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La resa dei conti

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copertina

 

Capitolo I

Lago Malford, Georgia, metà giugno

Miss Parker guardò il villino e pensò che era carino come una casa delle bambole.

Era una costruzione di legno verniciato color rovere, con le imposte verdi, il tetto spiovente di tegole rosso-arancio, la canna fumaria di pietra grigia; sul portico c’era un divano a dondolo di metallo dipinto di bianco con un tavolino e due sedie accompagnati.

E scommetto che le tende sono a scacchi rossi e bianchi, pensò la donna. Con sua sorpresa, si accorse che il pensiero non aveva connotazioni sarcastiche, piuttosto invece divertite. Sospirò mentalmente: era un segno, l’ennesimo da qualche tempo a quella parte, che era davvero stufa di essere sarcastica. Per la verità, era stufa di tutto, nella sua vita, a cominciare dal Centro…

Ms Parker

 

Sbuffò spazientita, bloccando quel treno di pensieri: non era il momento delle recriminazioni, ora doveva pensare a sistemarsi in quella che sarebbe stata la sua casa nelle prossime quattro settimane. Con decisione, aprì il bagagliaio del piccolo fuoristrada che aveva affittato assieme al villino, scaricò la grossa valigia, il trolley e l’abbinato beauty case di Gucci, e si diresse al portico, faticando un poco a trascinare il pesante bagaglio dotato di rotelle sul viale ricoperto di ghiaia. Salì i due gradini che portavano alla veranda e, lasciata la presa sulla valigia, frugò nella borsetta alla ricerca della chiave che l’agenzia le aveva dato. Trovatala, la usò per aprire, poi entrò ed accese la luce. Si guardò attorno nello spazioso soggiorno: sulla sua sinistra vide un caminetto rustico davanti al quale c’era un divano a forma di L, dall’aria assai comoda; di fronte all’estremità più corta del divano era posto un grande televisore con lettore DVD e videoregistratore, nonché ricevitore satellitare, in mancanza del quale probabilmente non avrebbe preso niente, in quell’angolo remoto della Georgia montana. Sulla parete dietro al divano c’era una credenza con vetrina, dove intravide piatti e bicchieri, mentre alla sua destra c’era un tavolo a sei posti circondato da sedie impagliate.

Alle finestre c’erano tende a quadri bianchi e rossi.

A quella vista, Miss Parker sorrise, e per la prima volta dopo mesi si sentì il cuore lieve.

Accanto all’ingresso c’era un tavolino col telefono; vi posò borsetta e beauty case, poi si voltò e trainò dentro la grossa valigia e poi anche il trolley. Continuando a sorridere senza bene sapere perché, Miss Parker aprì le due finestre del soggiorno che davano sul portico, poi andò nella stanza accanto, a destra dell’entrata, che si rivelò essere una cucina arredata in stile rustico, come si conveniva all’ambiente, ma dotata di ogni moderno comfort, come il grande frigo col freezer, il forno a microonde e perfino la lavastoviglie. Aprì la finestra, poi si recò sul retro della casa, dove c’erano le camere, una matrimoniale ed una con due letti a castello, ed anche qui spalancò le imposte, lasciando entrare la luce dorata di quel pomeriggio di metà giugno. La vista che le si presentò quando aprì la porta-finestra della camera matrimoniale la fece rimanere senza fiato: dal terrazzo dietro il villino poteva vedere il lago Malford, sulle cui rive sorgeva la proprietà che aveva affittato, circondato dai boschi. Un piccolo molo si protendeva per una decina di metri sull’acqua cristallina, accanto al quale c’era una barca a remi tirata in secco. Sullo sfondo scorse i picchi dei monti, coronati di candide nubi che spiccavano sull’azzurro carico del cielo estivo.

Questo posto è incantato, pensò in un lampo, mentre le si affollavano nella mente tutte le favole irlandesi che sua madre Catherine, originaria dell’Isola di Smeraldo, le aveva raccontato quand’era bambina. Scrutò gli alberi, quasi aspettandosi di veder saltellare fra i tronchi qualche ilare folletto, poi sorrise di se stessa: non aveva certo più l’età per credere agli gnomi ed alle fate!

Sentendosi stranamente euforica, tornò in soggiorno ed uscì per andare a prendere le provviste, che sistemò parte nel frigo, parte nel freezer e parte negli armadietti. Poi parcheggiò il fuoristrada sotto la tettoia di legno accanto al villino, chiuse a chiave il veicolo e tornò in casa, dove passò la successiva mezz’ora a sistemare gli abiti e gli articoli da toelette che aveva portato con sé. Ad un certo punto si rese conto che stava canticchiando e si fermò a riflettere, aggrottando la fronte: cosa mai la metteva così di buon umore? In fondo, era lì perché la sua vita era un disastro talmente immenso da essere diventata insopportabile ed indurla alla fuga…

Miss Parker emise un ringhio e si obbligò a distogliere la mente da quei foschi pensieri: ci sarebbe stato tempo in abbondanza più tardi, per quelli. Ora aveva tutto quel posto nuovo da esplorare, e voleva godersi la scoperta di ogni angolo.

Il Centro, Blue Cove, Delaware, una settimana prima

Il dottor Sydney Green era seduto alla sua scrivania, apparentemente intento a leggere il rapporto di un suo collega, il dottor Malcolm. In realtà, il suo sguardo era fisso su un punto imprecisato della pagina che aveva davanti, e la sua mente era altrove. Per l’esattezza, stava pensando a Miss Parker.

Sydney

 

Era preoccupato per lei. Oh, lo era da moltissimo tempo, dato che l’amava come una figlia e con il passare degli anni l’aveva vista cadere sempre più preda del Centro, divenirne una creatura, perdere la sua autonomia psicologica, plagiata e manipolata da un padre privo di scrupoli che viveva solo per se stesso, sfruttata da un fratello la cui sfrenata ambizione era pari solo alla sua depravazione… Ma da qualche tempo aveva motivo di essere più preoccupato del solito: in lei vedeva delle incrinature che prima non c’erano. La sua corazza, la maschera da Regina di Ghiaccio che da tanti anni indossava, si stava irrimediabilmente sfaldando. Quale ne fosse stata la causa scatenante, Sydney non lo sapeva con certezza, ma sospettava che si trattasse dei fatti avvenuti sull’Isola del Fantasma, accaduti otto mesi prima. In seguito a quegli avvenimenti, il signor Parker era scomparso, forse morto, e Lyle ne aveva preso il posto con astute manovre, scavalcando la sorella anche grazie al supporto dell’esecrabile signor Raines, l’anima nera del Centro. Inoltre, da otto mesi non riuscivano a trovare alcun indizio sull’ubicazione di Jarod, lo sfuggente Simulatore che da più di cinque anni si faceva beffe dei loro tentativi di catturarlo per riportarlo al Centro. A tutto ciò si aggiungeva il fatto che era sopraggiunto il quarantesimo compleanno di Miss Parker, un traguardo che significa la fine della giovinezza e che per questo induce chiunque a fare il bilancio della propria vita.

Sydney depose il fascicolo, rinunciando a fingere di leggerlo, e strinse le labbra pensieroso: qualcosa nell’atteggiamento di Miss Parker gli dava la sicurezza che avesse tirato le somme della sua vita e le avesse trovate per nulla soddisfacenti. Era un cambiamento sottile, e lui dubitava che se ne fosse accorto qualcun altro, oltre a lui. Ma Miss Parker non era più la brillante giovane donna dal carattere di ferro, indistruttibile ed assolutamente sicura di sé, che era sempre stata da quand’era diventata adulta: su di lei era calata una sorta di patina, che la rendeva come opaca. La cosa non gli piaceva per nulla. Ma cosa poteva fare per migliorare la situazione? Lei non voleva essere aiutata da nessuno, mai, tanto meno da uno strizza-cervelli come lui. Suo malgrado Sydney sogghignò: quante volte lo aveva chiamato ironicamente dottor Freud? Impossibile contarle.

Tuttavia, lui le voleva troppo bene per non far nulla. A costo di indispettirla, doveva parlarle. Dopotutto, una soluzione c’era, e pure assai semplice. In qualche modo, doveva convincerla ad adottarla.

Con improvvisa decisione, l’anziano psichiatra si alzò dalla poltrona in pelle ed uscì dall’ufficio, diretto in quello di Miss Parker.

Bussò alla sua porta e, udendo il suo brusco invito, entrò. Era seduta al computer, probabilmente intenta a spulciare le cronache locali alla ricerca di qualche traccia di Jarod. Sentendolo aprire la porta, alzò gli occhi su di lui; un tempo, lo avrebbe trapassato con uno sguardo freddo come il ghiaccio polare, infastidita per l’interruzione, ma ora si limitò a fissarlo, attendendo che palesasse il motivo della sua visita. Quella constatazione rafforzò in Sydney la determinazione a convincerla ad accettare il suo suggerimento.

Si avvicinò alla scrivania e si sedette.

“Come ti senti, Parker?”, le domandò a bassa voce. Lei aggrottò l’ampia fronte.

“Come al solito, Sydney”, rispose, perplessa, “Perché?”

Lo psichiatra sospirò: c’era da aspettarselo, Miss Parker non avrebbe mai ammesso la benché minima debolezza.

“Da un po’ di tempo non sei più te stessa”, affermò, il piglio professionale mitigato dalla dolcezza di una conoscenza che affondava le sue radici nell’infanzia della donna, “Hai bisogno di una pausa.”

“Una pausa?”, ripeté Miss Parker, senza capire, “Che diavolo vuoi dire?”

Lo stile era sempre lo stesso, osservò Sydney con una stretta al cuore, ma il tono non aveva la grinta che le era abituale.

“Una bella vacanza”, rispose, “Ecco cosa voglio dire.”

Lei gli sgranò addosso gli occhi azzurri, inarcando le sopracciglia scure perfettamente disegnate, poi scoppiò in una breve risata incredula.

“Stai scherzando, vero? Sono mesi che Jarod non ci dà uno straccio di indicazione, e tu mi vieni a parlare di vacanza…?”

“Non sto scherzando, Parker”, la interruppe Sydney, “Hai tutti i sintomi di un grave stato di affaticamento mentale. Un lungo periodo di ferie, almeno quattro settimane, sono la cura migliore. Stacca la spina, Parker. Totalmente. Fa’ le valigie e vattene in qualche bel posto rilassante. Ti suggerisco il lago. Conosco un posto, giù in Georgia, che è un vero paradiso: lontano da centri abitati, ma dotato di ogni comfort. In nome della nostra antica amicizia, ti prego di prendere in considerazione il mio consiglio.”

Miss Parker rimase a bocca aperta: mai, in tutti gli anni che conosceva Sydney, lui le aveva parlato in modo tanto accorato. Neppure quando, da bambina, la esortava ad accettare quello che a lungo si era creduto il suicidio di sua madre, risultato poi invece il suo estremo tentativo per sfuggire al Centro, purtroppo vanificato dall’infame signor Raines e finito comunque con la sua morte.

Miss Parker si riprese e chiuse la bocca, cercando una risposta per rifiutare seccamente quella ridicola proposta, ma si accorse di non esserne capace. Questo la mise in crisi: che Sydney avesse ragione, dopotutto?

L’anziano psichiatra vide il suo sguardo farsi remoto ed attese col fiato sospeso. Sapeva, per la loro lunga conoscenza, che da lei poteva aspettarsi di tutto, ed il contrario di tutto.

Il silenzio si protrasse, si fece pesante.

“Tu e Broots continuereste a cercare Jarod?”, domandò Miss Parker così di repente che Sydney sobbalzò sulla sedia, “Impedireste a Lyle di prendere in mano la ricerca e di soffiarmela?”

“Ma certo”, la rassicurò l’anziano psichiatra, “Puoi stare tranquilla. E se dovessimo riuscire a catturarlo, lo terremmo al sicuro finché non torni, in modo che tu possa portarlo al Centro e prenderti la soddisfazione che meriti.”

Miss Parker lo scrutò attentamente: da lungo tempo sospettava che Sydney, in realtà, non ci tenesse affatto a riacciuffare Jarod, che era stato il suo pupillo per trent’anni, ma se aveva inteso qualche ironia, il suo tono non ne lasciava trapelar traccia.

Una vacanza… non ricordava assolutamente più quand’era stata l’ultima volta che era andata in vacanza, se si escludeva qualche sporadico week-end, ed anche quella era una cosa che non faceva da anni, cioè da quando Thomas Gates, l’unico uomo che era riuscito a farla innamorare davvero, era stato assassinato, probabilmente per ordine del Centro…

La decisione sembrò maturare indipendentemente dalla sua volontà.

“D’accordo, allora”, sbottò, “Se davvero come medico ritieni di dovermi prescrivere un periodo di ferie, lo farò. Dov’è quel posto? In Georgia, hai detto?”

Sydney si sentì immensamente sollevato e non riuscì a reprimere un largo sorriso.