rispose, sentendosi la voce metallica come quella di un robot. “Posso sistemarla.”

“Sul serio?”

“Va comunque fatta vedere da un medico, ma almeno non rischierà di compromettere nervi e vasi sanguigni mentre aspettate che si disperda la folla in coda.”

Gregor sedette sulla cassa accanto al bambino, accarezzandogli la testa. “Luc, hai sentito? Silia ti sistemerà la spalla. Sai che conosce tuo padre da quando erano più piccoli di te?”

Per Shiva, devo andarmene via da qui al più presto possibile. “Ascolta. Luc, giusto?”

Il bambino annuì, più animato. I capelli ricci, il volto ovale, gli occhi castani erano quelli di Marius. Somigliava molto al bambino che era cresciuto ad Ambrosia con lei.

“Luc, adesso farà male. Ma solo per poco, te lo prometto. Poi potrai muovere il braccio. Devi fidarti di me. Tirati giù. Distenditi come per dormire.”

Luc si lasciò stendere docilmente sulla schiena, la mano a stringere quella del nonno. Silia ripiegò la giacca di Hester e gliela fece passare sotto la testa. “Ecco, così. Sai già contare, Luc?”

“Silia, sei sicura che…?”

“Adesso io dirò: uno, due, e tre. Al tre sarà tutto finito. Sei pronto? Uno…”

Gli afferrò il polso e l'avambraccio e gli ruotò il braccio senza neanche arrivare al due. La testa dell'omero scivolò sotto l'osso della spalla, e il bambino cacciò uno strillo e iniziò a piagnucolare. 

“Lo so, ho detto una bugia.” Suo malgrado, Silia sorrise, massaggiandogli la spalla. Quel movimento aveva fatto molto male anche a lei. La ferita pulsava. “Ma non c'è bisogno di piangere. Prova a muovere il braccio, Luc.”

Lo rimise seduto. Con una smorfia, il bambino mosse il braccio. Cambiò immediatamente espressione.

“Si muove!”

“Gregor, ascolta,” tagliò corto Silia. “Devi trovare una benda e del ghiaccio. Immobilizzagli il braccio, raffredda la spalla, e dagli una pillola di queste ogni quattro ore.” Gli tese uno dei due flaconi di antidolorifici che si era procurata. “Prova a ripresentarti in ospedale dopodomani. I feriti più gravi, purtroppo, saranno morti, o stabilizzati. Forse riusciranno persino a fargli una radiografia. Adesso devo andare.”

“Silia,” la trattenne ancora l'uomo, afferrandole il polso invece del flacone di pillole. Era cereo. “Non so cos'avrei fatto se non ti avessi incontrata. Resta per un po' con noi. Non ci vediamo da quindici anni. Marius non mi ha più parlato di te, e non ho idea di cosa sia successo tra voi, ma sono contento che tu stia bene e di vedere la donna che sei diventata.”

Lei scosse la testa. “Mi dispiace, Gregor, non posso. Ho portato qui delle persone in salvo, ma adesso devo proseguire. Ho delle cose da fare.”

Cosa devi fare ancora, Silia? Insomnia è caduta.”

“È vero, ma Niflheim no. Quindi ho ancora delle cose da fare.”

Gregor strinse la presa sul suo polso, poi, inaspettatamente, sorrise. “Per i Sei, non sai quanto mi ricordi Karl. Lo stesso sguardo. Lo stesso feroce orgoglio. Non si può neanche chiamare coraggio, il vostro, perché il coraggio implica la paura.”

Se avesse avuto veramente tanto coraggio come sosteneva Gregor, gli avrebbe detto tutto. Invece appoggiò una mano sulla sua, continuando a evitare il suo sguardo, e, se possibile, sentì di odiare Marius ancor più di quando lo aveva affrontato in galleria, nonostante con tutta probabilità aveva davanti gli occhi il motivo per cui aveva tradito Insomnia. “Devo andare, Gregor,” disse con un filo di voce, liberando il polso. “State attenti. Non andartene in giro a nominare gli Angoni con leggerezza.”

L'uomo annuì. Silia cercò di congedarsi, ma lui continuava a fissarla. “Allora sta' attenta anche tu, Silia. Grazie per quanto hai fatto per Luc. Non ho mai avuto modo di dirti una cosa, e voglio farlo adesso: non avercela con la memoria di tua madre. Non è mai stata come te e tuo padre. Le ho parlato, poche settimane prima che morisse, avevo cercato di convincerla a venire via dal distretto dei profughi, ma non c'è stato verso. Preferiva fingere di non avere più una figlia piuttosto che vivere in attesa di sapere che era morta. Cerca di capirla e di perdonarla, se puoi.”

In quel momento sua madre non avrebbe potuto essere più lontana dai suoi pensieri. Non ce l'aveva più con lei da molto tempo. Aveva capito da molti anni, lo aveva capito sul fronte, che i legami di sangue da soli non fanno una famiglia, non possono annullare le distanze tra due persone che non si capiscono e che non hanno nulla in comune, e che esistono legami ben più solidi e viscerali, come quello che l'aveva unita ai suoi compagni adesso morti.

Appoggiò la mano destra tra i riccioli del bambino. Se Marius fosse sopravvissuto – se non si fosse messo sulla sua strada – forse suo figlio avrebbe vissuto in un'Insomnia sotto il controllo imperiale, o a Gralea, felice e spensierato, magari senza sapere il prezzo che suo padre aveva pagato per garantirgli una vita sicura. “Sii forte, Luc. In bocca al lupo. Arrivederci, Gregor.”

"Silia, aspetta!" la richiamò ancora una volta Gregor.

Silia, che aveva già iniziato ad allontanarsi, si fermò, ma senza più voltarsi.

“Karl sarebbe stato fiero di te.”

IV

Non seppe mai dove trovò le forze per mettersi a correre né come riuscì ad arrivare di nuovo in hotel, ma si ritrovò nella hall del Leville, afflosciata contro il corrimano delle scale, senza più fiato e con il rimbombo del proprio battito cardiaco nelle orecchie. Stava per dirigersi direttamente alla Volvo per lasciare la città, dopo essersi separata da Gregor, ma poi aveva compreso che non poteva andarsene così, senza avvisare Iris e gli altri che la stavano aspettando. Inoltre, forse erano riusciti ad avere notizie di Gladio.

Si ricompose, si asciugò il sudore dalla fronte, e salì le scale. Quando entrò nella camera in cui si erano sistemati, trovò Jared alla finestra, Iris e Talcott sul letto. I due ragazzini si alzarono immediatamente, raggiungendola.

“L'ho vista rientrare di corsa. È successo qualcosa, Hartwood?” chiese Jared. La squadrò. “Non ha una bella cera. Ha visto un medico?”

“No. Troppa gente. Ci sono molti feriti arrivati da Insomnia ben più gravi di me, e non posso perdere altro tempo, devo proseguire. Se Iris mi fa il favore di rifarmi il bendaggio, posso reggere ancora per un po'. Sono passata solo per assicurarmi che non vi serva altro”. Esitò. “Siete riusciti a parlare con Gladio?”

Iris scosse la testa, sconsolata. “Mi dispiace, Silia, ma i telefoni non vanno ancora. Ti rifaccio il bendaggio, ma dovresti fermarti almeno per la notte. La spalla è tornata a sanguinare e Jared ha ragione, non hai per nulla un bell'aspetto.”

Silia sedette sul letto, amareggiata, e si sfilò la maglietta nera che si era procurata al mercato e che aveva già sporcato di sangue. Iris le scivolò dietro le spalle, sciogliendole il bendaggio. I tamponi erano zuppi. “Silia, sei sicura che...”

“Sono sicura,” la interruppe. Ne approfittò per mettersi in bocca altre due pillole. “Voi siete certi che starete bene?” chiese, guardando Hester.

Il vecchio le si avvicinò zoppicando. Non sorrise. “Signorina Hartwood, noi ce la caveremo, ma ricordi quanto le ho detto stanotte: cerchi di non strafare. Cosa intende fare adesso?”

“Devo raggiungere il mio compagno Nyx Ulric e la Principessa Lunafreya al Molo di Galdin.” E andarmene da Lestallum prima di incrociare di nuovo Gregor Gaunt e il figlio di Marius. “Ho saputo che gli Imperiali hanno bloccato il porto, quindi in realtà non so se siano riusciti a partire per Altissia. Forse nemmeno il Principe è riuscito a partire in tempo.”

“Ormai Gladio e gli altri avranno saputo di quello che è successo a Insomnia,” rifletté ad alta voce Iris. “Spero stiano bene. Ma i notiziari stanno dando notizie false. Dicono che sia il Principe che la Principessa sono morti. Come può essere?”

“Te l’ho detto prima, Iris: propaganda,” rispose Hester. “La gente se ne starà più tranquilla se crede che non ci sia più speranza. E, mi duole dirlo, forse in questo momento faremmo meglio a lasciare che continuino a crederli morti. Saranno più al sicuro così.”

Silia si rimise addosso il corpetto e la maglietta. “Staranno bene,” disse. Non aveva mai combattuto contro una bestia come Gladio, e se gli altri due avevano la metà della sua forza, il Principe era in una botte di ferro. Chissà dove diavolo erano in quel momento. Chissà dove diavolo era Nyx con la Principessa. Se il suo compagno era rimasto bloccato al porto e aveva deciso di metterla al sicuro altrove, da lì al giorno dopo avrebbero potuto essere ovunque. “Dannazione, non ho mai sentito tanto la mancanza dei cellulari.”

Iris ammiccò. “Se non riesci a metterti in contatto con il Capitano Drautos e con gli altri Angoni, Silia, potresti andare da Cor Leonis.” Cercò lo sguardo di Hester in cerca di approvazione. “Papà ha detto che il contingente del Generale ieri era stato destinato al pattugliamento fuori da Insomnia. Sono certa che sta organizzando qualcosa e che di certo sa dove si trovano la Principessa e il Principe.”

“L’Immortale, eh? Il problema non cambia, Iris, non so dove cercarlo.”

“Sono certo che Cid Sophiar lo sa.”

Silia ammiccò, alzando lo sguardo verso Hester. “Cid Sophiar? Quel Cid Sophiar? Sono secoli che non sento più parlare di lui. È ancora vivo?”

“È vivo e vegeto, signorina Hartwood,” le confermò lui. “Ha un’officina ad Hammerhead. Non è esattamente sulla strada per il Molo di Galdin, ma, anche se dovesse fare un buco nell’acqua, si sarà almeno avvicinata, sempre che non abbiano messo dei posti di blocco tra qui e Leide. Sa come arrivarci?”

Silia prese un profondo respiro. Non aveva molta scelta: o Hammerhead, o il Molo di Galdin. “Andrò da Cid Sophiar. Troverò la strada per Hammerhead con il navigatore della Volvo.” Si alzò dal letto. Era il momento di muoversi. “Iris, mi raccomando, tieni ancora nascosto il tuo cognome. Anche Lestallum non è sicura.”

“Roger,” promise lei, e sorrise. Ancora una volta, Silia fu impressionata dalla sua somiglianza con Gladio. Gli occhi enormi, ambrati, erano identici. “Sei sicura di non voler aspettare domani per andare?”

“Sicura.” Si alzò per uscire, poi, prima di pentirsene, si sfilò la piastrina di riconoscimento dallo stivale. “Ascolta. Ti andrebbe… di darla a Gladio, quando lo vedrai?”

“Certo!” esclamò Iris, prendendola. La indossò, lentamente, come se si fosse trattato di un tesoro e non di un pezzo di latta. “La metto per non rischiare di perderla. Se non ti dispiace, ovviamente.”

Silia aprì la bocca per dirle che non era esattamente un talismano portafortuna, ma si bloccò: dopotutto, dopo nove anni sul fronte e la caduta di Insomnia, era ancora in suo possesso e non consegnata al quartier generale per il riconoscimento del suo cadavere. Forse, in fin dei conti, un po’ di fortuna gliel’aveva portata. “No, certo che no, ma sta’ attenta a non mostrarla troppo in giro. Gli Angoni non sono molto amati, di questi tempi.” Sorrise, nascondendogliela sotto la scollatura della felpa smanicata. Iris era già più alta di lei di un paio di centimetri, ma se il sangue non mentiva sarebbe diventata una donna alta e slanciata. “Sei una brava ragazza, Iris. E molto carina: non somigli affatto a Gladio,” mentì.

La ragazza gonfiò le guance, compiaciuta. “Non è vero,” rispose, “dicono tutti che siamo due gocce d’acqua. Vuoi che gli dica qualcosa da parte tua, Silia?”

“No, non occorre. Prima o poi riuscirò a mettermi in contatto con lui. Buona fortuna, Iris. Anche a lei, signor Hester. Talcott, bada a tuo nonno e a Iris,” concluse, abbassandosi e tendendo il pugno chiuso verso il bambino.

Talcott sorrise e vi appoggiò il suo. “Promesso, Silia.”

“Talcott!” lo rimproverò suo nonno, in imbarazzo, “È questo il modo di parlare a un ufficiale dell’esercito?”

“Non sono mai stata un ufficiale,” lo contraddisse Silia, raddrizzandosi, “'Silia' va benissimo. Spero che ci rivedremo presto. State attenti, o Gladio mi ucciderà.”
 

Chapter Text

18

Qui vincit non est victor nisi victus fatetur

I

La scorta di Re Noctis Lucis Caelum fece ritorno ad Hammerhead con uno spirito ben diverso da quello che li aveva animati quando, sudati ma galvanizzati, erano arrivati lì per la prima volta spingendo la Regalia in panne. Ignis guidò in fretta, perché tutti volevano arrivare ad Hammerhead per avere notizie da Cor Leonis prima che facesse buio e fossero costretti ad accamparsi. Arrivarono al tramonto, parcheggiarono davanti al distributore di benzina e si precipitarono fuori dall’auto.

Cindy era al lavoro su un’automobile. Fece loro un cenno di saluto con la mano e riabbassò subito lo sguardo, con cordoglio. “Mi dispiace,” si dolse, mordendosi il labbro inferiore. “Non so cos’altro dire. È una follia. Qualsiasi cosa io possa fare per voi, fatemelo sapere.”

Noctis tagliò immediatamente corto. “Cindy, dov’è il Generale?”

“È già andato via. Due ore fa è arrivato un hunter. Non so cosa si siano detti, ma ha preso la moto ed è ripartito.”

“Dannazione!” sibilò Gladio tra i denti.

Ignis non si scompose. “Cindy,” chiese, “Dov’è tuo nonno? Possiamo parlare con lui? Perdonaci, ma abbiamo poche e frammentarie notizie e vorremmo saperne di più su quanto è successo.”

“Certo,” rispose lei. “È nell’hangar. Credo vi stia aspettando.”

Era così: Cid Sophiar sedeva in penombra in fondo alla sua officina. Aveva in mano una chiave inglese, ma non stava lavorando. “Venite, ragazzi,” li invitò, stanco. “Immagino avrete molte domande. Cor ha sempre il diavolo in corpo. Ho cercato di convincerlo ad aspettarvi, ma sapete com’è fatto.”

“Cid.” Noctis fu il primo a farsi avanti. “Cos’è successo?”

Cid fece una smorfia. “Quello che sapete già: Insomnia è caduta.”

“Notizie dai superstiti?” chiese Ignis.

Cid continuava a passarsi la chiave inglese da una mano all'altra, come se non gli riuscisse di restare fermo. “Buona parte dei civili è illesa e sta evacuando a Lestallum e nell'Arcipelago di Galahd. Ma il Re e il Concilio…”

Gladio non batté ciglio, perché Cid non gli stava dicendo nulla che non avesse già immaginato e a cui non fosse preparato. Le braccia incrociate, continuava a fissare il pavimento sporco del garage. “Lo supponevo. Mio padre non avrebbe mai abbandonato il Re. Cosa ne è stato della Guardia Reale?”

“Di quelli che erano a Insomnia, per quel che ne sappiamo, solo Acker e la Elshett sono riusciti a lasciare la città. Si sono messi subito in contatto con Cor Leonis. Nessuna notizia dagli altri. Erano in prima linea. Non credo sia rimasto qualcun altro.”

La guardia reale. Alastor, Gwenda, Rainer, Michel, Lowell, Richard... i rampolli delle nobili famiglie del regno. Lo avevano accolto quando, a diciotto anni, era stato ammesso tra loro, ma lo avevano aiutato ad addestrarsi da quando ne aveva tredici. Aveva mangiato, bevuto e scherzato con loro. E adesso rimaneva solo lo sparuto contingente di Cor Leonis, insieme a Dustin, Monica, e a loro tre. Non riusciva ancora a credere che fossero morti.

“E la Guardia Cittadina?” chiese Prompto.

Cid scosse la testa. “Probabilmente qualcuno è evacuato con i sopravvissuti, ma cosa potevano fare contro l'esercito imperiale? Hanno attaccato in forze. Hanno scatenato dei daemon mai visti.”

Gladio prese un profondo respiro prima di porre la domanda di cui sapeva già la risposta. Non nutriva molte speranze sul destino degli Angoni: per quanto eccezionali in battaglia, non potevano aver ingaggiato uno scontro con le truppe soverchianti messe in campo da Niflheim ed esserne usciti vivi.

“Gli angoni?” chiese Noctis, anticipandolo. “Possibile che non siano riusciti a fare nulla per salvare il Re? La Cittadella era affidata a loro, durante la firma del trattato.”

Cid serrò la chiave inglese. Le sue sopracciglia cespugliose si contrassero in un'espressione furente. “Cor Leonis non vi ha detto niente, dunque?”

“Cosa avrebbe dovuto dirci il Generale?” chiese Ignis.

“Gli Angoni hanno tradito. Quel fottuto bastardo di Titus Drautos e i suoi cani ammaestrati si sono venduti agli imperiali.”

Per un istante, Gladio si sentì mancare la terra da sotto i piedi. Cid Sophiar non poteva aver detto quel che gli sembrava di aver sentito.

“Non è possibile,” scandì Noctis, calmo.

“Oh, invece sì, ragazzo,” ribatté Cid Sophiar con voce compassionevole e insieme ironica. “Ma comprendo il vostro disorientamento. Nessuno ne aveva avuto alcuna avvisaglia. Come avrebbero potuto? Drautos ha perso molti uomini contro Niflheim negli ultimi anni. Troppi, forse, ora che ci penso. Qualche vittoria strategica, molte perdite. Ma non so molto altro. Cor si è fermato poco. Probabilmente, la prossima volta che lo incontrerete, saprà dirvi di più.”

“Maledetti bastardi,” sussurrò Noctis.

Gladio cercò di riordinare le idee in fretta. S'inumidì le labbra, alzò lo sguardo su Noctis, e solo allora si accorse che Ignis lo stava fissando. Scosse la testa, aprì la bocca per esternare il suo sdegno, ma non ne uscì alcun suono. Silia non poteva essere sopravvissuta.

“Fin dall'inizio Niflheim mirava all'Anello e al Cristallo.” Il vecchio si riaggiustò il cappellino sulla testa. “L'offerta di pace non era che un pretesto. Una trappola.”

“E mio padre si è fatto ingannare come uno stupido.”

Gladio si sentiva anestetizzato dalla lunga sequela di eventi e notizie, ma non tanto da non ricevere quelle parole come uno schiaffo in faccia.

“Non essere ingenuo,” lo riprese Cid prima che potessero farlo loro, ma senza rabbia. “Reggie non era certo nato ieri come te. Lucis aveva già perso la mano, e tuo padre ha giocato al meglio con le carte che gli restavano.” Gli angoli della sua bocca, incorniciati da rughe profonde, si piegarono per un attimo in un sorriso, come se Re Regis avesse giocato un'ultima beffa ai suoi nemici. “Lo sapeva, e non se ne sarebbe andato senza combattere. Ma alla fine... be', non è stato abbastanza.” Cid tornò a reclinare il busto sulle ginocchia. Chiuse gli occhi, poi si raddrizzò. Appoggiò la chiave inglese sul bancone. “Non so dirvi di più. Dovreste parlare con Cor. Vi aspetta alle Tombe Reali, a nordest da qui.”

“Cid...” tentò di chiedere Prompto, ma il vecchio non lo ascoltò.

“Non riesco nemmeno a ricordare quand'è stata l'ultima volta che ho visto Reggie,” soggiunse con voce pensosa. “Sembra una vita fa.” Curvo con una mano sui reni, come se gli dolessero, Cid Sophiar passò tra loro per uscire dal garage. Sembrava invecchiato di dieci anni in pochi giorni.

Amareggiato, Gladio rimandò il momento in cui si sarebbe concesso di piangere suo padre e Silia a quando si sarebbero ritirati per la notte. Quando rialzò la testa, vide che Noctis stava fissando il bancone su cui Cid aveva appoggiato la chiave inglese. Accanto all'attrezzo, c'era una fotografia scattata lì ad Hammerhead che ritraeva Cid, Cor Leonis, Weskham Armagugh, il re, e suo padre.

II

Il sole stava ormai per tramontare, per cui, invece di dirigersi direttamente alle Tombe, ritennero più prudente fermarsi per la notte. Nessuno di loro mangiò molto, nonostante Ignis si fosse incaponito nel cucinare comunque.

Avrebbe voluto offrire una parola di incoraggiamento a Noctis, ma fu il primo a ritirarsi all'interno della roulotte, senza un saluto o un 'buonanotte', suggerendo chiaramente che non aveva voglia di parlare ancora di ciò che era successo; Prompto lo seguì pochi minuti dopo. Talvolta Gladio aveva l'impressione che esistesse un'invisibile linea divisoria che separava lui e Ignis da Noctis e Prompto, come se tra loro ci fosse un divario generazionale e non due o tre anni di differenza. Forse Prompto sarebbe riuscito a dargli più conforto di lui.

Solo allora Gladio, seduto davanti alla roulotte, si concesse un sospiro avvilito. Aveva subito amato le notti silenziose e quasi desertiche fuori da Insomnia, ma in quel momento provava un senso di profonda desolazione. Avrebbe bevuto volentieri qualcosa di forte, ma da quando avevano lasciato Insomnia, con daemon ovunque e, adesso, imperiali in agguato che davano loro la caccia, non poteva permettersi di non essere lucido. Si passò una mano tra i capelli guardando il fuoco. Cor Leonis avrebbe suggerito loro cosa fare, avrebbe dato loro notizie e direttive, ma la responsabilità di portare avanti il gruppo e di tenere Noct al sicuro era sua. Abbassò la testa e si massaggiò gli occhi: il dolore per la morte di suo padre e di Silia gli abbrancò il petto e dovette prendere un profondo respiro per non lasciarsi sopraffare.

“Va tutto bene, Gladio?”

“E come potrebbe andar bene?” chiese, senza riaprire gli occhi, ma si pentì subito del tono acido con cui aveva risposto alla domanda di Ignis. Aveva perso lo zio, così come Noctis aveva perso suo padre e Prompto non sapeva nulla dei suoi genitori adottivi, e tutti loro avevano perso le loro case, la loro città, e di certo amici e affetti di cui ancora non conoscevano – e non avevano modo né tempo di conoscere – le sorti. “Scusami, amico. Credo sia stata la giornata peggiore della vita di tutti e quattro.”

“Già,” rispose Ignis, senza prendersela, sedendosi accanto a lui. “Non riesco ancora a crederci. Mi sembra tutto un orrendo sogno.”

“Anche a me,” sospirò. “Ma almeno Iris sta bene. Mi ha mandato un messaggio poco fa. Una piccola buona notizia in questo mare di merda.”

“Mi dispiace per tuo padre.”

“E a me per tuo zio. Ma è morta così tanta gente che…”

Ignis si sfilò una pezzuola dalla tasca, si tolse gli occhiali, e iniziò a strofinarli in movimenti ondulatori, ossessivi, senza guardarlo in faccia. “Quel che Cid ha detto sugli Angoni...”

“Non Silia,” lo interruppe, indignato. “Non la conosci, cazzo. Lei non avrebbe mai...”

“Lo so. La conosci tu, e tanto mi basta,” lo interruppe Ignis a sua volta. “Intendevo chiederti se hai notizie.”

Gladio scosse la testa. “Il suo telefono è staccato.”

“Non vuol dire nulla.”

“Mi piacerebbe pensarlo, ma hai sentito Cid. Se non era in prima linea, dubito che abbia lasciato fare i loro comodi ai suoi compagni traditori.”

Ignis parve riflettere per un po'. “Gladio, non puoi esserne certo. Non sappiamo nulla di quello che è successo. Magari è a Lestallum. O a Galahd. Chiederemo al Generale. Chiederemo in giro.”

Gladio sentì che le labbra gli si deformavano in un ghigno. “Chiederemo in giro cosa? Se qualcuno ha visto uno degli angoni, i traditori del regno? A Cor Leonis?”

“Gladio.” Ignis pronunciò il suo nome con voce morbida. “Lascia passare un po’ di tempo prima di darla per spacciata.”

“Lo sai che mi piace guardare in faccia la realtà.” Si massaggiò la nuca indolenzita. “L'unica cosa che mi consola è che ho lasciato Insomnia con la sensazione di aver fatto una grossa cazzata, e invece, guarda un po', si è rivelata una delle scelte più azzeccate della mia vita. Almeno non ho rimpianti.”

Ignis non ebbe bisogno di chiedergli a cosa si stesse riferendo. Di certo aveva già capito quand'era arrivato in ritardo a casa di Noctis, trafelato e stravolto, alla vigilia della loro partenza.

Forzò un sorriso, appoggiando una mano sulla spalla dell'amico mentre si alzava. “Non parliamone più. Non era una ragazzina, non era una civile inerme. Era un Angone del Re. Sono sicuro che ha spaccato un bel po' di culi prima di andarsene.”

III

Al mattino Cid Sophiar li congedò con una certa ruvida gentilezza dando loro qualche indicazione su come raggiungere il Mausoleo del Salvifico. Nessuno di loro aveva idea del perché Cor Leonis li attendesse lì. Salirono in macchina, silenziosi.

Il Mausoleo si trovava a nordest di Hammerhead, poco oltre un accampamento hunter conosciuto come Bivacco dei Cacciatori, e lo raggiunsero in meno di mezz'ora, anche se a un certo punto dovettero lasciare la Regalia e proseguire a piedi perché la strada non arrivava fin lì. Era una delle basi dell'Associazione Venatoria Meldacio, un luogo di sosta dove i cacciatori si fermavano per riposare, scambiarsi informazioni e acquistare o vendere merci. L’avamposto era minuscolo: una torretta di guardia, una cisterna, qualche baracca in legno, resti di antiche costruzioni dai muri scrostati, scheletri di auto abbandonate da chissà quanto. Solo tavolini e sedie e cataste di legna tagliata di fresco rivelavano una recente presenza umana.

Quando arrivarono, al campo erano presenti una mezza dozzina di hunter. Nessuno li riconobbe come il principe ereditario e la sua scorta, o forse non se ne interessarono troppo – da quando Re Mors aveva ritirato la Barriera, gli hunter non riconoscevano più alcuna autorità. Trovarono Monica Elshett in una delle baracche; era il primo volto di Insomnia che incontravano dopo l'attacco, un'amica di famiglia ancor prima che compagna della Guardia, per di più, e al salutarla gli si spezzò quasi la voce. Monica confermò mestamente che, per quel che ne sapeva, della Guardia solo lei e Dustin erano riusciti a evacuare da Insomnia, ma bloccò con decisione il fuoco di fila di domande indirizzandoli dal Generale, che li aveva preceduti al Mausoleo.

Gladio aveva visto le Tombe degli Antichi solo in foto, o in vecchie incisioni o illustrazioni, e la solennità di quella semplice costruzione – un'estesa piattaforma in pietra grigia sormontata da una cupola frastagliata – gli mise addosso una forte sensazione di disagio. Voltandosi a guardare le espressioni degli altri, si accorse che non era il solo.

“Il Mausoleo del Salvifico,” sussurrò Ignis. “Il primo Re a erigere la Barriera.”

“Chissà perché il Generale ci ha fatto venire fin qui?” Anche Prompto, cosa insolita per lui, parlava a bassa voce. Non provò nemmeno a tirar fuori la macchina fotografica per immortalare quel luogo sacro.

Avvicinandosi all’ingresso, Gladio gettò indietro la testa per guardare la statua ammantata dalle fattezze femminili che sovrastava il portale. Quasi senza accorgersene, si fece da parte per lasciare che fosse Noctis a entrare per primo, ma restò in allerta: anche se Cor Leonis si trovava all'interno, non aveva idea di cos'altro li stesse aspettando.

L’aria cambiò immediatamente non appena iniziarono a scendere i gradini che conducevano al cuore della cripta. La temperatura era sensibilmente più bassa, lì dentro, e l’atmosfera prevedibilmente chiusa, umida. Gladio si chiese per quanto tempo quella tomba fosse rimasta sigillata prima che vi mettesse piede Cor Leonis.

Non dovettero scendere a lungo; l'interno della tomba era più piccolo di quanto non si fosse immaginato. L’Immortale dava loro le spalle, rivolto verso il sarcofago del Salvifico. “Finalmente, Altezza,” li accolse. Cor Leonis non era detto l'Immortale solo perché era sopravvissuto alla Prova di Gilgamesh e a un numero incalcolabile di pericoli: aveva quarantacinque anni, ma era come se il suo corpo si rifiutasse semplicemente d'invecchiare.

La presenza del Generale parve rianimare Noctis. “Si può sapere perché siamo qui?” chiese, aspro.

“Per il potere dei Re, che trasmigra dagli antichi sovrani fino a te in un connubio d'anime,” enunciò solennemente Cor Leonis, tendendo entrambe le mani sulla figura umana scolpita sul sarcofago, come se riuscisse a percepire chissà quale potere. “Qui giace l'anima di un tuo antenato. Reclamarne il potere è tuo diritto e potere in quanto re.”

“Re di cosa?” osservò sarcasticamente Noctis.

“Non è il momento di mettere in dubbio la tua missione.”

L’amico emise un verso incredulo. Cor Leonis, ignorando la sua reazione irrispettosa, continuò: “Un re deve difendere il suo popolo.”

“Ma c'è chi ha scelto di salvare solo il suo erede. Era questa la missione di mio padre? Sacrificare milioni di vite per risparmiare quella del proprio figlio?”

Questa volta Cor Leonis ribatté, alzando leggermente la voce. “E per quanto tempo hai intenzione di continuare a farti proteggere? Il Re ti ha affidato un compito ben preciso.”

“Un compito preciso? E non poteva dirmelo? Quando mi ha trattenuto il giorno in cui ci avete informato del trattato e del matrimonio? Sulle scale, il giorno della partenza? Ma no, lui mi saluta sorridendo. Perché..." La voce di Noctis si spezzò, e si appoggiò alla bara, quasi fosse quella di suo padre. Gladio abbassò la testa per non vederlo piangere. “...perché mi ha mentito?"

Il tono del Generale fu più umano. “Quel giorno non voleva che tu lo ricordassi nel ruolo di sovrano. Quando è stato il momento di separarvi, ha voluto comportarsi da padre. Ha sempre creduto in te. Sapeva che al momento opportuno saresti stato all'altezza.”

“...non mi ha lasciato scelta,” sussurrò Noctis, ricomponendosi. Sollevò la mano destra sul sarcofago, e Gladio percepì d’improvviso il risvegliarsi di un potere antico. Non riuscì a muovere un muscolo, mentre una spada folgorante si sollevava dalla statua, accecandolo e illuminando a giorno il mausoleo, per poi ricadere su Noctis, eterea, quasi spettrale, fluttuandogli intorno come una barriera magica. Noctis l'afferrò, e la spada scomparve, scomponendosi in cristalli di luce bianca.

“Il potere del Re è con voi, Maestà.”

IV

“Per cui,” riepilogò Prompto. “Ci sono tredici Armi Ancestrali, appartenute agli Antichi Re di Lucis.”

“Corretto,” confermò Cor Leonis. Stavano proseguendo a piedi, seguendo il Generale, verso la Trincea di Keycatrich, dove avrebbero trovato la seconda arma. “Al momento, esclusi il Mausoleo del Salvifico e la Tomba del Trionfatore in cui vi sto accompagnando, non conosciamo la posizione delle altre. Ho chiesto una mano all'Associazione Venatoria Meldacio, che mi ha anche messo a disposizione uno dei loro campi per fare base. Gli hunter odiano l’Impero quanto noi, ed Ezma Auburnbrie ha offerto una ricompensa a chi riporterà informazioni utili.”

“Auburnbrie?” chiese Noctis.

“È a capo dell'Associazione Venatoria.” Cor Leonis fece una smorfia che poteva essere un sorriso in direzione di Noctis. “Credo proprio che la incontrerete, prima o poi.”

Prompto si affiancò al Generale. In sua presenza era sempre stato visibilmente a disagio, come se non si sentisse all’altezza di tale onore. “Abbiamo conosciuto un Auburnbrie poco dopo essere partiti, quando si è guastata la macchina. Si chiama Dave. Si era rotto una gamba da qualche parte vicino Hammerhead e lo abbiamo soccorso.”

“David Auburnbrie,” annuì. “Non proprio una cima, se devo essere sincero. Alcuni pensano che non succederà mai a sua madre.”

“Cor.” Gladio troncò i preliminari. “Mentre andiamo alla trincea di Keycatrich, ci aggiorni finalmente su quello che è successo?”

Il Generale trattenne un breve sospiro. “D'accordo. Ma non fermiamoci. Abbiamo molte cose da fare, oggi, e vorrei tornare alla base prima di sera.”

“Avanti, allora.” Noctis sembrava più tranquillo, dopo essersi sfogato nel Mausoleo.

“Devo premettervi,” parve volersi giustificare Cor, “che ci sono ancora molti punti oscuri in questa storia. Alcuni potrebbero essere illuminati solo da gente ormai morta. Non ero in città al momento della firma, come sapete, per cui tutte le informazioni arrivano da Dustin e Monica, e...” Cor si rivolse a Noctis. “Prima non era il momento giusto per dirtelo. Ho ricevuto un messaggio da Gentiana, da parte della Principessa Lunafreya.”

“Da Luna?” Noctis si fermò di scatto. “Sta bene?”

“Tranquillo. La Sciamana è al sicuro a Lestallum, per il momento, e sta continuando ad aiutare la gente colpita dalla Piaga delle Stelle, come ha sempre fatto, e non solo,” lo rassicurò Cor. “L'Alta Messaggera mi ha raggiunto al campo hunter per informarmi su quanto è avvenuto a Insomnia. Alcuni giorni prima della cerimonia, la Principessa ha cercato di fuggire da Tenebrae per raggiungervi ad Altissia, ma è stata intercettata da suo fratello Ravus e scortata a Insomnia. So che il Re aveva chiesto a Titus Drautos di scegliere uno degli Angoni per accompagnarla ad Accordo, ma pare non sia mai giunto a Tenebrae.”

Gladio non sapeva nulla di tutto ciò, e si chiese se Silia ne fosse a conoscenza. Ancora una volta, allontanò il pensiero della sua morte. L'avrebbe usato per alimentare ancor più il suo odio verso l'Impero.

“L'Alta Messaggera mi ha riferito che la Principessa è stata rapita dal Generale Glauca alla vigilia della firma, e che è stata tenuta prigioniera su una delle avionavi imperiali che stazionavano in posizione a sud di Insomnia, fuori dalle mura. Adesso sappiamo che si trattava di quel traditore di Titus Drautos. Era un diversivo per allontanare i lealisti dalla difesa della Cittadella e del Re. Sull’avionave, gli angoni hanno combattuto tra di loro.”

Oh, per i Sei. Gladio si strofinò gli occhi.

“Nel frattempo, qualcuno ha piazzato degli ordigni nel Santuario. Ribelli luciani contrari al trattato, probabilmente con la complicità di altri angoni, ormai chi può dirlo? La Barriera è crollata e, mentre un'avionave portava via il Cristallo, gli Imperiali hanno attaccato in massa la città.”

“Come ha fatto Luna a salvarsi?”

“Un angone sopravvissuto di nome Nyx Ulric è riuscito ad atterrare indenne alla Cittadella insieme alla Principessa. Pare che siano riusciti a parlare con il Re, che li ha fatti fuggire attraverso un tunnel segreto chiedendo a Ulric di scortarla ad Altissia. Ma qualcosa è andato storto: mentre cercavano di lasciare la città, il Capitano Titus Drautos ha dato a Ulric l’ordine di rientro. L'angone non sospettava di nulla, e ha obbedito. Quel che sto per dirvi adesso è la parte più improbabile dell'intera storia. L’Alta Messaggera non è stata di molte parole, per cui non mi sarà possibile entrare nel dettaglio. Nyx Ulric si è scontrato con Titus Drautos indossando l’Anello di Lucis.”

“L’Anello?” scandì Noctis, incredulo. “Come ha potuto usare l’Anello? E dov'è adesso?”

“In possesso della Principessa Lunafreya. L’Anello appartiene alla Famiglia Reale, ma gli Antichi Re possono accordare il loro potere a chiunque ne reputino degno.”

“E hanno reputato degno un angone?” Noctis fece una smorfia. “Dopo quello che hanno fatto?”

“Hai sentito cos’ha detto il Generale,” non poté fare a meno d’intervenire Gladio, duro. “Non tutti gli angoni hanno tradito. Sono stati ingannati dal loro Capitano. Aggrediti dai loro stessi compagni.”

“Nyx Ulric ha riattivato la Vecchia Barriera,” continuò Cor Leonis. “E combattuto contro il Generale Glauca. È riuscito a sconfiggerlo, ma l’Anello ha richiesto un prezzo di sangue, e Ulric lo ha pagato. E così è finita l’élite militare del Regno di Lucis.”

Gladio si guardò le mani. Scoprì di star serrando i pugni così forte che, quando li riaprì, aveva dei solchi sanguinolenti sui palmi. Lanciò un'occhiata espressiva a Ignis, che il giorno prima lo aveva incoraggiato a chiedere notizie di Silia a Cor Leonis, e scosse la testa stringendo le labbra. E così finisce l'élite militare del Regno di Lucis, si ripeté.

“Come ha fatto Luna ad arrivare a Lestallum?”

"L'Alta Messaggera l’ha raggiunta poco fuori città e scortata al sicuro. Non preoccuparti per lei. Ha dimostrato di saper badare molto bene a se stessa."

“Finalmente una buona notizia!” Prompto si massaggiò la nuca. “Sbrighiamoci a proseguire verso Lestallum, allora!”

Una staccionata metallica dall'aspetto abbastanza recente era stata posta a delimitare l'area della Trincea di Keycatrich. Un cartello rosso e nero di pericolo, probabilmente piazzato lì dall'Associazione Venatoria, avvertiva gli incauti visitatori della presenza di Varmint aggressivi e di daemon pericolosi. Gladio si augurò di non trovarsi ancora lì al tramonto, anche se potevano contare sull'Immortale. Lo superarono.

Sui fianchi della valle era ancora possibile riconoscere le mura di qualche casa, ma per il resto non c'era più nulla che lasciasse presagire che lì sorgeva un centro abitato. In compenso, l'area era ancora disseminata di veicoli militari e carcasse arrugginite di magitek.

“Un tempo Keycatrich era una città prospera.” Gladio non aveva mai sentito Cor Leonis parlare così tanto. “La nipote di Cid Sophiar, Cindy Aurum, è nata qui. Quando Re Mors ritirò la Barriera, la città fu invasa dagli imperiali e poi dai magitek. La gente si rifugiò prima nella trincea, poi a Prairie, infine si disperse. Proprio qui io, Regis, Clarus, Cid e Weskham Armaugh combattemmo ferocemente contro l'Impero. Avevano schierato da poco la nuova fanteria magitek, e avemmo la peggio. L'Impero entrò in questi territori come se gli appartenessero di diritto.”

Camminando, Gladio vide l'enorme statua del Re Fondatore, l'unica struttura ancora in piedi. Fu sul punto di indicarla a Noctis, ma furono interrotti da dei magitek affatto carcasse e affatto arrugginiti.

“E quelli?” chiese ad alta voce, facendo comparire lo spadone. “Souvenir della vostra guerra?”

“No,” lo contraddisse Cor, sfoderando la katana. “Quelli sono guastatori. Nuovi modelli.”

“Dovremo farci strada con la forza.”

“La cosa ti preoccupa, Gladio?”

Sorrise, lieto di avere qualcosa che distogliesse la sua mente dai pensieri deprimenti . “Affatto.”

Impiegarono poco tempo a liberarsi dei magitek, qualcosina in più per tirare giù l'MTK-G, ma grazie a Cor Leonis, che probabilmente continuava a essere il miglior combattente di Lucis, gli scontri non furono un problema.

Si fermarono infine davanti a quello che aveva tutta l'aria di essere l'ingresso di una miniera – la trincea da cui Keycatrich aveva preso il nome. Cor fece un gesto d'incoraggiamento verso l'apertura e poi tese la mano verso Noctis. “Qui ci separiamo. Questa volta non verrò con voi. Prendi questa chiave. Apre la porta degli altri mausolei. Cercali e rivela il potere che custodiscono. Ne avrai bisogno.”

“Tu cosa farai?”

“Terrò d'occhio Niflheim. Cercherò di scoprire cosa stanno tramando. Ma non preoccuparti. Pensa a concentrarti sul tuo compito.”

“Lo farò. Abbi cura di te.”

Il Generale annuì, poi spostò lo sguardo su Gladio e gli altri. “Mi raccomando. Stavolta non sarà così facile come con la Daga del Salvifico.”

Gladio guardò l'oscurità alle sue spalle. Chissà perché, lo immaginava.

V

Silia parcheggiò l’automobile davanti al garage. Era sporca di sangue, sudore e polvere, e il braccio iniziava a preoccuparla seriamente, soprattutto dopo gli scontri al blocco imperiale. Ringraziò di essersi almeno fermata a riposare per la notte su una piazzola di sosta poco fuori Lestallum, o non sarebbe mai arrivata fin lì.

Non era mai stata ad Hammerhead: l’autorimessa, il benzinaio, un diner, due commercianti e un motel a quanto pare costituivano l'intero avamposto. Fu accolta con diffidenza da una bella ragazza bionda in abiti succinti sporchi di grasso. Interruppe il suo armeggiare all’interno di un motore per guardare la macchina semidistrutta e lei, in quest’ordine, con la fronte corrugata dalla perplessità e dal sospetto.

"Ciao," le disse Silia amichevolmente, scendendo dall'auto. Tra la debolezza e tutte le ore che aveva passato a guidare, le gambe la ressero a malapena. "Sto cercando Cid Sophiar. Puoi aiutarmi?"

La ragazza la squadrò. Silia si mise nei suoi panni: era insanguinata e pesta, armata, con un equipaggiamento militare senza insegne riconoscibili messo insieme alla meno peggio. "Viene da Insomnia?"

"Da Lestallum, ma in prima istanza, sì, da Insomnia. Non sto con gli Imperiali," si affrettò ad aggiungere.

La ragazza non parve fidarsi troppo della sua parola. "Sono la nipote di Cid Sophiar," disse. "Non vogliamo guai.”

“E io non intendo causarvene. Posso parlargli?"

"Dipende." Un uomo anziano – il vecchio Cid, immaginò – uscì dall'autorimessa, strofinandosi le mani sporche di grasso in uno strofinaccio lercio. “Arrivi armata e insanguinata da Insomnia a due giorni dalla caduta della città. Potresti essere un disertore, uno sciacallo, o, peggio, un imperiale in cerca di informazioni. Cosa sei?”

Silia aveva già deciso lungo la strada di essere franca con Cid Sophiar, che prima di sparire nel nulla era stato compagno di Re Regis. Si sganciò la cintura con le spade, gesto difficoltoso con una mano sola, e la fece cadere a terra. Alzò la mano destra in un gesto conciliante. "Sono un Angone del Re. Ma, avete la mia parola, non ho preso parte al tradimento di alcuni dei miei compagni.”

“Allora hai disertato,” ne dedusse Cid, impietoso. “Spiegami perché dovrei parlare con te.”

“Non ho disertato. Mi chiamo Silia Hartwood. La sera della caduta di Insomnia, il mio compagno Nyx Ulric, che stava viaggiando con la principessa Lunafreya in direzione di Altissia, e che aveva l'autorizzazione del Re a prendere il comando in assenza di direttive del Capitano Drautos, mi ha detto di raggiungerlo al Molo di Galdin, da dove sarebbe salpato. Ho fatto una lunga deviazione per portare Iris Amicitia, la figlia del generale Clarus, al sicuro a Lestallum. Lì ho saputo che tutti i collegamenti per Altissia sono in tilt, ma dalla sera dell’attacco non ho notizie del Capitano Drautos, né di Nyx Ulric, né di nessun altro degli angoni, per cui sto cercando di trovare il Generale Cor Leonis per ricevere istruzioni. Jared Hester, il maggiordomo degli Amicitia, mi ha detto che lei forse può aiutarmi. Ecco perché sono venuta ad Hammerhead.”

"Cos'è successo alla tua spalla?”

“Mi sono scontrata con un angone traditore il giorno della caduta di Insomnia.”

“E alla macchina?”

“Ho sfondato un posto di blocco degli imperiali stamattina per arrivare fin qui da Cleigne.”

Cid Sophiar ammiccò. Per un lungo momento la esaminò, come per sondare le sue vere intenzioni. “Hai la faccia di una disperata,” concluse infine. “Non di una bugiarda. Devo darti una notizia che non è ancora trapelata. Il Capitano Drautos era con gli angoni ribelli.”

Silia si sentì mancare. “Non è possibile,” sillabò, indignata. Cid Sophiar o no, quel vecchio non poteva permettersi di dire una cosa del genere. “Il Capitano Drautos ha combattuto contro gli imperiali per dieci anni.”

“Come pure i tuoi compagni, e hai ben visto cos’hanno fatto,” le fece notare lui, senza scomporsi. Si voltò, facendole cenno di seguirlo. “Vieni a bere un bicchiere d'acqua, ragazzina, stai per svenire.”

“Non sono una ragazzina,” puntualizzò, anche se era vero che stava per svenire. “Sono un Angone del Re, e quello che sta dicendo è folle.”

“E di follie, negli ultimi due giorni, ne abbiamo sentite a palate.” Cid si riaggiustò il cappellino sulla testa. “La guerra è finita, Angone del Re." Sottolineò il suo titolo con sarcasmo. “Hai detto che stai cercando Cor Leonis. Sarà proprio lui a raccontarti tutto, se vorrà fidarsi.”

Si allontanò di qualche passo. Silia restò a guardare la sua schiena curva, incredula. Non poteva essere vero. “Alla radio,” tentò ancora, “hanno detto che il principe Noctis è morto a Insomnia. So che non è vero, perché il Principe ha lasciato la città tre giorni prima della firma del trattato. La radio ha detto anche che è stato un gruppo di ribelli a rubare il Cristallo e a uccidere il Re, e che gli Imperiali hanno addirittura supportato l’evacuazione della città. Stanno dicendo tante di quelle stronzate che…”

Cid Sophiar si voltò. “Questa non viene dalla radio. E la Sciamana, la Principessa Lunafreya Nox Fleuret, non dice stronzate. Parla con Cor Leonis, ragazza. Ti dirà tutto quello che devi sapere.”

“La Sciamana?” ripeté, ammiccando. “Ha notizie della Principessa? Ha raggiunto Altissia con Nyx Ulric?”

“La Principessa è al sicuro a Lestallum e non ho idea di chi sia Nyx Ulric.”

“Ma allora cosa…?”

Cid la interruppe. “Rispondi tu a una mia domanda, ora. Perché, tra tutti, sei corsa al salvataggio della figlia di Clarus?”

Silia si chiese il perché di tutto quell’interesse, ma poi ricordò che Cid era stato compagno d’armi di Clarus Amicitia, per cui non era così strano che fosse interessato alle sorti di sua figlia. “Sono un’amica di Gladio,” rispose, a malincuore. “E ho pensato che fosse pericoloso per la figlia di un membro del Concilio, sorella dello scudo del Principe, restare a Insomnia.”

Per la prima volta, Cid Sophiar atteggiò le labbra in un accenno di sorriso. “Hai pensato bene, ragazza. Adesso entra a sederti nel diner prima di svenire. Anche se sei così piccola, non ce la farei a tirarti su con la mia schiena. Abbiamo qualcuno che può dare un’occhiata a quella spalla. Mia nipote Cindy sistemerà la tua Volvo e più tardi ti segnerò le coordinate del luogo dove Cor Leonis ha fatto campo.”

Silia scosse la testa. “Non posso riposarmi. Devo scoprire cosa ne è stato di Nyx Ulric. Se quel che ha detto sul Capitano Drautos è vero, devo avvisarlo. Ha notizie del Principe e della sua scorta?”

“Si sono fermati qui il giorno della partenza per un guasto e poi sono ripassati ieri, con facce ben diverse, dopo aver avuto notizia dell’attacco a Insomnia. Non sono riusciti a partire dal Molo di Galdin. Adesso sono con Cor Leonis.”

Silia si concesse un istante per chiudere gli occhi e ringraziare i Siderei. Stavano bene, ed erano in zona. “Può segnarmi sul navigatore dove si trova il campo? Se mi affretto, forse…”

“Se ti affretti, forse, riesci a metterti fuori uso il braccio sinistro definitivamente. Vi credevo più intelligenti, voi Angoni. O sei solo tu a essere stupida?”

“Non l’hai ancora capito, nonno?” Cindy si appoggiò all’auto che stava riparando prima del suo arrivo. Aveva seguito in silenzio gli scambi tra lei e Cid. Con quel seno scoperto, i vestiti sporchi di olio e grasso, sembrava una delle pin-up dei poster che alcuni suoi compagni appendevano nelle loro tende sul fronte. “Ha detto di essere un’amica di Gladio.”

“Biondina,” soffiò con voce acida, punta sul vivo. “La mia città è caduta, il mio re è morto, ho appena saputo che il mio Capitano ha tradito, mi hanno sfondato la spalla e in quanto angone sono un bersaglio che cammina. Direi che non è proprio il momento per favole e gossip, ti pare?”

Cindy fece un sorriso felino. “Su, non c’è bisogno di imbarazzarsi.”

“Non sono imbarazzata!”

“Senti, ragazza,” sospirò Cid. “Che tu stia inseguendo il Principe o il tuo innamorato, se risali in macchina non andrai lontano. Te lo dico per l’ultima volta, poi sono fatti tuoi: vieni a riposare. Nel frattempo, Cindy, cerca di rimettere a nuovo quella carcassa. Per questa volta, in cambio del lavoro ci accontenteremo di informazioni di prima mano su ciò che è successo a Insomnia.”

Chapter Text

19

De via in semitam degredire

I

Cor Leonis aveva, come sempre, stramaledettamente ragione. D'altronde, se non avesse avuto sempre stramaledettamente ragione, non sarebbe sopravvissuto abbastanza da essere conosciuto come l'Immortale.

Per entrare nel Mausoleo del Salvifico e recuperare la sua Arma Ancestrale avevano semplicemente dovuto scendere una rampa di scale.

L'ingresso del Mausoleo del Trionfatore, invece, era nascosto all'interno di un dedalo di tunnel, gallerie e vicoli ciechi infestati da daemon. C'erano volute due ore per trovare un generatore funzionante, riattivare – e per fortuna funzionava ancora – l'impianto elettrico per poter superare i cancelli automatici, liberarsi dei goblin che continuavano a spuntare da tutte le parti attaccandoli alle spalle, rintracciare per tre volte Noctis che continuava ad allontanarsi da solo lasciandoli indietro.

E adesso si trovavano davanti un'Aracne. Una grossa e fottuta Aracne. Una sorta di vedova nera antropomorfa gigantesca che gli era piombata addosso dall'alto e che di certo lo avrebbe impalato se non avesse avuto i riflessi abbastanza pronti da ruzzolare di lato.

Un proiettile colpì la bestia prima che potesse abbattersi di nuovo su di lui. L'Aracne emise un grido stridulo, come se non si aspettasse quell'affronto, poi balzò all'indietro, scomparendo nella penombra.

“Gladio, stai bene?” gridò Prompto.

“Tutto intero!” Gladio si rimise in piedi, evocando lo spadone. Noctis si proiettò sul mostro inchiodandolo alla parete con la Daga del Salvifico, ma l'Aracne se lo scrollò di dosso. Provarono ad attaccarla contemporaneamente, ma era dannatamente veloce e resistente, e continuava a gettarsi contro di loro, dividendoli, assestando spaventosi attacchi di tipo elettrico, bersagliandoli con sfere d'energia, per poi ritirarsi altrettanto velocemente.

“Attenti ai miasmi,” gridò Ignis. “È un daemon, non un animale. Muovetevi con prudenza. Circondiamola!”

Evitando i suoi attacchi, lentamente riuscirono ad accerchiare il mostro sui quattro lati. Fu allora che l'Aracne emise un tremendo verso che risuonò come centinaia di unghie su altrettante lavagne, e al suo richiamo quattro esseri simili a lei – piccole tarantole, laddove per 'piccole' si intendeva delle dimensioni di un cane da caccia – parvero materializzarsi dal nulla.

“Ecco, adesso sono cinque.” Ignis ci tenne a sottolineare l'ovvio.

“Che schifo! Sono disgustosi!”

Da quando era iniziato il viaggio, non si erano mai trovati così in difficoltà. L'Aracne, nonostante la sua enorme mole, li caricava di continuo, e bastava essere sfiorati dall'aura elettrica che emanava dal suo corpo o dalle sue sfere per cadere a terra storditi dall'alta tensione. Le tarantole, sebbene meno pericolose, erano ugualmente veloci.

Ignis riuscì finalmente a calibrare con la lancia un colpo abbastanza preciso e potente da tranciare di netto una delle zampe dell'Aracne all'altezza della giuntura, ma due tarantole gli furono addosso, alle spalle, e Gladio lo vide crollare a terra e, cosa ancora peggiore, vide del sangue.

Ig!” gridò, allarmato. Era troppo lontano, e l'enorme corpo dell'Aracne era in mezzo a loro. “Prompto, coprilo!”

Non ebbe bisogno di chiederlo, perché l'amico l'aveva già liberato dei nemici minori e Ignis stava recuperando le forze con una pozione. Evitando l'ennesima sfera d'energia, Gladio appoggiò le spalle al muro e prese fiato, tentando di concentrarsi.

Aracne. Aracne. Sono un maledetto idiota.

“Fermi, fermi, fermi!” Il suo grido rimbalzò tra le pareti della caverna. Vide che era riuscito a ottenere l'attenzione dei suoi compagni. “Prompto, aiuta Ignis. Arretriamo. Noct, hai un'ampolla focum, vero?”

“Ce l'ho. Ma cosa...”

“Usala. Ma dirigila bene, e poi proiettati in fretta all'indietro, o rischiamo di venire arrostiti anche noi.”

Fu un attimo. Una volta di più, Gladio fu lieto di notare come riuscissero a coordinarsi bene: Prompto raggiunse Ignis, si fece passare un suo braccio dietro il collo e corsero entrambi verso di lui. Gladio lasciò che lo superassero, inoltrandosi nel tunnel, e restò in posizione di guardia, fuori dalla portata dell'ampolla, ma abbastanza vicino a Noctis da prestargli supporto in caso di bisogno.

Noctis scagliò l'ampolla e si proiettò all'indietro. Gladio sentì una vampata di calore, e la luce generata dal fire, dopo ore al buio, gli ferì gli occhi, ma si tenne pronto a dare il colpo di grazia. Non fu necessario: l'Aracne e le tarantole, bruciando, si disgregarono in una poltiglia che parve essere assorbita dalla nuda pietra, proprio com'era accaduto ai goblin.

Ansimando, sudato fradicio per lo scontro e per l'improvviso aumento della temperatura, Gladio si voltò verso gli altri. “Cazzo. Per fortuna è finita. Ig, come stai?”

Ignis era ancora a terra. Infranse un'altra boccetta, prese un profondo respiro, e poi si strofinò la fronte con l'avambraccio. “Adesso meglio, grazie. Gli artigli di quelle bestie erano avvelenati. Se non avessimo fatto scorta di antidoto ad Hammerhead, sarebbe stato problematico.”

“Cos’era quella roba?” chiese Prompto, spolverandosi le ginocchia e i gomiti.

“Un'Aracne. Debole all'elemento fuoco,” gli rispose Gladio, sovrapponendosi alla voce di Ignis. I tre amici si voltarono a guardarlo, stupiti. “Che vi prende?”

“Da quando sai tutte queste cose, Gladio?” domandò Noctis, incrociando le braccia. Gli sanguinava la fronte per via di un graffio superficiale. “A Insomnia parlavi solo di wrestling, allenamenti e tattiche di combattimento.”

Gladio era lieto che fosse buio, perché non riuscì a controllare la smorfia amareggiata che gli stava deformando le labbra. Non gli era venuto in mente subito, ma Silia gli aveva raccontato, una sera, che lei e la sua squadra ne avevano affrontati un branco, di Aracne, da qualche parte sul fronte occidentale. C’era una mia compagna, si chiamava Karlache aveva orrore degli insetti. Ci credi? Un Angone del Re che ha paura degli insetti. Anche se in effetti questi ragni antropomorfi sono più alti di te, Gladio. Quando una di quelle robe le è andata addosso, ha iniziato a scagliarle addosso così tanti fire che a un certo punto è crollata a terra esausta. Almeno ha azzeccato il loro punto debole. “Solo un caso,” tagliò corto, precedendoli nel tunnel. D’improvviso, Silia gli mancò terribilmente, e si sentì senza fiato, senza spazio, come se le pareti di roccia dovessero chiudersi su di lui. Guardò lo schermo del cellulare: erano lì dentro da due ore e mezza, ma gli sembravano due giorni. Chissà come avevano fatto gli abitanti di Keycatrich a resistere lì dentro per settimane, forse mesi. Con un brivido, si chiese cosa volesse dire vivere senza la luce del sole.

L'ingresso del Mausoleo del Trionfatore somigliava molto a quello della tomba del Salvifico. Noctis si sfilò dalla tasca la chiave ricevuta da Cor Leonis, ma prima d’introdurla nella serratura, in un inaspettato gesto di prudenza, si voltò verso lui e Ignis.

Gladio annuì. Quella tomba era chiusa da secoli. Non credeva che, stavolta, avrebbero trovato brutte sorprese in agguato. Così fu: la cripta si aprì immediatamente davanti a loro, vuota, eccetto che per il sarcofago del Trionfatore. 

Com'era accaduto nel Mausoleo del Salvifico, a Noctis bastò tendere una mano sul sarcofago perché il potere degli Antichi Re si risvegliasse: l’Alabarda di pietra si illuminò di luce propria, fluttuando in aria, poi ricadde su Noctis, trafiggendolo senza ferirlo, e per qualche istante gli vorticò intorno prima di scomporsi in frammenti di energia.

“Bene,” commentò Prompto, quando tutto intorno a loro fu di nuovo buio e silenzioso. “Adesso ne mancano solo undici.”

II

Il sole fuori dalla trincea li abbagliò. Rimasero per un istante storditi, schermandosi gli occhi, a respirare l'aria pulita.

“Quanto siamo stati dentro? Due anni?” chiese Prompto.

“Meno di tre ore,” precisò Ignis.

“Avviso il Generale che ne siamo usciti vivi.” Noctis si appoggiò il telefono all’orecchio. “Pronto, Cor? Qui abbiamo finito.”

“Alla buon'ora,” rispose il Generale. Noctis aveva attivato il viva voce. “Cominciavo a pensare di aver perso un altro Re.”

Gladio si grattò l'attaccatura dei capelli, chiedendosi come riuscisse a scherzarci su, soprattutto visto che l’avevano scampata a stento. Sentì Noct domandargli qual sarebbe stata la loro prossima mossa.

"Ho un compito da affidarvi, in effetti. L'Impero ha avviato la costruzione di una nuova base, lungo la strada occidentale verso Duscae. Dovete metterla fuori uso. Se quella base viene ultimata, uscire da Leide diventerà estremamente difficoltoso.”

“Ricevuto,” rispose Noctis. “Ce ne occupiamo noi.”

“Io sono già in zona. Cercate Monica al bivacco di Prairie. Vi darà lei istruzioni. Ci vediamo tra poco.”

Cor riattaccò.

“Hm,” commentò Prompto. “Ho sentito 'Impero', 'nuova base' e 'mettere fuori uso' o sbaglio?”

Noctis si stiracchiò, iniziando a camminare. “Non sbagli. Accidenti, non si finisce mai. Andiamo da Monica.”

Si avviarono. Erano sfiniti, ma per fortuna sembrava che avessero ripulito la valle dai fastidiosi magitek e non dovettero ingaggiare ulteriori scontri.

“Certo che l'Immortale è veramente infaticabile,” sentì dire a Prompto.

“Già,” confermò Gladio con un sorriso. “Non c'è nessuno come lui in tutta Eos.”

“Ha combattuto al fianco di tuo padre, eh, Gladio?”

Annuì. “A soli tredici anni è entrato nella Guardia Reale. Ed è diventato Scudo di Re Mors al posto di mio nonno appena due anni dopo. Il più giovane a ricoprire quel ruolo, per quel che se ne sa.”

“Cos'era successo a tuo nonno?”

“Anche lui volle scendere nel crepaccio di Taelpar per sfidare Gilgamesh. Ma, al contrario di Cor Leonis, non ne uscì vivo.”

“Che storia!”

“Già. Mio padre non la perdonò mai a mio nonno. Non lo nominava nemmeno più.”

Ripercorsero a piedi la strada fino al rifugio di Prairie. Erano tutti più distesi, notò Gladio, dopo aver superato indenni le difficoltà incontrate a Keycatrich. Tornare a combattere con un obiettivo preciso era galvanizzante.

Monica li riaccolse con la sua solita flemma, complimentandosi per aver ritrovato la seconda Arma Ancestrale. Non avevano le energie dell'Immortale, loro, per cui decisero di fermarsi un'ora a mangiare e riposare, mentre lei li aggiornava sui dettagli della missione, prima di riprendere la Regalia per raggiungere la linea difensiva a nord di Duscae.

I Colli dei Malacchi costituivano una buona barriera naturale per la regione di Leide. L'avevano protetta a lungo dalla fanteria magitek, aveva raccontato loro Ignis, ma la cosa valeva anche al contrario: piazzare delle basi imperiali nei pochi passi percorribili significava tagliar fuori Leide.

Come da piano, Monica li condusse a un accesso secondario, uno stretto pertugio nella roccia che conduceva a un angolo non sorvegliato della base. Le istruzioni erano di dividersi in due gruppi: Noctis avrebbe sabotato la base dall'interno insieme al Generale, mentre lui, Ignis, Prompto e Monica avrebbero agito da diversivo. L'idea di separarsi da Noctis non lo entusiasmava, ma non riusciva a pensare a braccia migliori di quelle di Cor L'Immortale per guardargli le spalle.

“Fagli vedere i sorci verdi,” incoraggiò l'amico con una pacca sulla spalla. “Noi faremo la nostra parte qui.”

Noctis sollevò il pollice in un gesto ottimista, poi si insinuò nella crepa. Attesero, in allerta, temendo che qualcosa potesse andare storto e che venisse sorpreso dall’altro lato prima di riuscire a ricongiungersi con Cor – o peggio, mentre strisciava ancora nella crepa –, ma Noctis sgusciò fuori, si guardò intorno, e li rassicurò con un cenno prima di allontanarsi.

“Ok, sembra essere andata.” Prompto iniziò a fare un po' di riscaldamento. “Qual è il piano? Bussiamo alla porta e scappiamo?”

“In verità,” disse Monica, “Io e il Generale avevamo proprio in mente qualcosa del genere. Useremo un paio di queste.” La donna si frugò nella borsa e mostrò loro un'ampolla magica. “Fingiamo di voler attaccare il blocco frontalmente. Il grosso dei cecchini rivolgerà la sua attenzione a noi, si spera, lasciando il Principe e il Generale liberi di agire quasi indisturbati.”

“Non perdiamo tempo, allora,” li incalzò Gladio, incamminandosi. Aggirarono la base, per il momento ben attenti a tenersi fuori vista, contro le rocce, e tornarono sulla strada principale. Il cancello automatizzato, blindato, era alto almeno otto metri e di certo non sarebbero bastate delle ampolle magiche ad abbatterlo, a meno che il Generale non fosse riuscito a trovare qualcuno che sapesse prepararne di alto livello.

“Prompto!” disse Monica, non appena ebbero trovato una roccia abbastanza grande da offrire loro copertura.

“S...sì!” s'irrigidì l'amico.

“Conto su di te. Cerca di abbatterne il più possibile sulle mura prima che esca la fanteria.”

“Sissignora!”

Monica li guardò tutti e tre ancora per un istante. Sorrise. “Vi ho visti addestrarvi e diventare avversari micidiali in pochi anni. Fatemi vedere cosa sapete fare sul campo. Al mio tre... Uno... due... tre!

Monica scagliò l'ampolla magica contro il cancello. Era una bomba focum di basso livello che fece più fumo che fuoco. Un allarme si attivò all'istante, e fucilieri e artiglieri magitek comparvero sulle mura. Prompto, chino sulla roccia, completamente immobile e concentrato, li abbatté con colpi rapidi e precisi. Era sconcertante come l’espressione dell’amico cambiasse radicalmente quando aveva in mano un’arma da fuoco. Poteva non avere la loro forza fisica, ma quanto a mira e mano ferma non aveva rivali.

Ci fu da combattere per tutti: Prompto ne tirò giù una dozzina, prima che il cancello si aprisse per lasciar uscire la fanteria, come previsto da Monica, e andarono loro incontro. Guastatori, soprattutto, come quelli con cui si erano scontrati a Keycatrich. Sembravano non finire mai, e per di più altri cecchini e fucilieri erano arrivati sulle mura a offrire loro fuoco di copertura. Gladio comprese ben presto che Monica non era al livello suo e degli altri e le coprì le spalle come avrebbe fatto con Noctis: la cosa lo scioccò, perché era stata una delle Guardie che lo avevano addestrato e cresciuto e aveva molta più esperienza di lui. Mentre caricava i magitek, per la prima volta realizzò con un allarmante senso d'ansia che, a parte l'Immortale e forse Darius Magnus, non restava più nessuno dalla parte di Lucis in grado di combattere come loro, e soprattutto che non era ancora abbastanza.

“Ce ne sono altri?” chiese Prompto, quando rimasero le sole creature ancora in piedi. Attesero, in guardia, guardando verso il cancello.

“Pare di no.” Monica si asciugò il sudore dalla fronte, abbassandosi sulle ginocchia per riprendere fiato.

“Va tutto bene, Monica?” Ignis l'aiutò gentilmente a rialzarsi.

“Sì, ti ringrazio, Ignis. I miei complimenti a tutti e tre. Siete stati veloci, precisi, ben coordinati.” Si voltò verso di lui. “Vorrei ti avesse visto Clarus, Gladio.”

Gladio infilò le mani nelle tasche, forzando un sorriso. “Grazie, Monica. Ma sono certo che avrebbe avuto da ridire su qualcosa.” Aggrottò le sopracciglia in un’espressione severa, cercando di imitare la voce bassa e roca di suo padre. “Troppo lento! Gli hai dato troppo spazio, Gladiolus! Cos'era quella spazzata? Non sei una squadra di demolizioni!

Monica rise stancamente. Anche Prompto e Ignis si unirono alla risata.

“Ha ragione,” lo spalleggiò Ignis. “Clarus era veramente esigente.”

Prompto annuì con energia. “Oh, sì, mi tremavano le gambe ogni volta che mi rivolgeva la parola.”

“Nulla gli andava mai bene,” continuò Gladio, e sentì che gli tremavano gli angoli della bocca. “Da ragazzino, ogni volta che ero convinto di aver fatto tutto alla perfezione, lui se ne saltava fuori con una critica. Solo il giorno prima della partenza...” Si grattò l'attaccatura dei capelli. Anche alla vigilia della loro partenza, in realtà, dopo avergli detto per la prima volta nella sua vita che era fiero di lui, gli aveva raccomandato di non lasciarsi nulla alle spalle. Quel pensiero ne trascinò con sé – inevitabilmente – un altro. Ma non era il momento. “Chissà come se la sta cavando Sua Maestà.”

Ripresero fiato per qualche minuto, in attesa. Sentivano ancora rumori di scontri provenire dall'interno, il che, immaginò, era un buon segno.

E poi, finalmente, il cancello automatizzato tornò a sollevarsi. Gladio fu estremamente rinfrancato dal vedere Noctis e Cor illesi in piedi davanti a loro.

“Avete fatto un bel po' di casino qua fuori,” li accolse il Generale. “Ottimo diversivo. State tutti bene?”

“Tutto liscio come l'olio. Gli imperiali non riuscivano a toglierci gli occhi di dosso,” scherzò. “Voi state bene?”

“Benissimo. Il Generale non ne ha quasi lasciati per me.”

“Immagino che adesso potremo recuperare la Regalia e proseguire.”

“Temo di no.” Cor aveva alzato lo sguardo verso l'alto, oltre le mura della base. Solo allora Gladio sentì il motore di un'avionave – di piccole dimensioni, a giudicare dal rombo – in avvicinamento. In pochi secondi, il mezzo imperiale fu visibile: sorvolò la base e restò per un istante sopra di loro. Si tennero tutti pronti, le armi di nuovo in mano, temendo una raffica di colpi.

“Restate dove siete!” gracchiò una voce metallica diffusa da un amplificatore.

Non erano magitek, dunque. Era un imperiale in carne e ossa, il primo che incontravano dalla caduta di Insomnia. Serrò la mascella così forte che gli fecero male i denti.

“Guarda guarda, Cor l'Immortale. A quanto pare sei ancora vivo,” declamò la voce. “Ma stavolta non sopravviverai a ciò che ho in serbo per te. La tua leggenda finisce qui.”

“Chi è quello, Cor?” chiese Noctis.

"Loqi Tummelt, suppongo.” Cor fece schioccare la lingua sul palato, aggrottando le sopracciglia con aria rassegnata. Non sembrava preoccupato. “Un giovane ufficiale imperiale. Si è messo in testa di uccidermi.”

“Pericoloso?”

Il portellone dell'avionave si aprì, e si mostrò un blindato, tre volte più grosso di quello che avevano affrontato a Keycatrich.

“Lui no. Quella corazza MA-X potrebbe essere un problema.”

Il blindato saltò giù dall'avionave, insieme a una dozzina di cecchini imperiali. Doveva essere alto almeno quattro metri e pesante mezza tonnellata, ma atterrò con un'agilità tale che Gladio non si sarebbe mai aspettato.

“Monica, aspettami alla moto fuori dalla base. L'azione diversiva è stata dura per te,” ordinò Cor. “Voialtri, forza. Liberiamoci prima di queste seccature.” Il Generale sfoderò la katana e si scagliò sul più vicino magitek. Se ne liberarono in fretta e furia – dopo averne fatti fuori più di un centinaio avevano ben presto imparato ad aggirarli e a colpirli nel loro punto debole, la nuca, e ad allontanarsi da quelli sul punto di autodistruggersi – e concentrarono le loro energie sull’MA.

Non dovettero attendere a lungo una controffensiva: la corazza blindata era equipaggiata con missili laser guidati, e Noct era l'unico in grado di avvicinarsi abbastanza velocemente, grazie alla sua capacità di proiettarsi, per colpirlo. A distanza di sicurezza, con i suoi attacchi a lungo raggio, Prompto riusciva a causargli qualche danno, ma Gladio, Ignis e persino Cor avevano il loro bel daffare a ruzzolare a zigzag prima di riuscire ad avvicinarsi. In particolare il Generale era costantemente preso di mira.

L'ennesimo missile esplose così vicino a Cor che Gladio recuperò prontamente una pozione per prestargli soccorso, ma quando la nuvola di polvere si dissolse, vide che era illeso.

"Gladio!" gridò il Generale. "Cercherò di tenerlo occupato. Punta alle gambe. Tu sei l'unico, con quello spadone, con qualche speranza di sbilanciarlo. Se non ce la fai, prendete il principe e andatevene."

"Scordatelo. Non ti lasciamo qui da solo, Cor," rispose Gladio. Abbattere quell'imperiale, per lui, era ormai una questione di principio. Prese un profondo respiro. "Posso farcela. Ma sta' attento."

Cor si mise in posizione di guardia. "Loqi!" ruggì, per farsi sentire al di sopra del rumore dello scontro. "Poco fa hai detto che oggi avresti messo fine alla mia leggenda, ma mi sembra che tu ti stia semplicemente divertendo a sparare missili. Invece di giocare come un bambino, affrontami da uomo a uomo."

L'MA, che stava cercando di sbarazzarsi di Noctis, si voltò verso Cor. I missili si concentrarono su di lui. Gladio non perse tempo a vedere come se la cavava il Generale: si scagliò più veloce che poté verso il blindato, puntò i piedi e iniziò a infliggere colpi alle sue gambe come se ne andasse della sua vita. Al quinto colpo, finalmente, la gamba sinistra dell'armatura cedette, e l'MA si ripiegò a terra come un ragno agonizzante dagli occhi lampeggianti. Senza concordarlo, si accanirono tutti e cinque sugli arti, onde evitare che riuscisse a rimettersi in piedi. La lega era fottutamente resistente, ma concentrarono gli attacchi sulle giunture, e riuscirono a farle a pezzi. Restava solo la cabina.

“Forza!” Noctis fece sparire la Daga del Salvifico ed evocò l'Alabarda del Trionfatore. “Facciamolo f...”

“Ritiriamoci!” gridò Cor. “Immediatamente!”

Fortunatamente obbedirono senza fare domande, perché pochi secondi dopo l'MA si autodistrusse. Ansimando increduli, restarono a guardare i resti fumanti dell'armatura a distanza di sicurezza.

“Dovremmo vedere se è ancora v...?” iniziò a dire Prompto, esitante.

“Non me ne frega un cazzo,” tagliò corto Gladio. La sua furia non si era ancora placata. Se Tummelt fosse stato ancora vivo, in quella cabina, lo avrebbe fatto a pezzi con le sue mani. Per quel che ne sapeva, poteva esserci stato anche lui, due giorni prima a Insomnia, a sparare sugli inermi cittadini con quella sua cazzo di armatura automatizzata. “Ha avuto quel che si meritava.”

“Gladio, calmati,” provò a sedarlo Ignis.

“Perché dovrebbe calmarsi?” Anche Noctis, sudato fradicio, chino con i gomiti sulle ginocchia, aveva il viso impietrito dalla collera. “Ha ragione. È un imperiale. Stava per farci fuori. Se non è morto, ci penso io.”

Prompto scrollò violentemente le spalle e avanzò verso i rottami fumanti senza degnarli di una parola. Fece ricomparire l’arma e si fermò in piedi davanti ai resti della cabina. Senza che nessuno potesse impedirglielo, puntò la Cocytus e sparò quattro rapidi colpi a ripetizione.

“Prompto!” Ignis scattò verso il compagno, forse credendo, come pure Gladio, che volesse dargli il colpo di grazia, o che un'ultima esplosione potesse ferirlo. Prompto non lo ascoltò: si inginocchiò e aprì lo sportello del blindato, probabilmente ustionandosi le mani nel farlo; la metà del suo corpo scomparve per un istante all’interno della cabina, e ne riemerse tirando fuori un uomo in armatura imperiale che, quando Prompto gli strappò l'elmetto per lasciarlo respirare, risultò essere un ragazzo insanguinato di forse vent'anni.

Un ragazzo, si disse Gladio, inumidendosi le labbra, È questo il nemico?

Nonostante sia lui che Noctis avessero fatto la voce grossa, nessuno dei due si mosse mentre Prompto recuperava una pozione dalla tasca e la infrangeva sul petto di Tummelt. Il ragazzo gemette, ruotò su un fianco con una smorfia e tossì. Aprì gli occhi, e la sua espressione si contrasse in un ghigno di odio, disgusto e sorpresa. Sembrava un bambino dentro l’armatura del padre.

“Riesci ad alzarti?” chiese Prompto, ancora inginocchiato accanto a lui.

“Perché diamine l’avete fatto?!”. Tummelt scattò seduto, guardandosi intorno. “Vi avrei uccisi. Vi ucciderò.

“Tummelt, piantala.” Per la prima volta da quando avevano sconfitto il blindato, Cor Leonis parlò. Aveva il tono indulgente di un genitore troppo paziente. Gladio si chiese cosa fosse successo tra loro in passato. “Hai perso. Ringrazia Argentum se sei ancora vivo. Non tutti erano dello stesso parere.”

“La base è piena di mezzi ancora funzionanti.” La voce di Ignis era così affilata che avrebbe potuto tagliarci la corazza di un Adamantoise. “Prendine uno e allontanati. Ti consiglio di cogliere quest’occasione e di non tentare di metterti ancora contro di noi.”

Tummelt si alzò, con prudenza. Era disarmato, ma guardò Cor Leonis – non Prompto che lo aveva salvato, non Ignis che gli aveva offerto una via di fuga, non il Principe di Insomnia – come se volesse attaccarlo a mani nude. “Non finisce qui,” minacciò. “Sentirete ancora parlare di me.”

Gladio sedò lo scatto di Noct artigliandogli una spalla. Quando lui si voltò a guadarlo, indignato, scosse la testa. Fare a pezzi un MA senza guardare in faccia chi lo guidava era accettabile. Attaccare in cinque un ragazzino sconfitto e disarmato era tutta un'altra storia.

No, non è questo, comprese Gladio. Nessuno di noi ha mai ucciso un uomoAbbiamo fatto a pezzi bestie, daemon e magitek, ma nessuno di noi ha mai ucciso un uomo. La mano con cui stringeva la spalla di Noctis gli tremò: odiava l’Impero con tutte le sue forze, per quel che avevano fatto alla città, a suo padre, al Re, a Silia, eppure gli era bastato guardare Tummelt per perdere tutta la sua baldanza.

Tummelt si allontanò senza tentare alcun tiro mancino. Lo guardarono correre via, salire su una camionetta imperiale, mettere in moto e uscire dalla base a tutta velocità. Confuso, amareggiato, Gladio guardò Noctis, che teneva la testa bassa, Prompto, ancora inginocchiato a terra, e Ignis, vicino a lui.

“Perché l’hai fatto?” chiese Noctis rivolto a Prompto, ma senza collera.

Prompto scosse la testa. “Nessuno merita di morire arrostito dentro la cabina di un blindato. Neanche un imperiale. Se ci attaccherà di nuovo, lo sconfiggeremo come abbiamo già fatto.”

Gladio sentì uno sbuffo divertito alla sua sinistra. Le labbra del Generale si atteggiarono in uno dei suoi rari sorrisi. “Un giorno questa gentilezza ti ucciderà, Prompto,” disse. “Usa una pozione per le tue mani.”

Prompto obbedì, poi si alzò. “Eppure, Generale,” disse, lo sguardo basso, “Lei oggi ha dimostrato di sapersela cavare egregiamente contro Loqi Tummelt, ma non lo ha ucciso in precedenza. O sbaglio?”

“Non sbagli,” rispose Cor, dopo aver esitato un istante. Tuttavia, non diede loro alcuna spiegazione. “Direi che qui abbiamo finito. Vedervi in azione è stato un sollievo. Non ho più motivo di preoccuparmi. Tornerò a tenere d'occhio gli imperiali. Fino al nostro prossimo incontro, abbiate cura di voi. Passami un momento il tuo cellulare, Altezza.”

Noctis lo fece. Cor aprì l'applicazione della mappa di Leide, tiptappò per un istante sullo schermo, poi segnò un punto, zoomò e lo mostrò loro. “Ecco. A nordest di Hammerhead, tra le montagne, c'è una valle dove un tempo sorgeva un avamposto hunter dell'Associazione Meldacio. La Auburnbrie lo ha messo nostra disposizione per fare base. È un posto facile da sorvegliare e difendere. È lì che si trova il mio contingente, insieme ad hunter, profughi da Insomnia, gente che ha ancora voglia di combattere.”

“Stai radunando un esercito?” chiese Noctis.

Il Generale scosse la testa con decisione. “Niente del genere. Solo volontari che odiano l'Impero per tenere d’occhio i loro movimenti e farvi da supporto. Abbiamo avuto un esercito regolare per secoli, Principe, poi un'armata di soldati d'élite, e non è bastato a fermare Niflheim. Tu – voi quattro insieme – con il favore degli dei potreste riuscirci. Forza, andate.”

Un po’ pochi per fermare una nazione che ha praticamente il controllo di tutta Eos e ora anche il potere del Cristallo, se riesce a usarlo. Gladio sospirò a labbra strette. Non era momento per le insicurezze. Mosse un passo per seguire gli altri, che si stavano già allontanando, quando decise che, dopotutto, voleva fare un tentativo.

"A proposito di soldati d'élite, Cor,” disse con tono casuale, quasi distratto, “Prima di proseguire c’è qualcosa che vorrei chiederti.”

“Chiedi pure, Gladio.”

“Credi che qualche angone possa essere sopravvissuto?”

Il Generale lo guardò di sottecchi, e per un istante Gladio si chiese se persino lui avesse prestato ascolto alle allusioni sul suo rapporto con Silia che molti gli indirizzavano al Comando. “Nessuna notizia da nessun angone. Se qualcuno a parte Ulric non ha tradito ed è sopravvissuto, se ne sta ben nascosto da qualche parte.”

Gladio dubitava che Silia se ne sarebbe stata ben nascosta da qualche parte. “Sono passati solo due giorni, Cor,” tentò ancora, memore delle parole di Ignis.

Il Generale incrociò le braccia. “Perché tutto questo interesse? Vi ho ben detto cos’hanno fatto gli angoni.”

“Lascia perdere,” tagliò corto Gladio. “È solo che… non ho notizie di una persona. Ma non fa niente.”

“Raggiungi gli altri, Gladio,” lo riprese lui, ma senza durezza. “La vostra priorità, adesso, è raggiungere Lestallum. Mi farò sentire non appena avrò notizie su altre Armi Ancestrali.”

Gladio alzò una mano in un gesto rassegnato di saluto. Si voltò per raggiungere gli altri.

III

Non riuscirono a fare molta strada, prima che il sole – sempre più presto ogni giorno – iniziasse a calare. Sarebbe tramontato entro un’ora, e decisero di proseguire ancora per un po' e poi di accamparsi prima di raggiungere Lestallum.

Gladio si sentiva sfinito da quella giornata interminabile, e stava quasi per assopirsi, quando il suo cellulare squillò. Guardò lo schermo: era il numero di Cindy. Non comprendeva, però, perché avesse chiamato lui e non Noctis.

“Dimmi, Cindy, è successo qualcosa?”

Sentì un lieve sospiro, poi un suono umido. “Ciao, Gladio.”

Dimentico di essere in macchina, Gladio scattò in piedi, urtando il ginocchio contro il sedile di Prompto, poi ricadde malamente sul suo. “Cazzo.” Si affondò una mano tra i capelli. “Cazzo. Oh, per i Sei. Silia. Sei tu, Silia?”

“Perché così stupito?” chiese, quasi offesa. “State bene?”

Gladio non poté impedirsi di sorridere. “Stiamo benissimo. Silia, ho cercato di contattarti per giorni. Temevo che…”

“Non ho tradito, Gladio.”

“Non dirlo neanche. Non ci ho pensato nemmeno per un attimo. Ma dimmi cos’è successo. Per i Sei, sono così…” Rialzò lo sguardo. Noctis lo stava fissando perplesso. Dai sedili anteriori, anche Ignis, con un malcelato sorriso beffardo riflesso dallo specchietto retrovisore, e Prompto, gli occhi spalancati in un’espressione scioccata, lo stavano guardando. Cercò di darsi un tono. Si raddrizzò con dignità. “Sono felice che tu ce l’abbia fatta. Stai bene? Sei ferita?”

“Niente di grave. Sono ad Hammerhead. Cindy Aurum mi sta facendo usare il suo telefono. Cid mi ha detto che…”

“Cosa ci fai ad Hammerhead?”

“Gladio, per favore, ascoltami. Cid mi ha detto che siete partiti da qui stamattina. Siete riusciti a raggiungere il Generale Leonis?”

“Sì, aveva molte cose da dirci. Ti racconterò. Adesso stiamo andando a Lestallum.”

“Perfetto. Tua sorella è al Leveille Hotel, insieme a Jared Hester e al suo nipotino. Li ho portati lì ieri, poi, visto che i collegamenti per Altissia sono interrotti, sono venuta ad Hammerhead per chiedere a Cid dove poter trovare Cor Leonis e avere da lui istruzioni.”

“Aspetta. Calma. Hai portato tu Iris a Lestallum?”

“Gladio, per i Sei, fammi parlare. Domattina vado al campo del Generale Leonis. Cid mi sta inserendo le coordinate nel navigatore satellitare. Temo che non sarà lieto di vedermi, e se fossi in lui io non mi fiderei affatto. Puoi contattarlo? Vorrei evitare di essere arrestata, o peggio, fucilata, prima ancora di avere il tempo di spiegarmi.”

Gladio si grattò l'attaccatura dei capelli. Sorrise. “Certo. Gli dirò che si può fidare. Gli sarai di grande aiuto. Ma, hm, Silia…”

“Cosa, Gladio?”

“Sei certa di stare bene?”

“Non preoccuparti per me. Ho solo una ferita alla spalla. Sono stata sul fronte per quasi dieci anni, Gladio. Sono sopravvissuta a ben altro.”

“Ne sono certo.” Si strofinò gli occhi. “Ma non parlavo di quello. Ho saputo del tuo Capitano.”

“Di quel porco bastardo di Drautos,” lo corresse, inviperita. “Non voglio parlarne. Ho un’altra cosa da chiederti: hai notizie di un angone di nome Nyx Ulric? Dovrebbe essere con la Principessa. Era diretto a Galdin Quay.”

Gladio ammiccò. “Te lo confermo. Ma, Silia, mi dispiace, Nyx Ulric è morto. Non sai cosa è…?”

Un rumore elettrostatico gli impedì di sentire, ma gli parve di sentire una bestemmia.

“…tutti più di me.”

“Cosa?” Si schiacciò il telefono sull’orecchio. “Non ti sento più, Silia.”

“Ho detto: ero in quella fottuta città, in quel fottuto santuario, ho visto con i miei occhi quel fottuto Cristallo fluttuare via trainato da un'avionave imperiale, eppure a quanto pare ne sapete tutti più di me.”

Era la Silia di sempre. Gladio dovette ricacciare indietro una risata. “Silia, ascolta. Va’ da Cor Leonis. Non ti fucilerà. Ti spiegherà tutto nel dettaglio, e anche tu avrai molto da raccontargli. Mi darai tue notizie, quando puoi?”

Di nuovo silenzio, così lungo che per un attimo credette che fosse caduta la linea. “Sono mortificata, Gladio. Per tutto. Per il Re, per la città, per il Cristallo e per tuo padre. Avrei dovuto avvertire qualche segnale. Avrei dovuto fare qualcosa di più.”

Gladio guardò i suoi compagni. Adesso ostentavano disinteresse, ma era certo che non si stessero perdendo – e non poteva essere altrimenti – una sola parola. Era venuto il momento di dare qualche spiegazione. “Non è colpa tua. Non è colpa di nessuno se non dell'Impero." Esitò, poi glielo disse. "Non puoi più usare la magia, giusto? Non siamo così distanti da Hammerhead. Se la tua ferita è..."

Silia non lo lasciò neanche finire. "No. Me l'hanno appena rimessa a posto. Non deviare per me, Gladio." Fece una pausa, come a voler sottolineare le sue ultime parole. "Mi sono spiegata? Non farmi pentire di averti cercato."

Gladio fece un sospiro a labbra strette. Tutto era cambiato, tra loro, eppure nulla era cambiato. "Non devierò. Te lo assicuro. Ma fatti sentire.”

"State attenti, Gladio," replicò Silia, più tranquilla. "Vi coprirò le spalle come posso, dal campo dell’Immortale. Sempre che non mi sparino a vista non appena sarò sotto tiro. Ho lasciato l'uniforme alla Cittadella, ma ho pur sempre vissuto a Insomnia per mesi.”

“Staremo attenti. Ma, se non vuoi che ti spari a vista, non ti consiglio di rivolgerti a Cor Leonis chiamandolo l'Immortale. Sta' attenta anche tu. A presto.”

Silia chiuse la conversazione. Gladio si concesse un ultimo sorriso incontrollato prima di rialzare la testa e affrontare i suoi amici, mortalmente in imbarazzo. Il flash della macchina fotografica di Prompto lo accecò.

“Prompto!” ruggì. “Ma che diavolo fai?”

“Ho immortalato la tua faccia,” rispose lui, tra le risate. Anche gli altri stavano ridendo. “Adesso vienici di nuovo a raccontare che questa Hartwood non è la tua ragazza.”

“Non è la mia ragazza!”

“Gladio, basta,” disse Ignis. “Continuare a negare è offensivo.”

Gladio si grattò furiosamente l'attaccatura dei capelli. Prese un profondo sospiro, s'inumidì le labbra, quindi guardò Noctis. “Oh, d'accordo. Non ho mentito, comunque. Non è la mia ragazza. Non lo so, che cos’è, e non è così semplice. È un'Angone del Re.”

Noctis si irrigidì immediatamente. Gladio gli appoggiò una mano sul ginocchio. “Noct, so cosa stai pensando, ma Silia non è una traditrice.”

“E come puoi esserne certo?”

“È stata lei a portare Iris a Lestallum. E, se anche così non fosse stato, mi ci giocherei la vita.”

Comprese cosa si era lasciato sfuggire quando nessuno diede seguito alle parole. Lo stavano fissando tutti, anche Ignis, attraverso lo specchietto retrovisore. Gladio si sentiva meglio, adesso che aveva vuotato il sacco, e il resto venne fuori in modo del tutto spontaneo. “È rimasta in città per mesi a causa di un grave infortunio, ecco come ci siamo conosciuti. Ci vedevamo la sera in un bar per parlare di quello che succedeva dentro e fuori Insomnia, poi abbiamo iniziato ad allenarci insieme. Dovevi sentire come parlava di tuo padre, Noct, è una delle persone più leali al regno che abbia mai conosciuto.” Si sentì in dovere di giustificarsi: “In ogni caso, non c’è mai stato niente di esplicito tra noi. Non potevamo permetterci quel lusso, lo sapevamo entrambi, avevamo dei doveri. Ma sono innamorato di lei. Non gliel'ho mai detto.”

“E lei ricambia?” domandò Prompto. Sorrideva.

“Credo.” Gladio si appoggiò allo schienale, abbracciandosi un ginocchio. Non gli era mai venuto in mente che i suoi sentimenti potessero essere a senso unico: non si erano mai scambiati una parola a riguardo, proprio perché la loro sintonia si era evoluta in modo così graduale, evidente e imbarazzante che non serviva parlarne. “Silia è molto leale. E forte. Non so cosa le sia successo di preciso il giorno del tradimento degli angoni, non abbiamo parlato molto, lo avete sentito. Temevo l’avessero uccisa.”

“È ad Hammerhead, no?” chiese ancora Prompto. “Perché non torniamo indietro? Vorrai vederla. E sono curioso anch’io.”

Gladio scosse la testa. “Mi prenderebbe a calci in culo da Hammerhead a Lestallum. Il mio dovere è qui, con Noct, lo sa benissimo, e lei sta facendo il suo. Sta raggiungendo Cor Leonis per continuare a lottare per il regno di Lucis. Probabilmente prima o poi le nostre strade torneranno a incontrarsi. Per adesso mi basta sapere che sta bene.”

“Com’è lei? È bella? Non me l’hai mai presentata.”

Si sentì in colpa verso Ignis. Adesso che erano lontani da Insomnia, con tutto quello che era successo nel frattempo, i suoi scrupoli sembravano molto meno importanti. Se anche non voleva ammettere a se stesso che si era innamorato di lei, avrebbe potuto presentarla loro come un'amica. “Volevo. A tutti. Gli ultimi tempi avevamo iniziato a vederci più spesso, e io… poi è arrivato il Cancelliere ed è stata decisa la nostra partenza. Com’è Silia? Più vecchia di me, anche se non sembra. È bella. Mi piace molto. Ha gli occhi da gatta, verdi e castani. Tra gli angoni la chiamavano il Coeurl, perché è molto agile e flessuosa, anche se minuta.”

“Il Coeurl,” ripeté Noctis, pensieroso. Abbozzò un sorriso. “Sembra pericolosa.”

Gladio fu stupito dal commento di Noctis. Sorrise, incoraggiato. “Lo è. È sopravvissuta per più di nove anni sul fronte. Poi ha perso una gamba, per questo era a Insomnia, ma le hanno impiantato una protesi all'avanguardia e si è ripresa perfettamente. Dovreste vederla combattere. È minuscola, ma con le spade è mortale, un minimo di distrazione in allenamento e mi faceva il culo. E poi è molto intelligente. Legge. Sa un sacco di cose sulla storia di Eos.”

Noctis fece un mezzo sorriso. “Ecco da dove salta fuori il tuo improvviso amore per la lettura. Quando ti ho visto leggere in macchina per la prima volta, stava per venirmi un infarto.”

“Ah-ah!” esclamò Prompto all'improvviso, facendoli sobbalzare. “Lo sapevo che ce l’avevo ancora!”

“Di che parli, Prompto?”

“Qualche mese fa ho visto Gladio con una ragazza alla Cittadella. Passeggiavano chiacchierando. Ho pensato di fare loro una foto per poi prenderlo in giro, ma poi mi è passato di mente. Scommetto che è lei, Hartwood, vero? La descrizione coincide!”

Prompto gli passò trionfalmente la fotocamera. Gladio ebbe un sussulto quando riconobbe Silia. Non ricordava quando era stata scattata, ma probabilmente stavano andando al Centro d'Addestramento. Silia era in abiti civili, e rideva, l'espressione rilassata. Ma ciò che lo stupì fu il suo, di viso. Aveva una mano sulla fronte e anche lui rideva di qualcosa, forse di una battuta che lei aveva fatto. Nella foto non la sfiorava nemmeno, ma era inequivocabile la loro complicità.

Che idiota sono stato a negare per così tanto tempo, si disse con un sorriso. Con queste facce, devono essersene accorti tutti a parte noi.

“Fammi vedere,” disse Ignis, e gli prese la macchina fotografica tra le mani, distogliendo per un attimo lo sguardo dalla strada. La scrutò con aria da intenditore. “Ha un bel viso,” approvò. “Andatura spavalda. Deve avere un bel caratterino. Si vede da come tiene bene in fuori le spalle.”

“Ha un carattere di merda,” confermò. “Sfacciata, volgare.”

“Non sapevo ti piacessero i tipi del genere, Gladio,” osservò Prompto. “Ti immaginavo più il tipo… boh, da ragazze dolci e premurose. Una mogliettina docile.”

“E invece mi sono innamorato di una furia che fa a fette i daemon.”

Noctis s'impadronì della fotocamera e guardò la foto con attenzione, insondabile come sempre. “Io,” disse, incerto. “Credo di averla già vista.”

“Probabile,” disse Gladio, “Ha dato una mano alla Guardia Cittadina durante i mesi di riabilitazione. La si vedeva spesso alla Cittadella.”

“È la donna che ci osservava dalla vetrata del Centro d'Addestramento qualche giorno prima che arrivasse il Cancelliere.” Si sporse a restituire la macchina fotografica a Prompto. “Era lì per te. Perché non mi hai mai detto di lei, Gladio?”

Gladio serrò le labbra. Era quasi certo che Silia li avesse trovati, quella sera, ma avesse preferito non palesarsi. “Perché non…” Lanciò uno sguardo a Ignis, in cerca di aiuto. Non poteva certo dire a Noctis, al suo principe, al suo migliore amico, che non poteva stare con Silia perché non poteva darle la priorità. “Scusami, Noct. È complicato. Non l’ho mai ammesso a me stesso e non volevo essere costretto a farlo,” mentì. In parte. “L’ho capito quando è caduta Insomnia e ho pensato che doveva essere morta.” Stavolta mentì del tutto.

“Non ho mai avuto molta simpatia per gli angoni,” confessò Noctis.

“Lei ha combattuto per tuo padre,” sottolineò Gladio. “Alcuni angoni hanno dato la vita per difendere il regno. Pensa a Nyx Ulric. Ha salvato la principessa Lunafreya. Si è sacrificato per fermare Drautos.

“Gladio ha ragione,” disse Ignis. “E comunque non sappiamo di preciso cos’è successo.”

“Ha dei bei fianchi,” li interruppe Prompto. “Ma da questa foto non riesco a capire bene se ha il seno grosso. Come ha il seno, Gladio? È boing boing come Cindy?”

Ignis scoppiò a ridere e, dopo un maldestro tentativo di trattenersi, anche Noctis si unì alla risata. Gladio non trovò quell'argomento così divertente.

“Prompto, sei proprio un pervertito!”

“Ma cosa dite? È normale trovare belle le ragazze magre e con un gran davanzale, no?”

“Non ha il seno grande, tutt'altro. Ma è comune nelle donne muscolose.”

“Che peccato!”

“A me piacciono minute,” confessò Ignis. “Mi piacciono le belle ragazze un po’ languide. Cindy è troppo procace per i miei gusti.”

“Proché?”

“Vuol dire che ha il seno e i fianchi pronunciati,” andò in suo soccorso Noctis. “A me…” sorrise, “a me piacciono le ragazze snelle, bionde e dolci.”

“Lo sappiamo perfettamente, Noct,” rise Ignis. “E la principessa Lunafreya è una vera bellezza. Almeno per questo dovremmo ringraziare gli imperiali. Non capita spesso un matrimonio combinato con il primo amore.”

Gladio si rilassò sul sedile con un sorriso, ascoltando le loro chiacchiere allegre. Prompto continuava a decantare le lodi di Cindy, per cui – evidentemente – si era preso una bella cotta. Per la prima volta da quando Insomnia era caduta, stavano condividendo un momento di allegra superficialità. Suo padre era morto, il Re era morto, lo zio di Ignis era morto, e nessuno di loro aveva più una casa. Ma sua sorella stava bene e, da qualche parte, Silia era viva.

“Oh, diamine,” esclamò, prendendo di nuovo il cellulare. “Devo avvisare Cor che Silia si sta dirigendo al suo campo. In questo momento, gli angoni sono dei bersagli che camminano.”

Chapter Text

20

Dei facientes adiuvant

I

Arrivare a Lestallum fu un po' come tornare nel mondo civile. La città era grande, moderna anche se non futuristica come Insomnia, e la guerra sembrava non averla scalfita.

“Non abbassiamo la guardia,” ricordò loro Ignis parcheggiando. “Sembra una città tranquilla e autonoma, e lo è, ma solo perché gli imperiali hanno bisogno che le industrie Exineris continuino a produrre energia dal Meteorite. E pur non amando particolarmente Niflheim, gli abitanti di Lestallum non hanno mai dimenticato che Re Mors li ha lasciati fuori dalla Barriera.”

“È un posto bellissimo,” commentò Prompto, ammirato. Continuava a scattare fotografie. “E guarda tutte queste donne svestite per strada!”

“Per forza, con questo caldo!” Noctis si sfilò la giacca e se l'appese all'incavo del gomito, sbuffando.

Ignis ridacchiò. “Attenzione alle donne di Lestallum, Prompto. Se a Insomnia c'è la parità dei sessi, qui tendono a comandare le signore, perché la fondatrice della città fu una donna e, per tradizione, sono principalmente loro a lavorare nelle industrie Exineris. Forse Gladio potrà darti qualche consiglio su come ci si comporta con le donne di polso."

“Ah, se lo scoprite ditelo anche a me. La prima volta che ho incontrato Silia mi ha detto che ero troppo giovane per lei. La seconda mi ha preso a male parole e mi ha dato dell'idiota, poi mi ha sottoposto a un interrogatorio al comando della Guardia Cittadina. Nel corso dei nostri incontri successivi, mi ha dato dell’ignorante, del privilegiato, del nobile fighetto e non so più cos’altro."

Ridendo, salirono la rampa di scale che dai parcheggi conduceva su al viale principale. Alla loro sinistra, al di là della terrazza panoramica, si estendeva una splendida vista delle montagne e del Disco di Cauthess. Alla loro destra, la città si articolava verticalmente, dominata dalla minacciosa centrale delle industrie Exineris. Rispetto a Insomnia e ai suoi vertiginosi grattacieli a vetrate, Lestallum, con le sue aiuole, le sue palme, i suoi edifici bassi e i suoi tendoni variopinti, era molto più accogliente, pittoresca e colorata. Da quando aveva ricevuto la telefonata di Silia, l’umore di Gladio era notevolmente migliorato, e si intonava perfettamente all'atmosfera vivace della città.

Moriva dalla voglia di rivedere Iris, naturalmente, ma assecondò volentieri gli altri che, dopo tanto tempo in mezzo alle terre brulle e semidisabitate di Leide, volevano fare acquisti, scambiare due chiacchiere con la gente, guardarsi intorno. Sedettero per pranzo al tavolino di un anziano ambulante, che parlò loro a lingua sciolta dei dintorni – luoghi pericolosi, aree di sosta, bivacchi hunter – e portò loro un curry squisito.

“Abbiamo sentito dire,” la buttò lì Ignis, casualmente, quando l’uomo tornò a riprendere i piatti ben ripuliti “che l'Oracolo è qui a Lestallum.”

L'ambulante sorrise. “È vero. Per fortuna la notizia della sua morte era un falso allarme. Ha curato alcune persone contagiate dalla Piaga delle Stelle e guarito altri feriti.”

Noctis si raddrizzò sulla sedia. “Sa dove si trovi adesso, per caso?”

“No, mi dispiace. Ma se vedete una calca di gente che prega, state sicuri che è lì al centro.”

Gladio sfiorò il ginocchio di Noctis sotto al tavolo. “E Niflheim? Avete avuto noie, da quando è caduta Insomnia?”

“No. Ma, se volete la mia opinione, c'è qualcosa che puzza. Un gruppo di ribelli uccide il Re e ruba il Cristallo proprio durante la firma del trattato tra Niflheim e Lucis?” Il vecchio scosse la testa, scettico. “Non ci crede nessuno. La maggior parte dei cittadini della Capitale si è riversata nell'Arcipelago di Galahd, ma molti sono sfollati qui, per cui presto arriveranno anche gli imperiali, ci scommetto quello che volete.”

Per cui faremo bene a sbrigarci a proseguire, naturalmente quando capiremo dove dobbiamo andare. Sazio, Gladio scostò la sedia dal tavolo. “Grazie di tutto, capo. Saprebbe dirci come arrivare al Leveille Hotel?”

“Facilissimo: girate l'angolo lì a sinistra e proseguite lungo il viale verso l’alto. È uno degli edifici più grandi della città, non potete non vederlo.”

Pagarono l’uomo e proseguirono. Raggiunsero effettivamente il Leveille pochi minuti dopo, e già Gladio stava affrettando il passo per entrare, quando per un istante si sentì mancare la terra da sotto i piedi. S’immobilizzò, stupito.

“Whoah! L’avete sentito!?” esclamò Prompto.

Ignis annuì. “Un leggero terremoto. Per strada, poco fa, qualcuno stava dicendo che sono sempre più frequenti. Non sapevo che Lestallum sorgesse su una zona sismica.”

Gladio ascoltò le parole di Ignis con un orecchio solo, perché Noctis aveva abbassato la testa e se la stava tenendo con entrambe le mani, come se gli dolesse.

“Cosa succede, Noct?”

“Uh... niente” tentò di schermirsi lui. Rialzò la testa, ammiccò un paio di volte, e si massaggiò tra gli occhi. “Solo qualche fitta alla testa.”

“Stai bene?” chiese Prompto, preoccupato.

“Sì, non preoccupatevi. Dev'essere il caldo.”

Mentiva. Gladio sapeva sempre quando Noctis non diceva la verità, fin da quando, da ragazzino, fingeva di essersi fatto male durante l’addestramento per finire prima la sessione. Tuttavia, Noctis sorrise e salì per i primo i gradini per entrare al Leveille, per cui non ebbe il tempo di dire nulla.

Con tutta probabilità Iris li stava già aspettando da un pezzo, o magari li aveva visti arrivare dalla finestra, perché non appena furono entrati nella hall scese le scale di corsa, lo raggiunse, e lo strinse in un breve abbraccio. Gladio l'abbracciò a sua volta per un istante, poi si separarono con imbarazzo: sua sorella, in un qualche momento negli anni trascorsi, mentre lui era occupato con Noctis, era diventata una donna che talvolta stentava a riconoscere. Si soffermò a guardarla bene in viso, come se non la vedesse da una vita e volesse assicurarsi che fosse proprio lei: sembrava stanca, addolorata, ma serena.

"Come stai, Iris? Ero preoccupato.”

“Sto bene, Gladio” annuì lei, sorridendo.

Vederla lo rincuorò più di quanto si sarebbe aspettato. Le accarezzò maldestramente la testa, e lei ridacchiò, sottraendosi, poi si allontanò verso Noctis e gli altri. “Vedo che vi fate onore, ragazzi.”

“Ti trovo bene, Iris” rispose Prompto. “È tutto a posto?”

“Direi di sì, tutto sommato.” Ammiccò in sua direzione. “Hai avuto notizie dalla nostra scorta armata, Gladio? Sta bene?”

Lui annuì, grattandosi l'attaccatura dei capelli. “Sì, mi ha chiamato. Era ad Hammerhead, ma ormai dovrebbe essere arrivata da Cor. Ne parliamo dopo.”

“Che sollievo! Vi fermate per un po', vero?”

“L’idea è quella. Saliamo nella tua camera, Iris, vogliamo sentire da te cos'è successo.”

II

Iris parlò per poco più di un quarto d'ora. Durante la firma si trovava in casa con Talcott e Jared, grazie alla lungimiranza di suo padre, per cui – fortunatamente – non aveva assistito agli eventi cruciali che si erano svolti a Insomnia durante l'attacco, ma si scambiarono dettagli sull’attacco.

“I maggiori danni li hanno subiti la Cittadella e il centro,” concluse. “Il resto della città era pressoché intatto, quando siamo andati via, ma mentre attraversavamo il ponte abbiamo visto...” Iris rabbrividì visibilmente. “Armi Diamante, ha detto Silia.”

“Oh, per i Sei,” Gladio chinò la schiena, appoggiandosi sui gomiti. “Spero sia rimasto in piedi qualcosa.”

Noctis ammiccò. “Cos'è un'Arma Diamante?”

Gladio rispose con una marcata sfumatura acida nella voce. Passasse Prompto, che all'epoca non era ancora nemmeno ufficialmente una Guardia Reale, ma Noctis aveva vissuto veramente fuori dal mondo. “Un daemon gigante costruito dagli Imperiali. Se ti fossi interessato un po’ di più all’andamento della guerra, sapresti che ha distrutto l'ultima roccaforte degli Angoni, prima del loro rientro.” L’amico ribatté con una scocciata scrollata di spalle.

Ignis sospirò a labbra strette. “Ne ho sentito parlare anch’io. Nessuno aveva mai visto una creatura del genere prima d'ora. E ne avevano più di uno, hai detto? È stata veramente una fortuna che siate riusciti a lasciare Insomnia prima che si scatenassero.”

Iris annuì. “Sì, e dobbiamo ringraziare Silia. Se devo essere sincera, non volevamo fidarci. Ma conosceva il nome della mamma. Il Liberty. Quando le ho chiesto quale fosse il piatto preferito di mio fratello e mi ha risposto ‘ramen con carne’, non ho più avuto dubbi,” ridacchiò. “Ci ha aiutato a superare il posto di blocco e ad arrivare a Lestallum. Ma adesso tocca a voi aggiornarmi. Non mi avete ancora detto nulla su ciò che vi è successo dopo la vostra partenza.”

Gladio lanciò uno sguardo a Noctis, che annuì leggermente. “Hm. Te la riassumo all'osso: il giorno della partenza si è guastata la Regalia e abbiamo speso tutti i nostri soldi per farla riparare ad Hammerhead.”

Sua sorella spalancò la bocca in un’espressione deliziata. “Ad Hammerhead? Hai conosciuto Cid Sophiar?”

Lui annuì con una smorfia. “Sì, e non ha voluto farci nemmeno un gil di sconto.”

“Poi,” s'intromise Prompto, continuando a elencare “siamo rimasti bloccati a Galdin Quay e un idiota di nome Dino Ghiranze ha riconosciuto Noct e ci ha ricattato mandandoci a ravanare nel nido di uno Zu in cambio di un passaggio verso Altissia.”

“Il giorno dopo abbiamo saputo della caduta di Insomnia.” Gladio abbassò la testa, serrando le mascelle. L’essere stati allontanati dalla città senza quell’informazione sostanziale continuava a bruciare come sale su una ferita chiusa solo parzialmente. “Non sapevamo nemmeno che la firma si sarebbe tenuta così presto dopo la nostra partenza. Nessuno ce lo aveva detto. Non avevamo idea di cosa fosse meglio fare, per cui abbiamo cercato di tornare indietro, ma gli accessi a Insomnia erano tutti sorvegliati. È stato un bene che siate scappati durante la notte, prima che organizzassero bene i posti di blocco.”

“Per fortuna,” concluse Noctis “ci ha contattato Cor Leonis. Ha detto che mio padre…” parve scegliere con cura le parole, “voleva che trovassi le tombe degli Antichi Re per rivendicare le loro Armi Ancestrali. Ci ha accompagnato alle prime due. Siamo venuti a Cleigne per rintracciare le altre.”

Iris scattò in piedi. “Terrò occhi e orecchie ben aperti! Maestà, se c'è qualcos'altro che posso fare, chiedete pure.” Chinò la testa in un gesto di profondo rispetto.

“C'è,” confermò lui, a disagio. “Smetterla di chiamarmi 'maestà', Iris. Ci conosciamo fin da bambini e non voglio che ti rivolgi a me in quel modo. Ascolta...” esitò. “Hai notizie di Luna... della Principessa, intendo?”

Iris sorrise. “Era in città, ma purtroppo è già ripartita. Ha aiutato moltissima gente. Non siamo riusciti a incrociarla prima che andasse via, ma sono veramente felice che stia bene.”

Noctis era il ritratto della delusione, ma riuscì a sorridere a sua volta. “Già, è una buona notizia. Grazie, Iris.”

Lei annuì. “Stasera ceniamo tutti insieme, vero? Anche Talcott e Jared.”

“Ho visto che gli appartamenti hanno un cucinino. Se vi fa piacere, stasera ci penso io.”

“Sul serio? Non ti pesa? Sono mesi che non mangio qualcosa cucinato da te, Ignis!”

“Non mi pesa per niente. Soprattutto perché tu mangi le verdure senza lamentarti come qualcun altro di mia conoscenza."

Risero tutti a parte Noctis. Iris si appoggiò allo schienale della sua poltrona.

“Gladio, ti spiace se parliamo un attimo di là?”

“Per niente,” rispose, colto in contropiede.

La seguì in camera da letto. Forse voleva parlare di Clarus – non avevano ancora avuto modo di scambiarsi una parola a riguardo –, o forse di Silia. Mentre ancora si stava richiudendo la porta alle spalle, Iris si sfilò una catenella dal collo e gliela mise in mano.

“Non mi sembrava carino dartela davanti a tutti.”

Gladio soffocò un’esclamazione sbigottita: era una piastrina con un’incisione di Bahamut e un numero di matricola che conosceva a memoria. Una sera alla taverna, giocherellandoci, Silia gli aveva detto distrattamente che lo trovava un oggetto macabro, e nel suo caso inutile, visto che sul suo dossier non c’erano contatti di emergenza e che non esisteva nessuno da avvisare della sua morte. Be’, adesso puoi dire che la mandino a me, Silia, le aveva risposto senza pensarci, sorridendo, prima di realizzare – nell’ordine – che il semplice pensare un’eventualità del genere gli scavava un buco sanguinolento nello stomaco, e che la situazione stava iniziando a sfuggirgli di mano. Silia aveva rialzato la testa di scatto, stupita, poi aveva distolto lo sguardo e cambiato discorso senza rispondergli.

Strinse la piastrina, appoggiandosi il pugno alla fronte. Silia doveva essersene ricordata, o magari no, forse voleva semplicemente fargli sapere in qualche modo che, anche in mezzo a tutto quel caos, esisteva ancora un legame tra loro.

Iris lo stava osservando, la testa inclinata, un sorriso felino sul volto. “Lo sapevo. Perché non mi hai mai detto che avevi una ragazza, Gladio?”

“Perché non è la mia ragazza.” Ogni suo tentativo di negare, ormai, diventava sempre più debole e ridicolo.

“Sì, certo, raccontala a qualcun altro.” Iris si stiracchiò sorridendo. “Mi piace molto, comunque. Anche a Jared e Talcott. Solo avrei voluto conoscerla in circostanze più felici.”

Gladio si sentì inaspettatamente compiaciuto. “Oh, ha la tua approvazione, dunque?”

“Una donna in grado di stamparti quell’espressione in faccia? Certo che ce l’ha.”

Sedette sul letto, imbarazzato. “Spero sia ancora tutta intera. Sai dirmi della sua ferita, Iris?”

Lei annuì. “Gliel'ho ripulita e bendata io stessa. Una ferita netta da spada. Ma non preoccuparti, non credo fosse così grave, a giudicare da come si è liberata dei daemon lungo la strada verso Lestallum."

"Dannazione, è più instancabile di Cor Leonis. Avrebbe potuto fermarsi qualche giorno."

"Mi spiace, Gladio. Abbiamo provato a convincerla, ma non ha voluto sentire ragioni. Quando sono riuscita a mandarti quel messaggio, lei se n’era già andata. Aveva fretta di raggiungere il suo compagno Nyx Ulric e la Principessa.”

“Già, Ulric.” Gladio sedette sul letto con un sospiro. “È un bene che abbia perso i contatti con lui. Se avesse saputo del Capitano Drautos, sarebbe stata con Ulric a morire.”

“Per cui...” sussurrò Iris, sedendo accanto a lui. “Il Capitano Drautos è sempre stato il Generale Glauca.”

Gladio annuì. Silia aveva saputo di Drautos, probabilmente da Cid Sophiar, ma era ancora all'oscuro di tutto il resto. Non se l'era sentita di dirglielo per telefono, non mentre, con una voce che sembrava venire dal mondo degli spiriti, gli chiedeva scusa per colpe che non aveva. Lo avrebbe fatto Cor Leonis. Forse lo aveva già fatto. “Fin dall'inizio. Non si può nemmeno chiamare 'tradimento'. È penetrato all'interno della Sala delle Cerimonie, ha detto Cor. Nessuno del Concilio è sopravvissuto.”

Sua sorella rabbrividì. Gli appoggiò una mano sulla spalla, con sguardo speranzoso. “Lo ha detto anche Silia. Ne siamo certi, Gladio? Nessuna speranza?”

Scosse lentamente la testa. “No, Iris, mi dispiace. È stato il Re a riferire alla Principessa che i membri del Concilio erano morti.” Le prese la mano. “Be'... sembra che adesso siamo rimasti solo io e te.”

“Papà ha fatto il suo dovere. Lo ha fatto ogni giorno della sua vita fino all’ultimo. Mi manca tanto, naturalmente, ma è morto come ha sempre vissuto: combattendo al fianco di Re Regis.”

“Per i Sei, Iris, ma quand’è che sei diventata una donna?” le chiese, sorridendo. Le strinse un ginocchio. “Il nostro vecchio avrebbe gonfiato orgogliosamente il petto come una cockatrice al sentirti parlare così.”

Iris rise. Si strofinò un occhio, e Gladio comprese che non era per le risate, ma fece finta di niente. Si limitò a stringerle ancora la mano. “Ti ricordi,” la stuzzicò, “quante tonalità di rosso ha toccato la sua faccia quando sei entrata in camera da pranzo dichiarando orgogliosamente che eri diventata donna?”

Gladio!” Iris strappò la mano dalla sua presa, paonazza. “Perché dovevi ricordarmelo? Avevo dieci anni!”

Gladio sprofondò nel letto, ridendo. “E Talcott, che aveva tre anni, chiese se intendevi dire che ti saresti sposata e saresti andata via di casa.”

"Gladio!" strillò ancora lei, balzandogli addosso a cavalcioni e tempestandogli di pugni il petto. “Smettila!”

"Papà ci portò tutti a cena al Liberty, anche Jared e Talcott,” continuò lui. “Quella sera, prima di andare a letto – tu già dormivi – lo trovai da solo, in biblioteca, con un bicchiere di vino in mano. Mi chiese di sedermi un attimo con lui. Lo feci. Non succedeva mai. Mi confidò che in momenti come quello sentiva molto la mancanza della mamma e che gli dispiaceva averti fatto crescere senza una figura femminile di riferimento.”

Iris aveva abbassato la testa. Le mani, che teneva ancora sul suo petto, le tremavano.

“Gli mentii. Gli dissi che eri una bambina forte e che non avevi bisogno di una madre. Gli dissi che non doveva preoccuparsi se non riusciva a seguirti come avrebbe voluto, perché c’ero io. Ho sempre nutrito un po’ di risentimento verso l’egoismo di nostro padre, Iris, ma in quel momento non volevo farglielo pesare.”

“Non stavi mentendo,” sussurrò lei.

Gladio si raddrizzò. “Adesso sei tu che stai mentendo."

“No. Ti sei sempre preso cura di me, Gladio, anche quando eri tu stesso un bambino, e nonostante tutti i tuoi impegni.”

Non parlarono per qualche secondo. Da anni non la sentiva così vicina.

“Cosa succederà adesso?”

Lui si strinse nelle spalle. “Mi piacerebbe potertelo dire, Iris, ma non lo so. Non abbiamo più una casa, non abbiamo più una città. E io non posso restare con te, per il momento. Ma Cor mi ha promesso che farà in modo che tu sia al sicuro, e io mi fido di Cor.”

“Fratello, non preoccuparti per me. Staremo bene. Stavo parlando di te e degli altri. Noctis adesso è il Re, ma come farà a rivendicare Insomnia?”

Non poteva dirle che non ne aveva la minima idea. Sorrise. “Fidati di lui. Fidati di me. Ci riprenderemo Insomnia, Iris. Torneremo a casa. È una promessa.” Tese la mano verso di lei.

“È una promessa,” ripeté Iris, stringendogliela. “Grazie, Gladio. Sono così felice che tu sia qui. Adesso vado a dare una mano a Ignis con la cena. Sai che c’è un bellissimo mercato all’aperto qui vicino?” Si alzò. Attraversò la stanza, sfiorò la maniglia, ma prima di aprire la porta si voltò verso di lui. “Un'ultima cosa, fratello.”

“Hm?”

“Lo hai mai detto a Silia?”

“Cosa?”

“Che sei innamorato di lei, naturalmente.”

Gladio scosse semplicemente la testa.

“La prossima volta che vi vedrete devi dirglielo assolutamente. La vita è troppo breve, e non l’avevo mai capito veramente prima di qualche giorno fa.”

III

Cinque minuti dopo essere entrata nel diner di Hammerhead, Silia si era accasciata contro il tavolo, priva di sensi. Blackout totale di sei ore, aveva scoperto più tardi, svegliandosi sulla branda di una roulotte con una flebo, la spalla fasciata e il braccio strettamente legato contro il corpo. La febbre si era un po' abbassata, le parve. Era riuscita a mettersi in piedi e a tornare all’hangar, dall’altra parte della strada, dove Cindy stava lavorando alla sua macchina. Le aveva detto che mentre era priva di sensi il medico le aveva pulito e ricucito la ferita alla spalla e che, fortunatamente, il taglio era stato abbastanza netto da non danneggiare troppo ossa, muscoli e articolazioni. Dal momento che ormai il sole stava tramontando, Silia si era concessa di fermarsi per la notte. Aveva telefonato a Gladio per avere sue notizie – il sollievo nella sua voce, per i Sei, Gladio pensava che fosse morta, esisteva ancora qualcuno a Eos a cui importava se era viva o meno – e poi, di nuovo seduta al diner, mentre mangiava quello che le avevano messo davanti, aveva dato a Cid Sophiar, a sua nipote e – inevitabilmente – all’uomo dalla pelle scura che le aveva cucinato la cena le informazioni promesse.

Nonostante il braccio immobilizzato, non aveva avuto grossi problemi lungo la strada verso il campo di Cor Leonis: la sutura fatta da una mano abile, le quattordici ore di sonno e qualsiasi cosa le avessero iniettato in vena l'avevano rimessa quasi in sesto. Ebbe qualche problema quando le due persone di guardia all'ingresso le puntarono addosso i fucili – dovevano averla riconosciuta, e non era così strano: era stata a Insomnia per mesi – e altre quattro si unirono per sequestrarle le armi, perquisirla, e infine scortarla nel padiglione del Generale. In altre circostanze, si sarebbe sentita quasi lusingata da quel dispiegamento di forze.

Come le era successo con Clarus Amicitia, non era la prima volta che vedeva Cor l'Immortale, ma non le era mai capitato di trovarsi faccia a faccia con lui. Adesso che lo guardava da vicino, si stupì di quanto fosse attraente e giovanile. Aveva gli occhi stretti e blu, dal taglio duro, il viso – al contrario suo – privo di qualsiasi cicatrice, e non un solo capello bianco. Eppure, calcolò, doveva avere ormai quarantacinque anni.

Anche Cor Leonis la squadrò dalla testa ai piedi, probabilmente con meno indulgenza nei suoi confronti. Silia stava iniziando a pensare che Gladio, per qualche motivo, non fosse riuscito a fargli avere il suo messaggio, e che si trovava nella merda, quando il Generale fece cenno ai suoi uomini di abbassare le armi. “Ho ricevuto ben due chiamate che ti riguardano, angone.” Silia aprì la bocca per chiedergli di chi fosse la seconda, stupita, ma lui non la lasciò continuare. “Ma non sono diventato Generale della Guardia Reale lasciando che altri giudichino un potenziale pericolo al posto mio. Per cui raccontami la tua storia. Deciderò da me se crederti o no.”

Si raddrizzò, più tranquilla, e fece meccanicamente per rivolgergli il saluto militare degli Angoni, ma interruppe il gesto non appena si fu sfiorata il petto. Non avrebbe mai più ripetuto quel saluto. “Il mio nome è Silia Hartwood, Generale. Ero un membro del corpo degli Angoni del Re. Sono sempre rimasta fedele a Lucis e a Re Regis.”

"Bene,” rispose lui, con voce scettica. “Sentiamo cos'hai da raccontare.” Cor Leonis prese posto su una sedia dietro la scrivania di legno. Le indicò un’altra sedia, che lei prese e trasportò davanti a lui. Per un attimo si chiese se l’avesse fatto per riguardo alle sue condizioni: a parte il braccio al collo, aveva ancora sul viso i segni dello scontro con Marius. “Andate pure,” disse agli uomini che l’avevano scortata fin lì “ma non dimenticare chi hai davanti, Hartwood. Niente mosse false. Forza, non abbiamo tutto il giorno.”

Silia s’inumidì le labbra. Dall’espressione di Cor Leonis, non aveva dubbi che sarebbe stato un lungo colloquio. “Ho combattuto per più di nove anni sul fronte, ma a fine ottobre sono stata costretta a tornare a Insomnia per seguire un percorso riabilitativo in seguito a un infortunio.”

Cor Leonis annuì. “L’angone che ha collaborato con la Guardia Cittadina. Mi ricordo di te. Sono tanti mesi, Hartwood. Cosa ti è successo?”

“Uno jormungand mi ha mangiato la gamba.”

Lo sguardo dell'uomo, inevitabilmente, si appuntò sulle sue gambe. “Hai voglia di scherzare?”

Per tutta risposta, Silia appoggiò il piede sul tavolo e tirò su la gamba del pantalone, mostrandogli la protesi. Poi risedette composta. Il Generale non commentò in alcun modo, se non facendole cenno di proseguire.

“Drautos mi rispedì a Insomnia per farmi costruire e impiantare la protesi e per la riabilitazione, con la rassicurazione che, una volta giudicata di nuovo idonea al combattimento, sarei potuta tornare sul fronte. Ma non è mai successo: a maggio sono stati gli Angoni a rientrare a Insomnia, dopo aver perso l'ultima roccaforte.”

Cor Leonis la osservava come se le stesse strappando di dosso abiti e pelle per leggerle dentro. “Ecco, parliamo di questi ultimi mesi. Avevi sospetti sul tradimento dei tuoi compagni?”

“Nessuno, o probabilmente non sarei qui.” Ripensò a quanto Marius aveva detto su Crowe: avrebbe dovuto esserci lei al posto della ragazza. Rabbrividì.

“Dove ti trovavi durante la firma dell’armistizio?”

“Ai posti che ci aveva assegnato Drautos. Io ero a pattugliare la Piazza della Cittadella in attesa del passaggio del corteo. Le direttive erano di tenere d’occhio i cittadini perché non causassero disordini e poi di seguire gli imperiali all'interno della Cittadella durante la firma. Eravamo in cinque assegnati alla zona. Ma, prima che arrivasse il corteo, Pelna Khara, uno dei miei compagni, ci ha dato ordine di rientrare al Comando. Nyx Ulric, un altro angone, aveva scoperto che la principessa Lunafreya era scomparsa, e credeva di sapere dove la tenevano prigioniera. C’era un’avioflotta in posizione a 32 km a sud di Insomnia. Ulric aveva avuto l'autorizzazione del Re per agire da secondo in comando, dal momento che Titus Drautos era irreperibile.”

Cor Leonis annuì. “Siete andati in suo soccorso, dunque?”

“Non io. Un’avioflotta non sarebbe mai riuscita a penetrare la Barriera, ho pensato. Doveva esserci per forza qualcosa sotto. Ho detto a Nyx che sarei andata al Santuario a offrire manforte alla Guardia Cittadina nella protezione del Cristallo. Gli ex membri della mia squadra sono venuti con me.”

Apparentemente più interessato, Cor Leonis si sporse verso di lei. “Continua, Hartwood.”

Continuò. “Ci stavano aspettando,” disse. “Arrivati nella galleria, io e la mia squadra siamo stati attaccati da altri angoni. Mentre i miei compagni combattevano, sono riuscita a raggiungere il Santuario. Il Cristallo era ancora là. Per un attimo ho creduto che fossimo arrivati in tempo a impedire che se ne impadronissero, ma poi ho visto degli ordigni. Sono esplosi subito dopo. Sono riuscita a salvarmi grazie alla magia, ma ho battuto la testa.” Silia si sfiorò un sopracciglio, distogliendo lo sguardo con vergogna. “Quando ho ripreso i sensi, il Cristallo si stava allontanando, trasportato da un’avionave. Troppo lontano per una proiezione. Mi sono curata la ferita alla testa e ho cercato di raggiungere il Re, ma in galleria un angone di nome Marius Gaunt, sopravvissuto allo scontro con i miei compagni di squadra, mi ha attaccata. Non eravamo più in grado di usare incantesimi, non ho idea del perché. Forse hanno fatto qualcosa al Cristallo, forse il Cristallo si era allontanato troppo dal Re, o forse il Re era già morto. Abbiamo duellato, e alla fine ho avuto la meglio, anche se non ne sono uscita indenne.” Fece una pausa.

“Hartwood,” interloquì il Generale, “sapevi che a capo di tutto c’era il tuo Capitano?”

Silia scosse la testa. “Non fino a quando non me l’ha detto Cid Sophiar. Ho contattato più volte invano Drautos per avere istruzioni. Ma alla fine sono riuscita a parlare con Nyx Ulric. Era su un’auto con la Principessa e la stava scortando ad Altissia perché si ricongiungesse al Principe Noctis. Si stavano dirigendo al cancello orientale. Nyx mi ha informata che i Re e tutti i membri del Concilio erano stati assassinati dal Generale Glauca e che non c’era più nulla da fare, e di raggiungerlo a Galdin Quay, da dove sarebbero salpati per Altissia. Prima di lasciare la città, sono andata a cercare Iris Amicitia per condurla a Lestallum al sicuro. Lì ho saputo che tutti i collegamenti tra Galdin Quay e Altissia erano interrotti. La linea interna degli angoni non funzionava più, per cui ho pensato di venire a cercare lei. È stato Cid Sophiar a dirmi dove trovarla.”

“Nyx Ulric non ti ha detto che il Generale Glauca aveva orchestrato tutto?”

“No. Mi ha detto solo che era penetrato alla Cittadella e aveva ucciso il Re. Immagino fosse in combutta con Titus Drautos.”

Il modo in cui il Generale aggrottò le sopracciglia non le piacque per nulla. “Non è così, Hartwood. Il Generale Glauca e Titus Drautos erano la stessa persona.”

Silia si sentì come, al ristorante Liberty, si era sentita quando Gladio Amicitia le aveva comunicato l’armistizio: sull’orlo di un attacco di panico. Questa volta, tuttavia, la consapevolezza di essere osservata e giudicata dal Generale Leonis le permise di mantenere il controllo delle proprie azioni ed emozioni. Fissò le venature sul legno del tavolo, cercando di riconvertire il ronzio alle orecchie negli ordinari rumori della realtà tangibile: voci maschili, ordini gridati con voce secca, passi pesanti, cozzare di ferro e legno. Ma anche le venature del tavolo gridavano con la voce di Cor Leonis che l'Alto Comandante dell'Armata Imperiale che li massacrava, e il Capitano che si era presentato nella sua baracca e l'aveva giudicata idonea per gli angoni, addestrandola e spronandola per quindici anni, erano la stessa persona. Quel pensiero ne trascinò con sé un altro, angosciante e urgente, che non riuscì a trattenere.

“Abbiamo combattuto per l'Impero, finora?”

Cor Leonis ammiccò. Fu sincero: “Hartwood, non lo so. Non c'ero io, sul fronte,” disse sbrigativamente, poi il suo tono si ammorbidì. “Posso solo dirti che né il Re né il Concilio né io stesso, per quel che può valere, abbiamo mai avuto motivo di sospettare di Titus Drautos. L’unica cosa certa che sappiamo è che si è guadagnato un posto tra le alte gerarchie militari di Insomnia, ha creato e addestrato il più potente corpo militare che il regno abbia mai visto, e poi ne ha sacrificati tre quarti negli anni e il resto pochi giorni fa.”

Non era abbastanza. Silia si strofinò gli occhi, alzandosi. Voleva che quel colloquio terminasse lì. Voleva del tempo, in silenzio, per passare in rassegna dieci anni di battaglie, sudore, sangue e sofferenza, alla ricerca di indizi che potessero tradire la vera identità di Titus Drautos e che aveva mancato di cogliere.

“Hartwood, siediti, non abbiamo ancora finito,” la richiamò alla realtà il Generale picchiando seccamente il palmo della mano sul tavolo. “Sei venuta per avere direttive e per sapere cos'è accaduto a Insomnia, per cui ascolta fino in fondo. Titus Drautos, o Generale Glauca che dir si voglia, è morto e si è portato i suoi segreti all'altro mondo. È stato Nyx Ulric: ha combattuto contro i suoi, i vostri compagni traditori, e ha ucciso in battaglia Drautos. Ha usato l’anello di Lucis, che il e aveva affidato alla Principessa, sacrificando la sua vita per farlo.”

Silia risedette, abbandonando il capo su una mano. “Come avrebbe fatto Nyx a usare l’anello di Lucis? Credevo che solo la famiglia reale potesse farlo. Dannazione. Dannazione.” Cercò di controllare la rabbia. Dopotutto eri davvero un eroe, Nyx. Vorrei solo non avessi fatto tutto da solo. “Se avessi saputo di Ulric, sarei tornata indietro. Ma il Re era morto, il Cristallo era andato, e… dannazione,” ripeté. “Sarei tornata indietro. Avrei voluto guardarlo in faccia, quel bastardo di Drautos, e…”

“E morire, Hartwood,” completò il Generale per lei. “Com'è morto Nyx Ulric. E non si combatte una guerra solo con i martiri e gli eroi.”

Era una sorta di rude incoraggiamento, comprese, ma in quel momento non era in grado di apprezzarlo. “Ha notizie della Principessa?”

“L'Oracolo è riuscito ad arrivare a Lestallum con l'Anello, ma è già ripartita. Anche il Principe e la sua scorta sono riusciti ad arrivare fin lì senza problemi, ma l'hanno persa per poco, sembra.”

Silia annuì lentamente. Non tutto era perduto, dopotutto, anche se non per merito suo. “Buono a sapersi,” sussurrò. “Crede ancora che io sia un traditore, Generale?”

Cor Leonis la stava ancora fissando, cercando il suo sguardo. “No, Hartwood. Credo che tu abbia avuto la sfortuna di trovarti tra due fuochi.”

Be', quantomeno pare che non verrò uccisa dall'Immortale. “Non mi ha detto di chi era la seconda chiamata che mi riguardava.”

Il Generale incrociò le braccia. “Cid Sophiar. Mi ha chiamato poco dopo Gladio Amicitia, se vuoi saperlo. Mi ha intimato di non far fuori la gattina ferita che stava arrivando al campo prima ancora di lasciarla miagolare, visto che si era preso la briga di raccattarla dal pavimento del diner. E dunque, Hartwood, cosa intendi fare, adesso?”

Silia cercò di contenere il sorriso amaro che rischiava di piegarle le labbra. “Non lo so. Sono qui per scoprirlo, Generale. Non ho più la magia, ma posso combattere ancora. La guerra non è persa finché il Principe è vivo. Sono ai suoi ordini, se mi accetta.”

Le labbra sottili dell’Immortale si contrassero per un istante. “E allora benvenuta a bordo, Hartwood. Di certo troverò qualcosa da far fare a due braccia giovani come le tue.”

Chapter Text

21

Abyssus abyssum invocat

I

La vita alla vecchia base hunter occupata da Cor Leonis, scoprì Silia, non era tanto diversa da quella sul fronte: un piccolo accampamento di volontari di ogni tipo, in stragrande maggioranza uomini, smistati in tende, padiglioni e baracche. Il Generale l'aveva presentata sbrigativamente a una manciata di persone che a loro volta l'avevano presentata ad altre persone. La gerarchia al campo era semplice: tutti rispondevano all'Immortale, ma gli hunter, si accorse, mantenevano un certo grado di autonomia e riferivano all'Associazione Meldacio.

Il suo arrivo causò qualche malumore. Nonostante l'eroismo di Nyx Ulric, che aveva salvato quel che restava del regno, ci si riferiva agli angoni, indiscriminatamente, come ai peggiori traditori della storia. Nessuno le dimostrò aperta ostilità, perché nessuno osava sfidare la volontà dell’Immortale, ma, comprensibilmente, non la fecero sentire la benvenuta, né lei, chiusa in un cupo silenzio mentre pensava e ripensava ossessivamente a ciò che Titus Drautos aveva fatto, cercò di inserirsi in alcun modo nelle loro attività e conversazioni.

Monica Elshett e Dustin Ackers, gli ufficiali della Guardia di cui Iris le aveva parlato, furono in realtà cordiali con lei. Si profusero in sinceri ringraziamenti per aver portato i ragazzini a Lestallum: erano andati a cercarli alla villa degli Amicitia, apprese Silia, ma era arrivata prima lei. Forse su richiesta del Generale, le esposero con più dovizia di dettagli ciò che lui le aveva raccontato durante la loro conversazione. Le offrirono un pasto, dell’acqua, e portarono da lei un medico che potesse dare un’occhiata alle sue ferite. Silia cercò di declinare, ma Elshett, con gentile decisione, ribatté che era un ordine del Generale, non una gentile offerta. Riluttante, dovette cedere; al riparo di un padiglione adibito a infermeria, si spogliò, e lasciò che il medico confermasse ciò che già sapeva: che il taglio era stato netto, che il lavoro fatto ad Hammerhead era pulito e perfetto, e soprattutto che era disidratata.

Cercò di seguire il consiglio del medico e di dormire, ma, due ore dopo essere riuscita ad addormentarsi, si svegliò con un grido strozzato in gola, annichilita da un sogno che non riusciva a ricordare. Qualcuno, nel buio, le domandò se fosse tutto a posto, e, ancora ansimante, viola per la vergogna, si mise addosso la giacca con mani tremanti e uscì dal capannone per fumare una sigaretta in un luogo appartato. Impresa difficile, al buio, in un accampamento che non conosceva e affollato di gente ancora sveglia, ma, nello spazio tra due casse di scorte, al limitare orientale del campo, lo trovò.

Fu una delle notti peggiori della sua vita. Adesso che aveva smesso di zigzagare tra Leide e Cleigne in cerca di direttive e che si trovava in un posto sicuro guidato da qualcuno che avrebbe potuto dargliele, la caduta di Insomnia, la morte dei suoi compagni, lo scontro con Marius, l'incontro con Gregor e il bambino, il tradimento di Titus Drautos – troppo, decisamente troppo – le si abbatterono addosso. Entrò e uscì da un sonno delirante tormentato da incubi tremendi, stringendosi alla sua giacca di pelle, lottando per non perdere la testa. Per la famiglia e per la patria, il credo di suo padre, e gli Angoni ne avevano fatto scempio.

Si aggrappò al pensiero che aveva ancora Niflheim da odiare per tutto ciò.

II

Si era aspettata che il Generale Leonis, dopo averla accettata al campo, si dimenticasse della sua esistenza, preso com’era da mille impegni di coordinamento, ma il giorno dopo la convocò di nuovo nel suo padiglione.

“Hai un aspetto tremendo, Hartwood,” la accolse senza un saluto.

“Grazie, Generale.”

“Riesci a muovere il braccio?”

“Sì,” tagliò corto. Non in modo indolore, ma aveva avuto ferite ben peggiori.

“Bene.” Indicò con il capo l'uomo seduto a un angolo del padiglione, in penombra. “Conosci Darius Magnus?”

Silia lo scrutò, scuotendo la testa, e lui l’esaminò a sua volta. Tra i trenta e i trentacinque, valutò, capelli lunghi brizzolati, fisico scolpito e longilineo, di bell’aspetto. Cittadino della Capitale fino al midollo. Non ne indossava l'uniforme, ma ogni cosa di lui gridava sangue nobile, per cui era pronta a scommettere che si trattava di una Guardia Reale.

“L’Associazione Meldacio ci ha segnalato la presenza di un branco di Sanguicorno particolarmente aggressivi venti chilometri a sudest dell’accampamento. Attaccano qualunque cosa si muova, persino le auto sulla strada. Affido questa missione di caccia a voi due.”

Un’ora dopo, Silia si chiese cosa intendesse Cor Leonis con voi due, visto che Magnus non mosse un dito durante i combattimenti. In ogni caso, anche senza usare troppo il braccio sinistro, Silia non ebbe alcun problema nel liberarsi delle bestie.

“Sei venuto a fare una scampagnata, Darius?” gli chiese senza rancore, raggiungendolo sulla pietra piatta su cui era stato seduto tranquillamente a fumare per tutto il tempo dello scontro.

Lui si strinse nelle spalle. “Colpa tua. Non mi hai dato tempo di finire la sigaretta prima di attaccarli.”

“Riferisci al Generale Leonis che, se era un test, l'ho trovato un po' offensivo.”

Per tutta risposta, Darius le tese il pacchetto di sigarette. Silia stava per finire quelle che aveva recuperato a Lestallum, per cui ne accettò una. "Non era un test. Gli hunter ci hanno offerto la base e collaborano con noi, noi in cambio diamo una mano a loro. E, se proprio vuoi saperlo, il Generale ha mandato te per tenerti occupata. L’ultima cosa che ci serve è un angone fuori di testa.”

Silia si irrigidì, immobilizzandosi con la sigaretta spenta in bocca. Il pensiero che qualcuno avesse riferito dei suoi movimenti notturni al Generale la umiliò.

“Non fare quella faccia, Hartwood.” Darius si sporse per accendergliela. “Sei un angone. Al campo ti stanno tenendo tutti d'occhio, e sarà così ancora a lungo. E non vergognarti per stanotte, uomini più vecchi e grossi di te hanno avuto gli incubi, dopo quel che è successo a Insomnia. Forza, rientriamo.”

Quel pomeriggio, qualche ora dopo il loro rientro, Darius tornò a cercarla. Vedendola ciondolare, una donna che si occupava dell'armeria le aveva chiesto bruscamente di verificare la funzionalità delle armi da fuoco, visto che se ne intendeva, ed era quello che stava facendo.

"Ti ho cercato per un quarto d'ora," disse la guardia con tono infastidito, entrando nell'armeria. "Cosa stai facendo qui, Hartwood?"

"La donna dell'armeria, credo abbia detto di chiamarsi Lavinia, mi ha chiesto di controllare le armi da fuoco."

Darius si scostò un ciuffo di capelli che gli ricadeva sugli occhi e produsse una sorta di sorriso sfrontato. "E per caso tutte quelle che hai controllato finora sono perfettamente funzionanti?"

Silia annuì. Darius emise una risata secca.

"Non troverai armi non funzionanti, qui dentro, Hartwood. Lavinia ti ha giocato un brutto tiro. Non le sono mai piaciuti gli angoni. Scommetto che in questo momento se ne va in giro a vantarsi. Hartwood," disse divertito quando lei sbatté a terra irritata il fucile che aveva tra le mani, "qui dentro rispondi solo al Generale. Se qualcun altro che non sia lui o per lui prova a darti un ordine, ignoralo. Forza, vieni con me."

“È un ordine?” domando, aggrottando un sopracciglio.

Darius sorrise di nuovo. “Solo un invito.”

Uscirono dall'armeria. Erano le sette, e il sole iniziava a tramontare – succedeva sempre più presto, nonostante la stagione – e Silia respirò volentieri l’aria della sera dopo aver passato l’ultima ora tra le lamiere bollenti dell’armeria. Darius, accanto a lei, si stiracchiò. "Toglimi una curiosità: perché un ex membro dell’élite militare ha accettato di svolgere un lavoro di corvée senza batter ciglio?”

Silia si strinse leggermente nelle spalle, seguendolo. “Forse confondi gli angoni con le guardie reali, Darius. Élite militare o no, la maggior parte di noi era di umili origini, e sul fronte non avevamo attendenti. Ho passato così tanto tempo a pulire le latrine per disordini o indisciplina, che al confronto cosa vuoi che sia controllare due fucili? Immagino che qui alla base ci sia molto da fare, oltre a combattere, e che non sia il caso di fare gli schizzinosi.”

“Non esprimerti in questi termini sulle guardie reali davanti al Generale, altrimenti anche lui ti assegna alle latrine. Comunque hai ragione, qui al campo c’è molto da fare e non ci serve gente schizzinosa, anche se qualcuno che si sente ancora alla Cittadella c'è. Sei pratica, Hartwood. Ho deciso che mi piaci.”

Silia ignorò la sua ultima affermazione. Lei, invece, non aveva ancora deciso se le piacesse lui. “Dove stiamo andando?”

“Ti porto a fare un po' di moto. Ti farà bene al braccio. Forse." Mentre si dirigevano all'estremità sud del campo, Silia sentì voci concitate, maschili e femminili. Una dozzina di uomini e donne in un campetto improvvisato stavano giocando a pallamano.

"Conosci le regole della pallamano, Hartwood?"

Silia ghignò. "Quali regole?"

"Perfetto. Forza."

"Non credo che..." ma Darius era già entrato in campo, approfittando di un momento di pausa, e aveva alzato le braccia per farsi sentire.

"Alexandra, vi ho portato un altro giocatore."

I giocatori la squadrarono. "Non ci serve un altro giocatore, Darius," rispose seccamente Alexandra, una donna muscolosa e bionda sulla trentina. Il tono suggeriva più che non le serviva lei.

"Soprattutto una ragazza mingherlina come lei. Si farà male," protestò un uomo robusto calvo e con un'ispida barba nera.

Alexandra fece un gesto vago in sua direzione. "Quanto a questo, ho i miei dubbi e francamente me ne frega poco se si fa male, Stephan. Quella è l'angone arrivata ieri al campo."

“Scherza, Aldric?” esclamò l’uomo – Stephan, pareva. La squadrò, e i lineamenti gli si irrigidirono per il rancore. “Non ci piacciono gli angoni,” le disse apertamente, senza specificare chi includesse il ci. Si passò una mano sulla testa lucida e sudata. “Ci piacevano poco prima, figuriamoci adesso. Speravamo che ci aveste fatto il piacere di eliminarvi da soli.”

Silia non gli fece notare che era merito di Nyx se l'Oracolo era salva e l'Impero non se n'era andato anche con l'Anello, oltre che con il Cristallo. Guardò un istante verso Darius, che l'aveva messa in quella situazione. La stava osservando in attesa della sua risposta – tutti la stavano guardando per sapere come avrebbe reagito.

“Non sono più un angone,” dichiarò semplicemente.

“Già, molto comodo, adesso, vero?”

“Non so se sia comodo. Ma è quello che succede quando i tuoi compagni e il tuo Capitano passano al nemico e sputano su tutto ciò in cui hai sempre creduto e per cui hai combattuto per dieci anni.”

“Ne avete ancora per molto?” chiese Alexandra con aria scocciata. Silia lo sospettava, ma dal modo in cui Stephan si irrigidì, comprese che la donna doveva essere una guardia reale. “Mi si sta asciugando il sudore addosso. Visto che ormai sei qui, Hartwood, gioca.”

“Vi consiglio di rifare le squadre, Alex,” le disse Darius. “Sposta Devan e Marvin nella tua. Hartwood giocherà in quella avversaria.”

“Darius, fottiti,” lo insultò un uomo biondo con un ghigno poco scherzoso. Scoccò a lei un'occhiata sprezzante, esaminandola dalla testa ai piedi. “Facciamo come dice lui, Alex. Voglio farmi due risate.”

“D'accordo. Basta che torniamo a giocare.”

Silia comprese dopo trenta secondi che tutti gli avversari degni erano nella squadra opposta. Si chiese, con una certa dose di irritazione, se Darius l'avesse suggerito per provocare Alexandra, per testare lei, o perché la riteneva in grado di tenere testa ai tre. Respira, si disse. È solo una cazzo di partita a pallamano.

All'inizio nessuno si degnò di passarle la palla, né lei si impegnò per entrare attivamente nella partita. Osservò i movimenti di compagni e avversari, analizzando la loro velocità e forza fisica come se si trovasse sul campo di battaglia. Devan e Marvin – non aveva ancora idea di chi fosse chi – erano due panzer: robusti, fisici, ma poco agili. Alexandra era chiaramente da tenere d'occhio. Gli altri due della squadra avversaria, un uomo magro sulla quarantina e una donna con una brutta cicatrice sul viso, non costituivano una minaccia.

Una delle donne che giocavano nella sua squadra, infine, si trovò circondata davanti alla porta, e fu costretta a passarle la palla. Silia fece uno scatto poco convinto per afferrarla, ma l'uomo biondo – Marvin o Devan – le fu addosso e le assestò casualmente una gomitata così forte a un lato della testa che se l'avesse colpita in faccia le avrebbe sbriciolato il naso, e s'impadronì della palla al posto suo. Quando si voltò verso di lui, l'uomo ammiccò, stringendosi contemporaneamente nelle spalle in un gesto da sono cose che capitano, e allontanandosi verso il lato opposto del campo.

Fu il primo di una lunga serie di falli volontari ai suoi danni. Nulla di particolarmente violento o bellicoso: la stavano semplicemente provocando. Silia era ancora restia a lasciarsi andare, perché temeva di ferire seriamente qualcuno e di incorrere nelle ire dell'Immortale al suo secondo giorno al campo.

“Hartwood, hai capito che devi prendere la palla e piazzarla all'interno della porta dall'altra parte del campo, vero?” chiese Stephan, in squadra con lei. “Se hai paura di farti male, togliti dalle palle.”

“Va bene,” si sentì rispondere. “Ma se vi fate male voi, prendetevela con Magnus.”

La palla era in mano all'uomo biondo. Scattò, e senza dargli modo di reagire l'afferrò tra le mani, colpendolo al contempo con una gomitata sotto il mento e piazzando il piede dietro il suo tallone per fargli perdere l'equilibrio. Marvin – o Devan – cadde, e lei approfittò di quei pochi secondi in cui la squadrarono con sorpresa per scagliarsi verso la porta. Alexandra cercò di bloccarla, ma Silia la scansò, raggiunse la linea di tiro e scagliò la palla tra i pali che improvvisavano la porta.

“Punto."

Il gioco continuò con accanimento. Stephan e gli altri due compagni di squadra iniziarono a passarle la palla ogni volta che potevano. Colpì la sua attenzione il piccoletto – non quanto lei – dai riccioli neri, giovane e veloce, che giocava nella sua squadra. Gli animi si scaldavano sempre più: nessuno tratteneva le proprie forze, e presto – come Darius forse aveva desiderato – divenne una questione privata tra lei, Alexandra, Marvin e Devan.

Dopo aver vinto l'ennesimo violento contrasto contro il biondo e il rosso, Silia riuscì a segnare il suo settimo punto. Si voltò, ansimando a labbra chiuse – stava iniziando a stancarsi –, solo per trovare il gioco fermo e lo sguardo di tutti su di sé. Silia seguì lo sguardo di Alexandra: la casacca strappata le pendeva lungo il fianco, e le si era allentato il bendaggio. Doveva aver preso una bella botta durante l'ultimo contrasto, perché alcuni punti di sutura avevano ceduto e sanguinava. Nell'adrenalina della partita non se n'era resa conto.

“Be'?” disse ad alta voce, stupita, riavvolgendosi il bendaggio attorno alla spalla. “Siete tutti già stanchi?”

“Chiudiamola qui,” ordinò seccamente Alexandra. La sua squadra era in svantaggio di otto punti. “La prossima volta avvisa che sei ferita, Hartwood.”

“Se è per me, posso continuare,” precisò tranquillamente Silia.

“Ecco perché non mi sono mai piaciuti gli angoni,” sbottò il biondo, indicando il sangue che gocciolava a terra dalla sua ferita. “Fanatici del cazzo. Fotterti la spalla per cosa, per un gioco?”

Questa gente non è mai stata in guerra, comprese. Nessuno di loro doveva mai essersi trovato nella situazione di combattere all'ultimo sangue, e pochi di loro, con tutta probabilità, avevano subito una ferita più grave di una frattura. Molti non avevano mai visto un daemon, alcuni non avevano mai cacciato il naso fuori da Insomnia prima della caduta della città.

“Sono stanca anch'io,” tagliò corto Alexandra. Tornò a bordo campo, e gli altri la seguirono. “Ci vediamo in giro.”

Silia non rispose. Sedette a terra per riprendere fiato, massaggiandosi la spalla. Si guardò intorno in cerca di Darius, ma non lo vide. Vide invece Cor Leonis appoggiato alla staccionata dove aveva visto l'ultima volta Darius, per cui si alzò, cercando di darsi un contegno, per quanto contegno poteva darsi con la maglietta stracciata e la spalla insanguinata, e lo raggiunse.

“Buonasera, Generale.”

“Salve, Hartwood.” Cor Leonis teneva le braccia conserte. Sembrava divertito. “Anche gli angoni giocavano a pallamano?”

“Per un po' di tempo ci abbiamo giocato sul fronte per passatempo. È un gioco facile e frenetico, basta una palla o qualcosa che ci assomigli."

“E poi cos'è successo?”

Silia si strinse nelle spalle. "Ci andavamo giù pesante. L'unica limitazione che ci davamo era il divieto di usare la magia, ma per il resto ce le suonavamo di santa ragione. Drautos non vedeva di buon occhio questi divertimenti pericolosi, diceva che ci distraevano dai combattimenti reali e ci sottraevano energie, ma li tollerava. Finché uno di noi non si fece male a una gamba, lo tenne nascosto per non incorrere nelle ire di Drautos, e si fece ammazzare durante una ritirata il giorno dopo. La pallamano, e in generale qualsiasi passatempo con cui potessimo farci male, allenamenti a parte, venne vietata. Fine della storia.”

“Quindi immagino che al confronto questa partitella sia stata una bazzecola, per te.”

Silia fece un mezzo sorriso. “Angoni a parte, a Insomnia ho giocato un paio di volte con Gladio Amiticita. Senza nulla togliere ai suoi uomini, Generale, non c'è paragone.” Dalla sua prima partita con Gladio era uscita con due costole incrinate. Poco male, perché tanto era già in riabilitazione per la gamba.

Darius li raggiunse in quel momento. “Hartwood, potevi dirmelo che quella ferita era seria.” Con sua sorpresa, le lanciò un asciugamano e una bottiglia d'acqua. Forse era il suo modo per scusarsi, anche se non c'era nulla per cui dovesse farlo. “È la prima e ultima volta che ti faccio da attendente,” l’avvisò. “Non perdere la bottiglia. La pompa dell’acqua potabile è nella parte ovest del campo, vicino al capannone delle cucine. Non usarla per farti la doccia.”

“Darius mi ha detto che te la sei cavata bene oggi. Ti passerò altri incarichi urgenti dell'Associazione Venatoria, se te la senti, qualcosa di più dignitoso che non controllare la funzionalità di fucili perfettamente funzionanti.”

Silia lanciò un'occhiata acida a Darius, che rispose a sua volta inarcando un sopracciglio, poi fece un breve saluto militare in direzione di Cor Leonis.

“Basta con quel saluto militare, Hartwood, non siamo più nell'esercito,” disse il Generale per tutta risposta. “E, a proposito, vorrei scambiare due chiacchiere con te. Darius sembrerà anche uscito da una rivista per sole donne, ma è una delle mie migliori guardie reali e ha un cervello che funziona. Hai capito perché ti ha coinvolto in questa partitella?”

Silia impiegò un po' di tempo per rispondere, perché quella battuta così confidenziale su Darius sembrava oltremodo fuori posto sulle labbra di Cor Leonis. Darius non reagì alla battuta né alla lode: guardava lei, in attesa. “Spero non per socializzare, visto com'è finita."

“Anche,” rispose Darius. “Nei prossimi mesi, o anni, per quel che ne sappiamo, combatterai con questi uomini spalla a spalla. Alcuni non si faranno mai una ragione del fatto che eri un’angone, ma non importa. Non voglio che tu gli piaccia. Voglio che rammentino che gli angoni avranno anche tradito, ma erano delle macchine da guerra, e che possono contare sulle capacità di una di queste macchine da guerra. Ma c'è un'altra ragione. A parte Alexandra, qualcuno di loro ha catturato la tua attenzione, Hartwood?”

Silia ci pensò su. “Il piccoletto moro. È molto veloce."

Cor Leonis sorrise, un'altra cosa che le sembrò fuori posto sulle sue labbra sottili. “Claudio. Figlio di due guardie reali che non ce l'hanno fatta. Ha sedici anni, qualche capacità offensiva, ma non è quello il suo punto forte. È un'ottima retrovia. Altri?”

“Marvin e Devan. Sono guardie reali anche loro, vero?”

Il Generale annuì.

“E la mora muscolosa nella mia squadra?”

Darius si grattò un sopracciglio. “Joann Aldin. Una hunter. Come mai ti ha colpito?”

“È molto forte, e nonostante questo fluida nei movimenti. Datele una spada a due mani, se non l'avete già fatto.” La fasciatura al braccio le si era di nuovo sciolta, e iniziò a ricomporla. La spalla era rigida e un po' dolorante, e le scocciava dover andare in infermeria per nuove suture, ma c'era poco da fare. Comprese che la seconda ragione per cui Darius l'aveva buttata nella mischia era perché lui e il Generale volevano un occhio esterno sui loro uomini.

“Hartwood, mi fa piacere constatare che non sei il tipo che si lamenta delle ferite, ma non strafare con quel braccio. Nel caso in cui non te ne fossi accorta, Insomnia è caduta e l'ospedale degno di questo nome più vicino è a Lestallum. Mi permetto anche di ricordarti che probabilmente non esiste più nessuno in grado di mettere le mani dentro alla tua protesi, quindi bada bene alla tua gamba destra.”

Darius abbassò lo sguardo sulla sua gamba con aria interrogativa, ma non chiese nulla. Silia fece un gesto vago con la mano. “Storia lunga,” disse. “Te la racconto, Darius, se mi dici dove posso recuperare dei vestiti.”

“Della tua taglia? Bella domanda. Non ci sono bambini al campo.”

III

Gladio si svegliò intirizzito e raffreddato nella loro camera al Leveille Hotel. L'antro di Greyshire in cui – grazie all’intuizione di Talcott – avevano recuperato le Gemelle dell'Inestinguibile il giorno prima, era una caverna di ghiaccio con temperature sottozero, e i combattimenti contro i daemon che avevano dovuto eliminare – budini, altre aracni, ronin – non erano bastati a scaldarlo. Aveva sopportato il freddo stoicamente, più che altro per non dover sentire anche i rimbrotti di Ignis e le prese in giro di Prompto circa il suo abbigliamento troppo sportivo. Starnutì, e la testa gli rimbombò come una campana. Il che gli riportò alla mente Noctis, le sue fitte, e il motivo per cui erano rientrati a Lestallum.

“Stai bene?” gli chiese Ignis, con premura, quando fu sceso a colazione. Aveva dormito troppo, cosa inusuale, per lui, ed erano tutti già seduti al tavolo.

“Starò meglio dopo un caffè bollente e un'aspirina,” rispose, soffiandosi il naso. Sedette tra lui e Noctis.

“Questo perché per fare il figo te ne vai in giro con una giacca a mezze maniche aperta e sotto niente,” lo stuzzicò Prompto, come da copione.

“Chiudi il becco,” lo zittì. “Piuttosto, come stai tu, Noct? Le tue fitte?”

Noct non aveva un bell’aspetto. Aveva gli occhi rossi, cerchiati da occhiaie, e continuava a massaggiarsi le tempie. “Sempre più frequenti. Continuo a vedere la faglia di Cauthess, come vi dicevo ieri. Le visioni sono sempre più nitide.”

“Allora siamo tutti d'accordo che è il caso di andare a dare un'occhiata.” Gladio sorseggiò il suo caffè con voluttà. Ebony amaro e bollente. La giornata adesso aveva senza dubbio preso una piega migliore.

“Sì, ma come facciamo ad arrivare al Disco di Cauthess? Gli Imperiali controllano la zona.”

Passò la caffettiera a Ignis, che si versò una tazza di quello che doveva essere il suo secondo o terzo. “Intanto scendiamo alla terrazza sotto i parcheggi," suggerì Ignis. "Credo di aver visto dei cannocchiali panoramici, lì, che puntano proprio sulla Faglia.”

“Confermo,” disse Noctis. “Mi ci ha portato Iris ieri mattina.”

“Com’è andato il vostro appuntamento?” lo punzecchiò Gladio. “Spero che con lei non sia stato acido come un limone come tuo solito. Mia sorella ne ha passate di tutti colori, nei giorni scorsi, e aveva bisogno di distrarsi un po’.”

Noctis gli assestò una gomitata. “Non era un appuntamento, siamo solo stati un po’ in giro. E piantala di fare la voce grossa, fratellone. Non sono stato acido con Iris.”

“Buon per te.”

“A proposito di appuntamenti, fratellone, Silia è arrivata sana e salva dal Generale?” intervenne Ignis.

Gladio annuì. “Cor mi ha mandato un messaggio stringato ieri sera. Ha scritto solo L’angone è arrivato. Troverò qualcosa da farle fare. Ho provato a chiedergli se sta bene, ma mi ha risposto Ti avviso che non userò questo telefono per darti notizie sulla tua amante.” Lasciò cadere le mani sulle cosce. “Touché. Almeno ne deduco che sta bene.”

L’abbondante colazione – e l’aspirina – lo rimisero in sesto. Iris e Talcott non rientrarono in tempo perché potesse salutarli, ma Gladio si trattenne qualche minuto con Jared, per ringraziarlo ancora una volta di essere rimasto con sua sorella e pregarlo di darle un’occhiata ancora per un po’.

Scesero fino alla terrazza panoramica. China su una dei binocoli, Gladio intravide una fisionomia conosciuta: un uomo alto – forse poco meno di lui – avvolto, nonostante il caldo, in un trench nero lungo fino alle caviglie e un mantello bianco a motivi damascati. Più che la sua corporatura, furono i capelli di un inusuale rosso-violetto a permettergli di ricollegarlo allo stramboide incontrato sul molo di Galdin.

“Che coincidenza,” disse l’uomo, raddrizzandosi per salutarli. La sua voce era sgradevole, melliflua e cantilenante.

“Dici?” ribatté Gladio, sulla difensiva, spostandosi di un passo più vicino a Noctis.

L’uomo lo ignorò. Anche l’ultima volta che lo avevano incontrato, il suo sguardo allucinato scivolava su lui, Ignis e Prompto senza guardarli, e finiva per soffermarsi sempre e solo su Noct. “Dite un po’, vi piacciono le filastrocche?” chiese. “Sentite questa: ‘Dal profondo dell’Immane sale il richiamo… ma a orecchie sorde giunge invano. Ridotto in ginocchio il Re Sovrano, tra dolore e lamenti si trascina meschino’.”

Un serpente, realizzò finalmente Gladio. Un serpente che dondola ritmicamente la testa a destra e a sinistra per distrarci, mentre la coda colpisce.

“E come facciamo a rimetterlo in piedi?” lo assecondò Prompto.

Lo sconosciuto passò tra loro, stringendosi nelle spalle. “Basta seguire il richiamo. Recatevi dall’Immane e ascoltate la sua supplica.” Si fermò, voltandosi. “Vi ci accompagno io.”

E adesso stiamo per seguire il serpente nella sua tana. Gladio guardò i suoi compagni, certo che avrebbero finito per accettare. Non avevano scelta. L’Immane stava chiamando Noctis e le sue fitte alla testa peggioravano sempre più. E il Disco di Cauthess era presidiato dall’Impero. Per un attimo, fu tentato dal chiedere consiglio a Cor. Si sfiorò il cellulare in tasca.

“Dovremmo andare,” risolse Noctis.

Gladio allontanò la mano dalla tasca. Noctis aveva deciso, e non potevano chiedere aiuto all’Immortale ogni volta che erano incerti su cosa fare. Dovevano cavarsela da soli. “D’accordo,” disse, a malincuore. “Ma non abbassiamo la guardia.”

“Andiamo, dunque?” Il tono di Ignis, rivolto allo sconosciuto, suggeriva chiaramente che volevano avere a che fare con lui il meno possibile.

“Nessun indugio, eh? Mi piace.” L’uomo si incamminò verso la rampa di scale. “Venite con me al parcheggio. È lì che ho lasciato la mia auto. Ma temo sia piuttosto vecchia e non adatta a un Principe. Suggerirei di proseguire con due macchine.”
 

IV

Seguirono l’auto rossa – non così vecchia come lo stramboide protestava – fino a Duscae. Ci vollero ore, e guidò Noctis per cui non fu esattamente un viaggio piacevole, ma declinarono la proposta dell’uomo di fermarsi a riposare all’Area di Servizio di Coernix, perché volevano arrivare al Disco il prima possibile. Quell'uomo non piaceva a nessuno di loro, non avevano la minima idea di come avesse fatto a sapere dell’Immane e di Noctis, e non riuscivano a capire a quale scopo li stesse aiutando né se collaborasse con l’Impero.

“Come diavolo ci farà passare attraverso il blocco imperiale?” chiese Gladio ad alta voce. Se nell’Antro di Greyshire gli si stavano per congelare le palle, adesso la temperatura era insopportabilmente alta. Il calore generato dal Meteorite era già insostenibile, e più si avvicinavano alla faglia più aumentava.

Ignis, che aveva la faccia di chi non si sta godendo affatto il suo primo viaggio sul sedile passeggero da quando avevano lasciato Insomnia, incrociò le braccia. “Lo vedremo. Noi teniamoci pronti a tutto.”

“Oh, sarò ben pronto ad aprirgli il culo, se tenta scherzi.”

Lo stramboide parcheggiò l’auto davanti al cancello blindato della base. Gladio si era aspettato che, prima di avvicinarsi così tanto, accostasse per spiegare loro come intendeva farli passare, ma non avvenne. Si limitò a strombazzare con il clacson.

È folle, si disse Gladio, appoggiando una mano sul sedile di Noctis, pronto a gridargli di inserire la retromarcia e sgommare via. È folle e ci farà ammazzare.

“Ehilà!?” gridò l’uomo, giulivo. “Sono io. Siate gentili, aprite!”

Nel silenzio teso che seguì, il cancello della base si spalancò.

“Non posso crederci.” La voce di Prompto era un filo. “Hanno aperto davvero.”

L’uomo si voltò verso di loro e ammiccò. “Potrò anche avere l’aria di uno che non conta nulla, ma sono influente. Non siete contenti di essere venuti con me? Forza, non siate timidi. Non vi disturberà nessuno. L’udienza divina vi attende più avanti.”

“È una trappola,” sussurrò Gladio, facendo comparire lo spadone. Ignis e Prompto fecero altrettanto, ma Noctis rimise in moto.

“Non importa. Ormai siamo qui e andremo avanti. Se è una trappola, la affronteremo.”

“Non è una trappola,” ribatté l’uomo, con tono quasi offeso. “Ma fate bene a essere pronti a tutto: vi ho portato al cospetto dell’Immane, dopotutto.” Mise in moto anche lui. “È giunto il momento di separarci. Mi raccomando, Principe.”

Attraversarono il cancello, mentre lo sconosciuto si allontanava per la stessa strada da cui erano arrivati. Gladio continuava a stringere l’impugnatura dello spadone. Aveva un pessimo presentimento.

*

Nessuno, tuttavia, li ostacolò lungo la strada, anzi, la faglia sembrava deserta, come se i niff si fossero ritirati subito prima del loro arrivo. Airship imperiali erano parcheggiati, o forse, a giudicare dalla ruggine e dalla vegetazione che in alcuni casi stava iniziando a ricoprirli, dimenticati, su entrambi i lati della strada. La formazione cristallina che si era originata dallo schianto – o meglio, dal quasi-schianto, dal momento che l’Immane aveva bloccato l’impatto del Meteorite ed era ancora lì a sostenerlo, anche se Gladio non ci avrebbe creduto finché non l’avesse visto con i suoi occhi -, simile a colonne di fumo pietrificato, era ormai vicina.

Il caldo peggiorava sempre più man mano che si inoltravano nella faglia, e dopo pochi minuti Ignis suggerì di parcheggiare la macchina, perché nella console si era accesa una preoccupante spia di surriscaldamento del motore. Proseguirono a piedi, boccheggiando.

“Ci sarà veramente Titano?” chiese Prompto.

Noctis sembrava non avere dubbi. “Perché non dovrebbe?”

“Non so. Non ci ho mai creduto veramente, immagino. Gli dèi e tutto il resto, intendo."

“Se devo essere sincero,” intervenne Gladio “anch’io non ci ho mai creduto troppo. Cioè, credo nella loro esistenza, naturalmente, ma quando sentivo la gente parlarne come se fossero veramente su questo mondo scrollavo le spalle.” Alzò lo sguardo verso il punto d’impatto del Meteorite, asciugandosi il sudore dalla fronte. “Adesso che sono qui, però, non mi stupirebbe vedere il faccione dell’Immane fare capolino da quelle rocce.”

“Suppongo che succederà veramente.” Anche Ignis non aveva dubbi.

Noctis, quattro o cinque passi davanti a lui, si fermò d’improvviso. Prompto si lasciò sfuggire un’esclamazione sorpresa, indicando un punto davanti a loro. “È quello che credo potrebbe essere?”

Solo allora Gladio si accorse che non stavano più camminando sulla nuda roccia: la mano dell’uomo aveva lavorato quella zona della Faglia, chissà quanto tempo prima, anche se i terremoti avevano semidistrutto qualsiasi cosa avessero costruito. Attorno a loro, simili a dita spezzate ancora curve a proteggere le reliquie dell’Antico Re, si ergevano mura diroccate, i resti di quello che, migliaia di anni prima, doveva essere stato un Mausoleo Reale.

“Non posso crederci. È uno dei Sarcofaghi Reali!” Noctis si avvicinò. “Nessun errore. Sento la forza degli Antichi Re."

“Il Mistico. Somnus Lucis Caelum,” disse Ignis. "Il primo re di Insomnia. Non mi aspettavo di trovare un Mausoleo proprio qui.”

In silenzio, Noctis avanzò per reclamare l’arma che gli spettava. Ma non appena lo Spadone del Mistico scomparve tra le sue mani, un terremoto, molto più potente di tutti quelli che avevano sentito fino a quel momento, frantumò la terra sotto i loro piedi. Gladio si sbilanciò per un istante, e intorno a loro fu tutto un franare di rocce. Noctis, inginocchiato a terra a quattro o cinque passi di distanza da lui, si stava tenendo la testa tra le mani.

Noct!

L'amico cercò di rimettersi in piedi, ma la sporgenza iniziò a sprofondare. Il sarcofago del Mistico precipitò, e Noctis tentò di risalire per tornare sul solido terreno, ma ciò che restava della base del Mausoleo crollò, trascinandolo con sé. Gladio non stette a pensarci su un solo istante: saltò e si lasciò scivolare dietro di lui, aggrappandosi a una sporgenza e afferrandogli la mano prima che cadesse nel vuoto.

“Tirati su, amico, forza!”

Con un ultimo sforzo, Gladio sollevò Noctis accanto a lui. Rimasero per un istante distesi fianco a fianco, ansimanti, mentre la terra continuava a tremare.

“Stai b…” iniziò a dire, ma si bloccò, atterrito. L’enorme Meteorite, in uno smottare di rocce, schegge, detriti e polvere, si sollevò davanti a loro, e si trovarono faccia a faccia con il Titano.

Erano al cospetto di uno dei Sei.

Chapter Text

22

Ex malis eligere minima


I

L’enorme mole del Titano torreggiava davanti a loro, spaventosa, terrificante. Gladio si sentì incapace di reagire, atterrito come mai nella sua vita: erano al cospetto di uno dei Sei.

Uno degli occhi del Sidereo, quello integro, rosso, grande quanto la testa di un uomo – l’altro era sfondato da un frammento del Meteorite – si appuntò su Noctis. E poi l’Immane parlò. La sua voce fu come una tempesta, assordante, straziante, altrettanto incomprensibile all'udito umano, e Gladio si tappò le orecchie, desiderando che finisse.

Sto sognando. Ho battuto la testa mentre scivolavo e questo è un sogno.

“Ma porca… quindi questo è l’Immane?”

L’esclamazione poco regale di Noctis lo distolse dal suo torpore sgomento. Fece appello a tutto il suo sangue freddo per ricomporsi. “Eh, già,” si costrinse a scherzare, alzandosi, anche se non riusciva a staccare gli occhi da quell’apparizione. “A quanto pare abbiamo svegliato il ragazzone.”

“Sta cercando di dirmi qualcosa… ma cosa?”

Noct! La voce di Prompto riecheggiò da lontano. Lui e Ignis, sembrava, erano illesi, ma li separava un precipizio quasi verticale di almeno venti metri d’altezza. State bene?

“Stiamo bene! Non preoccupatevi!”

Grazie al cielo siete vivi. Riuscite a tornare su?”

Troppo ripido. Noct forse avrebbe potuto proiettarsi fin lì, ma se non avessero trovato un’altra strada lui sarebbe rimasto per sempre a far compagnia all’Immane.

“Non da qui!” gridò Noctis in risposta. “Ma vedo un sentiero. Vediamo dove porta!”

Cerchiamo di raggiungervi anche noi! Fate attenzione!”

Con un’ultima occhiata a Titano, se possibile ancora più inquietante ora che si limitava a osservarli immobile, si avviarono, Noctis davanti a lui.

“Cerca di non correre avanti come sempre,” lo avvisò, indispettito.

“E tu cerca di non rimanere troppo indietro.”

Gladio si morse la lingua per non ribattere mentre si inerpicavano su per il sentiero roccioso. Tutto, intorno a loro, era caldo, incandescente: le rocce su cui appoggiavano le mani per sostenersi scottavano la pelle, e dovevano stare attenti a non calpestare le pozze di materiale semifuso. Gladio continuava a scostarsi i capelli madidi di sudore dagli occhi. Se credeva di essere stato in difficoltà nella trincea di Keycatrich, non aveva ancora visto nulla.

Eppure, anche in quel posto apparentemente invivibile trovarono delle bestie: grossi volatili dalle piume blu appollaiati sulle rocce, che li squadrarono con sospetto.

“Non disturbiam…” iniziò a proferire, per nulla voglioso di mettersi a combattere, ma Noctis aveva già ingaggiato lo scontro, e si trovarono coinvolti in una battaglia inutile. Come se potessero permettersi di sprecare energie e fluidi corporei, in quell'inferno che stavano attraversando.

“Che cazzo, Noct!” sbottò, raggiungendolo, quando li ebbero eliminati. “Ce n'era proprio bisogno?”

Non aveva mai visto Noctis così teso. Gli pulsavano le tempie, e teneva le mascelle serrate. Era evidente che li aveva attaccati per sfogarsi. “Hai intenzione di stare zitto un momento?” lo provocò.

“Sto solo dando consigli sensati. Non è giù abbastanza dura così?” tentò di ridimensionare i toni.

“Sta' zitto e basta.”

Gladio, calma, si impose per non mettergli le mani addosso.

Proseguirono per qualche centinaio di metri, poi furono costretti a fermarsi, perché il percorso che stavano faticosamente seguendo era franato. L’unico modo per continuare era percorrere una lingua di roccia appena più larga dei suoi piedi. Oltre la lingua di roccia, un baratro così profondo che difficilmente sarebbero sopravvissuti alla caduta, soprattutto perché sul fondo vedeva lava e fiamme. Avrebbe dato qualsiasi cosa per non doverlo fare, ma non c’era scelta. 

Magnifico. Equilibrismo: livello 1; Equilibrismo su rocce roventi: livello 3.

Si scostò per l’ennesima volta i capelli dagli occhi, sospirò, e attese che Noctis si avvicinasse. “Dobbiamo passare da lì per proseguire. Vado prima io. Sta’ attento: al minimo errore è finita.”

Quasi a confermare le sue parole, la terra tremò.

Equilibrismo su rocce roventi durante terremoto: livello 7. Diede le spalle alla parete di roccia e iniziò a spostarsi lateralmente lungo il ciglio. “Forza,” spronò l’amico.

Lui annuì. “Sbrighiamoci. Vediamo di uscirne presto.”

Una scossa di terremoto, più forte delle precedenti, lo persuase per un attimo di essere arrivato alla fine dei suoi giorni. Digrignò i denti, addossò tutto il suo peso alla parete di roccia, e cercò di mantenere l’equilibrio. “Reggiti!”

“Dannazione, la mia testa!” Noctis vacillò per un istante, e Gladio si tenne pronto a tornare indietro per afferrarlo, ma l’amico riuscì a raddrizzarsi.

“Stai bene?”

“La testa continua a farmi male!”

“Resisti. Ci siamo quasi!.”

Come a voler contraddire le sue parole, Titano tese una delle sue enormi mani verso Noct.

Questo è il livello epico. Corri!”

Noctis saltò lateralmente, evitando la mano dell’Immane. “Corri tu! Sei tra i piedi!

Sto andando più veloce che posso!

Un albero. Un fottuto albero mezzo rinsecchito. Mentre la terra gli franava sotto i piedi, Gladio si appese a un ramo sporgente, sperando con tutto il cuore che reggesse il suo peso, agguantò Noctis per il braccio e lo lanciò letteralmente tre metri più in là, sul terreno solido, balzando dietro di lui appena in tempo per evitare un’altra manata del Sidereo.

“Meno male che ti ha chiamato lui,” ansimò. “Se questo è il suo benvenuto, non oso immaginare come tratta gli intrusi.”

Per quanto continuassero a salire non si vedeva l’uscita da quel crepaccio. L’Immane non sembrava più intenzionato a parlare, dopotutto, e iniziava a credere che li avesse attirati lì per ucciderli, spinto da imperscrutabili motivi.

“Sono stufo di camminare,” disse Noctis per l’ennesima volta, fermandosi a prendere fiato.

Gladio non ci vide più. Distrutto o non distrutto, scattò in avanti e lo afferrò per lo scollo della maglietta, sollevandolo. “E io sono stufo di sentirti frignare!” Erano anni che non perdeva a quel modo le staffe con Noctis. “Datti una calmata, una buona volta! Hai sangue reale nelle vene, o no?”

Noctis se lo scollò di dosso violentemente. “Prima ancora di avere sangue reale, sono un ragazzo, Gladio!”

Lo spintonò, incredulo. “Un ragazzo? Sei patetico! Il destino del regno è nelle tue mani! Mettiti in testa che la tua vita non appartiene solo a te! Smettila una buona volta di pensare solo a te stesso!” Si leccò le labbra, alzando le mani in un gesto conciliatorio per calmare l'amico e se stesso. “Noi Amicitia siamo gli Scudi giurati del Re. Lo proteggiamo con la nostra vita, è sempre stato così.” Si batté la mano sul petto. “Ho accettato il mio ruolo e ne vado fiero. Per cui, se non riesci a concentrarti, dimmelo e io mi concentrerò per te. È il mio compito, per cui lasciamelo fare. Ci siamo intesi?”

“Intesi.” La voce di Noctis pareva ora venire dal mondo degli spiriti.

Gladio si strofinò gli occhi, amareggiato. Si scontravano periodicamente, lui e Noct, e sempre per gli stessi motivi, ma adesso l’amico non poteva più permettersi di vacillare. D’altro canto, lui poteva permettersi ancor meno di perdere il controllo. “Scusami,” disse, più calmo, “ma dovevo sfogarmi. Andiamo. E ricordati di non correre via.”

Mentre proseguivano, gli tornò in mente la rissa al bar di due anni prima. Era stato quello il momento in cui aveva compreso pienamente cosa volesse dire essere uno Scudo. A parte allenare Noctis, fino a quel momento si era limitato a essergli vicino per buona parte della giornata e a vigilare che non si mettesse nei guai. Ma quando una banale serata di divertimento era stata sul punto di degenerare, e lo sconosciuto ubriaco aveva tirato fuori il coltello, Gladio aveva compreso nello spazio di un istante tre cose: la prima, che avrebbe potuto disarmare facilmente l’aggressore stritolandogli un braccio ma che sarebbe stato più sicuro per tutti se avesse fatto fisicamente scudo a Noctis con il suo corpo; la seconda, che non aveva affatto timore di essere ferito o ucciso, perché la vita di Noctis veniva prima della sua; la terza, che la vita di Noctis veniva prima della sua non perché fosse il suo Principe, ma perché era suo amico e gli voleva fottutamente bene.

“Ehi, Gladio?”

“Cosa?”

“A proposito di tuo padre… gli sono molto grato.”

Gladio abbassò la testa. “Hai sentito cosa ti ho detto prima? Era lo Scudo del Re. Ha fatto solo il suo dovere.” Aprì la bocca per aggiungere qualcosa di meno brusco, ma la suoneria del telefono di Noctis lo interruppe. “Non è il tuo telefono?”

Si fermarono per rispondere. “Ignis! Dove siete?”

Alzò la testa, perché una mezza dozzina di airship imperiali stava sorvolando la faglia. Ovunque fossero andati i niff quando erano arrivati con lo stramboide, adesso erano tornati. Alcuni magitek erano già in formazione sopra di loro.

“È caduta la linea,” disse Noctis pochi secondi dopo. “A quanto pare abbiamo compagnia imperiale.”

“Me ne sono accorto. Tra un po’ farà ancora più caldo, qui.”

Si affrettarono a liberarsi dei Cecchini e degli Spadaccini imperiali e proseguirono. Titano cercò ancora una volta di comunicare con loro, nella sua lingua arcaica, sconosciuta e tonante, e ancora una volta Noctis crollò sulle ginocchia, stringendosi la testa come se gli esplodesse.

“Cosa diavolo vuoi da me? Mi fai scoppiare la testa!”

Ucciderli, probabilmente, perché vibrò in sua direzione un tremendo pugno che distrusse il passaggio di roccia su cui si trovavano. Ancora una volta, Noctis cadde, e stavolta Gladio era troppo lontano per afferrarlo, ma quando riuscì a sporgersi vide che l’amico aveva attenuato la caduta proiettandosi.

La testa del Titano era china verso di lui. Gladio non perse altro tempo, e iniziò a inerpicarsi di nuovo giù per la faglia per raggiungerlo. Fu un bene la sua mancanza di indugi, perché il piede dell'Immane, grande quanto un camion, si abbatté su Noctis. Gladio saltò su di lui e lo spinse via.

“Stai bene?!” tossì Noctis, tra la polvere. “Te ne devo un’altra.”

“Non pensarci. Corri!

Corsero, mentre i pugni di Titano si abbattevano su di loro, distruggendo la faglia. Corsero, ruzzolando per evitare i suoi attacchi, inerpicandosi, quasi esausti, senza tempo né fiato per consultarsi.

“Non si arrende!”

Non potevano continuare a lungo in quel modo. Noctis era allo stremo delle forze, lui quasi. Non aveva scelta. Si fermò d’improvviso, lasciando che l'amico lo superasse, e tornò a evocare l’arma.

“Lo fermo io. Vai!

Se gli avessero detto, qualche anno prima, che avrebbe bloccato la mano di Titano con il suo spadone, si sarebbe fatto una risata. Eppure eccolo lì, i muscoli tesi allo spasimo, le mascelle serrate, mentre utilizzava ogni briciolo di energia che gli rimaneva per contrastare la forza incontrastabile del Sidereo.

“Cosa cazzo stai facendo ancora lì?” sbraitò, avvertendo ancora la presenza di Noctis appena dietro le sue spalle. Braccia e gambe gli tremavano. “Vai!

Noctis, per una volta, lo ascoltò, proiettandosi su un’altra sporgenza di roccia, fuori vista. Gladio tentò di svincolarsi per raggiungerlo, ma stavolta fu l’Immane a bloccare lui, sbarrandogli la strada, come se intendesse impedirgli di raggiungere Noctis.

"Piantala!” gridò, per nulla certo che il Titano l’avrebbe sentito o compreso. “Ci hai chiamati fin qui per ucciderci? Che cosa vuoi?!”

Un’altra spazzata. Gladio la evitò, e si trovò a terra, la mano dell’Immane che incombeva su di lui. È finita, pensò, ma la mano lo schiacciò a terra senza ucciderlo.

“Lasciami, dannazione!” Non riusciva a svincolarsi. Iniziò a colpire alla cieca con lo spadone.

Gladio!”

La voce di Ignis. Si ripromise di ricordarsi il sollievo che stava provando in quel momento a sentirla la prossima volta in cui si sarebbe lamentata del disordine in camera, delle batoste fisiche che infliggeva a Noctis durante gli allenamenti, o dei suoi gusti da sempliciotto in fatto di cibo.

Ignis e Prompto lo raggiunsero. Attaccarono entrambi la mano di Titano, e riuscirono a farla ritrarre quel tanto che bastava da permettergli di liberarsi.

“Dov’è Noct?” chiese Prompto.

“Prova con l’altra mano.”

“Non è il momento di essere spiritosi.”

“Non era una battuta.”

Gladio corse verso il precipizio in cui aveva visto Noctis proiettarsi. Titano si stava accanendo su di lui, adesso, con tutti e quattro gli arti. In mezzo a quelle nubi di polvere e di frammenti di roccia, riusciva a stento a vedere l'amico.

Noct! Arriviamo!” gridò Prompto, ma in quel frastuono assordante, da quella distanza, Gladio dubitò che li avesse sentiti.

“Dobbiamo scendere.” Ignis si aggrappò al bordo, si lasciò scivolare giù, e iniziò a inerpicarsi giù per il ripido pendio. Nessuno si propose di precederlo: era il più agile tra loro. “Fate attenzione. Tra polvere, rocce e i colpi di Titano, non sarà una passeggiata.”

“Ricordatemi di aggiungere anche 'alpinismo' al curriculum, se ne usciamo vivi.” Prompto si assicurò che la cinghia della macchina fotografica fosse ben assicurata al suo collo, e seguì il percorso di Ignis.

Gladio aspettò che la terra smettesse di tremare per l'ennesima, tremenda pedata dell'Immane ai danni di Noctis prima di iniziare a scendere anche lui. “Prima o dopo di 'sopravvissuto a un combattimento contro Titano', sempre se ne usciamo vivi?” gridò, per sovrastare il fragore, ma i suoi amici non lo sentirono.

La discesa fu ardua, esattamente come si era immaginato: arrivarono giù stremati, le mani scorticate e ustionate. Gladio infranse una pozione mentre correvano verso Noctis: non lo rimise completamente in sesto, ma gli restituì un po' di energia per quello che sarebbe venuto in seguito.

“Ti siamo mancati?”

Noctis era fradicio di sudore, e sembrava tenersi in piedi per pura forza di volontà, ma sembrava illeso. “Siete arrivati al momento giusto,” ansimò.

Prompto gli diede una pacca sulla spalla. “Sì, per farci schiacciare!”

Non era il momento per le chiacchiere, perché il piede di Titano si abbatté su di loro, e fecero ricomparire le armi, bersagliando i suoi arti. Ma era come tentare di abbattere una montagna con una pala.

Quando intorno a loro atterrarono le avionavi imperiali che avevano visto poco prima, Gladio si convinse che era finita. Non potevano difendersi dai magitek, dai cannoni laser dei velivoli e da Titano. Si preparò a vendere cara la pelle.

I mirini laser dei cannoni iniziarono a puntare Titano. L'Impero, per chissà quale cazzo di motivo, li stava aiutando. L'Immane fu ben presto troppo distratto da quell'interferenza inaspettata per concentrarsi su di loro.

“Non pensiamo agli imperiali, adesso!” gridò Ignis. “Se vogliamo uscirne vivi, dobbiamo attaccare l'Immane!”

“Intendi, uccidere uno dei Sei?” strillò Prompto, atterrito.

“Non abbiamo scelta!"

Continuarono ad attaccare gli arti di Titano. Noctis, proiettandosi, riusciva a portare a segno più colpi di loro, ma nonostante il supporto degli imperiali continuava a sembrare un'impresa disperata.

Ma poi accadde l'impensabile: le quattro Armi Ancestrali che avevano recuperato fino a quel momento – la Daga del Salvifico, l'Alabarda del Trionfatore, le Gemelle dell'Inestinguibile, lo Spadone del Mistico – iniziarono a volteggiare intorno a Noctis, come infondendogli il loro potere. Gladio stesso si sentì di nuovo pieno di energie, e tutti e quattro attaccarono con un vigore e un'efficacia mai visti prima. Il suo spadone sembrava leggero come una piuma e resistente come mithril, i proiettili di Prompto si infrangevano contro il corpo di Titano come se fossero state bombe, la lancia di Ignis era più affilata che mai e Noctis continuava a proiettarsi come non aveva mai fatto. Ma non era ancora abbastanza.

“Bombe blizzara!” gridò Ignis, in un'intuizione geniale. “Se lo geliamo, possiamo sperare di infrangerlo!” Si affrettò a recuperare delle ampolle magiche. Ne lanciò loro una a testa. “Al mio tre! Uno... due... tre!

Le scagliarono sul più vicino braccio di Titano. Gladio guardò col fiato sospeso Noctis mentre si proiettava sull'arto gigantesco prima ancora di scoprire se, dopotutto, l'Immane era immune al gelo. Non lo era: lo Spadone del Mistico trafisse la roccia congelata, e Noctis, mettendosi a cavalcioni del braccio di Titano, lo tempestò di colpi micidiali.

Il Titano gettò indietro la testa e ruggì. La terra tremò sotto i loro piedi, violentemente come se dovesse sbriciolarsi e precipitarli al centro del globo terrestre. Tra il dolore alla testa per il rumore assordante e la polvere che si sollevò, Gladio vide il Sidereo circondato da bagliori dorati che parvero penetrare all'interno del suo corpo. Un’esplosione devastate lo accecò, e credette di essere morto.

Quando riaprì gli occhi, Titano non c’era più, ed erano gli unici esseri viventi tra i resti fumanti delle avionavi imperiali. Scuotendo la testa per liberarsi dal fastidioso ronzio alle orecchie, Gladio riuscì a rialzarsi, e così, vide con sollievo, stavano facendo anche i suoi compagni.

Raggiunse Noctis e lo rimise in piedi.

“Stai bene, amico?”

“Sì,” rispose Noctis dopo un lungo momento. “Mi ha parlato. Alla fine ho capito. Mi ha mostrato Luna.”

“La principessa?” ammiccò, ma in quel momento un’altra esplosione scagliò intorno a loro addosso rocce incandescenti. Protesse Noctis. “Ne parliamo dopo. Dobbiamo andarcene da qui.”

“E come?” La voce di Prompto era sull’orlo del panico. La terra tremava ancora, erano circondati da lava e fiamme, e non avevano vie d’uscita.

Di nuovo il rombo di un motore in avvicinamento. Alzarono le teste.

“L’Impero? Ancora?”

Il portellone di un’avionave imperiale, simile alla bocca di una grossa bestia, si aprì. Gladio distinse la figura dello stramboide dai capelli rossi in piedi all’interno dell’hangar. “Ma guarda che sorpresa!” disse, come se si trovassero in un prato di margherite, quando il velivolo fu atterrato davanti a loro.

“Tu?!” gridò Prompto.

“Stavo pensando che non mi sono ancora presentato. Izunia. Ardyn Izunia.”

Dev'essere un fottuto scherzo.

Ignis si sfilò gli occhiali appannati. “Il Cancelliere Imperiale?!”

“Per servirvi,” declamò teatralmente togliendosi il cappello. “O meglio, per aiutarvi.”

Rimasero a guardarlo increduli.

“Posso garantirvi l’incolumità, a meno che non preferiate andarvene da soli.”

“L’Impero aveva anche garantito una tregua a Insomnia, se non ricordo male,” rispose Ignis.

“Meglio morire sepolti tra le macerie?”

Forse, pensò Gladio, ma poi valutò la grandezza dell’avionave e il massimo numero di magitek che poteva contenere. Se le cose si fossero messe male, avrebbero potuto ucciderlo – e farlo, visto quanto il tipo gli piaceva e cosa aveva fatto a Insomnia, non gli sarebbe dispiaciuto poi così tanto – e dirottare il mezzo.

Ignis doveva aver fatto lo stesso ragionamento. “Non possiamo morire qui. Non abbiamo altra scelta, Noct.”

“Lo so,” concordò lui. “Ti seguiamo, Cancelliere.”

II

Avevano affrontato molti scontri, da quando avevano lasciato Insomnia, ma quella volta stavano davvero per lasciarci la pelle. Seduto sul pavimento metallico accanto a Noctis, sfinito ma con l’arma ancora ben stretta in pugno, gli venne in mente la conversazione avuta con Silia la sera prima del rientro degli Angoni, la stessa sera in cui – per due volte – era stato sul punto di baciarla. Sono perfettamente addestrato a ogni evenienza, le aveva detto, eppure non ho mai messo in gioco la mia vita. Non riesco neanche a immaginare cosa vuol dire rischiarla ogni giorno. Adesso non aveva nessuna difficoltà a immaginarselo. Tutto quello che avevo imparato in addestramento gli aveva salvato la vita, e l'aveva salvata a Noct. Era grato di non aver avuto molto tempo per uscire con gli amici, o di avere una ragazza.

“E adesso?” chiese Noctis.

“Non lo so. Abbiamo appena affrontato un Sidereo. Siamo su un airship dell'Impero e quello è il Cancelliere Ardyn Izunia. Dammi un attimo per elaborare il tutto.”

L’airship si sollevò in volo, mentre il portello si richiudeva. Era la prima volta per tutti loro su un mezzo volante, e Gladio iniziava ad avvertire un po’ di nausea. Si abbracciò un ginocchio.

“Sai, prima mi è tornata in mente quella rissa nella taverna. Prima di lasciare Insomnia, è stata l'unica volta in cui sono riuscito veramente a comportarmi da Scudo. È stato lì che ho compreso veramente qual è il mio ruolo.”

Noctis gli si appoggiò leggermente alla spalla, o forse era stato il rollio dell'airship a spingerglielo contro. “Ah, l'ubriaco con il coltello. Che spavento, eh?”

Gladio annuì. “Non credo di essere mai stato così vicino a farmela addosso in tutta la mia vita.” Fino a quando mi sono trovato Titano davanti, ovviamente.

“Ma chi, tu?”

“Cosa credi?” ribatté, quasi offeso. “Avevo vent'anni, avevo insistito io per portarti a fare un giro dei bar, e ho quasi lasciato accoltellare il Principe Ereditario in teoria sotto la mia protezione. Per i Sei, se mi fossi mosso una frazione di secondo più tardi...”

“Se ti fossi mosso per rompergli l'osso del collo, invece che per metterti tra lui e me, non avresti quasi perso l'occhio.”

Gladio si sfiorò la cicatrice. “Ne abbiamo già parlato. È stato meglio così.”

“Gladio…” Noctis abbassò la testa. “Mi dispiace.”

“Noct, sono passati tre anni, e il fatto che tu l'abbia provocato non lo autorizzava a...”

Lui scosse la testa. “Parlo della faglia. Mi dispiace di essermi mostrato debole. E non dire mai più che la rissa al bar è stato l'unico momento in cui ti sei comportato da Scudo. Fin da quando eravamo ragazzini, hai sempre pensato al mio benessere come prima cosa – tu, come pure Ignis – sacrificando tutto il resto. Sto cercando di fare del mio meglio per esserne all'altezza. Ma è dura, accidenti. Luna, mio padre, i Siderei, la profezia... e se si sbagliassero tutti?”

Gladio non rispose subito. Era un po’ commosso, perché da tempo non parlavano così a cuore aperto da soli, lui e Noct, ma anche fottutamente preoccupato per quello che li aspettava. “Non importa” rispose, ma senza durezza. “Sarebbe comunque tuo dovere fare del tuo meglio. E noi ti saremo vicini in ogni caso. Te l’ho detto, Noct: dove non arrivi tu, arrivo io per te.”

Tese il pugno chiuso verso di lui. Dopo un attimo di esitazione, senza sorridere, Noctis vi appoggiò il suo.

"Grazie."

“Cos’ha in mente?” stava chiedendo Ignis ad Ardyn Izunia.

“Voglio garantirvi un passaggio sicuro, ve l’ho detto.”

“Una proposta generosa per un imperiale,” obiettò Prompto.

“Oh, ti sembra bello rinfacciare a una persona le proprie origini?” ammiccò lui.

“Piuttosto,” intervenne Gladio, “dovremo pensare a come recuperare la Regalia. È rimasta nella faglia.”

“Dannazione,” imprecò Noctis. “E adesso? Scommetto che agli imperiali non sembrerà vero di poter mettere le mani sulla macchina di mio padre.”

“Ah, non guardate me!” mise le mani avanti Izunia. “Non ho alcuna voce in capitolo. L’Imperatore Aldercapt non sa che il prezioso Principe di Insomnia in questo momento è su una delle sue avionavi insieme al suo Cancelliere. Vi staranno cercando ovunque. State tranquilli e godetevi il viaggio, vi scaricherò al più presto in un posto sicuro. Poi potrete cercare la vostra macchina.”

Gladio indirizzò un’occhiata a Noctis, stringendosi leggermente nelle spalle. Fece scivolare una mano in tasca, e accarezzò la piastrina di Silia. Forse, dopotutto, un po' di fortuna gliel'aveva portata.

Che scelta abbiamo, al momento?

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23

Patria est ubicumque est bene

I

“Un Behemoth rosso, eh?” Silia prese il foglio informativo sulla missione che Cor Leonis le stava porgendo. Era la terza in pochi giorni, ma era stata ben attenta a non sforzare il braccio sinistro e la spalla stava guarendo bene. Credeva di potercela fare.

Il Generale annuì. “Nelle rovine a nord di Leide. Gli hunter sono restii a occuparsene.”

Silia lesse le informazioni disponibili sotto la mappa che localizzava l'area in cui si aggirava il gigante. Venti metri di lunghezza dal muso alla coda. Centosessanta tonnellate di peso. Aveva inseguito e spazzato via dei tir sulla strada. Massima pericolosità. “Non stento a crederci.”

“Hartwood.” Cor Leonis alzò lo sguardo dal resto della documentazione. “Ce ne sono altre sedici, di missioni di caccia aperte. Non è mia abitudine intromettermi, ma stavolta, date le circostanze, lo farò: sei certa di volertene occupare adesso?”

Silia fu compiaciuta da quella sorta di ruvido interesse. “È debole a fuoco,” si limitò a rispondere.

“E tu, correggimi se sbaglio, non hai più la magia del Re.”

“Ho quella elementale. Un'ampolla focum fatta bene, e andrà a terra. E ho il mio braccio destro. E una protesi in lega di acciaio e artigli di bandersnatch. Non mi butto a testa bassa negli scontri, Generale, non voglio suicidarmi. Se la prendo, è perché non mi preoccupa.”

Lui alzò brevemente le mani, poi le riabbassò, come a voler rispondere che non era affar suo. Silia mise il foglio in tasca e abbassò la testa in un saluto per congedarsi, ma Cor Leonis riprese a parlare.

“Hartwood, prima di andare: hai avuto contatti con il Principe e la sua scorta in questi giorni?”

Silia scosse la testa, sorpresa. “No. L’ultima volta che li ho sentiti ero ad Hammerhead. Devo ancora recuperare un cellulare. Perché me lo chiede, Generale? È successo qualcosa?”

“Nessuno è ferito, se è quello che intendevi. Sono alla Stazione Chocobo di Wiz, nella regione di Duscae. Appiedati. L’Impero si è impadronito della Regalia nella faglia di Cauthess.”

Il Disco di Cauthess? “Un posto un po’ caldo per una gita. Hanno rintracciato un altro Mausoleo Reale?”

“Anche. Ma sono andati lì perché il Principe è stato chiamato da Titano.”

Silia ammiccò un paio di volte. “Titano. L'Immane.”

“L'Immane.”

“Il Sidereo?”

“Il Sidereo.”

Aprì la bocca per chiedergli se la stesse prendendo per il culo, poi la richiuse, perché non credeva che Cor Leonis, tra le sue molte indubbie doti, fosse dotato del pur minimo senso dell’umorismo.

“Il Principe ha amici importanti.”

Cor Leonis s’inumidì le labbra. Non sembrò divertito dall'ironia con cui stava tentando di mascherare lo sconcerto, ma non mostrò insofferenza. “Dimmi cosa sai della linea di sangue dei Lucis Caelum.”

Era la prima, vera conversazione che intrattenevano da soli da quando era arrivata al campo. Silia non aveva osato chiedergli nulla, fino a quel momento, su cosa il Principe stesse facendo per reclamare il regno che gli spettava. Non ne aveva alcun titolo, e obbedire senza fare domande non era una cosa nuova, per lei. “Ho letto parecchie biografie degli Antichi Re e i libri della Cosmogonia. Non so dove finisca la leggenda e dove inizi la realtà, naturalmente. Si dice che quando la Piaga delle Stelle si è scatenata per la prima volta, i Siderei scelsero il primo protettore del Cristallo, da cui discende la linea di sangue dei Lucis, e il primo Oracolo, da cui discende la famiglia reale di Tenebrae.”

Quando le tenebre scenderanno sul mondo, verrà il Re della Luce,” declamò il Generale.

Silia conosceva a memoria le parole di quella profezia, ma adesso che le pronunciava Cor Leonis assumevano il tono solenne di una verità incontrovertibile. “Lei è convinto che il principe Noctis sia il Vero Re.”

“Tu no?”

Silia fece un sospiro a bocca chiusa, stringendosi nelle spalle. Scelse con cura le proprie parole. “Il Vero Re. Colui che sconfiggerà le Tenebre quando la Piaga delle Stelle si scatenerà ancora una volta. Mi perdoni la schiettezza, ma mi è un po’ difficile associarlo a quel ragazzino, e nonostante i tempi indubbiamente difficili che stiamo vivendo, mi è un po’ difficile credere che siamo sull’orlo dell’apocalisse.”

“Probabilmente anche duemila anni fa la gente non credeva di essere sull’orlo dell’apocalisse, Hartwood.” Cor Leonis sollevò le braccia in un gesto che forse voleva invitarla a guardarsi intorno. Aveva la voce tollerante di chi sta spiegando qualcosa di evidente. “La Piaga delle Stelle è già in corso. Ci sono persone che scompaiono da anni, villaggi interi, e le notti sono infestate da daemon. E i giorni sono sempre più corti.”

Silia si grattò la nuca. “Generale, ci sono sempre stati daemon, per quello che ne sappiamo. E c’è sempre stato un Oracolo a guarire gli infetti dal Plasmodium.”

“Hartwood, hai studiato?” Nella voce di Cor Leonis c'era una nota meravigliata. Così palpabile che Silia non riuscì a trattenere una frecciatina.

“No, non ho studiato, ma leggo, Generale, per cui so che la gente non si trasforma in mostri per magia come nelle favole. Anche lei, come Gladio, era convinto che gli Angoni fossero tutti degli ignoranti?”

Cor Leonis aggrottò le sopracciglia. “Hartwood, non essere suscettibile. Era solo una domanda.”

“Non mi ha ancora risposto: crede che il Principe Noctis sia il Vero Re?”

“Re Regis ne era convinto, e io mi fido di Re Regis. Anche l’Oracolo, la Principessa Lunafreya, ne è convinta, e sta sfidando Niflheim e il suo stesso fratello per aiutarlo a rivendicare il regno. Sta intercedendo con i Siderei perché prestino al principe Noctis la loro forza. Ecco perché Titano lo ha attirato nel Disco di Cauthess. Per testarlo. E lo ha reputato degno del suo favore.”

Silia abbassò lo sguardo. Toccava con mano la magia sin da quando era una bambina, ma accettare che i Siderei, che da duemila anni non si erano più interessati del mondo mortale, potessero intervenire per rovesciare le sorti del regno di Lucis, era fuori dalla sua portata.

“Ti vedo ancora scettica.”

Silia chiuse gli occhi e prese un profondo respiro, massaggiandosi tra le sopracciglia. “Generale, da quando sono arrivata al campo, pochi giorni fa, mi ha rivelato che Titus Drautos è sempre stato il Generale Glauca, che un Angone ha indossato l'Anello di Lucis, che il giovane principe Noctis è il Vero Re delle profezie e che i Siderei lo stanno convocando al loro cospetto per scongiurare l'apocalisse. Credo di aver bisogno di tempo per elaborare.”

“Il tempo, Hartwood,” replicò lui, morbido, “è un lusso che non abbiamo.”

Silia si raddrizzò. “Generale, non dubiti. Vero Re o no, il principe Noctis è tutto ciò che resta della casata Lucis Caelum che ho giurato di servire. Farò tutto ciò che è necessario, qualunque strada decida di intraprendere.” Piegò le labbra in un mezzo sorriso, chinando la testa. “La ringrazio di avermi messo al corrente di tutto ciò: spero di poter ripagare la sua fiducia.”

Cor Leonis la fissò ancora per qualche secondo, poi riabbassò lo sguardo sulle sue carte. “Visto che sei qui per darmi una mano, e che mi servono entrambe, Hartwood, chiedi a Darius di accompagnarti da quel Behemoth. E se riesci, riporta i corni. Onophrius, l’armaiolo, potrà farne qualcosa.”

II

La caccia al Behemoth rosso rivelò a Silia che lei e Darius Magnus avevano una buona intesa sul campo di battaglia. La flessuosità dell'uomo, la solidità del suoi bicipiti e l'ombra affilata del suo sguardo non l'avevano ingannata: Darius era uno degli spadaccini più dotati che avesse mai incontrato, ed entro qualche mese, con un po' d'esperienza diretta del campo di battaglia, sarebbe stato in grado di farle il culo. Avevano seguito le tracce della gigantesca bestia furtivamente, comunicando tra loro senza bisogno di parlare, fino a sorprenderla alle spalle con un'ampolla focum. L'avevano attaccata su due fronti fino a farla crollare esanime a terra, senza riportare un graffio, e poi si erano fermati all'avamposto hunter di Prairie per fare scorte e brindare alla caccia riuscita, con un corno per uno legato dietro la schiena. Darius non era di molte parole, e tre quarti di quelle che gli uscivano dalla bocca erano puro e acido sarcasmo, ma era acuto e non privo di un certo senso dell'umorismo che trovava affine al suo. Era senz'altro un nobile fighetto, ma un nobile fighetto con le palle.

Quella sera, Silia si stava dedicando ad accorciare le maniche di una giacca di pelle maschile di ottima fattura che aveva recuperato a Prairie – impresa complicata con una sola mano. Era addossata a una delle baracche, sfruttando la luce del fanaletto, quando riconobbe la voce di uno dei volontari rifugiati da Insomnia, poco lontano.

“Non capisco come faccia il Generale a fidarsi di un maledetto angone,” stava dicendo l'uomo, con tutta evidenza ignaro del fatto che lei fosse lì ad ascoltare. S'interruppe per prendere una boccata di fumo. “Non teme che possa passare informazioni sul Principe all’Impero?"

“Quanto a questo,” gli rispose Devan – adesso, lo sapeva, era il biondo – con una nota sprezzante nella voce, “non c’è da temere, visto che si scopa il suo Scudo. Ecco perché il Generale ha un occhio di riguardo."

“Ma li senti?”

Silia sobbalzò. Era così concentrata sulle loro voci e sulla manica che non aveva sentito arrivare Darius.

“Li sento,” rispose. La conversazione non riprese: probabilmente l'arrivo di Darius aveva rivelato ai due la sua presenza, o forse non volevano farsi ascoltare da lui.

“Non ti importa che parlino così?”

“Francamente? No,” mentì. In verità, l'idea che pensassero che il Generale avesse un occhio di riguardo nei suoi confronti la indisponeva alquanto. “In questo momento mi importa solo di sistemare queste dannate maniche. Trovare vestiti decenti della mia taglia è più difficile che abbattere un Behemoth rosso, sembra.”

Darius sedette accanto a lei. “Da’ qua, Hartwood.” Le prese la giacca, l’ago e il rocchetto di filo nero.

Lo guardò lavorare per un po'. Aveva le mani eleganti, le dita lunghe, ma le sue nocche erano irregolari, come se se le fosse fratturate, e aveva calli e cicatrici che testimoniavano lunghe sessioni di allenamento con la spada. “Hai una buona manualità.”

“Ti stupisce in uno spadaccino?”

“No. Mi stupisce che un nobile fighetto sappia fare l’orlo a una manica.”

“A me stupisce immaginare te e Gladio Amicitia insieme. Chi fa l’uomo?”

“Ti vedo interessato a questo tipo di dinamiche,” gli rispose a tono, mostrando i denti. “Se proprio vuoi saperlo, a letto lascio che lo faccia lui.”

Darius alzò lo sguardo. “Non dicevo sul serio. Pensavo fossero solo pettegolezzi e che avresti negato fino alla morte. Te la fai veramente con l’integerrimo Scudo del Principe, Hartwood?”

Fregata con le mie stesse mani. Non confermò né smentì.

“Al comando della Guardia lo prendevano tutti per il culo, ma lui continuava a rispondere che la sua fidanzata era il Principe Noctis e che richiedeva già tutte le sue energie.”

“Non mentiva.”

“Fai l'amante, allora?”

Silia aggrottò un sopracciglio. “No, credo. Scoperei di più.”

“Il campo è pieno di uomini, se hai di queste necessità.”

“Vedo che ti sei tirato fuori.”

“Non sei il mio tipo.”

“Già, chissà perché l'avevo immaginato.”

Darius le buttò addosso la giacca; mentre parlavano, aveva finito di sistemarle la manica sinistra, decisamente meglio di quanto avesse fatto lei con la destra. Si alzò per provarla: le spalle le andavano larghe, ovviamente, ed era un po' troppo lunga, ma finché non fosse riuscita a rimettere insieme un equipaggiamento su misura sarebbe andata benissimo.

“Adesso capisco quel tatuaggio di Verman sulla schiena,” commentò lui, accendendosi una sigaretta ora che aveva le mani libere.

“Capite tutti più di me, allora,” si lasciò sfuggire, sedendo di nuovo accanto a lui. A Insomnia, in effetti, avevano capito tutti prima di lei e Gladio com’era la storia. I suoi compagni – Caesar, soprattutto –, i conoscenti di Gladio, probabilmente anche suo padre, magari persino Cor Leonis. Si erano solo sbagliati sulle tempistiche.

“Chi l’avrebbe mai detto,” ribadì ancora Darius. Scosse la testa. “Mai conosciuta una persona più abnegata di Gladio Amicitia. Era come un enorme mastino da guardia. Tutta la giornata ad allenarsi per essere pronto a ogni evenienza, scattava via non appena il Principe gli telefonava, si occupava di Iris e cercava in ogni modo di compiacere quell’incontentabile di Clarus. Una vita devota al servizio. Non lo invidiavo per niente.”

Silia si abbracciò le ginocchia. Parlare di Gladio con qualcun altro – qualcuno che aveva condiviso una parte della sua vita con cui lei non aveva mai avuto a che fare – le fece uno strano effetto. “Pensavo che 'una vita devota al servizio' valesse per tutte voi Guardie Reali.”

Darius non rispose subito. “Dal momento che sei stata sfacciatamente franca con me, Hartwood, lo sarò anch’io. Da quando la Barriera è stata ritirata intorno a Insomnia, la Guardia Reale è diventata quasi un titolo nobiliare. Li hai visti Alexandra, Devan, Marvin, Adrian? Sono nati con la spada in mano, e la praticano come se fosse uno sport. Siamo stati addestrati a combattere fin da giovani, ma da quando Tenebrae è diventata un protettorato dell’Impero, non sapevamo bene perché: il Re non si è più mosso da Insomnia e nessuno dei sudditi gli avrebbe mai torto un capello. Credevamo.” S’interruppe per prendere un’altra boccata di fumo. Aprì la bocca, la richiuse, poi sputò fuori, risentito, quello che aveva cercato di trattenere: “L’unico giorno in cui avremmo potuto davvero fare qualcosa, il Re e il Concilio allocano la Guardia al servizio cittadino, e spediscono il Generale fuori dalle mura. E a proteggere la Cittadella mettono gli Angoni. La decisione più infelice nella storia di Insomnia. Dopo aver accettato di firmare il trattato, ovviamente.”

Silia continuò a guardarsi le ginocchia, in silenzio. Era stata così ripiegata sulle proprie angosce che realizzava solo adesso, per la prima volta, che altre persone avevano subito un tradimento, altre persone avevano perso la propria patria, e si trovavano come lei, alla deriva, tormentati dal rimpianto di non aver potuto fare di più. Non la stupiva il risentimento delle Guardie Reali: poteva ripetere quanto voleva di aver rinnegato gli Angoni, ma la sua presenza avrebbe sempre ricordato a tutti cos'avevano fatto.

Quando rialzò lo sguardo, vide che Darius aveva gettato indietro la testa e stava guardando il cielo in silenzio.

“Quel behemoth, oggi...”

“Sì?”

“Mi sono tremate le gambe per un bel pezzo. Se lo dici a qualcuno, Hartwood, ti spacco tutti i denti.”

Gli sorrise. “Non me n'ero accorta. Te la sei cavata alla grande. Niente male, per un nobile fighetto che non aveva mai messo il naso fuori da Insomnia.”

“Anche tu te la sei cavata bene,” le concesse. “Si vede che sei abituata a domare i bestioni.”

Silia si alzò, spolverandosi il dietro dei calzoni con la mano buona. “Come sei banale. Mi aspettavo almeno una battuta sui grandi corni.”

III

Silia ricordò le parole di Darius sulla Guardia Reale quando, il giorno dopo, si trovò appoggiata alla staccionata a osservare il ragazzino di nome Claudio che si allenava contro un fantoccio di legno, provando finte e schemi con un bastone. Esaminò attentamente i suoi movimenti: si era già accorta durante la partitella di pallamano che era molto agile. Era figlio di due guardie reali, aveva detto il Generale; magari, come Gladio, avevano già iniziato ad addestrarlo per seguire le loro orme.

Solo quando si fermò a riprendere fiato, chino sulle ginocchia, il ragazzino la notò. Si passò la mano tra i capelli sudati, si raddrizzò, e le indirizzò un cenno di saluto.

“Continua pure, non badare a me,” lo salutò.

Lui riprese, ma più lentamente e scoordinatamente, come se la sua presenza l'avesse deconcentrato. Silia si raddrizzò per andarsene e lasciarlo allenarsi in pace, quando Claudio parlò.

“Dov'è il loro punto debole?”

“Cosa?” chiese.

“I magitek. Dov'è il loro punto debole?”

Silia sospirò. Prese un altro bastone dal mucchio a terra e raggiunse il ragazzino, affiancandolo davanti al manichino. Era di pochi centimetri più alto di lei. Puntò prima alla destra, poi alla sinistra della testa del fantoccio. “Tutti i magitek hanno un elmo che protegge loro la gola, ma crea anche due punti ciechi. Se ti imbatti in un magitek, cerca di attaccarlo dai lati prima che lui veda te. Attenzione, perché sono resistenti alle armi da fuoco, e se non li fai fuori subito possono autodistruggersi.”

Si accorse che altre sei persone, che si stavano allenando nel campo, si erano avvicinate per guardare e ascoltare. Un ragazzetto con i riccioli biondi e una barbetta rada che di certo stava cercando disperatamente di farsi crescere alzò la mano per prendere la parola. “Che armi portano di solito?” chiese.

“Quelle che portate voi. Spade. Fucili e mitra. Occhio a Cecchini e Fucilieri, hanno una mira praticamente perfetta. E i Lancieri Imperiali possono spappolarvi con un solo affondo. Ma,” aggirò il fantoccio e con il bastone puntò il retro del collo, “i magitek hanno un punto debole: la nuca. Se riuscite ad aggirarli e a colpirli dietro il collo con un'arma perforante, è fatta. Sono deboli anche al gelo, per cui, se avete a che fare con un battaglione, è una buona idea lanciare una bomba crio prima di attaccarli singolarmente. Anche accecarli funziona molto bene.”

Tutti osservavano lei, non il fantoccio.

“Capitano,” azzardò un uomo tarchiato. “Ne ha combattuti molti, vero?”

“Non sono capitano,” lo corresse. Lasciò cadere il bastone e strofinò la mano destra sui pantaloni per scrollarsi la polvere. “Sì, ne ho combattuti molti, ma non è una gran cosa. I magitek sono semplice fanteria. Il problema sono i daemon.”

“Ne ho visti alcuni di notte,” intervenne una donna dai capelli rossi. “Palle infuocate.”

“Pyros,” annuì Silia. Fece loro cenno di avvicinarsi, riprese il bastone, e si abbassò sulle ginocchia a disegnarne uno nella terra. “Possono essere un palo nel culo. Facili da abbattere se hai una bomba crio, altrimenti meglio scappare: si autodistruggono e sono micidiali. Ma non sono i daemon peggiori in cui ti puoi imbattere.” Silia pensò all'Arma Diamante che aveva sgominato le ultime difese degli Angoni prima che si ritirassero a Insomnia. Disegnò un flan. “Questo è un flan. Un altro daemon comune. Non è molto forte, ma assorbe gli attacchi fisici. Se ne incontrate uno e non avete bombe sottomano, scappate.” Si leccò le labbra, poi, accanto al flan, cercò di fare del suo meglio per disegnare un gigante di ferro. “Il gigante è massiccio e non ha debolezze. Potete solo darvi da fare per massacrarlo. E c'è di peggio, molto di peggio. I ronin. Hanno l'aspetto di spadaccini fantasma. Vi aprono in due come una mela. I jormungand.” Si batté la mano sulla protesi. “Serpenti enormi con denti enormi. Vi consiglio di stare attenti alle vostre estremità.”

“Quanti tipi di mostri esistono?”

“Conosciuti? Tra i quaranta e i cinquanta, forse. Ma ne saltano sempre fuori di nuovi. E non sono mostri,” precisò, “Ma organismi viventi che un tempo erano uguali a me e a te infestati da parassiti che ne hanno modificato il corpo.” Ammiccò, perché tutti, notò, le stavano prestando una scomoda attenzione. “Non siamo a scuola,” disse, brusca.

“Hartwood,” disse il biondino, “Ci siamo riuniti qui al campo del Generale Leonis perché vogliamo fare qualcosa per il regno, ma per farlo dobbiamo sapere chiaramente cosa c'è là fuori. Lei è un angone, è stata sul fronte, ha combattuto magitek e daemon.”

Silia ficcò la mano in tasca in cerca dell'accendino e del pacchetto di sigarette, e se ne accese una. “Chiedete alle guardie reali. Io non ho alcun titolo, qui, sono esattamente, come voi, agli ordini del Generale.”

La rossa storse la bocca. “Le guardie reali si allenano tra di loro, senza degnarsi di badare a noi volontari.”

Silia si accigliò. “Insomnia è caduta solo pochi giorni fa. Il Generale Leonis sta facendo quel che può per riorganizzare un minimo di resistenza all’Impero, e dovreste ringraziare di aver trovato una guida, non lamentarvi.”

“Non critichiamo l'operato del Generale,” si giustificò l'uomo tarchiato. “Siamo più di cento, al campo, e non può certo fare da balia a tutti.”

“Sentite,” disse, con voce più morbida. Li guardò uno per uno: cinque uomini tra i trenta e i sessant’anni, una donna sulla trentina, due ragazzi sotto i venti. Cacciatori, guardie cittadine, manovali, uomini di fatica con in mano spade che non sapevano usare. “Cosa volete da me?”

“Una mano per addestrarci, quando non ha di meglio da fare,” rispose l’uomo tarchiato. Avrebbe potuto essere suo padre. Si guardò alle spalle cercando l’approvazione degli altri. “Hartwood, sarò sincero. Non mi sono mai piaciuti gli angoni, ma averne uno dalla nostra parte, adesso, è quanto di meglio potesse capitarci. Lei ha la fiducia dell’Immortale, per cui ha anche la nostra. Basterà poco tempo al giorno. Non tutti i giorni. Ci spieghi cosa c’è là fuori, e come affrontarlo.”

Silia non aveva ancora un’idea ben precisa di quale sarebbe stato il suo ruolo al campo di Cor Leonis, ma non poteva, pochi giorni dopo il suo arrivo, presentarsi da lui e proporsi di addestrare i suoi uomini. “Parlerò con Magnus. Non aspettatevi troppo. Ma una cosa senza impegno posso già dirtela, ragazzino,” schioccò le dita in direzione del biondino, che aveva estratto una nodachi. Lo raggiunse, si portò alle sue spalle e gli riposizionò correttamente entrambe le mani sull’impugnatura. “Questa è una spada a due mani. Sei mancino, quindi la sinistra impugna subito sotto lo tsuba, la destra qui, più in basso.” Appoggiò le mani sulle sue, guidandolo, e facendo oscillare la spada. “Sei alto, quindi la nodachi va bene per te, ma ricordati che non è un’arma da parata. Molto elegante, ma non facile da usare correttamente. Se ti piace tienila pure per più avanti, ma adesso ti consiglio di procurarti qualcosa di più robusto e immediato.”

“Sissignora!” esclamò il ragazzo, irrigidendosi. “Troverò un’altra arma, signora!”

“Oh, per Odino, no,” sbuffò lei. “Niente ‘sissignora’, o ti prendo a sventole, ragazzino.”

IV

Trovò Darius al limitare est del campo, seduto sul tronco di un grosso albero abbattuto insieme a un hunter di nome Dave Auburnbrie che le era stato presentato due giorni prima.

“Salve, Hartwood.” Auburnbrie fu il primo a salutarla. Il grosso cane marrone che lo seguiva ovunque abbaiò festoso in sua direzione. “Magnus mi stava raccontando del behemoth rosso. Una cosa veloce e pulita, mi ha detto. Se passa da Vesperpool, faccia due chiacchiere con mia madre Ezma. Dopo quel behemoth la farà entrare nell'Associazione con un rango alto. L'ho proposto anche a Magnus, ma ha rifiutato.”

Silia si abbassò sulle ginocchia per accarezzare ruvidamente la testa del cane. Parlando con gli hunter al campo, si era scoperta a invidiare quegli uomini che vivevano giornate all'insegna del vagabondaggio, liberi da giuramenti di fedeltà e obbedienza e – dunque – di scegliere come impiegare il proprio tempo e le proprie capacità. Niente vincoli, niente radici. “Mentirei se dicessi che la proposta non mi attrae, Auburnbrie,” rispose sinceramente, “ma non posso. C'è ancora una guerra in corso, e c'è ancora un re di Lucis.”

Auburnbrie la guardò con aria assorta, poi spostò lo sguardo su Darius. Scosse leggermente la testa. “Magnus mi ha risposto praticamente la stessa cosa,” sospirò. “Giuramenti. Se non giurate fedeltà a questo re o a quell'uniforme, voi di Insomnia non sapete proprio come vivere.”

Silia non se la prese, e, notò scambiandosi un'occhiata divertita con Darius, nemmeno lui lo fece.

“Stavi cercando me, Hartwood?”

“Sì, ma non è urgente. Non volevo interrompere te e Auburnbrie.”

“Ci mancherebbe,” rispose l'hunter, alzandosi. “Si stava solo chiacchierando. Vi lascio discutere. Mi fermerò qui al campo ancora per qualche giorno. Ci si vede in giro.”

Si allontanò, seguito dal cane. Silia prese il suo posto sul tronco, si accese una sigaretta, e cercò un modo per intraprendere quel discorso spinoso.

“Poco fa stavo chiacchierando con alcuni uomini. Qui al campo siamo un centinaio, mi dicono.”

Daris annuì. “Più o meno. Gli hunter vanno e vengono come cani randagi.”

"Quante di queste persone hanno combattuto prima d'ora? E non parlo di risse da bar.”

“Non molte,” ammise Darius con voce secca. “Sulle guardie reali ci siamo già detti ieri. C’è qualche guardia cittadina scampata all'attacco di Insomnia addestrata al corpo a corpo e all'uso delle armi da fuoco, ma nulla di più. Il livello degli hunter è molto vario: alcuni se la cavano solo con le bestie, qualcuno riesce anche a tenere a bada i daemon.”

Silia incrociò le braccia, riflettendo. “Escludendo gli hunter, e neanche tutti, quindi, forse parliamo di un quinto di elementi utili. Gli altri sono braccia piene di buona volontà che non sanno com'è fatto un magitek e che cos'è un daemon.”

Darius non confermò né smentì. “Tendo a dimenticarmi che sei un militare, finché non te ne vieni fuori con osservazioni di questo tipo. Cosa proponi? Di espellere i volontari che non sanno combattere perché non sono di alcuna utilità?”

“Darius, non offendere la tua e la mia intelligenza,” ribatté lei. “È ovvio che non volevo dire questo. Al contrario, intendevo che se quelle persone sapessero usare decentemente una spada, invece di tenerle al campo a spaccare legna potreste mandarle anche fuori.”

“Sto ancora aspettando che arrivi al punto.”

Lo fece. “Questa gente va addestrata, Darius. Pochi giorni, poche settimane, non faranno miracoli ma potrebbero salvare delle vite. E potrebbero essere le vostre, la tua, intendo, o quella dell’Immortale, in un momento di difficoltà.”

“Ti stai offrendo volontaria?” ghignò lui.

“Ti sto dicendo che credo sia necessario. Non tenete questi uomini qui a ciondolare, o l'unica cosa che potrete farne appena verrà il momento sarà usarli come scudo umano.”

Darius ammiccò. “Perché non lo dici tu stessa al Generale?”

“Non ho alcun titolo per farlo.”

“Il Generale ascolta le opinioni di tutti, non solo quelle delle persone titolate. Ma visto che non ti va di esporti, Hartwood, gli accennerò la cosa,” concluse infine. “Per inciso, io sono d'accordo con te. Quando ci siamo stabiliti qui al campo hunter, una settimana fa, l'unico nostro obiettivo era tenere monitorati i movimenti degli imperiali. Gli hunter ci davano una mano. Non abbiamo affisso bandi per cercare volontari: quando è caduta la città, altre persone ci hanno raggiunto, proprio come hai fatto tu. Molti erano civili di Cleigne che hanno subito le scorrerie degli imperiali per anni, e che sono in cerca di rivalsa. Quanto a questo, dormiamo tutti con un occhio aperto: non devo ricordarti io cosa hanno fatto gli angoni.”

Silia non rispose.

“Il Generale non ha rifiutato nessuno: non possiamo permetterci di essere schizzinosi, come ti ho già detto. Ma questa non è un'accademia militare.”

“Lo so," cercò di rabbonirlo. “Ma è inutile avere un campo con più di cento bocche da sfamare se settanta non sono utili alla causa. E potrebbero diventarlo con un po’ di addestramento. Non tutti, ma parecchi sì. Dillo al Generale. Non voglio fare la primadonna, ma se mi trovassi fuori con quegli uomini mi farebbe comodo poter confidare in loro e non dover temere che mi ammazzino con una pallottola vagante o un’ampolla magica fatta alla cazzo di cane.”

Darius sbuffò qualcosa di molto simile a una risatina, alzandosi. “Cerca di stare attenta tu con quelle ampolle magiche. Stai trasformando questo campo in una polveriera.”

Silia si abbracciò le ginocchia. Da quando non poteva più usare la magia del Re, si sentiva nuda, più mutilata di quando aveva perso la gamba, e l'unico supporto su cui poteva contare era la magia elementale. I dintorni del campo, per fortuna, erano ricchi di fonti energetiche. “Ieri non ti hanno fatto così schifo, contro il behemoth.”

*

Darius fu di parola, perché neanche tre ore dopo il Generale la fece chiamare. Silia entrò nel suo padiglione senza sapere cosa l'aspettasse, e l’espressione indecifrabile dell’uomo non la aiutò.

Cor Leonis non si perse in preamboli. “Ho parlato con Darius. Hai esperienza in tattiche di addestramento, Hartwood?”

“Dipende cosa intende,” rispose lei. “Non ho mai addestrato uomini, ma sono sopravvissuta ai cinque anni di addestramento degli Angoni.”

“Magellano, eh?”

Silia ebbe un brivido, come ogni volta che ripensava a lui. “Magellano. Lo conosceva?”

“Lo conoscevo. Ho visto pochi uomini duri come lui, nella mia vita.”

Più che duro, Magellano era stato brutale al limite del sadismo. Di certo però non si poteva dire di lui che non fosse imparziale: donna o uomo, ragazzo o bambina, Magellano non aveva riguardi per nessuno. Lo aveva odiato ferocemente – lei e tutti gli altri – durante gli anni dell’addestramento, ma se non fosse stato così inflessibile non avrebbero imparato a usare la spada in quel modo. All’esame finale di scherma, prima di giurare con gli Angoni, Silia ci aveva quasi lasciato la pelle, anche se a onor del vero Magellano aveva cercato di fermare lo scontro per due volte ed era stata lei a intestardirsi per dimostrargli che aveva appreso la sua lezione più importante: finché non stramazzi a terra, puoi ancora combattere. “Di certo abbiamo imparato molto da lui. In ogni caso, Generale, non so cosa le abbia detto Darius, ma non voglio impormi. Ho solo fatto una considerazione.”

“Hartwood, non c’è nessun altro, qui, con un addestramento militare completo come il tuo. Se credi di poter insegnare qualcosa a questi uomini, sono tutti tuoi. Ma parliamoci chiaro: se accetti, diventano una tua responsabilità.”

“Chiaro, Generale.”

“Allo stesso tempo, visto che ti sei rimessa alle mie direttive, se decido che mi sei più utile altrove, tu vai dove ti dico io. Anche questo è chiaro?”

“Cristallino.”

“E un’altra cosa: non abbiamo armi smussate o d’allenamento. Se si fanno male, anche di quello sarai responsabile tu.”

Silia sorrise. “Ricevuto. Useremo dei bastoni, per il momento, visto che alcuni di loro non sanno neanche impugnare una spada e potrebbero farsi male da soli. C’è altro, Generale?”

Cor Leonis la squadrò. “Ti affido i miei uomini, Hartwood. Visto che è stata una tua idea, cerca di fare del tuo meglio.”

Chapter Text

24

Nec mortale sonans

I

“Non credevo che l’avrei mai detto, ma persino andarmene in giro sui chocobo mi è venuto a noia,” sbadigliò Prompto, inclinando la sedia sulle due gambe posteriori.

“Io non credevo che l’avrei mai detto, quando ho messo la testa sul cuscino la sera dopo lo scontro con Titano, ma stanno iniziando ad atrofizzarmisi i muscoli per l'inattività.”

“Io non mi lamenterei troppo, se fossi in voi,” li redarguì Ignis. “Dopotutto, avevamo bisogno di recuperare le forze, dopo quello che abbiamo passato nel Disco di Cauthess. E con la scusa dei terroristi ribelli che hanno attaccato Insomnia, l'Impero ha rafforzato i posti di blocco ovunque.”

“Non posso credere che non abbiamo ancora rintracciato la Regalia. Che l'abbiano portata a Gralea?”

Noctis gemette. “Non dirlo neanche.”

“Cindy sta facendo il possibile. Si sta informando in tutti i garage. Iris e Talcott stanno chiedendo informazioni a Lestallum, e a Leide gli hunter stanno cercando ovunque. Se non scoprono nulla entro qualche giorno, Noctis, dovremmo iniziare a prendere in considerazione tutte le eventualità e trovare un altro mezzo di trasporto. Non possiamo certo restare qui per sempre.”

Gladio sbadigliò. Avevano approfittato della pausa forzata per riposare e ripristinare un po' i loro fondi accettando missioni di caccia nella regione di Duscae, ma stava iniziando a sentirsi un coeurl in gabbia, e a dirla tutta, a differenza di Prompto, non provava un viscerale amore verso i chocobo, sentimento decisamente ricambiato dalle bestie che, per quanto insospettabilmente robuste, mal sopportavano il suo peso. In quei giorni di inattività, la voglia di parlare con Silia per sapere come se la passasse era più forte che mai, ma non voleva scomodare Cor l'Immortale per una cosa del genere. Aveva persino preso in considerazione l’idea di contattare Dustin, Monica, o magari Darius, o Alexandra, o qualcun altro della Guardia chiedendo di poter parlare con lei, ma non aveva idea di come fossero i rapporti tra loro.

Si massaggiò l’attaccatura dei capelli, sospirando. Gli mancavano tante cose della sua vita precedente – nonostante fossero passate appena due settimane da quando avevano lasciato Insomnia si era abituato a vederla così –, ma la lontananza di Silia, la cui compagnia era stata una routine costante negli ultimi mesi, era tra le cose che più soffriva. La sera, prima di addormentarsi, si concedeva di fantasticare su un indefinito futuro di pace a Insomnia. Con il favore degli dèi, di certo il Cristallo sarebbe tornato al suo posto, ma la Barriera non sarebbe più servita: non più minacciata dall’Impero, la città avrebbe aperto le sue porte a chiunque desiderasse stabilirvisi o uscirne per viaggiare. Noctis sarebbe stato Re – quello faticava parecchio a immaginarselo – e la principessa Lunafreya la sua consorte. Ci sarebbe stato di nuovo un Concilio di cui probabilmente Ignis avrebbe fatto parte. Quanto a lui e Prompto, affatto ferrati in diplomazia e politica, sarebbero rimasti nella Guardia Reale, di nuovo comandata da Cor Leonis. E, stavolta sul serio, nella Guardia ci sarebbe stata anche Silia. Non sapeva cosa sarebbe successo nelle settimane e nei mesi a venire, ma di una cosa era certo: avrebbe lottato per costruire quel futuro.

“Oh, guarda!” esclamò Prompto, alzandosi di scatto. “È Umbra!”

“Umbra!?” Noctis si avvicinò al cane – di certo sperava in un messaggio della Principessa – ma l'animale non si fece toccare: abbaiò due volte, fece un paio di giri su se stesso e si allontanò di qualche metro, solo per sedersi e abbaiare ancora in loro direzione. Noctis provò di nuovo a raggiungerlo, ma il cane mise altri passi di distanza tra loro e guaì.

“Ci sta dicendo di seguirlo?”

“Andiamo con lui!”

Noctis e Prompto corsero dietro Umbra senza curarsi di nient’altro. Gladio si strinse nelle spalle, guardando Ignis, e si affrettarono ad andare loro dietro.

Il cane era fottutamente veloce, e presto lasciarono il sentiero per inoltrarsi nel Bosco Brumoso. Gladio credette quasi di avere le traveggole quando, in una radura, Noctis si fermò davanti alla donna più bella che avesse mai visto. Era alta, signorile, con lunghi capelli corvini che le incorniciavano il viso ovale, e irradiava serenità.

“Gentiana!” esclamò Noctis.

L’Alta Messaggera degli dei. Noctis aveva raccontato loro che era comparsa a Fenestala subito dopo la nascita della Principessa Lunafreya, un auspicio sovrannaturale che nessuno riuscì a interpretare come positivo.

“Ascoltami, Re della Sacra Pietra,” sussurrò lei. La sua voce era suadente, come una musica celestiale. “La benevolenza del Tonante aprirà il cammino fino alla Sacra Pietra. Così agirà la Sciamana in nome dei Re.”

“Luna... dov'è?” tentò di chiederle Noctis.

“Nel cuore della tempesta. Stabilita l'alleanza, la Sciamana e l'Anello attenderanno il loro Re nella città sull'acqua.”

Gladio guardò verso Noctis. Solo un istante, era pronto a giurarlo, eppure quando si voltò di nuovo la Messaggera era scomparsa. Umbra era ancora lì, seduto.

“Be'...” iniziò a dire Prompto, esitante. “Poteva essere un po' meno criptica.”

“È stata chiarissima,” lo contraddisse Ignis. “Così come Noctis ha stretto un patto con l'Immane, il Tonante ci sta aspettando. Rincontreremo Sua Grazia Lunafreya ad Altissia, dove – immagino – intercederà con Leviathan.”

Noctis era chino su Umbra. Gli sfilò il quaderno con cui, da anni, comunicava con la Principessa, e iniziò a sfogliarlo rapidamente. Abbassò la testa, trattenendo a stento un sorriso, ma nessuno di loro si avvicinò a leggere il messaggio. Noctis scribacchiò qualcosa in risposta, esitò, poi aggiunse ancora un'altra frase.

“Fai sapere a Luna,” mormorò, accarezzando la testa di Umbra, “che sto bene e che non la farò aspettare ancora per molto. Presto sarò da lei.” Incastrò il diario sotto la bandana del cane, poi si alzò, assorto, guardando verso il cielo.

Gladio fece lo stesso. Nonostante fosse stata una giornata tersa fino a quel momento, si stavano radunando dei nuvoloni, preannunciando un temporale.

“Sembra che verrà a piovere,” disse Prompto.

Neanche il tempo di dirlo, e un violento fulmine verticale si abbatté all'orizzonte.

“Suppongo,” proferì Noctis “che quella sia la chiamata del Tonante.”

“Altro giro, altra divinità!”

“Non sei contento, Gladio?” chiosò Ignis. “Dicevi che ti stavi annoiando.”

Gladio rabbrividì. Aveva ancora gli incubi su ciò che avevano passato nel Disco di Cauthess. “...già. Speriamo di uscirne vivi anche stavolta.”

II

Il Bosco Brumoso non era chiamato così a caso: procedendo verso nord, la nebbia s’infittiva sempre più, fino a rendere quasi impossibile vedere a pochi passi di distanza. Suo padre, ricordò Gladio, gli aveva raccontato che le guardie reali della sua generazione si erano addestrate lì per mesi: la scarsa visibilità e il terreno sdrucciolevole li avevano abituati a combattere in condizioni ambientati sfavorevoli. Nulla a che vedere con le simulazioni del Centro d'Addestramento della Cittadella a cui le attuali guardie erano sottoposte, aveva soggiunto suo padre con una smorfia derisoria che l'aveva irritato oltremodo.

Be', saresti soddisfatto, padre, si ritrovò a pensare mentre seguivano Noctis, intirizziti dalla pioggia persistente che infine li aveva raggiunti, alla ricerca delle tre pietre runiche che avrebbero risvegliato il potere di Ramuh. L’amico sosteneva di essere guidato dalla voce di Gentiana, ma nessun altro di loro poteva sentirla. Almeno, stavolta, avevano la sensazione di muoversi su un percorso prestabilito, sulle orme di Sua Grazia Lunafreya, e non di vagare a casaccio all’interno di un crepaccio che si sbriciolava mentre l’Immane tentava di ucciderli.

Cercare di comunicare con il Tonante fu decisamente meno drammatico. Tre pattuglie di fanti imperiali li infastidirono lungo la strada, ma se ne liberarono velocemente. Nel tardo pomeriggio raggiunsero la Grotta di Fociaugh, dove – sembrava – avrebbero trovato l'ultima Pietra. Memore della passata esperienza a Greyshire, stavolta Gladio ebbe cura di mettersi addosso la giacca dell’uniforme della Guardia, con gran divertimento di Prompto.

Oltre a essersi assuefatti ai magitek, ormai avevano iniziato ad acclimatarsi anche ai daemon. Avevano scoperto sulla loro pelle come fronteggiare i loro attacchi e sfruttare i loro punti deboli: oltre alle normali ferite, avevano dovuto imparare a sopportare avvelenamenti, scottature, elettricità, gelo, paralisi e altri effetti collaterali dolorosi e fastidiosi cui – fortunatamente – riuscivano a porre rimedio con gli oggetti curativi che attingevano al potere magico di Noctis. A Insomnia non avevano mai avuto modo di interrogarsi su come funzionassero esattamente, e scoprirono che, se l'amico non si trovava all'interno di un raggio che stimarono più o meno a cinquecento metri quadrati dal punto del loro utilizzo, le pozioni curative avevano lo stesso effetto dell'acqua fresca.

S'inoltrarono dunque nella Grotta di Fociaugh senza soffrire troppo della presenza di folletti, coboldi, noetikos e pyros elettrici, anche se spesso gli mancava lo spazio fisico per brandire lo spadone. Gladio stava per esternare ad alta voce con i suoi amici quanto tutto gli sembrasse troppo facile dopo il Disco di Cauthess, quando Noctis si fermò di botto.

“Avete sentito?”

“No. Cosa?” chiese Prompto.

“Una voce. Credo. Ma magari era un'eco.”

Gladio tese le orecchie, ma non sentì nulla. “Avrai mica le allucinazioni, Noct?”

Il mio bambino...”

Questa volta lo sentì anche lui. Una voce di donna, o forse di ragazzino. Gli vennero i brividi.

“Prompto, non è divertente!” si lagnò Noctis, stridulo. Non aveva torto a sospettare, perché già nella Trincea di Keycatrich Prompto si era divertito alle loro spalle con scherzi cretini.

“Ma sei impazzito? Non sono stato io!”

“Piantala e basta!”

“Non ero io, ti dico!”

“Smettetela entrambi,” li riprese Ignis. “Qui dentro le vostre grida rimbombano lontano, e potremmo attirarci addosso qualcosa di sgradevole.”

Prompto sbuffò, teatralmente irritato come un bambino che è stato rimproverato ingiustamente; diede loro le spalle e li precedette con passo veloce, scomparendo nel buio di uno stretto tunnel. Si mossero per seguirlo, ma, pochi secondi dopo, si sentì il suo grido allarmato.

“Prompto!” esclamò Noctis, scattando in avanti.

“Cosa succede?” urlò anche Gladio, preoccupato. In quello stretto spazio non poteva nemmeno evocare lo spadone.

“Scomparso!”

“Prompto, se è un altro dei tuoi scherzi ti giuro che...”

Ignis non sembrava affatto convinto che si trattasse di uno scherzo. “Prompto! Stai bene?”

Nessuna risposta. Per quanto le ridotte dimensioni della galleria lo consentissero, corsero in avanti. Pochi secondi dopo, udirono distintamente uno sparo e un verso oltraggiato.

“Prompto! Rispondi! Stai bene?”

“Non sto bene affatto!” risuonò la voce dell'amico in risposta, da lontano. “Sono stato trascinato giù da una specie di serpente!”

Giù dove?”

Lo scoprirono quando sbucarono in un'ampia spelonca che si estendeva verso il basso. Da lì non vedevano il fondo, e la luce delle torce non riusciva a illuminarlo, ma non poteva essere troppo profondo se Prompto era uscito illeso dalla caduta. Ridiscesero le rocce con fatica, di fretta, liberandosi dei daemon che continuavano ad attaccarli.

“Prompto! Sei ancora lì?”

“Sì!” La sua voce, almeno, non sembrava sofferente. “Quella… cosa se n'è andata! Cerco di venirvi incontro!”

Riuscirono faticosamente a ricongiungersi. Prompto era scosso, ma incolume.

“Per i Sei, che paura!” si lamentò, gesticolando. “Mi ha acchiappato la caviglia con la coda… o forse la lingua, non lo so, era viscida uguale, e io ho cercato di aggrapparmi a qualcosa, ma niente, sono scivolato fin qui, e alla fine le ho sparato e mi ha lasciato andare.”

Le?” chiese Noctis. “Ma cos’era?”

Gladio non aveva alcuna intenzione di scoprirlo. “Facciamo alla svelta, prima di ritrovarcela qui. L’hai ferita gravemente?”

“Non credo. C’era buio, e non riuscivo a mirare bene.”

“Andiamo,” disse anche Ignis. “Con prudenza.”

I loro auspici e le loro cautele non servirono a gran che, perché pochi minuti dopo dal nulla, come se il terreno stesso l'avesse vomitata, emerse il daemon più disgustoso che avessero mai visto.

“Eccola! È lei!” esclamò Prompto, indicando la creatura, e si affrettarono a balzare indietro, perché il daemon si era gettato di testa contro di loro, immediatamente inghiottito dal suolo come se si fosse trattato di una distesa d'acqua.

“Un naga!” sentì dire a Ignis.

L’essere riemerse, ritto sulla coda: un'enorme testa di donna su un corpo di serpente, spaventosa, in quanto indescrivibilmente umana. Era la prima volta che si imbattevano in un daemon che conservava qualcosa della sua antica natura, e gli si rizzarono i peli delle braccia e del collo dal ribrezzo e dall’inquietudine.

“Il mio bambino...” disse la creatura con voce lamentosa. “Dove... dov'è il mio bambino?”

“Non so dov'è, mi spiace,” rispose Noct, come se si stesse rivolgendo a un essere in grado di intendere e di volere.

“Se non sai dov'è il mio bambino, potresti prendere il suo posto, allora,” rispose il daemon, e sorrise.

Attaccò di testa, come se volesse schiacciarli al suolo. Gladio e gli altri si separarono, evitando il suo affondo, ed evocarono le armi. Cercò di predire il punto del terreno in cui di certo sarebbe riemersa concentrandosi sulle vibrazioni, ma non funzionò: il daemon ricomparve senza preavviso sotto i piedi di Noct, che fu lesto a evitarla e anzi ne approfittò per attaccarla dietro la nuca con un colpo orizzontale. Gladio sentì distintamente il rumore liquido della sua carne che si squarciava, e lo squittio di dolore della creatura, e a differenza di tutte le volte che si erano scontrati con dei daemon ne fu disgustato.

Il naga era veloce a ritirarsi, lasciandosi assorbire dal terreno, ma loro lo furono di più: senza concordarlo ad alta voce, adottarono la semplice tattica di restare immobili finché il daemon non sceglieva il suo obiettivo e lo attaccava. A quel punto gli altri tre gli scivolavano alle spalle e prendevano di mira la coda o la nuca. Quando il naga fu troppo indebolito per sgusciare di nuovo via, Gladio le troncò la testa di netto. Entrambe le metà del suo corpo iniziarono a dissolversi.

...come carne putrefatta, non riuscì a impedirsi di pensare Gladio, portandosi una mano alla bocca per non vomitare, e la voce della creatura, le sue fottute labbra che si muovevano ancora sulla testa decapitata, non migliorarono la situazione.

“Ridatemi… il mio bambino.”

Oh, per i Sei. Gladio si strofinò gli occhi, in preda ai brividi, e dovette appoggiare la schiena alla parete e respirare profondamente. Non riusciva a smettere di fissare il punto in cui la creatura si era dissolta.

Gli altri non erano meno scossi di lui. “È questo che succede a chi viene infettato dalla Piaga delle Stelle, dunque?” Noctis stava guardando Ignis come se potesse dargli delle risposte.

“Non è di certo il primo che eliminiamo, Noctis. Anche se, devo ammetterlo, questo daemon era particolarmente disturbante. Ma non dimenticare che, anche se hanno l’aspetto di folletti o sfere di fuoco, anche quelle creature, un tempo, erano umane.”

“Anche noi, allora, rischiamo…?”

Ignis scosse la testa. “Temo di non saperti rispondere. Nessuno è mai riuscito a studiare la Piaga delle Stelle a Lucis. L’Impero è riuscito a trovare il modo di controllare i daemon per usarli in guerra, ma tutte le informazioni sono secretate. Quanto a noi, siamo in qualche modo immuni? In fondo, da quando siamo partiti, abbiamo respirato una gran quantità di miasma, soprattutto nei dungeon. Magari non ne abbiamo ancora respirato una quantità tale da rimanere infetti anche noi. Purtroppo nessuno può saperlo.”

“Se mai succedesse a me,” sussurrò Noctis “sapete cosa dovete fare.”

Gladio rabbrividì, e per un istante gli mancò il fiato. Si alzò in piedi, le gambe che gli tremavano un po’. “Noct, non dire sciocchezze. Se dovesse succedere a te, faremmo di tutto per raggiungere la principessa Lunafreya, ovunque si trovi, prima che la Piaga possa ridurti in quelle condizioni.” Indicò il punto in cui il Naga si era dissolto. “Nessuno di noi finirà così.”

“Non c'è proprio nessun modo per curarla?” Anche Prompto era pallido. Gladio non riusciva ancora a credere che, prima di incontrare quel daemon antropomorfo parlante, nessuno di loro avesse realizzato appieno il pericolo che correvano.

“No,” rispose Ignis, anche lui spazientito. “Non esiste una cura, se non la magia dell’Oracolo. Il miasma è più concentrato all’interno di luoghi chiusi come questo, è vero, ma è anche nell’aria, trasportato dal vento. Finora Sua Grazia Lunafreya, viaggiando instancabilmente, è riuscita a evitare che si propagasse e a circoscrivere i casi di contagio, ma nessuno è veramente al sicuro.”

“Cercate di non pensarci. Tanto non possiamo fare nulla per prevenire il contagio se non andarci a nascondere da qualche parte, e, non so voi, ma io non ho intenzione di farlo.”

Gladio li precedette all’interno del tunnel. Desiderava lasciarsi alle spalle quel luogo maledetto. Non poteva fare a meno di continuare a chiedersi cosa avesse spinto la donna che un tempo quella creatura era stata nella Grotta di Fociaugh. Più cercava di scacciare quel pensiero – i daemon erano consapevoli della loro condizione? Soffrivano? – più continuava a sentire la voce disperata del naga chiedere del suo bambino.

Il freddo aumentò sensibilmente, e proseguendo scoprirono perché: il tunnel sfociava in una caverna parzialmente esposta, e la luce del sole che penetrava dall’alto aveva permesso alla vegetazione di prosperare persino lì. La Pietra, simile a una saetta fossilizzata, sembrava generarsi dalla roccia stessa.

Gladio evocò l’arma – Ignis e Prompto, vide, avevano fatto lo stesso – mentre Noctis si avvicinava. Si erano aspettati di dover di nuovo lottare per dimostrare al Tonante di essere degni della sua alleanza, ma, non appena Noctis toccò la roccia, una scarica elettrica si abbatté sulla Pietra, e parve essere assorbita dal suo corpo. Quando si voltò verso di loro, i suoi occhi erano diventati viola. Durò solo un attimo, poi Noctis ammiccò, schiuse le labbra, e prese un profondo respiro.

“Per un attimo ho creduto di essere morto,” sussurrò, roco. “Ma il Tonante mi ha accordato la sua benedizione. Ho visto Luna. È stata qui anche lei. Ha intercesso per me.”

“Cosa?” esclamò Prompto. “Vuoi dire che non dobbiamo combattere? Niente fulmini e saette?”

“Ti dispiace?” lo punzecchiò Gladio, assestandogli una pacca sulla schiena. “Evidentemente alcuni dèi sono più amichevoli degli altri.” Si sentiva indicibilmente sollevato. Oh, per i Sei, è andata. Non riesco ancora a crederci.

Quando uscirono dalla grotta, il cielo – adesso serale – era tornato terso. Il bosco era deserto, silenzioso, la temperatura mite. Il loro sollievo fu di breve durata, perché l'avionave imperiale più massiccia che avessero mai visto li sorvolò, e nonostante fosse buio e gli alberi fitti si affrettarono a trovare riparo tra le rocce per evitare che li avvistasse.

Si era appena allontanata, che il telefono di Noctis squillò. “Pronto?”

Gladio non riuscì a sentire la risposta, ma l’amico attivò il viva voce. “Ciao, Cindy. Parla pure. Ti sentono tutti.”

“Ehilà, altezza! Chiamo per la vostra auto. C'è una notizia buona e una cattiva.”

“Cindy?” trillò Prompto, gaio. Sembrava già dimentico del malessere che tutti loro avevano provato nella caverna. “Come stai?”

Lei lo ignorò. “La notizia buona è che ho trovato la Regalia. La cattiva è che si trova in una base imperiale.”

“Lo immaginavamo,” sospirò Noctis.

“Abbindolare i proprietari delle officine è un conto, ma con l'Impero è tutto un altro paio di maniche.”

“Non ti preoccupare,” rispose Ignis. “Sei stata preziosa, Cindy. Da qui in poi ce ne occupiamo noi. Riesci a mandarci le coordinate della base?”

“Certo, datemi solo un minuto. In bocca al lupo. State attenti, mi raccomando.” Riattaccò.

Prompto emise un profondo sospiro. “Com'è in gamba, Cindy, eh?”

“Prompto, hai visto che non attacca,” lo sfotté Gladio. “Cambia obiettivo.”

“Giammai,” ribatté. “Sono serio. È stato amore a prima vista.”

“Un amore a prima vista non corrisposto.”

“Non darti tante arie solo perché piaci alle donne.”

“Magari. Quello è Ignis. Io le donne le spavento.”

“E Silia, allora?”

Gladio si grattò l'attaccatura dei capelli, sorridendo. Scherzare con Prompto e parlare di Silia stava allontanando rapidamente i tremendi pensieri sulla natura umana dei daemon e sulla possibilità di diventarlo loro stessi. Toccò la sua piastrina in tasca, gesto scaramantico che ormai ripeteva spesso. “Lei non fa testo, vi ho detto. Quella fa a fette i daemon.”

“Se avete finito di conversare amabilmente di trivialità…” intervenne Ignis, ma sorrideva anche lui. Stava esaminando sul cellulare di Noctis la mappa inviata da Cindy. “Pare proprio che la Regalia fosse su quella base mobile che ci ha appena sorvolato. Torniamo alla Stazione Chocobo di Wiz e affittiamone quattro. Non si sta dirigendo a Gralea, per cui, immagino, da qualche parte dovrà fermarsi.”

III

"Oh, per il cazzo di Odino!”

Silia non riusciva a credere ai suoi occhi. Raggiunse Tina ad ampie falcate, quasi correndo, e la rimise in piedi strattonandola per la maglietta. “Cinque volte. Te l'ho detto cinque fottute volte: non chiudere gli occhi quando pari! Sei sorda, oltre che cieca?”

Il viso della donna era una maschera di vergogna e di sangue. “Mi scusi, Hartwood. Non succederà più.”

“È quello che hai detto le altre quattro volte!” Le prudevano quasi le mani. Prese un profondo respiro a labbra serrate per non mettersi a urlare. Zen, si disse, per la ventesima volta quel giorno. Magellano avrebbe preso Tina a bastonate dietro le ginocchia. Ma lei non era Magellano, non le erano mai piaciuti i suoi metodi brutali, e non poteva prendere a bastonate dietro le ginocchia gli uomini di Cor Leonis o gli hunter di Ezma Auburnbrie. “Vatti a lavare la faccia e a farti dare del ghiaccio. Meno male che era un bastone e non una spada.”

Tina batté in ritirata. Era robusta, e anche se non aveva mai preso in mano una spada in vita sua aveva la struttura fisica adatta per dare botte da orbi, eppure continuava a temere i colpi, per cui – inevitabilmente – finiva per prenderli. Silia la guardò andar via con un sospiro sconfortato. Il dottor Derren si sarebbe di nuovo lamentato con Cor Leonis per il lavoro extra che le sue lezioni comportavano, come se fosse stata lei la responsabile di tutta quell'incapacità.

Sentì una risata alle sue spalle che le fece accartocciare la fronte dal dispetto. Si abbassò ad afferrare il bastone di Tina e lo scagliò con un movimento rotatorio tra le caviglie del ragazzo, facendolo cadere. “Torvald, non puoi permetterti di ridere se non sei neanche in grado di evitare un cazzo di bastone.”

Lui aprì la bocca per ribattere – Torvald era insopportabilmente polemico e sbruffone –, ma Silia gli piantò in faccia uno sguardo assassino. “Sissignora!” gridò, rimettendosi in piedi e raddrizzandosi con le braccia lungo i fianchi. “Farò meglio la prossima volta, signora!”

“Seh.” Silia si appoggiò le mani sui fianchi. La stavano tutti squadrando in attesa di sapere quale sarebbe stata la sua prossima vittima, come facevano le reclute Angoni durante le lezioni di Magellano.

“Hartwood, ti cerca il Generale!”

Il palpabile sollievo nelle espressioni dei volontari la irritò. Erano stati loro a chiederle di addestrarli. Cosa si aspettavano, un circuito fitness con addominali e sollevamento pesi? Giri di corsa? Spade di gommapiuma? Senza voltarsi, Silia sollevò un braccio in direzione di Darius per comunicargli che lo aveva sentito.

“Non pensate di cavarvela così. Ripetete cento volte lo schema aggiramento-schivata-affondo che vi ho insegnato per contrastare i magitek. Se vado a una caccia e non torno in giornata, domani fatene duecento. Se approfittate della mia assenza per battere la fiacca, ricordatevi che non siete furbi, ma coglioni, e che sono cazzi vostri.”

Darius era appoggiato alla staccionata che delimitava il campo di addestramento, e stava fumando una sigaretta con la sua solita aria rilassata e ironica.

“Non dire nulla,” lo prevenne, accendendosi una sigaretta anche lei. Cor Leonis non amava aspettare, ma in quel momento ne aveva bisogno per non uccidere nessuno.

“Non dico nulla.”

“Quelli di Insomnia sono i peggiori. Persino quelli che erano nella Guardia Cittadina non valgono quanto un hunter.”

“Avevi dubbi?”

“No,” ammise. Lasciò cadere la cenere. “Sai cosa vuole dirmi il Generale? Una caccia urgente?”

“Non credo,” rispose lui schiacciando la sigaretta sotto il tacco dello stivaletto. Non aggiunse altro, sebbene Silia fosse piuttosto convinta che il Generale si consultasse con Darius pressoché su tutto.

“Si è lamentato con lui qualcuno dei volontari? Se si è lamentato qualcuno dei volontari gli spacco la faccia. Non obbligo nessuno, io, a venire alle sessioni, e quello che sto facendo qui, con loro, è un addestramento all’acqua di rose.”

“Sì, me ne sono accorto dalle facce insanguinate e dalle ossa rotte che ogni giorno arrivano in infermeria,” sorrise Darius. “Va’ dal Generale, Hartwood. Credo che per un paio di giorni i tuoi ragazzi riprenderanno fiato.”

*

Quando entrò nel padiglione del Generale, Silia lo trovò insieme a Dustin Ackers. Fu stupita di non vedere anche Monica Elshett: i due erano praticamente inseparabili.

“Buon pomeriggio, Hartwood” la salutò compitamente Ackers alzandosi dalla sedia che occupava e chinando il capo in un inchino formale. Ackers aveva almeno vent'anni più di lei, ed era un ufficiale della Guardia Reale per cui, se anche fossero stati ancora nella società civile e non in un accampamento rabberciato e chiassoso dove vivevano gomito a gomito hunter, Guardie e civili dalla Capitale e dalle province, non aveva alcun dovere di rivolgersi a lei così solennemente, ma chissà per quale motivo l’uomo amava molto le convenzionalità.

“Buon pomeriggio, Ackers. Per favore, non si alzi per me. Generale, buon pomeriggio. Voleva vedermi?” Rimase in piedi, le braccia conserte, in attesa di istruzioni.

Cor Leonis annuì. “Salve, Hartwood. Mi hanno detto che la tua ferita alla spalla è quasi rimarginata.”

Silia trattenne un sorriso divertito. Sapeva che tutti, al campo, continuavano a tenerla d'occhio e a riportare al Generale i suoi movimenti; la cosa non la infastidiva, tanto più che Cor Leonis fino a quel momento le aveva dato carta bianca su tutto. “Confermo, Generale.” Mosse il gomito sinistro su e giù per dimostrargli che non aveva problemi. L'articolazione della spalla era ancora un po' rigida, in realtà, ma questo non glielo disse.

“Spero allora che non ti dispiacerà se ti mando in trasferta per un affare delicato. Siediti accanto ad Ackers.”

Silia obbedì, e sedette sullo sgabello di legno che lui le aveva indicato, davanti alla sua scrivania ingombra di carte. Incrociò le mani in grembo e attese.

“Ti ho detto che al momento gli obiettivi del Principe sono due: dimostrarsi degno dell'alleanza dei Siderei, presso cui sta intercedendo la principessa Lunafreya, e recuperare le Armi Ancestrali appartenute agli Antichi Re di Lucis. Come sai, ne hanno recuperate quattro. Ezma Auburnbrie ha promesso ricompense agli hunter che riporteranno informazioni utili su rovine e tombe, ma finora non è saltato fuori nulla.” Il Generale fece una pausa, guardò Ackers, poi tornò a guardare lei. “Hartwood, mi hai detto che non hai ricevuto un'istruzione, ma che hai letto la Cosmogonia e diverse biografie degli Antichi Re. So che non ti stai limitando a insegnare ai volontari come combattere, ma che spieghi loro cosa c'è là fuori, rispondi alle loro domande sulla storia della guerra condotta dall'Impero, sulla tecnologia imperiale, sui daemon.” Un'altra pausa, stavolta più lunga.

Silia comprese che il Generale voleva che confermasse o smentisse. “Le dicono tutti molto di me, Generale, e la cosa mi lusinga, ma ho solo letto dei libri. Per curiosità personale. Probabilmente qualunque cittadino nato e cresciuto a Insomnia e con un diploma ne sa quanto me.”

“Sfortunatamente,” continuò Cor Leonis, facendosi schioccare le nocche di entrambe le mani, “qui al campo non abbiamo molti cittadini della capitale con un diploma in grado di combattere. Ho bisogno di qualcuno che sia in grado di penetrare a Insomnia, di restarvi per qualche giorno e di uscirne illeso. Voglio che entriate nella Cittadella, tu e Ackers, e che raggiungiate quello che è rimasto della Biblioteca Reale. Recuperate tutti i libri in cui pensate possano esserci cenni su dove si trovano le Armi Ancestrali. Ackers guiderà la spedizione: ne sa più di tutti noi messi assieme, di queste cose. Porterete con voi un paio di persone di supporto, non di più, perché si tratta di una missione a basso profilo.”

L’aspetto di Ackers corrispondeva in modo quasi divertente a quello di una persona che, per usare le parole di Cor Leonis, ne sa più di tutti noi messi assieme: avanti con l’età, aspetto serioso, miope e con una calvizie incipiente. Probabilmente sotto la sua camicia bianca e il gilet aveva anche dei muscoli, o non sarebbe stato nella Guardia, ma faticava a immaginarselo in combattimento. Silia sorrise, ripensando a quando Gladio l'aveva portata alla Biblioteca Reale di Insomnia; si era sentita così frastornata da non sapere quale libro sfogliare per primo. Gladio le aveva detto che conteneva almeno un milione e mezzo di volumi.

“Ci vorranno tre o quattro giorni,” rifletté ad alta voce Silia. “Sempre che ne sia rimasto qualcosa. Il grattacielo della Cittadella è stato bombardato. Quando ho lasciato Insomnia era ancora in piedi, ma non avevano ancora sguinzagliato le Armi Diamante. Anche presupponendo che la Biblioteca esista ancora, per trasportare i libri fuori dalla città dovremo procurarci un furgoncino. Un po' chiassosa, come missione a basso profilo, se posso permettermi. Per di più, non sappiamo cos’è rimasto delle forze imperiali all’interno della città.”

Cor Leonis le fece cenno di tagliar corto. “Sono tutte cose che già so, Hartwood. Vuoi tirarti indietro?”

Non era un'offerta, ma un’intimidazione, e Silia si sentì arrossire dal dispetto. “Generale, non mi accusi di codardia. Non mi sto tirando indietro. Sto solo mettendo sul piatto tutti i rischi e le eventualità calcolabili, come dieci anni sul fronte mi hanno insegnato.”

“E visto che io, di anni in guerra dentro e fuori Insomnia, ne ho fatti trenta, Hartwood,” ribatté il Generale senza alzare la voce, “non credere che non li abbia messi sul piatto prima di te. Siamo pochi, ho bisogno di ognuno di voi, e non voglio che vi facciate uccidere in una missione suicida. Se mi lasci parlare, eviscereremo tutti i problemi uno a uno.”

Silia arrossì di nuovo, questa volta di imbarazzo. Con Titus Drautos non si sarebbe mai permessa. “D’accordo. Mi scusi. La ascolto.”

Cor Leonis recuperò un foglio arrotolato da una cassa alle sue spalle. Lo dispiegò sul tavolo sopra tutti gli altri incartamenti, tenendolo puntellato con una tazza mezza piena di caffè in un angolo e con il suo cellulare nell'altro. “La pianta di Insomnia. Ho piazzato degli hunter, insieme alla mie guardie Irwin e August, a tenere d’occhio gli ingressi alla città. Il grosso delle truppe sembra essersi ritirato. Il Cristallo è già stato rubato, il Re è morto, la popolazione sopravvissuta è evacuata, e non c’è più nulla a Insomnia che interessi Aldercapt. Tuttavia non ha intenzione di lasciare che i cittadini rientrino prima di averla ufficialmente proclamata territorio imperiale.”

“Cosa stanno aspettando?” chiese Silia, approfittando della sua pausa.

“Di avere l'Anello. Aldercapt ha il Cristallo, ma senza l'Anello non può convogliarne l’energia. Aspetta di avere pieni poteri per accomodarsi senza troppa fatica nel trono lasciato vuoto dalla morte del Re e del Principe, assassinati da terroristi ribelli che con l’aiuto degli Angoni hanno piazzato delle bombe alla Cittadella e sottratto il Cristallo dal Santuario. Hanno lasciato dei presidi che controllano i gate, e di certo anche all’interno dell’abitato, anche se, come hai ben sottolineato prima, non sappiamo di quale entità. Entrare discretamente non sarà facile, devo dartene atto.”

Silia si grattò un sopracciglio. “Poco fa ho detto che ci serve un furgone. E se fosse un furgone imperiale?”

Le labbra di Cor Leonis s’incresparono. “Incidentalmente, è quello che ho pensato anch’io. Gli imperiali stanno costruendo molte basi a Leide, come sapete. Recupereremo un furgone, uniformi e false insegne. Vi presenterete all’ingresso est dichiarando di dover fare rifornimento di armi al Centro di Addestramento della Cittadella. Questa è stata un’idea di Ackers.”

Ackers si sfilò gli occhiali e iniziò a ripulirli con un lembo della camicia con aria imbarazzata. “Se riusciamo a passare,” si schermì, “resta comunque la parte più facile. Una volta dentro, non sappiamo cosa troveremo.”

Cor Leonis annuì ancora una volta. “Esattamente. Una volta in città, prima di tutto, valutate la situazione. Quanti magitek sono rimasti in giro? Ci sono corazzati? Siate pronti e discreti e, se non ne vale la pena, rientrate. Non potete sgominare un esercito, e non abbiamo nemmeno la certezza matematica che recuperare quei libri servirà a qualcosa.” Il Generale fece di nuovo una pausa, tamburellando con le dita sul ripiano del tavolo. “Quanti uomini porteresti con te, Hartwood?”

Silia ammiccò, stupita che fosse interessato alla sua opinione. “Non più di tre, o attireremmo l’attenzione degli imperiali. Almeno una dovrebbe essere originaria di Insomnia. Ci servirà qualcuno che guidi il furgone, che lo guidi alla svelta e che conosca bene le strade.” Rifletté qualche secondo. “Jenkins. Faceva la guardia giurata. Guidava camion portavalori. Conosce le strade di Insomnia, spara decentemente, ha palle. Mi perdoni, Generale,” aggiunse con un mezzo sogghigno.

Lui le fece cenno di continuare. “Chi altri?”

"Uno molto bravo a sparare. Veloce e silenzioso, magari un hunter. Kamal. E poi Colby,” aggiunse. “Bravo con la spada. Sono entrambi giovani, ma dotati. E anche loro hanno… spina dorsale.”

Ackers si voltò a sondare apertamente la reazione del Generale. “È solo un suggerimento,” chiarì Silia. “Se reputa che ci siano altre persone più adatte, Ackers, la ascolto.”

“A parte Ackers, non preferisci portare delle Guardie Reali, Hartwood?”

“Generale,” sorrise Silia. “Alexandra, Devan, Adrian, Marvin… sono abili e ben addestrati, ma non si fidano di me. Può ordinare loro di collaborare, o di obbedire ad Ackers, ma io ho bisogno di sapere che saranno lì dove devono essere quando serve, pronti ad ascoltare un'istruzione o un avvertimento. Porterei Darius, ma so che lo consulta spesso, per cui reputo che le sia più utile qui. Inoltre...” ammiccò, “non si sa mai cosa potrebbe succedere, e perdere una Guardia Reale è meglio che perderne due.”

“Se mi permetti, Hartwood, spero di non perderne neanche una. Né un Angone del Re.”

“Generale,” replicò lei, irritata. “Le ho già detto che...”

“Che non sei più un Angone del Re. Puoi continuare a ripeterlo, se ti fa piacere,” disse semplicemente Cor Leonis. “Puoi smettere di indossare la loro divisa, ripudiare quel che il tuo Capitano e alcuni dei tuoi compagni hanno fatto. Ma angone resti, Hartwood, che ti piaccia o no.”

Silia non ribatté, ma quando aveva scoperto la vera identità di Titus Drautos, il giorno in cui era arrivata al campo, aveva rinnegato gli Angoni, e Cor Leonis poteva comandare quel che restava delle forze armate di Lucis, ma non poteva comandare il suo cuore.

“Per tornare al piano,” proseguì il Generale, “Mi fido di te, Hartwood. Va’ a chiamare i ragazzi che hai scelto. Studieremo insieme i dettagli del piano.”

Silia si alzò dallo sgabello, ma Cor Leonis la trattenne ancora con un gesto.

“Quasi dimenticavo. L'ho già detto anche ad Ackers. Non abbiamo tempo, ti ho detto, e lo ripeto: arrivati a Insomnia, dirigetevi direttamente alla Biblioteca. Niente deviazioni. Niente ricerche di cadaveri e sepolture. Niente vendette. Quel che è morto è morto, e noi dobbiamo pensare ai vivi. Ti è chiaro?”

Silia annuì lentamente e si portò la mano destra alla fronte. Cor Leonis la fissò ancora per qualche secondo negli occhi, finché non aggiunse: “Mi è chiaro, Generale. Seguiremo la missione alla lettera.”

IV

Gladio si prestò di malavoglia a quella che sperava essere l'ultima corsa su un chocobo. Non vedeva l'ora di recuperare la Regalia.

Ignis, sembrava, era già oltre quel punto. Più a suo agio di lui in groppa al chocobo, deviò per avvicinarsi a lui e Noctis. “Pare che, dopotutto, dovremo comunque trovare un modo per raggiungere Altissia. Gli Imperiali controllano ancora il porto di Galdin Quay.”

Noctis annuì. “Ci stavo pensando anch'io. Mi è venuto in mente... che quando mio padre andò a cercare l'alleanza di Accordo, trent'anni fa, usò uno yacht. Lui, Clarus, Weskham, Cid e Cor salparono da un porto segreto vicino Capo Caem. Se siamo fortunati, lo yatch è ancora lì.”

“Ma certo, l'approdo segreto!” Gladio schioccò le dita, e così facendo rischiò di perdere l'equilibrio. Si affrettò a rimettersi dritto. “Possiamo chiedere a Cor. E Iris può raggiungerci lì.”

“Fermiamoci al bivacco di Sothmocke,” approvò Ignis. “Ma solo un paio d'ore, il tempo di riposarci un po', chiamare Cor Leonis e pensare a come penetrare nell'aviofortezza di Aracheole. Meglio farlo col favore della notte.”

*

Dopo aver montato il campo, mentre Ignis preparava la cena, chiamarono Cor per informarlo della Prova di Ramuh e di ciò che Cindy aveva scoperto sulla Regalia, e per chiedergli notizie dello yacht reale a Capo Caem. Cor confermò che lo yacht si trovava probabilmente ancora lì, in quanto il mezzo aveva bisogno di molte riparazioni e dubitava che qualcuno si fosse preso la briga di rubarlo nell’improbabile caso in cui l’attracco segreto fosse stato scoperto, e si offrì di mandare Monica a prendere Iris, Talcott e Jared il giorno dopo. Se anche lo yacht non ci fosse stato, disse loro Cor, Capo Caem era un luogo sicuro per sua sorella, di certo molto più sicuro di Lestallum dove, aveva saputo, gli Imperiali da qualche giorno avevano iniziato a far domande in giro. Gladio si morse la lingua per non suggerirgli di incaricare Silia della cosa: una parte di lui sperava che avrebbero potuto incontrarsi a Capo Caem, fosse pure per un paio d’ore.

Deluso, mandò un sms a Iris per avvisarla di prepararsi, e di tenersi lontani dagli imperiali finché non fosse arrivata Monica. Sua sorella rispose con cinque smile e la rassicurazione che sarebbero stati attenti.

Erano le dieci di sera, e si concessero un paio d’ore per mangiare con calma e riposarsi prima di affrontare l’infiltrazione alla Fortezza di Aracheole. Mentre ancora avevano i piatti in mano, Ignis, come se avesse aspettato per tutta la vita quel momento, si alzò in piedi, si sistemò gli occhiali sul naso, e incrociò le braccia dietro schiena, camminando avanti e indietro con il fare serio e intimidatorio di un comandante che stesse passando in rivista i suoi uomini.

“Qualche brillante idea, Ignis?” chiese Noctis con un sorriso sfrontato, inclinando la schiena sulle ginocchia.

“In un assalto frontale saremmo vulnerabili. Per questo ho proposto di agire col favore della notte: abbiamo qualche possibilità in più di riuscire a infiltrarci senza dare nell’occhio.”

“Nessuna azione di sfondamento, allora?” scherzò Gladio, incrociando le braccia dietro la testa e sprofondando ancor più nella sdraio pieghevole.

“No,” ribatté lui, sfidandolo con lo sguardo a interromperlo ancora con domande stupide. “Questa volta non si tratta di un blitz, ma di una missione di infiltrazione ed estrazione.”

Per Odino, adesso parla come Silia. Levò le braccia in un gesto di scusa. Si sarebbero piaciuti molto, lei e Ignis, quando si fossero incontrati. Probabilmente si sarebbero coalizzati contro di lui.

Soddisfatto della sua mancanza di replica, Ignis proseguì. “Non sappiamo nulla, purtroppo, della planimetria della base. Dovremo muoverci con circospezione, tentando di eliminare meno nemici possibile per non allarmare gli altri. La base è enorme, lo avete visto, e anche se ormai siamo abituati a scontrarci con i magitek non possiamo permetterci che ce ne arrivino addosso cinquecento.”

“Bene,” applaudì Prompto. “Grazie, Ignis. Visto che non sappiamo altro, immagino che possiamo concludere qui il briefing e andare a giocare a King's Knight finché non sarà notte inoltrata.”

Ignis aprì la bocca, pronto ad ammonirlo con l'indice, ma la richiuse senza dire nulla, evidentemente perché Prompto, una volta tanto, aveva ragione.

Chapter Text

25

Vae victis!

I

“Ricordate, il nostro obiettivo è la Regalia. Non possiamo affrontare un'intera guarnigione, perciò evitiamo a ogni costo di essere scoperti. Mi riferisco soprattutto a te, Noctis, e al tuo vizio di correre avanti senza riflettere e senza guardarti alle spalle.”

Noctis sbuffò. “Sarò prudente. Ricordatevi però che non possiamo permettere che sorga il sole, o perdiamo tutto il nostro vantaggio.”

“Hai ragione anche tu. Ma abbiamo ancora parecchie ore di buio, per cui: niente azioni avventate. È chiaro anche a voi?” soggiunse Ignis, voltandosi verso lui e Prompto.

Gladio sollevò il pollice in un gesto di assenso. Chino dietro una cassa al limitare del campo, continuava a guardarsi intorno con prudenza. Lo avevano già supposto quando li aveva sorvolati, ma la fortezza di Aracheole era enorme, almeno cinquecento metri quadrati, valutò. Chissà che diavolo di tecnologia utilizzava per poter trasportare tutto quel peso. L’Impero era davvero all’avanguardia, dovette riconoscere amaramente ancora una volta.

Seguirono Ignis strisciando tra i bancali, le cisterne e i cassoni di scorte, ma dovettero fermarsi quando videro due sentinelle magitek di pattuglia. Non potevano passare senza farsi scorgere.

Se ne accorse anche Ignis. “Sono tutti tuoi, Noctis. Al mio segnale,” sussurrò, facendogli cenno. “Tre… due… uno…”

La sentinella più vicina diede loro le spalle.

“Adesso!”

Noctis si proiettò sul magitek, puntellandolo a terra ed eliminandolo con un unico – perfetto – colpo alla nuca. Fu così veloce che la seconda sentinella non si accorse di nulla, e fece la stessa fine della prima. Gladio non poté fare a meno di sorridere ammirato.

“Mi sei proprio piaciuto, Noct,” si complimentò con una pacca. “Continuiamo così.”

Proseguendo sulla strada, muovendosi con circospezione tra gli enormi carrarmati inattivi, si inoltrarono nel cuore della base. L’enorme cono di luce di un faro di vigilanza si spostava senza un pattern regolare su uno spazio aperto privo di copertura. Prima che potesse farlo lui stesso, Ignis scattò, afferrò Noctis per una spalla e lo tirò fuori portata prima che il faro potesse individuarlo.

“Cautela, Noctis,” lo avvisò. “Un errore qui, e ci troviamo addosso un esercito.”

Gladio comprese la pericolosità della situazione in cui si erano ficcati quando vide sensori fotoelettrici ovunque, pattuglie di almeno dodici unità magitek l’una, e soprattutto enormi blindati simili all’armatura corazzata di Loqi Tummelt. La base che avevano sabotato con l’aiuto di Cor, al confronto, era un asilo nido. Non fu di molto aiuto, dovette ammettere: il suo spadone, a differenza della pistola silenziata di Prompto, delle daghe che Ignis scagliava preciso come un lanciatore di coltelli e delle proiezioni letali di Noctis, era forse l’arma meno adatta per un’azione furtiva, e si rassegnò a rimanere nelle retrovie pronto a intervenire nel caso in cui venissero scoperti e fossero costretti a un’azione più incisiva.

“Non vorrei proprio avere a che fare con quei corazzati magitek,” bisbigliò Gladio.

“Non succederà, se procediamo cautamente e restiamo sotto copertura.”

“Cos’è quello?” chiese Prompto, indicando il raggio d’energia che si irradiava da quello che Gladio immaginò essere il centro della base, da qualche parte oltre i container che ostruivano loro la vista.

“Credo sia un generatore magitek. Ne ho letto in precedenza. Alimenta la base e probabilmente anche le unità.”

“E se lo distruggessimo?” propose Gladio.

“Troppo pericoloso. Trovare la Regalia è il nostro obiettivo primario.”

Gladio lanciò un ultimo sguardo al raggio d’energia, ma non insistette.

Perlustrarono tutte le aree raggiungibili della base con circospezione. Dovettero inoltrarsi più del previsto: avevano sperato che, non trattandosi di un veicolo militare utile alla causa dell’Impero, avessero abbandonato la Regalia incustodita in una zona poco protetta, ma evidentemente non era così, o, nel peggiore dei casi, stavano aspettando esattamente che il Principe di Insomnia tornasse a reclamare l’auto di suo padre.

Infine la trovarono in un’enorme area simile a un parcheggio ingombra di MT-K, container, carrarmati, automobili, gru, rimorchi e piattaforme.

“Eccola, la nostra piccola,” sussurrò affettuosamente Noctis.

Prompto annuì. “Come mi è mancata!”

“Speriamo non l’abbiano danneggiata.”

Corsero all’automobile, ma in quel momento un improvviso cono di luce li illuminò, e uno degli MT-K inattivi si accese e mosse verso di loro.

“Merda. Dopo tutta quella fatica, ci siamo fatti scoprire all’ultimo!”

“Cambio di piani. Lo abbattiamo e apriamo una via di uscita per la Regalia.”

Felice di poter contribuire anche lui alla riuscita della missione, Gladio evocò lo spadone. “Diamoci una mossa.”

L'MT-K era meno all'avanguardia di quello di Loqi Tummelt; ciononostante, ebbero il loro bel daffare per evitare il fuoco e le scariche elettriche che scagliava loro addosso. Lo attirarono lontano dalla Regalia – ci sarebbe stato da ridere se, dopo tutti i loro sforzi, fosse saltata in aria a causa di un corazzato imperiale da loro stessi messo in moto – e, come ormai avevano imparato a fare, presero di mira le gambe finché non si sbilanciò.

Lo abbatterono, ma il loro scontro aveva allertato l'intera base, come Ignis si era caldamente auspicato che non accadesse. Gladio attese che desse l'ordine di ritirata, dal momento che – sembrava – si era preso in carico la guida di quell'operazione, ma non accadde: evidentemente, persino lui non poteva decidersi a ritirarsi quando la Regalia era davanti ai loro occhi.

“Gladio,” disse l'amico, quando riuscirono a prendere un po' di fiato. Altri magitek stavano accorrendo ad attaccarli. “Dopotutto, credo che andremo a distruggere quel generatore.”

“Mi spiace di aver portato sfiga,” sorrise lui. “Forse avresti dovuto ascoltarmi prima.”

“Per favore, Gladio. Noctis, lascia a noi i magitek e concentrati sul generatore. Distruggerlo, oltre a togliere energia alla base, dovrebbe indebolire le unità e gli MT-K."

Il generatore magitek si rivelò un bizzarro apparecchio simile a un calderone circondato da pannelli simili a quelli che assorbono energia solare, anche se, sospettò Gladio, non era di sole che si alimentavano. Un anello luminoso ruotava in senso orario, collegato a un totem da cui si innalzava una torreggiante colonna di luce rossastra che sembrava creare una cupola – se stringeva gli occhi, Gladio riusciva a vederne i riflessi rossastri – tutt’intorno alla base. Anche senza bisogno di stringere gli occhi, tuttavia, riusciva a vedere l'impressionante schieramento di forze che si stava dirigendo verso di loro.

“Che stavolta sia davvero la fine?” sentì dire a Prompto.

Ignis si riaggiustò gli occhiali sul naso. “Nessuno spazio per la ritirata.”

Noctis, accanto a lui, crollò su un ginocchio d'improvviso. Gladio si allungò per tirarlo su, temendo fosse rimasto ferito durante uno dei loro precedenti scontri, ma dal nulla, come se si fosse trattato di un miraggio, un’ombra gigantesca si stagliò su di loro. Alzò la testa, pronto a rassegnarsi all'idea di un'altra aeronave imperiale su di loro, ma vide incombere su Noctis una mano, e, attaccato alla mano, il corpo smisurato di un vegliardo che impugnava nell’altra uno scettro da cui si irradiavano scariche di energia. Gladio quasi cadde a terra per la sorpresa quando Ramuh afferrò Noctis, sollevandolo da terra, ed evocò una scarica di fulmini che piovvero tutt’intorno.

Sono morto, pensò, per l’ennesima volta da quando avevano lasciato Insomnia, e strinse i denti, pronto al peggio, ma la tempesta elettrica scatenata dal Sidereo annientò magitek e corazzati senza scalfirlo. Quando la luce rossastra generata dall’attacco si affievolì e riuscì di nuovo a vedere con chiarezza, i capelli e i peli ancora ritti per la tensione, Gladio realizzò che Noctis era in piedi accanto a lui, altrettanto illeso. Prompto era in ginocchio in una posizione prostrata, le mani a coprirsi gli occhi, Ignis in posizione di guardia con la lancia in mano, come se avesse cercato in qualche modo di difendersi. Non si vedeva anima viva, né umana né biomeccanica, ancora in piedi.

“State bene?” chiese Noctis. Sembrava allucinato quanto loro.

“Sembra di sì.” Ignis si appoggiò a una pila di casse alle sue spalle. “È dunque questo il potere degli dei?”

Prompto sembrava faticare a ritrovare il dono della parola. Si rimise in piedi, malfermo. “Me la sono quasi fatta addosso. Ho creduto di finire arrostito.”

“I fulmini hanno colpito solo i nostri nemici. Il Tonante sapeva quel che faceva,” rispose Noctis. “Ha voluto darmi un segno della sua benevolenza. Non chiedetemi come, ma lo so. Quando tutto sembrerà perduto, comparirà al nostro fianco per prestarci soccorso, finché combatteremo per rivendicare il Cristallo.”

“Anche Titano, allora?”

“Presumo di sì.”

Gladio si riscosse, guardandosi intorno. “Ha fatto terra bruciata tutt’intorno. Anzi, elettrificata. Il Tonante ha distrutto anche il generatore magitek.”

“Oggi” osservò Ignis, grave, “abbiamo dato un grosso schiaffo in faccia all’Impero. La cosa avrà ripercussioni. L’aviofortezza di Aracheole è troppo grande e potente perché non la tenessero di gran conto. Non sfidiamo oltre la sorte e andiamo a prendere la Regalia, prima che qualche airship in zona decida di venire a vedere cos'è successo.”

“Non chiedo di meglio,” approvò Prompto.

Il sole stava iniziando a sorgere quando, devastati dalle ventiquattr'ore di combattimenti quasi senza riposo, raggiunsero l'auto del compianto Re Regis.

Ignis stava già per aprire lo sportello sul lato guidatore, quando Prompto richiamò la loro attenzione.

“Ragazzi?”

“Che altro c'è, adesso?” sbuffò Gladio, voltandosi.

L'Alto Comandante Ravus.

Rabbrividì: era inconcepibile, ma non lo avevano visto né sentito arrivare. Dov’era stato mentre mettevano a ferro e fuoco l’aviofortezza? Impugnava una sciabola, ma si avvicinò con aria rilassata – derisoria, quasi –, non ostile. Gladio mosse comunque qualche passo sulla sinistra, tenendosi pronto a frapporsi tra lui e Noctis.

Ravus lo ignorò. Era evidente che il principe di Insomnia, promesso sposo di sua sorella, era l’unico degno della sua attenzione. “Quanto tempo, Noctis. Hai ottenuto la benedizione del Tonante, vedo, ma non hai idea di cosa comporti.” Diresse la sciabola contro Noctis. Gladio cercò di reagire, ma si trovò la sua lama contro la gola in un movimento così repentino che a stento riuscì a vederlo. Fino a quel momento, le uniche persone dotate di una simile velocità con cui si era misurato erano state Ignis, Silia e Cor.

“Fermi tutti,” scandì lentamente Ravus, con voce secca, guardandolo negli occhi. “Sono qui per parlare, non per combattere.”

“Non si direbbe,” ribatté Gladio, umiliato, ma restò immobile. Un movimento falso, e sapeva che la sua testa sarebbe rotolata via.

Ravus tornò a dedicare la sua attenzione a Noctis. “Principe Noctis Lucis Caelum...” sputò amaramente. “Erede di una corona che non può appartenere a nessun altro. Ammirate lo splendore e la gloria... Salutiamo il Re Prescelto.”

Noctis non si lasciò impressionare dall’acido sarcasmo con cui il fratello di Lady Lunafreya lo aveva apostrofato. “Ti dai parecchie arie per essere un sorcio dell'Impero. Ti sei venduto al nemico che ha invaso il tuo paese, ucciso tua madre. E adesso stai dando la caccia alla tua stessa sorella.”

Le parole di Noctis sì, che andarono a segno. In uno scatto d’ira, l’Alto Comandante lo afferrò per la gola. “Io non sono un servo, sono il Comandante!” gridò. Gladio approfittò del suo momento di distrazione per sottrarsi al tiro della sciabola. Lo spintonò, allontanandolo da Noctis, e si mise nuovamente tra loro.

“Suppongo che tu sia il fedele Scudo del Re.”

“Puoi scommetterci. Azzardati un’altra volta, a toccarlo, e ti spezzo le braccia.”

“Gli scudi deboli non proteggono.”

Ravus brandì la sciabola. Stavolta Gladio vide arrivare il colpo, ed evocò fulmineamente lo spadone per pararlo. Se aveva tanta voglia di morire, lo avrebbe servito subito. Puntò bene i piedi a terra e tentò di respingere la lama e attaccare a sua volta, ma l’avversario, con un solo braccio, mantenne il blocco.

Non è possibile.

Incredulo, Gladio afferrò lo spadone con entrambe le mani. Aveva contrastato la mano di Titano. L'Immane. Uno dei Sei. Eppure, Ravus Nox Fleuret respinse il suo enorme spadone, e lo colpì al torace con una velocità e una potenza tali che non riuscì a opporsi né a evitare l’attacco. Fu sbalzato indietro contro la fiancata della Regalia. Senza fiato, ricadde a terra, certo di essere stato sventrato, ma non vide sangue: all'ultimo istante, Ravus doveva avere inclinato la lama e colpito di piatto.

“Gladio!” Prompto fu accanto a lui, pronto a rimetterlo in piedi, ma sul dolore e la nausea e l'incapacità di respirare prevalse la rabbia. Scostò violentemente l’amico, tossendo.

“Ravus!” tentò di gridare, ma dalle sue labbra venne fuori solo un ridicolo fischio.

“Vuoi giocare?” Noctis stava avanzando verso il nemico. “Veditela con me.”

“Come vuoi. Fammi vedere cosa sai fare, Noctis. Se il Prescelto muore, vuol dire che era destino.”

Gladio scattò in piedi, pronto a balzargli addosso, dolore o no, umiliato o no, ma una voce nota li immobilizzò tutti, Ravus compreso.

“Direi che ora può bastare.” Ardyn Izunia, dinoccolandosi con il suo solito tono faceto, si mise tra i due. Ancora una volta, non lo avevano sentito arrivare. Era come se si fosse semplicemente materializzato lì. “Serve una mano, Altezza?”

“Non da te,” soffiò Noctis.

Izunia si avvicinò ancora, guardandosi intorno con aria rammaricata come se tanta diffidenza lo offendesse. “Ma io sono qui per aiutarti! Mi sono già dimostrato per ben due volte degno della vostra fiducia, o no?”

“Cos’hai in mente?” chiese ancora Noctis.

“Far ritirare l'esercito.”

“E dovremmo crederci?”

“Vedrete con i vostri occhi. Siete liberi come l’aria. Portate pure via la vostra graziosa auto, nessun blocco imperiale vi darà più fastidio. La prossima volta che ci vedremo, Altezza, sarò oltremare. Guarda caso, anche noi abbiamo alcune faccende da sbrigare con la divinità del luogo, non è così, Alto Comandante?”

Se avevano ancora qualche dubbio che Izunia non fosse chi diceva di essere, fu fugata dall'espressione di odio impotente che Ravus gli indirizzò. L’Alto Comandante abbassò la spada. Solo allora Gladio realizzò che l'Alto Cancelliere sapeva perfettamente che si sarebbero recati ad Accordo per ottenere l’alleanza di Leviatano, cosa che avevano deciso solo quella mattina.

“Addio, Maestà,” li congedò il Cancelliere. “E buon viaggio.”

Si allontanò verso l'ingresso della base. Senza più degnarli di un'occhiata, Ravus lo seguì come un cane. Gladio dovette resistere alla tentazione di scagliarsi dietro di lui e attaccarlo ancora.

“Chi diavolo era quello?” domandò Prompto.

“Ravus Nox Fleuret. Primogenito di Tenebrae e fratello maggiore di Sua Grazia Lunafreya.” Ignis si voltò verso di lui. “Gladio, stai bene? Hai ancora delle pozioni?”

“Non serve. Sto bene,” sibilò, senza guardarlo in faccia.

Non stava bene per niente. Credeva di avere almeno una costola fratturata, ma, per i Sei, in quel momento avrebbe preferito trascinarsi le budella insanguinate per tutto il parcheggio piuttosto che rialzare la testa e guardare i suoi amici. Ravus Nox Fleuret aveva mantenuto e poi spezzato un suo blocco con un braccio solo. E lo aveva colpito. Se avesse voluto attaccare e uccidere Noctis, avrebbe potuto far poco per impedirlo. Altro che Scudo.

Gli scudi deboli non proteggono.

“Gladio, non è il momento di essere orgogliosi. Visto che ne abbiamo l’occasione, leviamo le tende.” Prompto tirò fuori una pozione dalla tasca e la infranse su di lui. Un po' di dolore scomparve, ma non molto, e soprattutto non quello morale.

“Non sto facendo l'orgoglioso,” ragliò. Finalmente riuscì a riconoscere il suono della propria voce. Non stava facendo l'orgoglioso, perché non aveva più alcun orgoglio. Era stato battuto, umiliato, messo letteralmente in ginocchio. Si era sentito potente perché si era scontrato con Titano e aveva portato fuori Noctis tutto intero dal Disco di Cauthess – che poi, a ben vedere, se anche lì non ci fosse stato Ardyn Izunia sarebbero morti seppelliti da rocce incandescenti –, e a pochi giorni di distanza scopriva che Ravus Nox Fleuret, l'Alto Comandante dell'esercito imperiale, era in grado di fargli il culo senza neanche degnarsi di usare il braccio sinistro.

Si ritrovò all'interno della Regalia senza accorgersi di esserci salito. Erano di nuovo sulla strada principale, e la radio stava annunciando con voce monotona che i posti di blocco imperiali a Duscae erano stati ritirati. Gli altri, apparentemente ignari del suo stato d'animo, chiacchieravano tranquillamente.

“Izunia è stato di parola,” commentò Ignis.

“Non riesco ancora a capire perché abbia fermato Ravus.”

“Non possiamo fidarci di lui.”

“Che voglia segretamente rimettere Noctis sul trono di Lucis?”

“E per quale motivo? È stato proprio lui a proporre la tregua che ha segnato la sorte di Insomnia.”

“Ma quindi il tipo biondo è il fratello della principessa Lunafreya?”

“E l'Alto Comandante dell'esercito imperiale. Nonostante sia l'erede al trono di Tenebrae, un protettorato dell'Impero.”

“Ci credo. È tremendamente forte.”

Gladio diede un violento pugno al sedile, frustrato. Sentì Noctis domandargli cosa diavolo gli prendesse. Lo ignorò, anche perché il cellulare gli stava vibrando in tasca. Non aveva voglia di parlare con nessuno, e lo tirò fuori solo per distrarsi dal malessere che provava.

Gladio, so che siete molto impegnati, ma devo parlarti. Posso?

Il tono del messaggio di Iris lo preoccupò. La chiamò immediatamente. “Iris, va tutto bene?”

Sua sorella parlò con voce umida, come se avesse pianto o fosse sul punto di farlo. “Gladio, mi dispiace.”

Oh, Sei, fate che stia bene. “Di cosa ti dispiace? Stai bene, Iris?”

“Sì. Io sì, ma Jared...”

“Cos'è successo a Jared?”

“Non siamo riusciti a partire per Capo Caem.” La voce le si spezzò. “Sono arrivate delle truppe imperiali a Lestallum... non solo quei magitek. Anche soldati in carne e ossa. Chiedevano in giro di Noctis e... e poi Jared...”

“Iris, adesso devi calmarti.” Era lui che aveva bisogno di calmarsi. “Se non mi spieghi non posso capire come aiutarti.”

“Non ho potuto fare niente!” Stavolta Iris stava chiaramente piangendo. “Sono venuti al Leveille. Talcott si è lasciato sfuggire in giro che siamo di Insomnia. Volevano sapere di Noctis. Jared li ha affrontati... ha detto che se anche avessimo saputo dov'era, non gliel'avrebbe mai detto. E l'hanno ucciso!”

Jared. Ucciso. Gladio chinò il busto sulle ginocchia in un gesto impotente. Il dolore al torace aumentò, come pure la sua rabbia. Un anziano inerme, ucciso in quel modo. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma per un momento non ne uscì alcun suono. “Iris, per favore, calmati. Talcott sta bene?”

“Sì! Se ne sono andati subito dopo! Ma, Gladio...” singhiozzò. “È colpa mia. Avrei dovuto fare qualcosa! Jared era anziano... avrei dovuto provare a difenderlo!”

“Non dire sciocchezze, Iris. Non è colpa tua. Non è colpa di Talcott. È colpa di quei maledetti imperiali.” Tentò di mettere ordine ai pensieri. “Iris, ascoltami. Siamo a un paio d'ore da Lestallum. Monica dev'essere in arrivo. Tu e Talcott non muovetevi dal Leveille. Hai qualcosa per difenderti, Iris? Qualsiasi cosa?”

Sua sorella tirò su col naso. “La pistola di Jared.”

“Caricala e state attenti. Noi facciamo più in fretta che possiamo.”

II

Silia reclinò la testa contro lo schienale del furgone. Chiuse gli occhi, e per un istante si ritrovò di nuovo sul fronte in missione – il rollio e i sobbalzi del veicolo, il peso delle armi appoggiate sulle ginocchia, il chiacchiericcio disinvolto dei suoi compagni nella cabina – e provò un confortante senso di tepore prima di realizzare che quella routine era ormai perduta per sempre. Sarah, Legato, Caesar e Samuel erano morti, così com'era morto Thomas e molti altri compagni prima di loro.

La missione che le era stata affidata era decisamente più facile di molte delle azioni che aveva intrapreso in guerra, ma due differenze sostanziali la turbavano: la prima, che non aveva familiarità con i compagni che stava conducendo con sé. Ackers era stato scelto personalmente dal Generale, che non l'avrebbe coinvolto se non fosse stato più che certo delle sue capacità, ma gli altri tre li conosceva da pochi giorni; aveva scommesso sul loro sangue freddo, sulla loro obbedienza, ma erano inesperti, e si sentiva responsabile della loro incolumità. L'altra differenza sostanziale, non proprio un'inezia, stava nel fatto che non poteva più contare sulla magia – avrebbe dovuto fare affidamento sulle sue sole spade gemelle. Senza magia aveva pur sempre tirato giù un Behemoth e diverse altre bestie, ma stavolta non si trattava di eliminare un bersaglio singolo o al più un branco, ma – se si fosse arrivati a tanto – di sopravvivere a scontri continui in condizioni ambientali dove la proiezione avrebbe potuto fare la differenza.

“È nervosa, Hartwood?” chiese la voce roca di Kamal Rohan. Non conteneva alcuna traccia di ironia o derisione – il ragazzo la stava semplicemente sondando per capire quanto doveva essere nervoso a sua volta. Era una dinamica comune che Silia aveva avuto modo di osservare sul fronte: i novellini tendono a individuare una sorta di cartina al tornasole della merda, ossia un compagno sicuro di sé che scrutano per stabilire quando devono iniziare a preoccuparsi. Lei e Legato erano state quelle della Squadra 6.

Silia riaprì gli occhi. “Sono sempre nervosa in missione, Kamal. Il nervosismo è quella cosa che ti fa tenere i sensi in allerta anche quando pensi che vada tutto bene, e che di conseguenza ti salva il culo quando scopri che non è così. Se sei nervoso, Kamal, bene. L'importante è che tu non sia spaventato.”

“Nossignora,” la rassicurò lui, riaggiustandosi il fucile nell'incavo del gomito. Se lo era, spaventato, lo nascondeva bene: il suo viso era asciutto e privo di qualsiasi corruccio, la mascella rilassata, le labbra arcuate in una smorfia fin troppo spavalda. “È Colby che se la sta facendo sotto, Hartwood,” soggiunse, beffardo, inclinando la testa verso di lui.

“Kamal, piantala o ti spacco la faccia,” ribatté Colby Vasil, alla sua destra; era leggermente arrossito. “Sono perfettamente a posto, Hartwood, parola d'onore," si affrettò a giustificarsi. Mentiva, ma a un livello accettabile, e in fin dei conti Silia preferiva il discreto nervosismo di Colby all'arrogante baldanza di Kamal.

“Calmi, ragazzi.”

Il più tranquillo di tutti era Jenkins Galeor. Guidava il veicolo in silenzio, tamburellando di tanto in tanto le dita sul volante, fumando una sigaretta dietro l'altra come se si trovasse nel traffico di Insomnia. Aveva detto a stento un centinaio di parole da quando erano partiti da Orior – così ormai tutti chiamavano il campo guidato da Cor – e non per il nervosismo: anche quando lo addestrava, Jenkins, che doveva avere tra i quaranta e i quarantacinque anni, manteneva un piglio riservato e sottotono, e aveva l'aria di chi è convinto che il peggio nella sua vita è ormai alle spalle. Attitudine senz'altro pericolosa, ma se non fosse stata per dieci anni in guerra, Silia avrebbe scelto lui come cartina al tornasole della merda.

Ackers, che non sembrava a suo agio come Jenkins e Kamal nonostante fosse un ufficiale della Guardia Reale, si sporse dal sedile anteriore. “Hartwood, le dispiace farci vedere di nuovo il saluto militare di Niflheim?” chiese per la terza volta, come se quel minimo aspetto della loro copertura fosse sostanziale.

Silia annuì comunque, e lo mostrò loro ancora una volta: avambraccio sinistro ripiegato ad angolo retto contro il braccio, pugno chiuso sul polso leggermente inclinato verso la spalla, mano destra a cingere l'avambraccio a mezza altezza. Il loro furgone stava adesso percorrendo il ponte che conduceva al cancello est della Capitale. A breve sarebbero riusciti a distinguere il presidio. Irwin e August erano rimasti di vedetta per due giorni, aveva detto il Generale, e avevano riferito di sette magitek, un MT-K e un ufficiale imperiale in carne e ossa che cambiava turno con un altro ufficiale ogni otto ore.

“Stiamo pronti,” disse Ackers. “Ecco il blocco. Il presidio è quello previsto.”

“Bene,” approvò Silia. “Non troppi. Cercheremo di entrare pacificamente, come da piano, ma se dovesse risultare impossibile possiamo eliminarli senza troppi problemi. Se così fosse, lasciate a me l'MT-K.”

“Speriamo non ce ne sia bisogno,” disse ancora Ackers, riaggiustandosi il basco dell'uniforme imperiale.

Silia, Colby e Jenkins si raddrizzarono in una posizione composta mentre i magitek del presidio si schieravano a cordone lungo la strada. Jenkins rallentò, accostando il furgone all'ufficiale che, fucile in pugno, aveva fatto loro cenno di fermarsi.

“Buongiorno, sergente,” disse Ackers con voce ferma, producendo un impeccabile saluto militare imperiale, subito imitato da Jenkins. “Luogotenente Sid Juliusz, Divisione 15, da Forte Domen. Abbiamo un lasciapassare firmato dal Comandante Alexander Albin per fare rifornimento armi. Ecco la documentazione.”

Il sergente imperiale prese il dossier dalle mani di Jenkins, lo aprì distrattamente, poi si sporse a guardare lei e i due ragazzi sui sedili posteriori. Tutti e tre si affrettarono a fare il saluto. “Rifornimento armi? Ne troverete quante ne volete alla Cittadella, signore. C'è un arsenale, lì. Avete bisogno di altre unità magitek di supporto?”

Ackers emise un teatrale sospiro, appoggiando un gomito contro il cruscotto. “Hm, posso essere franco con lei, sergente...?”

“Eliezer, signore,” rispose rispettosamente l'imperiale.

“Sergente Eliezer. Non ne ho portata nessuna, e la ringrazio dell’offerta ma preferirei declinare. Sono un tipo all'antica. Ho fatto gavetta nell'esercito facendo tutti i lavori sporchi che ora eseguono questi aggeggi indubbiamente utili, prima che ce li dessero in dotazione, ma per quanto comodi siano mi fanno un po' ribrezzo e, dove posso, preferisco muovermi con la mia squadra.” Fece un gesto verso di loro. “Per cui, quando il Comandante Albin ha osservato che, con tutte le armi che c'erano a Insomnia, era un peccato lasciarle lì ad arrugginire senza che nessuno le usasse, ho detto che saremmo andati noi a recuperarle. Non ho mai visto Insomnia, sa, sergente, e anche i miei ragazzi erano curiosi. Faremo un po' di esercizio fisico e ci godremo il panorama del centro della Capitale finalmente ridotto in macerie dalle nostre truppe.”

Troppi dettagli, disapprovò Silia, il modo migliore per far saltare una copertura, ma la sua stima nei confronti di Ackers aumentò di buona misura quando il sergente imperiale emise una risata secca, restituendo i documenti a Jenkins. “Si goda lo spettacolo, allora, luogotenente. Se cambia idea e ha bisogno di una mano meccanica per trasportare le casse, chieda pure al Capitano Radovan, di guardia alla Cittadella. Sono sicuro che le darà qualche unità.”

“Oh, la ringrazio, ma ci penseranno i miei ragazzi. Non voglio che si rammolliscano.”

Il sergente Eliezer fece cenno a qualcuno al di là della guardiola, e il gate automatico si aprì. “Buona giornata, signore. E buon lavoro, ragazzi. Vi consiglio di non deviare: abbiamo liberato le strade principali dalle auto abbandonate per poter circolare liberamente, ma le altre sono ancora ingombre di detriti e ostacoli. Se proseguite dritto per sei o sette chilometri vi ritroverete in centro. Non potete sbagliare.”

Jenkins rimise in moto senza una parola. Superarono il gate, e pochi secondi dopo stavano sfrecciando sull'arteria principale di Insomnia. Nessuno si complimentò con Ackers per le sue ottime capacità recitative, nessuno si rallegrò di aver superato il primo ostacolo senza alcuna difficoltà: Colby e Kamal non erano mai stati nella Capitale, ed erano rapiti da ciò che vedevano al di là del finestrino; quanto a Jenkins e Ackers, di certo stavano sperimentando quel che sentiva lei: un senso di allucinante irrealtà. La capitale del regno di Lucis, che, al momento della caduta, era abitata da più di centomila persone, era diventata una città fantasma. Per quanto Silia tendesse le orecchie, non si sentiva un suono che non fosse il rombo del motore del loro furgoncino.

“Fino a ora” si lasciò sfuggire Ackers, tetro, “non riuscivo a credere veramente che Insomnia fosse rimasta vuota.”

“Già, è incredibile, vero?” gli fece eco Jenkins. “Come avranno fatto quei dannati imperiali a evacuare più di centomila persone in pochi giorni? Ho sentito parlare di cinquemila vittime il giorno della caduta della città, ma ne restano comunque un'enormità.”

Kamal si stiracchiò alla sua sinistra. “Pare che molti si siano rifugiati nell'arcipelago a nordest di Cavaugh, non è vero, caporale Ackers?”

“Oh, davvero?” non poté impedirsi di sorridere Silia. “Che ironia. I cittadini della Capitale sono andati a chiedere asilo alle terre da cui un tempo arrivavano gli immigrati che disprezzavano.”

Ackers si voltò a guardarla con espressione stupita e dura, e da ciò comprese che aveva lasciato trapelare una vena di disdegno decisamente fuori posto in un momento del genere, mentre attraversavano la città devastata. Si morse il labbro inferiore, ma non ritrattò. Ackers aprì la bocca per dire qualcosa, ma fu interrotto dall'esclamazione soffocata di Colby.

“Accidenti, non avevo mai visto nulla del genere!” Di certo Colby si riferiva alla sagoma della Cittadella, ora ben visibile all'orizzonte.

“Puoi dirlo, amico,” gli diede manforte Kamal. “E guarda quanti altri palazzi vertiginosi intorno alla Cittadella. Ho viaggiato un sacco, ma non avevo mai visto edifici più alti di quattro o cinque piani, nemmeno a Lestallum.”

Silia comprendeva perfettamente il loro stupore. La prima volta che era arrivata a Insomnia, diciassette anni prima, si era chiesta come diavolo potesse esistere un posto del genere nello stesso mondo in cui aveva vissuto lei fino a quel momento. A furia di tenere la testa inclinata verso l'alto a guardare la cima dei grattacieli, a fine giornata né lei né Marius riuscivano più a muovere il collo. Ironia della sorte, erano finiti per combattere all’ultimo sangue cadendo dal diciottesimo piano della Cittadella.

“Be', ragazzi, benvenuti a Insomnia,” disse Jenkins con voce amara, senza staccare lo sguardo dalla strada. “Un tempo... ma che diavolo dico, sono passate solo due settimane... era un po' più vivace di così. Vi offrirei un cicchetto da me, ma chissà se casa mia è ancora in piedi.”

Nessuno rispose al suo triste motto di spirito, e per qualche tempo tornarono a guardare in silenzio la città. La pianta di Insomnia era quasi perfettamente geometrica: Silia non l'aveva mai vista dall'alto, perché quando vi era rientrata a bordo di un elicottero dopo il suo infortunio non era cosciente, ma sapeva che l'area delimitata dalle mura un tempo protette magicamente dalla Barriera aveva la forma di quattro enormi pentagoni paralleli che si intersecavano nella Piazza della Cittadella. Non tutto il territorio era edificato: le estreme periferie erano verdi di prati e boschi, come se qualcuno si fosse ricordato all'ultimo momento che un uomo non può vivere circondato dal solo cemento.

Una volta dentro, aveva detto il Generale, valutate la situazione. Silia lo fece: le periferie erano deserte; non videro anima viva fino a che non furono entrati nel perimetro cittadino vero e proprio, e anche lì – almeno nella strada principale che percorsero – contarono meno di una cinquantina di unità sparse e undici mezzi imperiali simili al loro, più due airship. Ma l'attenzione di tutti, più che dalle truppe imperiali lasciate di stanza, fu attratta dalle condizioni desolanti del centro cittadino: gran parte dei palazzi erano sventrati e crollati. La strada era stata sgombrata, come aveva detto Eliezer, ma solo quel tanto per permettere il passaggio di un grosso veicolo; i detriti erano stati ammucchiati alla meno peggio a bordo strada e sui marciapiede. Non ne videro, ma Silia era pronta a scommettere che non si erano fatti problemi ad ammassare allo stesso modo anche i cadaveri.

“Poca roba,” commentò. “Temevo peggio. Se stimiamo che ce ne siano altrettanti nelle altre arterie principali della città, arriviamo a duecento magitek. Di certo ce ne sono altri inattivi nei mezzi imperiali e negli airship. Altri alla Cittadella. Stimiamo quattrocento?”

Colby rabbrividì visibilmente. “Poca roba? Siamo in cinque. Se ci vengono addosso, ne bastano quaranta per farci fuori.”

“Allora cerchiamo di fare in modo che non succeda.”

Nessuno li ostacolò. Senza che avesse bisogno di chiederglielo, Jenkins rallentò poco prima di arrivare alla Piazza della Cittadella. Prevedibilmente era in condizioni disastrose: i bombardamenti, le Armi Diamante, la fuga folle dei cittadini che al momento dell’attacco erano assiepati a guardare la cerimonia di firma del trattato avevano devastato il lastricato. Anche lì, gli imperiali si erano dati da fare per sgombrarla alla meno peggio. La Cittadella, in ogni caso, era in condizioni migliori di quanto avesse temuto. Un presidio di magitek leggermente più nutrito di quello al Cancello Est, probabilmente quello del Capitano Radovan, stazionava davanti l’ingresso.

“Jenkins, scendi nel parcheggio sotterraneo della Cittadella,” suggerì Ackers. “Se non è intasato da auto abbandonate da fuggitivi, lasciamo lì il furgone. Magari riusciamo anche a salire dall'interno senza dover passare quel blocco.”

Risultò che parte del parcheggio era crollata. Quando Silia aveva requisito un'auto per poter recuperare Iris e lasciare Insomnia, non era ancora successo. Parcheggiarono comunque il mezzo in una piazzola comoda per raggiungere la rampa da cui erano entrati, ma gli accessi interni alla Cittadella – scale e ascensori, ma questi ultimi sarebbero in ogni caso stati inutili in mancanza di corrente – erano impraticabili.

“Niente,” concluse Silia. “Di qui non si passa. Dobbiamo per forza risalire e presentarci al blocco. Sangue freddo, mi raccomando.”

Recuperarono le casse vuote dal retro del furgone e tornarono a piedi sui loro passi.

“Entrare a Insomnia è stato vergognosamente facile,” commentò Kamal.

“Già,” approvò Silia. “Il sergente al Cancello era uno sprovveduto, ma era quello che ci aspettavamo: una retroguardia rilassata e annoiata lasciata lì perché i cittadini non rientrino a Insomnia. Speriamo di bissare col Capitano alla Cittadella.”

“Atteniamoci scrupolosamente al piano.” Ackers si riaggiustò per l’ennesima volta il basco. “Ci avviciniamo all’ingresso della Cittadella, mostriamo le insegne recuperate a Forte Domen e ripetiamo la stessa storia. Fortunatamente, il sergente all'ingresso non aveva notizia della nostra irruzione di ieri a Forte Domen. Se per qualche motivo il Capitano ne è a conoscenza e ci attaccano, aspettate un segnale da Hartwood per agire.”

Silia si fermò, colta in contropiede. “A capo della spedizione c'è lei, Ackers.”

“Sì,” concesse lui, superandola. “Ma l'esperta in azioni di guerra è lei, Hartwood. Se crede che ci siano le condizioni per sfondare il blocco e portare comunque a termine la missione, noi la seguiamo. Se valuta che la situazione è disperata, ci limiteremo a difenderci e a ritirarci.”

Silia si chiese quando avesse discusso di tutto ciò con il Generale. Strinse le labbra, incrociò le braccia, e proseguì. “D'accordo. Vediamo quanto male si mette. Siete pronti, ragazzi?”

“Pronto,” annuì Jenkins.

“Pronto, Hartwood,” disse anche Colby.

“Prontissimo, capo,” ammiccò Kamal.

“Lo spero, perché da qui in poi non si torna più indietro. E, Kamal, la prossima volta che mi chiami ‘capo’ ti arriva una sventola.”

All’inizio filò via semplice. Il piano della Biblioteca Reale, a un’occhiata più da vicino al grattacielo, sembrava non aver subito troppi danni. Gli imperiali di guardia all'ingresso – il Capitano Radovan e due ufficiali minori – sollevarono i fucili, ma senza troppa convinzione; Ackers e Jenkins mostrarono loro le insegne e gli ordini falsi, che furono esaminati con ben poco interesse. Sembrava filare tutto liscio, troppo, e infatti il capitano imperiale, quasi casualmente, fece loro cenno di fermarsi proprio mentre stavano recuperando le casse vuote per entrare nella hall.

“Ragazzino,” disse, rivolto a lei, minaccioso.

Silia scattò sull'attenti, rifacendo il saluto militare, ma si tenne pronta ad agire. Era la meno credibile di tutti, come imperiale, perché le pochissime donne che in quegli anni aveva visto impiegate tra le loro fila avevano standard di corporatura ben diversi dal suo, per cui aveva ritenuto più prudente tentare di spacciarsi per un giovane soldato. “Sissignore,” disse, camuffando la voce. “Agli ordini, signore.”

“Chi saresti tu? Sei un po' troppo giovane per l'esercito.”

Ackers si fece avanti prontamente. “La nostra recluta Seth Kalev. Molto volenteroso. Lo abbiamo arruolato a Leide e portato qui per fargli fare un po' di ossa e per fargli vedere cosa succede a chi si oppone all’Impero.” Si affiancò a lei, e le assestò un brusco e violento scappellotto sulla nuca. Silia vacillò in avanti, ed ebbe un involontario fremito di rabbia, ma fu lesta a ricacciarlo indietro: Ackers stava semplicemente facendo quello che doveva fare, ossia comportarsi da luogotenente.

Il capitano imperiale parve divertito. “Si vis pacem para pacem!” esclamò, facendo anche lui il saluto militare.

Prima che i suoi compagni potessero tradirsi, Silia si affrettò a sbattere i talloni tra loro con aria teatrale e a protestare: “No, Capitano. Si vis pacem para bellum!

Radovan rise. “Che bravo, lo hai già imparato. Volevo metterti alla prova, ragazzo.” Lanciò uno sguardo complice ad Ackers. “Intelligente, anche se impertinente. Obbedisci al luogotenente, o ti metterai nei guai.”

Entrarono. L'enorme ingresso della Cittadella, un tempo, era stato impeccabilmente pulito e funzionale: sportelli di supporto, tornelli di controllo, guardiole, ascensori, un ambiente elegante sobriamente pervaso dalla luce solare che penetrava dalle enormi vetrate trasparenti. Adesso le lussuose mattonelle erano crepate, divelte o insanguinate, le vetrate distrutte, guardiole e sportelli vuoti. Nessun cadavere, come non ne avevano visti nella Piazza della Cittadella: in quelle due settimane, gli imperiali avevano fatto un po' di pulizia, probabilmente più per l'odore che nel rispetto delle persone rimaste uccise durante l'attacco a Insomnia.

Gli ascensori non funzionavano, come avevano immaginato, per cui si diressero alle scalinate. Si sforzavano di camminare sciolti e rilassati, in silenzio, trasportando le casse vuote. Solo quando furono certi di essere soli, due piani più su, i ragazzi e Ackers si abbandonarono a un rumoroso, teatrale, sospiro.

“Hartwood, per l’amor dei Sei, sono mortificato,” si scusò Ackers, spingendosi persino a chinare il busto. “La prego di perdonarmi per la mia mancanza di rispetto.”

Al pensiero, Silia gettò indietro la testa e rise. “È stato fantastico, Ackers. Non me l'aspettavo. Quando tutto sarà tornato alla normalità, dovrebbe darsi al teatro.”

Meno divertito di lei, Ackers stava sudando dietro le lenti degli occhiali. “È stata una cosa che mi è venuta in mente sul momento. Non avrei dovuto permettermi.”

Silia gli toccò il braccio con simpatia. “Non ci pensi, Ackers. Piuttosto, è stata una mia leggerezza non insegnarvi anche il motto degli Imperiali. Quel capitano voleva solo prendere un po' in giro un ragazzino, ma abbiamo rischiato. Facciamo in fretta. La Biblioteca è al dodicesimo piano, no?”

Colby sporse la testa da sopra una cassa per guardarla. “Come faremo ad andarcene? Impiegheremo giorni. Si accorgeranno che siamo entrati ma non usciti.”

“Ne abbiamo già parlato. Ci cercheranno al Centro di Addestramento, nella Sala del Concilio, nella Sala del Trono, nel Santuario e negli Appartamenti Reali. A nessuno verrebbe in mente che siamo in Biblioteca,” tagliò corto Silia. “Forza. E mi raccomando,” ripeté per l’ennesima volta, salendo le scale. “Non girovagate. Lasciate tutto per come è. Comprendo il vostro schifo, lo provo anch’io, e piuttosto che lasciare Insomnia nelle mani di quelle bestie preferirei vederla rasa al suolo. Ma adesso non possiamo fare niente. Siamo solo in cinque, e siamo qui per un motivo ben preciso: recuperare dei libri molto importanti.”

Silia monitorò con la coda dell'occhio i tre uomini che aveva condotto con sé. Al contrario di Ackers, un po' in affanno, salirono le ventiquattro rampe di scale senza un attimo di cedimento. Non ebbe modo di testare ulteriormente le loro capacità, per fortuna, perché non incontrarono nessuno, né umani, né magitek.

“Dannazione,” si lasciò sfuggire Ackers – era prima volta che lo sentiva imprecare – quando arrivarono al dodicesimo piano. Le vetrate d'ingresso alla biblioteca erano a pezzi. “Sono arrivati anche qui.”

Silia scosse la testa, dubbiosa, ma lo superò per frapporsi tra lui e un eventuale pericolo. Si sporse oltre i telai vuoti di quelle che una volta erano state porte scorrevoli. “Non credo. Non vedo cosa potesse interessare agli imperiali di quello che c'è qui. È probabile che la biblioteca abbia risentito dei bombardamenti esterni. Forza,” li incoraggiò, facendo loro cenno di proseguire. “Prima iniziamo, prima finiamo.”

Superarono l'accettazione – nessun cadavere, nessun segno di lotta – ed entrarono nella biblioteca vera e propria. Silia si guardò intorno in silenzio. Intere sezioni erano crollate e, anche se non vedevano nessun cadavere in giro – forse la biblioteca era stata vuota al momento della firma del trattato, o chi era dentro era riuscito a scappare –, le vetrate distrutte, il parquet scheggiato, le sedie rovesciate, i cumuli di libri a terra davano l’idea della fine del mondo civile. Si guardò intorno, ammaliata come la prima volta che era stata lì: c'erano più libri di quanti avrebbe potuti leggerne in tre vite.

Ackers si fermò a raccogliere due volumi per terra. Ne esaminò le copertine, le ripulì dalla polvere con la manica, e li rimise su un tavolo.

“Ackers,” lo minacciò, con tono di voce divertito. “So che qui c’è un patrimonio che probabilmente marcirà prima che potremo metterlo al sicuro, ma non si incanti. Pensi solo alle Armi Ancestrali.”

“Roger,” sorrise lui, ma con tristezza. Tornò ad accarezzare la copertina di uno dei due libri che aveva raccolto. “Hartwood, sa, è strano. Da quando siamo entrati a Insomnia ho visto scene desolanti, ma è solo da quando sono entrato qui dentro…” fece un gesto con la mano che abbracciava l'intera biblioteca, “che provo una sensazione di completa rovina.”

Silia annuì. “La capisco, mi creda. Ma l'idea che forse sotto di noi, da qualche parte, ci sono le spoglie del Re, e che non possiamo darvi sepoltura, mi dà ancora più inquietudine.” Non gli disse che, da qualche parte, potevano esserci ancora anche i cadaveri dei suoi amici. Di certo anche Ackers, nella sua posizione, ne aveva persi molti il giorno della caduta di Insomnia. “Concentriamoci sulla missione.”

Ackers annuì, grave, e andò a staccare da una parete un’enorme mappa della biblioteca incorniciata. Lo fece con un certo rispetto, gesto inutile date le condizioni del luogo, ma appropriato. Si accorse solo in quel momento che lei stessa, come Ackers, stava sussurrando da quando era entrata, e non per evitare di attirare l’attenzione degli imperiali. L’uomo appoggiò la mappa su uno dei tavoli della biblioteca. Alzò la testa e la scrutò da sopra le lenti. “L’ho presa per lei, Hartwood, io qua dentro sono di casa.” Con il suo lungo indice abbronzato le indicò alcune sezioni: “Storia antica, Sala 16. Storia moderna, Sala 17.”

Silia annuì. “E Archeologia,” disse, puntando il dito dall’altra parte della mappa. “Ci interessano i luoghi di sepoltura. Sala 21. Altro?”

“Letteratura dell’epoca antica,” suggerì lui, spostando il dito su un altro punto della mappa. “Sala 7. Non si può mai sapere.”

“Ci vorrà una vita. Jenkins, Colby e Kamal resteranno di guardia all'accettazione. Io e lei dovremmo lavorare su fronti separati, o non finiremo mai.”

Ackers reclinò il capo sul palmo di una mano. “Se solo ci fosse corrente elettrica… il sistema computerizzato ha un programma di ricerca per parole chiave. Potremmo fare una prima scrematura.”

Silia ammiccò, massaggiandosi l’attaccatura del naso. “Magari c’è in giro un gruppo di continuità di riserva ancora carico con cui possiamo alimentare uno dei computer. Mando i ragazzi a cercarlo.”

“Hartwood,” disse lui. “Mentre aspettiamo, facciamo un po' di brainstorming. Partiamo dalle parole chiave più semplici.”

Chapter Text

26

Numquam periclum sine periclo vincitur

I

Iris stava dormendo profondamente, appoggiata alla sua spalla. La cosa non stupì Gladio: di certo quella notte né lei né Talcott avevano chiuso occhio per preparare la partenza e per l'angoscia. Le scostò delicatamente una ciocca di capelli dagli occhi, poi, accortosi che Noctis lo stava fissando, si voltò, in imbarazzo.

“Mi dispiace per quello che è successo a Jared,” sussurrò Noctis. “Era un brav'uomo, ed è morto da coraggioso.”

Gladio sospirò. “Era di famiglia. Si è sempre preso cura di me e di Iris come se fossimo suoi nipoti, come Talcott. Non meritava quella fine.”

“Avremmo dovuto essere lì con loro,” aggiunse Noctis, frustrato.

Non gli rispose. La cosa tormentava anche lui, aggiungendosi alla batosta presa neanche dodici ore prima da Ravus ad Aracheole.

“L'Impero la pagherà anche per Jared.”

“Ah, su questo puoi giurarci,” sputò, risentito.

Prompto si voltò dal sedile davanti. “Credi che Talcott starà bene, Gladio?”

“È con Monica. Sono certo che arriveranno a Capo Caem senza problemi poco dopo di noi.”

“Non era quello che intendevo.”

Strinse le labbra. “Talcott è in gamba. È stato un duro colpo – suo nonno era l'ultimo parente che gli restava – ma è un ragazzino forte. Iris penserà a lui.”

“Scusate se vi interrompo,” s'inserì la voce di Ignis. “Ma vi suggerisco caldamente di guardare per un attimo il panorama.”

Gladio si riconcentrò sulla strada. Stavano attraversando un ponte, e si sporse per guardare oltre il parapetto. Gli si mozzò il fiato, perché riconobbe la Faglia di Taelpar. Le rocce fuse e poi solidificate in sottili filamenti frastagliati che sporgevano dalle pareti del precipizio, simili a dita protese, erano caratteristiche di quel luogo maledetto.

Prompto si affrettò a mettere mano alla fotocamera. “Ma è un paesaggio mozzafiato! Dove siamo, Ignis?”

“Sopra la Faglia di Taelpar,” rispose per lui Gladio.

Ignis annuì, continuando a guidare. “Migliaia di anni fa Ifrit dichiarò guerra agli altri Siderei. La battaglia culminò in uno scontro tra Ifrit, l'Ardente, e Bahamut, il Draconico, che generò la faglia. Bahamut ebbe la meglio e Ifrit fu scaraventato, a pezzi, in cima al Vulcano Ravatogh. La faglia, che separa Duscae da Cleigne, simboleggia il distacco di Ifrit dal resto dei Siderei.”

“È lì sotto che molti valorosi si sottoposero alla Prova di Gilgamesh.” Gladio continuò a guardare il crepaccio finché non si lasciarono il ponte alle spalle. I resti di suo nonno Remus dovevano essere ancora lì – se si dava credito alle voci, il suo spirito infestava ancora il luogo insieme a tutti i guerrieri che avevano tentato e fallito la Prova. La Prova di Gilgamesh era un argomento tabù per Cor Leonis, e Remus Amicitia era un argomento tabù per suo padre, ma Gladio ne aveva saputo abbastanza da tutti gli altri. Lì sotto c'era ancora il millenario Scudo Giurato del Re Somnus Lucis Caelum, pronto a mettere alla prova chiunque lo sfidasse.

Gladio, non ci pensare neanche.

Quell'idea gli si agganciò dietro la gola come un amo acuminato, ma non ebbe modo di valutarla come avrebbe voluto, perché una grossa avionave – non grossa come Aracheole, ma abbastanza – li sorvolò.

“Perfetto,” si lagnò. “Un'altra fortezza aerea. Era quello che ci mancava.”

“Guarda le insegne sulle fiancate,” fece notare Prompto, che aveva la vista migliore tra i quattro. “C.U. Se non sbaglio...”

Gladio ebbe un guizzo di rabbia. Le labbra gli si contrassero in una smorfia d'odio. “Caligo Ulldor. Il comandante imperiale che ha ucciso Jared.”

Iris si mosse, al suo fianco, e si svegliò. “Gladio? Cosa succede?” Allarmata, alzò la testa verso l'avionave.

“Non preoccuparti,” la tranquillizzò Noctis. “Non ce l'hanno con noi. Ma noi ce l'avremo con loro tra poco.”

“Potrebbe essere pericoloso,” li ammonì Iris.

“Non importa. Se là dentro c'è Ulldor, gliela facciamo pagare. Se non c'è Ulldor, ci liberiamo dell'ennesima, fastidiosa base.” Noctis si girò verso di lui per cercare la sua approvazione.

Stavolta Gladio non se la sentì di invitarlo alla prudenza come aveva fatto Iris. L'assassino di Jared era stato troppo gratuito e lo aveva colpito troppo duramente perché potesse farlo. “Spero che ci sia Ulldor. Ma prima di ingaggiare battaglia, fermiamoci a Vecchia Lestallum. Iris non può venire con noi.”

“Gladio!” esclamò sua sorella. “Non è giusto!”

“Iris, non sappiamo cosa troveremo lì dentro.” Noctis si sporse a sfiorarle un braccio, gesto delicato e insolito da parte sua. “Aspettaci al motel. Se passano Monica e Talcott, sali in macchina con loro e precedici a Capo Caem.”

“Ma io…”

“Basta discutere, Iris,” la riprese Gladio, ma con dolcezza. “Sappiamo tutti benissimo che te la cavi a combattere anche tu, ma non è il momento di mettere in pratica quello che ti ho insegnato.”

Iris cedette, anche perché, pochi minuti dopo, entrarono a Vecchia Lestallum e Ignis parcheggiò la Regalia davanti al motel senza lasciarle modo di protestare ulteriormente. Era un avamposto piccolo ma accogliente, e a Gladio sarebbe piaciuto fermarsi a riposare anche lui – gli ozi della Stazione Chocobo di Wiz erano già un lontano ricordo – ma non c’era tempo. Accompagnò lui stesso Iris alla porta del motel, si raccomandò un’ultima volta, e poi proseguirono a piedi. Le orribili mura di cemento della base dove l’aviofortezza era atterrata erano perfettamente raggiungibili in pochi minuti a piedi, oltre il ponte.

Costeggiarono la muraglia per un lungo tratto, poi lasciarono la strada principale e si inoltrarono nei boschi. Gladio distinse la sagoma di un altro generatore magitek. Non furono costretti a scalare le pareti di cemento, perché, su quel lato, la base era aperta, anche se sorvegliata.

Ormai erano diventati esperti di infiltrazioni: Noctis si liberò delle sentinelle ed entrarono senza problemi, facendosi strada tra gli enormi carrarmati in disuso, residuati bellici che testimoniavano come quella base fosse rimasta abbandonata per decenni, probabilmente fino al periodo immediatamente precedente o successivo al 16 maggio.

Si arrampicarono su una torretta d’avvistamento da cui ebbero modo di dominare la base dall’alto; videro il generatore magitek che avevano già avvistato da lontano; l’aviofortezza di Caligo Ulldor che era atterrata poco prima; contarono una cinquantina di magitek – non molti, considerata la grandezza della base – e sette MT-K.

“Nessuna traccia di Ulldor. Qual è il piano?” chiese Prompto.

“Individuare Caligo Ulldor e incapacitarlo, ovviamente,” rispose freddamente Ignis.

La sua espressione gli diede i brividi. Fino a quel momento, Gladio non si era accorto di quanto l’amico fosse alterato. Cercò di intercettare il suo sguardo, ma gli dava le spalle, le braccia conserte.

“Ci divideremo in due gruppi,” continuò. “Prompto e Gladio, azione diversiva. Io e Noctis cercheremo Ulldor.”

“E quando lo avrete trovato?” volle sapere Gladio.

Ignis si voltò. “Non siamo assassini tagliagole come lui. E, per di più, dalla sua morte trarremmo indubbia soddisfazione ma nessun apporto alla nostra causa.”

“A parte togliere di mezzo un comandante imperiale,” gli fece notare Noctis.

“Io mi accontenterei anche solo della soddisfazione. Ma…” aggiunse Gladio, prevenendo le proteste indignate di Ignis e Prompto, “Ignis ha ragione. Potrebbe dirci molto sui movimenti dell’Impero.”

“E cosa proponi? Di portarlo a Capo Caem legato come un salame e torturarlo?” ribatté Prompto.

“No. Quello non è compito nostro. Lo mandiamo da Cor Leonis.” Ignis si sfilò il telefono dalla tasca e se lo appoggiò all’orecchio. Pochi secondi dopo, Gladio distinse il ‘pronto?’ di Cor. “Generale, buongiorno. Mi perdoni il disturbo. Immagino che Monica le abbia già detto cos’è accaduto a Lestallum a Jared Hester.”

Cor rispose con poche parole che Gladio non riuscì a sentire.

“So che probabilmente non approverà,” riprese a parlare Ignis, “ma abbiamo appena dato il via all’operazione Cattura il Comandante.” Anche questo tono sarcastico, soprattutto al telefono con il Generale della Guardia Reale, era decisamente insolito per lui. “Ci siamo infiltrati nella base poco fuori Vecchia Lestallum. Abbiamo visto atterrare un’aviofortezza su cui potrebbe trovarsi Caligo Ulldor. È nostra intenzione catturarlo e farlo arrivare al suo campo, Generale. Credo che potrà trarne qualcosa di utile.”

Ancora una volta, Gladio non udì la risposta del Generale.

“Non si preoccupi, staremo attenti. A presto, e grazie.” Ignis chiuse la conversazione. “Ha detto che cercherà di contattare alcuni hunter in zona a cui possiamo affidare Ulldor.”

Noctis sospirò. “Visto che è deciso, Ig, muoviamoci. Cosa avete in mente di fare, Gladio?”

Gladio aveva già iniziato a ridiscendere le scale della torretta. “Quello che abbiamo fatto in tutte le basi: tirare giù tutto ciò che si muove. Solo che lo faremo facendo un po’ di casino. Aspettate cinque minuti, Ig, giusto il tempo di sentire i cannoni di quegli MT-K che ci sparano addosso. Cercheremo di distruggere il generatore magitek.”

“Gladio, non sei affatto divertente!” si lamentò Prompto, raggiungendolo.

“Adiamo, amico,” sorrise lui, circondandogli le spalle con un braccio.

Le semplici azioni combinate escogitate da Ignis ebbero successo; Gladio e Prompto abbatterono tre MT-K, incapacitarono due dozzine di magitek e fecero saltare in aria il generatore al centro della base, il tutto ben attenti a fare più confusione possibile e senza riportare troppi danni. Erano seduti da pochi minuti ai piedi del generatore per riprendere fiato, aspettando che altri nemici o i loro compagni si facessero vivi, quando Nocti e Ignis sbucarono dallo spazio tra i due container.

“Tutto a posto,” li rassicurò Noctis. “Ulldor era nella base. Lo abbiamo individuato, tramortito e impacchettato. Gli hunter di Cor lo hanno già preso in consegna.”

“Fantastico!” esclamò Prompto, rialzandosi. Si strofinò via un po’ di sangue sul ginocchio sinistro, un colpo di striscio ricevuto da uno degli MT-K. “Torniamo a prendere Iris, allora, e andiamo a Capo Caem. Da quanto tempo è che non ci facciamo una dormita come si deve?”

“Non vorrei minimizzare le nostre fatiche, ma due notti fa eravamo annoiati e riposati alla Stazione Chocobo di Wiz.”

“Davvero?” ribatté Prompto. “Con tutto quello che abbiamo passato, tra la Grotta di Fociaugh, Aracheole, la morte di Jared a Lestallum e ora Vaullerey, sembra un’eternità.”

“Sono un po’ in pensiero per Iris,” ammise Gladio, controllando l’orologio. L’intera operazione, in realtà, non era durata più di un’ora. “Magari ha già incrociato Monica, ma vediamo di sbrigarci.”

Stavano per muoversi per uscire dalla base, quando una figura armata di un’enorme lancia piombò su di loro dall’alto. Fu tutto ciò che Gladio riuscì a registrare, prima che si gettasse su Noctis, il quale fu lesto a evocare una spada e a parare il suo attacco.

Il nemico si sganciò, piroettò all’indietro e cadde accucciato con la lancia stretta in pugno. Gladio si frappose tra lui e Noctis, e, con sua sorpresa, vide che si trattava di una donna di media statura con il volto parzialmente celato da un elmo. In compenso, aveva una scollatura vertiginosa che lasciava ben poco spazio all’immaginazione.

“Vediamo cosa sapete fare,” li sfidò lei, e si scagliò su di loro con velocità impressionante.

La donna si rivelò un nemico decisamente da non sottovalutare: non era all’altezza di Ravus Nox Fleuret, ma era molto agile e, nonostante la costituzione fisica tutt’altro che robusta, dotata di una sorprendente forza fisica. L’arma che maneggiava doveva pesare quasi quanto la sua, ed era più lunga. Un’arma da combattente veterano, che usava non solo per attaccare, ma anche per darsi lo slancio e compiere salti vertiginosi. Un’arma che, a giudicare dalle esplosioni che generava quando si abbatteva al suolo, doveva essere stata ritoccata dai tecnici imperiali.

Di certo in quattro – sebbene non uno scontro esattamente cavalleresco – avrebbero finito per metterla alle corde, ma d’improvviso, come se si fosse stancata, la donna saltò agilmente su una delle mura della base, e rimase acquattata a guardarli.

“Si ritira di già?” le chiese Ignis, senza fare scomparire la lancia.

La donna sorrise. “Ritirarmi? Hai capito male, Occhibelli, per me è ora di smontare. Nessuno mi ha chiesto di battermi con voi, e io non faccio straordinari. Il mio incarico era tenere d'occhio quel pallone gonfiato di Caligo Ulldor, e visto che mi avete fatto il favore di togliermelo di torno, vado a fare rapporto.”

“Se nessuno le ha ordinato di battersi con noi,” insistette Ignis, “posso sapere perché ci ha attaccati?”

Lei sorrise ancora una volta. “Volevo vedere se eravate all'altezza della vostra reputazione. Spero di divertirmi ancora con te, tesorino.”

Saltò giù dalle mura della base. Restarono tutti e quattro a guardarsi istupiditi, finché non sentirono il rombo di una moto di grossa cilindrata allontanarsi lungo la strada.

“Ok, io ho una domanda,” scandì Prompto.

“Chi era quella tipa?” chiese Noctis.

“No: a chi si riferiva quando ha detto 'spero di divertirmi ancora con te, tesorino'?”

“Ignis, senz'altro.”

“Dici? Secondo me l'ultima frase era diretta al nostro tenebroso principe,” si schermì il diretto interessato.

“Ma poi, Prompto, non avevi detto di essere serio nei confronti di Cindy?”

“Hm. Hai ragione, ma... l'avete vista bene?”

“Mentre ci prendeva a calci in culo, intendi?”

“Esatto. Con quelle sue gambe lunghe e perfette inguainate in pantaloni di pelle.”

Gladio rise, e sentì dissiparsi un po’ di tensione accumulata. Non era il momento giusto per certi pensieri triviali, ma stavolta non si sentiva di dar torto a Prompto. “Okay, amico, quando è tua, è tua. Per non parlare delle sue belle…”

“Oh, ma senti senti,” disse Noctis, beffardo, mentre si dirigevano verso l’uscita della base. “Quando riuscirò finalmente a conoscerla, questa conversazione sarà la prima cosa che racconterò a Silia Hartwood.”

“…scarpe. Volevo dire ‘scarpe’.”

II

Una volta tanto, la fortuna aveva loro arriso. Arrivati a Capo Caem con Iris, scoprirono che il rifugio sembrava abbandonato da anni e che lo yacht di Re Regis era ancora attraccato sotto il faro, proprio dove Cor Leonis aveva detto. Non era in condizioni ottimali, tuttavia, per cui telefonarono a Cindy chiedendole di venire a dare un'occhiata. La bionda arrivò a tarda sera, e le bastò una veloce occhiata all'imbarcazione per decretare che avrebbe avuto bisogno di molte riparazioni, e soprattutto di mithril per sostituire i pezzi mancanti.

Dopo che gli altri si furono ritirati per dormire – la casa di Capo Caem era malconcia e in dissesto, ma aveva stanze in abbondanza per tutti – Gladio era rimasto a lungo con sua sorella, seduto sul suo letto, aspettando che si addormentasse. Non succedeva da molti anni. Iris aveva superato indenne la morte di suo padre e la caduta di Insomnia, ma la morte di Jared davanti ai suoi occhi era stata troppo, e Gladio si sentiva impotente a riguardo. Per non parlare di Talcott, che era arrivato con Monica due ore dopo di loro, affranto.

Incapace di addormentarsi a sua volta, scese in spiaggia e sedette sulla riva a guardare il mar di Cygilla. Rimasticò per ore il suo odio per l'Impero, rimproverandosi di aver lasciato Iris, Talcott e Jared a Lestallum senza alcuna protezione. Rimasticò per ore il suo odio per Ravus Nox Fleuret, rimpiangendo di non essere più forte, spaventosamente più forte di quanto non gli riuscisse di essere. Continuare ad allenarsi quando si accampavano, accettare facili missioni di caccia, abbattere i daemon la notte non bastava. Non riusciva a progredire abbastanza in fretta da essere all'altezza di quel viaggio e del ruolo che gli si richiedeva. Rimasticò per ore la decisione che aveva già preso e la telefonata che aveva rimandato fino a quel momento.

Padre, pensò, sfilandosi il telefono dalla tasca. Non approveresti per nulla, ma mi viene in mente solo una cosa da fare.

Chiamò Cor Leonis.

“Cor?” disse subito, quando lui ebbe risposto. La sua voce sembrava, alle sue stesse orecchie, quella di un ragazzino affranto. “Mi dispiace per l'orario. Spero di non averti svegliato.”

“Non c'è alcun problema. È successo qualcosa, Gladio?”

“Stiamo tutti bene,” si affrettò a rassicurarlo. “Siamo arrivati a Capo Caem sani e salvi. Ulldor è impacchettato e in viaggio verso il tuo campo.”

“Sono spiacente per quello che è successo, Gladio. Ti avevo assicurato che tua sorella e gli altri sarebbero stati al sicuro. Avrei dovuto farli scortare a Capo Caem ben prima che chiamaste voi.”

“Non puoi pensare a tutti, Cor. E Iris è mia sorella. Una mia responsabilità. Grazie per aver mandato Monica, piuttosto.”

“Non dirlo neanche. C'è altro?”

Gladio chiuse gli occhi. Eccoci. “In effetti c'è. Ho un favore da chiederti. Mentre gli altri vanno a cercare il mithril necessario a riparare lo yacht, vorrei che mi accompagnassi al Crepaccio di Taelpar.”

Seguì un silenzio gelido. “Sei impazzito, Gladio? Cosa diavolo è successo?”

“Ti racconterò non appena ci vedremo, se accetterai. Per adesso posso dirti che alla Fortezza di Aracheole ho incrociato le spade con Ravus Nox Fleuret, e che mi ha umiliato. Non mi viene in mente nessun altro modo di migliorare in fretta con la spada, Cor. So benissimo cosa ti sto chiedendo, ma andrò in ogni caso, per cui sentiti libero di rifiutare.”

“Gladio, hai idea di cosa ci sia là sotto? Gilgamesh è una sfida mortale, ma anche arrivare a Gilgamesh è un'impresa titanica.”

“Lo so fin troppo bene. Per questo non ti chiedo di accompagnarmi dentro. Il tuo ruolo è fondamentale e non voglio che ti succeda qualcosa per una mia questione personale. Ti chiedo solo di mostrarmi la strada per il crepaccio e di spiegarmi per filo e per segno cosa mi troverò ad affrontare.”

“Gladio, ripensaci.”

“Troppo tardi. Ormai ho deciso. Accetti di accompagnarmi, Generale?”

Cor tacque così a lungo che Gladio si persuase che la sua risposta sarebbe stata negativa.

“Quando?”

Ne fu così sollevato che gli tremò la voce. “Domani stesso. Ce la fai?”

“Sì, se parto all'alba da Orior.”

“Orior?”

“Hanno iniziato a chiamare così questo campo. Mi sembra di buon auspicio*. Gladio, dimmi: cosa farà il Principe, se non dovessi tornare? Ci hai pensato?”

Ci aveva pensato fino alla nausea. Era l'unico argomento che ancora lo tratteneva. “Cor,” rispose, usando le parole di Ravus. “Gli scudi deboli non proteggono. Se non torno, significherà che non sarei stato comunque all'altezza.”

Un altro profondo sospiro. “Ci vediamo domani in tarda mattinata al Crow's Nest di Vecchia Lestallum.”

“Grazie.” Gladio si strofinò gli occhi. Era atterrito e insieme eccitato all'idea. “Te ne sono grato, Cor. Vorrei chiederti un ultimo favore: Silia Hartwood è lì nei dintorni? Potrebbe essere la mia ultima occasione per parlarle.”

“È in missione con Dustin. Puoi chiamarla sul suo cellulare.”

Gladio sospirò, sfiorando la sua piastrina in tasca. “No. Mi ucciderebbe se la disturbassi in missione. Un altro motivo per tornare intero,” si costrinse a scherzare. Chissà come avrebbe reagito Silia se gli avesse detto che andava a sfidare Gilgamesh. L'avrebbe ripreso duramente, con la sua voce secca, riportandogli alla mente i suoi doveri, o avrebbe capito e lo avrebbe appoggiato? “A domani a Vecchia Lestallum, allora.”

“Gladio...” disse ancora Cor. “Solo gli stupidi non cambiano mai idea. Se dovesse succedere, chiamami in qualsiasi momento. Non è il caso di lasciarsi trasportare dall'orgoglio.”

“Non succederà, perché non ne ho più. A domani, Cor.”

III

Quando varcò l'ingresso del diner Crow's Nest a Vecchia Lestallum, Cor Leonis era già seduto al bancone, in attesa. Tra le mani aveva una tazza di caffè lungo: da quando lo conosceva, non l'aveva mai visto bere alcolici.

“Ciao, Cor. Grazie ancora di essere venuto,” lo salutò. Sedette sullo sgabello accanto al suo, e, quando il ragazzo al bancone venne a chiedergli cosa prendesse, ordinò un bicchiere d'acqua. Si sarebbe volentieri scolato una bottiglia di whisky, ma non era il momento. “È arrivato Ulldor?”

“Non ancora,” rispose Cor, scuotendo la testa. “Ho dato disposizioni perché sia accolto con tutti gli onori in mia assenza. Devo confessarti tuttavia che non era un buon momento per assentarmi: Monica è a Capo Caem, Dustin e Hartwood a Insomnia. Avevo proposto ad Hartwood di portare con sé qualche altra Guardia Reale, ma per fortuna ha rifiutato, o a quest'ora avremmo il campo scoperto.”

“Come sarebbe a dire, a Insomnia?”

“L'ho mandata alla Biblioteca Reale con Ackers e una piccola squadra a cercare informazioni sulle Armi Ancestrali.”

Gladio rimase per un momento senza parole, poi sorrise. “Hai sempre avuto occhio per le persone, Generale.” Non avrebbe saputo suggerire due elementi migliori di Silia e Dustin per setacciare una biblioteca, né un combattente migliore di un angone del Re per penetrare in una città occupata. Sapere che Silia si stava dando da fare per Noctis e per il Regno e che anche l'Immortale aveva riconosciuto il suo valore gli diede coraggio per quello che avrebbe dovuto affrontare, ma persistette ancora in quel lungo preambolo prima di confessare a Cor cos'era accaduto con Ravus.

“Dimmi del campo di Orior. Come ve la passate?”

Cor Leonis fece un mezzo sorriso. “Ci stiamo organizzando. Monitoriamo i movimenti degli imperiali, ostacoliamo la costruzione di nuove basi a Leide, diamo una mano all'Associazione Venatoria con le bestie pericolose in cambio della loro collaborazione. Hartwood ha iniziato ad addestrare gli uomini a combattere magitek e daemon. Non tutti sono entusiasti di avere un angone a piede libero per il campo che sbraita istruzioni, soprattutto perché vengono eseguite alla lettera a ritmo di 'sissignora', ma prima o poi se ne faranno una ragione. Negherò fino alla morte di averlo detto, ma è un buon aiuto.”

Gladio fu deliziato all'idea. Si grattò l'attaccatura dei capelli. “Ribadisco: hai sempre avuto occhio per le persone, Cor. Silia è un osso duro. Testarda, onesta, affidabile, intelligente. E letale. Sai che volevo farla entrare nella Guardia Reale, prima che gli angoni tornassero a Insomnia?”

“Le avrei dato senz'altro una bella raddrizzata. Tra tutte le doti da te elencate, hai dimenticato la sua impudente sfacciataggine.” Cor si accigliò. “Adesso, Gladio, mi hai chiamato nel cuore della notte e fatto venire fino a Vecchia Lestallum per parlare della tua fidanzata o ti decidi finalmente a raccontarmi cosa ti rode?”

“Non è la mia fidanzata,” puntualizzò, un po' piccato. “E sai benissimo perché siamo qui. Voglio sfidare Gilgamesh.”

“Il Signore delle Spade potrebbe essere l'ultima cosa che vedrai in vita tua. Prima di condurti al Crepaccio di Taelpar, Gladio, voglio sapere perché lo fai.”

Gladio si inumidì le labbra, sospirò, e gli raccontò nel dettaglio cos'era successo nell'aviofortezza di Aracheole. “Ravus Nox Fleuret mi ha stracciato,” concluse. “Non posso proteggere il Vero Re se non sono nemmeno in grado di competere con l'Alto Comandante Imperiale. E non posso pretendere da Noctis che si comporti da Vero Re se non sono all'altezza di fargli da Scudo.”

Cor annuì lentamente. “Allora te lo chiedo di nuovo, Gladiolus: sei pronto o no?”

“Mai stato più pronto. Andiamo.”

IV

La Faglia di Taelpar era molto suggestiva, vista dall’alto, ma dal basso era spaventosa. Le dita di roccia incombevano su di loro, come se dovessero spezzarsi e trafiggerli da un momento all’altro, e le loro voci erano l’unico suono che rompeva il silenzio tombale di quel luogo. Persino il vento che attraversava il crepaccio, chissà per quale fenomeno fisico, non fischiava.

“Hai spiegato agli altri il motivo del tuo viaggio?” chiese Cor, camminando.

Gladio scosse la testa. “Non volevo che si preoccupassero. Gli ho solo detto che avevo una faccenda da sbrigare.” Sorrise. “Probabilmente hanno pensato che volessi raggiungere Silia al tuo campo. Meglio così.”

Cor non commentò in alcun modo. “Dov’erano diretti?”

“Alla Selva di Steyliff, vicino al Lago Vesper, a cercare il mithril per riparare lo yacht regale.”

“Se la caveranno. Pensa a te stesso, piuttosto.”

“Lo so.”

L'ingresso alle rovine era uguale a quello di molte caverne in cui si erano inoltrati, se si escludeva il macabro dettaglio dei cadaveri trafitti contro le pareti rocciose. Avrebbero dovuto ormai essere ossa o polvere, soprattutto a giudicare dalla foggia antica delle armature che ancora indossavano.

“Mh. Posticino carino, eh?” si costrinse a scherzare, ma smise di sorridere quando vide l'espressione di Cor Leonis, pochi passi dietro di lui. Aveva quasi dimenticato cosa doveva significare, per lui, ritornare in quel luogo.

“Concentrati,” lo riprese duramente. “Come ti ho detto stanotte al telefono, anche arrivare a Gilgamesh è un'impresa titanica.”

Gladio se ne accorse quando, superato lo stretto tunnel, alcuni di quei cadaveri si rialzarono – le membra mummificate, le armature arrugginite – e li attaccarono.

“E questi?” chiese, bloccando l'affondo del più vicino. Lo spirito fu sbalzato indietro di due metri. Per fortuna, sembravano piuttosto gracili.

Nonostante avesse detto che non lo avrebbe fisicamente aiutato, Cor mise mano alla katana e si sbarazzò di altri due. “Gli spiriti dei guerrieri un tempo fedeli a Gilgamesh. Sono qui per testare chi vuole sottoporsi alla Prova.”

“Perché mi stai aiutando, allora?”

Cor ne spappolò un altro. “Perché, come vedi, sono ben miseri avversari. Non era a loro che mi riferivo, quando ti ho detto che non sarà facile arrivare alla Prova.”

Strofinandosi il sudore dalla fronte, Gladio si voltò a guardarlo, ma Cor non aggiunse altro. Eliminati gli avversari, proseguirono lungo il tunnel che si restringeva sempre più. Non poté fare a meno di notare le torce che illuminavano loro la strada, e si chiese se fossero sempre state accese o se il Signore delle Spade sapesse che era arrivato un nuovo sfidante.

Il sentiero si interrompeva davanti a un torrente sotterraneo. Sporgendosi, Gladio vide che, pochi metri più in là, si trasformava in una cascatella, ma da lì non riusciva a vedere dove si gettasse. Si voltò verso Cor, che, con un gesto enigmatico, si strinse nelle spalle e indicò il torrente.

Gladio si lasciò scivolare in acqua. La cascatella non cadeva a precipizio, perché il terreno era solo leggermente in pendenza, e atterrò in piedi in un laghetto poco profondo. Si voltò per vedere dove fosse Cor, ma dal nulla emerse un enorme serpente, cinque volte più grosso di un Naga.

Cor scivolò alle sue spalle, la katana già in pugno. “Brunnrsormr. La guardia all'ingresso del Cammino delle Sfide. Neanche lui sarà un grosso problema. Forza, liberiamocene.”

Non lo fu, anche se il serpente, come il Naga che avevano affrontato, sembrava avere il potere di tuffarsi nell'acqua bassa come se fosse stata profonda e di riemergere sotto i loro piedi, o alle loro spalle. Per quanta intesa in combattimento avesse con gli altri tre amici, si era allenato con Cor da quando era un ragazzino e i loro stili di combattimento si incastravano alla perfezione, senza contare che l'Immortale era uno dei migliori guerrieri di tutta Eos. Impiegarono pochi minuti a sbarazzarsi di Brunnrsorm.

Gladio si chinò sulle ginocchia per riprendere fiato. Quando rialzò la schiena, ebbe l'impressione che la luce nella caverna fosse diminuita, e non avvertì più la presenza di Cor vicino a sé. Si guardò intorno, allarmato, tanto più che la luce continuò a scemare finché non si ritrovò quasi al buio.

Una luce violacea richiamò la sua attenzione. La luce violacea parve acquisire consistenza, finché non si condensò nel corpo di un guerriero straordinariamente alto armato di una lunga katana. Iniziò a camminare lentamente verso di lui, diventando sempre più concreto a ogni passo.

“Sei venuto a dimostrarti degno del tuo ruolo?” chiese, con voce vecchia di millenni.

Gladio deglutì. Dovette reclinare la testa verso l'alto per guardarlo in faccia, e non gli era mai accaduto con un avversario umano. “Sì. Sono qui per sottopormi alla Prova di Gilgamesh.”

Gilgamesh indossava una maschera d'argento decorata sulla fronte. Al posto degli occhi, nei buchi della maschera, brillavano due luci rossastre. “E cosa speri di ottenere?”

“Forza,” rispose Gladio prontamente, stringendo un pugno. “E sarai tu a darmela.”

“Tu credi?” rispose l'avversario con una nota beffarda nella voce. Fece scomparire la katana, e solo allora Gladio si accorse che gli mancava il braccio sinistro.

La katana ricomparve fulmineamente, e Gilgamesh lo attaccò.

Gladio riuscì a bloccare il suo colpo. Cor gli aveva detto che non era così facile arrivare alla Prova, e aveva parlato di un Cammino delle Sfide. Non era pronto a confrontarsi con il Signore delle Spade così presto, ma tanto meglio.

Era veloce e potente, ma non impossibile da sconfiggere. Gladio comprese ben presto che quello scontro amichevole era un primo test, una scaramuccia, non di certo la Prova.

“La sola forza bruta non basta,” lo avvisò Gilgamesh, incalzandolo. “Solo chi è all'altezza nel corpo e nello spirito avrà l'onore di combattere al fianco del Prescelto ed esserne lo Scudo.”

Gli scudi deboli non proteggono.

“E io non lo sarei?” gridò.

Gilgamesh respinse il suo blocco, come aveva fatto Ravus Nox Fleuret, ma non contrattaccò. Tuttavia, Gladio fu respinto in acqua.

“Una grave piaga minaccia il vostro pianeta. A poterlo salvare sono il Re dei Re e il suo Scudo, nessun altro. Chi si dimostra indegno o non determinato ad adempiere il proprio ruolo, perisce qui, trafitto dalla mia spada.” Gliela puntò addosso in un avvertimento.

Gladio si rialzò. “Non sarò di certo io. La mia prova deve ancora cominciare.”

“Se davvero non temi la morte, allora impegnati con tutto te stesso e dimostra il tuo valore.”

Gilgamesh abbassò la katana, e il suo corpo, così com’era comparso, si dissolse in una nube di luce viola.

V

Ritrovò Cor più in là, oltre il laghetto. Lo stava aspettando, e dal modo in cui lo guardò comprese anche lui, trent'anni prima, aveva parlato con Gilgamesh proprio in quel luogo.

“Ti ha accettato come sfidante, eh?”

Gladio annuì. Nonostante fosse finito ginocchia a terra nell'acqua, si sentiva galvanizzato. “Che la Prova abbia inizio.”

L'unico sentiero percorribile, adesso, invece di scendere sembrava salire. Gladio riuscì a distinguere persino delle rudimentali scale scavate nella roccia. Forse il Crepaccio si era originato davvero dallo scontro tra Ifrit e Bahamut, ma di certo l'uomo, in qualche momento storico, ci aveva costruito.

I cadaveri rianimati dei guerrieri di Gilgamesh non erano l'unica forma di vita che abitava il Crepaccio: ben presto furono attaccati da daemon – pyros elettrici, scheletri e mietitori, questi ultimi, con le loro enormi falci, parecchio ostici – di cui si liberarono uno dopo l'altro. Continuarono a inerpicarsi verso l'alto.

Notevole, davvero.

Decisamente non era la voce di Cor. Si fermò, guardandosi intorno, ma il Generale gli fece cenno di proseguire. “Sono le voci degli spiriti guerrieri. Non lasciarti distrarre. Continuiamo.”

Di certo hai la forza per sconfiggere l'oscurità.

“Si riferiscono ai daemon?”

“Immagino di sì.”

Ma il tuo animo è abbastanza saldo da sopravvivere alle prove?

“Non ascoltarli. La prima prova è vicina.”

“La prima prova?”

Cor annuì, indicando la scalinata alla loro sinistra. Alzando lo sguardo, Gladio vide un bagliore bluastro. “Qui mi fermo, Gladio. Lì dentro c'è Nergal, il tuo primo sfidante.”

“Nergal?” chiese, ammiccando.

“Prima di essere considerato all'altezza di Gilgamesh, tre spiriti guerrieri, ma non aspettarti gli zombie che abbiamo affrontato finora