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E così era successo. Era arrivato il momento che, assolutamente, sperava non sarebbe arrivato. E non che non desiderasse che Eliza fosse felice, al contrario, ma quella situazione si era svolta in così poco tempo da aver lasciato lei e sua sorella Alex in completo disorientamento. Di punto in bianco, senza che avesse mai accennato loro qualcosa, aveva detto alle sue due figlie per telefono che era una donna fortunata poiché finalmente aveva trovato l'amore della sua vita. E sì che dopo anni si meritava qualcuno che la rendesse felice davvero, ma entro due mesi da quella telefonata si era ufficialmente fidanzata e aveva deciso di andare a vivere con questa persona, nella loro casa, senza neppure chiedere cosa ne pensassero. E in quel caso, comunque, non avrebbero saputo cosa rispondere: dopotutto non avevano ancora avuto nemmeno modo di conoscere la sua persona speciale, come la definiva agli inizi. Erano stati fissati degli appuntamenti per conoscersi ma a causa di loro impegni universitari o del lavoro, in un modo o nell'altro, erano saltati tutti. Solamente Alex era riuscita nell'intento, una sera, ma solo perché aveva incrociato la coppia in macchina nel traffico, e non per un incontro voluto. Sua sorella le aveva riferito che Eliza era un po' su di giri e che probabilmente temeva la loro reazione. Oh beh, pensava, di certo ne avrebbe dovuto avere un po' se credeva davvero di portare nella loro casa una persona sconosciuta con il dovere di apprezzarla.

Alla fine, avevano deciso di comune accordo di riporre le armi per amore della loro madre e conoscere la situazione, e le persone coinvolte, prima di farne un caso. Glielo dovevano. E allora, approfittando della sospensione delle lezioni di giugno, Kara Danvers decise di lasciare il campus universitario per qualche giorno, prendere il treno e tornare a casa per conoscere la sua nuova famiglia allargata. Sarebbe stata una piccola e nuova avventura, sperando che tutto si sarebbe sistemato per il meglio.

 

«Non sono nervosa…», sbeffeggiò al telefono, «Okay, forse un po'… Un pochino, insomma». Il treno, fermatosi dopo qualche assestamento, aprì le porte: Kara aspettò che alcune persone scendessero per mettersi in coda, afferrando il suo trolley. «Sì», sbuffò infine, mantenendo salda la presa al suo cellulare, «Sono decisamente nervosa». Salì, chiedendo scusa a una donna a cui aveva accidentalmente schiacciato i piedi con le ruote del suo trolley, guardandosi poi intorno in cerca di posti liberi e ascoltando la domanda di sua sorella Alex per telefono. «Oh, sì», rise spalancando la bocca, riprendendo a camminare. «È stato bellissimo! E Supergirl ha vinto ancora», emise con soddisfazione, distratta, e il suo trolley sbandò, colpendo un piede che colpì a sua volta una valigetta, caduta davanti a lei. S'inchinò per raccoglierla subito con fare impacciato, ma una mano la afferrò prima di lei e la tirò su. «Mi scusi». Appena Kara alzò lo sguardo sopra le lenti dei suoi occhiali, quella giovane donna dal volto pallido incurvò le sopracciglia in modo severo e i suoi occhi di ghiaccio la fulminarono.

«Guarda dove cammini», brontolò in modo acido, intanto che Kara la sorpassava per andare a sedersi a qualche posto più avanti.

«Ho chiesto anche scusa…», rimarcò per sé a bassa voce, sedendo al suo posto.

«Kara? Che ti è successo?», domandò la voce al cellulare.

«Non lo so… Qualcuno sta passando una brutta giornata», rispose fissando quella ragazza. Sembrava completamente a disagio seduta su quel sedile: i suoi occhi vitrei si fissavano su un punto e restavano immobili, il labbro inferiore della bocca coperta da un rosso acceso tremava, la mano sinistra, l'unica che Kara vedeva da dove si trovava, era in continuo movimento, sbattendo le dita sul bracciolo, così come il piede sinistro sopra le gambe accavallate. Dopotutto, lei stessa sembrava veramente fuori luogo: indossava una giacca nera sopra una camicetta bianca e dei pantaloni eleganti, non certo il tipico abbigliamento degli universitari a giugno inoltrato. I lunghi e lisci capelli corvini le ricadevano sulle spalle in modo elegante e raffinato. Kara non poté fare a meno di dare una veloce occhiata alla gonna corta e alla t-shirt a righe che indossava, senza dimenticare le due trecce che le tenevano raccolti i capelli biondi, notando quanto i due stili fossero decisamente differenti.

«Intendi noi?», rise Alex, mentre il treno ripartiva, «Io sono quasi arrivata a casa e lo ammetto, sono nervosa anch'io. Ma chi non lo sarebbe al posto nostro?».

«Puoi dirlo forte», ribatté, «Stiamo per conoscere la nuova fiamma di nostra madre…».

«Ormai il fidanzamento è ufficiale, Kara».

«Sì, quindi… fa parte della famiglia a tutti gli effetti».

«E i suoi figli».

«Anche i suoi figli, già». Anche se parlava al telefono con sua sorella, non si era resa conto di avere ancora lo sguardo puntato nella direzione di quella ragazza che, al contrario, si era accigliata di nuovo, fissandola con rimprovero. Kara si sentì avvampare, distogliendo immediatamente lo sguardo, cercando di guardare fuori dal finestrino. «Chissà poi come saranno… i suoi figli, intendo. Il più grande non è neanche più all'università, vero?».

«No, lavora per l'azienda di famiglia… A conti fatti, è anche lui un vero e proprio capo di nostra madre, anche se non c'è mai. È sempre nell'altra sede a Metropolis… Non credo sarà con noi questi giorni a casa. Non so neppure se nostra madre lo ha conosciuto».

«Quindi avremo solo la figlia?», domandò, sentendosi osservata. Con la coda dell'occhio cercò di individuarla e, appena la vide guardarla ancora con quello stesso sguardo accigliato, sussultò, fissando con più attenzione fuori dal finestrino. Stava diventando fastidiosa: le aveva chiesto scusa, cosa voleva ancora, che le firmasse delle scuse ufficiali da portare nella sua lussuosa valigetta?

«Sì. Lei sta ancora studiando, anche se saltuariamente partecipa alle attività dell'azienda. Eliza mi ha raccontato che è talmente intelligente che è riuscita a dare gli esami di due anni in uno e che frequenta le lezioni solo per approfondimento e presenza».

«Lo ha raccontato anche a me», sbuffò, «Mi è parso di vederla estremamente orgogliosa».

«Ha dato anche a te quest'impressione?».

«Assolutamente sì. Come se noi non fossimo alla sua altezza».

«Verissimo! Dai, io mi faccio in quattro per studiare e al contempo lavorare e-e sto anche cercando di avere una vita sociale, sai, la mia ragazza… E pago le bollette, Kara! E poi arriva questa-».

Sua sorella le parlò sopra: «Questa che praticamente è ricca sfondata e pensa di essere migliore di noi perché riesce a dare gli esami di due anni in uno! Lo capisco! Io mi impegno negli studi e lo sport e do il massimo in tutto, ed Eliza non ha mai parlato di me come invece mi ha parlato di questa Lena», sbuffò. Diede un veloce sguardo alla ragazza a qualche sedile da lei ma aveva smesso di fissarla, era intenta a controllare il suo cellulare. Tirò un sospiro di sollievo.

«Sono arrivata: fammi gli auguri, sorellina».

«Auguri, sorellona». Chiuse la chiamata e guardò fuori dal finestrino, dove i palazzi del centro di National City avevano già da un po' lasciato il posto agli alberi delle campagne e alle case di periferia: ancora poca strada e sarebbe arrivata anche lei. Deglutì. Eliza le aveva detto che avevano deciso di vivere insieme nella loro casa per un po' e che poi si sarebbe trasferita invece in casa sua nella parte buona e ricca di National City. La prima sarebbe stata l'ideale per le vacanze, la seconda per il periodo di lavoro più stretto. Oh, le veniva il mal di testa nel pensare a quanto le cose si erano affrettate. Nel sentire lei sembrava che si conoscessero e frequentassero da una vita, ma per loro… Chissà cosa ne pensavano i figli della controparte, Lex e Lena. Chissà se mai sarebbero andati d'accordo nel ritrovarsi praticamente fratelli all'improvviso. Tutto stava per cambiare per sempre.

 

Il viaggio durò ancora tre quarti d'ora a causa di alcuni rallentamenti alle stazioni. Kara si sistemò le trecce e gli occhiali sul naso e sospirò più volte, tesa come una corda di violino, guardando di tanto in tanto cosa faceva la ragazza scontrosa che si dava delle arie. Non l'aveva più guardata, notò. Meglio, pensò subito, capendo che probabilmente non era successa una tragedia nel far cadere la sua stupida valigetta. E che non lo aveva fatto di proposito, poi. Quando il treno annunciò l'ultima fermata erano ormai in pochi a dover scendere. Quella ragazza si alzò dal sedile e prese la valigetta. Kara, che era stata più veloce, stava per passarle davanti con il suo trolley quando lei la tamponò camminandole quasi sui piedi, spostandola. Per poco non la faceva cadere su un sedile.

«Scusa», le tuonò, passandole avanti.

Kara restò di sasso, a bocca aperta, capendo che lo aveva fatto di proposito. Forse si era addirittura studiata quella piccola vendetta per l'intero viaggio. Quando scese dal treno quella ragazza era già sparita. Non poteva credere fosse tanto veloce sui quei tacchi. E dove si era mai vista una ragazza prendere il treno con i tacchi ai piedi? Quella aveva qualcosa che non andava, pensò. Fuori luogo e fuori dal mondo, continuò, felice che se ne fosse andata. D'altronde non l'aveva mai vista e probabilmente non l'avrebbe rivista mai più. Maleducata e sfacciata.

Si spostò a piedi facilmente, inoltrandosi nelle stradine in mezzo alle case che conosceva a memoria, trascinando il suo trolley. Non aveva fretta, temeva di arrivare troppo presto, e camminò con tranquillità in una sorta di passeggiata, godendosi appieno l'aria estiva. Nonostante fosse pomeriggio non soffriva il caldo. Non c'era nessuno in giro e il sole bollente sulla pelle la faceva sentire bene. Era il momento della giornata che preferiva. La sua passeggiata le diede ancora modo di pensare e schiarirsi le idee, ma non sarebbe durata per sempre e prima o poi sarebbe arrivata. Quando si ritrovò davanti a casa sua deglutì. Il vialetto era in ordine, l'erba dei cespugli rigogliosa come sempre, la facciata come la ricordava, su un giallino pallido. Non un solo punto fuori posto. Se non che, avvicinandosi alla cassetta delle lettere, il nome era cambiato. Non più Danvers, ma Danvers-Luthor. Rabbrividì. Probabilmente aveva fatto rabbrividire anche Alex un'ora prima di lei. Prese il cellulare dalla tasca e digitò un messaggio per sua sorella: sperava che uscisse per andarla a prendere; sentiva di aver bisogno di aiuto psicologico. La porta di casa si aprì ma, all'improvviso, il suo sospiro si bloccò quando la persona ad uscire fu Eliza per correre da lei a braccia aperte. Alex era a poco da lei e tirò la bocca per una smorfia di scuse.

«Oh, Kara! Finalmente». La donna l'abbracciò con una potente stretta e Kara ricambiò cercando di sfoggiare uno dei suoi sorrisi migliori. «Eravamo preoccupate, questo treno non arrivava mai». La lasciò e si guardò intorno. «Ma dov'è Lena?».

«L-Lena?», scrollò di spalle, guardando sua sorella che faceva altrettanto.

«Dicono che ha preso lo stesso tuo treno».

«Ah, allora non lo so… Non ho visto nessun-», si bloccò, quando vide Eliza adocchiare qualcosa e indicarlo. Era un taxi. La vettura gialla si fermò a poco dal vialetto e, dalla portiera aperta, scese un tacco dopo l'altro. La ragazza spostò i lunghi e lisci capelli corvini da una parte per richiudere lo sportello; la mano sinistra reggeva fedelmente la sua valigetta. Kara spalancò gli occhi e la bocca, incredula. No, no, non poteva essere lei. Non proprio lei tra tutte le persone su quel treno, accidenti. La bocca di Lena era ferma in una smorfia di disapprovazione e, quando il suo sguardo incrociò quello di Kara, al contrario per nulla sorpreso, s'irrigidì ancora di più.

Eliza corse da lei in un abbraccio ancora più caloroso che Lena ricambiò con affetto, mentre il taxi ripartiva. Loro si conoscevano. Avevano avuto modo di conoscersi, non poteva crederci. Vide quella ragazza sorridere e Kara non pensava neppure che ne fosse capace.

«Oh, allora ci siamo tutte!», gridò estasiata una quinta voce. Lo sguardo di Kara planò subito alla porta di casa.

«Non trovavo la via e mi sono fatta aiutare dall'autista del taxi», tuonò Lena, camminando verso la porta, ignorando Alex a metà strada. «Se mi avessi mandato la macchina come avevo richiesto, questo non sarebbe successo».

«Oddio, Lena, come sei melodrammatica: scommetto che prendere il treno come tutti i comuni mortali non ti ha compromesso. E poi hai potuto conoscere Kara», la indicò con un cenno della mano.

«Sì», sibilò a fior di labbra, «Ho avuto il piacere, mamma».

Lillian Luthor sorrise. «Da oggi siamo ufficialmente una famiglia».

 

 

Le sembrava di essere di nuovo su quel treno.
Se non fosse per la mancanza di puzza di sudore del ragazzo a fianco a lei sul sedile, le sarebbe sembrato veramente di essere ancora su quel treno, poiché la ragazza con la valigetta non le aveva tolto occhio di dosso. E non che si vergognasse quando la sorprendeva a guardarla, al contrario girava la faccia dopo qualche istante con fare seccato come se fosse lei, Kara Danvers, quella irritante. Doveva averla sentita parlare al telefono di lei, lo sapeva. Aveva la voce troppo alta, Alex glielo aveva rimproverato spesso, accidenti a lei. Lena Luthor doveva odiarla.

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Lillian Luthor l'aveva bloccata davanti alla porta di casa come avesse paura potesse sfuggirle e l'aveva tretta in un abbraccio strano, pensava Kara, poiché sembrava massiccio, ma al contempo era decisamente freddo. D'altronde, di lei sapeva che era il capo della Luthor Corp dove lavorava sua madre come scienziata, che lei stessa operava al suo fianco, ma che era una donna ricca abituata allo sfarzo e forse non proprio avvezza ad abbracciare la gente. Non per niente, sua figlia Lena sembrava essere cresciuta in modo totalmente diverso da lei e sua sorella.

«Sono felice di conoscerti, finalmente», si allontanò da lei solo il tanto di giusto di guardarla bene in viso che, nel frattempo, doveva essere diventato paonazzo. «Mi chiamo Lillian, ma puoi chiamarmi mamma, se lo preferisci, Kara», disse con voce ferma e intimidatoria. Kara non rispose e si allontanò, mentre Alex dietro di loro tratteneva una risata. «Beh, immagino sia ancora presto», sorrise la donna. Lena Luthor, non molto distante, ancora valigetta alla mano, aveva debolmente scosso la testa.

«Sono anch'io felice di conoscerla», rispose Kara d'un fiato.

Alex la guardò, Lena rise con garbo ed Eliza scoppiò in una fragorosa risata, intanto che Lillian spalancava gli occhi come colta di sorpresa.

«Kara, non c'è bisogno di darle del lei», le disse sua madre, per poi sorriderle dolcemente, carezzandole un braccio.

Capì di aver appena fatto una pessima figura. Lena Luthor stava ridendo di lei e Lillian Luthor doveva averla presa per un'imbecille. Non poteva esserci inizio migliore.

Quella donna. Quella donna dall'aspetto sospetto che voleva essere sua madre ora si burlava di lei. In un certo senso, somigliava a sua figlia: entrambe avevano un aspetto freddo e distante ma, al contrario di Lena, lei sorrideva in un modo quasi forzato, come se non fosse sincera. Doveva essere la sua impressione.

Sua madre le disse che avrebbe dovuto dividere la sua stanza con Lena perché l'unica abbastanza grande. C'erano due letti singoli, quando erano piccole lei e Alex quella era la stanza di entrambe e solo successivamente, una volta diventata più grande, Alex volle trasferirsi nella camera piccola che sua madre prima usava come studio. Kara salì le scale di casa in fretta, a memoria. Subito a sinistra c'era la stanza di Alex e poi la sua. L'aprì e Lena Luthor la seguì a ruota, con la valigetta ancora in mano.

L'idea di dividere la stanza con lei le faceva venire il mal di pancia: non sapeva nemmeno di che parlare con quella ragazza. Erano due complete estranee che neppure si piacevano.

«Okay, quello è il mio letto. Questo era di Alex, lo userai tu», disse poggiando una mano sul materasso del primo lettino, senza guardarla, camminando subito verso la finestra, dove c'era il suo. Lena Luthor si guardò attorno; la bocca chiusa. Da come ne aveva parlato Eliza Danvers, aveva immaginato quella stanza più grande di come era in realtà. Le pareti erano di un rosa pastello, c'erano piccoli quadretti con fiori e alberi, in altri il cielo; la scrivania color panna era vicina alla finestra, dal lato opposto c'era il suo letto. Era tutto così ordinato. Oh, entrambi i letti avevano delle trapunte con un buffo coniglio bianco disegnato sopra. Lena ci passò una mano, sembrava morbido, così ci appoggiò la valigetta. Poi c'era un cestino vuoto accanto alla porta, vicino al letto in cui avrebbe dormito lei, e all'altra parte del muro l'armadio a muro a tre ante, anche quello color panna. Guardandolo meglio, scorgeva alcuni aloni lasciati probabilmente da colla, da chissà quale adesivo. L'aria era profumata, non c'era polvere, era tutto perfetto. Considerando che le due figlie di Eliza Danvers non venivano a casa da mesi, Lena immaginò che fosse la donna a tenerla in perfetto stato. Forse in attesa che loro andassero a trovarla, pensò. O magari l'aveva sistemata il giorno prima proprio in vista del loro arrivo. Guardando Kara Danvers, notò che sembrava perfettamente a suo agio, dunque la camera non doveva essere cambiata dall'ultima volta in cui si era ritrovata al suo interno: aveva anche lei appoggiato il suo trolley sul letto e aveva iniziato a togliere dei vestiti, piegandoli. Lei sembrava parte dell'arredamento: in ordine e color pastello; forse perfino profumata.

Aprì la sua valigetta con un tic. L'altra ragazza si girò a osservarla, distratta dal rumore. Lena la vide con la coda dell'occhio farle una buffa smorfia con la bocca. Sorrise, scuotendo la testa.

«Sai, potevi farmi male», le disse a un certo punto, interrompendo quel pesante silenzio.

«Cosa?».

«Sul treno, prima di scendere», specificò, corrugando la fronte, «Stavo per cadere».

«Ah», Lena abbozzò una risata, girandosi verso di lei, con una mano su un fianco. «Credimi, se avessi voluto farti male, te ne saresti accorta». Kara restò a bocca aperta e, intanto che pensava a cosa dire, lei si era già rivoltata verso di lei, indicando degli indumenti piegati all'interno della valigetta. «Ti dispiace? Dovrei cambiarmi».

Kara lasciò le sue cose sul letto e uscì in fretta, chiudendo la porta. Era stata costretta a lasciare la sua stessa stanza. Non succedeva da quando Alex quindicenne aveva in mente di provare ad appartarsi con dei ragazzi. Per fortuna in quel caso non durava a lungo; Lena Luthor invece… la sentiva fischiettare? Stava davvero fischiettando mentre lei aspettava fuori dalla porta che si cambiasse? Aveva come la sensazione che non sarebbe uscita presto. Kara sbuffò, allontanandosi e scendendo le scale.

Lena si sedette sul letto, tastando con le dita quanto il copriletto fosse soffice. Ne era quasi stupita. Continuando a fischiettare, si guardò di nuovo attorno immaginando Kara e Alex Danvers in quella stanza, a come doveva essere il loro rapporto tra sorelle e come avevano vissuto in quella camera, studiando in quella scrivania davvero piccola in confronto a quella che aveva lei, gettando i rifiuti in quel cestino per la carta, aprendo l'armadio per scegliere cosa indossare per andare a scuola. Si alzò e aprì l'armadio, studiandolo attentamente.

 

«Dalle una possibilità», le disse Alex, appoggiandosi al bancone della cucina. «Dobbiamo darla a lei e a sua madre. Magari non la chiameremo mai mamma», rise, «ma potrebbe non essere tanto male. Guardala: ne sembra davvero innamorata». Con lo sguardo, indicò Eliza nel salone accanto, dove lei e Lillian Luthor, vicine, controllavano i vasi dei fiori e parlavano. Ridevano e sembravano entrambe a loro agio, pensò Kara. Forse dopotutto la cosa avrebbe potuto funzionare.

 

Sbuffò ancora, mandando giù un boccone della sua minestra, guardando Lena Luthor in cagnesco, davanti a lei.

La prima cena in famiglia che Eliza e Lillian speravano aprisse a tutte un dialogo per conoscersi si stava dimostrando fin da subito un vero fallimento. Le due donne provavano a sorridere a se stesse e alle figlie, Alex ricambiava, Lena mangiava senza guardare nessuno con aria di superiorità e Kara grugniva. La si sentiva brontolare fin dalla parte opposta del tavolo.

«Kara, tesoro… non è successo niente», tentò di dirle di nuovo Eliza, sorridendo a lei e poi a Lillian, che aveva allungato una mano solo per raggiungere la sua e così darle conforto.

«Niente? Mi ha buttato giù mezzo armadio per farci stare i suoi vestiti», gracidò, guardando subito Lena: lei continuava a mangiare la sua minestra con calma e educazione, senza scomporsi.

«Ti ha sistemato tutto sul letto, no?», rispose sua madre.

«Mezzo armadio!», ribadì, spalancando gli occhi e indicando la ragazza, incredula dal fatto che nessuno a parte lei capisse la gravità della cosa. «Quanta roba vuoi che ci sia stata in quella valigetta? Le serviva davvero mezzo armadio?».

«Kara, Lena non è abituata…».

«È così», confermò Lillian Luthor, prendendo parola per la prima volta, «Lena non è abituata a questi spazi…», guardò la figlia con la coda dell'occhio, «Hai comunque mezzo armadio, no? Sono certa che riuscirete a trovare una soluzione, mia cara», sorrise a entrambe e poi a Eliza, che ricambiò.

Kara fulminò Lena con lo sguardo e l'altra finalmente la degnò di un'occhiata, accennando un sorriso prima di avvicinarsi il cucchiaio alle labbra.

Abituata o no, quella ragazza lo faceva apposta. Lo faceva apposta solo per darle fastidio, lo sapeva. Lo sapeva.

«Su, non siate timide», riprese parola Lillian. «Ci sarà pur qualcosa che vogliamo dirci in questa prima cena come una famiglia, vero? Alex?», la guardò e l'altra deglutì, cercando aiuto con lo sguardo a sua sorella e poi a sua madre.

«Ah… una cosa…», sorrise con nervosismo.

«Sì? Puoi dire qualsiasi cosa ti passi per la testa».

«Questa è… è una… insomma, questa situazione mi mette a disagio».

«Alex!», la richiamò immediatamente sua madre, ma Lillian scosse la testa, mantenendo un sorriso.

«Ha fatto bene. Alex ci ha detto cosa ne pensa, va bene. Proviamo a cambiare», guardò Lena, come illuminata. «Ah, Lena, sai che tu e Kara avete una cosa in comune?». Sua figlia si accigliò. «Siete state entrambe adottate».

Lena abbassò il suo cucchiaio, guardando Kara sorpresa e poi Eliza, accennando un sorriso. «Ah, quindi è Alex la tua figlia preferita, Eliza?».

La donna restò a bocca aperta mentre Lillian s'imbrunì di colpo. «Sai benissimo che non è vero! Io amo te e Lex allo stesso modo, Lena».

«Sai benissimo di mentire», ribatté, bevendo un sorso d'acqua. «Non dovremmo essere sincere durante la nostra prima cena come una famiglia?».

Lillian Luthor si zittì, irrigidendo le labbra, mentre Eliza le stringeva la mano più forte di prima. Alex e Kara si scambiarono uno sguardo, nascondendosi dietro al cibo più che potevano.

«Avevi ragione, Alex: è davvero una situazione che crea disagio», disse Lillian, dopodiché le invitò a lasciare la tavola, se desideravano farlo. Si alzarono tutte e tre, abbandonando i piatti in tavola. Normalmente Kara e Alex erano abituate ad aiutare la loro madre con le faccende, ma quella notte nonostante il pensiero di andare da lei sfiorò entrambe non osarono avvicinarsi, notando come Lillian Luthor le girasse sempre intorno. Videro le due aiutarono a vicenda, sparecchiando e dopo lavando i piatti. Non credevano che la seconda ne fosse capace, immaginando che avesse del personale a fare le cose per lei.

Lena si era sistemata in sala, seduta sul divano per guardare un film davanti alla televisione, da sola. Non aveva rivolto più la parola a nessuno.

Kara e Alex si chiesero se fosse vero ciò che aveva detto a cena. Ne parlarono un po' in camera di Kara, da sole. Alex l'aveva aiutata a sistemare il suo mezzo armadio sulla scrivania, in attesa l'indomani di sapere dove metterlo. Alex le offrì del posto nel suo armadio in camera sua; anche se era più piccolo, se stringevano ci poteva stare tutto quanto. Kara accettò solo in ricordo di ciò che aveva detto Lena a cena. Era decisa a fargliela pagare con la stessa moneta buttandole giù la sua metà dell'armadio, ma aveva avuto pena per lei.

«In fondo quella donna potrebbe benissimo essere malvagia, Alex», sussurrò alla sorella, ripiegando un pantalone e disponendolo su una pila. «Hai visto come ci guarda… e come guarda Eliza? Non mi stupirei se davvero volesse più bene a Lex, il figlio biologico. Non so in che modo ti ha abbracciato quando ti ha conosciuto, ma io ho avuto la sensazione di abbracciare un albero secco: quella donna non è abituata agli abbracci. Decisamente».

«Non mi fido di lei», rispose invece Alex, appoggiandosi alla scrivania e mettendo braccia a conserte. «Sai cosa ti dico? Chiederò a Maggie di fare ricerche sul suo conto. Se quella donna ha qualche scheletro nell'armadio, salterà fuori. E staremo tutte più tranquille».

Kara annuì con decisione.

Maggie Sawyer, la ragazza di Alex, era entrata a far parte del corpo di polizia da qualche mese; era ancora maldestra e il suo supervisore la trattava da ragazzina, ma aveva accesso agli archivi del distretto di National City e la posizione tornava assai utile.

 

Quando Kara cominciò a prendere sonno, quella notte, era già mezzanotte passata. Al campus era abituata ad andare a letto presto per via degli orari di allenamento con la squadra che la obbligavano ad alzarsi molto presto, così i suoi occhi si stavano chiudendo automaticamente appena udì la porta di camera sua aprirsi, nel buio, e restò ferma, fingendo già di dormire. Lena Luthor fece più piano possibile, i suoi passi si sentivano appena scricchiolare sul pavimento di legno; andava da una parte all'altra della stanza, si preparava per entrare sotto le coperte, e quando Kara non udì più alcun suono capì di aver fatto. Era sollevata che in fondo, dopo un inizio burrascoso, le cose stessero andando bene tra loro. Nessun dispetto con l'intento di svegliarla, nessun rumore molesto. Si stava lasciando abbandonare al sonno, rilassandosi, stiracchiando le dita dei piedi e sorridendo, fino a quando il rumore di una sigla e una voce chiara e alta in sottofondo non le fecero prendere un colpo, svegliandosi di soprassalto. Aprì gli occhi e fu investita dalla luce del telefono di Lena, acceso e chiassoso. Lei era sdraiata con il cellulare acceso tenuto tra le mani.

«Un documentario, Alex, quella guardava un documentario che si è protratto per ben due ore e ventisette minuti, e lo so bene, questo, Alex, perché non ho chiuso occhio», le raccontava la mattina dopo, in bagno. Appena aveva visto la sorella passare per il corridoio l'aveva presa e trascinata dentro contro la sua volontà mentre andava a fare colazione.

Alex la guardava trattenendo una smorfia dal sonno. «Hai un aspetto orribile…».

Kara vedeva le sue occhiaie a un metro e mezzo dallo specchio del bagno. «Appena cercavo di dormire, e credimi se ti dico che ci provavo, una musica altissima me lo impediva. Lo faceva apposta! Appena chiudevo gli occhi ripartiva la musica, lo faceva apposta, Alex, apposta. E sai cos'altro ha fatto?», parlava senza prendere fiato, agitando le mani, «Ha mangiato il mio yogurt».

«Il tuo yogurt?».

«Il mio yogurt, Alex, quello all'albicocca; Eliza lo sa che è il mio preferito eppure lo ha fatto mangiare a lei», piagnucolò.

Alex si prese un momento di pausa e la guardò con attenzione, dalla testa spettinata ai piedi scalzi, per ritornare di nuovo sulle sue occhiaie. «Vedrai, troveremo una soluzione», le poggiò le mani sulle spalle e poi uscì dal bagno, trascinandosi stancamente con le ciabatte. «Prima lavati la faccia, o il nemico capirà di star vincendo facile».

Nemico. Kara si affacciò allo specchio del bagno e si guardò con attenzione, rimuginando su quella parola. Ci rimuginò a lungo anche nei due giorni successivi, in particolar modo quando Lena si chiudeva nell'unico bagno di casa, escludendo quello della camera padronale, per più di mezzora, quando sempre lei vedeva il suo documentario al cellulare prima di dormire, quando faceva fuori tutti i suoi yogurt all'albicocca e, non contenta, apriva le confezioni del gelato a due gusti e ne mangiava uno solo, obbligando loro a mangiarsi l'unico rimasto. A volte si chiudeva nella loro camera in comune e, per quanto Kara bussasse per entrare, lei non rispondeva perché lavorava con il suo laptop. Quando finalmente usciva neppure la guardava e camminava a naso in su con fare superiore.

E se Lena Luthor non faceva che complicare le cose, Lillian Luthor cominciava seriamente a innervosire lei e Alex. Sì, vedere la loro madre così solare mentre lei e Lillian si abbracciavano sul divano per guardare la televisione era una scena che riusciva sempre a far sciogliere il cuore di entrambe, ma il viso di quella donna, sempre così tirato e innaturale, rovinava il bel momento. Intanto, ogni occasione era buona per coglierle con inviti a fare qualcosa con lei oppure in famiglia.

«Alex». Una mattina spalancò la porta del bagno che lei aveva lasciato socchiusa mentre si lavava i denti, sorridendole. «Che ne diresti se ci facessimo una bella chiacchierata madre-figlia questo pomeriggio, ti va bene?».

Non le rispose, con la bocca che colava dentifricio.

Oppure sorprendendo Kara in momenti casuali della giornata.

Guardava il frigorifero svogliata scoprendo che Lena aveva fatto scomparire anche l'ultimo yogurt. Chiuse lo sportello e si ritrovò Lillian Luthor davanti a lei, facendola sobbalzare dallo spavento. «Kara. Che ne pensi se, questa sera, ci guardassimo un film tutte insieme in salone? Potresti sceglierlo tu, va bene?».

Alex parlava al cellulare e Lillian Luthor si era palesata davanti a lei, in cortile, con le mani l'una sull'altra e non mancò di guardarla finché non terminò la sua chiamata con Maggie. «Lillian…?».

«Alex, cara, mi chiedevo se ci fosse qualcosa che potessimo fare per avvicinare la famiglia. Sai, ho come la sensazione che le cose tra Kara e Lena non stiano andando troppo bene e vorrei unirle, ma non so… Tu hai qualche idea? Cosa piacerebbe fare a Kara? La serata film non è andata molto bene…».

Kara aveva scelto un film d'amore e Lena non aveva fatto altro che sbadigliare rumorosamente dai primi dieci minuti. Per dispetto, Kara che era al suo fianco, le aveva sfilato dalla schiena uno dei suoi cuscini preferiti, così Lena aveva cercato di riprenderselo, e a metà film la situazione era degenerata tanto che Eliza aveva confiscato tutti i cuscini quando avevano iniziato a darseli addosso, ma piano, fingendo di non farlo.

«Ti è caduto il cuscino».

«Sicura? Mi era parso fosse caduto a te, non vorrei restassi senza».

Alex trattenne una risata al ricordo, guardando il viso di Lillian seriamente colpito dalla situazione. «Emh… non lo so… Kara in realtà è una persona molto semplice, potrebbe prendere più in simpatia Lena se, ad esempio, le lasciasse anche solo il suo yog-».

«Cosa ne pensi di un gioco tutte insieme?», la interruppe e Alex si zittì. «Sì, un gioco da tavola potrebbe spingere tutte a conoscerci meglio». Se ne andò, lasciandola perplessa.

E così quella sarebbe presto entrata nei ricordi della famiglia Danvers, o Danvers-Luthor, come la peggior giocata a Monopoly da quando la scatola del gioco entrò in quella casa. Kara non era mai stata una cima nei giochi di società, specie in quello specifico gioco, ma soprattutto in quella specifica sera, scoprì: Lena Luthor riuscì ad acquistare il 75% delle proprietà sul tabellone in meno di quindici minuti di gioco, spillandole fino all'ultimo centesimo, notando con quanta goduria amava dirle di doverle dei soldi.

«Presto finirai per dormire sotto ai ponti, Kara», rise Lillian Luthor, contagiando anche Eliza. Facile per lei parlare, essendo seconda. Alex non ci provò, fulminata da una sola occhiataccia.

«Se non finirò per comprare anche quelli», sottolineò Lena a bassa voce.

Eliza e Lillian erano troppo prese tra loro per sentirla, ma Kara non si lasciò sfuggire quel sussurro e lo stesso Alex, che tentò di fermare la sorella con uno sguardo, inutilmente. «Beh, forse non riuscirai a farlo: dicono che faccia malissimo al cervello guardare il cellulare prima di dormire».

Lena la degnò appena di mezza occhiata prima di riprendere con accuratezza a sistemare le file delle sue banconote sul tavolo. «Guardare le ultime scoperte nel campo della biotecnologia mi aiuta a conciliare il sonno. Durante la notte, mentre dormiamo, la mente umana continua a lavorare su quanto abbiamo appreso quando eravamo coscienti. Non mi sorprende che tu non lo capisca, dopotutto io sono solo una ricca sfondata che pensa di essere migliore di voi perché ho dato gli esami di due anni in uno».

«Scusa?». Kara impallidì, deglutendo: le stava davvero rivoltando contro la sua discussione al telefono con Alex quando erano sul treno? La ricordava fin troppo bene, pensò.

«Kara, Lena scherzava, non prenderla così sul personale», la implorò Eliza. La sua voce era paziente, ma il suo sguardo raccontava una storia diversa.

Alex pensò di intervenire prima che la cosa degenerasse come con la serata film, con le pedine e le casette al posto dei cuscini. «Lena, Kara intendeva dire che i raggi dei telefoni- È solo che non riesce più a dormire e la cosa la rende nervosa».

«Lo avevo notato», battibeccò. «Immagino dovrà pazientare finché non diventerà un'abitudine e il suo corpo si adeguerà di conseguenza».

«Lena, potresti essere più gentile», rimarcò Lillian.

Lei sospirò, prendendo i dadi dal tabellone. «Potrei. Ma così è più divertente», si lasciò andare a un forzato sorriso. Lanciò i dadi. Stava per muovere la pedina quando Kara si alzò facendo cadere la sedia e infine gettando il tabellone e tutto il gioco a terra, raggiungendo a passo svelto camera sua.

 

                                                                   

 

Eliza non riusciva, per la prima volta da quando l'aveva adottata, a capire appieno il comportamento di sua figlia. Era sempre stata una bambina un po' aliena in tutto; con lei aveva dovuto ricominciare daccapo su parecchie cose ed era scesa a patti con altri per farla stare tranquilla e per renderla una Danvers a tutti gli effetti, adesso le sembrava quasi di dover fare il giro e di dover ricominciare daccapo un'altra volta, di dover tentare un approccio diverso. Di tutto si sarebbe aspettata meno che le due loro figlie, quelle che avevano più cose in comune, si sarebbero fatte i dispetti come due adolescenti.

«Forse dovrei chiedere ad Alex», si massaggiò la tempia nel dirlo, provata da quella situazione che andava a peggiorare, «di scambiarsi camera con Kara. Alex è più matura e… la cosa non le piacerà, lo so, ma non vedo alternative».

Dietro di lei, seduta sul materasso, Lillian Luthor cominciò a massaggiarle la schiena, ed Eliza si lasciò sfuggire un sorriso rilassato. «Sei certa che separarle possa essere la soluzione?», intervenne. «Sono convinta che tutto sia dovuto a questa novità. Kara sarà esplosa questa sera, ma Lena riuscirebbe a far arrabbiare anche i santi; è lei che ha esagerato. Secondo me dovremo dare loro del tempo, non si conoscono e non fanno che stuzzicarsi a vicenda; quando scioglieranno i muri che si sono imposte, si guarderanno per la prima volta e impareranno a volersi bene». Sentì Eliza sospirare.

«Lena avrà anche esagerato, ma non ho mai visto Kara comportarsi così… Certo, quando aveva quindici anni era una vera gatta da pelare, troppo suscettibile e con voglia di disobbedire, un po' come tutti gli adolescenti, anche se naturalmente non come Alex, no», scosse la testa, «perché era quasi sempre lei la mente di tutto e a creare problemi… Ma Kara è gentile, e dolce, non fa queste cose. Lei riesce sempre ad andare d'accordo con tutti e non capisco proprio perché si lasci provocare da Lena in questo modo».

«Potremmo organizzare delle belle uscite tutte insieme, funzionò con Lena quando era bambina», mormorò l'altra con un sorriso.

«Potremmo, sì…», parve pensarci, «Forse hai ragione». Si girò il tanto per trovare il suo viso e scambiarsi un bacio.

 

Lena era già in camera, probabilmente a guardare uno dei suoi preziosi documentari, pensava Kara, ma lei non aveva avuto voglia di raggiungerla in stanza e si era seduta in cucina, guardando il vuoto. Tanto non sarebbe riuscita a dormire comunque. Alex era seduta nella sedia accanto.

«Cosa ti ha fatto sapere Maggie? Su Lillian?», le chiese la prima, senza guardarla.

«Non ha potuto approfondire. Ha dato una veloce occhiata ed è uscito fuori che è una donna potente, d'affari, intelligente, ricca, tutte cose che già sapevamo. Appena potrà riprovarci, mi darà aggiornamenti». Alex guardò la sorella con attenzione, sapeva a cosa stava pensando. «Non ti piace Lena, ma ancora meno Lillian». Kara si girò a guardarla, senza dire una parola. «E comunque, quella ragazza sta cercando di far uscire il peggio di te, Kara. Glielo stai lasciando fare… Tu non sei così».

«Ma-», s'interruppe, imbronciandosi.

«E non dirmi che è stata lei a iniziare».

«È stata lei a iniziare, Alex!», brontolò. «Lo so che lo fa apposta, ma non riesco a farne a meno, mi fa saltare i nervi. Mi guarda in un modo, e come si atteggia, e hai visto come mi ha risposto durante il Monopoly?», gonfiò le guance, «Si crede tanto furba, ma lei non sa che non può vincere in questa casa».

«Stai citando Home Alone?».

«Gliela farò pagare, Alex. Te lo posso assicurare», annuì con decisione, «Eliza è troppo cieca per vedere chi si è portata in casa, ma ci siamo noi».

Alex la guardò per un attimo, poi di colpo scese il piede destro che aveva appoggiato comodamente sulla sedia, rimettendosi composta e annuendo. «Mentre aspettiamo aggiornamenti da Maggie, indagheremo su Lillian per conto nostro. Quelle due sono troppo diverse… deve per forza esserci qualcosa sotto, non mi convincono».

«E intanto faremo guerra a Lena».

«No, non mettermi in mezzo in questa cosa».

«Faremo guerra a Lena», ribadì Kara, con una nuova luce negli occhi. «Guerra vuole, e guerra avrà».

 

 

Chapter Text

 

 

Lena si alzò alle sette e un quarto puntuale come al suo solito. Guardò con appena dell'interesse il rigonfiamento sotto le coperte nel letto vicino e, con tutta calma, si sistemò il suo e si portò da cambiarsi in bagno, dove uscì mezzora dopo perfetta come sempre, con una gonna a tubo, scura, una maglietta chiara e leggera e i lisci capelli corvini ancora bagnati, da un lato. Anche se non doveva uscire, poiché in quel posto di periferia non avrebbe saputo proprio dove andare, non era solita girare per casa Danvers, che non considerava di certo anche Luthor, in modo informale. Per lei, era tanto se indossava dei sandali da casa invece di quelli per uscire. Lillian Luthor aveva provato a convincerla a smettere, nessuna di loro indossava indumenti come se stessero per correre in ufficio, ma erano state parole a vuoto. Lena Luthor non poteva fare come a casa, perché non si sentiva a casa.

Andò spedita al piano di sotto; sapeva di dover fare presto prima che la minore delle Danvers si svegliasse o non sarebbe riuscita a farla piagnucolare sullo yogurt. Era un bene che quella ragazzina non riuscisse a dormire quando lei guardava i video dal cellulare, così al mattino era talmente stanca da dormire più del solit- si bloccò appena sceso l'ultimo scalino, guardando davanti a lei, seduta a tavola, Kara Danvers in t-shirt e pantaloncini che leccava un cucchiaino. Appena si accorse di lei, quella sorrise con estrema soddisfazione.

«Ops, erano solo quattro…», bofonchiò, indicando i quattro barattolini di yogurt vuoti sul tavolo. «Spero non ne volessi anche tu».

Era stata una settimana estenuante quella appena trascorsa, ma Kara era certa che il bello doveva ancora venire.

 

«Ti sei mangiata quattro barattoli di yogurt? Tutti insieme?». Alex tentò con ogni mezzo di non urlare, stringendo i denti e picchiando la sorella contro una spalla.

Kara aveva un aspetto tutt'altro che sereno: si reggeva la pancia dolorante e gonfiava le guance dalla nausea.

«Non stai facendo sport in questi giorni, non riuscirai a digerire come al solito. E quattro barattoli sono troppi anche per te, Kara».

«Ho aperto il frigo e ho visto che erano quattro, Eliza doveva averne comprato due in più del solito perché li mangia anche lei, non potevo mica lasciarglieli, scusa», strinse le labbra, gonfiando gli occhi, «Mi sono sacrificata per vincere la guerra».

Erano nella camera padronale, in maestoso silenzio poiché nessuno doveva sorprenderle là dentro. Eliza e Lillian erano in giardino a sistemare le piante nella piccola serra, come ogni mattina, e non avevano visto Lena da quando la sorprese a finire il quarto yogurt. Kara si accasciò sul letto, mentre Alex apriva i cassetti che avrebbero contenuto i segreti di Lillian Luthor.

Tailleur, abiti ricamati, costosissimi pezzi che Alex temeva anche solo di toccare per non sgualcirli. Aprì un altro cassetto e altri abiti. Il terzo cassetto conteneva solo intimo e non indugiò a lungo. Nel quarto cassetto trovò orologi, pochette e, in fondo, dei documenti. Allungò la mano per prenderli e riuscì a sfilare una foto in bianco e nero che catturò subito la sua attenzione.

«Ehi, Kara, guarda».

«Cosa?», brontolò, cercando di mettersi seduta mantenendosi la pancia con sofferenza.

«Questo deve essere il suo vecchio marito, Lionel Luthor», le mostrò il ritratto nella foto. Un uomo dallo sguardo fermo come da famiglia, severo, freddo. Aveva i baffi e la barbetta perfettamente curata, i capelli lisci tenuti da un lato con una riga. «Non sembra una vecchia foto, forse è stata scattata non troppo distante dalla sua morte».

«Per cosa è morto?».

«Malattia, infarto, incidente alla Luthor Corp, ci sono molte supposizioni e non è mai stato diffuso nulla di ufficiale», rispose con serietà, guardando di nuovo la foto con attenzione. «Qui non sembra malato».

«Magari è stato davvero solo un'incidente», rispose, trattenendo un gemito di dolore alla sua pancia che brontolava.

«O magari la famiglia Luthor nasconde qualcosa», sussurrò la sorella. «Lillian Luthor è una donna abituata a una vita molto diversa dalla nostra, suo marito era molto più simile a lei. Cosa ci fa adesso con nostra madre?», chiese più a se stessa che a Kara. Il brontolio della pancia risuonò nella stanza e Alex rimise a posto la foto, scuotendo la testa. Dalla finestra aperta udì Eliza e Lillian rientrare. «È meglio tornare domani».

«Adesso hai bisogno di me?».

«No», scosse la testa, «Hai in mente dell'altro?».

«No, devo solo correre in bagno».

 

Non sembrava facile reperire materiale bollente su Lillian Luthor. Sebbene fosse vero che aveva preso la loro casa come sua, non poteva davvero aver portato ogni genere di cosa interessante con lei nella casa che pensava avrebbero usato solo per le vacanze. Se voleva davvero trovare qualcosa di compromettente, Alex sapeva che l'ideale sarebbe stato mettere mano nella sua casa a National City. Ma per quello avrebbe dovuto aspettare decisamente troppo.

«Dobbiamo prenderle il telefono», suggerì Alex in un bisbiglio.

«Non si accorgerà nemmeno che glielo abbia fatto sparire per qualche minuto».

«No, Kara. So che sei veloce, ma ho come la sensazione che lei sappia che abbiamo in mente qualcosa: lasceremo che sia lei a lasciarlo incustodito, provare a portarglielo via è troppo rischioso».

Tuttavia aspettare che fosse lei a dimenticarlo da qualche parte sembrava un piano destinato a diventare molto lungo e molto noioso. Loro non le toglievano occhio di dosso mai, ma forse aveva ragione Alex e la donna sapeva che stavano tramando qualcosa, poiché se lo portava sempre dietro. Nonostante le avesse detto di non farlo, Kara tentò di avvicinarsi a lei mentre teneva il cellulare poggiato su un mobile ma, com'era riuscita a prenderlo in mano, Lena la guardò e così lo rimise giù di scatto, cercando di far finta di niente, prendendo un biscotto dalla biscottiera. Kara era veloce, ma di certo la discrezione non era il suo forte e Lillian si voltò per sorriderle e per incastrarla in un colloquio madre-figlia. Amava fare loro domande sconvenienti e inopportune per poi non ascoltarne le risposte, continuando a intavolare una discussione a senso unico.

«Allora, Kara, come vai con lo studio?».

«Emh… non male, sto-».

«Anche il tuo ragazzo va all'università?».

Kara arrossì, sorridendo debolmente. «Io non ho ness-».

«Scommetto che vi vedete sempre lì al campus, eh? Non ti manca?».

Se avesse potuto, Kara sarebbe diventata ancor più imbarazzata, continuando a torcersi le mani con nervosismo. Stavolta riuscì ad aprire la bocca appena prima che la interrompesse:

«Ah, i giovani… Tutto amore e passione», sorrise e si allontanò, portando con sé il cellulare.

Kara restò impalata per qualche attimo, cercando di capire cosa fosse appena successo, per poi rendersi conto di essere ancora sotto stretto sguardo di Lena Luthor e arrossì violentemente, andandosene senza dire una parola.

Odiava quando la guardava, ancor più di quando cercava di farla arrabbiare. Sapeva che si stava organizzando la watchlist dei documentari per le notti a seguire, ma non sapeva che Kara Danvers aveva un piano. Se era difficile impossessarsi del telefono di sua madre, per quello di Lena era un gioco da ragazzi. Si nascose dietro la porta della camera di sua sorella e attese che Lena uscisse dalla loro camera in comune per scendere in cucina per sgattaiolare veloce, entrare in camera e prenderle il cellulare lasciato sul letto, e così cambiare la batteria con una delle sue vecchie che teneva in un cassetto. Era esauritissima e le avrebbe offerto un buon vantaggio. Una volta tornata, Lena non si sarebbe neppure resa conto dello scambio.

Kara si mise a letto serena e quando il documentario partì come sempre e la batteria si esaurì tanto in fretta che non trascorsero neppure venti minuti di video, le lamentele di Lena erano state la sua buonanotte.

Il giorno successivo Kara era pronta. Sapeva che Eliza aveva ricomprato gli yogurt quando lei e Lillian erano uscite a prendere il giornaliero, dunque si alzò alle sette, la sua coinquilina ancora dormiva, si cambiò in fretta con un pantalone corto e una canottiera e sistemò il pigiama sotto le coperte per far pensare di essere ancora là sotto, così uscì dalla stanza con passo felpato. Erano ancora tutti a dormire e camminò sicura per il corridoio, tanto sicura che sbatté il naso contro la porta del bagno che si aprì di colpo. Lena Luthor la guardò sorpresa, ma Kara era troppo preoccupata a massaggiarsi il naso e a lamentarsi per accorgersi di lei che fece di tutto per trattenere una sincera risata.

«In piedi così presto? Beh, è perfetto, potrai farmi compagnia durante la colazione».

L'aveva ingannata, accidenti, chissà cos'aveva in mente di fare ai suoi yogurt. Mentre quella sparì in cucina lei si rintanò in bagno, rimuginando sul da farsi: non poteva davvero pensare di averle fatto credere di essere ancora a letto, usando il suo stesso trucco. Il nemico imparava in fretta le regole del gioco, pensò.

Scendendo le scale vide con sconcerto che i suoi quattro yogurt erano sul tavolo accanto a un cucchiaino, sopra la sua tovaglietta blu e rossa da colazione. I suoi sensi di ragno le dicevano che era una trappola. Si accostò con cautela, guardandosi attorno con disagio, finché non vide arrivare Lena con una piccola tazza di caffè tra le mani. Le sorrise mentre si sedeva nel posto davanti a quello con la sua tovaglietta, facendole cenno di accomodarsi proprio lì. Ora era certa che fosse una trappola.

Kara la fissò mantenendo uno sguardo duro, sedendo a rallentatore davanti ai suoi yogurt.

«Sai, non ho potuto fare a meno di notare, ieri, quanto ti piacessero gli yogurt. Così quando li ho visti in frigo, poco fa, ho pensato di lasciarteli. Buon appetito». Soffiò contro la tazzina di caffè, fissandola a sua volta.

Kara deglutì, prendendo uno dei barattoli e aprendolo. Accidenti. Accidenti. Accidenti. Il suo piano era di mangiarne uno solo e nascondere gli altri in modo che Lena non li trovasse, non era proprio pronta all'idea di passare un'altra giornata col mal di pancia. Quella però era una sfida che Supergirl non poteva rifiutare. Ci immerse il cucchiaino e cominciò a mangiare con ingordigia, non trattenendo mugolii di apprezzamento. «Grazie, è così buono…», bofonchiò a bocca piena.

Lena sorseggiava il suo caffè, non mancando di guardarla un solo attimo. «Sì, ne mangiavo uno un'oretta dal caffè, me lo portavo via, sai, per non avere fame più tardi, ma considerato quanto ti piacciono, penso di poter mangiare dell'altro».

Kara si costrinse un sorriso, per poi ingoiare un grosso boccone. Prese uno dei barattoli e lo lasciò accanto a lei. «Prendilo pure, ma figurati».

«Oh, no, davvero», lei lo riportò indietro, «Dopotutto questa è casa tua, non mi permetterei mai».

«Insisto». Kara riprese lo yogurt ma Lena la bloccò con la mano sulla sua.

«Non ci pensare».

Kara deglutì e lasciò stare, continuando a mangiare intanto che lei beveva il caffè.

 

«Non ci credo che ti sei mangiata di nuovo tutti e quattro gli yogurt».

«Dovevo farlo, Alex, lei mi stava guardando. Pensava che le chiedessi pietà e invece si sbagliava, gliel'ho fatta vedere io! Ho uno stomaco d'acciaio», si batté contro una mano e subito dopo si lasciò andare un lamento di dolore, accasciandosi sul letto padronale.

Alex riaprì il cassetto scoperto il giorno prima e cominciò a sfogliare i documenti per vedere di cosa si trattava. «Se continui con questa faida, passerai il resto della tua vita in bagno».

La maggiore scoprì presto che i documenti non erano altro che bozze e articoli scientifici sugli esperimenti che conducevano alla Luthor Corp, e a meno che quegli esperimenti non fossero eseguiti sugli alieni o non ci fosse spiegato qualcosa di illegale non le erano di alcuna utilità.

La loro unica chance era avere quel telefono, ma ogni volta che si avvicinavano all'obiettivo, mancava poco che Lena Luthor le scoprisse. Intanto, Kara non sembrava voler affatto abbandonare l'idea di farle guerra, al contrario ogni volta che sentiva la nausea questa la spingeva a fargliela pagare.

Così le fece mancare l'acqua calda durante una delle sue lunghe docce, gettò un pizzico di sale quando nessuno guardava nel suo piatto, staccava il modem di casa quando accedeva al wi-fi con il suo laptop. Lena sapeva bene che era lei a farle capitare di tutto, eppure non ne faceva cenno con sua madre e si limitava a subire e a guardarla con disprezzo. Kara sapeva che avrebbe dovuto fare un colpo grosso adesso che ne aveva l'occasione, prima che lei contrattaccasse. Intanto, aveva caldamente consigliato ad Eliza di non ricomprare più yogurt per un po' di tempo.

 

Il giorno dopo era quello che Lillian aspettava più di tutti, poiché aveva prenotato per cinque in un parco acquatico. Pranzarono in mattinata per partire per mezzogiorno. Ognuna di loro si portò dietro una borsa con le cose essenziali e sia Kara che Alex tennero particolarmente d'occhio quella di Lillian da quando la videro far scivolare il suo telefono in una delle tasche. In piscina. Ce la dovevano fare.

Il sole era uno spettacolo bollente, sapevano di aver azzeccato la giornata ideale da passare in un posto simile. Si accorsero del gran numero di visitatori da quando varcarono le porte ed Eliza e Lillian si strinsero emozionate come due bambine. Avevano prenotato i loro cinque sdrai davanti a una piscina per adulti e appena arrivate poggiarono le loro borse. Lillian aprì subito l'ombrellone accanto al suo sdraio e lei ed Eliza avvicinarono i propri per stare l'una con l'altra sotto l'ombra. Kara si spogliò subito, guardando con fermento da una parte all'altra com'erano circondate da acqua, scivoli, piattaforme altissime, giochi di tutti i tipi. Alex dovette ricordarle del loro piano per impossessarsi del cellulare poiché spesso e volentieri aveva anche lei la tendenza ad emozionarsi come una bambina. Anche Lena si spogliò, senza fretta. Kara non si lasciò sfuggire come d'improvviso aveva attirato su di sé più di uno sguardo. Odiava ammetterlo, ma era davvero bellissima: indossava un bikini completamente nero che le faceva risaltare la pelle diafana e le forme. Non era affatto come lei, che aveva un fisico più asciutto per via dello sport, Lena sembrava straordinariamente morbida, tonica, e cos'erano quelle? Pensava, fissandole, mentre lei si sdraiava al sole; doveva portare almeno una terza abbondante. Glielo avrebbe chiesto se fossero state più amiche che nemiche.

«Kara!».

Alex la fece trasalire e arrossì di colpo, immaginando che l'avesse vista fissarle il seno. «Non è come pensi».

«Come pensi? Come penso cosa?».

«Come pensi che stessi facendo quel che non ho fatto», disse d'un fiato, «Perché non l'ho fatto! Stavo solo pensando e-e il resto…», indicò vagamente verso i loro sdrai, «è pura coincidenza».

Alex guardò la sorella e dopo gli sdrai, cercando di capire almeno una parola del farfuglio di cose che aveva detto. «Oookey… Ascoltami, resta concentrata, sorellina. Oggi è la nostra serata: appena Eliza e Lillian si alzeranno per andarsi a bagnare, le prenderemo il cellulare e ci allontaneremo piano. Prima che tornino sarà già al suo posto».

«Ottimo», annuì, sentendosi ancora agitata.

«Lena potrebbe essere un problema».

«Lena? Perch-».

«Perché è sempre in mezzo», guardò la sorella, «Svegliati, Kara, sei sempre tu la prima a fare la guerra a Lena Luthor. Non lasciarti deconcentrare dai giochi d'acqua, abbiamo una missione! Se dovesse essere ancora lì quando Eliza e Lillian se ne vanno, allora tu dovrai distrarre Lena».

«Perfetto! Perché io?».

«Perché è te che odia di più», le poggiò le mani sulle spalle, tentando un incoraggiamento.

Come sempre quando dovevano portare a termine un piano che confidava nei movimenti degli altri, questo era destinato a non portare alcun frutto. Senza perderle d'occhio un attimo, e quindi con dispiacere di Kara senza andare in giro per il parco acquatico ma restando nella piscina vicina, giocarono con una palla cercando di evitare i materassini degli altri, nuotarono, si fermarono a bordo piscina per chiacchierare, e poi giocarono ancora, non sapendo cosa fare. Eliza e Lillian si erano mosse solo per mettere l'una sull'altra la crema solare e per passarsi delle riviste. Lena Luthor, invece, si era messa la crema ed era rimasta nel suo sdraio tutto il tempo, con la testa coperta da un ombrellone.

«Sarà passata più di un'ora…», borbottò Kara, abbracciata al pallone che la teneva a galla in piscina. Guardava le due donne e poi Lena, ancora immobile.

«Un'ora e trentatré minuti», aggiunse Alex, dando un'occhiata al suo orologio digitale, nuotando accanto alla sorella. «Dobbiamo smuoverle, non possiamo perdere anche questa sera. Una settimana e torneremo a National City: dobbiamo sciogliere i nostri dubbi su questa relazione prima che possiamo o poi sarà tardi…».

Kara le guardò ancora e poi di nuovo Lena, alzando il pallone e sogghignando. «Bomba in arrivo!», tuonò, lanciando la palla. Colpì Lena in pieno, bagnando lei e lo sdraio, schizzando Lillian ed Eliza poco distanti.

Lena si alzò con uno scatto e guardò le due in cagnesco, abbassando gli occhiali da sole.

«Sei migliorata sui lanci, vero? Bella mira», bisbigliò Alex.

«Supergirl non sbaglia mai un colpo».

«Congratulazioni, sorellina! O finirà per amarti così come sei o ti odierà per il resto dei tuoi giorni», rise, raggiungendo la scaletta.

Lena lanciò a Kara un'altra occhiataccia mentre si alzava dallo sdraio e recuperava un asciugamano. Kara la tenne d'occhio, sorridendo, prima di decidere di uscire dall'acqua anche lei.

Alex convinse Eliza e Lillian a fare un giro per il parco; ora che erano entrambe bagnate, potevano essere schizzate senza problemi lungo le varie piscine e giochi, e non potevano proprio permettersi di non godersi appieno di ciò che offriva la giornata. «Vi farete tanti bei ricordi insieme per il futuro», rise, spingendo sua madre, accanto a Lillian.

«Oh, Alex», Eliza rise, stringendo Lillian di schiena, che camminava a un passo da lei. «E va bene, avremo dei ricordi per quando saremo vecchie e avvizzite».

«Io continuerò a portarti in piscina anche da vecchia e avvizzita», rimbeccò Lillian.

«Sarai vecchia e avvizzita con me?».

«No, parlavo di te. Io continuerò a essere una signora di classe».

Risero ed Eliza le diede un colpetto a un braccio, per poi prendersi la mano, continuando a camminare verso un'altra piscina.

Alex restò indietro, guardando le loro mani unite con un misto di intenerimento e orrore.

Kara riprese il pallone, prima che Lena avesse una mezza idea di bucarglielo, e lo trascinò con sé verso Alex.

«D'accordo, Kara, ottima mossa e ora tocca di nuovo a te», sussurrò a un passo da lei, «Scusati con Lena e offrile qualcosa nel bar laggiù», si voltò, indicando una casetta rotonda in mezzo a tanti bagnanti. «Mi serve solo-».

«Scusarmi?», sbottò. Si tappò la bocca quando pensò di averlo detto a voce troppo alta, guardando verso Lena, che passava l'asciugamano anche sullo sdraio. C'era molta gente, si capivano appena parlando a bassa voce tra loro, ma non voleva rischiare. «Non pensavo di doverlo fare! Perché non le offri qualcosa tu?».

«Perché non sono stata io a lanciare il pallone. Che senso avrebbe?».

«Perché sei una buona sorella maggiore e vuoi prenderti cura di me cercando di riparare ai miei sbagli?», la guardò speranzosa.

«Vai», rimarcò bene, aggrottando le sopracciglia. «Portati dietro il cellulare, ti manderò un messaggio quando avrò quello di Lillian». La spinse verso i loro sdrai e Kara gonfiò le guance, raggiungendo Lena.

Quel piano cominciava a non piacerle più. Sbuffò, appoggiando il pallone sul suo sdraio, guardando Lena che si risedeva nel suo. Fece un colpo di tosse e si avvicinò cautamente, passandosi le mani nel pantaloncino da mare. Vide i suoi occhi verde chiaro, glaciali, che la fissavano, sopra gli occhiali da sole.

«Avete deliberato?».

«Cosa?».

«Tu e tua sorella. Avete deciso la prossima mossa?». Si sfilò gli occhiali da sole, poggiandoli sul piccolo tavolino su cui era incastrato l'ombrellone, guardando lei con attenzione.

Kara arrossì, sforzandosi di non far cadere il suo sguardo sul suo seno. Normalmente non ci avrebbe fatto tanto caso, lo sapeva, ma lei era in piedi e Lena stava seduta, bucavano il suo campo visivo, non era certo per malizia. Temeva per lo sforzo di passare per una statua di cera.

«Non so cos'avete in mente, ma è chiaro che qualcosa c'è».

«No», sbuffò, ridendo, «Alex mi stava sgridando per… il pallone, sai, pensa che sia stata una cosa poco carina». Si dondolò, non sapendo come continuare. «Forse mi dovrei… scusare con te».

Lena inarcò un sopracciglio, scrutandola con meraviglia. «Quindi vuoi chiedermi scusa perché tua sorella ti ha detto di farlo?».

«Sì! No, no, lo avrei fatto comunque».

Lena Luthor non sembrava molto convinta, ma scrollò di spalle, annuendo. «Scuse accettate».

«Tutto qui?».

«Pensavi mi sarei vendicata buttandoti in piscina? O staccandoti il wi-fi quando ti connetti da casa?», fece una smorfia con le labbra, «Che cosa infantile».

Kara arrossì ancor di più, colpita nel segno. Si girò verso Alex, che la incitò con lo sguardo, e allora fece un altro colpo di tosse, decidendo di riprovarci. «Va bene, tu non mi piaci e io non piaccio a te, ma-».

«Tu mi piaci».

«Cosa?», la fermò di colpo e Kara spalancò gli occhi.

«Mi piaci. All'inizio no, lo ammetto, ma mi piace quando ti arrabbi; prenderti in giro è una delle cose più divertenti che io abbia mai fatto», si sdraiò, riprendendo gli occhiali da sole e infilandoseli; probabilmente pensava che la discussione stesse terminando.

Kara deglutì, dondolandosi ancora e massaggiandosi un braccio per il nervosismo. «Farò finta di non aver sentito».

«Come preferisci».

«Dicevo che, nonostante non ci piacciamo», digrignò i denti, sottolineando un per niente, «siamo costrette a frequentarci per le nostre madri. Quindi mi vorrei scusare con te offrendoti qualcosa».

Lena si abbassò di nuovo gli occhiali, guardandola dritta negli occhi.

«Nel bar», sorrise Kara, «Laggiù. Adesso».

«Oh, va bene».

Si alzò e Kara lanciò uno sguardo ad Alex, che le fece cenno di andare via. Lei non pensava avrebbe accettato, sembrava troppo facile. Lena si agganciò un pareo colorato in vita, seguendo Kara che aveva recuperato il suo cellulare e il portafogli.

Solo adesso Kara notò di essere più alta di Lena, camminandole a fianco. Per un attimo si chiese com'era possibile, era certa di essere stata più volte a un passo da lei e di essere più bassa, ma al parco acquatico non indossava scarpe né stivali, solo infradito, niente tacchi. Sembrava quasi una persona normale non agghindata come una ricca donna d'affari. Passeggiarono accanto fino a una delle pedane di legno che portavano alla casetta, notando entrambe quanta gente ci fosse prendendo da bere e quanta seduta negli sgabelli posti intorno al piccolo locale interno del parco. Una bambina con un grosso coccodrillo gonfiabile passò davanti a loro di corsa e per poco Kara non sbandò addosso all'altra. Lena era rimasta zitta e seria per tutto il breve tragitto.

«Cosa vuoi prendere?», le chiese Kara, massaggiandosi le mani, guardando la casetta e la gente in fila, invece di guardare lei.

«Tu cosa avevi in mente?».

In quel momento Kara sentì il cellulare vibrare e ci diede una veloce occhiata, leggendo di Alex che non era ancora riuscita a impossessarsi del telefono perché Eliza e Lillian erano tornate indietro, dicendo che ci avrebbe pensato lei. Strinse le labbra in una smorfia di disapprovazione, ricordandosi poi che Lena aspettava ancora una sua risposta. «Una cola?».

«Per me va bene», la fissò e poi il suo cellulare con aria di curiosità.

Una cola come tutte le persone normali, pensò ancora Kara. Niente vestiti eleganti, una cola. Era strano pensare fosse la stessa Lena di sempre.

Kara si guardò ancora intorno, pensando al da farsi. Forse Alex avrebbe avuto bisogno del suo aiuto, ciononostante riportare Lena indietro significava tornare al punto di partenza. Mancavano ancora due persone e poi avrebbe ordinato da bere. «Perché non vai a sederti là e mi aspetti?», le indicò una delle poche panchine rosse ancora vuote intorno alla piazzetta su cui al centro c'era il piccolo bar, dove molte altre persone stavano consumando. «Ancora due persone e sono da te», le sorrise e Lena la guardò attentamente, come se sospettasse qualche tiro mancino, ma non scorgendolo annuì.

«Ti aspetto, allora».

Kara la guardò andarsi a sedere, poggiandosi contro la panchina e perdendosi con lo sguardo. C'era gente che rideva, schiamazzi, un ragazzo brillo che gridava contro gli amici, delle famiglie con bambini, coppiette felici, e poi c'era lei, Lena Luthor, che sembrava non far parte di quel quadro, che era fuori, distante da tutto, nella sua serietà e malinconia. Un po' troppo malinconica, pensò. Forse lei aveva davvero esagerato nel prenderla di mira, dopotutto.

«Oh, scusami». Un ragazzo le andò addosso e si fermò, scrutandola con attenzione dalla testa ai piedi. Kara gli scambiò un sorriso, guardando che mancava ancora una sola persona prima di lei, ma il ragazzo restò impalato, continuando ad ammirarla. «Wow… cioè, se sapevo che sarei finito ad andare a sbattere contro a te, mi sarei dato il tempo di farlo per bene».

Lei rise, scuotendo la testa. «Funziona mai?».

«Dovresti dirmelo tu», rise anche lui, grattandosi il capo.

Kara gli sorrise e passò avanti, vedendo che il suo turno era arrivato. Ordinò le due cola con ghiaccio, consigliato dalla barista, e guardò lui, che era rimasto al suo fianco. «Sei di queste parti?».

«Di National City».

«Anch'io». Era carino, pensò, forse non sarebbe stata nemmeno una cattiva idea scambiarsi il numero. Prese le due cola e pagò, allontanandosi con lui dalla casetta.

«Allora, come ti chiami?».

Kara stava per aprire bocca quando un braccio le circondò la vita e in un attimo si sentì avvampare, sussultando.

«Ehi, tesoro, sono arrivate le nostre cola?», Lena le parlò con la voce calda all'orecchio destro, mettendosi in punta di piedi e circondandola in un abbraccio; il ragazzo sbiancò.

«Non avevo capito che- Scusa», barbugliò, alzando le mani. Infine sorrise e si defilò il più in fretta possibile, facendo slalom in mezzo alla folla.

Lena si separò da lei con un sorriso compiaciuto, prendendo una delle cola e bevendo un sorso dalla cannuccia.

Kara era rimasta senza parole, immobile. Sopo dopo qualche secondo di smarrimento decise di parlare, seguendola verso la panchina. «Questo era per la pallonata?».

«Umh, sì», sorrise ancora, sedendo, «E per la batteria del mio cellulare. La rivoglio indietro».

Bevvero seguendo con lo sguardo gli altri clienti del parco, senza dire più una parola. Un bambino che piangeva attirò l'attenzione di entrambe e lo guardarono finché il padre non lo prese in braccio e se lo portò via, sparendo dal loro campo visivo. Una coppietta stava bevendo le cola con la cannuccia, come loro, seduti su di un'altra panchina rossa come la loro, e Kara spostò lo sguardo, improvvisamente a disagio. La scena di prima era stata un colpo basso: quel ragazzo, che era da qualche parte in quel parco, pensava che loro fossero una coppietta come quei due. Spostò gli occhi verso Lena, guardando i suoi lineamenti duri, le guance rossastre per il sole, le spalle probabilmente scottate nonostante il bagno di crema solare. Ci mise troppo tempo a notare che i suoi occhi, dall'altra parte delle lenti nere, la stavano guardando. Si rivoltò di scatto, tuffando la bocca contro la cannuccia e bevendo rumorosamente. Che figura, pensò.

«Come fai senza occhiali?», le chiese Lena, interrompendo il silenzio che era diventato imbarazzante.

Il cellulare di Kara vibrò e lesse rapidamente il messaggio di Alex che le comunicava che era riuscita a liberarsi di nuovo di Eliza e Lillian, ma che stavano venendo verso di loro per bersi qualcosa di fresco. Oh no, pensava, di tutto avrebbe voluto meno che quelle due accanto che parlavano della loro famiglia allargata: dovevano spostarsi. Si alzò, cercando di finire di bere in fretta. «Andiamo a farci un giro? Cosa ne pensi?».

Anche Lena si alzò. Finirono la cola in fretta e gettarono il vetro nel cestino apposito e la cannuccia in quello a fianco, camminando verso un'altra pedana di legno che le avrebbe portate lontano dalla casetta.

«Sono ipermetrope», rispose alla sua domanda. «Non ho sempre bisogno degli occhiali, la mia vista si corregge da sola. Li indosso perché gli occhi si affaticano, tutto qui».

«Anche mio padre a volte indossava gli occhiali per non affaticare gli occhi».

Arrivando ai pressi di un'altra enorme piscina, restarono a bocca aperta vedendo i più coraggiosi che si lanciavano in acqua da pedane alte metri e metri.

«Dovremmo provare».

«Sssì», sussurrò Lena con una vena di sarcasmo. «Che bella idea! Ma vai tu, io penso che resterò qui a controllare la situazione».

Kara sorrise, voltandosi verso di lei. «Paura dell'acqua o dell'altezza, signorina Luthor?», le chiese con spiccato interesse. Lo sguardo di Lena non sembrava pronto a cedere: non le avrebbe fornito un'informazione tanto importante così facilmente. Il cellulare di Kara vibrò di nuovo, doveva essere Alex, ma stavolta lasciò perdere, qualsiasi cosa fosse poteva aspettare un attimo in più. Corse verso il bagnino e lo lasciò a lui in custodia insieme al suo portafogli, mentre Lena la guardava con il panico nello sguardo.

«Cosa vuoi fare?», le chiese subito, appena la rivide dietro di lei. Sorrideva, ma allo stesso tempo sembrava piuttosto spaventata.

«Andiamo a bagnarci! Io sono piuttosto accaldata, tu no?».

«Ti giuro, Kara Danvers, una sola mossa sbagliata e sarà il più grande errore della tu-».

Kara non seppe mai di cosa sarebbe stato il suo più grande errore, poiché con una piccola spinta Lena Luthor cadde in acqua e lei si inginocchiò davanti al bordo piscina, ridendo nel vederla tornare verso di lei. Nuotava bene, pensò: adesso era certa che a farle paura, prima, era stata l'altezza. Lena le prese una mano e poi l'altra, spingendola giù con lei.

Pensava che avrebbe scoperto un suo punto debole e niente di più, eppure si sorprese nel vederla ridere tanto, e per di più con lei, non contro di lei. Tentò di metterle la testa sotto ma Kara sgusciò facilmente della sua morsa e uscì dall'acqua, guardandola destarsi tra alcuni bagnanti, nuotando come una sirena per tornarle vicino.

«Adesso è ufficiale, Kara Danvers, sei nei guai», le disse, riemergendo. «In guai seri».

Lei le schizzò l'acqua muovendo i piedi. «Ah sì?».

«Non sai cosa può fare una Luthor».

«E se ti dicessi che non hai ancora visto niente?».

Forse era stato il divertimento inaspettato a convincere Lena a seguire Kara ancora una volta. Ripresero dal bagnino il portafogli e il cellulare e la seconda la trascinò per il parco, sorpassando le piscinette e i giochi per i bambini più piccoli, i giochi d'acqua con i gonfiabili fino ad ammirare The black hole, una piscina enorme sormontata da un percorso di tubi d'acqua da diversi colori da discendere con l'aiuto di un materassino. C'era una lunga fila, ma non sarebbe stato questo a scoraggiare Kara.

«Oh, sì, molto bello», la sentì dire alle sue spalle, mentre incrociava le braccia al petto. «Penso che sarà divertente vederti scendere in picchiata verso la morte. Ma su un materassino, quindi è un gioco sicuro», annuì con sarcasmo.

Kara rise. «Tu scenderai in picchiata verso la morte, su un materassino, con me».

Kara lasciò il telefono e il portafogli al ragazzo sotto la struttura: avrebbe ripreso tutto una volta scese. Così si misero subito in fila sulle scale verso l'alto da dove sarebbero partite e più Lena si accorgeva che la fila si accorciava in fretta, più diventava nervosa.

«Senti, è meglio se torniamo ai nostri sdrai», guardò giù, «Si chiederanno che fine abbiamo fatto».

«Te lo giuro», la fermò afferrandole un polso, quando di scatto pensò di girare per scendere, «Sei con me, non ti accadrà nulla. Concedimi questo, questo e basta, poi torneremo ai nostri sdrai». Lena la fissò intensamente, non sapendo cosa fare. Kara si sentì in dovere di aggiungere un per favore, a labbra strette.

La fila continuava ad accorciarsi e loro a salire qualche altro gradino più vicino al materassino che avrebbero dovuto prendere. Lena le aveva allontanato la mano per rimettere le braccia a conserte: Kara lo vedeva che era nervosa, eppure non glielo diceva chiaramente. Si sentì un po' come quando lei la incastrò a colazione con i quattro yogurt, solo che a parti invertite: per Lena quella era una sfida che non poteva rifiutare? Anche se le avrebbe fatto male? Lo sguardo di Kara si addolcì e sbuffò, per poi rivolgerle la parola.

«Dai, andiamo», le fece cenno con la testa, «Vedi se riesci a crearti una strada per scendere».

Le sorrise e Lena la guardò con sorpresa. «Credevo volessi provarlo».

Kara stava per rispondere, ma la fila si era bloccata a causa loro e l'uomo che avrebbe dato loro il materassino, a qualche scalino, le richiamò per salire. «Decidi tu», le disse all'ultimo e Lena guardò giù, alla fila che aspettava, e allo sguardo di Kara che la premeva a decidere in fretta.

Strinse i pugni e lo fece, decise, salendo gli ultimi scalini che restavano per la cima della struttura, seguita da una Kara piuttosto emozionata. Saltellava come una bambina e fu la prima a sedersi non appena l'uomo consegnò il materassino. Disse loro di tenersi saldamente, mentre Lena sedeva avanti, mantenendosi alle maniglie poste sui lati. Lui le spinse all'interno del tubo che per cominciare era giallo, sotto l'acqua che scorreva. Augurò loro buon divertimento e le lasciò andare. La forza di gravità le spinse giù con una forza impressionante, con l'aiuto dell'acqua, roteando intorno ai tubi gialli che presto divennero marroni e poi ancora rossi. Kara gridava e, si sorprese Lena, anche lei, perché veniva naturale. Il tubo fece fare al materassino una capriola e Lena perse la presa su una maniglia; nel tentativo di cercare di riprenderla, che per via della velocità e sbandamenti con cui si spostavano non era un'impresa facile, in un gesto automatico Kara la prese a sé, mantenendola in un abbraccio, così Lena si mantenne saldamente alla sua mano premuta sul suo stomaco. Il tubo diventò verde, poi azzurro e così blu scuro, fino a essere nero, che le sputò fuori. Il materassino giallo fece un balzo di qualche metro e sbalzò entrambe, che chiusero gli occhi, cadendo in acqua.

 

                                                                 

 

Difficilmente Kara ricordava di essersi divertita tanto come quella sera. Quanto tornarono agli sdrai entrambe ridevano, ancora completamente bagnate. Eliza e Lillian sembrarono felicemente sorprese di vederle tornare insieme e così allegre, ma quando lo sguardo di Kara si posò su quello della sorella a uno sdraio di distanza dalle due, si ghiacciò. Aveva completamente dimenticato la loro missione. La maggiore non le rivolse più la parola e Kara lesse i messaggi che le aveva inviato nel viaggio di ritorno, in macchina.

15:44 Kara, non vi hanno trovate e sono tornate subito! Ho fatto appena in tempo a sbloccarlo che loro sono tornate, non so che fare! Aiuto.

16:11 Kara, molla Lena! Sono riuscita a farle allontanare dagli sdrai ma sono con loro! Ci pensi tu?

16:15 Kara, dove sei? Fatti sentire, ti prego.

16:28 KARA!! Sbrigati, non staranno buone a lungo!

16:55 In questo momento ti sto odiando: siamo tornate agli sdrai e loro si stanno rimettendo la crema a vicenda. Ora non si sposteranno più!

17:34 Stai giocando in qualche piscina, non è vero? Non sei riuscita a trattenerti, non è così? Lena ti sta facendo da babysitter?

Kara sorrise e rimise il cellulare in borsa, guardando prima la sorella, e poi Lena, dall'altra parte. Aveva la testa appoggiata al finestrino, stanca. Era incredibile: aveva conosciuto una Lena completamente diversa da quella che si era immaginata.

 

La loro missione aveva fallito di nuovo e avevano perso un'altra giornata. Stanche, cenarono con qualcosa di veloce e dopo pensarono tutte che sarebbero andate a letto presto. Lena andò in bagno per prepararsi per dormire ed Eliza e Lillian si alzarono insieme per chiudersi in camera; avendo un bagno privato collegato alla camera padronale non avevano problemi. Alex e Kara ripresero a parlarsi, con la prima che raccontava la sua problematica serata con le due donne, finché Kara non spalancò gli occhi, indicando il cellulare lasciato sul tavolo della cucina. Tutte e due lo guardarono come se da un momento all'altro potesse svanire. Lillian Luthor lo aveva lasciato. Dalla stanchezza, si era dimenticata di portarsi dietro il telefono.

Alex lo prese e lei e Kara si guardarono, pensando di inginocchiarsi a terra, dietro le sedie, nel caso la donna fosse tornata indietro. Lo sbloccò, facendo vedere a Kara che, come immagine di sfondo, teneva una foto di lei ed Eliza abbracciate, con indosso camici da lavoro. Trattennero una risata, concentrandosi sul da farsi. Alex sbirciò immediatamente la galleria, ma dopo due, tre, quattro foto consecutive delle due che si baciavano, decisero di comune accordo di passare ad altro. Di sms ce n'erano così tanti e Alex era così testarda da volerli leggere tutti che Kara perse l'interesse, reggendosi prima la testa con una mano, per poi sprofondarla contro le ginocchia.

«Sono solo cose di lavoro, per la maggiore non ci capisco molto», ammise, continuando a sfogliare. Finì gli sms e aprì un social di messaggistica, ricominciando daccapo, contatto per contatto. «Kara… forse ho trovato qualcosa», la sua voce si fece dura e Kara alzò la testa. «Qui lei e un altro parlano di un proiettile», si scambiò uno sguardo con la sorella e poi riprese a leggere. «Ah no, è un cane», sorrise con forza, «Proiettile è un cane».

Kara guardò il pinscher con la lingua di fuori. «Beh… è carino», sorrise ed entrambe sbuffarono.

Sentirono dei passi calcolati verso la loro direzione e si allarmarono, spaventandosi e gettando il cellulare sul tavolo, che rimbalzò fino al centrotavola. Guardarono oltre le sedie e videro Lena Luthor, in piedi, che le guardava.

«Principianti», sussurrò, scuotendo la testa e girando i tacchi.

Le due si guardarono, balzando in piedi. Stavano per chiedere spiegazioni, quando Lena si fermò a un passo dalle scale, voltandosi.

«La tua ragazza è una poliziotta, vero?», chiese, rivolta ad Alex.

Per un attimo pensarono che le avrebbe denunciate. «Sì. Perché lo vuoi sapere?».

«Perché ho bisogno di un favore».

 

 

Chapter Text

 

 

Principianti : così le aveva chiamate Lena Luthor quando le sorprese a curiosare nel cellulare di sua madre. Non avevano idea di cosa intendesse fino alla mattina successiva, quando Eliza e Lillian erano ancora a letto e Lena aprì il suo laptop sul tavolo della cucina e mostrò alle due le ricerche su di loro. C'erano intere pagine dedicate a ognuna di loro, date importanti, persino fotografie. Il materiale più sostanzioso riguardava ovviamente Eliza Danvers, dalla sua data di nascita ai suoi studi, dalle scuole frequentate al suo matrimonio con Jeremiah Danvers, e così al divorzio e le recenti occupazioni di entrambi. Alex e Kara restarono senza parole, ma giusto il tempo di assimilare la cosa.

«Dove hai trovato tutta questa roba?», cominciò Alex.

«Da quanto tempo l'avevi?», proseguì Kara.

«Ci hai fatto spiare?», chiese ancora Alex.

«Quanto sai di noi e della nostra famiglia?», incalzò Kara.

«Era nel tuo interesse prima o poi dirci di tutto questo?», sbottò Alex, per poi tentare di mantenere la calma tornando indietro di un passo, passandosi una mano sul viso.

Kara stava per riprendere parola ma si fermò quando intravide, in mezzo ai tanti file, una copia del suo certificato di adozione.

Lena parve terribilmente calma nonostante la reazione contrariata delle altre due. Restò sulla sedia e si girò il tanto giusto per poterle guardare entrambe. «Sembra quasi che abbiate dato per scontato che a me questa idea di famiglia allargata sia piaciuta fin da subito. Non eravate voi due che, ieri, avete fatto di tutto per leggere dal telefono di mia madre?». Le due la fissavano aggrottando le sopracciglia, cercando di capire il suo punto di vista. «Non vi fidate di lei? Appena ho saputo della relazione di mia madre con questa donna ho fatto delle ricerche e uno dei miei assistenti mi ha fatto avere il resto un po' alla volta, appena aveva in mano qualcosa. Di Eliza Danvers sapevo solo che era una delle donne che lavorava con mia madre in un laboratorio, come potevo accettare e passare oltre? Prima di conoscerla di persona, avevo già parecchio materiale sul suo conto, per immaginare cosa aspettarmi», si prese una pausa, togliendosi un ciuffo nero dal viso, passandolo dietro un'orecchia. «Non vi nascondo che il mio primo pensiero, oltre a una sorta di rifiuto generale, fu di questa Eliza Danvers che voleva entrare in famiglia per una questione di soldi. Dovevo capire con chi avessi a che fare».

«Quindi? Cosa ti interessa, con esattezza?», domandò Alex, parlandole con freddezza. «Vuoi un favore di che tipo? Pensi ancora queste cose di Eliza? Vuoi il nostro aiuto per smascherarla o qualcosa del genere?».

«Al contrario», rispose lei, passando da uno sguardo all'altro. «Non è Eliza a interessarmi. È una verità da mia madre che cerco».

Aveva lasciato il suo laptop alle due ragazze, in modo che potessero leggere una lunga documentazione su Lillian Luthor. Molto più pratico del rubare un telefono e c'era davvero di tutto: la biografia, foto di quando era bambina e del suo matrimonio con Lionel Luthor, di quando avevano avuto Lex, il primogenito, e perfino una foto di lei con Lena ancora bambina. Doveva avere sui quattro o cinque anni, aveva i capelli alle spalle e un nastrino sulla testa; sorrideva ma al suo fianco Lillian Luthor sembrava indisposta e le due non avevano alcun contatto fisico.

«Piuttosto fredda come mammina, no?», borbottò Alex.

Lei e Kara erano sole in casa quel pomeriggio: Lillian ed Eliza dovevano passare al supermarket per il giornaliero e Lena aveva chiesto, per la prima volta, di poter andare con loro e così uscire un po' di casa. Sapevano che in realtà voleva dare alle due il tempo di vedere ciò che volevano senza che le disturbasse.

In realtà, a parte qualche succoso gossip sulla sua vita privata e incidenti alla Luthor Corp non c'era altro che valesse la pena quel disturbo. A quel punto, le sorelle sapevano di essere arrivate a un momento in cui farsi una domanda era d'obbligo: cosa speravano di trovare?

Volevano veramente così tanto trovare il marcio nella vita di Lillian Luthor per far allontanare la loro madre da lei?

«Dobbiamo anche tenere bene a mente che è stata lei, la figlia di questa donna, a darci tutto questo. Potrebbe aver omesso dettagli importanti», ricordò Alex a Kara, «Qualcosa per cui valesse mettere in guardia Eliza da lei».

Kara restò per un attimo in silenzio, riflettendoci. In verità, era da quando Lena mostrò alle due tutte le cose che aveva raccolto su di loro che era più silenziosa del solito. «Avrebbe potuto mentirci, invece di scoprire le sue carte… Non lo so, Alex. Che senso avrebbe?».

«Farci fidare di entrambe».

«Ha ragione però nel dire che sarebbe Eliza a guadagnarci sposando sua madre», le disse, anche se odiava ammetterlo, «Cosa vorrebbe una Luthor da noi? E poi, per quel favore, sul fatto che lei stessa non sembri fidarsi appieno di sua madre…».

«Se è riuscita ad avere tutto questo, perché chiedere un favore a una poliziotta? Lei dice di essere stata tagliata fuori, ma potrebbe chiedere a qualcuno di cercare informazioni per lei, come quel suo assistente».

Kara scrollò le spalle, buttandosi di peso sul divano. «Forse lei non è riuscita nell'intento e le forze dell'ordine possono andare più avanti di quanto possa fare anche il suo assistente…».

Alex si voltò a guardarla, posando il laptop sul tavolino davanti al divano. «Non eri tu che pensavi fosse il male incarnato a essere umano fino a pochi giorni fa? Ora la difendi a spada tratta…».

Kara arrossì un poco, di colpo. «Io non la difendo, ma-», entrambe si fermarono appena la serratura sulla porta scattò ed Eliza entrò in casa seguita dalle due Luthor e la spesa, così chiusero il portatile e fecero finta di niente.

Il fatto che Lena cercasse una verità, o una conferma a quanto le aveva detto sua madre poco meno di un anno prima, faceva pensare molto Kara. Le ritornava in mente la foto di lei bambina con al fianco quella donna che nemmeno la sfiorava, che se ne stava a qualche centimetro di distanza, senza neppure un po' di conforto umano dopo l'adozione, la faceva sentire triste. Sarà stato l'aver intravisto il suo certificato di adozione fra quei documenti averla resa sensibile all'argomento, nel ricordo di com'erano felici Eliza e Jeremiah quando lei, a dieci anni, andò a vivere con loro. Ricordava ancora bene quando, alla loro prima cena come una famiglia allargata, Lena aveva rimarcato come Lex, il figlio biologico, fosse il preferito di sua madre. C'era del risentimento, adesso le era palese.

«Cosa vuoi, quindi?», le aveva chiesto Alex quella stessa mattina, dopo che Lena mostrò loro tutte le cose raccolte quando cercava informazioni.

«Voglio sapere com'è morto mio padre».

«C-Com'è morto…?», aveva bofonchiato Kara, cercando di capire.

«Mia madre ha detto che è morto dopo un arresto cardiaco. Ma era giovane e godeva di ottima salute prima di un incidente cadendo da cavallo, quindi voglio sapere se mi ha mentito. Lei non ha voluto che si diffondesse la ragione della morte e mi ha tagliato fuori da qualsiasi referto, cartella clinica, ogni cosa. Se la tua ragazza, la poliziotta», aveva detto rivolta ad Alex, «può appropriarsi del rapporto rilasciato dal coroner, allora potrò togliermi questo dubbio».

 

«Allora, cos'è che farete voi ragazze tra una settimana? È vero che ve ne andate? Di già?». Lillian spezzò il silenzio, già precario dalla foga della minore delle Danvers di accaparrarsi sulla tavola più cose possibili. Lei né tantomeno Lena si erano ancora abituate all'insaziabile fame di Kara che spazzava via ogni ogni cosa lasciata incustodita.

«Devo assolutamente tornare a casa», disse subito Alex, annuendo e guardando lei e poi sua madre. «Ho le bollette che mi aspettano e devo riprendere gli studi per non rischiare di saltare gli esami».

Lillian socchiuse gli occhi, interessandosi all'argomento. «E cos'è che hai detto che studi?».

Alex glielo avrà ripetuto almeno una quindicina di volte in due settimane, ma per Lillian quella era come se fosse la prima volta che lo sentiva. «Adesso cerco di specializzarmi in scienze politiche. Vorrei-».

«E dov'è che lavori, invece?».

Alex buttò giù un bicchiere d'acqua, fingendo di non essere appena stata interrotta. Di nuovo. «Sono commessa in una boutique di National City. Non è il mio sogno e ci impazzisco dietro, ma mi aiuta a pagare gli studi», sorrise. Era felice di aver potuto finire addirittura un'intera frase.

«Se avessi dato retta tuo padre». Eliza si mise in mezzo e Alex roteò gli occhi prima ancora che potesse finire, guardando di sbieco Kara, che guardò l'una e poi l'altra con espressione desolata: entrambe sapevano come si sarebbe messa la discussione. «Le aveva trovato un buon impiego, a Metropolis», si rivolse a Lillian, che ascoltava con curiosità.

«Non ricominciare».

«Ma lei ha rifiutato», la guardò gonfiando gli occhi, come se la cosa la ferisse ancora profondamente. «Doveva fare da segretaria per alcuni uffici del D.A.O., il Department of Anti-Terrorism Operations, dove lavora lui; una buona paga, un lavoro sicuro. Ma lei ha preferito fare la commessa a National City pur di non staccarsi troppo dalla sua ragazza che abita lì».

Kara scivolò un poco sulla sedia e si nascose dietro un pezzo di pane, continuando a masticare, quando scorse sua sorella Alex diventare rossa e trattenere la rabbia. Lena la guardò a sua volta e poi scontrò lo sguardo con quello smarrito di Kara.

«Sono rimasta a National City per studiare, non per restare vicina a Maggie! Ma a te questo non interessa, perché non ascolti, e tra due mesi tirerai fuori questa storia di nuovo».

«Dico solo che non saresti impazzita a fare la commessa, Alex. Ti saresti sistemata».

«Io sono sistemata».

Eliza tacque e Lillian sorrise l'una e poi l'altra, facendo capire di aver sentito e di essere vicina a entrambe pur senza intromettersi.

Poco dopo Alex decise che per lei la cena era finita e si alzò da tavola con la scusa di dover andare a letto presto. Alex ed Eliza si volevano molto bene, ma erano sempre state su due livelli di opinioni differenti per tutto. Kara ricordava che appena arrivata in casa Danvers le cose prendevano già quella piega e aveva imparato molto presto a non interferire nei loro battibecchi, se non voleva prendere una posizione per l'una o per l'altra rischiando la dannazione eterna da parte di chi non avesse difeso. Intanto, prima di andare a letto, al telefono Alex chiese a Maggie se poteva fare quel favore a Lena Luthor.

«Ho studiato medicina, sono bioingegnere e ho preso lezioni di autodifesa per anni, ora cerco di uscire viva nelle scienze politiche e lei vorrebbe che mi fossi accontentata di fare da segretaria?», sbottò Alex, mettendo le braccia a conserte. Kara le stava vicino, sul letto, tentando di consolarla.

«Lo sai che non intende questo: pensava solo che sarebbe stato più facile, per te, accettare quel lavoro e andare avanti. E adora Maggie, non ce l'ha con lei».

«Lo so, lo so», si mantenne la testa con una mano, con fare stanco. «Ma mi fa arrabbiare… Ogni cosa che faccio non è mai abbastanza, per lei. O mai abbastanza, oppure troppo. E io sono stufa di sentirle raccontare quella storia…».

Kara l'abbracciò e Alex si lasciò coccolare un po', prima di decidere di dormire, così la prima lasciò la sua stanza in punta di piedi. La luce del bagno era accesa, doveva esserci Lena, e lei partì spedita nella loro camera. Alex aveva ragione ad arrabbiarsi, lo sapeva, ma era difficile mettere in testa a Eliza che ciò che sua figlia voleva fare nella vita andava ben oltre il lavoro da segretaria e che avrebbe fatto la commessa in un negozio per anni se questo fosse servito allo scopo. Si chiuse in camera e si sedette davanti alla scrivania, accendendo una lampada e aprendo una rivista.

«Ho chiesto a Eliza di comprare yogurt, questo pomeriggio. Te ne ha presi quattro».

Kara spalancò gli occhi, senza voltarsi. Lena era entrata nella loro camera in comune, pronta per andare a dormire. «Emh…».

Lei la guardò per un po' aspettando una risposta, o sperando di ottenerla dalla sua faccia al buio ostacolato solo dalla lampada sulla scrivania.

«Bene», disse, mantenendo lo sguardo saldo alla rivista che leggeva, «Li mangerò domattina. Grazie».

«Sto scherzando, Kara Danvers», sogghignò e sentì Kara fare un sospiro di sollievo. Entrò sotto le coperte, tenendo d'occhio lei che leggeva. «Posso chiederti cosa fai?».

«Leggo».

«Sì, signorina perspicacia, questo lo avevo notato da sola». Era una risata quella che Lena le sentì fare?

«CatCo Magazine».

«Non ti facevo tipa da gossip».

Kara aggrottò le sopracciglia e chiuse la rivista, spegnendo la luce. «Ah sì? E mi facevi tipa da cosa?». Aveva già indosso dei pantaloncini e una t-shirt color pastello che usava come pigiama, quindi entrò sotto le coperte anche lei, girandosi di lato, ma aspettando comunque una risposta.

«Non lo so», biascicò, «Sto cercando di capirti, Kara Danvers».

«Solo Kara».

«Deponi l'ascia da guerra, quindi?».

La voce di Lena si fece più alta e Kara pensò che dovesse essersi girata verso di lei. «Al momento. Vediamo prima cosa scopriamo da Maggie».

«Ah, capisco…», la sentì dire con una nota di delusione, «Prima vuoi sapere se sono una credulona presa in giro da mia madre, così avrei la tua compassione, oppure, al contrario, se sono meritevole di odio».

«No», sbottò subito, «Non è così, è solo che-che non voglio-non sono sicura di sapere cosa voglio! È solo che ciò che hai passato tu è così diverso da ciò che ho passato io, e allo stesso tempo penso di capirti… Non lo so».

Sentì Lena indugiare a lungo, tanto che Kara pensò di dover dire qualcos'altro in fretta, prima che quel silenzio diventasse di troppo, ma alla fine parlò:

«Sono la vera figlia di mio padre».

«Come?».

«Sono-Ero… la sua figlia biologica. Mio padre ha tradito mia madre anni fa e nacqui io. Non lo sapevo, l'ho scoperto l'anno scorso, e allo stesso tempo ho scoperto che mia madre aveva una relazione extraconiugale con la tua, e dopo mio padre è morto».

Kara deglutì. «Mi dispiace…». Non sapeva che Eliza fosse insieme a Lillian da così tanto tempo, quando ancora quest'ultima era sposata con suo marito. Perché a loro non aveva detto nulla?

«Per questo voglio scoprire cos'è davvero successo a mio padre. Stavo appena iniziando a capire la mia vita che lui è morto».

«Ne verremmo a capo, te lo prometto». Non si dissero più niente, ma Kara sapeva che Lena aveva sentito. «Oggi non guardi i tuoi documentari?».

«No. Qualcuno mi ha detto che fa male guardare il cellulare prima di dormire. Già, una vera seccatura».

Kara sorrise, chiudendo gli occhi.

Ricordava davvero poco, ormai, del giorno in cui arrivò a casa Danvers. Aveva quasi undici anni, l'assistente sociale con lei in macchina le disse che erano arrivate e scesero. La casa era in tinta gialla come ora, ma sembrava molto più grande per una personcina come era lei e aveva spalancato gli occhi dalla sorpresa. Era spaventata, e arrabbiata, e triste. Aveva perso la sua famiglia e le sembrava di essere appena atterrata in un mondo che non conosceva; per lei tutto era nuovo e diverso. Era emozionata di conoscere qualcuno che si sarebbe preso cura di lei da quel momento in avanti, ma allo stesso tempo sognava ad occhi aperti che la sua famiglia era viva e che presto sarebbe venuta a prenderla. L'assistente sociale spiegò a Eliza e Jeremiah Danvers che lei aveva subito uno shock quando aveva perso i suoi genitori, come se non fosse lì con loro per sentire ogni parola. I due sembravano saperlo già, poiché le parlavano e la toccavano, agli inizi, come se avessero avuto paura di romperla. Solo la ribelle Alex, già quattordicenne, riusciva a trattarla come un essere umano qualunque: rifiutandola, allontanandola, spingendola via, dicendole chiaramente che non l'avrebbe voluta come sorella. Ci avevano messo un po' a diventarlo.

Kara si svegliò lentamente, con la mente ancora gonfia di ricordi. Guardando la sveglia vide che erano appena le tre del mattino e, strofinandosi un occhio, decise di prendere sonno in un'altra maniera. Si alzò e cercò il laptop di Lena Luthor. La guardò per un pochino, addormentata serenamente, adocchiando il portatile sul comodino. Le aveva preso la mano e tenuta stretta contro di lei quando scendevano dal The Black Hole , pensava Kara; era così terribilmente spaventata ma soprattutto genuina, spontanea, come ora che dormiva. Le smuoveva una strana sensazione, odiava ammettere. Preferiva quando doveva semplicemente odiarla perché era più semplice avere a che fare con lei.

Si avvicinò al comodino, tornando indietro di un passo. Lo avrebbe preso e aperto lì sul suo letto, per vedere qualche foto e magari leggere ancora sulla famiglia Luthor, ma un calzino rubò le sue speranze: ci scivolò con un piede e, nel tentativo di non cadere a terra o contro il comodino, sbatté la testa contro il materasso e cascò sonoramente col sedere per terra.

Lena aprì gli occhi adagio, mettendo a fuoco, con un po' di fatica, la figura che si contorceva e mugugnava sotto il suo letto.

«Kara?».

Era la prima volta che la sentiva chiamarla col suo nome e alzò la testa di scatto, colta di sorpresa. Il suo nome detto da lei, seppure con un tono di voce debole, sembrava quasi un altro.

«Cosa stai facendo?».

Si alzò dal pavimento lentamente, stirandosi la schiena, sotto lo sguardo interrogativo dell'altra. «Niente! Torna a dormire, Lena, stai sognando».

«Non sto sognando», sbadigliò, «Ti vedo. … mi stavi spiando dormire, per caso?».

«Pff», rise con fare agitato. «P-Perché dovrei fare una cosa del genere?! Ma no, torna a dormire».

«… inquietante».

Si allontanò e Lena la sentì inciampare di nuovo su qualcosa, prima di tornare a tentoni sul suo letto.

 

Maggie inviò il buongiorno alla sua amata, la mattina successiva, con una buona nuova: entro l'indomani sarebbe riuscita ad avere una copia di quel rapporto.

«Andremo a National City a vederlo, non può inviarcene una foto né può spedircelo, è privato», spiegò Alex a Kara, prima di pranzo. Erano rintanate in cucina, accanto al frigo; scorgevano dietro un mobile Eliza e Lillian che discutevano e ridevano tra loro come ragazzine, nel soggiorno, pensando proprio che a volte il loro comportamento le metteva a disagio. Avrebbero dovuto essere più felici per lei e invece non avevano fatto altro, da quando le due avevano deciso di andare a vivere insieme, che cercare di trovare un pretesto per separarle. Perfino Maggie aveva detto loro che di Lillian Luthor non trovava niente che non andasse, che la facesse apparire come una brutta persona, neppure una multa non pagata. Sapevano che presto avrebbero dovuto arrendersi a quell'idea.

«Ci vediamo tutte quando torniamo là tra una settimana o dovremo andarci prima?».

«Prima, per forza. Maggie non può tenere il documento o passerebbe guai; ha fatto già abbastanza carte false per averlo! Quindi dobbiamo…», Alex indicò Lena con lo sguardo, mentre lei entrava in cucina per bere un bicchiere d'acqua.

Invitare Lena Luthor a passare una serata con loro a National City era diventato motivo di commozione per Eliza e pure un po' per Lillian, che non sembrava veder l'ora di vederle legare davvero. Avevano ricominciato a parlare di famiglia unita, se solo ci fosse stato Lex con loro , di com'erano belle quando si comportavano tutte e tre come delle sorelle, di come quella vicinanza stava facendo del bene a tutte loro, di come avrebbero dovuto farlo tante altre volte anche in futuro. Di certo nessuna delle due sospettava qualcosa del reale motivo per cui facevano quella piccola gita.

A ora di pranzo avevano preso il treno e avvertito Maggie che sarebbero arrivate tra poco più di un'ora. Kara e Alex si erano sedute in due posti accanto, mentre Lena in uno di quelli davanti a loro. La prima non poté fare a meno di notare come Lena Luthor cercasse di camuffare quello sguardo smarrito e a disagio che si lesse sul suo viso anche la prima volta in cui si erano conosciute. Guardava la gente che saliva sul treno con morbosa parsimonia, come se non si fidasse di nessuno.

«Tu non sei granché abituata a viaggiare in treno, non è vero?».

Kara non si stupì di sentire Alex porgerle la domanda: anche lei era un'attenta osservatrice.

Camuffò una risata. «Si nota tanto?». Si sistemò bene sul viso gli occhiali da sole. «Non negli scomparti pubblici, no». Notò che Kara la guardava, anche se tentava di far finta di nulla, e sorrise ancora. «Oh, per poco non dimenticavo: come sta la testa?».

«Eh?». Le distolse di dosso l'attenzione: accidenti, da quando quel giorno erano andate in piscina non faceva che notarle il seno quasi qualsiasi cosa indossasse, e il fatto che in quel momento avesse una camicetta smanicata particolarmente scollata non l'aiutava affatto.

«Era la testa, no? Per come hai sbattuto contro il mio letto, la scorsa notte».

Alex guardò una e poi l'altra e Kara avvampò, a bocca aperta. «Non stavo-So-Sono inciampata, stavo andando in bagno! E mi sono fatta anche male».

Alex subito rise. «La solita imbranata! Mi domando ancora come faccia Supergirl a essere così in gamba, se tu sei un caso così disperato».

«È la maledizione che affligge ogni persona con un alter ego», rispose prontamente.

« Supergirl ? Non è la prima volta che la sento…».

«Oh, emh… sono io quando gioco con la mia squadra! Un giorno hanno iniziato a chiamarmi Supergirl e così…».

Lena la guardava senza parole e Alex aggiunse: «È davvero brava! Tanto è vero che, fuori dal campo, nessuno direbbe che l'impacciata Kara Danvers sia Supergirl».

Lei arrossì un poco, ricambiando il sorriso della sorella.

«Squadra di cosa?».

«Lacrosse».

Lena Luthor restò di nuovo senza parole, guardandola con sorpresa. Oh, non lei, non quella ragazzina che sembrava così fragile e perfino delicata! Sapeva che faceva dello sport, non faceva che ripeterlo da quando la conosceva, ma il lacrosse l'aveva totalmente presa sottogamba. Aveva sempre pensato che ci volesse una certa forza muscolare, nonché una figura imponente, per praticare uno sport simile, ma lei era piccola, il suo viso così delicato che sembrava quello di una bambina, di un cucciolo, che davvero faticava a crederci.

Sia Alex che Kara risero per l'evidente faccia meravigliata di Lena.

Quando gli alberi e le case di periferia lasciarono spazio ai primi palazzi, capirono di stare arrivando. Lena indossava un pantalone lungo e leggero, scuro, a cui Kara ricordò il loro primo incontro in quello stesso tragitto ma contrario, mentre andavano verso casa. Sembrava fuori luogo proprio come allora, ma adesso non le dava più quella sensazione spiacevole, invece pensava che fosse un suo segno inconfondibile, come un marchio di fabbrica. Non sapeva spiegarsi il perché, ma era contenta che fosse con loro.

Scesero dal treno e per poco Kara non cascò in terra, aiutata da Lena. Quest'ultima non mancò di scherzare sul lacrosse e su come fosse poco stabile per giocare veramente, ma non le diede fastidio, anche se provò comunque a lamentarsi tanto che Alex dovette sgridarle, intimandole di non punzecchiarsi per almeno un giorno solo.

Dovevano vedersi con Maggie davanti alla fermata di un autobus ma quando mancò l'appuntamento cominciarono a spazientirsi. Mentre Alex parlava con lei al telefono per sapere dove altro si sarebbero viste, presa dalla curiosità Kara pensò di fare qualche domanda alla loro compagna di viaggio, ora che avevano un po' più di confidenza.

«No, non sono mai stata da questa parte di National City», le rispose, «Forse in macchina, di passaggio».

«Tu? Hai la patente?»

«Certo che ho la patente. Cosa c'è di tanto strano?».

«Nulla, è che… sai, pensavo che i Luthor si facessero scorrazzare in macchina dai loro autisti».

«Beh… è così . Ma ho anche la patente».

«Ragazze, Maggie ha avuto un imprevisto con il lavoro, avrà disponibile il documento fra due orette», le raggiunse Alex, «Ci rivedremo tutte qui sotto per allora, siete d'accordo?».

Kara sbiancò, guardando la sorella con allarmismo. «Perché, tu dove vai?».

Alex sapeva cosa Kara stava pensando, che l'idea di stare da sola con la Luthor non le piaceva, ma sarebbe stato più sbrigativo, in quel modo. «Devo passare a casa, così raccolgo la posta, controllo che le piante non siano morte, do una sistemata veloce…», la guardò con supplica, «Se vi porto con me ci metterò molto più tempo! Scusa ».

Odiava quando Alex la mollava di punto in bianco senza che prima l'avvertisse. Sapeva come si sentiva quando era lei a farlo, ma la cosa non le tirò su il morale.

Alex sparì dietro un incrocio e Kara e Lena cominciarono a camminare a rilento, guardando intorno a loro in cerca di un'idea veloce per passare due ore senza sentirsi a disagio l'una con l'altra.

Kara la guardò con la coda dell'occhio, constatando come fosse appena più alta di lei. Sotto i pantaloni, infatti, teneva i piedi legati con le fibre di un paio di sandali con almeno cinque centimetri di tacco. Sembrava camminarci piuttosto a suo agio nonostante le mattonelle a volte smosse del marciapiede. Al suo opposto, proprio come al loro primo incontro, Kara indossava una gonnellina bianca e delle scarpe da ginnastica.

«Parlami di Supergirl», le disse, facendola sobbalzare per aver interrotto i suoi pensieri. «Penso che mi piacerebbe conoscerla».

Kara rise, annuendo con la soddisfazione nello sguardo. «Da quest'anno è la capitano della squadra! Ne vado molto orgogliosa».

«Deve piacerti molto».

«Sì. Quando gioco è come… essere libera. Non so spiegarlo», scosse la testa, mentre l'altra la osservava rapita. «Da bambina, quando ho perso la mia famiglia, mi era sembrato di non riuscire mai a essere più una persona completa… Lo so che sembra una cosa sciocca, ma quando gioco», s'interruppe per dare il giusto peso a ciò che tentava di esprimere, con un grande sorriso e gli occhi che le brillavano, «quando gioco, è come se mi sentissi di nuovo un po' con loro perché là, sul campo, non c'è nient'altro che mi distragga. E-E devo solo vincere». Arrossì, sistemandosi gli occhiali sul naso, quando vide di essere il centro delle sue attenzioni.

«Non la trovo affatto una cosa sciocca».

«E invece per te com'è stato… sai, l'adozione? Non devi parlarne se non vuoi, certo». Kara vide il viso di Lena indurirsi mentre si infilava di nuovo gli occhiali da sole, cogliendo il suo invito a non parlarne se non se la sentiva.

«Allora, dimmi… Cosa fanno di solito due ragazze annoiate che devono trascorrere delle ore in questa parte di National City?».

«Non so… Giro per negozi?».

Kara Danvers riconosceva a se stessa di stare diventando troppo indulgente con Lena Luthor. Sì, forse aveva esagerato a etichettarla come sua nemica, se non fosse stata lei la prima a cominciare, sul treno. Era pur vero che aveva parlato male di lei, quella volta, senza sapere che era a orecchie a poca distanza dalla sua bocca, e quindi doveva essersi risentita. E come aveva detto la stessa Lena, nemmeno a lei piaceva l'idea delle loro madri insieme, quindi sentir la seconda figlia della donna con cui si era messa sua madre parlar male di lei doveva aver fatto subito una brutta impressione. O meglio, lei al suo posto ne sarebbe stata furiosa. Magari se non le avesse fatto mangiare quei quattro yogurt… No, beh, in fondo era lei ad averle fatto il dispetto, la mattina prima, per non fargliene trovare nemmeno uno. Ma le aveva buttato giù mezzo armadio e ora per cercare qualcosa da indossare doveva andare in camera di sua sorella: non lo dimenticava di certo. Ma non dimenticava neppure di come si era aggrappata a lei sullo scivolo nel parco acquatico e di come rideva quando si divertiva, divertiva davvero, e sembrava la più bella persona del mondo. Eh sì, alla fine doveva ammettere anche questo: quando era se stessa e non un'arpia doppiogiochista, Lena Luthor era davvero bella.

In definitiva, stava diventando indulgente, sì. Lei le stava facendo abbassare ogni difesa. Lena Luthor la stava attaccando con l'arma che non si sarebbe mai sognata potesse scalfirla: lei stessa. Più le mostrava una parte di lei e più Kara si rendeva conto che l'aveva in pugno.

«Va bene, prova questo». Lena le aveva letteralmente spinto un pesante cappello sulla testa, coprendole gli occhi.

Dopo aver fatto un veloce giro in qualche negozietto ed essersi rese conto che Lena non passava inosservata, attirando occhiate e qualche stalker, si erano rifugiate all'interno di un negozio di abbigliamento con l'intento di camuffarsi.

Kara se lo sollevò dagli occhi il tanto di guardarsi a uno degli specchi da terra posti nel reparto e Lena rise immediatamente. «Non mi sta male, giusto magari un'accortezza…», sibilò, mentre si sfilava le orecchie fuori dal cappello, piegandole.

Lena scosse la testa e si poggiò una mano contro la bocca, continuando a sorridere. «No, affatto. Dovresti pensare di adottare un nuovo look».

«Peccato che non siamo qui per me». Kara sentiva la presenza di una delle commesse a poco da loro, che fingeva di sistemare le scarpe sugli scaffali. Si sfilò il cappello e lo mise a lei, ma restava alto per via dei capelli legati in uno chignon. «Mh, magari dovresti slegarli… o niente cappello».

«Sai, non credo mi serva un cappello», disse, prima di chiederle di aspettarla per un po'.

Sparì tra le corsie e Kara si riprovò il cappello, guardando con la coda dell'occhio la commessa che spiava verso la sua direzione. «Ehi! Se n'è andata». L'altra si nascose.

Da Me a BadSister
Non hai ancora finito? Noi siamo entrate in un negozio per far cambiare Lena. La gente non fa che guardarla… Una donna in macchina si è fermata per chiederle qualcosa sulla Luthor Corp e ha nominato anche Lex. Lena non ne era molto contenta… Beh, muoviti.

Si era seduta su un puff morbido vicino ai camerini, guardando con noia il telefono. Aveva individuato subito il camerino dove era entrata Lena: due commesse erano di pattuglia lì intorno, fingendo di spazzare per terra una e di controllare la merce l'altra, mentre continuavano a lanciare occhiate furtive per sorprenderla uscire.

Ripensava alla donna che le aveva fermate abbassando il finestrino della macchina che poi aveva parcheggiato malamente contro il marciapiede, solo per scendere e parlare con Lena Luthor. Le aveva chiesto qualcosa su alcune persone, aveva detto i loro nomi che Kara non conosceva, e poi aveva chiesto di Lex Luthor. Lena aveva risposto con educazione e Kara cominciava a pensare che la cosa si sarebbe protratta più a lungo del previsto, ponderando l'idea di lasciarla lì a chiacchierare, finché a una distrazione della donna che si era girata verso la strada al suono di un clacson, Lena non le aveva stretto un braccio e trascinata via da lì velocemente, svoltando un vicolo. Era perfino riuscita a correre con i tacchi. La sua espressione era cambiata di colpo, diventando dura e diffidente, seccata, mentre la lasciava andare.

«Scusa», le aveva detto, «Non avrei voluto che la nostra uscita si trasformasse in un dibattito per strada».

Le colpì come si fosse scusata lei per la gente che non faceva che tormentarla. Avrebbe voluto chiederle se c'era qualcosa che non andava, ma si trattenne.

Da Me a BadSister
Forse avrei dovuto chiedere a Lena di cosa stava parlando quella donna e non capisco davvero perché non l'ho fatto! Fammi sapere se sei viva.

Da Me a BadSister
Mi sto annoiando, Lena ci sta mettendo troppo. Una delle commesse che stalkera Lena ha appena fatto scivolare la scopa dalle mani che usava per spazzare per finta, si sono girati tutti.

Da Me a BadSister
Ho paura che Lena ci sia morta in quel camerino!

Da Me a BadSister
Mi sto annoiando. Quando arriva Maggie andiamo a prendere un gelato?

Da Me a BadSister
No, ho sentito dei rumori: Lena è ancora viva. E tu invece?

Da Me a BadSister
Ma vi siete sentite tu e Maggie? E se alla fine non viene?

Da Me a BadSister
Alex, mi sto annoiando, almeno tu rispondimi! Batti un colpo! Ti sono morte le piante?

Da BadSister a Me
Kara, se non rispondo è perché sono impegnata. Smettila. Ci sentiamo tra poco.

Da Me a BadSister
Va bene, non c'è bisogno di essere tanto acide! È che mi sto annoiando e l'unica che mi dà soddisfazioni è la commessa che è passata da ammirare i pantaloni ad accarezzare i cappotti.

Kara sbuffò, mettendo giù il cellulare. Sentì un altro rumore all'interno del camerino e un colpo di tosse da una delle commesse, ripensando ad Alex. Poi sbarrò gli occhi, scrivendo subito un altro messaggio.

Da Me a BadSister
Sei con Maggie in questo momento, non negarlo! E all'improvviso il mio 'batti un colpo' sembra così fuori luogo… Non ti cerco più, fammi sapere quando avete finito.

Fece una smorfia, rimettendo di nuovo giù il cellulare. Appena in tempo, finalmente la tenda del camerino si aprì e Lena Luth- Kara spalancò gli occhi, restando a bocca aperta.

«Ah, eccoti qui», la raggiunse lei, «Cosa ne pensi?».

Kara doveva essere rimasta a fissarla senza dire una parola un po' troppo a lungo poiché Lena dovette richiamarla per sentirle dire qualcosa.

«Ah, beh… strano ». Si pentì immediatamente di aver usato quella parola, ma Lena non sembrò prenderla male e si girò subito verso uno degli specchi sul muro. Indossava una gonna corta nera e rossa a quadri, sopra lunghe calze nere. Ai piedi stivaletti bassi con borchie simili a quelle sul cinto lasciato largo. Per la prima volta da quando la conosceva Kara, Lena indossava una t-shirt: era nera come la pece, senza design, con le maniche corte a rete. Questa non era la Lena Luthor che conosceva, pensava Kara; se doveva essere un travestimento, di certo avrebbe avuto successo.

«Ho avuto un periodo dark quando ero adolescente», rispose guardando la sua espressione meravigliata attraverso lo specchio. «Per uscire di casa, mia madre mi forzava a vestirmi come lei, quindi non lo sanno in molti. Il tuo sguardo mi dice che funzionerà».

Kara annuì, deglutendo. Si alzò per andarle incontro e portò le mani al suo cignon. Lena si sorprese nel sentire che lei glielo stava sciogliendo, così fece da sola, lasciando che si allontanasse per guardarla fare. I capelli liscissimi le scivolarono addosso e, guardando quelli di Kara, le chiese se poteva sistemarglieli come i suoi. Kara le prese dal viso una ciocca a sinistra e poi un'altra a destra, arrotolandole mentre le portava indietro, legandole insieme con un elastico.

Si guardarono, capendo che mancava solo un tocco di trucco.

 

                                                                                     

 

Da BadSister a Me
Non ero con Maggie, maliziosa! Però l'ho sentita e ha detto che sta arrivando, quindi sto arrivando anch'io. Sbrigatevi voi due.

Da Me a BadSister
È un caso che vi siate liberate insieme, vero? Anche noi stiamo arrivando.

Da BadSister a Me
È un caso!

Come volasi dimostrare, Kara e Lena furono le prime ad arrivare al punto d'incontro dove si dovevano trovare quasi due ore prima. Lo stile dark aveva funzionato e nessuno spiò Lena, né le fermò per farle qualche domanda o per parlare d'affari. Solo le commesse, a cui mancò il fiato quando la videro vestita in quel modo, continuarono a tenerla d'occhio dalle vetrine finché non la persero di vista. Kara sapeva che i Luthor erano ricchi e ben visti dalla società, ma non si era mai fermata a pensare a quanto fossero famosi.

Il rumoroso brontolio della pancia di Kara e il ritardo delle altre due le convinse a spostarsi e lei lo voleva davvero quel gelato, così dopo aver adocchiato una gelateria convinse Lena a prendere qualcosa con lei. Le sembrava quasi una persona normale quando la vide scegliere il gelato.

«Vaniglia e… stracciatella e… Va bene, faccia vaniglia doppia, stracciatella e un pochino di cioccolato».

«Medio?».

«Grande… Ne metta un po' di più di cioccolato», sorrise radiosa mentre il gelataio la serviva e Lena sorrise a sua volta, andando a pagare il conto prima che l'altra se ne accorgesse. Spostò la camicetta che aveva ripiegato in borsa per arrivare al portafogli.

«Non dovevi pagare per tutte e due», la sgridò uscendo dalla gelateria.

«Nella tua borsa hai le mie scarpe: diciamo che siamo pari», sorrise, andando a sedersi in uno dei tavolini fuori, non mancando di fissarla mentre le si sedeva davanti. Kara non ne aveva ancora dato un assaggio. «Mangia: non è avvelenato», la squadrò ancora, mentre gustava il suo. «Vaniglia», si lasciò scappare mezza risata, guardandola, «Ti sta bene».

«Ovvero?».

«Vesti sempre di chiaro, sei bionda, sorridi con dolcezza… la vaniglia sembra proprio da te, Kara Danvers. Se dovessi assegnarti un gusto, saresti la vaniglia», si morse un labbro, continuando a mangiare.

Kara sembrò pensarci brevemente ma si sbrigò nell'affondare nel suo gelato o rischiava che le si squagliasse in mano.

«Eccovi», urlò Alex Danvers, raggiungendo il loro tavolino. «Meno male che mi hai avvertito, non avrei mai immaginato di trovarti davanti a una gelateria, sorellina». Si sedette tra le due prima che potessero salutarla, guardando in fretta il suo cellulare, e dicendo che Maggie stava arrivando. La ragazza svoltò un angolo proprio qualche secondo dopo, facendo loro la mano.

«Non siete arrivate insieme, vero?», bofonchiò Kara, il suo gelato già a metà.

« No », sbottò l'altra, arrossendo, rialzandosi per far accomodare Maggie. Anche Lena si alzò all'istante, con rispetto.

Maggie si accostò piano, salutando in modo generale a tutte, togliendosi il cappello dalla testa e poggiandolo sul tavolino. Aveva i capelli legati all'indietro e aveva indosso la divisa da poliziotta. Sotto un braccio portava una cartellina che prese subito la curiosità di Lena Luthor.

«Maggie, lei è Lena Luthor. Nostra quasi-sorella e credo tu sappia già chi sia, non c'è bisogno di ulteriori presentazioni. Lena, lei è», si fermò, guardandola con attenzione: non si era resa conto prima di come Lena fosse vestita né del pesante trucco intorno agli occhi e il rossetto nero. «Lei è Maggie Sawyer, la mia… ragazza». Era incredibile come Alex riuscisse ancora ad emozionarsi quando diceva a qualcuno che lei e Maggie stavano insieme.

«Molto piacere, signorina Luthor». Si strinsero la mano e notarono tutte come anche Maggie la squadrava con sorpresa: la immaginava diversa.

«Prego, puoi chiamarmi Lena», le rispose. Lei, al contrario, aveva più interesse verso la cartellina.

Si sedettero tutte e tre e così Maggie salutò Kara. «Vaniglia?», le chiese, «Non mi stupisce».

Kara guardò subito Lena, ricordando cosa le aveva detto poco prima, rispondendo poi a Maggie con un sorriso.

Alex guardò distrattamente sua sorella e poi il gelato in mano a Lena, che era già arrivata a mordere il cono. «Anche tu vaniglia?».

«Pistacchio e caffè».

«Oh, non sono l'unica a cui non piace».

«Mi andavano questi, ma a dire il vero mi piace molto la vaniglia. Ne mangerei di continuo». Fissò Kara e diede un nuovo morso al suo cono, mentre lei si paralizzava.

Perché a un tratto quella frase sulla vaniglia sembrava… così ambigua?

«Oh, no, a me dà la nausea», rispose Alex, non badando a sua sorella in quel momento. «Peccato che qui non servano birre, ne avrei proprio bisogno».

«Kara, ti sta scolando il gelato addosso».

Maggie l'avvertì appena in tempo e Kara si destò, pulendosi con un fazzolettino.

Quando la poliziotta posò la cartellina al centro del tavolo, tutte le attenzioni si posarono su di lei, con Lena che si risistemava meglio e più vicino con la sedia, finendo di masticare il cono. «Non so cosa tu contassi di trovarci, ma spero abbia un qualche valore per te». Maggie aprì la cartellina e Lena prese subito il rapporto di cui aveva bisogno, leggendo in fretta, solo per lei.

Si portò una mano sul mento, non togliendo occhio di dosso dal documento. Sfogliò la pagina successiva e lesse con attenzione anche lì, perdendosi. Le altre si guardavano tra loro, nel silenzio interrotto solo dal masticare di Kara. Poi la si sentì ansimare e capirono che doveva essere arrivata alla parte che più le premeva conoscere. «Bene», sussurrò piano, posando il documento di nuovo sulla cartellina con estrema cura. «Allora è andata così… a quanto pare, mia madre non mi ha mentito».

 

 

Chapter Text

 

 

 

Si era fermata a pochi passi dalla porta, origliando all'interno del laboratorio senza dare nell'occhio. Sentiva il personale ridere e parlare di quelli che sembravano aspetti privati della loro vita. Non aveva mai dato disposizioni su cosa potessero o meno parlare i dipendenti in orari di lavoro, ma era pur vero che aveva sempre amato il silenzio e l'ordine, non certo il chiacchiericcio da scuole pubbliche. Ascoltava con interesse, cercando di capire il fulcro del discorso, fin quando aveva udito altre voci allegre accompagnate da passi che si avvicinavano nella sua direzione, nel corridoio, così si era messa più composta con la schiena e aveva assunto una faccia impassibile, fingendo di controllare alcune cartelline che aveva tra le mani. Appena quei due uomini in camice la videro, assunsero anche loro improvviso decoroso silenzio e professionalità. L'avevano salutata con un cenno del capo quasi in sincronia e le erano passati davanti senza fiatare, fino a quando non avevano svoltato l'angolo. Sapeva di fare quell'effetto alle persone e ne era orgogliosa; si era costruita negli anni una reputazione che le era costata fatica e dedizione e, di certo, pensava, non avrebbe permesso che nessuno gliela intaccasse. Nemmeno lei.

Si era messa ad ascoltare di nuovo e così si era affacciata alla finestrella della porta, guardando all'interno del laboratorio. Ridevano e scherzavano come ragazzini in assenza dell'insegnante. Lei compresa. Oh, l'aveva vista di nuovo ridere con un collega. Sembravano molto amici. Lillian Luthor aveva guardato la scena dei due con attenzione e così aveva abbassato la testa e, dopo aver messo in ordine le cartelline che aveva con sé, era entrata dalla porta con uno slancio, battendo i tacchi sul pavimento. In tutto il laboratorio non c'era che un colpo di tosse.

Aveva dato una veloce occhiata ai microscopi, poi aveva girato intorno ai tavoli come se i suoi dipendenti fossero i suoi allievi a un'esame importante. Lillian aveva sorriso impercettibilmente, soddisfatta.

Lo stesso scenario si era ripetuto il giorno successivo. E quello dopo. E dopo ancora. Ascoltava ciò che poteva dai loro discorsi e poi entrava in laboratorio per un controllo che diveniva sempre meno rapido. Prima si tratteneva cinque minuti al massimo, poi erano diventati dieci, quindici, mezzora, tanto che poi un'ora non le bastava più per chiedere a tutti in quell'aula cosa avevano fatto in mattinata, se intendevano finire per la serata, se avevano trovato difficoltà, o per rimproverarli del disordine delle loro postazioni che era meno o più confuso secondo il suo umore. Naturalmente, tutti in quel laboratorio sapevano che se c'era una persona che più di tutti Lillian Luthor amava disturbare era Eliza Danvers.

All'inizio la donna temeva del severo giudizio del suo capo, ma con l'andare dei giorni aveva cominciato a tenerle testa e a ribattere con fermezza se era certa delle cose, restando professionale ma conservando il suo punto di vista. Qualcuno le aveva detto che era matta a provare a replicare a una Luthor, ma non si sarebbe più lasciata mettere i piedi in testa, nemmeno da lei.

Così ogni giorno Eliza Danvers la aspettava, mentre Lillian Luthor spiava lei e i suoi colleghi dietro la porta.

 

«Non sto dicendo che dobbiamo trattarla senza rispetto, quello ci vorrebbe anche se non fosse il nostro capo. Dico solo che in fondo è una persona come tutte le altre, con pregi e difetti», aveva riferito Eliza ai suoi colleghi in una tarda mattinata di novembre.

«Più difetti, credo», aveva suggerito il collega al suo fianco, con cui spesso si intratteneva a parlare.

Qualcuno aveva riso, ma non a voce troppo alta, con la paura che quella donna potesse spuntare da dietro alla porta da un momento all'altro.

«Sarebbe il caso che la gente qui lo capisse», aveva proseguito, facendosi sfuggire solo mezzo sorriso dalla battuta. «Si chiama Lillian Luthor, sì, ma non è un mostro».

Lillian aveva sentito di quel discorso solo le ultime parole ed era rimasta di sasso. Forse una volta sarebbe stata fiera del fatto che qualcuno la temesse tanto, ma in quel momento le aveva dato fastidio. Severa lo era di certo, pretendeva disciplina, pulizia, senso del dovere e massimo impegno, ma un mostro… Sua figlia Lena una volta, quando era adolescente, l'aveva apostrofata in quel modo e non le aveva rivolto la parola per giorni.

«Puoi passarmi il sale… per favore?».

«Lex, tesoro mio, potresti passare il sale a tua sorella?», le aveva lanciato solo una rapida e stizzita occhiata, «Temo che i mostri non abbiano una completa funzione del pollice opponibile».

Di certo non era pronta a farsi dare del mostro di nuovo.

Era entrata di corsa all'interno del laboratorio e tutti si erano raddrizzati e sistemati, tranne Eliza Danvers. «Da oggi seguirò ancora più assiduamente i lavori portati avanti da questa squadra. Lavorate, su, non badate a me, sarò dei vostri».

Oh, di certo la squadra in questione non era stata felice di averla fra i piedi più a lungo ancora. Le chiacchierate erano scomparse, le battute, i balletti in mezzo ai banconi banditi, e il silenzio non era mai stato così pesante. Solo che, col tempo, le situazioni trovano da sole il modo di tornare a una sorta di equilibrio e Lillian Luthor aveva scoperto che, in fondo, i chiacchiericci da liceo pubblico poteva sopportarli. Non che in laboratorio qualcuno si fosse azzardato ad alzare la voce in sua presenza, ma i bisbigli erano ormai un'abitudine; e pure qualche risata, quando lei non guardava.

«Devi assolutamente esserci».

Lillian aveva captato quelle parole sussurrate dall'altra parte del laboratorio e, fingendo di aver bisogno di stirarsi le gambe, si era alzata dalla sua sedia e avvicinata alle voci.

«È l'ultimo giorno prima delle vacanze natalizie, ci saranno tutti! Paghiamo una piccola quota e testa, diamo tutti a quelli del secondo piano, e loro comprano ciò che serve e sistemano: sono gli organizzatori».

Eliza Danvers si era presto messa all'interno della conversazione, guardando il collega scettico: «Una festicciola prima di tornare a casa dalla famiglia! Senza impegno».

Lui aveva annuito qualche attimo prima di trovarsi davanti Lillian Luthor e la sua espressione curiosa.

«Una festa? Ho sentito bene?».

«Sì, per salutarci tutti prima delle ferie», aveva sorriso Eliza, spostandosi. «E darci gli auguri».

«Dove e quando si terrà?».

«Al piano sotto, signora Luthor. L'ultimo giorno prima delle vacanze», aveva risposto il primo collega, seppur un po' emozionato di parlare con lei. «Siamo in regola anche quest'anno, signora Luthor: sua figlia Lena è stata ben felice di concederci il permesso».

«Naturalmente», aveva rimbeccato lei con una nota di sarcasmo. Sembrava averci riflettuto piuttosto poco, però, poiché aveva ripreso parola in fretta: «Beh, dopotutto… Crede che potrò partecipare anch'io?».

Lui era scoppiato a ridere e tutti al laboratorio lo avevano guardato così male che, istanti dopo, aveva stretto i denti e, se avesse potuto, si sarebbe polverizzato. «Ma certo, signora Luthor. È… la benvenuta». Non sapeva con quali forze fosse riuscito a non balbettare.

Lillian Luthor non poteva crederci: da sei anni i suoi dipendenti organizzavano una festa natalizia alla Luthor Corp e lei aveva dovuto scoprirlo origliando; prima Lex e poi Lena avevano sempre dato loro i permessi. Era certa che nemmeno Lionel sapesse qualcosa. Effettivamente non era mai stata una persona da feste che non includessero personaggi di spicco e reporter, ma quel momento era quello che aspettava per mostrare finalmente a tutti che, se voleva, poteva riuscire a essere socievole e non un mostro che pensava solo al lavoro. E poi c'era lei ed era decisa a fare un passo avanti.

 

Peccato che quella sera era arrivata in ritardo.

Aveva passato delle ore a scegliersi un vestito e una volta indossato si era sentita inadeguata, così aveva cominciato a bere. Sapeva che era importante che riuscisse nell'intento, ci sarebbero stati quasi tutti i suoi dipendenti, e l'era salita l'ansia. E lei, chiaramente, Eliza Danvers. L'ansia le aveva portato il mal di pancia. Il mal di pancia e il bere l'avevano portata a vomitare. Sapeva che non era da lei: tutto ciò era assurdo e inqualificabile. Si era seduta sul puff al centro della sua cabina armadio contemplando i suoi abiti uno a uno, tutti firmati e pregiati, che aveva comprato ognuno per un'occasione importante. Quella sarebbe stata un'occasione importante? Si era ripulita in fretta e ed era uscita di casa in vestaglia per andare a trovare Felipe, il suo stilista. Ma era tardi e una giornata prefestiva, quindi aveva accelerato verso casa di Felipe. Fortunatamente, come amava dire parlando di lui, Felipe era un uomo solo che viveva per i suoi abiti: ne portava sempre qualcuno con sé a casa per rifinirli, e le andava bene, perché Lillian Luthor non avrebbe avuto il tempo materiale per farsene fare uno su misura in serata.

Si era diretta alla Luthor Corp con il cuore in gola. Si vergognava di riconoscere sentimenti in lei che pensava fossero morti dopo la prima visione di Marley & Me .

Non si sentiva altro che la flebile voce di Michael Bublè attraverso i muri da quando era entrata in azienda. Non c'era nessuno all'esterno, nemmeno il portiere all'ingresso poiché era già in vacanza; le luci erano spente. Si era lasciata guidare dalla musica e aveva aperto il portone del magazzino, spalancando gli occhi. Di solito, il magazzino era talmente pieno da non far rendere conto a nessuno di quanto quello spazio fosse in realtà davvero grande, così era rimasta spiazzata di trovarsi davanti a una sala gigantesca addobbata di striscioni natalizi e stelle filanti, riempita di tavoloni con sopra stuzzichini e bibite di ogni tipo, lasciata libera al centro dove qualche coraggioso aveva stracciato la sua reputazione tentando un ballo sfrenato. Si era incamminata guardandosi intorno, ritrovando del vischio appeso al soffitto, di tanto in tanto, e delle carte di caramella a terra, dove qualcuno doveva essersi divertito a lanciare coriandoli fuori stagione.

Lei aveva indossato un lungo vestito scuro, elegante, corredato di scarpe a spillo e collier al collo, aveva pensato, solo poco prima, di essere finalmente perfetta per la festa, ma quando si rese conto che l'abito più gettonato in sala erano i maglioni natalizi con renne cominciò a sentirsi di nuovo a disagio.

Iniziava seriamente a domandarsi cosa ci facesse davvero laggiù, a una festa che non era per lei né pensata per una persona come lei, finché non aveva inquadrato Eliza Danvers davanti a un tavolo assaggiando bruschette. Anche lei indossava un pesante maglione rosso natalizio, solo che, a dispetto di tutte le altre persone presenti, non le aveva dato fastidio. Era un gran passo in avanti. Aveva cercato di raggiungerla in fretta e si era bloccata solo un momento quando aveva visto che, al suo fianco, c'era ancora lui. C'era sempre lui. Avrebbe potuto licenziare quell'uomo quando voleva ma si sarebbe dimostrata superiore.

Perché lei era superiore, lo sapeva che lo era sempre stata e lo avrebbe fatto vedere a tutti, non importava come fosse vestita o se il suo corpo le lanciava seri segnali di dover andare di nuovo in bagno, si sarebbe avvicinata a Eliza Danvers e le avrebbe chiaramente fatto capire che era lei ciò che voleva e che avrebbe avu-

« Signora Luthor! ».

Chi era quel bamboccione che puzzava di alcol che le aveva tappato la visuale? Si era domandata, guardandolo da capo a piedi, che lo reggevano appena.

«Sono davvero, ma davvero felice che lei alla fine abbia deciso di partecipare alla festa, sa? Tutti hanno paura di lei ma-», l'uomo le si era appoggiato addosso e Lillian aveva assunto un'aria disgustata. «Immagino si sbaglino tutti perché lei, signora…», l'aveva indicata con l'altra mano, che reggeva un bicchiere di vino, «Perché lei, signora, è un essere umano».

«Temo abbia ragione».

«Un essere umano! Sì! Certo che ho ragione! E lo dimostra il fatto che sia possibile toccarla, signora Luthor».

«Ha ragione, signor…?».

«Lavoro per lei da quindici anni», aveva sbottato.

La donna se lo era scrollata di dosso palesemente nervosa. «E le consiglio caldamente di tornare a casa a farsi una bella dormita e a non rivolgermi più la parola se non interpellato se vuole continuare a lavorare per me per altri quindici anni».

Lui si era allontanato il tanto giusto per guardarla bene e prendersi un attimo, prima di esclamare: «Un brutto essere umano, signora Luthor», e così andarsene.

Lei aveva trattenuto il fiato e lo aveva guardato con disprezzo andare via, ripetendo a se stessa come un mantra: «Sei superiore, Lillian. Sei superiore a questi pezzi di-».

«Signora Luthor!».

« E-Ehi ». Eliza Danvers l'aveva vista e Lillian Luthor aveva immediatamente ripreso possesso di sé, sorridendo radiosa e avvicinandosi al tavolo facendo gesto di saluto con una mano. «Non avevo notato che era qui».

«E così è venuta, eh? Sa, non la facevo una persona da feste di questo genere».

«Ah, no?», Lillian aveva riso appena, cogliendo l'occasione per assaggiare anche lei una bruschetta, prendendone una. «Beh, sì… Non avevo idea che i dipendenti facessero una festa qui ogni anno o naturalmente avrei partecipato molto prima! Mi piace l'idea di cogliere l'occasione per conoscere più da vicino il personale». Aveva guardato di traverso il dipendente che parlava spesso con Eliza Danvers quando lo aveva visto fare passo verso di loro, ma per fortuna si era fermato a parlare con un gruppo di uomini sudaticci e ubriachi che non aveva mai visto.

Eliza Danvers si era gettata dello champagne in un bicchiere e ne gettò uno anche per lei, chiedendole se le andava, porgendoglielo. Lillian aveva preso quel bicchiere con foga e ne aveva bevuto metà subito prima ancora di toccare con bocca la bruschetta.

«Per quanto mi riguarda, sono contenta che lei sia qui».

Aveva deglutito, sentendo improvvisamente molto caldo. Non sapendo cosa dire, aveva morso la bruschetta e, mentre Eliza Danvers si era girata, l'aveva ritirata dalla bocca ancora tutta intera e l'aveva poggiata accanto al piatto, per poi pulirsi le mani e le labbra su un fazzoletto dei tanti sul tavolo.

«Le è piaciuta la bruschetta?», le aveva chiesto, vedendo che non ne aveva già più.

«Deliziosa».

«Ne prenda un'altra», le aveva sorriso, per poi avvicinarsi e parlarle sottovoce, «Credo sia l'unica qui ad averle apprezzate; le ha portate Amanda della sicurezza del quarto piano, non sappiamo che olio abbia usato per condire ma, detto tra noi, sembra olio di motore».

Lillian era rimasta dapprima seria, per capire se stesse scherzando, e poi aveva incurvato i lati della bocca per sorridere e infine ridere. «… Sì, sono davvero orrende».

Allora anche Eliza aveva riso e, per un attimo, Lillian aveva pensato che quello era il momento giusto, il momento giusto per chiederle di uscire.

«Posso chiederle come passerà queste vacanze di Natale, signora Luthor?».

Misericordia , l'aveva anticipata! «Ma certo. Vede, credo proprio che passerò le vacanze a Metropolis. Abbiamo una casa, ora ci abita da solo mio figlio».

«Oh, la famiglia riunita», le aveva sorriso, mentre entrambe si allontanavano dalle buschette e si andavano a sedere vicino ad alcune bibite, portando lo champagne sottobraccio. «Sono certa che Lex non vedrà l'ora di riabbracciare lei e Lionel. Io starò a casa, verranno a trovarmi le mie figlie. Faremo l'albero insieme, è una tradizione».

«Oh, e il suo… ex marito, giusto?», l'aveva squadrata con attenzione, per captare il minimo cenno sospetto nei suoi occhi.

«No, no, verrà anche lui, non si perderebbe un Natale con le ragazze per niente al mondo! Ma si tratterrà solo pochi giorni, non ha molte ferie, deve tornare al suo lavoro».

«Dove lavora il suo ex marito?».

«Al D.A.O., a Metropolis».

«Capisco… Molto bene, molto bene. Dunque non ha più molti… rapporti con lui», l'aveva guardata con attenzione di nuovo, sorridendo. «Intendo che abita più lontano».

«Sì, lui… Jeremiah ed io non eravamo più una coppia da tempo, la separazione ha fatto bene a entrambi, credo», le aveva sorriso a sua volta. «Lui è sereno, io sono serena, le ragazze lo sono altrettanto. Loro erano un po'… diciamo sorprese quando abbiamo deciso di divorziare, ma alla fine hanno capito. Lo saprà anche lei come sono i ragazzi, avendone due», aveva riso, continuando a versare champagne ai loro bicchieri, «Loro sono più emotivi di noi adulti, hanno bisogno di tempo per metabolizzare».

«Sì, Lex… lo è tanto e anche Lena, sì… è una ragazza anche lei», aveva tentato un altro sorriso.

Aveva mandato giù un altro bicchiere di champagne e il suo stomaco aveva ricominciato a gorgogliare. Sebbene non sapesse palesemente fare conversazione, sarebbe rimasta lì a provarci con Eliza Danvers per ore e ore se non avesse di nuovo sentito, e stavolta più forte che mai, l'allarme che le richiedeva più attenzione di tutti: doveva vomitare.

Quella sera si era conclusa con un nulla di fatto: le aveva dato la buonanotte, il buon natale, ed era scappata più veloce di un fulmine verso i bagni del piano terra della Luthor Corp, dove si era rifugiata. Si era sentita persa, vulnerabile come mai prima, sconfitta davanti a sentimenti a cui non sapeva dare un nome. Lei si era sempre vantata di saper mettere i sentimenti e le emozioni in secondo piano rispetto alle cose più importanti come l'ambizione e il successo, cresciuta da una donna che per lei voleva solo il meglio, aveva sposato Lionel Luthor prendendo il suo cognome e la sua azienda per arrivare in alto, credeva fosse ciò per cui era destinata, e non poteva credere di sentirsi… sciogliere come burro al sole per una donna che non era nemmeno un po' simile a lei.

O forse era proprio quello il punto, pensava Lillian seduta sul water del bagno quella notte: era attratta da lei perché era così diversa, irraggiungibile per giunta; una donna che lei non era mai stata vicina a diventare mai in un solo momento della sua vita. E l'avrebbe avuta. Se il suo desiderio di lei si sarebbe estinto una volta raggiunto l'obiettivo, allora poteva dire che era stato un fugace sogno d'avventura; in caso contrario, avrebbe potuto darle il suo cuore.

Cominciava a sperare fosse la prima ipotesi.

 

Si erano avvicinate tanto da dopo le feste natalizie. Eliza Danvers aveva detto alla sua squadra in laboratorio quanto Lillian Luthor in realtà fosse solo una donna in cerca di un po' di contatto umano, di amicizia, poiché le era sembrata molto sola. Lillian le aveva invitato il pranzo un giorno, ma avendolo fatto davanti a tutto il laboratorio, pensarono fosse un invito rivolto a tutti, tutti che accettarono con piacere. Successe un'altra volta. E una volta dopo ancora. Seccata di avere tanta gente intorno e di dover pagare per tutti, cambiò approccio, prendendole del cibo solo per lei e portandoglielo direttamente sulla sua postazione, accompagnato da un'incantevole sorriso.

«Lillian… non doveva».

Finalmente Lillian Luthor era riuscita a farsi chiamare per nome: era un passo in più verso la meta del suo diabolico piano. «L'ho fatto con piacere, Eliza. Sono contenta che ti piaccia: trovo che gli ambulanti siano migliorati, ultimamente».

«Sì, è vero! Comincio a pensare facciano apposta solo cose che mi piacciono».

Lillian si era lasciata andare a una breve risata. «Pare quasi sia così».

Era ormai difficile che Lillian Luthor si spostasse dal laboratorio dove lavorava Eliza se non per lo stretto necessario e i colloqui e le assemblee. I suoi assistenti e perfino sua figlia Lena se dovevano cercarla sapevano dove andare, anche se non capivano perché si ostinasse a lavorare tanto solo in quel preciso punto dell'azienda.

Un pomeriggio erano andate insieme a bersi un caffè dalla macchinetta posta in un corridoio vicino al laboratorio e avevano ricominciato a parlare di loro, della loro famiglia, o meglio Eliza Danvers parlava e lei tentava di capire. Si era irrimediabilmente persa da qualche parte sulle sue labbra e aveva capito di essere al capolinea. Dopo aver provato a fare una foto a entrambe insieme con l'autoscatto e avendo appurato di avere le braccia troppo corte per uno scatto decente, Eliza aveva chiesto a un suo collega di passaggio di scattare la foto con il suo cellulare e le due si erano messe vicine, così vicine che Lillian aveva potuto sentire l'odore del suo respiro. Sapeva che probabilmente doveva aver avuto una faccia fin troppo anormale in quella foto, da imbambolata innamorata, e pensava già che appena vista l'avrebbe voluta cancellare prima che fosse di dominio pubblico, ma quando si vide lì riflessa ne restò talmente sbalordita dal mancarle quasi il fiato: non sembrava certamente la stessa Lillian Luthor che lei conosceva, perché quello sguardo era di una persona… felice . Le aveva fatto paura da matti ma allo stesso tempo aveva trovato la cosa estremamente affascinante. Eliza si era vantata che la foto fosse riuscita bene, così presa che non si era accorta dei sentimenti provati dall'altra.

«Eliza, pensa che sarebbe una buona idea se uscissimo insieme?».

Ecco, lo aveva detto finalmente. E non era stato nemmeno così difficile. Ma se non fosse stato per la forte sensazione di svenire, di certo le sarebbe venuto su meglio.

 

Eliza Danvers era diventata felice, felice, felice. Non lo avrebbe mai immaginato, mai nella vita, che sarebbe riuscita a essere così vicina al suo capo più austero di tutti, Lillian Luthor. Era cambiata tanto in quei mesi e si erano avvicinate altrettanto, così era davvero contenta che le avesse chiesto di uscire. Non voleva farlo lei, era pur sempre il suo capo e non voleva approfittare, ma in fondo avevano tanto in comune, tanto di cui parlare e da confrontarsi, al di là del rapporto professionale che le legava e della vita diversa che avevano intrapreso. Era elettrizzata di poter dire alle sue figlie quando si sarebbero sentite che lei, Eliza Danvers, era diventata amica di Lillian Luthor.

«Una cena?», le aveva risposto al telefono, organizzando quell'uscita. «No, no, certo che una cena andrebbe bene, ma pensavo… Sì, qualcosa di diverso», aveva annuito anche se lei non poteva vederla, «Per la prima uscita, esatto! Oh, un film… va benissimo, allora! Certo che va bene, ne sono felice. Ci vediamo questa sera».

Eliza pensava che sarebbe stato un peccato non poter parlare tra loro se fossero andate al cinema, ma una cena sarebbe stata un po' fuori luogo. Così si era preparata in fretta, indossando un jeans e una felpa, per poi uscire e prendere il treno che l'avrebbe portata a National City anche in quel giorno di vacanza da lavoro. Sul treno le aveva inviato la foto che si erano scattate in settimana, ora che aveva il suo numero di cellulare, e Lillian le aveva risposto inviandole una faccina e un a presto . Una faccina in saluto e Eliza aveva sorriso, stupendosi ancora di quanto la Lillian Luthor che stava imparando a conoscere fosse diversa da quella che si era sempre immaginata.

In stazione lei l'aspettava già. Era scesa dalla parte posteriore della sua automobile nera, mostrando i tacchi a spillo e il tailleur che indossava, mentre i suoi capelli erano perfettamente acconciati in uno cignon. Eliza era rimasta senza parole: Lillian non sapeva davvero cosa significasse vestire casual.

«Eliza», le aveva sorriso, avvicinandosi a lei e prendendola in un abbraccio. «Sarei venuta a prenderti».

«Non ce n'era alcun bisogno. Prendo il treno tutti i giorni, non è mai un problema. Complimenti, stai benissimo».

«A-Anche tu». Lillian Luthor l'aveva fissata per un po', contemplando il suo abbigliamento poco adatto a un primo appuntamento. Ma non sarebbe stato quello a fermarla: in fondo, Eliza sembrava essere bella qualunque cosa indossasse.

Erano in tempo per lo spettacolo delle 21:00. Avevano preso i biglietti e una ciotola di popcorn, raggiungendo presto la sala e i loro posti. Eliza si stupì che Lillian volesse vedere un film d'amore, credeva non le piacessero neppure, ma almeno la sala era quasi deserta e non sarebbero state disturbate durante la visione.

Era un film davvero emozionante, dopotutto. Eliza non era riuscita a finire i popcorn e si era asciugata gli occhi con la manica della felpa in diverse occasioni, mentre Lillian aveva avuto più occhi per la donna al suo fianco che per il film. Quest'ultima non ricordava bene neppure la trama, ma la fioca luce della pellicola era sufficiente per vedere il viso di Eliza e perdersi in lei. Non sapevano cosa avrebbero fatto dopo il film, lei aveva sempre in mente quella cena, ma forse l'avrebbe solo accompagnata a casa e lasciata a ripensare alla loro uscita in attesa della prossima, che sarebbe stata certamente una cena. O forse sarebbe voluta stare da lei per non farsi tutto quel tragitto verso casa, aveva pensato Lillian, se lei glielo avesse chiesto. Di certo, poteva chiederglielo.

Si era avvicinata al bordo del suo sedile, affacciandosi in quello accanto, sorridendo con malizia. «Eliza».

«Sì?».

«Dopo il film… invece di fare tutta quella strada verso casa…». Oh, si sentiva strana e non credeva fosse per i popcorn: sapeva non avrebbe dovuto bere tanto prima di uscire di casa. «E se… e se ti andasse di venire a dormire da me? Ti ospiterei io, per questa notte».

«Non vorrei disturbare».

«Ma no, quale disturbo…».

«Allora, forse potre-», Eliza Danvers era sbiancata, spalancando gli occhi, quando finalmente aveva realizzato che quel qualcosa che si era appoggiato sulla sua gamba destra e poi aveva iniziato a salire lentamente in mezzo alle sue gambe era una mano di Lillian Luthor.

 

Eppure i segnali c'erano stati tutti. I pranzi offerti, i suoi cibi preferiti, il fatto che passasse così tanto tempo con lei e con nessun altro dei suoi colleghi, la sua eleganza e, di certo, la cena che sperava di fare insieme a lei. Come aveva fatto a non capirlo? Era stata così cieca di fronte all'evidenza… Non a torto: Lillian Luthor era una donna sposata e, come se non bastasse, non aveva mai dato l'idea che le piacessero anche le donne.

Dopo quella loro prima uscita, in cui alla fine Eliza aveva dovuto insistere per tornare a casa sua e Lillian l'aveva fatta accompagnare da Ferdinand, il suo autista, le cose tra loro si erano un po' raffreddate. Eliza voleva prendersi del tempo per capire come affrontare la cosa e Lillian passava invece il suo tempo a capire cosa avesse fatto di sbagliato quella sera. Ma forse aveva bevuto troppo per ricordare, misericordia; ma aveva dovuto bere per forza per pensare di stare vicina a quella donna una serata intera da sole. Per sua fortuna, o sfortuna, era troppo impegnata a pensare al resto dell'azienda che aveva trascurato fuori da quel laboratorio per avere il tempo di pensare a cosa e come farsi perdonare. Suo marito Lionel Luthor era tornato da qualche giorno da Metropolis che aveva passato nella filiale della Luthor Corp che gestiva il figlio Lex e si era preso qualche giorno per stare a casa a riposare, così Lillian aveva dovuto prendere con più serietà il suo lavoro che, fino a qualche mese prima, era quasi letteralmente la sua vita.

Se Eliza Danvers ci pensava attentamente, e in fondo non faceva altro perfino accatastando calzini, non le erano mai dispiaciute le donne. Ricordava solo in quell'attimo quando al liceo si era presa una sbandata per una cheerleader che era tanto lontana da lei in popolarità, essendo stata capitano del club delle scienze e cocca delle insegnanti, quanto in tutto il resto. Aveva smesso di pensare a lei quando quest'ultima aveva firmato la raccolta firme per chiudere il club delle scienze, capendo che non ci sarebbe mai stato futuro tra loro. Si era addirittura dimenticata di lei col tempo, si era sempre innamorata degli uomini e considerava Jeremiah, anche se erano separati, ancora l'uomo della sua vita. E come si era sentita strana quando Alex, la sua primogenita, le aveva detto di essere gay. Sembrava una cosa così distante… Ma Lillian Luthor era la sua scoperta e non sapeva bene come interpretare ciò che provava in quel momento. Le stava scombussolando la vita.

E sarebbe stata scombussolata ancor di più uno dei pomeriggi successivi. La squadra doveva spostarsi per pranzo e uscirono tutti insieme dal laboratorio quando Eliza si era accorta di aver dimenticato il portafogli ed era tornata indietro. O meglio quella era la scusa che disse ai suoi colleghi, ma si era portata del cibo da casa ed era andata a prenderlo: non voleva incrociare Lillian Luthor dagli ambulanti al piano di sotto e magari farsi invitare. Non aveva ancora preso una decisione e l'altra donna non sembrava capire cosa ci fosse che non andava tra loro. Aveva tirato fuori dalla borsa delle posate avvolte in un fazzoletto seguite da un recipiente di plastica con dentro carne e insalata, cercando di sbrigarsi per uscire, fermandosi solo col sentire la porta aprirsi, sbuffando.

«Sto arrivando, Pete. Mi dichiaro colpevole, mi hai scoperta». Ma si era sorpresa di vedere Lillian e non il suo collega. « Ops… », aveva bisbigliato, guardando il cibo, «Mi dica, signora Luthor, è troppo tardi per nascondere il mio pranzo a fare finta di niente?».

«Immagino di sì», aveva sorriso e si era avvicinata contorcendosi le mani, palesemente nervosa. «Ma chiuderò un occhio. Lionel ed io stavamo pensando di riaprire la mensa, così da non costringere gli operai a spendere ogni giorno dagli ambulanti. Loro resteranno, ma saranno un opzione».

«Credo sia un'ottima cosa».

Lillian aveva annuito, guardandola con attenzione. Si era avvicinata, le aveva preso il pranzo dalle mani e lo aveva poggiato all'angolo di un tavolo per non urtare niente, mentre Eliza era rimasta ferma, in attesa, poiché sapeva che non poteva più scappare da lei, da quel pensiero, e da ciò che provava, qualunque cosa fosse. «Eliza, non abbiamo parlato più da quella notte…».

«No».

«Posso chiederti cosa-».

Eliza Danvers non seppe cose volesse chiederle, anche se di certo ne aveva avuto da allora qualche idea, ma si era accorta che più di tutto non sarebbe riuscita a fare conversazione, che non sapeva cosa dire, né che forse aveva davvero qualcosa da dire, così le aveva preso il viso tra le mani e l'aveva baciata, chiudendo quelle labbra e il loro discorso. E quello sarebbe stato il primo di una lunga serie di baci.

 

                                                                                     

 

Avevano inizialmente deciso di mantenere clandestina la loro relazione, dopo la loro cena alla seconda uscita, perché non solo erano l'una il capo dell'altra, ma perché avevano ogni interesse a tenere i giornalisti lontano dalle loro vite. Lionel Luthor era stato il primo a saperlo, per sua moglie non era stato un problema dirgli che frequentava una donna e lui non le aveva neppure rivolto una domanda, nemmeno chiesto se la conoscesse, ma aveva semplicemente appreso la notizia. D'altronde non erano più una coppia da molto tempo, se non sotto i riflettori delle macchine fotografiche: non avevano mai mostrato il desiderio di divorziare perché a tutti faceva comodo saperli sempre uniti, ma il fatto che dormissero in due letti e in due camere separate da anni era esplicativo.

Si erano trasformate in due ragazzine che fingevano una vita normale fino a che nessuno le guardava, e allora diventavano amanti. Ciononostante si sa, tutto è destinato a mutare e se la voglia di vivere una vita pacifica insieme era la loro priorità, la clandestinità stava lentamente perdendo il suo fascino a dispetto di una relazione normale. Stavano per uscire allo scoperto, lo avevano deciso insieme, quando l'improvvisa morte di Lionel Luthor le aveva fermate. Era successo tutto così in fretta da lasciarle impreparate. Seppure tra loro non c'era amore e forse non c'era mai stato, Lillian era rimasta molto provata dall'avvenimento e aveva chiesto a Eliza del tempo per stare vicino ai suoi figli e alla Luthor Corp.

«Forse non sono mai stata la madre che meritavano, ma devo provare a stare loro vicino».

Eliza aveva ormai imparato a conoscere quella donna: non riusciva facilmente a trasmettere le sue emozioni, era come ghiaccio e pietra, e il dolore non sarebbe riuscito a cambiarla, ma doveva provare a farlo per i suoi due figli.

Era stato un periodo complicato e quando riuscivano a vedersi, sembrava che Lillian Luthor non volesse più lasciarla andare. La morte del marito di Lillian aveva cambiato le carte in tavola, ma alla fine era riuscito a unirle più di prima. Infine, come colta da un'idea folle e spinta dalla voglia di andare avanti, Lillian Luthor aveva fatto una valigia e si era trasferita momentaneamente a casa di Eliza Danvers, e non potendo sparire senza dir nulla, spiegò a Lena, la sua seconda figlia, la semplice verità:

«So che sarà strano per te sentirlo, Lena», le aveva preso una mano tra le sue, guardandola dritta negli occhi chiari, «Ma non voglio mentirti: mi sto frequentando con qualcuno, una donna, lavora alla Luthor Corp. Andrò a stare da lei per un po'».

Lei l'aveva guardata come se non la riconoscesse. «Tuo marito è appena morto e stai già frequentando qualcuno?».

«Non è come pensi, cara», aveva mantenuto il suo sorriso e la stretta calda delle loro mani. «La frequentavo da prima che tuo padre morisse».

«Lo stavi tradend-».

«Sono sicura che capirai».

«Stavi tradend-».

«Ci vedremo comunque alla Luthor Corp».

« Lillian! ».

«Se hai bisogno sai che puoi farmi una telefonata».

Un po' meglio l'aveva presa Lex, che in verità già sapeva di loro poiché ne avevano parlato lui e suo padre prima che mancasse.

D'altra parte, superato il duro periodo dovuto al lutto, le cose tra Lillian ed Eliza non facevano che migliorare. Stare lontana da National City se non per lavoro aveva migliorato il carattere di Lillian, e avere qualcuno per casa aveva reso Eliza Danvers felice come non si sentiva da tempo.

Passarono mesi e Lillian convinse l'altra a parlare della loro relazione alle sue figlie, che quando le sentiva per telefono faceva di tutto per terminare la conversazione prima che potesse anche solo accennarglielo. Temeva le loro reazioni ma, più di tutto, temeva che le cose cambiassero proprio in quel momento che stavano andando tanto bene. E così, una sera, si armò di buona volontà e chiamò prima l'una e poi l'altra, con Lillian vicino.

«Sono una donna fortunata…», aveva sussurrato e loro, in due tempi diversi, erano rimaste in ascolto, «Perché io, Eliza Danvers, ho finalmente trovato l'amore della mia vita».

Ed entrambe, in tempi diversi, erano rimaste senza fiato. L'amore della sua vita? Sì che lei e Jeremiah avevano divorziato da tempo, ma credevano sarebbero rimasti loro due per sempre , come anime gemelle che avevano scelto due vite diverse e distanti.

«È papà?», era stata la prima reazione di Alex.

«È uno scherzo?», quella di Kara, «Perché se lo è, Eliza… non l'ho capito».

 

Aveva lasciato detto a entrambe che potevano venirle a trovare quando volevano alla Luthor Corp, ma sapeva che sarebbero state impegnate con l'università e il lavoro e contava su quello. Ogni volta che Lillian Luthor esprimeva il desiderio di conoscerle, Eliza le chiamava e insieme fissavano un appuntamento, ma sceglieva apposta date trabocchetto in modo che non si vedessero.

«Oh, non puoi… Stai tranquilla, tesoro, si farà un'altra volta»: era la sua risposta standard alle chiamate di disdetta che aspettava, fingendosi dispiaciuta.

Dopo appena due mesi da quando aveva detto di loro alle figlie, Eliza e Lillian erano state sorprese insieme alla Luthor Corp e la loro storia era venuta a galla. Decisero di comune accordo di cogliere la palla al balzo per fidanzarsi ufficialmente e nella stessa settimana diedero un party alla Luthor Corp dove Eliza aveva potuto conoscere di persona Lena e Lex Luthor, che aveva viaggiato da Metropolis per l'occasione. Eliza Danvers aveva inviato l'invito anche alle sue due figlie, ma sapeva che non si sarebbero presentate per via degli impegni e no, non era ancora pronta a far congiungere quell'aspetto della sua vita con l'altro, anche se era ormai conscia che le vacanze estive si avvicinavano rapidamente e non ci sarebbe più stato verso di rimandare. Aveva detto loro al telefono che ora che si erano fidanzate erano pronte per andare a vivere insieme, raccontando loro la serata e quanto fosse speciale davvero la sua persona speciale, spianando il terreno per quando si sarebbero incontrate.

 

Lillian era elettrizzata per l'arrivo delle vacanze e quindi di Alex e Kara, coinvolgendo Lena in quell'avventura. Anche Lex doveva partecipare alla loro prima volta come una famiglia allargata, ma sebbene la filiale della Luthor Corp di Metropolis sarebbe rimasta chiusa per il mese di giugno, aveva comunque del lavoro extra da sbrigare prima della riapertura che richiedeva il suo massimo impegno, così aveva dovuto declinare. Anche Eliza sentiva il tempo che si stringeva diventando ogni giorno più tesa.

Andando a far la spesa nel solito market, una sera, per poco non le veniva un infarto sentendo la risata di Kara. Non si era tranquillizzata del tutto neppure quando aveva visto che a farla era una bambina che poteva avere la metà dei suoi anni. E andando alla Luthor Corp insieme, sul treno, perché aveva convinto Lillian Luthor a provare l'esperienza invece di far andare Ferdinand a prenderle ogni giorno, le era parso di intravedere Alex a pochi sedili da loro: per fortuna quei capelli a caschetto rossi appartenevano a un ragazzo e non a lei. Era agitata, nervosa, sempre sull'attenti. Così tanto che Lillian la convinse a passare una sera fuori, per provare a rasserenarla. Presero una delle macchine della tenuta dei Luthor che decise di guidare Eliza ed erano partite, ma il traffico le aveva bloccate ancor prima di uscire dalla città. Si erano fermate davanti a un semaforo e, per un rapido attimo, le era parso ancora di vedere sua figlia Alex di fianco a loro, in una macchina della corsia vicino. E certo, pensava, perfino l'automobile che guidava somigliava a quella condivisa da sua figlia e la sua ragazza. No, no, era proprio identica. Si era presa il tempo per guardarla attentamente e appena l'autista si era girata e si erano scambiate un fugace sguardo, Eliza aveva provato a nascondersi in basso sul sedile e, ricordando che era lei quella alla guida, aveva tentato di nascondere Lillian.

Alex aveva fatto loro un saluto con la mano ed era scesa dall'auto per salutarle; in ogni caso erano imbottigliate nel traffico e non c'era posto dove poter scappare. Anche Lillian aveva aperto la portiera dal suo lato e aveva salutato Alex Danvers con un abbraccio, felice che finalmente la potesse conoscere.

 

Lillian chiuse la porta del bagno dietro di lei e camminò nella camera buia fino ad aprire le coperte e sistemarsi comodamente contro la schiena nuda di Eliza, che al tocco su di lei sorrise.

«Non credo di essere pronta a lasciarle andare», bisbigliò la prima.

«Devono tornare alle loro vite… e noi alla nostra. Le rivedremo ad agosto, erano questi i patti», rispose Eliza, voltandosi per guardarla negli occhi, che anche se già abituata al buio li vide appena, «O hai paura a stare da sola con me, forse?».

«Un po'», rise a fior di labbra.

«Non devo chiederti come sta procedendo il tuo esperimento?!».

«No, quello sta andando benissimo, lo sai», le baciò una spalla.

Chiusero gli occhi per cercare di dormire, quando un pensiero sconvolse la testa di Eliza Danvers, che li spalancò come colta da un fulmine a ciel sereno: «Accidenti! Devo ancora dirlo a Jeremiah».

 

 

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

La pallina planò per aria; sembrava destinata a cadere sull'erba in balia delle giocatrici che, sudate e col fiatone, si stavano addossando tutte là sotto in attesa di acchiapparla per prime, con le loro stecche da lacrosse pronte. Nessuno si aspettava di vedere una delle giocatrici dalla maglia rossa e blu saltare così in alto, sembrare volando illuminata dall'impianto di luci del campo, e prendere la palla per prima, custodendola nella rete della stecca.

 

«Lo ha detto con una strana espressione, Alex… Non credo di inventarmi le cose».

«Che cosa era?», barbugliò con la bocca piena di schiuma di dentifricio, «Cos'era che ha detto? Io neanche mi ricordo».

 

Tornata sull'erba, la numero dieci iniziò a correre per mantenere il possesso della palla. Una giocatrice della squadra avversaria le si gettò contro ma, spalla contro spalla, ebbe la peggio, finendo sull'erba. Due giocatrici, in attesa del suo arrivo, piantarono i piedi a terra; ma niente sembrò poterla fermare: le andò incontro e si aprì con forza un varco per correre indisturbata verso la porta.

 

«La cosa sulla vaniglia… Che ne mangerebbe sempre, o qualcosa del genere».

«E allora? Non ho capito», si abbassò per sputare la schiuma sul lavandino.

 

La numero dieci piantò il piede destro per frenarsi, ruotando il corpo alzò le braccia con la stecca in tensione e lanciò la palla in direzione della porta con tutta la forza che aveva. Il portiere sembrò intercettarla ma era troppo tardi: la palla, veloce, era già dietro di lei, contro la rete della porta. La squadra rossa e blu conquistò un altro punto e, nel festeggiare, si tolsero i caschi, prendendo aria. La numero dieci sganciò il casco e i suoi capelli biondi le scesero sulle spalle; lo mantenne sotto il braccio destro intanto che, respirando con affanno, si portò le mani contro i fianchi.

«Questa è… Supergirl!» , gridò un ragazzo mentre la telecamera si spostava sul suo faccione, lasciando il campo. «Capite? È pazzesca» .

Lena sospirò, mettendo in pausa il video. «È proprio una super ragazza », sussurrò. Chiuse la pagina e la sua espressione cambiò, focalizzando il suo sguardo su vecchi articoli di giornale.

 

«Quando tu e Maggie ancora non eravate arrivat-».

«Non siamo arrivate insieme, te l'ho detto».

«Non intendevo-», sbuffò, «Quando voi ancora non c'eravate lei aveva detto qualcos'altro sulla vaniglia, del tipo che era il gusto per me, che mi rappresentava». Guardò Alex che a sua volta la guardava nel tentativo di capire. «Prima dice una cosa come che io sono la vaniglia, e poi che ne mangerebbe sempre con un tono di voce strano e mordendo il cono in modo ancora più strano », aggrottò le sopracciglia, in special modo dopo che Alex si lasciò andare a una grande risata, «E mi guardava…».

«Va bene, datti una calmata, Kara», continuò a ridere, cercando di non gridare poiché era notte e dovevano già essere a letto a quell'ora. «Stai cercando di dirmi che Lena Luthor stava flirtando con te?».

Lei arrossì, facendosi indietro. «Beh, no… ma-».

«No, Kara. Lena Luthor ha solo trovato un altro modo per stuzzicarti! E tu come al solito ci caschi con tutte le scarpe», diede una pacca sulle spalle della sorella, sorridendo ancora. «E adesso andiamo a dormire, ti prego. Domani torniamo a casa, ricordi? Hai pensato a questa cosa della vaniglia per giorni e non ti sei ancora sistemata il trolley».

«L'ho fatto. Quasi. Sistemo prima di andare, ho tempo».

Aprirono la porta del bagno e Alex le diede la buonanotte, andando a chiudersi in camera sua. Kara aprì la porta della sua stanza e, notando che Lena non c'era, tornò indietro verso il soggiorno. Vide la luce del suo laptop che illuminava la stanza nel buio, davanti al divano, e decise di raggiungerla. Appena Lena si accorse di lei chiuse la pagina delle email.

«Non hai sonno, vaniglia?».

«Sai, preferirei che tu non mi chiamassi in quel modo…», arrossì involontariamente.

«Allora so per certo che voglio chiamarti in quel modo», rise, ma non sentendo risposta da parte sua alzò lo sguardo dallo schermo, verso di lei. «Va bene: Kara. Stavo scherzando».

Sullo schermo comparivano scannerizzazioni di vecchi articoli giallognoli di giornale, scorse Kara. In grosso lesse il nome di Lionel Luthor. «Che tipo era tuo padre?».

«Molto riservato, a volte distante. Ma era un brav'uomo e quando ero bambina», Lena sorrise, adocchiando una vecchia foto del suo viso più giovane su quelle pagine di giornale, «mi prendeva sempre in braccio e giocava con me o mi raccontava delle storie». Poi scosse la testa, di colpo. «Forse lo faceva anche con Lex quando aveva la mia stessa età, non c'ero per saperlo».

Kara la fissò con attenzione, illuminata dalla luce dello schermo: era seria, ma le guance arrossate e gli occhi lacrimosi la tradivano. «Mi dispiace davvero per tuo padre».

Lena annuì. «Avrei voluto avere più tempo con lui. Quando cercavo informazioni sulla mia vera famiglia trovai solo mia madre», la guardò, «Avevo quattro anni quando morì e io fui adottata dai Luthor. Non sapevo nulla sul mio vero padre, non potevo avere idea che…», scosse la testa guardando di nuovo quei vecchi articoli. «Ero così arrabbiata con loro perché non volevano che cercassi la mia vera famiglia per poi sapere che ero frutto di un tradimento di Lionel Luthor con una donna che poi morì di cancro». Kara aspettò a dire qualcosa. «Immagino che Lillian non volesse che conoscessi la verità perché lui l'aveva tradita».

«Forse…», si azzardò a prendere parola, piano, «Forse non voleva che la guardassi in modo diverso. Come se fosse meno genitore».

«Come se fosse mai stata madre dell'anno, con me. Mi ha accettata solo perché non voleva che saltassi fuori dopo anni come una figlia illegittima di suo marito», rise, ma senza ilarità nello sguardo, chiudendo la pagina che conteneva gli articoli, «Avrebbe creato qualche scandalo. Adottarmi e nascondermi la verità avrebbe reso le cose più semplici per tutti. Non sa che io lo so».

A quel punto si zittirono entrambe, soprappensiero.

«Cosa pensi di fare, adesso, con Lillian?», le chiese Kara, «Non ti ha mentito sulla sua morte…».

Lena restò immobile, sembrò pensarci ancora a lungo e sul suo viso apparve una piccola smorfia, che tentò di arginare sul nascere. «Non farò niente. Sembra che stia con tua madre per vero interesse e io non posso che fare loro gli auguri», cercò di sorriderle, ma non sembrava sincera. «Non ho nulla contro Eliza; lei sembra davvero, davvero in gamba».

La vide spegnere il laptop e Kara si alzò, stirandosi braccia e schiena, lasciandosi andare a un grosso sbadiglio.

«Sembra che qualcuno stia cascando dal sonno».

«Non ne hai idea».

Si ritirarono sotto le coperte e, nonostante il sonno, pareva che nessuna delle due fosse pronta a dormire.

Kara si girò dalla sua parte e tentò di inquadrarla nel buio, dove le sembrava di vedere i suoi capelli. Sbadigliò di nuovo, cercando di contenerlo contro il cuscino. «Lena…?», chiamò subito dopo a bassa voce, nel caso stesse dormendo.

«Dimmi».

«Perché sei venuta qui se non ti piaceva la situazione di Lillian? Alex ed io saremmo tornate comunque, è casa nostra, ma tu potevi fare come tuo fratello, trovare la scusa di un impegno… una cosa del genere».

«Sì, beh… Come ho detto, Lillian non è mai stata madre dell'anno, ma è pur sempre mia madre. È la mia famiglia».

Kara sorrise e poi le diede la buonanotte.

 

La mattina successiva, casa Danvers-Luthor si trasformò in un pandemonio.

Kara Danvers correva da una parte all'altra della casa per recuperare tutto ciò che le serviva da mettere nel trolley, in ritardo. Eliza era dietro ai fornelli da tre ore e la cucina era piena di teglie e piatti e pentole con cibo che le sue figlie avrebbero portato con loro a National City. Alex cercava di spiegare a quest'ultima che non stavano partendo in missione per l'Africa ma che erano a un'ora da lì, e che tutto quel cibo non ci sarebbe stato nei loro bagagli. Dopo aver finito di svuotare la metà dell'armadio che aveva occupato in camera di Kara, Lena Luthor si era seduta sul tavolo davanti alle prelibatezze cucinate da Eliza assaggiando qualcosa mentre leggeva un giornale. Lillian, invece, passeggiava per tutta casa fotografando la famiglia nell'ultimo giorno di vacanza tutte insieme, prima del loro ritorno ad agosto.

Si era fermata in cucina, alzando il selfie stick davanti a lei e fotografandosi dietro Eliza e Alex che discutevano.

«Quelle non le metterai su Instagram, vero?», le domandò Alex, mentre Lillian si allontanava, dopo aver scattato un'altra foto di lei accanto a sua figlia Lena che leggeva.

«Lo scoprirai domani», rispose lei per sua madre, senza staccare gli occhi dal giornale, sfogliando una pagina.

« Elizaaa! », Kara si affacciò dalla porta dopo una corsa per casa, decisamente allarmata. «Hai visto il numero 432 del CatCo Magazine? Non lo trovo da nessuna parte».

«Sicura di non averlo già messo nel trolley, tesoro?», rispose, per poi soffiare sull'arrosto di patate e carne che stava tirando fuori dal forno.

«L'ho svuotato quattro volte, non c'è».

«Hai provato nel tuo letto?». Tutte si voltarono verso Lena e lei ricambiò gli sguardi, alzando le sopracciglia. «Cosa…? Ci ha dormito addosso, l'ho visto quando mi sono alzata questa mattina! Magari è ancora lì», aggiunse, guardandola.

Kara corse subito, aveva già fatto il letto ed era certa che non c'era, ma guardare di nuovo non sarebbe stato un problema. « Trovato », gridò poco dopo e Lena riprese a leggere, fotografata da Lillian.

Eliza e Lillian accompagnarono le ragazze verso la stazione in macchina, poiché non avevano più un solo bagaglio a testa ma due, dovendo portarsi dietro buste piene di recipienti con il cibo preparato dalla prima. Era tutto con loro poiché non aveva permesso a nessuno di toccare qualcosa per pranzo, preferendo dei panini veloci con poco entusiasmo da parte di Lillian, che Eliza convinse per provare qualcosa di nuovo. Aveva preparato i recipienti anche per Lena, che arrossì con non poco imbarazzo quando se li ritrovò da portar via. Tuttavia, era senza dubbi Kara quella più felice di avere tutte quelle bontà con sé.

Salirono sul treno e salutarono le loro madri dal finestrino prima di andare a cercare posti a sedere, mentre Lillian Luthor scattava loro l'ultima foto.

Kara sospirò, sedendosi dalla parte del finestrino. «È andata bene».

Al suo fianco, Alex svuotava la sua busta con i recipienti di cibo, controllandoli uno a uno e, ogni tanto, passandone qualcuno a Kara, che metteva nella sua.

Lena guardava il lavoro che facevano con estremo interesse: sembravano piuttosto abituate.

«Io scendo prima, ragazze. Mi aspetta Maggie», sussurrò Alex. «Passerò da lei prima di tornare a casa. Magari le lascio qualcosa», aggiunse, continuando a guardare i recipienti. Kara le sorrise maliziosa e la sorella le picchiettò il recipiente che aveva in mano contro un ginocchio.

« Ahio », sbuffò, «Non sono indistruttibile, sai?».

«Mh, credevo di sì, Supergirl».

Alex salutò affettuosamente Lena e poi Kara, dicendole che si sarebbero risentite presto, così scese, portando con sé la sua borsa e una busta con i recipienti decisamente più leggera. Le due si affacciarono al finestrino e la videro ritrovarsi con Maggie con un abbraccio e poi un bacio. Il treno ripartì.

«Non vivono insieme?», domandò Lena con curiosità.

«No. Non volevano affrettare le cose…».

«Allora non stanno insieme da tanto».

«Quasi un anno».

Lena annuì. Non si dissero più niente, ascoltando i chiacchiericci delle altre persone sul treno, da chi metteva musica e chi rideva in compagnia, forse a voce un po' troppo alta. Lena la scrutò quando era impegnata a guardare fuori, ricordando il video in cui giocava a lacrosse: sembrava così veloce, così forte, così capace. Capiva perché la chiamassero in quel modo. Kara Danvers sembrava la perfetta copertura per una super ragazza, con quei suoi modi goffi e il dolce sorriso. Si domandò perché avesse aspettato tanto prima di provare a cercare su internet video su di lei; avrebbe voluto vederla prima, per tentare di capirla di più.

«E tu?», Kara richiamò la sua attenzione e arrossì appena, «Stai con qualcuno, Lena?».

«No. Jack ed io ci siamo lasciati l'anno scorso, dopo cinque anni insieme».

«Cinque anni?», spalancò gli occhi. Tenne aperte le orecchie nel sentire che il treno si avvicinava a una stazione, ma la sua sarebbe stata la successiva. «Wow, è… tanto tempo».

Lei guardò oltre il finestrino quando il treno si fermò e alcuni passeggeri cominciarono a scendere, ma il suo sguardo sembrò distante. «Pensavamo che un giorno ci saremmo sposati».

«E cos'è successo?». Cominciava a credere che la morte del padre di Lena avesse influenzato la sua relazione con quel ragazzo, ma ma preferì tenere quel pensiero per sé.

«Niente di troppo scenico, semplicemente ci siamo accorti che eravamo due persone completamente diverse che avrebbero dovuto prendere due strade diverse. Eravamo due ragazzini quando ci mettemmo insieme… Avevamo in comune tante cose, e altre ne abbiamo ancora ora, ma siamo cresciuti individualmente». Il treno ripartì e Kara cominciò a sistemare meglio i suoi bagagli per scendere alla prossima. «Più che altro, lui piaceva più ai miei genitori che a me».

Kara rise. «Anche a Lillian Luthor?».

«Soprattutto a Lillian Luthor: ricco, di buona famiglia, un ragazzo di scienza. Ci stava già preparando gli inviti per il matrimonio». Risero di nuovo e quando Kara udì il treno che annunciava la fermata guardò Lena con un misto di tristezza.

«Devo scendere adesso».

L'altra annuì, guardando di nuovo fuori dal finestrino. Poi, come vide che la stazione si avvicinava, aprì la sua valigetta e fece qualcosa che Kara non capì, finché non la vide tenderle un biglietto. «Il mio numero privato», esclamò, passandoglielo, «Segnalo sul cellulare e poi fammi uno squillo».

«Oh, okay», sorrise e le sembrò di essere di nuovo stranamente in imbarazzo, infilandoselo nel taschino posteriore dei pantaloncini in jeans che indossava. «Non hai trovato il mio numero nei file che hai su di me?».

«No, è un peccato. Le informazioni più utili non sono segnate, accidenti».

Il treno si fermò e Kara si alzò lentamente, prendendo il trolley e la sua busta strapiena di contenitori.

«Sei sicura di farcela fino al campus?».

«Io? Pff », rise, «Sono Supergirl, non dimenticarlo», prese la busta contro il petto, sorretta solo dal braccio destro. «Tu, piuttosto? Non è che vuoi che scenda con te, così ti aiuto?».

«No, non preoccuparti. Non sarò Supergirl, ma ho i miei assi nella manica», sorrise a sua volta.

«Ti viene a prendere la macchina, vero?».

«Sei perspicace, Kara Danvers».

Kara si mise in fila con altre persone per scendere e stava per girarsi a salutarla, quando si sentì prendere per un braccio e tirare appena.

«Ehi, Supergirl: potrò venire a trovarti?».

Kara sorrise, camminando avanti e scendendo dal treno, spintonata dalle altre persone in fila. «Quando vuoi», le gridò prima che le porte si richiudessero.

 

Per com'erano iniziate quelle vacanze in casa Danvers-Luthor, Kara non poteva certo immaginare che alla fine non solo sarebbe riuscita ad andare d'accordo con Lena Luthor, ma che con tutta probabilità il loro rapporto si sarebbe evoluto in amicizia. Si sopportavano, riuscivano a discutere, tra loro c'era una certa sintonia, amava pensare. Ogni tanto Lena si lasciava andare con qualche scherzo, ricordando il gelato alla vaniglia, ma tutto sommato era affrontabile. Sorrideva felice al pensiero del foglietto con il suo numero di telefono, sapendo che l'avrebbe chiamata non appena sarebbe tornata nella sua camera.

Dopo l'identificazione oltrepassò il cancello del campus, insieme a due automobili. La seconda le suonò il clacson e un ragazzo tirò fuori la testa dal lato del passeggero. «Supergirl!!», esultò e lei sorrise, continuando a camminare.

Il campus era enorme, composto da quattro edifici che si guardavano l'un l'altro componendo un quadrato, distanti un grandissimo parco con alberi, stagni e stradine sterrate ideale per fare passeggiate, jogging o anche solo per respirare aria fresca o studiare in tranquillità. Si accedeva all'università passando per una strada dietro il dormitorio C oppure dal cancello dall'altra parte.

Come al solito, sotto i dormitori era pieno di studenti seduti sulle panchine, sui marciapiedi o negli scalini degli ingressi; ragazze e ragazzi che facevano gruppo, fumavano, altri cantavano, altri stavano al cellulare, alcuni si salutavano, probabilmente anche loro appena tornati da qualche giorno di vacanza. Avvicinandosi al dormitorio B, il suo, cominciò a intravedere facce conosciute. Un gruppo di ragazze la salutò con gesti della mano, altri fecero lo stesso, una ragazza le diede il bentornato con un abbraccio e un altro gruppetto la fischiò accompagnando ovazioni, chiamandola Supergirl . Una ragazza le fece la mano con un saluto e Kara poggiò la busta piena di cibo in terra, abbandonata con il suo trolley, per correre ad abbracciarla.

«Finalmente sei tornata, ragazza», disse l'altra, «Com'è stato a casa con mamma e aspirante mamma? Racconta».

«Mi sei mancata, Megan», sorrise, tornando indietro per recuperare la sua roba. L'altra non si trattenne a un commento di approvazione, scorgendo la mole di contenitori nella busta, e Kara rise: sapeva che di tutto quel cibo ne avrebbe approfittato anche lei. «All'inizio era un disastro, ma alla fine non è stato male. Poi ti racconto meglio». Le diede il suo trolley, mentre lei reggeva la busta con entrambe le mani; tre ragazze, sedute sugli scalini dell'ingresso, si alzarono subito per farla passare appena la videro venire verso di loro.

«Bentornata, Supergirl».

«Grazie», arrossì.

«Sì, raccontami bene dopo, anche perché prima dovresti andare a cercare qualcuno», le rispose Megan, entrando nell'edificio. Anche lei giocava nella sua stessa squadra, ma sapeva che la star di tutti lì era Supergirl ed era abituata all'accoglienza che le riservavano, senza darci troppo peso.

«È già qui?».

«È tornato ieri e pensava ci fossi: è venuto a cercarti cinque volte anche se gli avevo detto che non ti avrebbe trovata. Un tipo insistente…», rimarcò. Salirono tre scalini dopo l'ingresso, attraversando una sala piena di studentesse e alcuni studenti che passavano dai bagni al primo piano alle scale, dalle scale all'uscita. Altri la salutarono con gesti e sorrisi.

«Sì, è tipico da parte sua», rispose Kara, avvicinandosi alle scale. La guardò, parlando a bassa voce: «Secondo te perché gli ho espressamente chiesto di non cercarmi al cellulare questi giorni, se voleva rivedermi?! Non è un cattivo ragazzo, ma come hai detto tu è, appunto, insistente», aggrottò le sopracciglia, sbuffando.

«Kara!».

Le due si scambiarono uno sguardo mentre il ragazzo si avvicinava rapidamente. Le arrivò addosso e premette le labbra sulle sue, colta di sorpresa.

«Mike?! Che stai facendo?».

«Oh, troppo presto?», sorrise, guardando l'una e poi l'altra. «Pensavo che, visto che siamo stati lontani così tanto, volessi fare la pace». Non aspettò che lei rispondesse e le prese subito la busta dalle braccia, chiedendo poi a Megan se il trolley era di Kara, prendendo anche quello. Lei glielo lasciò scrollando le spalle e lui cominciò a salire le scale. «Lascia che ti aiuti! Accidenti, ma quanta roba c'è qui dentro? Tutta da Eliza?». Le due lo seguirono.

Megan aprì la camera con la sua chiave e Mike entrò per primo, lasciando la busta sopra l'unico tavolo e vicino il trolley, a terra, così si portò le braccia contro i fianchi, prendendo un grosso respiro, come soddisfatto. «Com'è andata la vacanza?», le chiese, intanto che Megan richiudeva e così si sdraiò su uno dei due letti nella piccola camera per poi mettersi nelle orecchie le cuffiette collegate al cellulare, sentendosi di troppo con il ragazzo lì, come al solito.

«Bene», lo abbracciò e lui la chiuse tra le sue braccia.

«Sono contento. E la dolce metà di Eliza? I tuoi nuovi fratello e sorella?».

«Sì… A proposito», si sedette sul letto dall'altra parte del muro, tirando fuori il foglietto dalla tasca dei jeans. Prese il cellulare e cominciò a digitare, intanto che Mike la guardava con curiosità.

«Chi chiami?».

«Lena», si portò il telefono all'orecchio, sentendolo squillare, «Tra poco ti spiego». Squillò per un po' fino a che la telefonata non si chiuse e Kara corrucciò lo sguardo. «Mi ha chiuso…». Perché lo aveva fatto? Pensava avrebbe risposto anche solo un attimo per dirle che si sarebbe salvata il suo numero in rubrica.

«Meglio, così possiamo cominciare a recuperare il tempo perso insieme, che ne pensi?», rise lui, dandole una mano per aiutarla ad alzarsi. «Così mi dici come hai passato questi giorni».

Salutarono Megan e uscirono insieme dalla stanza e poi dal dormitorio, andando a farsi un giro nel parco.

 

Parlare con Mike dopo giorni che non lo rivedeva e sentiva era soddisfacente, pensava Kara. Lui ascoltava e poi faceva qualche battuta delle sue come al solito. Era bello passare del tempo spensierato insieme a lui.

Mike era il suo ragazzo. Prima, certo. Prima che diventasse un po' troppo opprimente e che si sentisse di non respirare con lui al suo fianco. Gli aveva chiesto una pausa qualche giorno prima che partisse per tornare da Eliza e non che l'avesse presa bene, al contrario aveva tentato in tutti i modi di farla sentire in colpa per quella situazione, ma per fortuna la lontananza sembrava avergli fatto bene. E probabilmente anche a lei che, lo sapeva perché era successo altre altre volte, lo avrebbe perdonato prima che lui potesse avere il tempo di rifletterci.

Fecero una corsa seguendo le stradine del parco circondate da alberi. Mike tentò con tutti i modi di oltrepassare Kara e presto la corsa si trasformò in una vera e propria gara. Kara vinse, arrivando per prima al traguardo sul piccolo ponte che affacciava su uno stagno. Esultò e diede un rapido sguardo al cellulare nei jeans, scoprendo che Lena non l'aveva ancora richiamata. Mike si fermò col fiatone pochi istanti dopo, piegandosi e prendendo respiro a pieni polmoni.

«Ti prego, dimmi che hai… hai preso una scorciatoia quando ti ho perso, perché non ci credo che mi hai battuto di nuovo». Quando alzò il capo la vide con il cellulare contro un'orecchia, con sguardo seccato. «Ehi… Kara!».

Lei scese il telefono, rimettendoselo in tasca. «Eh, no! Sei tu che non sarai mai veloce quanto me», lo picchiettò contro una spalla.

«Non ci penso proprio ad arrendermi! Prima o poi sarò il più forte».

«Contaci», rise, dando un'altra veloce occhiata verso lo schermo. Si rattristì vedendo che non solo non rispondeva alle sue chiamate né chiamava a sua volta, ma nemmeno le aveva scritto un messaggio. Possibile si fosse dimenticata di averle dato il suo numero?

«Diventerò Superman».

« Man ?», si voltò verso di lui, che si sedeva sul muretto del ponte per riposare. «Se io sono Super girl , perché tu dovresti essere Super man ? Non ti sta bene. Potresti essere Super boy , se ti comporti bene».

«Non ci provare! Io sono un uomo, Kara».

Lei si avvicinò, ridendo contro di lui. «Un uomo?».

«Un uomo di classe. Un grande uomo. Fossi in te, ci proverei subito con me, prima che io diventi un uomo non più disponibile». Si sorrisero, guardandosi negli occhi a poco l'uno dall'altra.

«Potresti non essere più disponibile?».

«Scherzi? Ho la fila davanti alla mia camera ogni mattina, quando apro la porta».

«Non lo dubito».

«Fai bene», lui si avvicinò un po' di più, guardando con bramosia le sue labbra, «Ma io sono qui per te». Le sfiorò le labbra con le sue e Kara improvvisamente si tirò via, guardando l'acqua dello stagno che si increspava al vento. «Cosa c'è?», chiese indispettito, alzando le braccia. «Cos'ho fatto adesso?».

«Siamo in pausa», disse, senza guardarlo.

«E allora? Se abbiamo voglia di baciarci non possiamo?».

«Non stiamo insieme, tecnicamente».

«Vale la mia domanda di prima».

«No», alzò la voce di scatto, guardando il ragazzo in faccia. «Non possiamo. Sto ancora cercando di capire se tra noi può funzionare, Mike, e questo non mi aiuta».

«Ma-Ma avevi voglia di baciarmi, no? E questo non ti aiuta?», tentò un sorriso. Scese dal muretto e la fissò aggrottando le sopracciglia, cercando di capire. «Non basta? Perché io ho già capito che voglio stare con te».

Lei scosse la testa, sospirando. «Io no. Non ho ancora capito se voglio stare o no con te».

Mike deglutì, girando anche lui lo sguardo verso un punto distante, palesemente ferito da quella dichiarazione. «Quindi vuoi davvero lasciarmi? Vuoi buttare all'aria tutto ciò che c'è stato tra noi perché non sai se vuoi baciarmi o no?».

«Non ho detto questo».

«Hai detto proprio questo… E io che perdo pure tempo con te».

Kara sospirò, guardandosi intorno con nervosismo. «No, non ho detto questo, non stai ascoltando! Come sempre, sei il solito testardo».

«Sei tu la testarda», sbuffò, «Cavolo…».

«E non ho detto che non volevo baciarti! È solo che… ho bisogno di tempo perché non sono sicura-».

Lui la interruppe: «Di noi. Intendi questo: di noi. Forse dovrei proprio dare una chance alle ragazze che fanno la fila per me».

«Oh, davvero?».

«Sì», annuì lui, mettendo le braccia sui fianchi, dando sicurezza alle sue parole, «Sì, penso che dovrei».

«Allora lo penso anch'io».

«Bene».

« Bene », chiosò lei, gonfiando le guance, prima di riprendere a correre, lasciandolo indietro.

A quanto sembrava, il tempo trascorso lontano non aveva poi cambiato così tanto la sua situazione con Mike. Era pronta a capire cosa realmente voleva ma lui non faceva che ostacolarla…

«Lo so che lui vuole stare con me, non fa che farmelo capire in tutti i modi, ma io-», si bloccò, guardando il cellulare che aveva lasciato su una mensola accanto al suo letto: ancora niente. «Ma io devo pensarci, pensarci bene».

«Secondo me», le disse Megan, interrompendosi solo per ingoiare una forchettata. «Dovresti pensare, sì, ma di lasciarlo». Kara la guardò contrariata e lei per tutta risposta scrollò le spalle. «Non ho capito: ne sei innamorata o no?».

Kara sbuffò. «Non lo so… Forse». Il cellulare squillò e Kara si sbilanciò per prenderlo tanto in fretta che sbatté uno stinco contro la sedia su cui era seduta, facendola scivolare a terra. La sua compagna di stanza la guardò appena, era abituata a scene di quel tipo, e continuò a mangiare la fettina cucinata da Eliza quella mattina. Prese il cellulare ma il sorriso nel suo volto svanì. «Oh… è solo Mike», si voltò verso di lei, allontanandosi dal tavolo verso la porta per uscire. «Devo rispondere», chiuse dietro di lei.

Megan inspirò, annuendo e continuando a tagliare la sua fettina. « Innamoratissima… », bisbigliò per sé.

 

Sapeva che a volte era più difficile di quanto sembrasse stare con Mike Gand. Anche con lui, un po' come con Lena, le cose non erano andate subito bene: si erano conosciuti al liceo, erano all'ultimo anno e Mike era arrivato un lunedì, ad anno già in corso. Sembrava appena caduto dal cielo, spaurito, non si fidava di nessuno, era un autentico pesce fuori d'acqua e a Kara ricordò subito lei quando, da bambina, era stata adottata dai Danvers. Se non l'avessero incaricata gli insegnanti di aiutare Mike Gand ad ambientarsi, con molte probabilità si sarebbe in ogni caso fatta avanti. E aiutare il prossimo, comunque, non le era mai pesato. Ma lui era scontroso, non voleva il suo aiuto né stare in quella scuola, così che il suo primo giorno lo trascorse fuori, marinando le lezioni con Kara Danvers alle calcagna, che si lamentava di perdersi le lezioni anche lei per colpa sua. Con il tempo le cose cambiarono, lui imparò a fidarsi e lei a volergli bene per ciò che era: un donnaiolo con il senso dell'umorismo. Si misero insieme due mesi prima di diplomarsi, pensando di scegliere la stessa università e un futuro insieme ma, la sera del diploma, Kara scoprì la verità che lui le aveva tenuto nascosta: aveva sempre detto di essere stato trasferito ad anno in corso in quel liceo per problemi avuti con degli insegnanti della vecchia scuola, ma quando conobbe i suoi genitori, il senatore Gand e consorte dissero parlando con altri genitori che lo avevano spedito in un liceo pubblico per punirlo, dopo che aveva combinato un pasticcio con alcune ragazze nella scuola privata che frequentava. Mike Gand era un disastro di ragazzo, pensava allora Kara. Eppure riuscì a perdonarlo.

Come esattamente fece anche quella notte, dopo aver parlato con lui al telefono per almeno venti minuti.

«Sai cosa facciamo? Dovremo uscire, questa notte. Solo io e te, fuori, sotto il cielo stellato» , propose Mike al telefono.

Kara sorrise. «Lo faremo, ma non oggi. Sono stanca dal viaggio in treno, vorrei andare a letto presto». E il guardiano non avrebbe pensato come loro che fosse una buona idea, ma in fondo lui era l'ultimo dei loro problemi e lo avevano già imbrogliato altre volte, in passato.

«Sei sicura? Potresti addormentarti a fianco a me, io non ho problemi, anzi, sarebbe bello» .

«No, veramente. Facciamo domani». Kara sentì un bip provenire dal suo cellulare, pensando subito a Lena.

«Va bene… e domani sia. Non mancare, eh, me lo segno» .

Le diede la buonanotte e riattaccò la chiamata, così Kara guardò subito tra le notifiche, sbuffando di nuovo quando vide che si trattava solo di sua sorella Alex. Rientrò in camera, trattenendo a stento delle risate: Lillian Luthor aveva pubblicato le foto fatte quella mattina su Instagram e Alex le aveva inviato una faccina disgustata. In una foto Kara Danvers correva per il corridoio e non si vedeva altro che la sua scia, intuibile che era lei per il colore dei capelli e per le sue ciabatte a unicorno: Si va veloci perché siamo in ritardo , recitava la didascalia, seguito da #bagagli , #corsa , #figlie , #testafralenuvole . Kara sorrise titubante, mentre dietro di lei Megan era scoppiata in una fragorosa risata.

«Sei tu! Chi l'ha messa? Devo seguirla assolutamente».

«La mia… emh, non so, matrigna ? La fidanzata di Eliza. Ma non la puoi seguire, è un account privato alla famiglia». Per fortuna , pensava, ascoltando appena le lamentele di Megan intanto che ritirava da tavola il suo piatto, portandolo nel lavandino davanti. La stessa Lillian doveva sapere che certi scatti dovevano restare tra le mura di casa.

In un'altra foto Eliza e Alex discutevano davanti ai fornelli, con il faccione pensieroso di Lillian in primo piano; # discussionialmattino , # famiglia , # chebontà , # buonprofumino , # cibononperme , # madrevsfiglia . In quella successiva, il faccione di Lillian copriva tre quarti di Lena Luthor seduta composta a tavola che leggeva un giornale. Si notava appena, di sfondo, una mano della ragazza che rubava un pezzo di pane bagnato in chissà quale dei tanti piatti che c'erano sulla tavola quella mattina. Kara ripensò a com'era sorpresa quando Eliza preparò una busta di cibo nei contenitori anche per lei, perché sicuramente non se lo aspettava. Anche la foto successiva era Lena che leggeva, e stavolta figurava solo lei. Era così presa dalla lettura, così seria. Uff, le mancava e non era arrivata una sola notifica da parte sua; non voleva scriverle lei un messaggio e rischiare di sembrare maleducata. Decise che le avrebbe fatto uno squillo anche l'indomani, riprendendo a mangiare una fettina ormai fredda che non aveva voglia di scaldare di nuovo. Mise il like alla foto, leggendo gli hashtag: # figliasoprappensiero , # lettura , # asociale . Per non rischiare che sembrasse strano, mise il like anche alle altre foto scattate quella mattina: ora non si odiavano, ma non erano nemmeno amiche, pensò con sconforto, constatando che ancora non aveva ricevuto nulla da parte sua.

 

                                                                                     

 

Sia lei che Megan si coricarono presto quella notte. Kara ricevette due buonanotte a orari diversi da Mike e lei ricambiò solo al primo, anche se non riusciva a dormire. Ogni tanto le sembrava di sentir squillare il telefono e lo prendeva, ma era solo una sensazione. Quando squillò davvero, tuttavia, stava per prendere finalmente sonno. Raccattò subito il cellulare che era appoggiato sulla mensola dietro di lei e per poco non le cadeva sulla testa, schivandolo, e, quando vide il nome, si svegliò di colpo, col batticuore per via del sonno mancato, accettando la chiamata.

«Kara? Accidenti, è già l'una… devo averti svegliata, mi dispiace davvero» .

«No, sono sveglia! Non riuscivo a dormire, mi sono coricata da poco».

«Ho visto le tue chiamate, ma sono stata impegnata tutto il giorno, ho avuto da fare anche alla Luthor Corp e questa sera sono stata a Metropolis da Lex, sono distrutta, non ho avuto un attimo. So che dovevo chiamarti prima…», si rigirò nel letto, mettendosi da un lato, stirando i piedi e la schiena cercando di rilassarsi. «Non ho fatto che pensare a te tutto il tempo», aggiunse con un sorriso.

Kara ci mise un po' a rispondere. «A-Ah, sì, certo, ne sono sicura, voglio dire, con tutto quello che avrai avuto da fare, di certo pensavi a me che stavo col cellulare in mano ad aspettare una tua chiamata» .

«Stavi davvero aspettando una mia chiamata?», esclamò, pensierosa.

«Io? M-Macché» , la sentì ridere, trattenendo una voce bassa: non doveva essere sola, pensò Lena. «Credo di aver passato gran parte del giorno a sistemare tutti i contenitori di Eliza in frigo perché qui nei dormitori abbiamo dei frigo piccolissimi , ma non durerà a lungo così pieno; e poi sono andata a correre! Qui abbiamo un parco dove si possono fare delle lunghe passeggiate» , la sentì prendere fiato, «ed era una bellissima giornata, ho fatto una gara e ho anche vinto, e ho visto degli uccellini su un albero, ce ne sono a bizzeffe qui» .

Lena sorrise. «Hai avuto decisamente una giornata piena».

«Sì, era quello che cercavo di dirti», si fermò sentendo la voce di Megan, ma per fortuna lei dormiva e stava solo balbettando nel sonno: probabilmente sognava dei bianchi che un giorno verranno a prenderla, pensò Kara, perché ne parlava spesso durante le sue dormite e, dal momento che Megan era nera, l'aveva sempre trovata una cosa piuttosto seria.

«Allora ti lascio, sarai stanca anche tu» , sentì Lena risponderle. «Domani mi prendo qualche ora libera: cosa ne pensi se ti vengo a trovare?» .

«Mi piacerebbe», sorrise, «Ti farò vedere il campus, il campo dove mi alleno e quello dove giochiamo… oh, e sì, ti farò conoscere la mia amica Megan, lei gioca in squadra con me! E sì… insomma, va bene, ti aspetto».

«Perfetto», fece lei, per poi aggiungere, con soddisfazione nello sguardo: «Non posso pensare di non poterti più vedere almeno una volta al giorno, vaniglia».

«Com-Ancora quel nome… Uff, dormo. A domani» .

Lena riattaccò: oh sì, le piaceva proprio metterla in imbarazzo. Spense il cellulare, poggiandolo sul comodino, poi abbracciò il cuscino con un sorriso.

 

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

Lena Luthor si stirò dentro le coperte, muovendosi ancora con gli occhi chiusi e alzando una mano verso la sveglia sul comodino, che fece appena in tempo ad emettere una sola nota prima di venir spenta. Poi aprì gli occhi piano, cercando ancora un attimo per rilassarsi prima di scoprirsi, sedendo sul materasso, e abbracciarsi per via di alcuni brividi. Anche se era estate e casa Luthor, che sarebbe diventata presto Luthor-Danvers, aveva comunque l'impianto di riscaldamento in ogni camera, era sempre fredda, specie la mattina. Entrò nel bagno collegato alla camera che già si sfilava da dosso la camicetta da notte verde acqua con cui aveva dormito, pronta per entrare in doccia.

Le erano mancati alcuni piccoli comfort di casa sua, le sue abitudini, come avere un bagno privato, nessuno che aveva fretta o che le bussava alla porta mentre era sotto l'acqua, e non c'era nemmeno nessuno che apriva l'acqua da un'altra parte in modo che scendesse fredda in doccia. Ma d'un tratto cominciò a sentirsi sola. Alcune piccole abitudini che stava scoprendo nell'altra casa, come avere Kara Danvers che le dormiva vicino, le mancavano già. All'inizio avere a che fare con quella ragazzina era davvero seccante, ma era contenta di averle dato un'occasione, di aver potuto vedere in lei una persona molto diversa da quella che si aspettava da quando l'aveva incontrata in treno la prima volta. Insomma, era felice di aver allacciato con lei un rapporto più profondo dal semplice sopportarsi.

Uscì dal bagno con indosso già una scollata camicetta e una gonna a tubo, con i capelli raccolti in una lunga e alta coda, mentre si infilava degli orecchini dorati alle orecchie, camminando sul parquet con i piedi avvolti in fini calze trasparenti. Prese il cellulare dal suo comodino e lo accese, ma parve un po' delusa quando vide che aveva ricevuto solo una chiamata ed era da parte di Lillian. Sbuffò e s'incamminò al piano di sotto, scendendo cautamente le scale. Udì una porta aprirsi e rizzò le orecchie, pur continuando a dirigersi tranquillamente verso la cucina, oltrepassando l'immenso soggiorno. Stava già accendendo la macchinetta del caffè quando una sorpresa voce squillante per poco non la fece sobbalzare.

«Signorina Luthor!».

Si voltò, vedendo la donna toccarsi il petto e prendendo un grosso respiro.

«Credevo fosse ancora alla casa fuori National City, non mi aspettavo di trovarla».

«Ti ho spaventata, Ingrid? Mi dispiace». Prese la tazzina di caffè, soffiandoci dentro. «Credevo che mia madre ti avesse avvertito».

«Oh, no, no, è da diverse settimane che non la sento».

«Sono felice per te. Ogni tanto una buona notizia», le sorrise ma la donna non ricambiò, incerta sul comportamento da tenere.

«Co-Comunque per oggi ho terminato, signorina Luthor. Ci rivediamo tra due giorni?».

Lena annuì e l'altra salutò in fretta, lasciando la casa. Di bassa statura e corpulenta, Ingrid lavorava con loro da almeno sei anni, curava le piante all'esterno e all'interno della casa quando Lillian Luthor non c'era, ma ancora non aveva imparato a interagire con la famiglia come una persona qualunque, temeva sempre di sbagliare nel parlare o nel ridere se qualcuno faceva una battuta. Lena capiva perfettamente il perché non volesse farlo con sua madre, perfino il suo parrucchiere di fiducia da quindici anni decideva con cura i pettegolezzi di cui parlare in sua presenza, ma con lei non aveva nulla da temere. Da quando suo padre era venuto a mancare si era sempre sentita un po' sola a National City; dopotutto ormai anche Lex si era trasferito completamente a Metropolis e tornava di rado.

Si sedette davanti alla penisola ancora soffiando sul caffè ed enunciò un comando vocale al grande televisore sul muro, che si accese. Sorseggiò dando un'occhiata al telegiornale e il suo telefonò squillò, decidendo di accettare la chiamata.

«Lena! Non pensavi di richiamarmi?» , esclamò la voce dall'altro capo, in vivavoce.

Lena bevve un sorso, prima di rispondere, con tutta calma. «So già cosa vuoi», chiosò, continuando a guardare il telegiornale. «Ci sono stata ieri. Non vuole il tuo aiuto».

«Ma vuole il tuo» , la sentì sospirare.

«Non farò la spia per te».

«Non ti chiedo di fare la spia per me, Lena, sono vostra madre! Vorrei solo essere messa al corrente di ciò che succede e come sta pensando Lex di risolvere» .

Lena sorrise, finendo di bere il contenuto della tazzina. «In modo da metterti in mezzo se la situazione non ti piace?».

«Cosa ci sarebbe di male se volessi aiutare i miei ragazzi?» .

«Beh, non è di tua competenza, quindi…», disse, «Il telegiornale non ne fa cenno neanche oggi. Ma da Lex, ieri, ho letto un articolo del CatCo Magazine: Leslie Willis ha messo la pulce nell'orecchio ai lettori di un problema interno alla Luthor Corp di Metropolis».

«Quella Willis… non mi stupisce, a volte Cat Grant non riesce a tenerla adeguatamente al guinzaglio. Farò una telefonata» .

Lena scosse la testa per niente sorpresa dalla reazione di Lillian. «Intendevo sottolineare come i legali si stiano più dando da fare per far tacere i giornalisti che per risolvere davvero la situazione. Fossi in Lex cercherei di far luce sulle priorità ma, come vedi, anche se ha chiesto il mio aiuto, non è sempre dedito ad ascoltare consigli. Willis fa solo il suo lavoro».

Non rispose subito, prendendosi il tempo: «Noi due abbiamo modi differenti di vedere la cosa, Lena» .

«Come con tutto». Si alzò dalla sedia e diede un comando vocale al televisore, che si spense.

«Pensi di andare da tuo fratello anche oggi?» .

Lena prese il cellulare, togliendo il vivavoce e avvicinandolo a un'orecchia: «No. Questa sera sono impegnata», sorrise, chiudendo la telefonata con Lillian.

 

E non vedeva l'ora di andare al suo impegno. Kara le inviò una faccina sorridente per messaggio a cui Lena rispose con un cuore. Non si fece più sentire. Le piaceva come reagiva, le piaceva come si imbarazzava, come le era colato addosso il gelato alla vaniglia quando aveva provato a flirtarci. Kara Danvers era adorabile e le piaceva, piaceva davvero; senza contare che era una delle poche persone che la trattava per chi era e non per chi rappresentava. Non ci vedeva niente di male nello scherzare con lei, sperando che a Kara non desse fastidio, in fondo.

Passò per la sua università per parlare con un'insegnante del suo piano di studi, restò in biblioteca a leggere per quasi un'ora, su uno dei divanetti, e si vide con un altro insegnante, poi la macchina nera guidata da Ferdinand la portò alla Luthor Corp. Restavano aperti pochi laboratori fino ai primi di luglio ed era strano passeggiare là dentro quando era così quasi vuoto: i tacchi delle sue scarpe risuonavano nell'aria dei corridoi deserti. Prese l'ascensore e aperte le porte andò spedita verso il suo ufficio, senza curarsi della scrivania vuota a qualche metro dalla porta, che trovò aperta. Il rumore dei suoi tacchi fecero capire alla testa dietro lo schermo del suo computer di non essere sola.

«S-Signorina Luthor, è già qui?! Mi ha fatto prendere un colpo». Il ragazzo si alzò immediatamente dalla scrivania, rimettendo la sedia al suo posto.

Lena appoggiò la borsa nel divanetto all'interno dell'ufficio, per poi raggiungerlo. «Sono arrivati i documenti di cui avevo parlato, quelli che doveva inviare mio fratello da Metropolis?».

«Sì, io-», si grattò con imbarazzo, spostandosi per farle spazio quando si chinò per controllare sul laptop. «Stavo già dando un'occhiata, veramente, non sapevo se», sorrise, «Se aspettarla o no, signorina Luthor».

«Hai fatto bene», sussurrò, dando un veloce sguardo, «Darò una lettura dopo pranzo e ce ne occuperemo da domani, se per te va bene». Il ragazzo annuì velocemente, composto, dritto con la schiena, ma lei lo guardò appena, spegnendo il portatile. «Hai da fare, adesso, Winslow? Vuoi venire a pranzo con me?».

Il ragazzo la guardò per un po' senza dire nulla, immobile, palesemente impacciato, finché non si lasciò andare a una breve risata, grattandosi la nuca: Lena sapeva che stava per rifiutare. «Veramente, io ho-».

«Non importa».

«La ringrazio, signorina Luthor. Allora… a domani».

Lui uscì dall'ufficio e lei trattenne uno sbuffo, chiudendo il portatile. Winslow Schott Jr era il suo assistente e non credeva di avergli mai dato motivo di aver paura di lei, eppure il suo comportamento non era dissimile da quello di Ingrid, la giardiniera di casa.

Uscì, andando a pranzo in un locale a poco dell'edificio. Da sola come sempre, decise di portarsi avanti con il lavoro e leggere lì i documenti inviati da Lex. Guardò il cellulare e lo rimise giù poco dopo, notando che non c'era nessuna notifica recente. Pensava che forse Kara le avrebbe inviato qualcosa per dirle di stasera, ma dopo quell'emoticon non si era fatta sentire, rimuginando di doverlo fare lei. Continuò a leggere, mandando giù gli spaghetti in brodo. Non si erano date un orario, rifletté, guardando di nuovo lo schermo del cellulare. I tanti nomi degli investitori e delle cifre catalogate per data cominciavano a darle alla testa. Controllò il telefono. Cambiò pagina, finendo il suo piatto. Riguardò il telefono. Bevve dell'acqua, ricontrollando le cifre. Di nuovo il telefono. Rimise giù il bicchiere vuoto e chiuse il laptop, ansimando, dandosi aria con una mano. Capì che non riusciva a concentrarsi e riprese il cellulare.

Ci vediamo a che ora? Scrisse lentamente, ancora indecisa se inviarlo. Restò con il pollice per aria a rileggere il messaggio, finché non lo cancellò all'improvviso e prese tutta la sua roba dal tavolo, andando a pagare il conto.

Pensava che, se non fosse riuscita a fare nulla, tanto valeva andare a trovarla subito. Male che andava l'avrebbe trovata ancora a pranzo e avrebbe aspettato a quando si fosse liberata.

Kara Danvers studiava alla Sunrise National City University, sapeva: non c'era mai stata e non conosceva la strada, ma era certa che Ferdinand avrebbe risolto la questione per lei. Entrò nell'automobile e questa partì.

 

Per essere estate, la Sunrise era piena di studenti che andavano a venivano, si sorprese Lena, passeggiando per il cortile all'interno dell'edificio; occhiali da sole e valigetta sottomano. Alla sua università aveva ritrovato solo le solite facce di chi non amava trascorrere a casa le vacanze. In portineria le avevano detto che avrebbe potuto trovare Kara Danvers allenarsi in pista a quell'ora, dopo mangiato. Lena ci aveva riso su perché era ora di punta e Kara correva, pensando che quella ragazza non fosse affatto normale.

Trovò la pista e la inquadrò subito correre; era sorprendentemente veloce, non sembrava scherzare affatto quando lo diceva. Fece il giro senza vederla e Lena si guardò intorno, notando a metri da lì che altre due studentesse dovevano aver preso seriamente l'idea di allenarsi a quell'ora, ma si erano fermate. Scosse la testa, temendo che una delle due si sentisse poco bene. Si stava per avvicinare a chiedere loro se avessero bisogno di aiuto quando vide Kara fermarsi per prima. Indossava un leggins corto e attillato, una canottiera e portava i capelli raccolti in una coda alta. Si riportò in su gli occhiali con una mano mentre si abbassava a controllare la gamba sinistra di una delle due ragazze. Lena non si perse un secondo di quella scena: Kara che controllava, le parlava, e poi alzandosi le aveva toccato la fronte, continuando a parlarle. Vide l'altra ragazza annuire a una sua domanda e poi portare via l'amica verso l'uscita della pista. Kara le tenne sott'occhio mentre si allontanavano e infine si girò, trovando Lena a metri di distanza. Vide con attenzione il suo viso cambiare espressione: gli occhi che si dilatavano e la bocca che si apriva in un sorriso. Le alzò la mano per un saluto e si protese in avanti per correre da lei quando, d'un tratto, inciampò nel suo stesso piede e cadde sbattendo le ginocchia sulla pista. Lena fece una smorfia, trattenendo una risata, andandole incontro.

«Se sei fortunata, ti hanno vista solo due studenti di passaggio, laggiù», indicò due ragazzi che ridevano, in lontananza.

Kara alzò la testa, rimettendosi apposto gli occhiali sul naso. «Mi hai vista tu».

«Io sono abituata al peggio», le ricordò, aiutandola a tirarsi su.

Kara la guardò con un sorriso e poi la colse in un abbraccio, che Lena ricambiò dopo qualche istante di titubanza che, lo sapeva, per lei doveva essere sembrato più lungo. Si stupì a esserne un po' imbarazzata ma cercò di non darlo a vedere.

«Pensavo mi chiamassi per farmi sapere a che ora saresti passata, ma va bene così».

«Lo avrei fatto, ma in ogni caso ero libera dagli impegni, quindi…».

«Un momento», la guardò a sottecchi, «Chi ti ha fatto entrare? Credevo di dover chiedere un favore al guardiano, corromperlo o, in casi più drastici, rapirti e portarti dentro senza che se ne accorgesse».

Lena rise, passeggiando al suo fianco intorno alla pista. «Mi ha fatto entrare il guardiano, e senza bisogno di corromperlo, anche se ovviamente avevo già pronte un paio di mazzette». Kara rise a sua volta, finché Lena non aggiunse: «Ma adesso che lo so, avrei tanto voluto aspettare e vederti mettere in atto l'ultimo piano: rapirmi».

«Sa-Sarebbe stato diverte-volevo dire, divertente ma anche complicato, ma di certo ci sarei riuscita».

Lena adorava quando balbettava. «Oh, sono certa avresti fatto un ottimo lavoro. E così è qui che ti alleni, eh? Con questo caldo…».

«Oh, sì, il sole mi dà energia», annuì, sorridendo, «Ma non funziona con tutti: prima una ragazza si è sentita male, è nella mia squadra, così le ho detto di tornare dentro e sdraiarsi un po', le faceva male anche una gamba…». Si fermò di punto in bianco, puntando i piedi, e portò una mano su di lei, sulla fronte, con il viso vicinissimo al suo, corrucciando lo sguardo. Lena arrossì, non capendo cosa stesse facendo. «Sei un po' sudata, non vorrei ti sentissi male anche tu: entriamo». Le sorrise, indicandole la porta dove erano entrate prima quelle due ragazze.

Aperta la porta si ritrovarono davanti un salone con attrezzature di ogni tipo, dalla panca per sollevare i pesi ai tapis roulant. Doveva essere sempre per l'ora di punta che non c'era nessuno ad allenarsi.

«Qui è dove faccio gli altri allenamenti».

Lena si guardò intorno e, con la coda dell'occhio, guardò anche Kara. Non ci aveva mai fatto molto caso prima, ma in effetti le sue braccia erano piuttosto muscolose, seppur non in modo esagerato: quando indossava t-shirt che le arrivavano al gomito o le solite camicette non si notava, ma con la canottiera risaltavano, e non solo, girò lo sguardo, adocchiando il seno stretto in quello che, sembrava, un reggiseno sportivo nero. Era difficile, poi, non notarlo con sopra la canottiera bianca. Invece, notò solo in quel momento che Kara Danvers stava ancora parlando ma lei non aveva sentito una parola di quello che aveva detto, così semplicemente annuì, continuando a sorriderle.

«Kara! Eccoti qui». Un ragazzo entrò a passo spedito nella sala, avvicinandosi. «Credevo fossi fuori in allenamento, mi sono liberato adesso dei ragazzi, volevano fare una gara di rutti, credevo di potermi allenare con te». Si accorse che Kara non era sola dopo qualche secondo. « Ehi! E tu chi sei?».

«Ah… Mike, lei è Lena, te ne ho parlato! Lena, lui è Mik-».

«Mike, molto piacere», lui le prese la mano accompagnato da un sorriso prima ancora che lei potesse finire di parlare. «Sono il ragazzo di Kara. Ci siamo già visti…?».

Lena spalancò gli occhi dalla sorpresa, stringendo la mano di lui con poca convinzione. «Ah… piacere. Non saprei…».

«Non stiamo insieme».

«È come se lo fossimo», insisté lui, mentre l'altra ancora scuoteva la testa.

«Mike, adesso non posso allenarmi, passerò la serata con Lena, quindi…».

«Posso farvi compagnia», guardò prima l'una e poi l'altra, «Desideravo tanto conoscere la nuova famosa sorella di Kara».

Le due si scambiarono uno sguardo, arrendendosi all'idea di averlo appresso, quando per fortuna un ragazzo entrò nella sala, anche se ruttando invece di salutare, e lo convinse a tornare con il suo gruppo di amici.

«Gara di rutti?», Lena guardò Kara perplessa e lei scrollò le spalle.

«Scusalo. A volte non riesco a dirgli di no ed è come un bambino».

«Pensavo non avessi un ragazzo».

«Non lo è», disse, per poi guardarla con curiosità. «Non ti ho mai detto di non avere un ragazzo».

«Lo hai detto a mia madre. Anche se sembra che lei non ascolti, e ti assicuro che invece lo fa eccome, io ascolto tutto con attenzione». Le toccò la punta del naso con un dito e Kara arrossì.

 

Kara portò Lena a vedere gran parte dell'università, salendo e scendendo per le scale, mostrandole le aule e perfino i bagni, anche se di fretta. Lena non poté fare a meno di accorgersi come Kara Danvers fosse piuttosto famosa nell'istituto: dovunque passasse qualche studente la salutava, chiamandola Supergirl. Lei si slacciò la coda e si lasciò cadere i capelli biondi sulle spalle, scuotendoli con le dita di una mano infilate tra le ciocche. Era strano, rifletteva, ma la trovava piuttosto affascinante , il che non era per niente positivo. Era Kara Danvers, le piaceva, ma non in quel modo e la sua testa doveva smettere di insinuarle dei dubbi.

Una volta visto il laboratorio di scienze, quello di fotografia e quello di astronomia, Kara la trascinò fuori di nuovo, ma dall'altra parte. Presero una strada più stretta invece di dirigersi al cancello da dove era entrata, fatta per camminare appositamente solo a piedi, arrivarono davanti a quattro grandi edifici disposti l'uno davanti all'altro, divisi da un immenso parco.

«Qui c'è il mio dormitorio, vieni». Le prese la mano e Lena si lasciò trasportare.

«Ehi, Supergirl», la chiamò una ragazza seduta sullo scalino dell'ingresso, fermandole poco prima che entrassero dal portone. «Quando riprendono le partite?».

«So che quest'estate ci sarà un'amichevole, ma la giocheranno i ragazzi. Penso che noi riprenderemo verso settembre, o ottobre, in concomitanza delle lezioni. Non ci sono ancora date precise».

«Avvertimi quando si ricomincia», le disse a labbra strette, mantenendo la sigaretta.

Kara sorrise, dicendo che certamente lo avrebbe fatto, e lei e Lena entrarono.

«Anche lei gioca nella tua squadra?».

«No. Lei fa parte della tifoseria e dovessi sentire come grida», le fece l'occhiolino, salendo le scale.

«Sei davvero… una vip qui, eh, Supergirl?!», sussurrò, appoggiandosi allo stipite della sua porta mentre lei apriva, proprio quando passarono altre due ragazze che la salutarono con gioia.

«Pff, è solo che- credo di giocare bene». Aprì la porta e la invitò a entrare per prima. «Bene», enunciò sollevando le braccia dopo aver richiuso la porta, «Benvenuta nel mio angolino privato dell'università. O meglio, lo divido con Megan, adesso non c'è, ma è quasi tutto mio», rise. «Il letto a sinistra è mio; da questa parte c'è tutta la mia roba, la porta apre l'armadio. Lì il frigo, tavolo, piccolo cucinino e», indicò dietro di loro, verso un'altra porta oltre a quella da dove erano entrate, «lì il bagno. Come vedi non è granché, ma ci troviamo bene». Vide che Lena stava osservando meglio la zona cucina che le aveva indicato, composta dal piccolo forno con grill e un lavandino, affrettandosi a parlare: «Sì, beh, non ci è permesso cucinare, per quello c'è la mensa o mangiamo fuori. Megan ha portato il fornetto a inizio anno, così almeno ci riscaldiamo qualcosa», sorrise, «Ed è tutto».

Si sedette sul letto, mentre lei guardava la camera a braccia conserte, notando poi che, sopra al suo letto, vicino a una finestra, c'erano delle foto attaccate sul muro. Si avvicinò, riconoscendo subito Eliza, Alex, Jeremiah che aveva visto in altre foto, e c'era anche una foto di lei con quel ragazzo, Mike. Lui la baciava su una guancia e lei stringeva le labbra e gli occhi, in una posa buffa.

«Ah, sì, ci sono… queste», la sentì prendere fiato, come improvvisamente nervosa.

Lena inquadrò una foto di Kara da bambina; la riconosceva perché il suo assistente aveva trovato una foto di lei appena adottata dai Danvers, a dieci anni. Però ce n'era una dove… «Sei tu?», le chiese, indicando quella bambina con gli alti codini biondi, che avrà avuto forse sei o sette anni. La vide annuire con la coda dell'occhio. Nella foto non era sola: era in braccio a un uomo e accanto a loro c'era una donna. Sapeva chi erano. «La tua famiglia… Non ti ho mai chiesto che tipo di persone fossero».

Kara, che si era fatta più seria nello sguardo in qualche secondo appena, stava pensando a cosa dire quando la porta si aprì con uno scatto e la sua compagna di stanza entrò canticchiando. «Kara! Kara, questa la devi sentir-», si bloccò, vedendo che non era sola. «Oh… scusate». Si avvicinò in fretta, lasciando scivolare lo zainetto dalle spalle al suo letto nel passaggio. «Sono Megan, piacere».

Le mostrò la mano e Lena strinse con piacere, anche se le aveva interrotte. «Lena Luthor».

«Ah, la sorella! Quella nuova, intendo», sorrise, guardando lei e poi Kara, ancora seduta. «Kara non ha fatto altro che parlarmi di te; ieri aspettava una tua chiamata come se le mancasse l'aria».

Dietro Lena, Kara gonfiò gli occhi e le fece segno di tacere, passandosi un dito sotto il mento. Appena Lena si voltò con un sorriso che avrebbe definito malizioso, lei smise, sorridendole debolmente, scuotendo la testa. «Megan ama esagerare», la fissò con aria truce e l'altra rise, sedendo anche lei sul suo letto, invitando Lena a sedersi a sua volta, che si mise vicino a Kara.

Nel farlo la sentì schiacciare qualcosa, portando alla luce una rivista. La riconosceva, era il numero 432 del CatCo Magazine, quello con cui si era addormentata non una ma almeno quattro volte, da quando era riuscita a notarlo.

«Ancora quello? Lo conosci a memoria», disse Megan, rivolgendosi poi a Lena: «Lo conosce a memoria».

«Immagino di sì, ci ha dormito sopra», rise, passandole la rivista.

Kara la prese come sdegnata, infilandola sotto al cuscino. Poi si portò le braccia a conserte, guardando prima una e poi l'altra. «Beh, forse non così tanto a memoria… se lo rileggo ogni tanto».

«A memoria», ribadì Megan a bassa voce, per poi alzarsi, andando verso il piccolo frigo, chiedendo a Lena se volesse una birra. Lei rifiutò: effettivamente Kara non l'aveva mai vista berne una.

«Allora, cos'ha di tanto speciale?».

«Cosa?».

«Quel numero del CatCo Magazine. Lo custodisci come un tesoro, deve essere prezioso», la guardò attentamente.

«Ma no, in realtà…», sorrise: mancando di guardarla negli occhi, Lena sapeva che stava cercando di minimizzare qualcosa a cui sembrava tenere particolarmente. «C'è il primo articolo di Siobhan Smythe… Ha parlato della sua prima esperienza alla CatCo e come le hanno dato la possibilità di scrivere, di provare».

«Ah, mi pare di ricordare… Aveva iniziato come assistente di Cat Grant».

Kara annuì. «Sì, è partita dal basso, portando caffè alla signora Grant». Kara prese la bottiglietta di birra offerta da Megan, bevendo subito un sorso. «Mi piace perché è una fonte di ispirazione. È così grata nelle parole che usa, scelte con cura e amore; fiera di ciò che ha fatto per arrivare a quel punto, offrendo consigli, cercando di dare una spinta a chi ha la passione nel fare un tentativo…», non smise di sorridere con sguardo sognante, mentre le due la guardavano. «Penso sia una persona fortunata che se lo merita».

«Vuoi fare giornalismo, dunque?».

Kara spalancò gli occhi alla domanda di Lena, mentre Megan annuiva, per continuare a bere.

«No», scosse la testa, sorridendo, «Ho altri progetti per il futuro».

«Mi è parso proprio che tu volessi fare giornalismo».

«Sì, è quello che le dico sempre: giornalismo», insisté Megan e Kara la guardò corrugando lo sguardo.

«Tu lo sai, te l'ho detto», riferì a quest'ultima, girandosi poi verso Lena. «Ammetto di averci pensato, all'inizio… Ma Mike ed io abbiamo deciso di puntare sul fare carriera insieme nelle forze dell'ordine. Ancora non sappiamo bene in che ramo, è ancora solo un'idea, ma è perfetto per tutti e due».

«Mike? Il tuo non-ragazzo?», domandò Lena, inarcando un sopracciglio.

«Il suo non-ragazzo», rispose Megan. «Ho come l'impressione che abbia scelto lui per entrambi».

«No», disse prontamente Kara, in difesa, «Lo sai che non è così… Lo abbiamo deciso prima del diploma, era già fatta. Non posso abbandonarlo».

Lena la guardò intensamente, trattenendo un sospiro, per poi decidere all'improvviso di strapparle dalla mano la bottiglietta di birra e bere, bere tutto ciò che poteva senza prendere fiato, sotto lo sguardo meravigliato delle altre due, lasciandole il fondo e restituirglielo. Megan rise e Kara la guardava ancora a occhi spalancati. «Decisamente fresca», esclamò verso Kara, che intanto era diventata rossa.

 

Dopo poco, Kara sparì in bagno per farsi una doccia e Lena restò a parlare con Megan, che sembrava un'affabile ascoltatrice.

«Dai, Alex… Alex, rispondi, rispondi». Sbuffando, Kara riattaccò, inviando un messaggio e chiamando di nuovo. Dopo qualche secondo di attesa snervante, finalmente Alex accettò la videochiamata e Kara sospirò, portandosi una mano in fronte. «Era ora», la sgridò, «Sono cinque minuti che sto al telefono cercando di parlare con te, non ho molto tempo».

«Veramente sono sette… oh, otto, Kara» , la vide guardare l'orologio al polso, rispondendo in modo lapidale. «Cominciavo a pensare che se non avessi risposto, saresti piombata qui in volo. Cosa c'è? Anch'io non ho tempo» .

«Ha bevuto dalla mia bottiglia».

«Chi?» .

«Lena».

«Oh, c'è Lena… salutamela» .

Kara grugnì, ma si bloccò, sentendo un'altra voce in sottofondo. «Ma è Maggie? Sei con Maggie? Cosa state- oh ».

«Salutala anche da parte mia» , sorrise Maggie, comparendo al fianco di sua sorella.

«Non stiamo facendo quello che pensi» , intervenne subito Alex.

«Cosa pensa che stiamo facendo?» , chiese la prima alla seconda, per poi spalancare gli occhi, voltandosi verso il telefono, scuotendo la testa con l'enorme faccione, oscurando Alex. «No, Kara, non stiamo facendo sesso-» .

Kara arrossì, sentendo Alex parlare con una nota di panico: «Non usare quella parola con lei, che poi si emoziona» .

«Sei tu quella si emoziona, tesoro» , si girò poi per guardare lo schermo, «Kara è un'adulta. Ma Alex ancora non lo ha capito» , le sorrise.

Kara rispose con un sorriso di circostanza, guardando le due e poi voltandosi verso la porta.

«Ma dove sei? In bagno?» , le chiese Alex, sentendo in sottofondo Maggie aggiungere che quello dietro di lei sembrava proprio il bagno. «Ti sei nascosta in bagno?» .

«Dici che si è nascosta in bagno? Da Lena?» .

«Sembra proprio che si sia nascost-» .

«Finitela voi due», per poco Kara non gridò, sperando da fuori che Lena e Megan non l'avessero sentita. «Non mi sono nascosta da nessuno! Ti ho chiamato per dirti che non mi invento affatto le cose, Alex», scosse la testa, «Dicevo che Lena ha bevuto dalla mia bottiglia di birra».

«Birra?» , esclamò una.

«Che strano, non sembra tipa da birra» , continuò l'altra.

«Vero, è quello che stavo pensando anch'io» .

«Ragazze, non è la birra la cosa importante! Ma il fatto che l'abbia bevuta dalla mia bottiglia! Intendo con le labbra- Sì, lo so che si usano le labbra per bere, ma avete capito-». La guardarono. «Dove ho bevuto io! È-È un bacio indiretto», strinse i denti, sussurrando. Alex rise e Maggie annuì, guardando Kara e poi la ragazza al suo fianco.

«Cosa mi dicevi sul fatto che Kara sia un'adulta?» , riprese Alex, guardando Maggie, « Bacio indiretto fa tanto liceo» .

«Però non ha torto, Alex. È classificabile come bacio indiretto, in certi casi» .

«Ci ho bevuto io, per quanto ne so potevo pure averci lasciato della saliva lì dentro, e lei ci ha bevuto senza pensarci due volte», si strinse nelle spalle, mentre le altre due ancora discutevano sulla legittimità del bacio indiretto.

Alex riuscì a far zittire entrambe, riprendendo parola: «Quindi Lena, Lena Luthor, che conosciamo, figlia della donna con cui sta nostra madre, quella ricca e spocchiosa» , si fermò, guardando attentamente Kara, « Parole tue settimane fa, sorellina! Vuole baciarti! E lo fa bevendo dalla tua bottiglia» .

Maggie socchiuse le labbra, rivolgendo lo schermo del cellulare di nuovo verso di lei. « Però in effetti qui non ha torto, Kara: probabilmente nemmeno ci pensava. Adesso siete come sorelle, no? ».

Sorelle. Quella parola cominciava a darle fastidio. Richiuse la chiamata che ancora parlavano tra loro, spogliandosi velocemente per entrare in doccia. Certo che era assurdo, lei per prima sapeva che era scemo anche solo pensare che Lena Luthor ci stesse seriamente provando con lei, eppure non riusciva a togliersi quel pensiero dalla testa. Probabilmente era vero che il suo unico scopo era divertirsi.

 

Lena Luthor guardò ancora quella fotografia che, probabilmente, per Kara era quella più importante di tutte: quella con i suoi veri genitori. Lei ricordava appena com'era fatta sua madre prima che trovasse qualche sua fotografia scavando nel suo passato, era molto piccola quando l'aveva persa, ma Kara aveva già dieci anni e aveva dovuto ricominciare tutto daccapo con un'altra famiglia che non aveva nessun legame con la sua naturale. Kara le era stata vicina e avevano parlato di suo padre, eppure lei non le aveva mai chiesto nemmeno una volta di loro. Si sentiva un po' in colpa.

«Allora, Lena, dimmi», le disse Megan, «Da quando hai una cotta per Kara?».

«Come?», si voltò di scatto, con la tachicardia.

«Chiedevo da quando sapevi che tua madre stava con quella di Kara».

Le sorrise e Lena riprese fiato, capendo di aver sentito male. Per un attimo… «Da… Da un anno. È stato un bel cambiamento».

«Lo immagino. Dovevi vedere Kara appena lo ha saputo», rise, sedendo bene sul materasso, poggiando i piedi sul letto e la sua schiena contro il muro, «Era zitta. Davvero zitta. Il che non era proprio normale, per lei, sai, a volte parla in continuazione. Così le ho chiesto cos'era successo e ha iniziato a raccontarmi… Due giorni! Ci ha messo due giorni per spiegarmi tutto! Beh, per fortuna è andata bene e tu sei simpatica. Lei non ne era molto convinta».

«Non avevo dubbi».

«Sai che c'è? Domani i ragazzi del dormitorio D danno un party: vieni anche tu».

Kara uscì dal bagno proprio in quel momento, indossando un abbigliamento che Lena era solita vederle addosso: una t-shirt e dei pantaloncini corti, con le ciabatte a forma di unicorno ai piedi. Andava verso di loro passandosi un asciugamano tra i capelli bagnati.

«Vero, Kara?», Megan cercò la sua attenzione, «Dicevo a Lena del party di domani sera, da quelli del D: dovrebbe venirci».

Kara si illuminò all'improvviso. «Oh, sì, me n'ero quasi dimenticata! Vieni anche tu?».

Lena Luthor aveva tutta l'intenzione di rifiutare: voleva rimettersi a studiare prima che riprendessero le lezioni, aveva accettato quando alcune studentesse le chiesero se potesse fare loro da tutor su alcuni argomenti, doveva assolutamente controllare con serietà e dedizione i documenti inviati da Lex, perché aveva chiesto il suo aiuto e non lo avrebbe lasciato in alto mare da solo e poi aveva delle cose da sbrigare, private. Non poteva permetterselo. «Sì. Va bene». Oh, accidenti. La sua testa pensava una cosa ma il suo corpo aveva già risposto prima che potesse finire. Kara l'aveva guardata con un sorriso e Lena come se fosse un bignè. Non aveva resistito: come avrebbe potuto dirle di no?

«Perfetto», le sorrise di nuovo, «Dirò a Mike che ci farai compagnia».

L'entusiasmo di Lena scemò.

 

Ma non così tanto, pensò infine la stessa Lena. Non avrebbe permesso a quel pensiero piccolo piccolo da qualche parte nella sua testa che le diceva insistentemente che aveva una cotta per Kara Danvers di rovinare il suo rapporto con lei, né nient'altro. Kara aveva un quasi ragazzo e andava bene. Era perfetto, anzi. Non avrebbe permesso a se stessa di fare la gelosa per qualcosa che poi non era nemmeno vero. Kara era carinissima e risvegliava in lei sensazioni piacevoli, come quello di restarle accanto, di vederla sorriderle, perfino di abbracciarla e lei non era solita abbracciare spesso. E la trovava bella, più bella di chiunque conoscesse e non conoscesse. Ma che le piacesse in quel senso era una bugia bella e buona che sarebbe stata smascherata con il tempo.

Non aveva fretta. Ecco perché una volta andata via dalla Sunrise e tornata a casa, l'aveva chiamata e poi aveva accettato la sua proposta di fare una videochiamata in modo che potesse farle vedere la sua casa a National City. Sia lei che Megan erano rimaste affascinate da quanto grande fosse la casa dei Luthor. E poi avevano continuato a parlare tra loro quando Megan era uscita. E poi era rientrata. E poi si era addormentata. Kara e Lena erano coricate nei rispettivi letti e parlavano ancora.

«Non vestirti come se dovessi andare in ufficio, domani», l'avvertì Kara. «Al party non ci sarà nessuno di elegante, te lo assicuro… Però portati una giacchetta, perché farà freddino».

«Va bene, pasticcino. Adesso ti lascio, sono davvero stanca, non capisco più niente…» .

Kara arrossì, corrugando la fronte. «O-Okey. Allora ci sentiamo domani, Lena. Buonanotte».

Lena sorrise. «Buonanotte» , disse, chiudendo la chiamata.

Kara guardò le notifiche sul cellulare con orrore, scoprendo che doveva trovare un modo per farsi perdonare da Mike: non erano andati a vedere le stelle. Gli inviò le sue scuse e stirò il braccio, riponendo il cellulare sulla mensola dietro il suo letto. Pasticcino . Riprese subito il cellulare.

Da Me a BadSister
Mi ha chiamata pasticcino…

Da BadSister a Me
Buonanotte, Kara.

 

                                                                                      

 

Il giorno successivo, Lena riuscì a fare molto poco con i documenti di Lex. Sua madre la chiamò spesso per avere notizie dal figlio che non accettava le sue chiamate e arrivò perfino a spegnere il telefono pur di ignorarla, mancandole la sensazione di poterlo guardare per sapere se Kara le aveva scritto. Aveva passato gran parte del suo tempo nella sua università, in biblioteca, a fare da tutor a due studentesse del primo anno che erano rimaste indietro, e poi aveva studiato per conto suo, per non lasciar impigrire la mente e, sì, forse anche per distrarsi. In realtà, per quel party era più agitata di quanto volesse far credere a se stessa: sarebbe stato il primo della sua vita con dei ragazzi della sua età, e sarebbe dovuta star vicino a Kara senza che la sua testa le giocasse brutti scherzi. Come il pasticcino della notte prima, ricordava, vergognandosi. Aveva sonno e non aveva badato a come l'aveva chiamata, uscendole d'istinto. Per sua fortuna, sembrava che Kara si stesse abituando ai suoi flirt, tanto da non darci più peso. D'altro canto era una sfortuna, perché significava non riuscire più a metterla d'imbarazzo così facilmente.

Tornata a casa si cambiò, indossando un vestito non troppo stretto e colorato e sandali bassi ai piedi, decidendo di non usare i tacchi a un party di universitari. Usò un trucco leggero sugli occhi e si passò il rossetto rosso sulle labbra, legando i capelli in una coda alta, pensando che, probabilmente, era comunque la cosa migliore smettere di flirtare in quel modo perché lo scherzo era bello quando durava poco. Il loro rapporto stava mutando, ora potevano essere amiche, non aveva senso cercare di scocciarla in quel modo solo per assaporare la sua reazione, risultando, infine, una persona noiosa.

Ferdinand l'accompagnò alla Sunrise e la lasciò all'ingresso. Erano le sei, sapeva che il party sarebbe iniziato verso le sei e mezzo, aveva il tempo di andare in camera da Kara e stare un po' con lei prima che passasse il suo tempo con il suo quasi ragazzo.

Il guardiano non era al cancello ma la fecero passare dei ragazzi che stavano entrando con le loro automobili, chiedendole se fosse lì per il party. Solitamente i party organizzati all'interno erano per i soli studenti e studentesse, ma qualcuno che invitava gli amici c'era sempre, se il guardiano permetteva di farli entrare. Qualcuno le chiese il suo nome, dicendo che aveva una faccia conosciuta, e lei tirò dritto, dicendo di essere in ritardo. Non voleva perdere tempo e per fortuna riconobbe il dormitorio B dalle aiuole e la strada da percorrere. Altre studentesse si fermarono a guardarla intanto che saliva le scale; Lena Luthor le sentì borbottare e le vide indicarla, ma non ci diede peso. Sperava di passare una serata tranquilla.

«Ehi, Lena». Megan le aprì, dicendole che Kara era in bagno che si preparava. Lei era già pronta: aveva indosso una maglia fine, viola, e dei jeans poco sotto il ginocchio, mentre ai piedi aveva degli stivaletti estivi.

Kara uscì di corsa, pensando di essere in ritardo. «Accidenti, non voglio arrivare a festa già cominciata o tutti avranno già messo mani al buffet». Si bloccò, vedendo Lena. «Oh, meno male, sei già arrivata», le sorrise e lei deglutì, annuendo e sorridendo a sua volta.

Kara Danvers aveva scelto di lasciarsi i capelli sciolti, ondulati le ricadevano sulle spalle, e non indossava gli occhiali. Si era messa una maglia smanicata, nera e un po' attillata, jeans fini e stretti fino alle caviglie e dei sandali. Aveva solo un filo di mascara sugli occhi che, azzurri, glieli faceva risaltare.

«Oh, sei bellissima». Si pentì immediatamente di averlo detto poiché poteva passare per uno dei suoi soliti flirt, o uno scherzo, e invece lo pensava davvero. In compenso, non sapeva neppure come identificare la sua reazione: il sorriso, il rossore sulle gote e l'aver abbassato la testa, scuotendola brevemente.

«Anche tu», le sussurrò dopo con un sospiro, andando a recuperare una giacca nera poggiata su una delle sedie intorno al tavolo.

Lena non capì se glielo avesse detto perché lo pensasse davvero o solo per dovere dopo che le aveva fatto un complimento.

Uscirono tutte e tre insieme, sapendo che si sarebbero incontrate con Mike direttamente al party.

«Come hai intenzione di farti perdonare?», le chiese Megan con tono scherzoso, mentre uscivano dal dormitorio per raggiungere l'edificio dell'università, dirigendosi verso una delle strade sterrate esterne al parco.

Kara sbuffò. «Non lo so… Lui vorrebbe che tornassimo insieme, ma non posso fargli questo regalo prima che io capisca cosa voglio dalla nostra relazione», scosse la testa, facendo una smorfia con la bocca. «Mi vorrebbe sempre con lui».

«Sono d'accordo», rispose Megan, mentre Kara annuiva a testa bassa, «Infatti è qui».

« Cosa? ». Lo videro venire verso di loro con una mano alzata, salutando, portando un gran sorriso. Kara lo raggiunse e lui la colse in un caloroso abbraccio.

«Da quanto tempo non si vedevano?», domandò Lena all'altra, che non toglieva loro occhio di dosso, con una strana espressione in viso.

«Da dopo pranzo».

Mike stringeva Kara, parlandole a bassa voce in un orecchio e Lena annuì.

«Oh, si vede». Guardò Megan. «Come mai deve farsi perdonare da lui? Cos'ha fatto?».

«Ieri avevano una specie di appuntamento fuori a vedere le stelle, ma Kara si è dimenticata. Era al telefono con te».

Lena sorrise con improvvisa ritrovata gioia, pensando a Kara che si era dimenticata di lui perché parlava con lei. Era una sensazione piacevole. Non c'entrava col fatto che avesse una cotta per lei, s'affrettò a pensare, perché non aveva, non aveva assolutamente una cotta per lei.

Entrarono nella struttura tutti e quattro insieme, raggiungendo la sala della piscina al pian terreno. La musica era già assordante, la sala buia a parte per le luci colorate che schizzavano dagli angoli in alto, che davano un'aria da discoteca, ed era già pieno di studentesse e studenti, con sdegno di Kara, che inquadrò il buffet come avesse un radar, raggiungendolo velocemente. Un ragazzo si fermò a parlare con Mike e Megan era già sparita a ballare con alcuni ragazzi vicino all'acqua, dove altri si erano buttati con tanto d'abiti, anche se l'acqua era fredda. Lena raggiunse Kara. Era abituata a un altro tipo di party, con musica bassa per permettere ai commensali di discutere tra loro, dove ci si vestiva eleganti e si facevano foto da prima pagina, e credeva davvero che quella novità le sarebbe potuta piacere perché non avrebbe avuto altre occasioni simili in tutta la sua vita, ma al momento aveva solo addosso una strana sensazione di disagio.

«Vuoi?», Kara le passò un pasticcino e, quando se ne rese conto, arrossì, spalancando gli occhi.

Lena lo prese, dando un piccolo morso di assaggio. «Allora, è rimasto qualcosa al buffet anche se è già pieno di gente, non trovi?», gridò, per farsi sentire.

«Sì. Mi preoccupava il fatto che molte mani avessero toccato il cibo anche senza mangiarlo». Ne infilò in bocca uno dopo l'altro sotto lo sguardo sbalordito di Lena che sì, sapeva che era veloce e famelica, ma non così tanto, rapidissima a masticare e ingoiare, come se non avesse potuto mangiarne mai più. Dopo si girò a ricercare Megan, che ballava a ritmo di musica in mezzo a un gruppo. Un ragazzo le stava molto vicino. «Megan ci sa fare… Quello è per caso il suo ragazzo?».

«No», scosse la testa, «Non è il suo tipo».

Si avvicinò di scatto alla sua orecchia destra e Lena sobbalzò un poco, sentendo il calore del suo respiro. «Il ragazzo di Megan non frequenta questi tipo di party. Non è proprio nemmeno un ragazzo, in realtà…».

Lena rise. «Ed è cosa? Un alieno, forse?».

«Non dirlo a nessuno, va bene? È un professore. Il ragazzo di Megan è uno dei nostri professori, veramente».

Si guardarono. Kara sapeva di non doverne parlare con nessuno, si pentì quasi subito di averlo spifferato in quel modo alla prima occasione, ma non sapeva cosa dire e non le andava proprio di mentirle. Sperava che Megan non si sarebbe arrabbiata; per il resto, di certo sapeva che Lena non lo avrebbe detto a nessuno.

Difatti le sorrise, alzando la voce. «Beh, non è comunque l'unico a non frequentare questi tipo di party».

Kara sorrise a sua volta, mangiando un altro dolcetto. «Se lo vuoi non ci tratteniamo troppo, ti posso portare fuori a fare un giro nel parco».

«In un parco di notte da sole? Che hai in mente, Kara Danvers?». Oh no, lo aveva fatto di nuovo. Kara increspò le labbra e prese un altro pasticcino. Forse non sapeva cosa dire, pensò Lena. D'altronde la sua era stata proprio una battuta scema che non era riuscita a trattenere, ma Kara voleva solo essere gentile. Voleva smettere ma perché non riusciva a farlo? Quei flirt scherzosi dovevano finire. Aprì la bocca per darle le sue scuse, quando Kara si sfilò la giacca dalle spalle e la infilò sulle sue. Non si era accorta che aveva la pelle d'oca alle braccia fino a quel momento.

«Ti avevo detto di portarti la giacchetta che ci sarebbe stato un po' di freddo, siamo davanti a una piscina di notte», le sorrise, avvicinandosi, sistemandogliela addosso. Lena arrossì, notando in quel momento come Kara fosse poco più alta di lei e, soprattutto, come il suo viso si trovasse così a poco spazio dal suo. «Ecco fatto».

«Ma tu così non ne hai».

«Io non ho freddo».

Mike sorprese le due con uno slancio e prese Kara di schiena, sollevandola e allontanandola dal tavolo da buffet. Lena li vide abbracciarsi ancora, guardarsi negli occhi. Mike provò a baciarla ma Kara abbassò la testa all'ultimo, innervosendolo visibilmente, continuando a ballare vicino a lei con uno specie di broncio sul viso. In effetti, a Lena pareva di averlo già visto da qualche parte ma non sapeva dove. Megan la raggiunse per chiederle se voleva ballare ma Lena rifiutò, allontanandosi fino ad andarsi a sedere dietro il tavolo. Pensava di sapersela cavare in ogni occasione, eppure un po' si pentiva di aver accettato di andare al party. Non che fossero i ragazzi ubriachi a spaventarla, quelli che si buttavano in acqua o tutti e due, nemmeno quelli che, come Megan ma con altri scopi, erano venuti a chiederle di ballare con loro, ma era quella sensazione di solitudine a mangiarla dentro. Sapeva in anticipo che Kara non sarebbe rimasta con lei tutto il tempo, ma vederla stare con quel ragazzo le creava un disagio ancora maggiore. Era come una morsa allo stomaco che non riusciva a calmare. Era davvero gelosa? Non ci poteva credere. Aveva preso quel gioco dei flirt fin troppo seriamente. Si strinse nella giacca di Kara che la teneva al caldo, decidendo il da farsi: si alzò, cercandola. Le avrebbe detto che se ne sarebbe andata perché aveva degli impegni e che si sarebbero risentite per telefono. Era la cosa migliore.

« Lena Luthor! ».

Qualcuno urlò il suo nome e tutti si girarono, inquadrando un ragazzo dall'aria pesantemente offesa.

«Sei davvero tu?! Te la spassi a una festa, eh? Non provi nemmeno un po' di vergogna?».

Lena lo inquadrò cercando di capire chi fosse, ma non riconoscendolo lo invitò a calmarsi. La musica sembrò cantare a un livello più basso, in quel momento, mentre il suo cuore si agitava. «Andiamo a parlare fuori, che ne pensi? Così non roviniamo la festa a tutti».

«Chi se ne fotte», sbraitò lui e alcuni risero, poiché doveva essere ubriaco. «Non vuoi che si sappia, eh? No? Voi Luthor pensate di poter fare sempre tutto come vi pare, siete intoccabili, fate i casini e non volete prendervi le vostre… le vostre dannate responsabilità!».

Lena provò ad avvicinarsi per parlargli, quando Kara sbucò all'improvviso e si piazzò davanti al ragazzo, bloccandolo con una mano. «Ehi, che cosa succede?».

«Chiedilo alla tua amichetta laggiù, la Luthor», disse con disprezzo, per poi sputare a terra. «Sono tutti dei ladri», ringhiò, «Sono ricchi perché si fanno soldi rubando alla brava gente».

«Di cosa stai parlando?».

Lena si avvicinò per provare a parlare con lui ma il ragazzo si slanciò verso di lei con fare aggressivo e Kara lo bloccò con forza, spingendolo indietro.

«Non ti intromettere, Supergirl», gridò ancora, «Questo è un affare tra me e lei».

«Ha ragione, Kara», sentì la voce di Lena alle sue spalle, tesa come una corda di violino. «È tra me e lui, tu non c'entri».

«Voglio capire che succede», decise, non avendo alcuna intenzione di farsi da parte.

Mike guardava la scena vicino a Megan, che insieme a tanti avevano smesso di ballare per capire cosa stesse succedendo.

«Va bene, allora lo dico io che succede», strillò quel ragazzo, chiudendo i pugni e indicando Lena Luthor con violenza, di tanto in tanto. «Quella e suo fratello sono dei ladri, come tutta la loro famiglia! Mio padre ha investito alla Luthor Corp di Metropolis tutti i suoi risparmi in un progetto di Lex Luthor, pensando ne avrebbe ricavato il doppio, ma quei soldi sono spariti! Spariti, capito? Nel nulla! E mica solo i suoi: sono tanti quelli che ci stanno rimettendo le case in cui vivono, come mio padre… Se non riavrà il suo denaro finirà per passare la vecchiaia per strada e sarà tutta colpa vostra», strinse i denti dalla rabbia, andando avanti e indietro sui suoi passi, non riuscendo a stare fermo. «Cosa state facendo per sapere dove sono finiti quei soldi, uh? Cosa? Vi siete comprati una nuova macchina? Una villetta a Central City?».

Lena abbassò la testa ma, quando la rialzò, aveva l'aria dura e quasi impassibile, fredda come il ghiaccio. Si avvicinò ancora verso il ragazzo anche se Kara non era d'accordo, mettendosi comunque in mezzo. «Sto lavorando con Lex affinché si trovi il responsabile di ciò che è accaduto. E ti assicuro che si troverà e che tutti riavranno indietro il loro denaro. Per ora posso solo dirti di portare un po' di pazienza».

«Pazienza?», sbottò lui, che Kara allontanò di nuovo da Lena. «E se è stato il tuo caro fratellino a intascarsi tutto, uh? O forse sei stata tu? Sei stata tu?».

«No», rispose, mantenendo la calma. «Come ho detto troveremo il responsabile che sarà consegnato alla giustizia, e riavrete il vostro denaro, ma fino ad allora-».

«Cosa? Come se vi importasse qualcosa, voi un tetto sicuro sulla testa ce lo avete, Luthor». Kara tratteneva il ragazzo e sentiva chiaramente il suo cuore battere all'impazzata dalla frenesia; come una miccia pronta a esplodere non sembrava pronto a calmarsi. «Qualcuno stava andando a denunciare e sapete che è successo, no? Hanno bloccato tutto! Gli avvocati di Lex Luthor in persona hanno minacciato i poveracci di non denunciare o avrebbero passato dei guai. Vi sembra giusto?», chiese a tutti, «Ti sembra giusto?», riprese riferendosi a Kara.

Lei lo guardò con aria vacua, non sapeva cosa rispondere e si voltò a guardare Lena, che invece sembrava ferma nella sua posizione.

«No. Non mi sembra giusto», rispose lei, facendo un altro passo. Kara la implorò di fermarsi perché era troppo vicina al ragazzo. «Farò il possibile per aiutarvi, te lo prometto».

«Tu lo prometti?!». Infuriato, il ragazzo spinse Kara, pensando di correre verso Lena. Lei lo stava per riacciuffare quando Mike si protese di scatto e lo spinse a sua volta, intimandogli di non toccare la sua ragazza. A un conseguente gesto di sfida dell'aggressore, Mike gli sferrò un destro in pieno volto e lui finì in piscina.

Il party ricominciò poco dopo, una volta recuperato il ragazzo dall'acqua da alcuni amici, che decisero di riportarlo al suo dormitorio.

«Mi dispiace per quello che è successo», biascicò Lena. Lei e Kara erano fuori dal cancello, aspettando l'arrivo di Ferdinand con la macchina per riportarla a casa. Si stringeva contro la giacca di Kara che aveva addosso, tremando. E non credeva di farlo solo per il freddo.

«Cosa ne pensi se ti aiuto? Aiuto te e Lex».

Lena la guardò con sorpresa, scuotendo la testa. «No. Non vedo come tu possa-».

«Ehi, non sottovalutarmi! E voglio davvero aiutare».

«Non ti intromettere, Kara. Davvero».

« Davvero ho deciso di aiutarvi e lo farò, non puoi dir nulla per farmi cambiare idea», la fissò con sguardo deciso e Lena non riuscì a replicare.

L'auto arrivò e Kara l'abbracciò di colpo, come se avesse voluto proteggerla, dandole poi una piccola spinta verso la portiera.

«La giaccia-», Lena stava per sfilarla, ma Kara si avvicinò e gliela riportò bene sulle spalle, guardandola negli occhi.

«Tienila tu. La riprendo domani».

Lena annuì, aprendo la portiera. «Sei testarda, Kara Danvers». La vide ridere, intanto che chiudeva lo sportello una volta entrata. L'automobile partì e Lena si sentì strana, leggera, calda, bollente per la verità, con la voglia di sospirare.

Adesso sapeva per certo di essere nei guai: flirtava per scherzare e farla imbarazzare e quella imbarazzata, infine, era lei. Quei flirt avevano rivelato qualcosa di serio. La sua mente non le giocava brutti scherzi perché era vero che le piaceva Kara Danvers, le piaceva davvero in quel modo .

 

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

Kara non si sarebbe certo fermata al primo no . O al secondo. E così via. Se si metteva in testa qualcosa, allora doveva fare quella cosa e non ci sarebbe stato verso di farle cambiare idea. Lo sapeva bene Alex Danvers che, quando era adolescente, non riusciva ad andare da nessuna parte senza la sua piccola nuova sorella che le facesse da scorta, preoccupata che frequentasse persone poco raccomandabili.

«So io con chi devo o non devo uscire, okay?».

«Fai preoccupare Eliza e Jeremiah…».

«Non ti impicciare».

«Ma-».

«Okay, facciamo così: ti giuro che sarò assolutamente attenta alle persone che frequenterò da oggi in poi. Così da non far preoccupare Eliza, né Jeremiah, né te», l'aveva indicata, spingendole l'indice contro il petto.

Kara l'aveva pedinata per sei mesi.

Non era di certo una persona che si faceva tranquillamente i fatti suoi, convinta di poter sempre essere d'aiuto per le persone che conosceva. Questo lo aveva capito bene anche Eliza Danvers che non era più riuscita ad avere appuntamenti seri con qualcuno dopo Jeremiah finché Kara non aveva lasciato casa per andare all'università.

«Ma che c-». Eliza era tornata a casa dopo il lavoro e aveva trovato alcuni mobili in diverse posizioni, tutto splendeva dal pulito, e il che non era molto usuale con le sue figlie in casa, con fiori disposti in piccoli e grandi vasi per tutto il soggiorno. Kara, allora quindicenne, era in mezzo alla stanza, in piedi, con le mani unite, con un indosso un vestito fiorito e i capelli raccolti in due basse code. Sorrideva, aspettandosi qualcosa. «Cos'è successo qui dentro? Cosa stai facendo?».

«Oh, pensavo venissi con Ryan e così…».

«Ryan? Come fai a sapere di Ryan?».

«Alex ti ha sentito fare il suo nome al telefono», aveva sorriso di nuovo, agitando le mani nel dare la sua spiegazione, «Ultimamente torni sempre tardi, hai comprato un nuovo profumo, sorridi più spesso e sei distratta… così… così non era difficile intuire che ti vedessi con qualcuno», si era grattata dietro nella nuca, «Senza contare che ti è arrivato un mazzo di fiori da National City e nel biglietto c'è scritto da Ryan . Ecco, sì, li ho messi lì», aveva indicato un vaso su un mobile. «Pensavo fosse la giornata giusta per portarlo a casa a conoscere la famiglia, volevo fare bella figura e… sì, ho anche già memorizzato dei discorsi che potrei fare con lui per non farti apparire come disperata. Sì, lo so che non ti sono sembrata molto felice quando tu e Jeremiah avete deciso di divorziare, ma poi ho pensato che anche tu in fondo sei un essere umano e hai bisogno di stare con qualcuno che ti faccia, diciamo, le coccole, alla tua età chissà quante altre possibilità avrai, quindi…», aveva stretto le labbra e dondolato sui talloni delle scarpe da ginnastica, pensando a cos'altro dirle, i suoi occhi azzurri andavano da una parte all'altra della camera, finché non si era illuminata, guardando di nuovo sua madre con decisione: «Quindi, sì, insomma, sono pronta se vuoi portarlo a casa».

Eliza era incerta se ringraziarla o gridarle addosso. «Non c'è bisogno di tutto questo».

Il suo sorriso si era spento di colpo. «Ho-Ho passato delle ore a sistemare tutto, cavolo, almeno un po' di riconoscenza».

«Kara… non ho intenzione di farvelo conoscere».

«Ah».

Era convinta di poter aiutare tutti, non solo le persone che conosceva. E questo lo aveva scoperto presto la vecchia signora Terry che abitava vicino al market in cui spesso la famiglia Danvers si recava a comprare il giornaliero. Da quando la famiglia aveva adottato la piccola Kara, lei si era messa in testa di aiutare la signora, minuta e gracile, ad attraversare la strada. Il che andava bene, Eliza era felice che Kara si stesse ambientando in quella zona e che si comportasse tanto bene anche con le persone anziane.

Così le correva incontro appena la vedeva, la prendeva a braccetto e l'aiutava a camminare sulle strisce.

«L'aiuto io, signora Terry».

«Che gentile che sei; va bene». L'anziana le aveva sorriso e si era lasciata prendere il braccio sinistro, che Kara aveva afferrato con foga.

«Oggi non ho molto tempo, Jeremiah mi porta a National City al ristorante, dove fanno la panna cotta più buona del mondo». Aveva cominciato a correre con la signora legata a lei che non riusciva a stare al suo passo. Era appena uscita dal market e aveva ancora il portafogli poco fuori dalla sua borsetta, così che le era scivolato sulla strada. «Non si preoccupi, signora Terry: ci penso io». L'aveva accompagnata davanti al marciapiede ed era corsa indietro, ma stava per passare un'automobile e a nulla erano serviti gli strilli della signora che le dicevano di tornare al sicuro. La macchina era passata a poco dalla sua schiena e, quando la bambina si era girata, era corsa subito a restituire il portafogli alla signora, noncurante del pericolo scampato e dell'infarto scongiurato della vecchina.

Sapevano che la signora Terry era andata a vivere con i figli a National City la settimana successiva. Forse fu una coincidenza, ma non ebbero modo di approfondire.

Aiutare tutti, non solo le persone. Come quando tornò a casa da scuola con un cagnolino che si era smarrito e che non poteva lasciare per strada.

«Non potevo abbandonarlo anch'io, scusa».

Eliza Danvers glielo aveva fatto tenere per due settimane, mentre attaccavano volantini per strada con la foto del cane che così aveva potuto ritrovare i suoi padroni. Kara era triste di doverlo lasciare, ma in fondo felice che avesse ritrovato la sua famiglia, almeno lui, sapendo che era la cosa giusta da fare. Dopo il cane però era cominciata a sembrare un'abitudine, portando a casa ogni specie di creatura vivente: rane, scoiattoli, uccellini, vermi, mantidi religiose, perfino un serpentello che sì, era innocuo, ma Alex se lo era ritrovato sul letto una sera e non aveva più chiuso occhio per giorni, proibendo a Kara di portare animali nella loro camera in comune. Divertente, poi, pensare che con la crescita la stessa Kara aveva contratto la fobia per i rettili.

«Eliza, si dev'essere perso… Posso tenerlo? Lo porto fuori io e farò i volantini».

Eliza era rimasta pietrificata davanti alla porta, guardando l'animale che, dietro la bambina, le masticava la gamba di un pantalone. «Tesoro, è un cavallo. Non lontano c'è una casa con del terreno, dev'essere di lì».

«Ah. Allora lo riporto a casa sua. Grazie».

Kara Danvers era caparbia, metteva cuore e passione in tutto ciò che faceva, e questo lo avrebbe presto scoperto anche Lena Luthor. Si erano sentite per telefono e Lena l'aveva invitata alla Luthor Corp se davvero ci teneva a lavorare con loro: lei e il suo assistente. Aveva rifiutato quando le disse che le avrebbe inviato Ferdinand a prenderla, così aveva preso un autobus e poi si era fatta una bella passeggiata, con il sole che splendeva, fino ai piedi della Luthor Corp. Quel posto sembrava enorme. Era strano pensare che sua madre lavorasse per così tanto tempo in quell'azienda, da prima che l'adottasse, ma non essere mai andata a trovarla. Aprì le porte e la guardia all'interno la adocchiò subito, seguendola con lo sguardo intanto che si avvicinava alle sbarre elettriche incastrandosi la gonna, tornando indietro, incastrandosi di nuovo, spingere con forza e così passarci. Lui trattenne un sorriso, mentre lei lo raggiungeva alla sua postazione.

«Salve, sono Kara Danvers, ho un appuntamento con Lena Luthor».

«Sì, signorina Danvers. La signorina Luthor la sta aspettando nel suo ufficio». Le diede indicazioni e lasciò proseguire verso l'ascensore.

Si controllò sullo specchio dell'ascensore, passandosi le mani sulla testa per appiattire i capelli raccolti in un alto chignon, sistemandosi gli occhiali sul naso e lisciandosi verso il basso la camicetta a maniche corte infilata nella gonna larga che le arrivava alle ginocchia. Dopo tirò un po' più su sulla spalla la borsa a tracolla. Sperava di non avere un look troppo sbarazzino per la Luthor Corp anche se, sapeva, non doveva avere timore di incontrare chissà quali scienziati ora che era luglio, ma c'era sempre l'assistente di Lena. E Lena. L'aveva vista in pigiama, non avrebbe mosso ciglio, probabilmente, ma ora erano in un ambiente di lavoro e non voleva fare brutta impressione su di lei.

Quando l'ascensore si aprì si incamminò velocemente, sorpassando la scrivania vuota non distante dalla porta chiusa, e così bussò. Non aspettò molto prima che la voce di Lena le desse il permesso di entrare.

Un profumo dolce la accolse appena aperta la porta, e così diede un veloce sguardo all'ufficio, dalla scrivania dove Lena e un ragazzo erano chini a scandagliare dei fogli sparsi, alla portafinestra alle loro spalle, con il sole che filtrava prepotente dalle tapparelle a metà, al divano dall'altra parte della stanza, a un armadietto, ai fiori dentro un alto vaso da terra, in un angolo. Entrambi alzarono lo sguardo e si bloccarono, mentre la ragazza chiudeva la porta dietro di lei.

«Vi siete già portati avanti con il lavoro?», scherzò, battendo le mani e sorridendo, avvicinandosi.

Lena si lasciò andare a un sospiro fugace, cercando di guardare altrove, e il ragazzo vicino a lei si irrigidì, cominciando a ridere, in ritardo, per la battuta di Kara. «Non abbiamo fatto molto», rispose freddamente Lena, senza guardarla, puntando di nuovo lo sguardo ai fogli sparsi per la scrivania.

Kara la squadrò, capendo che doveva essere davvero molto concentrata per quasi non guardarla.

«Lui è Winslow Schott Jr, il mio assistente».

Lui allungò il braccio per stringerle la mano, sorridendo con emozione. «Molto piacere; ho sentito molto parlare di te, Kara Danvers». Lena gli rivolse mezza occhiata e Kara rise, guardando entrambi.

«Possiamo rimetterci al lavoro, per favore? Questi documenti non si leggeranno da soli».

La voce di Lena era fredda e distante, scontrosa. Adesso che Kara si era abituata a tutt'altro comportamento verso di lei, faticava a riconoscerla. Winslow si fece subito serio e riprese a leggere, ma Kara fissava Lena, corrugando lo sguardo, cercando di capirla. Quel caso alla Luthor Corp di Metropolis doveva preoccuparla davvero tanto, pensò, così cominciò a mettersi anche lei al lavoro: prese alcuni fogli, una sedia, e iniziò a leggere.

 

Oh, era davvero la cosa più faticosa e noiosa con cui avesse mai avuto a che fare. Se chiudeva gli occhi, Kara era capace di distinguere perfettamente i numeri che le si piazzavano davanti e la salutavano, abbracciandosi tra loro, formando lunghe file di abbracci numerici. La voce dell'assistente di Lena troncò il silenzio, dicendo di aver trovato qualcosa di incongruente, ma era solo un falso allarme. Erano tutti e tre sulla scrivania, poi sul divano, poi Kara e Winslow a terra e Lena in piedi, poi loro due in piedi e Lena di nuovo sul divano. Passarono alcune ore, distinguibili tanto dall'orologio appeso alla parete quanto dai raggi del sole che passavano attraverso la finestra, scendendo e cambiando zona illuminata. Kara si era messa a leggere sul pavimento facendosi scaldare dai raggi. Lena le rivolse un'occhiata e sorrise, vedendola concentrata grattarsi la fronte, facendo una smorfia con gli occhi e la bocca. La pancia di Kara brontolò così forte che sembrò un tuono a ciel sereno, facendo ridere Winslow.

«Va bene». Lena si alzò dalla sedia accanto alla scrivania con decisione ed entrambi la fissarono. «È ora di pranzo e credo che tutti e tre ci meritiamo un po' di riposo».

Kara si alzò dal pavimento così in fretta che parve di essersi seduta sui chiodi, ritrovando il sorriso. «Perfetto! Sto morendo di fame, ma non volevo dirlo… Dove andiamo a mangiare?».

Lena distolse lo sguardo, rispondendole mentre sistemava la sua pila di fogli, poggiandoli con cura. «Qui vicino fanno dei piatti veloci e ottimi».

«Aggiudicato», sorrise, guardando poi verso il ragazzo. «Vieni con noi…», lo guardò a sottecchi, cercando di ricordarsi il suo nome, «… Winslow?! ».

Lena stava per dirle che solitamente lui ama mangiare per conto proprio, quando il ragazzo rispose affermativamente accompagnando una goffa risata: «Sì, sì, certo! Puoi chiamarmi Winn», si avvicinò, «Gli amici mi chiamano così, è più facile… Anche se ultimamente, emh, non è che io sia proprio circondato da amici, diciamo», rise ancora, «Sono più un tipo solitario, un po'… particolare».

Kara rise a sua volta. Lena guardò il sorriso di lei e poi quello di lui, scuotendo la testa: il suo impacciato assistente stava cercando di fare colpo su Kara, come non immaginarlo. A lui era bastato poco per capire quanto fosse speciale. Oh, speciale . Aveva pensato proprio quella parola. Sarebbe stato meglio lasciarli fare; che lei avesse ridato un'occasione a quel Mike o al suo assistente, che aveva scoperto oggi dopo mesi di conoscenza di volersi far chiamare Winn, andava bene.

Da quando aveva capito, ma soprattutto accettato, che Kara Danvers le piacesse in aspetto romantico, non faceva che pensare a quanto fosse sbagliato. Non solo lei era chiaramente eterosessuale, non aveva accennato mai neppure una volta a una possibile ragazza, ma le loro madri stavano insieme, il che era piuttosto strano. Non poteva seriamente perdersi nell'immaginarsi di voler baciare qualcuna che avrebbe dovuto considerare sua sorella. Però lo immaginava. Oh, lo immaginava eccome guardando le sue labbra che sorridevano, che parlavano, che parlavano verso di lei.

«Mh, scusami, cosa? ».

«Dicevo che possiamo andare: prima mangiamo, prima ritorniamo ad occuparci del nostro caso», esclamò Kara. Lei e Winn uscirono per primi dall'ufficio, parlando tra loro.

Il nostro caso , pensò Lena. Lo aveva subito adottato come il suo caso.

Ordinarono della pasta al formaggio e, mentre aspettavano, Kara e Winn si lasciarono andare a una discussione che si allacciava con la successiva senza tregua, scoprendo di avere un sacco di cose in comune come la passione per alcuni fumetti, che Kara leggeva molto di più quando era bambina, come l'aver frequentato la stessa scuola elementare, come aver avuto entrambi a che fare con il bullo Benny Santos. E continuarono anche durante il pasto, riuscendo a masticare e parlare insieme. Lena si stupiva riuscissero a trovare modo di respirare.

«Ah, sì, ma questo lo sapevo!», disse lui con un enorme sorriso stampato in faccia, «Ho fatto ricerche anche su te, per conto della signorina Luthor».

«Già», lei si voltò a guardarla, «La famosa ricerca».

Lena cominciava a pensare che non glielo avrebbe mai perdonato.

Di tanto in tanto, Kara la guardava e le chiedeva qualcosa cercando di farla entrare in argomento, ma lei non sapeva cosa dire e lasciava che le cose riprendessero il loro corso, e così i due si perdevano di nuovo nei loro discorsi.

Winslow sorrideva e si eccitava in continuazione, tanto che si chiedeva se era sempre stato lui il suo assistente, stentava a riconoscerlo, e Kara parlava con la bocca piena, ridendo tappandosi la bocca con un fazzoletto. Lena sparì in bagno dopo aver finito il suo piatto senza che loro se ne accorgessero. Diede colpetti decisi contro la macchinetta del sapone, con fare nervoso. Era stata lei la prima a essere dura con Kara, a cercare di ignorarla, quindi non capiva proprio perché se la prendesse tanto a cuore, continuando a pestare.

«Cosa ti ha fatto di male quel sapone?».

Si voltò, vedendo Kara entrare e raggiungendola al lavandino, prendendo del sapone anche lei, mettendo le mani sotto il getto d'acqua. Lena le guardò abbassando lo sguardo dal suo, vedendo che erano diventate gialle.

«Cosa ti è successo? Hai fatto a pugni con i maccheroni?».

«No», strinse le labbra, trattenendo il rossore sulle gote. «Diciamo che Winn ha riso un po' troppo e, sì… un piccolo incidente», rise, «Non finirà mai di scusarsi».

Lena stava per ridere a sua volta ma si costrinse a restare seria e distaccata, soprattutto al sentirla chiamare lui Winn . «Va bene. Datti una lavata, così torniamo al lavoro».

Kara la tenne d'occhio intanto che usciva a passo spedito dal bagno, senza guardarla.

Il lavoro diventò più silenzioso che al mattino. Tranne che Winn ogni tanto le sorrideva e le diceva qualcosa a voce talmente bassa da sembrare di fare solo boccacce, ma per fortuna il suo era un udito molto sviluppato. Kara controllò di nuovo i nomi, e le cifre, e i nomi, e le altre cifre, e poi Lena Luthor, seduta davanti alla sua scrivania, lontano da loro che stavano comodi sul divano. Era china sui fogli, con la testa mantenuta da una mano poggiata con il gomito sul tavolo. Era così tesa, nervosa, arrabbiata, sembrava. La trattava con freddezza da quando era arrivata alla Luthor Corp e cominciava a pensare che non fosse a causa di quei documenti e sul caso di Lex, ma proprio per lei. Eppure non riusciva a capire cosa le avesse fatto di male. Forse non voleva davvero che si mettesse in mezzo con quell'affare, o forse che facesse amicizia con Winn, pensò, guardando con la coda dell'occhio il ragazzo concentrato sui suoi fogli. Lo vide scorgere Lena e così, al suo minimo movimento, nascondendosi con la faccia contro i fogli. Dopo un poco, anche Lena alzò lo sguardo e con serietà guardò Winn, rimettendosi al lavoro.

Kara corrugò le sopracciglia, messa a disagio da quella situazione. Il suo rapporto con Lena stava migliorando e, all'improvviso, la sentiva di nuovo una perfetta estranea. Una perfetta estranea arrabbiata con lei senza ragione. Quella situazione non le piaceva per niente.

«Kara, non stai leggendo».

«Oh, sì».

Le mancava pure di essere sgridata da lei. Sbuffò, ma piano, per non essere sentita.

 

Fecero un'altra breve pausa. Winn ne approfittò per sgranchirsi le gambe e andare in bagno, così Kara si accostò da Lena, che al contrario non sembrava ben disposta a riposare, continuando a leggere, poggiata di peso contro la spalliera della sedia.

«Lena…?».

«Dimmi».

«Posso chiederti se… per caso… ho fatto qualcosa di male? Qualcosa che può averti dato fastidio?».

Lena abbassò lentamente i fogli, poggiandoli sulla scrivania, fissando lei. «No. Perché me lo chiedi?». Arrossì e allora abbassò di nuovo lo sguardo, ritornando a quei numeri. Non riusciva a guardarla fare quel suo sguardo corrucciato senza trovarla incredibilmente adorabile. Accidenti, sapeva di dover trovare una soluzione presto, non che potesse ignorarla da quel momento in avanti, sapendo che l'avrebbe ritrovata al suo fianco a tutte le attività familiari. E dopotutto, se così non fosse stato, probabilmente si sarebbe fatta avanti sul serio. Ci avrebbe provato di sicuro. Oh, rendersi conto di questo non faceva che peggiorare la situazione.

«Perché- Lo hai appena fatto!», brontolò. «Stai cercando di punirmi per qualcosa, per caso? P-Perché non credo di aver fatto qualcosa di sbagliato ma, se fosse, me lo dici in modo da da poter risolvere».

Non ci credeva che le mancassero i suoi tentativi di flirtare con lei. Le alzò il viso, scrutandola con i suoi soliti occhi di ghiaccio. «Non c'è nulla che non vada, Kara. È solo che… vorrei davvero aiutare Lex ad uscire da questo pasticcio e sento che siamo in alto mare. Lui dovrà rilasciare una dichiarazione a giorni e non abbiamo niente in mano… Non vogliamo che a mettersi in mezzo sia nostra madre, dovremo farcela con le nostre forze», la fissò, «E presto».

Kara restò a bocca aperta, pensando di punto in bianco di essere stata egoista nel pensare che il comportamento diverso di Lena fosse per qualcosa che aveva fatto lei. Che figuraccia. Arrossì, chiudendo le labbra con forza e annuendo. «Ha-Hai ragione! Dobbiamo mettercela tutta per-», si bloccò, guardando con più attenzione il foglio sotto una mano di Lena. Gliela tolse e indicò un punto su un foglio, su un nome. «Questo l'ho già letto», biascicò. Scattò per andare sul divano, prendendo la sua pila di fogli iniziò a sfogliare. Uno dopo l'altro poggiò quelli dove compariva quello stesso nome sulla scrivania, mentre Winn rientrava in ufficio.

«La pausa è finita?», chiese.

«Winn, prendi il tuo fascio di fogli e portalo qui, presto».

Il ragazzo fece come ordinato e ben presto si ritrovarono a una decina, quindicina, ventina di fogli dove compariva lo stesso nome più volte. Il solo nome che compariva così tante volte in diversi versamenti.

«Hai trovato una falla, Kara», sorrise Lena, «Questi dati sono stati contraffatti». Erano tutti così concentrati sui numeri da non aver dato abbastanza peso ai nomi al loro fianco.

«Sei grande, Supergirl», esultò Winn, abbassando la voce fino a tacere quando si ricordò che, accanto a loro, c'era il suo capo.

«Un nome falso?», domandò Kara.

«Molto probabile», rispose lei, concentrata. «Qualcuno ha usato questo nome per appropriarsi del denaro degli investitori. Scopriremo chi è», le sorrise, alzando lo sguardo.

Dopo un po', Kara decise di tornare al campus, temendo che, facendo ancora più tardi, il guardiano la chiudesse fuori. Lena la ringraziò e sembrò sorriderle ancora, pur mantenendo tra loro una certa distanza che Kara non capì. Riprese la sua giacca e uscì, salutando Winn, dopo essersi scambiati i numeri di cellulare.

«Quella ragazza…», sorrise lui con fare sognante, scuotendo la testa. «Mi ha sconvolto! Non pensavo che dal vivo quella Kara Danvers fosse così carina. E poi è intelligente, ha talento… e come sorride».

Lena non disse una parola, separando in due pile diverse i fogli contenenti i dati con il nome usato dal truffatore e gli altri. Sentì il suo assistente avvicinarsi.

«Lo so che noi non abbiamo quel tipo di rapporto, signorina Luthor, ma se potesse, che so, mettere una buona parola per me con sua sorella… le sarei riconoscente».

«Non esserlo», disse glaciale, «Ha già un quasi ragazzo. E non è mia sorella».

Winn strinse le labbra, pensandoci. « Quasi ragazzo?», si lasciò poi scappare una piccola risata, «Anch'io avevo una quasi ragazza, una volta: si chiamava Margot Blanc, era di origini francesi e frequentava con me le scuole medie. Pranzavamo insieme ogni giorno, e poi studiavamo e ci tenevamo per mano, che ricordi…», sospirò con un sorriso. «M-Ma lei in realtà sapeva appena della mia esistenza e tutto era accaduto solo nella mia immaginazione. Ma che ricordi…».

«Il suo si chiama Mike e sono già stati insieme…», bisbigliò, riflettendoci, «Mike Gand. Ecco chi è, mi sembrava di riconoscerlo: il figlio del senatore Gand».

«Il figlio di un senatore? Ah! Bene…», il suo entusiasmo scemò, «Posso sempre puntare sulla simpatia».

 

«Fammi capire, Kara: sei triste perché Lena Luthor non flirta più con te?» , le domandò Alex al cellulare, mentre lei guardava fuori dal finestrino con aria affranta, sul pullman pieno di persone.

Arrossì, mordendosi un labbro. «No. È-È solo che- Non lo so… ma cominciavamo ad andare davvero d'accordo, ci stavamo avvicinando, e ora sembra tornata…».

«La nemica del primo capitolo?» .

«Primo capitolo?».

«Primo capitolo, quando vi siete conosciute, Kara, è un modo di dire» .

Kara sbuffò. «Sì. Quasi. Ha sorriso. Ma non mi guardava. Forse peggio, perché almeno al primo capitolo mi degnava di attenzione», scrollò le spalle, «Pensavo fosse turbata per questa storia della Luthor Corp a Metropolis, e così mi ha detto, ma non mi convince adesso che ci penso…».

«Magari è solo un po' per le sue, vedrai che- Signora! Signora! » , gridò all'improvviso e Kara dovette allontanare il cellulare dall'orecchia. «Lei lì non può entrare, signora, è riservato al personale! C'è un cartello, signora! Scusa, Kara, devo andare a tirare via una donna che sta litigando con la tenda che divide l'area pubblica da quella privata… Non vedo l'ora di finire gli studi così potrò dire addio questo postaccio » , bisbigliò, Kara la sentiva affannare, «Comunque non preoccuparti per Lena, magari è davvero solo presa da questa storia di Lex, dalle del tempo. Lo so che vuoi andare d'accordo con lei- Signora? Cosa fa? Esca! Io stacco, ci sentiamo più tardi» .

Kara riattaccò e nascose il cellulare nella borsa, guardando il cielo che si scuriva e poi la giacca nera che, la sera prima, aveva prestato a Lena per ripararsi dal freddo. Beh, pensò, se per una qualche ragione a lei sconosciuta avessero fatto un passo indietro nel loro rapporto, avrebbe fatto di tutto per riguadagnare terreno in fretta e sentirla di nuovo vicino.

 

La mattina dopo si svegliò presto ma, invece del solito, non aveva in mente di allenarsi. Megan la vide correre da una parte all'altra della loro camera mentre si preparava per uscire e, infine, lasciarle un biglietto sul cuscino del proprio letto.

Erano da poco passate le otto e mezzo quando Kara Danvers spalancò le porte della Luthor Corp con un colpo di gomito, portando tra le mani quattro tazze da viaggio fumanti. La guardia all'ingresso aveva appena iniziato il suo turno e ancora sbadigliava, tuttavia, quando la vide cercò di trattenersi. Si incastrò ancora la gonna nelle sbarre elettriche ma, muovendosi come un serpente, riuscì a tirarsi via con poche difficoltà. « Quei cosi », la sentì bisbigliare, muovendosi verso di lui, per poi guardarlo facendo un largo sorriso. «Buongiorno… John ». J. Barrows : indicava il suo cartellino.

Lui scosse la testa.

«Jacob?».

«No».

«James?».

«Neanche», si appassionò lui, mettendosi a braccia a conserte appoggiato al bancone.

Lei sorrise, indicandolo. «Allora il suo nome è… Joseph!».

«Oh, non ci siamo».

«Jack, Julian, Joey, Jonathan!», lo indicò ancora con entusiasmo, continuando, «Joshua, Jeff, Jesse-».

Lui la fermò, indicandola a sua volta.

«Jesse?». Lui scosse la testa e lei rise, «Va bene, va bene, è Jeff», ma al suo sguardo incerto lei aggrottò le sopracciglia, ritentando, «Jeffrey! È Jeffrey?».

Lui rise con entusiasmiamo, battendo le mani in un applauso, e lei rise con lui, passandogli una delle tazze sul bancone.

«Ecco, questa è per lei, Jeffrey». Lui sgranò gli occhi dalla sorpresa, prendendo la tazza. «Spero le piaccia: caffè nero, per affrontare una lunga giornata».

«Dice sul serio?».

«Sì, l'ho presa per lei. Le auguro buona giornata». Se ne andò e lui le ricambiò la buona giornata gridando prima che potesse prendere l'ascensore.

Era di buon umore e sorrise radiosa, affacciandosi allo specchio della cabina. Indossava anche quell'oggi una camicetta infilata sotto la gonna corta, stavolta scura, e i capelli tirati indietro con delle forcelline. Si sistemò con cura l'abbigliamento e poi gli occhiali, facendo un rumore gutturale con la bocca. Quando la porta dell'ascensore si aprì, si sentì pronta per affrontare quella giornata.

«Kara?», esclamò Winn seduto sulla sua scrivania fuori dell'ufficio di Lena, meravigliato di vederla a quell'ora del mattino. Si alzò per accoglierla.

«Ehi! Come va stamattina?», chiese, poggiandogli una delle tazze sulla scrivania, sorridendogli. «Ah, no, aspetta», cambiò tazza, poggiandogliene un'altra. «Quella è di Lena, mi stavo confondendo».

«Per me?», la prese.

«Caffè macchiato, spero sia di tuo gradimento», rise, «Avevi detto che non stravedevi per i gusti troppo amari».

Lui rise, scrollando le spalle. «Te-Te lo sei ricordata?».

«Memoria d'acciaio», rise, spostandosi verso la porta dell'ufficio di Lena. Winn cambiò espressione e cercò di fermarla, ma lei aveva già aperto la porta, portando avanti le due tazze da viaggio rimaste. Si bloccò quando vide che Lena non era sola e un ragazzo alto ed elegante era davanti alla sua scrivania, in piedi così come lo era lei, visibilmente interrotto dal suo ingresso. «Oh, scusate, che sbadata, si è aperta la porta? Pff », rise e tentò di infilare una tazza sotto il braccio destro per richiudere ma, presa dalla fretta, non riusciva ad incastrarlo e quindi ad andarsene. Odiava la sua goffaggine quando si trovava in una situazione imbarazzante.

Lena abbassò la testa e quel ragazzo sorrise, pur mantenendo un tono distaccato, sistemandosi meglio la cravatta. «Lasci pure aperto, signorina…?».

«Danvers. Kara Danvers».

«Oh, signorina Danvers. Sono onorato», si avvicinò e le strinse la mano sinistra che era riuscita a liberare, che poi le baciò, sotto il suo sguardo confuso, arrossendo. «Maxwell Lord, molto piacere. Stavo appunto dicendo alla signorina Luthor che si era fatto tardi». Salutò Kara, poi Lena, ed uscì dall'ufficio, chiudendo dopo di lui.

Kara guardò Lena, che era tesa come una corda di violino, trattenendo il respiro. Si accertò che la porta fosse ben chiusa e la raggiunse, poggiando le tazze sulla scrivania. «Maxwell Lord delle Lord Technologies?», domandò, voltandosi ancora verso la porta, come se da un attimo all'altro potesse vederlo rientrare. «Cosa faceva lui qui?».

Lena sospirò e si sedette a peso sulla sedia davanti alla scrivania, portandosi una mano sulla fronte. «Non ha trovato mia madre e così è venuto qui».

«Non avrà sentito il cellulare…».

«No, conoscendola gli avrà chiuso la telefonata di proposito».

«Che cosa voleva?».

«Offrire aiuto», sorrise, ma nel suo sguardo non c'era altro che astio. «Ha saputo della situazione a Metropolis e si è fatto avanti. Domani andrà laggiù a parlare con mio fratello e voleva che lo appoggiassi».

Kara la guardò attentamente. «E tu… hai detto che lo appoggerai?».

«Gli ho risposto che ci avrei pensato, ma è ovvio che preferirei risolvere la questione prima che lui si metta in mezzo. Da anni punta gli occhi sulla Luthor Corp. Sono certa che non aspettasse altro che un'occasione simile per mostrarsi tanto generoso», alzò le sopracciglia e, distraendosi, mise a fuoco le due tazze sul tavolo. «Quelle?».

«Oh, sì», si ricordò improvvisamente, destandosi. «Questa è tua», le passò la tazza, per poi prendere l'unica non fumante, sedendo davanti a lei. «Questa è mia».

Lena sorrise, aprendola e odorando il profumo del caffè ancora caldo. «Anche tu caffè?».

«Frullato», rise, alzando la tazza.

«Fammi indovinare: vaniglia?», le sorrise e Kara arrossì, annuendo, dando un primo sorso.

Per un attimo le era parso che Lena sembrasse tornare quella di prima: la battuta, il sorriso malizioso, come l'aveva guardata. E tutto questo nonostante la visita poco gradita di Maxwell Lord: era la prima volta che lo vedeva e non le era piaciuto affatto.

Kara era rimasta con Winn alla sua scrivania per un po', chiacchierando, mentre Lena chiamava Lex per dirgli di Lord, chiusa nel suo ufficio. La sentivano parlare a voce estremamente alta, a volte, capendo di essere davanti a una questione piuttosto delicata.

«Se Lord fa un favore ai Luthor, poi i Luthor dovranno fargli un favore, non so se mi spiego», disse Winn, giocando a campo minato nel suo pc.

«Non lì, non lì, prova quella a fianc- No! ».

«Accidenti», sbuffò lui, perdendo la partita.

«Impari a non darmi ascolto». Guardò verso la porta, cercando di sentire più che poteva di quella telefonata. Infine, la sentì salutarlo. Doveva aver richiuso.

La porta del suo ufficio si aprì di lì a poco e Lena si appoggiò allo stipite della porta, con un'aria decisamente stanca. «Lex ha detto che mi invierà entro mattinata altri documenti. Sta stilando una lista dei possibili truffatori interni all'azienda, grazie al nome e ai dati che gli abbiamo fornito. Fino ad allora…», alzò gli occhi al soffitto, «aspettiamo».

A malincuore, Winn si allontanò dalla Luthor Corp per urgenze familiari, dopotutto quelle per lui erano ore extra e Lena gli lasciò il permesso di uscire, così per ingannare l'attesa uscirono anche loro, decidendo di passeggiare intorno al palazzo, rientrando appena arrivava l'email con i nuovi file.

«Lex è molto stressato, ultimamente», confidò Lena, al suo fianco. «Nostra madre non fa che chiamarlo e insiste perché lui venga qui per conoscere voi, il resto della famiglia, ma lui non riesce perché non si può permettere di lasciare la Luthor Corp, in questo momento. Lei lascia il comando a noi ma, allo stesso tempo, vorrebbe avere sempre l'ultima parola e lui non ne può più. Non giudicarlo per quello che sta succedendo, ti prego».

«Non l'ho mai fatto», le sorrise, ma l'altra teneva lo sguardo basso.

Il centro di National City, solitamente molto affollato, era invece più tranquillo ora che era luglio inoltrato ed erano poche le attività ancora aperte. Con le scuole chiuse, erano molti i ragazzini in giro in bici o in skateboard. Passavano i taxi, quelli non mancavano mai, ma anche il traffico era più contenuto. Il sole picchiava forte, portando con sé anche una leggera brezza.

Kara e Lena passarono davanti a un mendicante e la prima si bloccò di colpo, aprendo la borsa e recuperando qualche soldo, portandoglielo. Lui la ringraziò e lei gli regalò un sorriso, mentre Lena osservava la scena, rapita.

« Dolce come la vaniglia », sussurrò scuotendo la testa, arrossendo. Aprì il portafogli e quando Kara si riavvicinò a lei le passò una banconota da dare al mendicante al posto suo. Kara eseguì senza chiedere e si prese di nuovo i suoi ringraziamenti. Lo salutò e ripresero a camminare, mentre Lena teneva d'occhio il cellulare per verificare se fosse arrivata quella email.

«Senti, Kara», disse, senza guardarla negli occhi, «Non ti ho mai chiesto una cosa». Riabbassò il cellulare verso la borsa in spalla, rendendosi conto che aveva la sua attenzione. «Quando…», sospirò, mordendosi un labbro, «Quando eravamo al party, nella tua università, e quel ragazzo mi ha accusato di essere una ladra, di esserlo la mia famiglia… tu non ci hai creduto, anche solo per un attimo?», si voltò a guardarla, incontrando gli occhi azzurri di Kara seri e attenti. «Insomma, questo aspetto di noi lo conosci appena e in passato hanno circolato molte brutte voci sulla nostra famiglia».

«No», scosse la testa, «Non sei così. Lo so che ci conosciamo da poco, ma non avrei mai potuto crederci. Sembri scontrosa, e diciamo che a volte potresti mettercela tutta per confermarlo , forse ci vuole un pochino per farti aprire e forse a qualcuno questo può ingannare, ma sei una persona buonissima, Lena», le sorrise, «So che non faresti mai nulla del genere».

Lena si lasciò andare a una breve risata, portandole una mano sul viso e sistemandole dietro un orecchio un capello biondo rimasto intrappolato nel suo sorriso, in quelle labbra rosa pesca che erano lì solo per lei. Il pollice le accarezzò la guancia e, non poté farne a meno, si avvicinò e le portò via un bacio.

«E poi adesso la tua è anche la mia famiglia, immagino».

Lena si destò, aprendo bene gli occhi. Kara portava ancora quel capello incastrato nelle sue labbra, che si tolse da sola, riprendendo a camminare. Oh, no. Lena la seguì subito, ricordando con qualche brivido le parole del suo assistente: Kara Danvers era appena diventata la sua Margot Blanc.

Distratta da ciò che era appena successo, un ragazzo passò di corsa al suo fianco e non si rese subito conto che lui le fece scivolare la borsetta per stringerla contro sé e portarla via. Gridò appena che Kara era già corsa a inseguire il ladruncolo. Divise la distanza che li separava a breve e, in un attimo, gli era addosso, afferrandolo per un braccio. Lui cercò di strattonarsi e lei, velocemente, lo capovolse a mezz'aria gettandolo contro il marciapiede.

« Fanculo!! », gridò il ladro ringhiando di dolore, contorcendosi a terra. «Mi hai rotto il braccio».

«Oh beh, non mi lamenterei, sono certa che poteva andarti peggio», esclamò, riprendendo la borsa.

Lena li raggiunse. Eseguendo quella mossa, a Kara si erano staccate le forcine dai capelli e le erano scivolati gli occhiali dalla faccia, così se li rimise sul naso nel restituirle la refurtiva. Lena era senza parole, tanto che quando quel ragazzo scappò non ci badò più di tanto e alle lamentele di Kara rispose di lasciarlo andare.

«Magari farò una segnalazione a Maggie», disse, non contenta di come si erano svolte le cose.

«Adesso capisco perché pensavi di entrare nelle forze dell'ordine».

«O quello, o farò la giustiziera in tutina», rise lei.

Ripresero a camminare, intanto che Lena controllava che nella sua borsa non mancasse nulla. «Dove hai imparato…? Dubito che per giocare a lacrosse uno dei requisiti sia essere un'esperta di arti marziali».

«No, infatti! E non sono un'esperta… È solo che lo faccio da quando ero molto piccola: credo di aver imparato a disarmare qualcuno prima ancora di scrivere», le disse con una punta di arroganza nella voce, «È opera dei miei veri genitori. Poi mi sono tenuta in allenamento con Alex, quando ha imparato lei. Beh, sì, è lei l'esperta».

Lena deglutì. Stava per dirle qualcosa, ma cambiò idea all'ultimo, riprendendo il cellulare in mano. «Non finisci mai di sorprendermi», si fermò, pensando bene a come chiamarla, «Kara». Guardò il telefono. «L'email è finalmente arrivata, Lex ce l'ha fatta. Andiamo?».

 

                                                                                      

 

Lex Luthor aveva stilato una lunga lista di nomi in base alle informazioni che erano riusciti a fornirgli: comparivano solo persone che potevano avere i mezzi per una truffa di tale portata, contraffacendo dichiarazioni ufficiali che, a uno sguardo attento, tra mille e più cose da seguire, sarebbero passate inosservate. Lena e Kara si misero subito al lavoro e quando Winn tornò in ufficio, con l'aria sconfitta di un cane bastonato, riprese a lavorare anche lui. Questa volta era diverso, non si trattava di trovare qualcosa di strano tra nomi e cifre, ma di leggere nomi di dipendenti, le loro brevi biografie, curriculum, dati generali e rifletterci sopra. Andarono per ordine alfabetico, leggendone a voce alta uno a testa ed esaminandolo insieme.

Pranzarono tutti e tre come il giorno prima, nello stesso locale sotto alla Luthor Corp, ma si portarono con loro il lavoro, continuando a leggerne uno a testa ed esaminandolo, accertandosi di tanto in tanto che non li stesse ascoltando nessuno. Fortunatamente per loro c'erano pochi clienti. Poi tornarono in ufficio, proseguendo senza sosta, passandoci le ore.

Winn ne lesse uno che scartarono subito, passando al successivo, letto da Lena. Kara inviò un messaggio a Mike per dirgli che avrebbe fatto tardi e se le faceva il favore di avvertire il guardiano notturno per lei, così si sarebbe potuta trattenere un po' di più. Cenarono in ufficio, insieme, facendosi portare dei piatti veloci, continuando a lavorarci. Quella giornata sembrava non finire mai.

«Sapete a cosa pensavo?». Winn attirò la loro attenzione. «Che sembra un lavoro fatto troppo bene per una persona qualunque di queste», strinse uno dei fogli, sollevandolo, «Non ci arriveremo mai». Si grattò la nuca esausto e Lena lo congedò, dicendogli che avevano fatto tutto il possibile e che avrebbero ripreso l'indomani. Accettò di buon grado solo poiché era talmente stanco che gli occhi gli si chiudevano da soli, così le salutò con uno sbadiglio, tornando a casa.

Kara guardò Lena, che ricontrollava un foglio dopo l'altro senza tregua. «Tu non hai intenzione di riprendere l'indomani, vero?».

La vide scuotere la testa, presa dai documenti. «Maxwell Lord andrà da Lex, domani. Se possibile, continuerò a leggere di queste persone fino a che non crollerò a terra. Tu torna pure al campus, Kara».

«Non lo farò. Ho deciso che ti aiuterò e vale ancora adesso, possiamo farlo insieme», riprese uno dei fogli, leggendo velocemente. «Ecco, senti questo-», si bloccò soprappensiero, facendo scivolare di nuovo quel foglio, «Ha ragione Winn», sussurrò poi, prendendo l'attenzione di Lena.

«Cosa?».

«Ha ragione Winn, Lena, è come dice lui: è un lavoro fatto troppo bene per essere stato ideato da uno qualunque di loro. Dev'essere stato per forza qualcuno ai piani alti, vicino a Lex, o non si spiega! Magari qualcuno che ha ben più da guadagnare che i soldi degli investitori».

Si guardarono. «Qualcuno come Maxwell Lord», sussurrò Lena.

«Come abbiamo fatto a non pensarci prima?!».

Lena chiamò immediatamente suo fratello, con Kara che, sul divano, si rilassava, guardando il soffitto. La chiamata durò sui quindici minuti appena. Lena spiegava con calma la conclusione a cui erano arrivate lei e Kara, e Lex la tratteneva giusto qualche momento, senza pause troppo lunghe. Kara non sentiva la sua voce, doveva parlare molto piano, pensando che non solo non lo aveva mai visto, ma nemmeno sentito.

Quando la ragazza augurò la buonanotte a Lex, Kara si rimise composta, guardandola. Lena sospirò, guardandola a sua volta. «È fatta», le disse, poggiando il cellulare sulla scrivania. Si avvicinò ma non troppo, restando ad almeno due metri da lei, appoggiandosi a un mobile e mettendo le braccia a conserte. «Domani svolgerà una veloce indagine interna. Ora può procedere, sapendo dove deve cercare la spia di Lord». Il suo sguardo era rivolto alla finestra, non a Kara.

«E Lord?».

«Se riescono a trovare delle prove che lo colleghino al fatto o se il complice confessa potremmo protrarlo in tribunale, altrimenti…».

«Resterà impunito».

Lena annuì, finalmente girandosi a guardarla, mordendosi un labbro. «Grazie, Kara. Davvero. Sei letteralmente il mio eroe, e per ben due volte in una sola giornata».

Lei sorrise, diventando rossa. «Ora devo andare». Si mosse per raccogliere la sua roba e Lena restò immobile, per poi portarsi un dito contro la bocca, pensando, trattenendosi, e infine lasciandosi andare:

«Sai, ho capito perché vuoi entrare in un corpo di polizia», le disse di colpo, fermandola, «Sembri nata per essere un eroe, ma ci sono tanti modi per esserlo. Uno di questi è il giornalismo».

Kara si voltò, stringendo le labbra, ascoltando.

«Tu sei tagliata per fare la reporter: hai intuito, passione, sai cogliere le sfumature, sei una persona molto attenta. E si vede che è quello che vuoi davvero, Kara. Vuoi restare vicino a Mike, un futuro con lui al tuo fianco, lo capisco, ma tu prova a scegliere per te, non precluderti questa possibilità. Se volete restare uniti, potete comunque farlo anche lavorando in due ambienti diversi».

Lei annuì, avvicinandosi. «Ci penserò».

«Fallo, veramente». L'abbracciò per prima e Kara ricambiò, sorridendo con gioia e forse un poco di imbarazzo.

Appena si lasciarono andare, si guardarono a vicenda con intensità, cogliendo le sfumature degli occhi l'una dell'altra, e poi le labbra, senza poterne fare a meno. Lena l'avvicinò a sé e la baciò senza lasciarle respiro.

«Buonanotte, Lena».

Si allontanò da lei e quest'ultima sospirò, risvegliandosi dal frutto della sua mente. «Buonanotte, Kara».

Maledetta Margot Blanc.

 

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

E anche quella mattina, Kara Danvers si svegliò di buon'umore, sapendo che sarebbe stato un sabato fantastico. Era soddisfatta di aver potuto aiutare Lena e Lex, anche se non lo conosceva ancora, a risolvere il problema alla Luthor Corp di Metropolis, e continuava a pensarci. Si alzò, si rivestì in fretta indossando leggins e canottiera, andando a correre. Megan la raggiunse dopo una mezzora, quando lei era già in pista. Fecero una gara e ripresero fiato l'una vicino all'altra, passandosi asciugamani per il sudore e borracce d'acqua. Altri e altre studentesse raggiunsero la pista quando loro se ne andarono per fare due tiri in porta nel campo da lacrosse accanto; a tarda mattina decisero di rientrare, discutendo di come avevano trascorso le loro giornate, quando un uomo andò loro incontro, salutandole.

«Ottimo allenamento, ragazze. Vi voglio preparate perché è molto probabile che il nostro primo incontro, a inizio anno, sarà contro Gotham City».

Kara e Megan si scambiarono un'occhiata seriosa. «Dunque andremo dritte al sodo», esclamò Megan, «Le abbiamo battute sul filo del rasoio, l'ultima volta».

«Gira voce che stiano intensificando gli allenamenti. Puntano alto», rispose lui, guardandola con occhi di riguardo e, dopo, adocchiando Kara: «Ti voglio al cento per cento là fuori, Supergirl. Ricorda che ora sei tu il capitano».

Lei annuì, con ferma decisione nello sguardo. «Ce la metterò tutta».

Lui le scambiò un'occhiata e dopo passò una mano su una spalla di Megan, dolce. «Ci vediamo questa sera».

Lei ricambiò, allontanandosi con l'amica.

Nel vedere il sorriso sulle labbra di Megan, Kara sorrise a sua volta, con complicità. «Come stanno andando le cose tra te e il signor Jonzz?».

L'altra arrossì e scosse la testa, come a voler dissimulare il suo imbarazzo. «Bene, sembra… Abbiamo superato il problema dell'età, ora non ci resta che ignorare il fatto che lui sia un professore, il mio coach, e io la sua studentessa. Abbiamo molte cose in comune: ci dobbiamo solo sforzare di pensare a questo».

L'altra annuì, distraendosi quando sentì il suo cellulare vibrare all'interno della sua borsetta. Pensò subito a un messaggio da parte di Lena, ma la vibrazione continuò e quando guardò sullo schermo vide che la stava chiamando un numero privato. Si scambiò uno sguardo con Megan. «Devo rispondere». Camminò verso un corridoio deserto, accettando la chiamata. «Kara Danvers».

«Kara. Finalmente ho il piacere di parlare con te» , disse la voce dall'altro apparecchio, «La mia nuova, cara sorellina» .

Kara deglutì: la voce calma e distante che sentiva apparteneva a Lex Luthor? Il fratello di Lena, il figlio biologico di Lillian Luthor che ancora non conosceva la cercava? Non avrebbe saputo definirne bene il motivo, ma sentirlo le metteva addosso una strana sensazione di disagio, la faceva sentire sulle spine, forse perché in fondo non lo aveva mai neppure visto. «Lex?» .

«Naturalmente», lui sorrise, appoggiando la mano libera sulla scrivania su cui era seduto davanti. «Mia madre mi ha dato il tuo numero, spero non ti dispiaccia, ma ci tenevo a ringraziarti personalmente per il tuo aiuto. Se ne hai una a portata d'occhio, accendi la televisione».

Kara abbassò il cellulare dall'orecchia e fece cenno a Megan di seguirla, così corsero alla sala video, dove la televisione, già accesa, trasmetteva il telegiornale, seguita da qualche studente che commentava a voce alta l'arresto alla Luthor Corp di Metropolis.

«Ti direi su quale canale girare, ma la notizia è dell'ultimo momento, credo la stiano trasmettendo ovunque» , spiegò lui.

Le immagini mostravano la polizia di Metropolis che scortava fuori dalla possente struttura della Luthor Corp un uomo e due donne, l'assistente e una segretaria di Lex Luthor e l'addetta ai controlli degli investimenti, citava la didascalia, rei di aver contraffatto documenti e aver frodato l'azienda. Da nessuna parte si citava, tuttavia, la complicità di Maxwell Lord. Dopotutto, nessuno di loro aveva prove concrete contro di lui.

Come avesse potuto leggerle nel pensiero, Lex si affrettò ad aggiungere: «Lena mi ha riferito dei vostri sospetti su Lord. Non posso essere più d'accordo ma, senza prove, non possiamo procedere e nessuno parla. C'era da aspettarselo, chiaramente» , prese una breve pausa, «Questa mattina si è presentato nel mio ufficio tutto zelante, sperava che arrivassimo a un accordo, ma suo malgrado si è ritrovato ad assistere all'arresto» .

Kara notò, infatti, che dietro alle immagini dell'arresto, in mezzo a tante altre persone, compariva anche Maxwell Lord, ma pareva aver perso il suo sorriso: non poté che sentirsi un po' soddisfatta. Dopo, d'improvviso, il video cambiò mostrando in primo piano Lillian Luthor e il suo tirato sorriso. Dietro di lei, Kara intravide sua madre Eliza. «Lillian? Lei ed Eliza sono a Metropolis?».

«Oh, sì, sono arrivate questa mattina presto. Ufficialmente l'idea di mia madre era quella di venirmi a trovare, ma ho come il sospetto che volesse prendersi i meriti dell'arresto» , lo sentì ridere appena, piano. «Hanno preso un elicottero per arrivare qui in tempo» .

#La mia famiglia è piuttosto scossa riguardo l'accaduto. Mio figlio è stato accusato ingiustamente# , disse la donna davanti ai microfoni e, a una seguente domanda di un giornalista, rispondere. #Oh, non rilascerà interviste, è già abbastanza provato. Si sta occupando di tutto la polizia; ci affidiamo completamente a loro. Non ho altro da aggiungere# Lillian chinò la testa e si allontanò, così il servizio mostrò di nuovo le facce dei colpevoli.

«Il denaro degli investitori? Verrà recuperato?», chiese.

«Fino all'ultimo quarto di dollaro» , rispose prontamente Lex, «Grazie a te, Kara. Ognuno ha fatto la sua parte, naturalmente, ma hai dato una forte spinta al tutto. Non vedo l'ora di conoscerti dal vivo, ora sono molto impegnato e, come ben avrai immaginato, devo condurre dei controlli molto stretti su tutto il personale che lavora qui a Metropolis, ma non vedo l'ora. Lena mi ha parlato così bene di te» .

Kara arrossì, colta alla sprovvista non sapeva cosa dire.

«E avrei giurato che fossi molto più loquace, da come ti ha descritta» . Lo sentì ridere di nuovo, senza scomporsi.

Chiusero la telefonata, salutandosi con l'augurio di vedersi presto dal vivo.

Megan la guardò, incurvando un sopracciglio. «Fammi indovinare: il tuo nuovo fratello maggiore?».

Kara annuì.

Per tutto il servizio al tg, Lex Luthor non comparve nemmeno per un fotogramma. Guardando di nuovo le immagini dell'arresto, Kara ripensò alle parole di Lex, su come avesse davvero aiutato a rendere ciò possibile, e a quelle di Lena il giorno prima. Sarebbe stata davvero tagliata per essere una reporter? Quando al liceo dovette pensare bene a cosa fare una volta diventata ufficialmente un'adulta, la reporter era stata la sua prima scelta. Dare voce a chi non poteva, mettere in luce gli abusi, fare qualcosa che sarebbe rimasto nel tempo, scritto nero su bianco, credeva sarebbe stato appagante. Le cose erano cambiate quando alcuni professori le avevano abbassato i voti, e non era una persona che si sarebbe lasciata prendere in quel modo dallo sconforto se non avesse notato che, in fondo, era sempre stata più brava nello sport e nell'affrontare le persone a mani nude. E lei e Mike Gand insieme riuscivano a fermare chiunque, quando lui non faceva troppo di testa sua. Così quando lei, un pomeriggio dopo un allenamento, gli disse in tono scherzoso che forse avrebbero dovuto fare quello per tutta la vita, lui accettò di buon grado, felice che a lei sarebbe bastato avere lui al suo fianco per realizzarsi. A quel punto le forze dell'ordine era l'unica scelta possibile. Sarebbe diventata una poliziotta come Maggie e avrebbe ripulito la città al fianco di Mike. Però…

Disse a Megan che sarebbe andata a cercare Mike e si divisero mentre l'amica tornava in dormitorio. Lo invitò a pranzare con lei, ignorando il cellulare dentro la borsa perché l'avrebbe distratta: voleva parlargli di una cosa importante. Saputo che avrebbero pranzato insieme, il ragazzo prese quattro panini dalla mensa e gliene passò due, quando si sedettero sull'erba del parco. Di spalle avevano gli alberi e davanti un prato in cui Kara aveva piacere ad appisolarsi con i libri in mano quando era periodo di esami.

Lui sospirava rumorosamente, la guardava e sorrideva estasiato, addentando poi il suo primo panino.

Kara, che solitamente dopo il primo morso era già a metà panino, indugiava più del normale.

«Allora, di cosa volevi parlarmi?», chiese lui con la bocca piena, tanto all'improvviso che la fece sobbalzare dallo spavento.

Si voltò a guardarlo e notò il suo sorriso. Era incredibilmente felice per uno che stava per ricevere una brutta notizia, pensò. Ma lui non ne aveva idea. Oh, no: forse pensava che stessero per tornare ins-

«Lo so: vuoi che torniamo insieme», canticchiò, di buon umore.

Kara chiuse gli occhi e affondò un pesante morso al suo panino, masticando così lentamente da avere il tempo di capire come muoversi e uscirne viva.

«Dai, Kara. Non farla tanto lunga, siamo fatti per stare insieme, lo abbiamo sempre saputo! Non mentire. Siamo forti in coppia, no?».

«Già…», borbottò lei, in preda al panico, «Non volevo parlare del nostro stare insieme, cioè un po' sì, ma non in questo senso, in un senso più… futuro». Lui inarcò un sopracciglio, scartando il secondo panino. Così anche lei diede un ultimo morso al primo e prese tempo scartando il secondo. «Sai quanto siamo forti insieme, e abbiamo cercato di immaginarci un futuro insieme, ma quel futuro, ora», deglutì, balbettando, «fo-forse potrebbe cambiare».

Lui sgranò gli occhi e la bocca, fissandola con intensità, diventando serio. «Kara…», deglutì, avvicinandosi, «Stai dicendo che-».

«Mi dispiace, Mike».

«Sei incinta?».

«Cosa?».

«Ma è fantastico!». Per poco non esultò.

«No, Mike».

«Senti, non pensare che io mi tiri indietro: forse diventare padre ora mi cambierà la vita, dovrò fare pace con mia madre per avere più soldi ma tu non dovrai preoccuparti di nulla! Penserò a tutto io, ovvio, tu dovrai stare a casa a riposare… Non è una cosa brutta», le sorrise, mentre lei riprendeva a masticare, lasciandolo parlare. «Kara, diventeremo genitori». Le prese le mani nelle sue, con il panino in mezzo.

«Mike, non sono incinta», esclamò, diventando rossa, «E-E poi è da molto che noi non- Sono passati mesi, se fossi incinta si vedrebbe».

«Oh, beh, peccato però», si costrinse a tornare composto sull'erba, quando scemò il suo entusiasmo.

«Affatto», bisbigliò lei.

«Magari eri in ritardo».

«Non è il diretto per Central City», brontolò.

«Sarebbe stato bello! Tu potevi stare a casa a prenderti cura del nostro bambino e dopo il lavoro sarei tornato a casa per giocare con lui».

«O lei», aggiunse Kara, capendo solo in quel momento cosa il ragazzo stesse dicendo: «No, aspetta! U-Un figlio o figlia adesso cambierebbe tutto… Cosa stai-?».

«In meglio».

«Non proprio», lo corresse, «Ho gli studi, lo sport… ogni cosa…».

Lui grugnì, finendo il panino, accartocciando la stagnola. «Lo so che abbiamo detto che saremmo diventati entrambi agenti e che avremo sgominato le forze del male di National City, ma si può fare tutto anche con un figlio, no? O quasi», sorrise, perso nei suoi pensieri. «Magari starei fuori un po' più io, tu saresti in maternità, e va bene così. È sempre così, no?», rise appena, «La mamma sta a casa e il padre lavora. Non che ci sia qualcosa di male, in questo», scosse la testa, guardandola, «È una cosa normale! Un piccolo me che mi aspetta a casa appena apro la porta, con te che mi accogli. Cosa c'è di male in questo?». Si accorse che lo stava fissando corrugando lo sguardo.

«Va bene, basta: non avremo un bambino».

«Non adesso…».

Sospirò, accartocciando anche lei la sua stagnola. «A proposito del nostro diventare agenti… Volevo parlare di questo».

Lui la fissò. «Hai pensato a qualche ramo di polizia in particolare?».

Kara strinse i denti, simulando un tirato sorriso. «No», abbassò lo sguardo, scuotendo la testa. «Ultimamente sono successe delle cose che mi hanno fatto pensare…».

«Quella cosa che hai fatto per Lena Luthor? Ho saputo che hanno arrestato qualcuno».

«Sì, quello…», deglutì, guardando verso il prato. «Mi ha fatto sentire bene», ritrovò il sorriso, entusiasta. «E ho ripensato a quando sarei voluta diventare reporter».

«Ah». Guardò il prato anche lui, chiudendo con forza le labbra. «Quindi vorresti…», scrollò le spalle, «lasciar perdere questa cosa degli agenti?».

«Forse», lo guardò. «Era una bella idea, e lo volevo tanto, ma diventare reporter è una cosa che desidero da sempre e forse posso cavarmela».

«Oh, beh… se è questo che vuoi», enunciò a bassa voce, spento.

«Non ti piace, eh?».

«Non è che non mi piaccia, è che decidi tutto tu», alzò di nuovo le spalle, aggrottando le sopracciglia. «Prima dici che vuoi diventare un agente con me, poi che vuoi mollarmi, ora che vuoi mollarmi anche dal diventare un agente con me. E io non ti capisco più, Kara! O forse non ti ho mai capito! Hai questa assurda mania di voler aiutare tutti, e per questo vuoi essere agente, o reporter, o entrambi», sbuffò, «E io non ho deciso nessuno dei due! Volevo diventare agente solo perché lo volevi tu; a me non importa niente di andare a fermare i criminali come un vigilante dei vecchi fumetti! Lo volevo solo per stare con te». Si fermò, riprendendo fiato, mentre Kara restava senza parole, aggrottando lo sguardo anche lei. «E sai che ho litigato con mia madre che non voleva ti frequentassi! Dopotutto questo tu mi stai abbandonando».

«Non ti sto abbandonando».

«Sì che lo stai facendo», l'accusò, puntandole contro un dito, «E lo sai. Vuoi aiutare tutti, vuoi esserci per tutti, ma alla fine molli me che sono sempre stato al tuo fianco», si alzò e Kara lo seguì, prendendo la sua roba.

«Potremmo stare vicini anche se divento reporter! Mike?», lo chiamò, correndogli dietro, mentre lui percorreva la strada per uscire dal parco. «Non sarà lo stesso, ma-».

«Certo che non sarà lo stesso», si fermò di colpo, guardandola negli occhi. «Prima ti bastavo io, Kara… pensavo mi amassi. E io non sto dicendo che è una brutta cosa se diventi reporter, se è questo ciò che vuoi fare fallo, ma non lasciarmi indietro perché io per te ho fatto di tutto… Avrei preferito fossi incinta».

Lui se ne andò e Kara si portò le mani contro la fronte, sospirando.

 

Litigare con Mike a volte le sembrava come di essere sulle montagne russe. Era vero che lui aveva avuto una pesante discussione con sua madre per lei che, non sapeva bene perché, non aveva preso proprio in simpatia e non voleva che stessero insieme. Il giorno in cui l'aveva presentata ai suoi si era trasformato in un incubo. Mike si era battuto per quello e per poco non si ritrovava senza casa e senza soldi, se non fosse stato per suo padre che si era messo in mezzo. E sì, era probabilmente vero anche che era stata lei a scegliere per lui un futuro nelle forze dell'ordine; era così capace nel battersi che, probabilmente, aveva riflettuto un po' di se stessa in lui, pensando che avrebbe potuto usare quella forza, quella velocità e quell'abilità per fare del bene. Forse aveva sbagliato a trattarlo in quel modo, pensava.

Rientrò al dormitorio con sguardo basso e aprì la porta della sua camera di malavoglia, sapendo che si sarebbe subito infilata in doccia. Sbuffò e richiuse, bloccandosi quando vide fiori, fiori ovunque: la camera che divideva con Megan era piena di fiori di ogni colore e grandezza. C'erano dei girasoli in un vaso sul tavolo, accanto a delle rose rosse e rosa in un mazzo, e dall'altro dei gigli. C'erano mazzi di fiori bianchi, blu e viola in alcuni vasetti per terra vicino al letto, un mazzo era sul suo letto, altri davanti alla porta del bagno, e davanti al suo armadio e a quello di Megan. Seduta sul letto, con le auricolari nelle orecchie, Megan aveva il naso dentro un altro mazzo di fiori di tutti i colori. Poi la vide e spense la musica.

«Sorpresa?», le domandò in un sorriso.

Kara era a bocca aperta, continuando a guardarsi intorno con meraviglia nello sguardo. «Te li ha portati il signor Jonzz?».

« Me li ha portati?», rise, «Ehi, bella, questi sono per te».

«P-Per me?». Corse precipitosa verso il tavolo, incrociando un biglietto ripiegato. Appena lo aprì le sue guance si colorarono di porpora, senza trattenere un sorriso.

Ero indecisa se ringraziarti invitandoti a cena oppure inviandoti dei fiori. Tanti fiori. Ho deciso di fare entrambe le cose: domani alle 20:00 ti verrà a prendere Ferdinand e non voglio sentire storie.
Lena

«Te lo avevo scritto per messaggio: erano già qui quando sono entrata in camera, deve aver aperto il guardiano», le disse Megan, «È incredibile: lei è praticamente tua sorella, eppure è più romantica di come sia mai stato Mike da quando lo conosci».

«Non parlare male di lui. Si impegna».

«No, ma lo difendi sempre», sbuffò, alzandosi e passandole il mazzo di fiori che aveva con sé. «A proposito: com'è andata con lui, poco fa?».

«Abbiamo litigato».

«Perfetto», sorrise per prenderla in giro, spostando alcuni vasi e aprendo la porta del bagno. «Chissà perché comincio a desiderare anch'io una nuova sorella», disse ancora, prima di chiudere dietro di lei.

Kara avvicinò il naso contro i fiori nel mazzo, facendo suo quel forte odore dolce. Era così buono. Si riguardò intorno, pensando che mai si sarebbe aspettata qualcosa di simile. Da nessuno, mai. E l'aveva perfino invitata a cena. Sua sorella, già… Sapeva cosa fare.

«Alex! Mi ha circondata di fiori! E mi ha invitato a cena», disse con decisione, guardando sua sorella che, dall'altro capo del cellulare, era davanti a una finestra. «Guarda». Le mostrò tutta la camera, fermandosi a lungo su ogni mazzo di fiori che incontrava. Alex le sembrò distratta, però. «Ci sei, sorellona? Hai visto?».

«Ho visto, Kara, sono bellissimi. È stata Lena?» .

Kara annuì. «E mi ha invitata a cena. Domani. Non so nemmeno cosa mettermi, non so in che tipo di locale andremo, cosa mangeremo, se saremo sole».

«Calmati, Kara» , le sorrise Alex, «Come se non fossi mai andata a cena fuori in vita tua. Probabilmente vi vedrete in un buon locale, conoscendo i Luthor: mettiti qualcosa di buono, non le solite gonnelline» .

«Un vestito da sera?», domandò, incerta.

«Sì, se invece di Lena Luthor ti stesse portando a cena fuori Maxwell Lord» , finse una risata, portando gli occhi al cielo.

Kara la scrutò: c'era qualcosa che non andava. E poi dove si trovava? Non riconosceva lo sfondo, e quei palazzi fuori dalla finestra non sembravano di National City. «Perché proprio Maxwell Lord? Dove ti trovi?».

Alex sbuffò, portandosi una mano contro il viso, abbassandosi e facendo intravedere a Kara di trovarsi seduta su una poltrona mai vista. «A Metropolis. Sono arrivata un'oretta fa» .

«Cosa fai lì?».

Megan le arrivò di spalle, guardando anche lei quanto visibilmente Alex sembrasse affranta, chiedendo cosa stesse succedendo.

«È una lunga storia. Ora mi sto nascondendo, sono a casa dei Luthor qui, ormai praticamente ci vive solo Lex» .

«Gli ho parlato stamattina, è… un tipo strano?!», sorrise, «Mi ha dato una strana sensazione a parlargli al telefono».

«Diciamo che assomiglia molto a sua madre» , commentò.

«E da cosa ti nascondi?», le chiese Megan, guardando anche lei.

Alex sospirò pesantemente, cercando di rimettersi composta sulla poltrona rossa. «In un'ora che sono arrivata sono stata sbattuta da una parte all'altra da Lillian Luthor che voleva farmi vedere ogni centimetro di casa e farmi foto per Instagram, sono stata presa da Eliza che voleva farmi conoscere Lex, e Lex, certo, per fortuna con me si è trattenuto poco perché è molto impegnato. Ma soprattutto, scappo da Maxwell Lord» , digrignò i denti.

Kara sorrise, mentre Megan restava senza parole: «Hai conosciuto quel Maxwell Lord?».

«È ancora qui intorno» , sussurrò, deglutendo. Non ne sembrava entusiasta. «Per qualche strano motivo è ospite di Lex, credo voglia fare una specie di gioco di potere con lui; credo pensi sia stato il mandante del colpo alla Luthor Corp» .

Kara non le disse niente, gliene avrebbe fatto cenno in un altro momento, non era il caso di interromperla.

«Beh, Lord non sembra pronto a confessare qualcosa. Al contrario è da appena mi ha vista che non mi toglie occhio di dosso. Se avesse una vista a raggi x » , disse di nuovo, sottovoce, « mi avrebbe fatto una scansione completa già quattro volte. Mi ha invitata a cena» .

«Ohu», entrambe arretrarono, guardandosi.

«Esatto» , sospirò lei. «Ho cercato di dirgli che sono impegnata e che sono emh, dell'altra sponda, ma ha continuato a fare battute e non credo abbia capito» .

«Cosa pensi di fare?», domandò Kara, mentre Megan al suo fianco annuiva.

«Non lo so, lo affronterò e… Una cosa è certa: non andrò a cena con lui» , disse scandendo bene le parole, seria, «E Maggie mi ucciderebbe, se lo venisse a sapere» , aggiunse, mentre Kara sorrideva. «Un invito a cena…» , guardò fuori dalla finestra, con aria distratta, «praticamente un invito ad andare a letto con lui» .

Kara arrossì inevitabilmente e Megan, al suo fianco, si costrinse a non ridere, guardandola e lasciandola da sola con la sorella, mettendosi a sistemare i fiori in un unico punto della stanza. «… a-a letto. Certo, sì», rise con nervosismo, «Ti ha invitata a cena fuori, ti squadrava, è o-ovvio».

Alex la guardò con attenzione, non capendo cosa avesse detto di sbagliato, pensandoci all'ultimo. «Oh, Kara, mi ero dimenticata» , sorrise scherzosa, annuendo, «Anche Lena Luthor ha quello in mente: vuole portarti a letto. Capolinea, sorellina. Allora sarà il caso di mettere quel vestito da sera di cui parlavi» . Rise e Megan, che la sentiva parlare, rise con lei. «Ora devo andare» , guardò l'orologio al polso. «Ho un appuntamento e non con Maxwell Lord, lo giuro. Ti racconterò questa notte. Ti voglio bene» .

«Ti voglio bene anch'io, sorellona». Kara chiuse la telefonata e diede una veloce occhiata al biglietto ripiegato che le aveva lasciato Lena, sul tavolo. Deglutì.

Megan la guardò, scoprendo quello sguardo che era durato solo un attimo verso il biglietto, così sorrise, annuendo. «Ah, ora capisco».

«Cosa?», sobbalzò, come colta a fare qualcosa di proibito.

«Tante cose, Kara Danvers», le poggiò una mano su una spalla, passando dall'altro lato della stanza per recuperare gli altri fiori. «Per quella cena indossa il vestito».

 

Mike le fece uno squillo, ma giusto qualche secondo appena, senza inviare messaggi o che altro, solo probabilmente per farle sapere che stava ancora pensando a lei e che aspettava, questo quasi di certo, le sue scuse. Era Kara ad essersi dimenticata di lui. Non a lungo, certo, le pesava averci litigato ancora e le sembrava di dover scegliere fra lui e il giornalismo, ma quei fiori, che ogni tanto si ritrovava ad odorare, l'avevano piacevolmente distratta. Con tutto che erano bellissimi, Megan le aveva fatto sapere che non potevano tenerli tutti là dentro e di pensare a qualcosa, ma prima di farlo l'avrebbe ringraziata, così videochiamò anche lei, sperando di non disturbarla. L'idea di presentarsi alla Luthor Corp c'era, ma temeva di trovarla impegnata, mentre una telefonata poteva sempre interromperla. Ma Lena accettò appena al secondo squillo.

Kara sorrise radiosa, vedendo che era a casa e non alla Luthor Corp: aveva lasciato il suo cellulare da qualche parte, immobile, e la vedeva camminare per la cucina, salutandola. Quando si avvicinò allo schermo aveva con sé una tazzina di caffè. La vide sedersi davanti e, per una sola frazione di secondo, il suo seno aveva occupato la quasi totalità dello schermo, facendo arrossire Kara, che distolse lo sguardo.

«Questa è la terza, oggi» , le fece notare, indicando la tazzina e poi bevendone un sorso.

«Tanto lavoro?».

«Tanta Lillian Luthor» , rispose, ridacchiando. «È a Metropolis, adesso, e mi ha chiamata cinque volte in due ore. Sono stanca, solo il caffè riesce a rilassarmi. Mi ha ringraziato e mi ha detto di ringraziare anche te, a proposito» . Kara sorrise. «Voleva chiamarti ma sapeva che lo aveva fatto Lex, quindi magari aspettati una sua chiamata, ma non contarci troppo. Si vanta di essere riuscita ad avere molta confidenza con Alex e te, ma in realtà, dubito sia così tanta» , le sorrise e Kara scosse la testa, sorridendo ancora.

«Ah…», Kara si fece seria, alzando il cellulare dal tavolo su cui lo aveva poggiato, facendogli fare una breve panoramica dei fiori intorno. «Tornando in dormitorio, oggi, mi sono ritrovata la camera completamente piena di fiori».

«Davvero?» , le diede un'occhiata, seria, per poi sorridere.

Kara scosse la testa, sospirando. «Tu non ne sai nulla, vero?».

«Assolutamente» .

«Grazie», le sussurrò, poggiando la testa sulle sue mani distese sul tavolo, guardando dritta verso lo schermo, «È stata una bella sorpresa».

«Sai, credevo che non si usasse ringraziare a un ringraziamento, Kara Danvers» , finì il suo caffè. «Mi raccomando di prepararti per domani: Ferdinand è sempre puntuale» .

Kara annuì. «Lo immagino, con il lavoro che fa».

«No. È che ha paura della reazione di mia madre a un suo possibile ritardo» .

Risero e si salutarono, così Kara chiuse la videochiamata sentendosi stranamente leggera. Il perché si sentisse così non lo sapeva, ma era contenta di vedere che Lena finalmente non la ignorava più; forse, pensava, da quell'arresto alla Luthor Corp di Metropolis ci aveva guadagnato un po' anche lei.

Più tardi, quasi a ora di cena, si era sentita di nuovo anche con Alex.

«Sono qui a Metropolis perché avevo un appuntamento con Jeremiah» , confessò, con un sorriso sulle labbra. «Ma non dirlo a Eliza: lei pensa che sia qui per conoscere Lex, e diciamo che gliel'ho fatto credere, invece mi sono vista con lui» .

«Non dirò una parola».

Alex sorrise, ma nel suo sguardo si leggeva il peso della bugia. «È stata una bella giornata» .

«Sono felice per te, sorellona. Spero tu lo abbia salutato da parte mia».

«Salutare chi?», gridò Megan in modo che la sentisse anche Alex, fermandosi con un piatto in mano, con il microonde aperto. «Lord? Alex ha scoperto di essere bisex e di essere attratta dai pettorali di Lord?».

Kara rise mentre Alex, dopo aver sentito, rimase senza parole, con aria disgustata. Si salutarono scambiandosi la buonanotte, dopo essersi entrambe augurate buona fortuna con i loro appuntamenti, se così potevano chiamarli.

 

Aveva deciso di smettere di flirtare con lei, e così aveva provato anche a ignorarla e a essere dura, tutto pur di non permettere al suo cuore di saltare qualche battito quando era in sua compagnia, ma aveva fallito. Kara Danvers l'aveva riconquistata; e come pensare che non ci sarebbe riuscita. Come poteva progettare di essere tanto fredda con lei? Non se lo meritava. Non soprattutto dopo l'aiuto che le aveva dato anche quando tentava di trattarla male. C'era qualcosa di profondamente sbagliato in ciò che provava per quella ragazza, lo sapeva bene, ma non poteva farci nulla. Decise di essere tranquilla, di andare avanti con la sua vita così come sarebbe andata, senza provarci né tentare di respingerla e di vedere cosa succedeva. Dopotutto Kara non era interessata a lei e forse un giorno la cotta se ne sarebbe andata così com'era arrivata. Era la cosa giusta da fare. E intanto, magari, si sarebbe divertita.

Quella mattina si alzò qualche minuto prima che suonasse la sveglia; sistemandosi il letto a due piazze, aveva sempre amato stare comoda, prima ancora di farsi la doccia; spalancando le due finestre della sua camera prima di stropicciarsi gli occhi dal sonno, affacciandosi davanti ai palazzi di National City che le facevano da panorama, lontani come le nuvole. Lena Luthor era felice.

L'altra invece si svegliò più in ritardo del solito, tanto che Megan aveva già occupato il bagno e abituata ad averlo solo per lei la fece aspettare fuori almeno un quarto d'ora. Quest'ultima rise appena la vide e aprì la bocca per dirle qualcosa, ma Kara la sorpassò come un fulmine e ci si chiuse dentro. Le disse attraverso la porta che sarebbe andata a correre. Si preparò velocemente perché non poteva saltare gli allenamenti: ad agosto sarebbe tornata a casa e avrebbe oziato di nuovo, con il rischio di non essere abbastanza tonica per la partita contro Gotham City e si immaginava già il sorriso strafottente della Kyle, la capitano, che si prendeva gioco di lei. Avevano un conto aperto in sospeso.

Lasciò il letto sfatto e ripose la copia 432 del CatCo Magazine sulla mensola vicino, per non dimenticarsi e rischiare di sgualcirla sedendoci sopra al suo ritorno. Accese il cellulare e sbuffò un po', vedendo che le sole chiamate perse, ben quattro, erano di Mike, poi c'era un messaggio da parte di Alex e un altro da parte di Eliza, che avrebbe letto dopo. Con leggins, tshirt e una borsa per l'essenziale, spalancò la porta, ritrovando la testa di Mike Gand ai suoi piedi. Letteralmente.

«Cosa ci fai qui?», domandò, spalancando gli occhi.

Lui sorrise, rimettendosi in piedi. «Ho visto Megan, poco fa, mi ha detto di aspettarti fuori. Chi è morto?», indicò i fiori disposti intorno alla porta, portati lì dalla sua coinquilina che non riusciva a dormire per via del forte odore; lo sentiva anche lei, ma avrebbe resistito.

«Lascia stare», scosse la testa, uscendo e chiudendo la porta, diretta al campo da corsa, con lui al seguito.

«Posso farti compagnia? Come ai vecchi tempi, magari dopo la corsa ci facciamo qualche tiro in porta». Aspettò che lei annuì, concentrata nello scendere le scale, così continuò. «Sai, ieri ho pensato molto alla nostra discussione, a noi due, al nostro futuro, al nostro bambino-».

«Non avremo un bambino».

«Intendo quello futuro… Non adesso», sorrise lui, grattandosi la nuca.

Kara lasciò la borsa in palestra, vicino alla porta, e la spalancò per il campo. Vide Megan ma, quando lei scorse che Kara non era sola, continuò a correre per conto suo, facendole un segno negativo con una mano. I due iniziarono a correre.

«Aspettavo una tua chiamata, un messaggio… delle scuse». Lei lo guardò e lui arretrò, cercando poi di starle dietro. «Ma alla fine, continuando a pensarci, Kara, non ne valeva la pena! Volevo così tanto delle scuse che non pensavo proprio che così avrei potuto rovinare il nostro rapporto. Perciò ti chiedo scusa io». Kara lo guardò di nuovo, stavolta sorpresa, e lui cercò di riprendere fiato per starle dietro: stava andando troppo veloce e consumava troppo ossigeno continuando a parlare. «Non possiamo fermarci un attimo, così possiamo… possiamo parlarne… meglio?».

Solo per un attimo lei pensò di accelerare, ma non era decisamente giusto e si fermò, mettendo le mani sui fianchi e prendendo pesanti bocconi d'aria. Mike fece lo stesso, reggendosi le ginocchia.

«Non ci credo che… che corri così tanto…», disse rimettendosi dritto, «Ogni volta mi sorprendi, ragazza».

Kara guardò Megan passarle vicino. Sorrideva? Sembrava che la stesse prendendo in giro. «Sbrigati, Mike; non te lo chiederei, ma non voglio restare indietro con gli allenamenti».

Portò le mani sui fianchi anche lui, ma pareva seccato. «Dicevo che ti chiedo scusa».

«Va bene».

«Va bene? Tutto qui? Mi sono scusato al posto tuo e non mi dici altro?».

«Quindi ti sei scusato per…», trattenne il fiato, arricciando le labbra, «ricevere in cambio qualcosa?».

«Beh, mentirei se dicessi di no, in un certo senso… Mi aspettavo che le cose tornassero come prima, prima che mi mollassi senza ragione! Puoi fare la reporter, se vuoi».

«Me lo stai concedendo ?», domandò, incrociando le braccia al petto.

«Sì. No », cambiò risposta dopo aver visto la sua espressione contrariata, «Non intendevo in quel modo! Non fraintendermi, Kara: è solo che non riesco a esprimermi».

«Solitamente lo fa così bene», esclamò Megan correndo dietro di loro, continuando il suo giro.

Lui aggrottò le sopracciglia ma non rispose, guardando poi Kara con supplica.

«Senti, Mike, sei un bravo ragazzo, ma comincio a pensare che tra noi sarà sempre così: un continuo litigio», disse, ferma nella sua decisione. Si portò una mano sulla fronte, decidendo di guardarlo negli occhi. «Credo che… sia finita».

Mike accennò un sorriso colmo di delusione, sentendo la terra mancare sotto ai piedi. «No, ma… Cosa? Dici sul serio?».

Annuì. Temeva di cambiare idea da un momento all'altro, ma sapeva di dover tenere duro. Con Mike era bello, ma stare insieme a lui diventava spesso impossibile. «Ti prego, restiamo amici, non possiamo perderci», gli strinse le mani con le sue e lui non trovò il coraggio di replicare. «Devo… Devo andare». Corse via, cercando di raggiungere Megan.

Mike Gand si ritirò dalla pista dopo pochi minuti. Tentò di parlarle di nuovo e Megan glielo impedì, chiedendogli di lasciarla un po' in pace a riflettere. In realtà, c'era ben poco da riflettere. Poiché se lo faceva davvero, Kara era sicura di aver fatto la scelta giusta, anche se temeva di perderlo. E quando chiese un parere a Megan, lei le rispose che, secondo lei, lui aveva una visione della vita troppo tradizionalista e che chiamarla così sarebbe stato un complimento. Sarebbe riuscita a fare la reporter anche al fianco di Mike, lo sapeva, ma lui ogni volta che parlava rovinava tutto.

Dopo si diressero al campo di lacrosse e si allenarono con qualche tiro in porta, scambiandosi di tanto in tanto i ruoli. Kara sembrava fin troppo energica e Megan ebbe timore per la sua vita quando la palla le sfiorò il viso, soffiandole contro un'orecchia, finendo in porta. Successivamente si ricordò il casco e la sua importanza.

«Allora, per stasera?», le domandò l'amica mentre lasciavano il campo, entrando in palestra.

«Indosserò un vestito», le fece presente, arrossendo. «Ma non capisco poi perché… Cioè, sì, sicuramente andremo in un locale elegante quindi si adatterà all'occasione, ma siamo solo Lena ed io, insomma», rise, palesemente agitata, «Non è mica un appuntamento vero o qualcosa del genere». Sorrise, sistemandosi gli occhiali sul naso.

Megan le picchiettò una spalla, ma non aggiunse nulla.

 

L'auto nera con Ferdinand alla guida alle 20:00 esatti era ferma davanti al cancello della sua università. Il guardiano aprì e Kara, per la prima volta dopo tempo, con i tacchi ai piedi, s'incamminò verso la vettura. L'autista scese ad aprirle lo sportello e lei lo ringraziò, non aspettandosi il gesto. Durante il tragitto gli chiese dov'erano diretti e poi, ricevendo un lo vedrà come risposta, gli chiese invece dove avrebbe passato il suo tempo lui mentre loro mangiavano. E continuò a parlare, a parlare senza sosta fino a quando la macchina non si fermò e così si fermò Kara, deglutendo. Mai avrebbe ammesso di essere nervosa. Ma lo era, accidenti. Lo era decisamente.

Lui parcheggiò dando un fermo con la mano al ragazzo dei posteggi e scese con lei dalla macchina. Pensò che fosse per aprirle lo sportello ma era stata più veloce, solo che poi la accompagnò fino all'entrata e le aprì la porta del locale. Lillian Luthor doveva davvero amare le coccole di chi lavorava per lei. Le augurò buona serata e buon appetito, dopodiché riprese l'automobile e se ne andò. Affacciandosi al locale, Kara fu avvolta da un'aria calda e confortevole. Si sentiva una musica leggera e gentile e scoprì che era un uomo al pianoforte a produrla, disposto al centro della sala; intorno a lui i tavoli. Alzò lo sguardo per trovare Lena quando una donna la fermò, attirata dalla sua aria smarrita.

«Buonasera e benvenuta. Ha prenotato, signorina?», le chiese a bassa voce, probabilmente per non disturbare gli altri clienti.

Kara si guardò intorno un'altra volta appena, fugace, prima di risponderle. «Sono qui con la signorina Lena Luthor, credo abbia-».

«Oh, sì». Il viso della donna, già gentile, cambiò di colpo, diventando addirittura servile. «Lei è l'ospite della signorina Luthor, ma certo. La stavamo aspettando, mi segua».

L'accompagnò in mezzo ai tavoli e Kara arrossì di colpo quando intravide Lena, seduta davanti a un tavolino per due, che leggeva il menù. Aveva i capelli sciolti, da un lato tirati indietro con un fermaglio; solitamente liscissimi, erano ondulati e le circondavano le spalle. Indossava un lungo vestito nero, scollato, tremendamente scollato, arricchito da una collana dorata e dei bracciali ai polsi. Da quando era così bella? Da quando, si accorse, aveva le palpitazioni nel vederla? Da quando Lena la guardava in quel modo? In quel modo così… dolce?

«Siamo arrivate»: la voce della maître la riportò tra loro e, d'istinto, sorrise all'altra. «Mi chiamo Sylvie e potrete chiamare me per ogni vostra necessità. A brevissimo il primo chef verrà a prendere la vostra ordinazione. Speriamo che tutto sia di vostro gradimento». Finì di parlare che Kara si era già seduta davanti a Lena, che si era alzata al suo arrivo, così sorrise a entrambe e poi sparì.

«Cosa ne pensi?», le domandò Lena, «Ti piace qui? Non sapevo dove portarti, mi hanno detto che qui si mangia molto bene e tu sei un'ottima forchetta, quindi…».

Indugiò a lungo su di lei, Kara se ne accorse per la prima volta: gli occhi limpidi di Lena, che non erano mai stati così caldi, si fermarono sulle sue spalle nude, poi sul suo petto coperto, il collo, i capelli lasciati sciolti, la sua bocca rosa, e infine gli occhiali, ritornando a guardarla negli occhi. Sembrava tornare da un lungo viaggio di pensieri e Kara si perse nuovamente nei suoi, temendo di aver frainteso quell'uscita. Lena Luthor era davvero molto elegante, lo richiedeva il tipo di locale, ma l'essersi vestita elegante anche lei forse l'aveva colta di sorpresa, non era abituata a vederla così, e forse le sarebbe passato il messaggio che da quell'appuntamento, Kara, sperasse qualcosa di più. Oh, era appena diventato ufficialmente un appuntamento. E lei era quasi formalmente sua sorella: perché doveva pensare a una cosa del genere? A meno che- si bloccò, vedendola muovere la bocca, ma non ascoltando una parola. A meno che non avesse completamente sbagliato soggetto e non era Lena a sospettare che lei, vestita in quel modo, volesse qualcosa di più, ma che la stessa Lena provasse per lei qualcosa che andava al di là del rapporto tra sorelle. Spalancò gli occhi, colta di sorpresa dal suo stesso flusso di pensieri.

«Puoi ordinare quello che vuoi, non ti preoccupare, so che ti piace spaziare su più piatti».

« Sssì », ridacchiò, nascondendo il viso dietro il menù e sistemandosi gli occhiali. E se si stesse sbagliando? Passare dal nemiche ad amiche era già stato abbastanza faticoso, da amiche a quel qualcosa di più saltando la tappa delle sorelle, che era ciò che tutti si aspettavano, era troppo complicato. «E poi ho appena lasciato Mike», disse a voce alta d'un tratto. Lena alzò un sopracciglio. «Voglio dire», finse una risata lunghissima, abbassando la testa e facendole cenno di aspettare con una mano, «Sai cosa ho fatto oggi? Sono andata a correre, ho corso tanto, con me c'era Megan, ho fatto qualche tiro contro la rete, mi sono allenata e, ah, sì, ho lasciato Mike. Intendo davvero, per sempre. Ci ho pensato e credo sia stata la scelta migliore… Non facevamo che, sì, litigare».

«Se lo pensi, allora lo sarà stata di certo». La vide sorridere, sorridere tanto, anche quando alzò la testa per ordinare. Oh, era già arrivato.

Ordinarono un sacco di primi piatti che Kara già sapeva avrebbe mangiato da sola, poi del buon vino rosso, che scelse Lena. Fortunatamente, dopo dei primi momenti di imbarazzo, quando arrivarono i piatti entrambe si sciolsero, parlando delle loro giornate, della loro strana famiglia, dello scontro di Alex e Maxwell Lord, ridendo sottovoce per non disturbare la sala, ascoltando e applaudendo il pianista, che le ringraziò. Kara smise di pensarci, a suo agio con lei. Non ci aveva mai fatto molto caso: ma in effetti era sempre a suo agio con lei.

Dopo aver finito un enorme piatto a base di pesce, Kara Danvers decise di riposarsi un po' per il dolce e Lena Luthor si nascose il viso tra le mani, rossa sulle gote, ridendo.

«Ma dov'eri nascosta per tutto questo tempo? Da dove sei sbucata fuori?», le chiese tra le risa soffocate da una mano contro la bocca.

«Io sono piovuta dal cielo».

«Si spiegherebbero tante cose», ammise, «Invece di vaniglia , avrei dovuto chiamarti ragazza dallo spazio ».

Kara sentì il viso farsi inspiegabilmente caldo e sorrise, girando il suo sguardo.

«Kara», attirò la sua attenzione poco più tardi, dopo aver ordinato il dolce. «So che forse non è il caso, adesso, che io ti parli di questa cosa, ma non riesco più a tenerla per me».

Kara deglutì. I suoi sospetti erano fondati? Stava per dichiararsi? Non sapeva se fosse pronta o meno a una cosa del genere; se accettare, rifiutare, o correre con disperazione in direzione del pianista fingendo che lui l'avesse chiamata per suonare insieme Ennio Morricone.

«Ti devo confessare una cosa: ho letto riguardo la tua vera famiglia… quando Winn, il mio assistente, ha fatto delle ricerche su di te». Il sorriso di Kara si spense e Lena sapeva quanto alla ragazza non piacesse che avesse raccolto del materiale su di loro, ma allora non aveva idea di ciò che avrebbe trovato. «Ti voglio chiedere scusa per aver letto delle cose tanto personali».

«Non…», biascicò, ancora colta alla sprovvista, non riuscendo a guardarla negli occhi. «Cos'hai letto? Cosa c'era scritto?».

Lena esitò. «Non voglio farlo perché non voglio ferirti. Perché non mi parli un po' tu della tua famiglia? E allora saprò solo ciò che tu vuoi che io sappia».

Kara sapeva che il tentativo di Lena era un po' maldestro: anche se le avesse raccontato solo ciò che voleva, il resto lo aveva comunque saputo da altri fonti. Ma lo apprezzò lo stesso. «Mia madre era un giudice piuttosto famoso, in quel periodo. Ha spedito in carcere molti criminali», le sue labbra si piegarono in un sorriso, ma durò poco, anche se non aggiunse nulla. Lena la guardava rapita. «Mio padre invece era uno scienziato e se ci penso mi vien da ridere perché sono stata presa dai Danvers ed Eliza è una scienziata anche lei. Entrambi lavoravano molto duramente qui a National City; credevano di poter rendere questa città un posto migliore. Ma si sono fatti… dei nemici, sai…», abbassò la voce e Lena si spinse in avanti, raggiungendo una mano con la sua, stringendogliela. «Erano a casa quando successe», deglutì, non la guardava negli occhi. «C'erano i miei zii e mandarono me e Kal, mio cugino, fuori a giocare…». La sua voce mancò e Lena strinse più forte la sua mano.

«Va bene, basta. Mi rendo conto solo adesso che è stato davvero ipocrita da parte mia chiederti una cosa del genere».

«No, va bene», si sforzò di sorridere e Lena sospirò.

«Non devi farlo, se non vuoi».

«Ma voglio farlo», la guardò dritta negli occhi e Lena si rese conto che in quell'azzurro lucido c'era decisione, un misto di malinconia e rabbia. «Non l'ho mai detto. Ho visto tutto, Lena. Io e Kal. Abbiamo sentito un rumore e stavamo tornando a casa quando ci fu l'esplosione. Ci sbalzò indietro e… Kal batté la testa contro una pietra», corrugò lo sguardo, «Mi dissero che ebbe problemi di memoria e ci separarono. Non l'ho più rivisto».

 

                                                                                      

 

Era stata una serata decisamente lunga, in special modo per Kara. Lena andò a pagare e fece una telefonata a Ferdinand di venirle a prendere. Quando tornò in sala da Kara, la ritrovò nel seggiolino davanti al piano, accanto al pianista. Erano rimasti pochi clienti e lui le stava insegnando a suonare qualche nota ma il pover'uomo continuava a scuotere la testa e a dirle che sbagliava.

«Non sei tagliata per il piano», le disse a un certo punto l'anziano signore, «Ma resti molto simpatica».

Lei gli sorrise.

«Oh, è già tagliata per un sacco di altre cose», li interruppe Lena a bassa voce, fermandosi davanti a loro, «Se sapesse anche suonare il piano, non sarebbe umana».

Si avviarono all'uscita, salutando con educazione il personale, e Lena sentì la sua mano sinistra sfiorare la destra di Kara. La tentazione di stringergliela, ora come ora, era davvero forte. Si pentì di averle fatto parlare della sua famiglia: Kara sorrideva ma la sentiva distante, diversa da com'era prima di quella discussione. Non voleva ferirla e lo aveva fatto. Che stupida.

Ferdinand le aspettava fuori e quando le vide aprì la portiera posteriore per farle accomodare. Stava per passare dall'altro lato ad aprire, ma Kara si era tuffata e si era spostata fino ad arrivare allo sportello, così, arreso, si sedette sul posto di guida.

Per un po', nell'automobile non si sentiva altro che il ticchettio della macchina e il traffico fuori. Lena fissò Kara con la coda dell'occhio e decise di dirle qualcosa.

«Vai a letto presto, riposati…», tagliò. Si pentì di averlo detto: era perfetto solo se avesse voluto passare per la sua madre adottiva.

«Sei preoccupata per me?».

Arrossì, aprendo la bocca ancor prima di dire qualcosa. «Può darsi», sussurrò.

Si sorrisero, guardando entrambe fuori dai finestrini dalla loro parte. Kara si distrasse solo quando sentì il suo cellulare, all'interno della borsetta, vibrare. Lesse il messaggio e rise di gusto, invitando Lena a fare altrettanto.

Da BadSister a Me
Kara, è stata una tragedia! Ho cercato di parlargli e sembrava andare tutto bene, non insisteva e ascoltava, ma poi ha cercato di baciarmi. Gli ho assestato una bella ginocchiata contro lo stomaco. Addio, Maxwell Lord.

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

Un boato e tutto si era fatto sordo. Non aveva visto nulla, era stato troppo veloce; le faceva male qualcosa ma non sapeva cosa. Era disorientata e quando aveva cercato di rialzarsi da terra era scivolata. Almeno credeva che quella fosse la terra. A tentoni si era messa in piedi e aveva tentato di aprire gli occhi, di capire, di ascoltare. Era appena successo quello che nei fumetti chiamavano fine del mondo.

 

Aveva iniziato a finire dopo l'arresto di sua zia Astra.

Stava colorando il suo disegno, seduta composta nel banco. In classe era rimasta solo lei e un altro bambino, a qualche banco dietro il suo, che la guardava di sbieco, visibilmente arrabbiato. Quando la maestra aveva aperto la porta della classe, entrambi erano schizzati con la testa in alto, in attesa.

«Kara! Vieni, porta il tuo disegno, è venuta tua madre a prenderti», aveva esclamato la giovane maestra, costringendosi a fare il suo sorriso migliore di fronte a quella incresciosa situazione. Aveva poi detto all'altro bambino che doveva ancora aspettare.

«Il disegno lo lascio qui, tanto lo dovevo regalare a lui e al suo amico Benny», le aveva detto la bambina prima di uscire.

A Kara era bastato guardare il volto di sua madre per impallidire e perdere ogni sicurezza.

«Allora», le aveva detto, avvicinandosi, abbassandosi e guardandola negli occhi. «Cos'è successo?».

Il viso della bambina aveva presto assunto un'aria rammaricata. «È stato Benny Santos, mamma! Lui prendeva in giro la mia amica Nicole perché è caduta e ho fatto come hai detto tu: sono stata calma, gli ho chiesto se poteva smetterla… e anche se mi arrabbiavo perché continuava a ridere, ho contato fino a dieci».

«E allora cos'hai fatto dopo?».

Kara si era distratta, guardando da un'altra parte e poi sbuffando. «Gli ho rotto il naso».

La donna si era alzata e le aveva preso la mano per portarla via, salutando l'insegnante e promettendole che sarebbe stata messa in punizione.

«Non sia troppo dura, sono solo bambini», le aveva risposto la signorina, «Arrivederci, giudice». Dopodiché era rientrata in classe, guardando l'altro bambino, colpevole di aver spinto Kara nel tentativo di difendere il suo amico Benny, e spiegandogli che i suoi genitori non erano ancora arrivati. Si era avvicinata per chiedergli come stava e poi al banco di Kara, prendendo il disegno che aveva lasciato: c'era un buco nel terreno e due personaggi stilizzati stavano di sotto, mentre altri due di sopra, di cui uno, in posa trionfante, aveva un mantello rosso che pendeva dal collo. Sotto erano scritti i loro nomi. Aveva sospirato. «Bambini».

«Pensavo mi ascoltassi, Kara», le aveva ricordato sua madre in auto, alla guida. La donna, capelli mori raccolti in una coda, labbra fini e strette in una smorfia sul viso: non era arrabbiata, quanto più delusa. «Tuo padre ed io non abbiamo lasciato che imparassi a difenderti per fare a botte con i bambini della scuola. Hai già dieci anni, sei grande per capire la differenza», l'aveva guardata con la coda dell'occhio, restando ferma sul volante. Kara era seduta di peso contro il sedile, con sguardo abbattuto. «Non volevi diventare un supereroe? Mi sbaglio, piccola?».

«Non è lo stesso che hai fatto con zia Astra?», aveva domandato dopo qualche attimo, giocando con una pietra in mano, e sua madre si era indurita di colpo, deglutendo.

«Quello che è successo con zia Astra è molto più complicato di così», aveva sospirato, svoltando un angolo. «Vorrei poterti dire tutto, Kara, ma sei ancora-».

«Una bambina», l'aveva interrotta con la voce sulla sua. «Dici sempre che mi devo comportare da grande, ma quando poi lo faccio tu mi ripeti che sono ancora troppo piccola».

La donna aveva fermato l'automobile grigia nel vialetto e Kara era scesa di corsa, spalancando la porta di casa, ignorando suo padre che leggeva un giornale scientifico bevendo caffè, e salendo le scale fino su in camera sua, sbattendo la porta. Lei era entrata dopo qualche minuto e suo marito l'aveva guardata con compassione.

«Come sta l'altro bambino?», le aveva domandato, ma senza distogliere lo sguardo dal giornale.

«Era in infermeria, ma ho parlato con sua madre prima di andarla a prendere: era in lacrime. Dice che suo figlio è solo molto… spontaneo», aveva sottolineato, «Ma sono riuscita a calmarla e a convincerla a non denunciarci».

«Ecco perché sei il miglior giudice di sempre». Si era proteso verso di lei e si erano scambiati un bacio. «E lui è davvero… spontaneo?».

«Oh, non sai quanto… maltratta più bambini e bambine al giorno di quanto faccia compiti in un mese».

«Allora è stata autodifesa», aveva scrollato le spalle, continuando a seguire il giornale.

«Non cominciare».

«Stavo solo supponendo».

«Allora non supporre: non voglio che Kara vada in giro a picchiare la gente, anche se questa si comporta male». Si era seduta su una sedia davanti al marito, dall'altra parte del tavolo, reggendosi la fronte.

Lui finalmente aveva alzato lo sguardo, inarcando le sopracciglia. «Per cosa le abbiamo concesso tutte quelle ore di arti miste?».

«Per difendersi dai veri pericoli, non deve cercarseli. Deve capire la differenza; deve poter fare la differenza».

«Ha solo dieci anni, però. E ha solo cercato di difendere un'amichetta da un bullo a scuola».

«Oggi è un bullo a scuola… Voglio che cresca come una persona consapevole e responsabile», aveva risposto esausta. Si scambiarono un'occhiata. «Insomma, da che parte stai? Mi sembra di sentire parlare Astra. Lei l'ha nominata, in macchina».

Lui si era incupito subito, chiudendo il giornale. «Ah… E com'è andata?».

«Come vuoi che vada, Zor, lei non sa nulla. Sono la madre cattiva che ha condannato la zia in prigione… Come posso spiegare a una bambina di dieci anni che stravede per sua zia che la stessa ha tentato di rapirla? Senza contare tutto il resto…».

Si erano zittiti e la piccola Kara, chiusa in camera sua, non aveva sentito una parola. Seduta sul lettino, guardava fuori dalla finestra con aria assente. Il cielo era pieno di nuvole bianche, ma nonostante le piacesse il sole, era la notte che aspettava con trepidazione, il suo momento della giornata che preferiva. Il perché si nascondeva nelle stelle. Si era alzata, dando un'occhiata al cielo attraverso il suo telescopio. Era stato un regalo di suo padre al suo nono compleanno, ma era con sua zia Astra che lo aveva sempre usato e che aveva imparato tante cose. Si era allontanata subito poiché, lo sapeva, con il giorno non si vedeva nulla. E ora non avrebbe rivisto nemmeno sua zia Astra. L'ultima cosa che aveva di lei era un braccialetto con i pianeti per ciondoli, che amava tanto.

Kara non sapeva perché sua zia era finita in prigione, ma era la persona più buona del mondo e davvero l'unica che riusciva a capirla, mentre sua madre, per quanto fossero identiche di aspetto le due, non si sforzava neppure a farlo. Era arrabbiata e si era seduta di nuovo sul lettino, stringendo i pugni.

«In punizione. Sono in punizione. Va bene, tanto non ho fame», aveva sbottato per sé, con aria dura, «Non mangerò più nulla e non mi reggerò più in piedi, così saranno contenti. Più nulla, nemmeno uno yogurt. O un pezzo di pane. Mi trattano da bambina e mi comporterò da bambina; ho chiuso con queste persone e con il cibo».

«Kara?». Suo padre aveva bussato e poi aperto la porta con uno scatto. «So che sei in punizione, ma vai a fare merenda: abbiamo comprato gli yogurt questa mattina».

Lei lo aveva guardato con aria arrabbiata e lui le aveva sorriso. «Okay», era scesa di corsa dal letto.

La sua strategia riguardo il cibo aveva miseramente fallito ma, sapeva bene, non era colpa sua: erano loro ad avere la pessima abitudine di comprare cose che le piacevano e lei non aveva abbastanza forza per non cedere alle tentazioni. Ma non sarebbero riusciti ad averla vinta per tutto, ed ecco perché da quel giorno aveva cominciato a mangiare assumendo l'aria più truce che conosceva.

Erano giorni strani quelli che avevano seguito l'arresto di sua zia Astra… Ancora più del solito, i suoi zii Jor e Lara andavano a casa loro per parlare di cose importanti che riguardavano il lavoro, le dicevano. Zio Jor lavorava con suo padre, erano scienziati, e speravano di cambiare il mondo. Kara sapeva bene che, quando loro dovevano parlare di lavoro, lei doveva restare fuori o in camera sua e non interferire.

«Chissà di cosa stanno parlando», aveva detto Kara esasperata, buttandosi a peso morto sul suo lettino.

«Di Astra», le aveva risposto suo cugino, certo della verità. Aveva subito preso il suo interesse.

«Ma devono parlare di lavoro».

«Di Astra è anche lavoro», rispose saccente, sedendo sul pavimento, ai piedi del letto. Lui aveva già quindici anni, sguardo fermo, capelli neri tirati indietro con il gel, vestito di jeans strappati e scarpe larghe: Kara stava sempre a sentire ciò che diceva Kal poiché lui era il suo esempio. «C'è una cosa che non sai, Kara: tua zia Astra ha fatto danni al suo lavoro che ha messo a soqquadro il lavoro dei nostri genitori».

Lei era scesa dal letto in fretta solo per guardarlo negli occhi azzurri e capire se stesse dicendo davvero la verità. «Ma zia Astra non farebbe mai del male a nessuno».

«Lo ha fatto», aveva detto semplicemente, sollevando le spalle. «Mio padre mi ha raccontato qualcosa: siediti».

La bambina si era seduta immediatamente sul tappeto conscia che se Kal non le avesse raccontato cosa stesse succedendo, non lo avrebbe fatto nessun altro.

«Sai che Astra era un sergente, giusto? Prima dell'arresto». La bambina aveva annuito. «Mio padre ha detto che aveva una missione: infiltrarsi in un gruppo di persone corrotte. Sai che vuol dire? Non doveva fingersi un'altra, ma solo essere lei, sergente, sorella gemella di un giudice, che aveva voglia di farsi qualche soldo in più in modo non proprio legale».

«E ci era riuscita? Chi era questo gruppo?».

«Altri membri della polizia, politici e tipetti del genere. Gente che ricopre alte cariche, o ricca, sai», le aveva risposto, «E sì, c'era riuscita. È questo il punto, Kara: aveva fatto oltre che infiltrarsi in mezzo a loro, era diventata una di loro».

«Non è vero, Kal! Smettila». Kara si era alzata di colpo, corrugando lo sguardo. «Non ci credo».

«È la verità, Kara», aveva detto con un'alzata di spalle, «E se questa è la tua reazione, forse è per questo che non ti dicono nulla».

Pensò che forse un po' avesse ragione, ma non allora. Allora era solo terrorizzata dall'idea che la sua zia preferita stesse facendo qualcosa di tanto sbagliato. Come futuro supereroe, lei sapeva quanto era sbagliato essere delle persone corrotte e aveva il compito di fermarle e consegnarle alla giustizia. Era quello che aveva fatto sua madre, ma non si arrendeva all'idea che sua zia Astra non fosse innocente. Ed era insistentemente innocente anche quando suo cugino rincarò la dose rivelandole che, nella sua posizione, aveva fatto sparire delle prove favorendo un sospettato e, con l'aiuto di suo marito, aveva tentato di corrompere la giuria allo stesso caso. Erano entrambi stati arrestati per questo, aveva detto lui. Era tutto troppo assurdo.

Ricordava fin troppo bene com'era apparsa provata e triste sua zia quando, dopo giorni che era scomparsa, era riapparsa nella sua scuola per parlarle. Si era finta sua madre, le bastava poco per imbrogliare gli insegnanti, ed era andata a prenderla. Era così spaventata di non poterla rivedere mai più e l'aveva abbracciata così forte che per poco non la faceva scoprire.

«Kara, dobbiamo andare», le aveva detto e poi, più per lei, sussurrato: «Devi venire con me, ti prego».

La maestra le aveva guardate con un sorriso radioso: «Il vostro rapporto madre-figlia è così meraviglioso, giudice».

Kara aveva annuito e poi preso per mano Astra, salutando tutti e aprendo la porta dell'aula per uscire. «Ero tanto preoccupata», le aveva detto una volta chiusa la porta, abbracciandola di nuovo. «Sei sparita e non sei più tornata». Allora non sapeva che era ricercata dalla polizia. Come poteva…

«Lo so, lo so», l'aveva guardata attentamente negli occhi, carezzandole il viso, «È stata dura stare lontana così tanto da te, non sai quanto, ma sono tornata per questo, per te».

«Per me?».

La donna aveva alzato improvvisamente lo sguardo e poi si era guardata meglio intorno, sentendo dei rumori venire verso di loro, e delle voci, rendendo ancora più evidente alla piccola Kara la sua agitazione. «Adesso devi venire con me, va bene? Non te lo chiederei se non fosse importante, Kara, ma lo è e non devi fare domande».

«Dove andiamo, zia Astra?», aveva domandato ignorando ciò che le aveva chiesto mentre lei si alzava e la trascinava con sé mano nella mano. «Mi stai spaventando».

«Al sicuro», era stata la sua sola risposta.

Camminavano veloci e, dopo aver incrociato lo sguardo di un maestro della scuola che le aveva indicate, Astra aveva iniziato a correre, tirandola dietro. Un gruppo di insegnanti e poliziotti le aveva inseguite e sua madre si era fatta avanti, in mezzo a loro. Così le avevano fermate e, presto, divise. Astra era stata arrestata davanti agli occhi di una Kara in lacrime, trattenuta da un forte abbraccio di sua madre che aveva pensato di calmarla ma non ci era riuscita. A nulla era valse le grida della bambina che dicevano di lasciarla andare.

«Portala via», aveva poi gridato Astra con tutto il fiato che possedeva intanto che la polizia la scortava fuori dall'istituto. «È come ti ho detto, Alura, li hai sfidati e lo faranno! Porta via Kara! Portala via!».

Aveva chiesto spesso a cosa sua zia si riferisse ma nessuno le aveva mai spiegato niente e, in quel momento, per il solo fatto che gliela portarono via senza apparente motivo, non le interessava.

Dalla prigione spedì spesso delle lettere e chiamò altrettanto, ma i loro genitori lasciavano squillare il telefono a vuoto, gettavano via ciò che arrivava da parte sua, e Kara non riusciva a risponderle. Voleva che andassero a trovarla, lo sapeva, ma ogni volta che provava a chiederlo sua madre si gelava e le rispondeva in modo automatico di fare i compiti, anche quando non ne aveva.

Kara sapeva che c'era qualcosa che non andava, nell'aria, che in fondo sembrava spaventare entrambi e lo stesso i suoi zii, i genitori di Kal, ma era troppo arrabbiata con loro per darci il giusto peso. La vita aveva ripreso a girare anche dopo quell'evento, anche se loro tentavano goffamente di andare avanti come se non fosse mai successo. Kara andava a scuola, in palestra, poi a casa. E di nuovo. Era tornata la vecchia routine ma le stava ormai stretta. Durante un allenamento in palestra aveva buttato k.o. una bambina e aveva continuato a colpirla anche se l'incontro era finito ed era stato il maestro a dividerle. Non aveva mai visto Kara tanto aggressiva, sapeva che non era da lei.

«Se c'è una cosa che mi hanno insegnato i fumetti», le disse suo padre una sera, mentre lei era intenta a guardare le stelle attraverso il suo telescopio, «è che i supereroi sono buoni. Sono buoni anche quando la vita si fa dura, anche quando si arrabbiano».

«Non sono arrabbiata», aveva sbuffato, girando la lente. Non si girava come voleva e allora aveva riprovato con più forza, con più forza, e suo padre l'aveva fermata, sistemandogliela lui guidando la sua mano, con gentilezza. La bambina così aveva sospirato, guardandolo appena.

«Non c'è nulla di sbagliato nell'essere arrabbiati, Kara. Ma voglio confidarti una cosa: lasciare che la rabbia ti consumi non farà altro che rovinare la tua vita. La rabbia è un mostro, Kara, ed è dentro di te. Lasci che si alimenti delle cose cattive che provi e ne crei altre… Ti impedisce di diventare l'adulta splendida che sei destinata a diventare». Le aveva sorriso, prendendole il viso tra le mani e guardandola negli occhi. «Perché tu sei una bambina splendida e non puoi che diventare un'adulta altrettanto splendida».

«E allora che cosa devo fare?», aveva chiesto con una smorfia.

«Cosa ne pensi di sorridere più spesso e prenderti una bella rivincita? Ti sembrerà difficile, adesso, ma non c'è medicina più efficace di un sorriso. E tu sei la maestra dei sorrisi… Sì, sì, eccolo lì», aveva aggiunto, vedendole spuntare un piccolo sorriso dalle labbra. Kara lo aveva abbracciato e lui l'aveva stretta forte a sé, quasi sul punto di non lasciarla più andare. «Sei forte, tesoro. Più di quanto immagini».

Avrebbe scoperto quanto presto, molto presto.

 

Quel pomeriggio era tornata a casa felicissima come non lo era da tempo poiché a scuola le avevano fatto i complimenti per un compito importante per l'anno scolastico, aveva vinto una gara di velocità e poi aveva trovato una pietra particolarmente strana, bitorzoluta che sembrava venire dallo spazio e che avrebbe aggiunto alla sua collezione. Inoltre, a scuola aveva aiutato un bambino a finire un disegno e l'insegnante lo aveva detto a sua madre che era andata a prenderla e che le aveva sorriso orgogliosa.

«Lo hai aiutato».

Kara aveva annuito, guardando con attenzione la sua nuova pietra, seduta nel posto accanto a quello da guida.

«Ecco, questa sei tu, Kara. Non dimenticare mai chi sei. Hai il proprio cuore di un eroe, no?».

Era la cosa più bella che sua madre le avesse mai detto e aveva arrossito, stringendo la pietra.

Quella non era una giornata come le altre perché era iniziata meglio di tante altre, poteva essere una delle migliori della sua vita, eppure sembrava infine che la vita avesse solo voluto donarle qualcosa prima di prenderle tutto.

A casa c'erano i suoi zii, discutevano come al solito e sua madre le aveva pregato di uscire a giocare fuori. Era tesa e sudata all'improvviso, ma Kara era troppo presa dalla scoperta della sua pietra per darle importanza. Prese Kal e lo portò fuori con sé. Si vergognava a fargli vedere di nuovo dopo tempo la sua collezione di pietre venute dallo spazio perché era cresciuta di due soli elementi da mesi e si era messa a giocherellare con il suo bracciale dei pianeti, con fare nervoso.

«Loro sono strani», aveva detto Kal senza che lei lo ascoltasse, mentre contava i passi sul giardino per ricordare in quale punto aveva sotterrato le sue pietre. «Sta succedendo qualcosa, Kara… Mia madre mi ha tenuto abbracciato per almeno un quarto d'ora, stamattina. Ho paura che qualcuno li abbia minacciati. Mi stai ascoltando?».

Lei aveva tirato fuori la sua nuova pietra dallo zaino, dove l'aveva nascosta, dissotterrando le altre. «Purtroppo ho solo queste», lo aveva guardato e Kal si era abbassato con lei, prendendone due in mano.

«Sono carine, ma dubito arrivino dallo spazio», aveva riso, guardandone poi un'altra di quelle che lei aveva tirato fuori dalla terra. «E questo è un pezzo di vetro levigato dall'acqua, Kara, te l'ho già detto», ne sollevò una piccola e lucente, «L'hai trovato in spiaggia».

Lei aveva rumorosamente sbuffato. «Però è carino…».

«Carino può essere, ma non è una pietra piovuta dal cielo».

«E non fare tanto il saputello o racconterò a tutti i tuoi amici di come ti cambiavo il pannolino», aveva riso e lui era arrossito.

«È successo una volta sola», aveva battibeccato, «Era Halloween e dovevi solo aiutarmi, accidenti, mai te l'avessi chiesto».

Lei aveva riso e così aveva riso anche lui quando un suono fine, più un rumore per la verità, come se avesse potuto spaccare l'aria in due aveva preso l'attenzione di entrambi, che si erano alzati.

«Cosa-», lei era subito andata verso la casa, quando lui l'aveva fermata di colpo, afferrandole la manica di un braccio.

«Kara, ferma, non-».

Erano state le sue ultime parole. Quel rumore era esploso e un'onda d'urto li aveva sbalzati per aria tutti e due, buttandoli all'indietro. Violentemente sbattuta a terra, Kara aveva riaperto gli occhi azzurri dopo poco. Sentiva un fischio e nient'altro. Non pensava, non capiva. L'aria era pesante e aveva tossito mentre tentava di rimettersi in piedi, dopo aver scorso suo cugino Kal a terra a poco da lei, svenuto. Era scivolata e si era rialzata di nuovo, cercando di aprire gli occhi più che poteva per via dell'aria tumefatta, non vedendo altro che pezzi, pezzi dappertutto, pezzi di tutto il suo mondo. La casa era distrutta e non c'era altro. Aveva cercato di svegliare Kal ma lui non rispondeva e, quando aveva sentito la mano dietro la nuca di lui diventare calda, aveva scoperto il sangue che aveva perso, lasciandone parecchio sulla pietra sotto, quella che lei aveva portato a casa quel pomeriggio.

 

Aveva aspettato davanti al suo letto che lui si svegliasse ogni giorno, per settimane. Aveva smesso di chiedere di voler tornare a casa già il secondo giorno, poiché a quel punto era diventato inutile, comprendendo cos'era successo. Le avevano medicato le ferite, l'avevano fatta parlare con tanti e tante dalla polizia agli psicologi di turno, l'avevano vista i vicini che erano andati a trovarla e sua zia Astra le aveva telefonato, e scritto, ma Kara non aveva risposto. Ora che poteva parlare con lei perché era l'unica a restarle oltre Kal, era lei a non voler più avere a che fare con la zia. Era colpa sua, lo sapeva. Quello che era successo era solo colpa di Astra; anche se nessuno aveva risposto alle sue domande perché ritenevano fosse troppo piccola lei sapeva che ne era responsabile. Per quella ragione era andata a prenderla a scuola quella mattina, aveva pensato allora, perché sapeva che sarebbero morti. E che sarebbe morta anche lei.

Un poliziotto le aveva riportato il braccialetto con i pianeti che le era volato via dal polso quel giorno, una delle poche cose rimaste, ma lei non lo aveva più indossato ed era finito in una scatola di cianfrusaglie che l'avrebbero seguita in una nuova casa. L'assistente sociale che si occupava di lei e Kal le aveva detto che una famiglia si era fatta avanti per adottarla ma lei era restia ad allontanarsi da lui, aspettando il suo risveglio, leggendo a voce alta le avventure dei supereroi a fumetti che fin da piccola aveva iniziato a leggere su consiglio del cugino. Loro andavano avanti anche quando succedevano brutte cose e trovavano il modo di rialzarsi, e così sperava che suo cugino trovasse il modo di tornare da lei.

E così era successo.

I suoi occhi azzurri si erano aperti piano, stanchi. L'avevano guardata e Kara aveva riso di gioia, con le infermiere di turno intorno a loro, ma quella gioia si era preso trasformata in un baratro quando fu chiaro che quegli occhi non la riconoscessero. Non poteva parlare, non ci riusciva, ma Kal non la guardava più come prima. Quando più avanti provarono a farlo parlare, lui aveva detto di non conoscere il suo nome né quello della bimba bionda che non lo lasciava un attimo. Era stato un duro colpo per Kara perché aveva perso tutto di nuovo. Ed era stata la sua pietra a farlo.

 

Li separarono e Kara andò a vivere dai Danvers. All'inizio chiedeva spesso di poter vedere Kal, ma l'assistente sociale che andava a trovarla una volta la settimana, e continuò così per molto tempo, non faceva che ripeterle che era impossibile. Le aveva raccontato che il suo Kal era andato a vivere a Smallville, con una famiglia adottiva come la sua. Che la sua memoria non stava tornando e che forse avrebbe impiegato anni a ricordarsi di lei e di ciò che era successo. Se mai ci fosse riuscito. Era triste, ma non vedeva alternative se non lasciarlo andare per la sua strada, mentre lei tentava di trovare la sua.

«Conoscevo tuo padre, Kara», le aveva detto Jeremiah una delle prime sere da loro. «E anche tuo zio. Ho lavorato con loro, qualche volta. So che è dura, ma se mai volessi parlare di me con loro, puoi farlo. Sono sempre qui per te se vuoi parlare». Nella sua nuova camera che aveva iniziato a condividere con la sua nuova sorella, Jeremiah l'aveva abbracciata e Kara aveva ricambiato. Ma quella discussione non venne mai. Kara aveva tagliato con la sua vita passata e aveva imparato a sorridere di più, aveva accettato ciò che le era successo e ignorato le lettere di Astra che trovavano sempre un modo per andare da lei. Ricordava, ma non poteva lasciare che ciò era successo la consumasse.

«Kara!!». Eliza si era affacciata alla finestra. Era sera e pioveva a dirotto ma la bambina non sentiva: se ne stava seduta sul tetto e guardava avanti, al cielo, bagnata fradicia. Aveva aperto la finestra e stava per dirle di tornare dentro ma, ormai, sapeva che era inutile: era una delle tante cose strane che faceva e non era la prima volta che le diceva di tornare dentro, che puntualmente la ritrovava sotto l'acqua il giorno dopo. Infine aveva deciso di provare a fare una cosa diversa. Si era arrampicata sulla finestra ed era uscita fuori, arrivandole accanto a tentoni, col terrore di scivolare di sotto. L'aveva guardata, immobile e seria, e le aveva liberato il viso da alcuni ciuffi pesanti di capelli, poi se li aveva tolti anche lei, sedendosi e reggendosi le ginocchia. C'era freddo ma non era importante; Kara lo era e aveva bisogno di lei. Era rimasta al suo fianco fino a quando la bambina, senza dire nulla, si era lasciata andare su di lei e così pian piano era riuscita a riportarla dentro.

«Sei come una bambina piovuta dal cielo», le aveva sussurrato in un orecchio, cullandola contro il suo petto.

Sempre allegra e solare, a volte i momenti bui raggiungevano Kara senza preavviso. Capitava, di tanto in tanto, ed era comprensibile. Una mattina, poi, si definì Kara Danvers e capirono che il suo mondo, sì, aveva smesso di essere il mondo un giorno, ma che ne aveva ritrovato uno nuovo un altro giorno, pronto a girare per lei.

 

                                                                                     

 

Kara aprì la porta della loro camera che Megan già dormiva e, come spesso succedeva, la sentiva bofonchiare nel sonno dei bianchi cattivi che stavano arrivando per lei. Era molto creativa poiché da un po' di tempo a quella parte aveva aggiunto ai suoi sogni una guest star d'eccezione: il signor John Jonzz, l'uomo con cui usciva. Anche lui era nero e Kara decise che, di questi sogni tormentati, avrebbe dovuto seriamente parlarle un giorno.

Ripose sul tavolo la busta chiusa che aveva trovato quella mattina nella cassetta delle lettere e si sedette davanti, fissandola per un po'. Anche nel buio, dalla sola luce blu che filtrava dalla finestra più vicina, leggeva bene il nome di Astra e Fort Rozz, la prigione che ancora, dopo tanti anni, la teneva in custodia. Non passava un giorno senza ricevere una sua lettera. Sempre, non si era mai persa d'animo anche se Kara non le aveva mai risposto, nemmeno una volta. Non sapeva neppure cosa ci fosse di importante da scriverle ogni giorno, ma in fondo le interessava poco: non ne aveva mai aperta una e così avrebbe continuato in futuro. Così si alzò e la prese di scatto, aprendo un cassetto del suo armadio e poi una scatola, cercando di infilarla là dentro, in mezzo alle tante altre buste chiuse. 

Alla fine, quando aveva compiuto diciotto anni, l'assistente sociale era tornata da lei come richiesto da Eliza Danvers e aveva spiegato a Kara la verità, ogni cosa successa da quel giorno di quando ne aveva soli dieci. Prima dell'arresto di sua zia Astra, sua madre aveva condannato un altro uomo appartenente al gruppo in cui sua sorella si era infiltrata. La corruzione controllava la città in quel periodo, ma era sempre più difficile tirare fuori qualche nome e prove di chi ne faceva parte, quindi quell'arresto aveva suscitato molta risonanza. Si trattava di un commercialista quarantenne: allora, Astra e suo marito avevano provato a dissuadere Alura, la madre di Kara, dal condannarlo perché troppo rischioso. Lui era certo di uscirne pulito e che non avrebbe fatto un giorno di prigione, ma successe. Astra fu beccata nel tentativo di nascondere alcune prove e, si era scoperto dopo, di corrompere una parte della giuria. Dal momento della condanna erano cominciati guai che si intensificarono con l'arresto di Astra e consorte, che erano scappati al loro processo e avevano tentato di rapire la nipote. Qualcuno aveva inviato lettere minacciose alla giudice che erano diventate via via sempre più inquietanti. I genitori di Kara e quelli di Kal avevano cominciato a lavorare con la polizia per scavare a fondo della questione; erano seguiti altri arresti e qualche nome era saltato fuori, ma mentre quell'organizzazione veniva smantellata, una bomba li aveva uccisi. Kara aveva ascoltato ogni parola cercando di restare calma e distante per quanto poteva, anche quando le disse che c'erano stati altri tentativi di ucciderli prima di allora, forse non andati a segno di proposito, col solo tentativo di spaventarli.

Loro non erano sicuri che sarebbero morti, ma temevano sarebbe successo.

Da quel momento, per avere sconti di pena, qualche arrestato coraggioso aveva fatto altri nomi e la polizia aveva trovato prove schiaccianti per portare a termine altri arresti. Da allora tutto era sembrato tranquillizzarsi: il gruppo di potenti era stato distrutto.

La donna disse che sua zia Astra sapeva che si sarebbero vendicati e che aveva tentato di avvertirli e probabilmente di salvarla, rapendola, perché temeva l'avrebbero uccisa, ma a Kara quella parte non interessava. Era colpa sua e niente che poteva dire o fare aveva più importanza. Le voleva bene e lei aveva tradito la sua fiducia e i suoi genitori.

Chiuse la scatola, che restò con il coperchio un po' bombato, e così il cassetto. Udì la vibrazione del suo cellulare sul tavolo e lo raggiunse, leggendo un messaggio.

Da L! a Me
Volevo dirti che ho finalmente capito che persona sei, Kara Danvers: diversa, unica, speciale. Buonanotte.

Kara arricciò le labbra, arrossendo. «Buonanotte, Lena».

 

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

Non poteva crederci fosse diventato ancora più veloce. Era lui, e lui soltanto, il suo vero avversario quando si parlava di gare di corsa e finalmente poteva mettercela tutta, sudare, stringere i denti, divertirsi come non mai al suo fianco: Barry Allen. Al secondo giro della pista, lui la superò e lo vide sorridere. Kara continuò a correre, a correre, e lo raggiunse dopo una piccola spinta. Erano di nuovo pari, correndo vicino l'una all'altro.

Lena li guardava a bocca aperta, sugli spalti davanti al campo. Se chiudeva per un attimo gli occhi, i due erano quasi già dall'altra parte della pista. «Io… credo di non aver mai visto nessuno correre così veloce», disse, sbalordita.

«Barry è un fulmine», replicò la ragazza al suo fianco, «Kara è l'unica che riesce a stargli dietro! E dire che da bambino era una tale frana», scosse la testa, accennando una risata.

Lei alzò un sopracciglio, sorpresa. «Bambino? Oh, vi conoscete da tanto tempo, allora».

«Andavamo a scuola insieme, sì, poi è venuto ad abitare a casa mia, è stato affidato a mio padre quando eravamo alle medie…».

Lena restò a bocca aperta. «Dunque sei sua sorella! Ero convinta fossi la sua ragazza».

«Ragazza? No», scosse la testa, nascondendo il suo imbarazzo in una risata. «E neanche sorella… Siamo cresciuti insieme, ma siamo solo buoni amici».

Le due guardarono di nuovo verso la pista, alla gara che stava per finire con il raggiungimento del quinto giro. Molti altri erano seduti sugli spalti per seguire la gara e altri si erano fermati mentre camminavano solo per vederli correre. A un lato degli spalti, appoggiato alla struttura, anche Mike guardava assorto quei due che si affrontavano.

«Tu e Kara vi conoscete da molto?».

«Quasi due mesi», rispose, concentrata sulla gara, «Le nostre madri si frequentano».

«Oh», l'altra alzò lo sguardo, sorpresa, «Kara aveva accennato a Barry qualcosa! Quindi siete voi quasi sorelle! Per un attimo avevo frainteso».

Lena arrossì di colpo ma mantenne la sua imperscrutabile calma, arricciando la bocca in un piccolo sorriso. «E cosa pensav-», fu interrotta dall'applauso della ragazza che si alzò in piedi con il finire della gara.

Kara e Barry erano pari per un soffio, lei lo raggiunse all'ultimo, e subito si abbracciarono, ridendo come due bambini. Mike scosse la testa e se ne andò.

«Era davvero da molto tempo che non mi divertivo così», rise lei con eccitazione, avvolgendolo in un altro abbraccio.

Lena e l'altra ragazza li raggiunsero, intanto che intorno a loro gli studenti che si erano fermati stavano ritornando a ciò che stavano facendo prima di notarli, chiacchierando su quanto andassero veloci. Qualcuno si azzardò a fischiare in loro direzione.

«Se non sapessi che ti riprendi in fretta, sarei preoccupata per la partita di questa sera», disse la ragazza a Barry, tendendogli una borraccia d'acqua. Anche Lena aveva tenuto quella di Kara e gliela passò soprappensiero, senza guardarla in faccia, incapace di non pensare a ciò che quella ragazza le stava dicendo poco prima.

Finito di bere, lui sorrise e Kara, con la bocca ancora piena d'acqua, ricambiò. «Credimi, Iris, sarei preoccupato per questa sera se dovessi vedermela contro di lei, in campo», la indicò e lei lo spinse appena, con complicità, continuando a sorridere.

Kara era felicissima dell'arrivo del suo amico Barry a National City. Non era una visita di cortesia: alla Sunrise, quella sera, si sarebbe giocata un'amichevole maschile National City contro Central City, la sua città. Non sarebbe stata Kara ad affrontare Barry in campo, ma il suo ormai ex ragazzo Mike Gand.

La squadra avrebbe raggiunto l'università tra qualche ora, in pullman, ma Barry e la sua amica Iris avevano preso la metro per arrivare prima e stare un po' con Kara Danvers, che da tanto non vedevano. Nel frattempo, il campus si stava preparando ad accoglierli con festoni disposti ovunque, all'interno e all'esterno. Alcuni giocatori stavano approfittando di quei momenti di tranquillità per allenarsi: anche se si trattava di un'amichevole, non avevano intenzione di lasciarli vincere.

Kara invitò Lena a vedere la partita e nonostante gli impegni accettò immediatamente, spostando due appuntamenti con alcune studentesse a cui doveva fare da tutor. Dopo ciò che era successo a cena quella sera, Kara era felice di passare ancora del tempo con lei, ma di non dover stare troppo tempo da sola con lei . Era strano, ma sentiva che qualcosa era cambiato: per la prima volta da quando era successo, aveva parlato della sua famiglia con qualcuno che non fosse un assistente sociale o un poliziotto, e si era sentita bene, forse troppo; era come se sentisse che con lei poteva essere se stessa sempre, e fare o dire qualsiasi cosa, come se la conoscesse da tutta una vita.

La inquadrò con la coda dell'occhio e notò che sembrava distratta. Barry e Iris stavano discutendo della corsa e Lena aveva lo sguardo basso, immobile e lontano. Era seria. Sperò che non le desse fastidio stare in compagnia di suoi due amici.

«Muoio di fame, andiamo a pranzo?», chiese il ragazzo ad Iris, per dopo rivolgersi a loro, «Che ne dite, voi due? Vi unite a noi?».

Kara sorrise e guardò Lena, che sorrise a sua volta, annuendo. Megan era fuori con il signor Jonzz, dunque non doveva nemmeno preoccuparsi di lasciarla sola. «Va bene».

«Dai, fateci compagnia, così ci conosciamo meglio», propose anche Iris.

Lena credeva di non aver mai visto nessuno mangiare quanto mangiasse Kara, ma conoscere Barry Allen le aveva aperto il mondo a nuove prospettive: i due sembravano intenti a fare un'altra gara, quella per cui vinceva chi mangiava di più. Fortunatamente Iris sembrava una persona normale quanto lei e riusciva anche a vedere cosa metteva in bocca prima di ingoiare. Cominciava a pensare che fosse il lacrosse a richiedere ai due tanta energia, ed era anche il loro argomento da quando ordinarono da mangiare.

«Che poi pensavo di mollare».

«Che cosa?», fece Kara sbalordita; per poco non le cadeva un bicchiere d'acqua sul tavolo.

«Non so, forse dovrei concentrarmi sulla corsa, è la cosa per cui sono più portato», aggiunse dopo aver finito di masticare.

Kara non se sembrava entusiasta, notò Lena. «È indubbiamente vero, ma mi dispiace comunque».

«Quest'anno sarà l'ultimo, devo anche impegnarmi seriamente nello studio o dovrò dire addio alla mia carriera di CSI prima di cominciare».

«Come vi siete conosciuti voi due?», chiese Lena di colpo facendosi interessata, vedendo quanto animo ci fosse tra loro. Congiunse le mani e vi ci appoggiò la testa, con i gomiti sul tavolo. Aveva già finito di mangiare.

Kara, che era al suo fianco, rise con vago imbarazzo, nascondendo il viso con una mano, tirandosi in su gli occhiali, senza guardarla negli occhi.

Anche Barry parve arrossire. «In realtà è un po'… imbarazzante», rivelò, «Era la prima volta che la mia squadra si scontrava con quella della Sunrise, a Central City».

«L'anno scorso», aggiunse Kara sorridendo.

«Mi stavo allenando con la squadra, in campo, quando Mike Gand chiede se può unirsi a noi. Lo conosci?». A una sua risposta affermativa, continuò: «E non è un tipo a cui piace perdere, sai, quindi continuava a voler giocare e a voler giocare ed entra in scena Kara, che vuole giocare in coppia con Mike contro due di noi».

«Neanche a me piace perdere», disse lei.

«No», scosse la testa lui, sorridendo, «Neanche a te piace perdere! Lei era venuta a vedere la partita e sapevo che non potevamo giocare sul serio prima ancora di scendere in campo, ma credevo che lei- che lei non sapesse giocare», la indicò, scrollando le spalle, «E quindi accetto, giochiamo… è-è stato umiliante», si nascose il viso tra le mani e Kara e Iris risero.

«Lo hai battuto?», domandò Lena, incuriosita.

«Sì, certo», rise ma la guardò appena, nascondendo anche lei il viso tra le mani.

«E poi gli hai chiesto di uscire», aggiunse Iris e Lena spalancò gli occhi.

«Sì», risposero entrambi, guardandosi e mal nascondendo una risata imbarazzata.

Era chiaro che tra i due doveva esserci una grande sintonia, pensò Lena. «Oh, quindi… quindi voi due siete usciti insieme?».

«Avevo litigato con Mike, quella sera, non voleva che io mi mettessi in mezzo», alzò gli occhi al soffitto, «Così lui era lì, era carino e...».

«Non sono più carino?».

«Sei carinissimo! E siamo usciti, sì, ma ho portato Mike».

«E io Iris».

«È stato un disastro», intervenne Iris, guardando Lena, «Non volevano restare soli, così... Infine sono diventati amici».

La cameriera portò loro il dolce e sia Barry che Kara chiesero il bis prima ancora che le altre due potessero finire, parlando del lacrosse e di come Mike si fosse ingelosito per via del loro rapporto.

«Lui è sempre così geloso…», esclamò Kara, leccando il cucchiaino.

Lena non poté fare a meno di notare come non la guardasse se non perché costretta, temendo fosse per via di come l'aveva invitata a parlare della sua famiglia a cena, quella sera. Era da allora che si era fatta strana e più che mai, ora, le sembrava tesa. O forse doveva a che vedere con Barry. Lo guardò. Lui e lei erano incredibilmente simili e sembravano capirsi alla perfezione, tuttavia gli sguardi di quel ragazzo si imbarazzavano quando si scontravano con quelli di Iris, la sua amica, o quasi sorella che fosse. Era chiaro che tra Kara e Barry doveva esserci solo una forte amicizia e che Mike non l'avesse notato. Parlando di una vecchia partita, i due si schiacciarono il cinque, svuotando la loro coppa di gelato.

«E comunque Mike è molto migliorato, ti converrà stare attento alla partita».

«Per chi farai il tifo?», domandò Iris, mettendo Kara in crisi.

La ragazza si bloccò e la guardò con attenzione, stringendo gli occhi. «No, okay, questo è un colpo basso», rise, annuendo, «Entrambi. Non m'importa se è poco corretto, non posso proprio scegliere».
Lena decise di cogliere quel momento prima che tornassero a parlare e fosse difficile interromperli. Si appoggiò schiena al muro ed estrasse un grande sorriso, scrutando Kara e decidendo di aprire bocca. «Ammetto che non sono mai stata a una partita di lacrosse. Spiegatemi il gioco. Si usano le racchette, vero?». Parlò in plurale ma l'affermazione era rivolta a Kara. Iris continuò il suo gelato e Barry la indicò con un sorriso, a cui l'altra rispose con gesti strani, sorrisi, il risistemarsi gli occhiali, poi togliendosi un ciuffo biondo dal viso, e finalmente la guardò negli occhi. A Lena erano mancati quegli occhi su di lei.

«Sì, è-è una specie di racchetta, viene chiamata stecca. L'obiettivo del gioco è recuperare la palla con la rete nella testa della stecca e segnare in porta. C-Ci sono tre difensori, il portiere, tre attaccanti e tre mediani». Si fermò per raschiare la coppa di gelato e gustarne ancora, sentendo il sapore della vaniglia. Non riusciva a capire perché fosse tanto agitata: Barry e Iris erano in silenzio e Lena la guardava con quel sorriso divertito stampato sul volto, mentre si mordicchiava un labbro. Oh, probabilmente era un altro dei suoi tentativi di scherzare con lei ed era l'unica a non averlo capito. «Ma tu questo già lo sai, vero?», domandò, inarcando le sopracciglia.

Lena sorrise ancora, con vigore ed evidente divertimento.

Barry guardò l'una e poi l'altra, scambiandosi un'occhiata con Iris al suo fianco. «Kara, non mi hai detto alla fine cos'è successo con Mike. Come mai avete rotto? Eravate molto uniti…».

«Oh. Lui… beh, Mike è un bravo ragazzo, ma non credo fossimo adatti per stare insieme», rispose con una nota malinconica nella voce.

Ancora, pensò Lena: aveva di nuovo smesso di rivolgerle lo sguardo.

«Mi è sempre sembrato piuttosto preso da te, ma tu di lui?», incalzò Barry. Guardò Lena per un momento e lei si sentì avvampare, cercando di rimettersi composta sulla sedia.

«Beh… sì. Mi è sempre piaciuto Mike».

«Piacere una persona e esserne innamorati sono due cose diverse, Kara», rispose Lena e guardò di rimando Barry solo un momento e lui tornò indietro con la sedia, guardando a sua volta Iris, di sfuggita, non potendo farne a meno.

«Credo che Lena abbia ragione», disse quest'ultima, finendo il suo gelato. «Frequentavo un ragazzo al liceo che era la fine del mondo, non so se mi spiego». Kara scorse Barry alzare gli occhi al soffitto e sorrise. «Adoravo stare con lui, mi faceva sentire così bene… Però mancava qualcosa, e non sapevo cosa. Ho capito la differenza quando ho conosciuto Eddie, il mio fidanzato», sorrise entusiasta e Barry affondò lo sguardo sulla coppa vuota di gelato, prendendola ed esaminandola. Kara sorrise di nuovo e Lena lo fissò con interesse, pur mantenendo l'attenzione su Iris che parlava. «Con lui è tutto diverso».

Decisero di tornare all'università e le ragazze si diressero in bagno prima di lasciare il locale. Quando Iris finì decise di tornare fuori e aspettare con Barry, così Kara cercò di sbrigarsi a risciacquarsi le mani, poiché sapere di essere sola con Lena all'improvviso le fece mancare l'aria.

«Barry sembra piuttosto preso da Iris…», disse Lena a un certo punto, disturbata solo dall'acqua del lavandino che scorreva.

«Lo hai notato anche tu, vero?», rise, rivolgendole lo sguardo un attimo appena. «Credo che l'unica a non essersene accorta sia proprio lei! Barry ha una cotta per Iris da sempre, dai tempi delle scuole medie anche se, di fatto, sono cresciuti come fratello e sorella», disse d'un fiato. Si guardarono e si sorrisero, chiudendo l'acqua. A Kara mancò un battito, bloccandosi, capendo tutto solo in quel momento, come un fulmine in ciel sereno: si era sbagliata alla cena; deglutì. Fratello e sorella. Sua sorella. Lena era sua sorella, adesso, ma… Non era probabilmente Lena ad avere un interesse per lei, ma l'esatto opposto. Oh no, non ci voleva. Non ci voleva. Non ci voleva. Quando, com'era successo? Perché?

Il batticuore, il respiro affannato, il non riuscire a guardarla negli occhi, non riuscire a guardarla affatto se non per brevi ma intensi istanti come per paura di qualcosa che… Era proprio ciò che pensava. Come aveva fatto a non accorgersi prima di- Accidenti . Attimo dopo attimo, si erano avvicinate… Tutto aveva un senso. Deglutì ancora, sgranando gli occhi.

«Praticamente è sua sorella», ripeté Lena, incredibilmente vicina a lei. «È proprio vero che i sentimenti non si possono controllare».

Era davvero troppo vicina, pensò. Era sempre stata così vicina? Quando aveva accorciato le distanze in quel modo?

Kara rise con fare nervoso e si sistemò gli occhiali sul naso, spostandosi e dirigendosi verso la porta. «Meglio-Meglio tardi o si farà andare», esclamò, bloccandosi di colpo, «Vo-Volevo dire che sarà meglio andare, o si farà tardi».

Lena rise. «Lo avevo capito. Senti, posso proporti qualcosa di tremendamente sconveniente?»

Kara spalancò gli occhi e deglutì, sentendo le sue orecchie diventare calde.

«Vorrei che mi facessi compagnia, domani sera. La Luthor Corp sponsorizza una mostra di fotografie qui a National City, ci sarà un sacco di brutta gente con cui non mi va proprio di chiacchierare, così, se avessi te al mio fianco, potrei avere una via di fuga».

Kara sorrise, sentendosi più leggera. «Certo. Va bene». Non sapeva ancora come avrebbe fatto a starle vicino ora che conosceva la verità, perché al solo pensiero sentiva le farfalle nello stomaco e no, cattive farfalle , doveva assolutamente scacciarle, ma avrebbe trovato una soluzione. Lei era Supergirl e non c'era niente che avrebbe potuto spaventarla. «Non ci sarà anche tua madre?».

«Ovviamente», annuì, aprendo la porta, «Non ho accennato alla brutta gente?».

Kara rise, scuotendo la testa, ed entrambe uscirono dal bagno.

 

Il sole era basso e tutti i giocatori erano nel rispettivo lato del campo, davanti alle panchine, intanto che i coach facevano loro gli ultimi appunti e davano qualche incoraggiamento. Rossi e blu la squadra del Sunrise, rossi con scie gialle quelli di Central City. Il numero dieci, Barry, fece loro la mano per un saluto prima di infilarsi il casco.

Mike parlò con Kara prima di scendere in campo e lei gli augurò buona fortuna con un abbraccio. Il ragazzo l'adocchiava ancora, seduta sugli spalti in mezzo a Iris e Lena, Megan vicino a quest'ultima. Kara non vedeva l'ora di parlarle, ma era arrivata tardi e avevano fatto in tempo a sedersi che ora a dividerle c'era Lena… Doveva assolutamente parlare con Megan. E poi con Alex. No, non poteva parlarne con Alex. Non poteva assolutamente parlarne con Alex, pensò, diventando pallida. Come poteva spiegarle di provare qualcosa che non era amicizia per Lena, la figlia della donna fidanzata con la loro madre? Loro stavano per sposarsi… Gli occhi di Kara si spalancarono e lei iniziò a respirare affannosamente. Barry aveva una cotta per Iris e non si faceva tutti questi problemi nonostante il padre della ragazza fosse anche il suo padre affidatario, ma le cose erano diverse. Le situazioni erano davvero differenti: il vero padre di Barry in prigione non era fidanzato con il padre di Iris. Ma non poteva comunque parlarne con Alex: non aveva fatto altro da giorni e giorni che dirle di come Lena flirtasse con lei. Ma Lena scherzava, naturalmente. E ora vedeva quegli scherzi da un'altra prospettiva.

Ma cosa andava a pensare, non era che lei e Lena si stessero mettendo davvero insieme, dopotutto. Va bene, doveva accettare il fatto che lei avesse una cotta per la ragazza, ma in fondo non era un problema vero, perché le sarebbe passata. E presto.

«Kara. Ricordami che numero è Mike», le bisbigliò all'orecchio la calda voce di Lena, facendole salire la tachicardia. Le si poggiò addosso, tanto che poteva sentire uno dei suoi seni contro il suo braccio sinistro.

«Dodi- No, volevo dire tredici. Aspetta, no, no, è proprio il dodici», annuì, cercando di restare il più calma possibile, senza spostare un muscolo, sentendo il seno che continuava a premerle contro il braccio. Sentiva il suo viso avvampare ed era felice che stesse scendendo il buio o temeva si sarebbe visto.

«Non lo ricordavi?».

«No, pff , è solo che ho avuto, sì, emh, un attimo», rise con forse troppa forza perché sia Iris che Megan si girarono verso di loro. Avrebbe voluto il superpotere di scomparire. Era talmente presa dai suoi pensieri, poi, che non si era nemmeno resa conto che la partita era già iniziata e che erano pari di quattro punti.

No, cinque punti per la squadra di Barry, lui aveva appena segnato e Iris si era alzata per applaudire insieme a pochi altri, mentre in tanti si lamentavano. Barry era davvero veloce e aveva schivato le cariche dei ragazzi della Sunrise che tentavano di fermarlo, segnando ancora. Kara scorse Mike scuotere la testa, sotto al casco. Lo conosceva abbastanza per sapere che la cosa doveva particolarmente irritarlo e sperava solo che non perdesse la calma.

«Barry è davvero bravo», disse Lena rivolta ad Iris, sempre troppo vicina a Kara.

Si era spostata, eppure aveva ricominciato a premerle contro un seno. Che lo facesse apposta? Si domandò. Aveva ricominciato a stuzzicarla? Passavano i baci indiretti, chiamarla vaniglia , anche spedirle tanti fiori, ma mai si era spinta a tanto, a quel contatto tremendamente diretto. E poi perché stuzzicarla? La divertiva ancora?

Barry segnò di nuovo, e di nuovo. Mike non sembrava giocare come al solito, come distratto: la squadra gli andava incontro e gli sparlava, forse cercando di tirargli su il morale. L'arbitro segnò la fine del primo quarto di gioco con dieci a sei per la squadra venuta da Central City. Il pubblico non ne era entusiasta e si lamentava di quanto male stessero giocando i rossi e blu.

Barry le inquadrò e le salutò subito, togliendosi il casco per respirare un po' d'aria durante la pausa, e così sia Iris che Kara ricambiarono con gesti di incoraggiamento. Kara cercò Mike, avrebbe voluto sostenere anche lui come poteva, ma quando lo trovò, notò che era seduto in panchina attaccato alla borraccia e non la vedeva. Non la cercò neppure e la cosa non era da lui.

«Mike è arrabbiato», esclamò Megan.

Kara non poté che essere d'accordo, scrollando le spalle.

Si era fatto buio e i fari illuminavano il campo mentre le squadre ritornavano in posizione. I capitani di ambe le squadre, Barry Allen e Mike Gand, erano di fronte l'uno all'altro, chini con la stecca sull'erba, davanti alla palla, pronti per sentire l'arbitro fischiare.

«Ehi, va tutto bene?», domandò Barry, scorgendo dalle sbarre del casco il viso di Mike che sembrava rigido.

«So cosa sta succedendo», rispose lui, «Non fare il carino con me».

«Di cosa stai parlando?».

Il fischio dell'arbitro non si fece attendere e i due si scontrarono per la possessione della palla. Mike ebbe la meglio buttandolo a terra e trascinò la palla nella rete della stecca per tutto il campo, schivando gli avversari, scaraventando giù la difesa, e infine lanciando la palla contro la porta, segnando. Nonostante non l'avesse passata agli altri membri della squadra liberi, loro erano felici del punto assegnato, andando a congratularsi. Mike lanciò un'occhiataccia a Barry che intanto si era tolto di nuovo il casco, fissandolo.

Non comprendeva cosa gli fosse preso all'improvviso e guardò verso gli spalti per trovare gli sguardi perplessi delle ragazze. Perplessi almeno quanto lui.

Il gioco riprese in fretta. La palla passava da una stecca all'altra per la squadra di Barry, mentre la Sunrise tentava di bloccarli. Veloce, Barry superò ogni difesa e aspettò l'arrivo della palla. Gliela passarono, si stava girando per tirare in porta quando Mike gli si buttò addosso con quanta più forza poteva e sbalzò entrambi a terra in modo violento. L'arbitro fischiò subito, correndo a vedere la situazione; non ci mise molto a dichiarare il fallo.

Sia Kara che Iris si alzarono, cercando di capire cosa fosse successo. «Barry si è fatto male», disse subito la prima, preoccupata. Entrambe decisero di correre da loro, seguite da Lena e Megan.

«Che cosa ti è saltato in mente?». Kara gli si fiondò addosso e Mike, seduto in panchina, dovette ripararsi con un braccio per paura che lo picchiasse.

«Smettila, mi sono fatto male anch'io», dichiarò, facendole notare che un paramedico si stava chinando su di lui per controllargli la gamba sinistra.

Megan prese Lena per un braccio ed entrambe seguirono Iris dall'altra parte, che era corsa per soccorrere Barry. Ben due paramedici controllavano le condizioni del ragazzo, seduto in panchina. Uno gli stava fasciando un braccio e l'altro gli controllava un ginocchio. Barry sorrise quando le vide.

«Barry! Oddio, come ti senti?». Iris si accostò, chinandosi verso di lui, lasciando lo spazio ai paramedici di intervenire.

«Sto bene», annuì lui, sudato. «Giusto qualche graffio. E una contusione, probabilmente», abbozzò una risata. Adocchiò Kara che si stava avvicinando, facendole un gesto con la testa. Lei sembrava piuttosto arrabbiata. «Lui? Come sta?».

«Bene. Fin troppo», brontolò, avvicinandosi.

«Si può sapere cosa gli è preso? Non era per bloccarlo, gli è andato addosso con l'intento di fargli male», disse Iris, guardando Mike con la coda dell'occhio, dall'altra parte, intanto che in campo il gioco riprendeva senza di loro.

«Non ha nulla di diverso da sempre», rispose Megan per prima, scrollando le spalle a uno sguardo di Kara, mentre Lena le accennava un sorriso.

«Mike pensava che mi vedessi con Barry», chiuse gli occhi e prese un grosso respiro, pensando a quanto si sbagliasse.

«Io e te?», rise lui, fermandosi perché gli facevano male le costole. «Che coppia, eh?».

Lei sorrise, scuotendo la testa.

 

La squadra di Barry vinse la partita anche senza Barry, ma la cosa non diede fastidio a Mike quanto più sapere che Kara non si vedeva con lui, ma che ora era così arrabbiata che probabilmente non gli avrebbe ridato un'altra occasione mai più ed era già tanto sperare che gli rivolgesse di nuovo la parola, una volta che si fosse calmata. Barry e Iris decisero di tornare a Central City con il pullman della squadra. Il ragazzo si stava riprendendo in fretta come sempre e sapeva che presto avrebbe potuto correre di nuovo.

Iris abbracciò Kara e poi Lena, felice di averla conosciuta, mentre Barry strinse Kara un po' più a lungo. Si guardò un po' intorno e, scorgendo Iris e Lena impegnate a parlare, l'avvicinò ancora per dirle un'ultima cosa prima di salire sul bus.

«Credo anch'io che tu e Mike non siate adatti per stare insieme», le sorrise, «Ma forse hai una nuova opportunità, più vicina di quanto pensi».

«Oh, tu non hai idea di cosa io pensi in questo momento», gonfiò gli occhi.

Li richiamarono dal bus e se ne andarono, mentre Kara ripensava alle sue parole, non capendo proprio cosa volesse dirle. Li salutarono e l'autobus diventò sempre più piccolo, svanendo poco a poco. Lena la scorse con la coda dell'occhio e sorrise, iniziando a camminare al suo fianco per rientrare al cancello del campus.

«Iris mi ha confidato una cosa», disse a un certo punto mentre Kara guardava rigida davanti a lei, ricordandosi solo in quel momento che erano sole e che avrebbe preferito la compagnia di Megan, che invece se l'era svignata per andare di nuovo dal signor Jonzz. «Ha detto che pensava che tra noi ci fosse qualcosa».

Kara avvampò, voltandosi di scatto. Il suo cuore si fece agitato. «Cosa? Qualcosa, tipo cosa? In effetti tra noi ci sono un sacco di cose, tipo la distanza dal campus alla Luthor Corp, o-o tra casa di Eliza e Lillian, dove abiti… o altre tipo di- sì, distanze, insomma, tra noi», rise cercando di non impappinarsi, intanto che i suoi occhi balzavano da un punto all'altro, in preda al panico. Senza guardare dove andava, inciampò e Lena la prese per un braccio, sorridendole. Kara si staccò da lei come se le avesse dato la scossa. Erano davanti al cancello e Lena le si avvicinò, si avvicinò decisamente troppo e lei fu costretta a retrocedere.

«Intendeva in modo romantico, Kara», strinse i denti, annuendo, «È assurdo, lo so. È ciò che le ho detto».

«I-Infatti», sbuffò, senza riuscire a guardarla negli occhi troppo a lungo, «Tu ci scherzi, ma-».

«Ci scherzo?», inarcò un sopracciglio.

Kara la scrutò prima di rispondere, incerta su cosa dire. «T-Tu… voglio dire, tu non hai una cotta per me o una cosa del genere».

«Una cosa del genere».

Kara rise alzando la voce, guardando verso il cancello. « Quello ! Tu non- E io non- E poi le nostre madri…».

«Sì, loro stanno insieme. Tu sei praticamente mia sorella», infine, Lena ansimò, allontanandosi da lei di colpo, proseguendo verso il cancello.

Il cuore di Kara saltò un battito. « O forse no », bisbigliò, seguendola.

 

«Megan! Meno male che ci sei». Le corse incontro appena lei aprì la porta della loro camera.

«Va bene», la guardò, «Cosa succede?».

Avrebbe voluto lasciarle il tempo di cambiarsi da sola e in pace, di andare in bagno, di mangiare qualcosa indisturbata, se voleva, ma non resisté alla tentazione di starle vicino come una zecca qualunque cosa facesse, portando con sé uno sguardo avvilito. E non che Megan non avesse insistito per farsi raccontare cosa avesse, perché era ovvio che morisse dalla voglia di farlo, ma ogni volta che tentava di aprire bocca Kara annaspava, si sistemava gli occhiali, si grattava e si guardava intorno, non necessariamente in quest'ordine. Infine, Megan decise di passare alle maniere forti: le prese i polsi e l'accompagnò sul letto a sedersi, mettendosi poi al suo fianco, senza lasciarla andare prima che gesticolasse ancora.

«Allora, cosa turba Supergirl questa notte?».

Kara deglutì, diventando rossa. «Beh, mi sono accorta…».

«Che hai una cotta per Lena Luthor».

«Cosa?».

«Cosa?», strinse i denti, «Tu non-? Oh, fai finta che non abbia detto nulla, era tipo uno spoiler».

Lei tirò indietro la testa, simulando un lamento. «Ho una cotta per Lena Luthor! Tu lo sapevi! Per questo mi hai consigliato l'abito per quella cena…».

«Kara». La lasciò andare, sospirando. «Lo stavi nascondendo bene, ma alcuni comportamenti ti tradiscono. Lo stavi , perché oggi sembravi più tesa del normale e penso che la cosa ti sia sfuggendo di mano, ragazza».

«Ma-Ma io me ne sono accorta oggi».

«Ah».

«È una cosa… sbagliata», sussurrò con paura nello sguardo, fissando attentamente l'amica. «Non so cosa fare, come comportarmi. Non dovrebbe essere così».

«E come dovrebbe essere?».

«Dovrebbe essere mia sorella. O quasi. E giuro che sto davvero odiando quella parola», digrignò i denti, nervosa, ricordando il viso di Lena che sottolineava il loro status. «Ma è quello che tutti si aspettano, di certo Eliza e Lillian».

«E io non dovevo innamorarmi di un uomo più grande. Il mio coach, poi», le disse e Kara aggrottò le sopracciglia, ascoltando. «È sbagliato sotto tutti i punti di vista, ma... è successo. Non puoi fartene una colpa, ci sono cose che non si scelgono e i sentimenti sono tra quelle cose. Succede e basta. Puoi portare pazienza e sperare che la cosa passi via da sola o…», la guardò con un sorriso, «O buttarti, bella. Per quanto mi riguarda, d'altronde, poi è stato bello, perché cercando un modo per farmi notare da lui, ho scoperto che anche lui provava le stesse cose».

Kara arrossì. «Lena non- Lei ci scherza, lo so, e lo ha praticamente ammesso, ma non-», si fermò per sorridere, guardando altrove. «Mi fa strano anche solo pensarlo, Megan! Lei flirtava e sono sicura di questo», la intimò con lo sguardo di non contraddirla, «ma non prova per me ciò che io provo per lei».

«E tu cosa provi per lei?».

«… tutto».

 

Lena si sdraiò sul letto, coprendosi. Non aveva voglia di dormire e si mise a pancia in su, perdendosi nei suoi pensieri. Quella giornata era stata così lunga e l'indomani c'era la mostra di fotografia sulle barriere architettoniche sponsorizzata dalla Luthor Corp, e sapeva sarebbe stata lunga altrettanto. Ma fortunatamente Kara era con lei e si sarebbe annoiata un po' meno. Ringraziava che avesse accettato; non aveva mai avuto nessuno, se non Lex prima che si trasferisse, che stesse al suo fianco in momenti come quelli. Non qualcuno che lei voleva ardentemente al suo fianco, se non altro.

Si stava arrendendo all'idea che la cotta di lei le stesse passando. Lo pensava spesso, ma ogni volta che lei si fermava a guardarla allora tutto tornava a galla come prima. E il fatto che stesse pensando a una cosa del genere, era la prova stessa che non era vero. E quell'oggi, la discussione con lei… Kara le era sembrata strana, più agitata, diversa. Come se, deglutì, ricambiasse . Come se fosse agitata per lei. E il fatto che avesse scartato a priori, parlandole di qualcosa tra loro, la cosa più ovvia… Si stava inventando delle cose per sviare l'argomento. Lena arrossì involontariamente, sorridendo.

Ammetteva di essersi un po' strusciata contro di lei di proposito, per esaminare la sua reazione, e credeva di poter affermare che avesse superato l'esame. Ma quella possibilità cambiava qualcosa nella loro prospettiva? Kara poteva davvero innamorarsi di lei? Sussultò e si tirò in su la coperta fino al collo, iniziando ad avere i brividi. Se davvero Kara… pensò, poteva rischiare? Poteva rischiare di mettere in pericolo i rapporti familiari se significava baciarla davvero?

 

«Oddio, ma è meraviglioso», Eliza si lasciò andare a tutto il suo stupore, entrando nella prima sala dedicata alla mostra. Un salone ordinato, diviso per corridoi da pareti di plastica bianca su cui sopra erano affisse gigantografie in bianco e nero incorniciate, sotto moquette colorata, un colore tenue diverso per ogni corridoio, installata per l'occasione per sottolineare le diverse realtà trattate. C'erano archi che portavano ad altri saloni, scivoli invece di scale, due ascensori per il piano superiore. Eliza si era lasciata incantare, guardando intorno a lei com'era diventato quel posto: lo aveva visto qualche mese prima quando la Luthor Corp lo aveva comprato; un rudere che i vecchi proprietari, se nessuno lo avesse acquistato, volevano abbattere. Lillian le aveva detto che lei e Lena avevano in mente dei progetti, ma non si aspettava un uso così onorevole della struttura, oltre alla ristrutturazione che aveva risaltato la natura antica, lasciando colonne e affreschi originali, invece di eliminarli per passare a uno stile più moderno.

Per ogni salone c'erano più artisti che parlavano delle loro fotografie al pubblico, cosa avevano voluto dimostrare; alcuni di loro in carrozzella, in stampelle. Vicino a uno degli ascensori e un arco che apriva a un altro salone, c'era un banco con bibite, stuzzichini e dei dépliant. C'era già il pienone e avevano aperto da pochi minuti.

Lei e Lillian salutarono dei conoscenti con la loro famiglia, un giornalista che fece loro delle foto, e passarono oltre, la seconda con un braccio intorno alla schiena della prima, entrambe con indosso dei vestiti eleganti e scarpe alte. Un altro giornalista chiese loro una foto e le due si fermarono, sorridendo, in posa.

«Cosa ne pensi?», le domandò Lillian, per poi salutare un'altra coppia di amici e qualcun altro, da lontano.

«Loro non sono venuti anche alla nostra festa di fidanzamento? È da allora che non li vedevo».

«Oh, sì. Loro non si perderebbero mai un evento, anche se non si interessano di fotografia né tantomeno dell'abbattimento delle barriere architettoniche». Sorrise raggiante quando la coppia interessata le notò e le salutò con un gesto. «Sono terribilmente snob», biascicò a denti stretti, «Seguimi. Allontaniamoci prima che venga loro in mente di raggiungerci». Le circondò la vita con un braccio, scortandola presso uno dei corridoi.

Ferdinand parcheggiò nella piazzetta davanti alla mostra e uscì per aprire loro gli sportelli posteriori. Kara era felice che fosse finalmente arrivato il momento di scendere dalla macchina e per poco non sbatté la portiera in faccia all'autista, correndo di fuori. Le era mancata l'aria, accidenti. Per tutto il tempo.

Lena le sorrideva e lei si sentiva svenire. Lena le si avvicinava e si sentiva implodere. Lena le parlava e lei faticava a capire cosa dicesse perché glielo diceva con quelle labbra, quelle labbra che oh , erano diventate così sensuali che si intratteneva a guardarle, così sentiva che diventava calda e doveva girarsi e farle ripetere tutto. Era diventato tutto così imbarazzante, all'improvviso. Riusciva persino a sentire il suo odore prima che si avvicinasse troppo, e quello del suo respiro che le faceva provare i brividi sulla pelle. Sapeva di dover concentrarsi: il segreto stava tutto lì. Tutto lì.

«Kara? Ti senti bene?».

«Certo», le sorrise, cercando di riprendersi di colpo. La guardava con quell'aria preoccupata che la rendeva così bella. No, era bella sempre. Ma in quel momento era bella per lei; quello sguardo era solo suo. «Maledette farfalle», sospirò.

«Farfalle?».

«Sì. Mh », agitò una mano per aria, ridendo convulsamente, «So-Sono dappertutto. Andiamo?». Entrò così di fretta che Lena non riuscì a starle dietro; un uomo la fermò all'ingresso e Kara sparì dalla sua vista.

Si guardò attorno con incanto come sua madre prima di lei, talmente distratta nel vedere le magnifiche pareti di pietra e gli archi che inciampò sul vestito di una donna, tirandoglielo. Lei la guardò male mentre si allontanava. Si scontrò con qualcun altro ma non ci diedero peso poiché c'era davvero troppa gente e Kara passò il suo tempo a scusarsi. Poi si fermò, accorgendosi di aver perso Lena. Oh, ora si sentiva in colpa: voleva la sua compagnia e lei, per lo stupido imbarazzo, l'aveva lasciata sola. Cercò di intravedere qualcosa in mezzo alla calca dell'ingresso nel primo salone, quando si sentì picchiettare su una spalla e si voltò, estraendo un grosso sorriso. «Winn».

Si abbracciarono e il ragazzo sorrise a sua volta. «Ti stavo chiamando, ma siccome non rispondevi mi sono avvicinato. Sei qui da sola? Ho visto tua madre con la signora Luthor, poco fa».

«Credo di essermi persa Lena», brontolò, continuando a cercarla alzando lo sguardo oltre le teste delle persone, mettendosi in punta di piedi.

Lui, vestito in modo impeccabilmente elegante con completo blu scuro e cravatta, la scrutò con titubanza, arrossendo: indossava un vestito stretto in vita, celeste, che andava ad allargarsi con la gonnellina che le arrivava poco sotto le ginocchia. Sbracciata, si notava che faceva sport. I capelli erano legati in alto, ben stretti. Le ammirò il collo nudo e, come se fosse stato sorpreso a guardarla troppo a lungo, si voltò di scatto, prendendo un grosso respiro. Pensò che quella sarebbe stata la sua occasione. «Oh, beh, sarà impegnatissima, se vuoi puoi stare con me», disse estraendo il suo sorriso migliore. «Sono un ottimo intrattenitore. In realtà, sono venuto qui solo per dare un'occhiata, ma la signora Luthor mi ha dato questi», mostrò il mazzetto di dépliant che aveva tra le mani, anche se lei in realtà continuava a cercare Lena, voltandosi appena con aria distratta e prendendone uno, «vuole che li distribuisca. Non penso che sappia come mi chiamo, ma doveva ricordarsi che lavoro per sua figlia e doveva aver notato in me una persona», sorrise, guardando Kara, «molto fidata per-per chiedermi di aiutarla. Che ne dici-».

«Ah, eccola», sorrise, voltandosi per abbracciarlo di nuovo, «Grazie per la compagnia, sei un vero amico».

« S-Se andassimo insieme a distribur - no, certo», si sforzò di sorridere anche lui, vedendo che la ragazza si immergeva di nuovo in mezzo alla folla, «Sono un vero amico. Già».

Lena, avvolta nel suo attillato abito scuro, i capelli che le scendevano lisci sulla schiena, retta su fini scarpe a spillo che le stringevano le caviglie, era così bella. Di nuovo. Sorrideva e parlava agitando una mano, socchiudendo gli occhi chiari, annuendo con un gesto elegante. Di lei tutto era elegante, pensò Kara, chiedendosi come non fosse mai riuscita ad accorgersene prima. Arrossì incantata, sorridendo debolmente, finché qualcuno non le pestò un piede e si costrinse a svegliarsi e ad andare da lei, dopo aver lanciato un'occhiataccia contro ignoti.

«Sono tutti giovanissimi e sono stati selezionati per partecipare. Le opere dei partecipanti che non hanno passato la selezione per la presentazione sono al piano di sopra insieme a degli schemi dei prossimi progetti della Luthor Corp per combattere le barriere architettoniche».

«Oh, sono di sopra?», sorrise la signora e Lena a sua volta, «Fate sempre qualcosa, eh?».

«È il nostro lavoro, oltre che nostro dovere verso voi».

La donna rise ammiccante, sventolando una mano. «Tu e tuo fratello siete degli adulatori».

«Lui lo è, io sono sincera».

« Lena! ». Kara alzò la voce e le si piazzò accanto, indicando dietro di lei. «Ti stanno cercando dappertutto, dov'eri finita?».

«Oh, deve andare?», la signora si protese in avanti, dispiaciuta, e Lena guardò Kara e poi lei, corrucciando lo sguardo.

«Mi dispiace, ma troverà ogni risposta a ogni sua domanda nel dépliant».

Kara le mostrò il suo e glielo lasciò con un sorriso, poi entrambe sorpassarono un gruppo di persone e corsero fino al salone a sinistra, nascondendosi dietro uno dei corridoi dove, distante, un ragazzo in carrozzella parlava a un altro gruppo con alle spalle una foto. Lena si appoggiò al muro di pietra e tirò un sospiro di sollievo.

«Non riuscivo a scappare», disse d'un fiato e dopo sorrise, gli occhi chiusi.

Kara rise, vicino a lei. Attirarono l'attenzione del ragazzo sulla sedia e gli ospiti che intratteneva, ma non più di un'occhiata.

«Partecipa a ogni evento organizzato dalla Luthor Corp, una specie di cliente fisso, se così vogliamo chiamarla, e ogni volta parla, parla tantissimo, e non riusciamo ad allontanarci da lei. Grazie per avermi salvato».

Si voltò a lei arrossì, abbassando lo sguardo.

Com'erano iniziate le cose tra loro? Kara ormai ci pensava come se fosse un lontano ricordo. Ah, con un colpo a una valigetta e una spinta, con una guerra di antipatie composta da dispetti infantili e colpi bassi, eppure ora erano lì, vicine, complici come non lo erano state mai. Fecero il giro della sala, salutarono chi Lena conosceva e anche chi non conosceva, scambiarono due parole con una delle artiste e Kara le portò dell'acqua perché non poteva spostarsi troppo dalla sua postazione con la gente che andava e veniva, incrociarono Winn che distribuiva i dépliant e Lena glieli confiscò perché non era lì per lavorare, riportandoli al tavolo, dove Kara si servì di tre stuzzichini al formaggio. Risero, Lena trascinò Kara a fare una foto con lei per un giornale e Kara la trascinò invece a fare un giro dei saloni con lei, seguendo le indicazioni su uno dei dépliant che si era tenuta da quelli requisiti a Winn.

«Non ci credo: Proiettile », esclamò all'improvviso con un sorriso, scrutando all'interno della borsa impellicciata di una signora il piccolo pinscher color caramello.

«E tu come fai a- Oh, lascia perdere».

Il cagnolino tirò fuori la testa che incurvò appena udì il suo nome.

«Il mio piccolino è un coccolone», rise la padrona, lasciando che Kara si piegasse per accarezzarlo.

«Ciao, Proiettile». Allungò la mano ma il cucciolo la morse e Kara tornò indietro di scatto, massaggiandosi il dito ferito, guardando il piccolo cane con affronto.

«Come fa a saperlo? Tutti mi hanno fatto i complimenti: è un nome così inusuale».

«Oh, gliene ho parlato io! Proiettile è adorabile», intervenne Lena.

La donna le lasciò con una camminata soddisfatta e Kara aggrottò le sopracciglia. «Capisco perché lo ha chiamato così». Si voltò quando sentì Lena ridere.

«Fammi vedere».

Le prese la mano nelle sue e guardò il piccolo taglio con attenzione, mentre Kara avvampava. Non poteva strapparle la mano e tentò con ogni mezzo di restare immobile, tanto che sentì il sangue ritirarsi dalla mano al braccio in tensione. Lena tirò fuori dalla borsa un fazzolettino e le pulì un rivolo di sangue. Kara non sentì più nulla se non il suo cuore a ritmi pericolosamente alti e, se faceva abbastanza attenzione, il pavimento sotto ai suoi piedi, il resto era vuoto. Doveva, o si sarebbe ritirata come una tartaruga.

«Oh, un piccolo taglietto, Proiettile cattivo», mugugnò lei facendo una smorfia con le labbra. «Eppur sei viva, Supergirl », la lasciò andare, prendendola in giro.

Kara deglutì, tenendosi la mano con l'altra. «… grazie». Era dubbiosa sul dirglielo perché quella situazione si era fatta strana, ma fortunatamente il sentire la risata di sua madre Eliza fece distrarre entrambe. Si voltarono e videro lei e Lillian parlare davanti a una coppia, così si avvicinarono, riparandosi dietro il muro di plastica di uno dei corridoi. Li riconobbe subito, erano i genitori di Mike: il senatore Gand e consorte. Lui non c'era. Spiarono le due coppie per un po', cercando di udire i loro discorsi sulla mostra. Lillian ne parlava con orgoglio ed Eliza la spalleggiava, ricordando ai Gand quanto fosse decadente quel posto prima che la Luthor Corp lo comprasse.

«In effetti il restauro ha fatto un buon lavoro», concordò Kara, a bassa voce.

«Grazie».

«Come…?».

«Ho coordinato io i lavori in concomitanza con l'università, mesi fa».

«Ah», si zittì, diventando rossa. Eliza rise di nuovo ma Kara non poté fare a meno di notare gli strani sguardi che si lanciavano Rhea Gand e Lillian Luthor, come se avessero un loro linguaggio segreto oltre alle parole e ai gesti che si facevano. «Finalmente tua madre ed io abbiamo una cosa in comune: l'odio di quella donna».

«Si conoscono da sempre», rispose Lena, «Ma non ho mai inquadrato che tipo di rapporto abbiano».

Li videro separarsi e Kara li tenne d'occhio, sperando di non incontrarli. Stavano percorrendo il corridoio ma, dal verso opposto, furono Lillian ed Eliza a sorprenderle.

«Te l'avevo detto che le avremmo beccate», rise Eliza, abbracciando una e poi l'altra, lo stesso fece poi Lillian, con più il solito distacco. «Sono davvero contenta che siate venute entrambe ed è un peccato che Alex non sia qui per via del lavoro. Almeno voi divertitevi, va bene?». Sorrise a tutte e due, che ricambiarono.

Un fotografo chiese di poter fare una foto e Lillian cercò di mettere tutte più vicine, intanto che l'ansia di Kara cresceva. «È sua figlia, signora Danvers?», domandò e la donna annuì, avvicinando lei e Lena più di quanto già non fossero.

«Sì, Kara. Sono le nostre figlie».

«Va bene, ora una sola per le madri», le divise, «E poi una con le sorelle».

Kara alzò gli occhi al cielo, ma tutte fecero come ordinato. Le due si staccarono appena ne ebbero l'occasione.

«Avevi proprio ragione, Lillian», sussurrò Eliza, vedendole allontanarsi insieme, «Era solo questione di tempo prima che si avvicinassero. Sono proprio contenta di vederle andare d'accordo».

«È vero», rispose lei, pur guardando sua figlia Lena con qualche sospetto: non era da lei lasciarsi avvicinare tanto da qualcuno. «Ricordi quando insistetti che Lena non stesse in una camera da sola? Dopo la morte di suo padre temevo si chiudesse ancora di più in se stessa, speravo quindi che una compagnia, anche se per poco tempo… ma Kara l'ha proprio conquistata». Così la circondò con un braccio e si scambiarono un fugace bacio.

 

                                                                                     

 

« Sorelle », brontolò Kara in un bisbiglio, passeggiando da sola, di fianco a enormi carte protette da vetri che illustravano alcuni progetti della Luthor Corp per abbattere le barriere architettoniche a National City. Una, enorme, era una piantina quasi completa della città e riempiva una parete. « Una con le sorelle », ripeté, fermandosi a guardarla a metri di distanza, seppur presa da altri pensieri. Si guardò intorno, scoprendo che erano ancora davvero poche le persone che salivano al primo piano dell'edificio, concentrandosi al pian terreno. Sbuffò, aspettando Lena che le aveva detto di stare tornando, ricominciando a camminare, girando verso le foto appese, pestando un piede.

«Oh, mi scusi». Erano pochi lassù ed era comunque riuscita a scontrarsi con qualcuno. 

Lui accennò una risata e le prese una mano, baciandola all'istante. «Errore mio, signorina Danvers. Così preso dalla magnificenza di questa mostra che non guardavo dove mettevo i piedi».

Kara impallidì davanti allo strano sorriso di Maxwell Lord. «Non sapevo ci fosse anche lei, non l'avevo vista, prima».

«Sì, non sono qui da molto», rispose disponendo le mani dietro la schiena, alzando poi lo sguardo alla sala, adocchiando di sfuggita tutto ciò che riusciva. «Ma non potevo assolutamente perdermi tutto questo». Doveva aver udito anche lui i tacchi di Lena all'ingresso, poiché sorrise e la guardò di nuovo. «Sono felice di averla incontrata, è stato un piacere. Mi saluti sua sorella. Oh », si fermò e Kara roteò gli occhi, «Intendo l'altra: Alex». Le fece l'occhiolino prima di uscire, scambiando un cenno di saluto con Lena che entrava.

«Non ci credo che sia qui», scosse la testa lei, avvicinandosi con due bicchieri di spumante.

«Starà prendendo appunti per il prossimo colpo».

«Non ci sarà un prossimo colpo, dammi retta», ansimò e dopo cambiò completamente espressione, guardandola in viso. «Ecco a te», le mostrò uno dei bicchieri. «Tu non piaci a me e io non piaccio a te, ma siamo costrette a frequentarci per le nostre madri. Così ti vorrei offrire da bere».

« Oooh », scoppiò a ridere, prendendo il bicchiere. «Va bene».

Avvicinarono i bicchieri e li fecero tintinnare, bevendo un sorso.

Kara era rossastra in viso e non certo per lo spumante. Era riuscita a guardare in faccia Lena senza nascondersi, scappare, girare lo sguardo, o muoversi imbarazzata come se avesse addosso le formiche, e il che era un gran passo avanti, se non che sentisse il grande bisogno di baciarla…

«Vorrei baciarti».

« Eh? », Kara spalancò gli occhi e Lena si zittì in fretta, mordendosi un labbro, ascoltando i passi delle persone appena uscite dall'ascensore.

Era rossa, forse più rossa di lei per via della carnagione più chiara, ma Kara non era certa di aver sentito bene. Stava per chiederle di ripetere quando una voce la interruppe:

«Signorina Luthor?».

«Oh, sì». Lena si destò quasi con un balzo, felice che lui le avesse interrotte. Mandò giù il resto del bicchiere e guardò Kara. «È da quando me ne hai parlato alla cena che ci penso: credo di sapere chi è tuo cugino». Si avvicinò a lui e Kara la seguì con lo sguardo, tentando di riconcentrarsi. «Kara, ti voglio presentare Clark Kent, reporter del Daily Planet di Metropolis».

I due si bloccarono, guardandosi come rapiti dagli sguardi reciproci, consci di aver appena ritrovato un pezzo di loro perso da tempo. 

 

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

«È una S ?», aveva domandato la piccola Kara, scorgendo il foglio su cui stava disegnando suo cugino Kal, a fianco a lei sul tavolo.

«No», aveva riso lui come se la domanda posta fosse troppo sciocca. «È un simbolo, il nostro . Me lo ha mostrato mio padre, lo hanno disegnato lui e tuo padre quando erano ragazzi. Significa speranza ed è l'emblema degli El».

Kara aveva annuito. «Non lo sapevo…».

«Adesso che lo sai non dimenticarlo, per favore. Forse loro lo hanno fatto», aveva detto, adocchiando i loro genitori attraverso la porta della stanza accanto che discutevano animatamente di lavoro.

 

Kara corse ad abbracciarlo e lui la strinse a sua volta dopo un attimo di sorpresa. Lena li guardava in disparte, con trattenuta emozione.

«Sai chi sono?», domandò lei, ma in cuor suo conosceva già la risposta poiché non avrebbe potuto abbracciarla in quel modo se non fosse così.

«Kara Zor El», lui sorrise e si guardarono, «La mia amata cugina».

Si strinsero ancora e Lena appoggiò i loro bicchieri su un tavolino.

«La mia amata piccola e rompiscatole cugina», specificò allora e la sentì ridere, rialzando un poco lo sguardo e strofinandosi un occhio.

«Sono Danvers, adesso».

«Ma certo». Lui alzò lo sguardo verso Lena e lei gli annuì con un sorriso. «Allontaniamoci, abbiamo un sacco di cui parlare».

Kara gli disse di sì ma cercò subito Lena, che confermò con lo sguardo che potevano lasciarla.

«Ci sentiamo più tardi, se vuoi», le rispose e la vide andare verso un gruppo di curiosi che si facevano domande sui progetti della Luthor Corp, così Kal la accompagnò verso l'ascensore.

Era lui. Era proprio lui. Cresciuto, con i capelli ordinati da un lato, altissimo, dalla postura possente, ma con il solito sorriso e gli occhi azzurri che le ricordavano casa. Le ricordavano casa, sì, ma una casa diversa, lontana, quella che pensava non avrebbe più ritrovato e si sentiva un po' una bambina smarrita, quella Kara bambina che, in una sera, aveva visto il suo mondo sparire in un suono sordo.

«Quando Lena Luthor mi ha cercato e mi ha invitato alla mostra qui a National City per scrivere un articolo per il Daily Planet, beh, sono rimasto un po' sorpreso… Sarebbe venuto qui qualcun altro e mi chiedevo perché dovessi essere proprio io».

«Tu e lei vi conoscete?».

«Diciamo di sì. È la sorella minore di un ragazzo che conosco, o conoscevo».

«Lex».

«Sì». La guardò con interesse, poi, illuminato dalla luce dei lampioni e della luna. Era notte, ormai, e camminavano sul marciapiede, fermandosi ai pressi della stazione dei bus, sedendo su una delle panchine vuote e fredde. «Quasi dimenticavo la novità: la tua madre adottiva è fidanzata con la madre di Lex, quindi vi siete conosciuti così… è proprio piccolo il mondo! Lei mi ha poi spiegato perché voleva che ci fossi io. Ma non ero sicuro di venire».

«Perché?».

«Perché avevo paura».

Kara abbassò lo sguardo, stringendo le labbra. «Probabilmente ne avrei avuta anch'io se me lo avesse detto, invece di farmi una sorpresa», sorrise.

«E poi non ero sicuro fossi davvero tu. Ma mi faceva più paura sapere che fossi davvero tu», confessò con sguardo teso, «È passato così tanto tempo».

«Già. Da quanto tempo ricordi?».

«Da qualche anno… Ma non tutto, ricordo a tratti. Ricordo te», le sorrise e Kara sentì una morsa allo stomaco.

Immaginò che anche lui, come lei, avesse trovato un'altra casa in tutti quegli anni trascorsi separati, eppure una parte di lei si era sentita tradita nel sapere che Kal, il suo Kal, la ricordava e non l'aveva cercata. Ma in fondo anche lei si era decisa a vivere la sua vita lontana da lui, senza chiedersi dove fosse e cosa stesse facendo né, soprattutto, se la sua memoria fosse tornata. «Quindi adesso sei un reporter?», gli sorrise di colpo, lasciando stare i suoi pensieri.

Lui ricambiò il sorriso e una luce di soddisfazione apparve nei suoi occhi chiari. «E Lena Luthor mi ha raccontato che vorresti diventarlo anche tu».

«Vorrei, sì, diciamo che ci sto pensando… Credo proprio di sì».

«Sì», annuì, «Sei proprio mia cugina: certe cose le abbiamo nel sangue».

Passarono insieme un'ora, il tempo concesso a Clark, il suo nome per intero, di prendere l'ultima corsa della metro per tornare a Metropolis, dove conviveva con la sua fidanzata, disse. Si erano ritrovati, ma le loro strade dovevano dividersi. Lei lo accompagnò e si abbracciarono ancora, a lungo, prima di promettersi di rivedersi presto.

«L'emblema degli El», esclamò in un sorriso prima di lasciarlo andare, indicando un disegno scavato a penna blu sul marsupio del ragazzo. Era piccolo e in un angolo, ma a lei non era sfuggito di certo.

Lui ricambiò immediatamente il sorriso, entrando appena in tempo prima che le porte si chiudessero.

Kara tornò alla mostra con il cuore che le rimbalzava in petto come un tamburo, ancora eccitata per ciò che era successo. La mostra era ancora piena di gente e si ritrovò a parlare con alcuni artisti e poi sua madre, che le spiegò, quando Lillian si era distratta per discutere con uno degli artisti, che Lena era tornata a casa ma che aveva lasciato detto a Ferdinand di riaccompagnarla al campus prima che prendesse loro, che si sarebbero trattenute fino a tardi. Si sorprese di restare tanto dispiaciuta perché lei non c'era più, come se si fosse sentita improvvisamente senza un arto, sola. Il che era un po' strano se pensava a Kal che se n'era andato e lui era tutto ciò che le restava della sua vecchia vita.

«Ehi».

«Ehi» , rispose la calda voce di Lena, bassa, al cellulare.

Era tardi e Kara pensò che forse non avrebbe dovuto chiamarla, ma doveva assolutamente ringraziarla. Aprì la porta della sua camera al dormitorio e notò che Megan ancora non c'era: a quanto pareva, la serata tra lei e il signor Jonzz stava andando meglio di quanto programmato. Sperava solo di aver avvertito il guardiano che avrebbe fatto tardi se non voleva rischiare di stare fuori per la notte. Si bloccò: a meno che non volesse stare fuori per la notte. « Ohu », mugugnò, massaggiandosi la fronte: ora non riusciva a staccarsi di dosso il pensiero di Megan e il signor Jonzz insieme.

«Tutto bene, Kara?» .

«Sì, sì, pensavo solo alla mia compagna di stanza che non è ancora tornata. Emh… volevo, sì, ecco, ti ho chiamato per ringraziarti», si fermò per sorridere anche se non poteva vederla, «Quello che hai fatto per noi è davvero… davvero carino, non so proprio come sdebitarmi».

«Non devi sdebitarti» .

«Ma devo fare qualcosa», si morse la lingua, ricordando improvvisamente le parole di Lena quella sera: vorrei baciarti . Il suo cuore saltò un battito. Doveva aver sentito male, ma… Non ebbe il coraggio di chiederglielo e lei, dall'altra parte, si era fatta ancora più silenziosa. «Kal ed io abbiamo anche parlato del mio futuro e grazie a lui penso proprio che andrò dritta verso il mio sogno di fare la reporter! Beh… anche questo è grazie a te, credo», si sedette sul suo materasso e fissò un punto distante, arrossendo. Forse doveva chiederglielo. Doveva chiederglielo, magari aveva capito male e doveva togliersi quel piccolo pensiero fastidioso dalla mente, doveva far-

«Ne sono contenta. Ti posso richiamare domani?» , la sentì, la voce un po' fredda, tanto che Kara s'imbrunì. «Sono davvero stanca e penso di dover andare a letto presto. Non te lo chiederei, ma-» .

«No, certo. Abbiamo trascorso una lunga serata e sono anch'io stanca, quindi… A domani» .

«A domani, Kara. Buonanotte». Lena chiuse la chiamata e il suo sguardo, da dolce, cambiò di colpo, diventando duro e diffidente, girandosi. Dietro di lei, una donna minuta si reggeva le mani, illuminata dalla flebile luce di un lampione sopra di loro, in quel vicolo. Era vestita elegante, trascinata fuori dalla mostra organizzata dalla Luthor Corp.

«Signorina Luthor, io davvero devo andare… E-E le ho detto ogni cosa che potevo dirle, dunque…».

«Ricapitoliamo», disse lei, con voce fredda. «Mia madre ti ha licenziata quasi un anno fa, in concomitanza con la morte di Lionel, mio padre. Tu dici che è una coincidenza, ma eri la sua segretaria da anni e una persona fidata, non avevi fatto nulla che valesse il licenziamento e da allora non hai ancora trovato un buon impiego nonostante le sue referenze».

«Come le ho già spiegato, signorina Luthor, sono stata io a chiedere a sua madre di lasciare».

«Senza un altro lavoro che le coprisse le spalle?». Le si avvicinò e l'altra si tirò indietro, respirando affannosamente. «Quantomeno avventato».

«Volevo staccare un po', mi serviva una vacanza, non può capire».

Lena annuì leggermente. «Fare da segretaria a mia madre deve essere frustrante, non lo metto in dubbio. Mi permetta però di dubitare degli eventi così come vengono raccontati poiché, sarà anche questa una coincidenza», sorrise senza la minima ilarità nello sguardo e nella voce, «ma il coroner del caso di mio padre è stato trasferito proprio dopo essersi occupato di lui. Tutte le persone coinvolte nella sua morte sono irreperibili. E ho cercato di contattare anche lei, giorni fa… Ritengo sia logico pensare che sia stata una sua svista essersi presentata oggi alla mostra, magari nemmeno pensava di trovarmi. Mi vengono sbattute porte in faccia di continuo e ogni volta che pongo una domanda, ottengo solo delle scuse. Ho solo delle scuse anche da parte sua, no?».

La donna deglutì, assumendo un'espressione più seria. «Le giuro che sono stata io a chiedere alla signora Luthor di poter lasciare il mio lavoro». Si guardarono con scrupoloso silenzio, cercando qualcosa nei loro sguardi per porre fine a quella discussione una e per arrivare a qualcosa l'altra. «Lei non deve fare domande».

«Questo mi spinge a continuare».

«E non deve», s'impuntò la donna, stringendo i denti. «Se sua madre lo sapesse… Se sapesse che sono qui, a parlare con lei di questo…», sospirò, guardando intorno a sé vacua, prima di fissarla di nuovo negli occhi. «Lasci che la chiudiamo qui, siamo troppo scoperte. Lasci che vada in vacanza con la mia famiglia, adesso, faccia lei la stessa cosa! Ci risentiremo a settembre. La aiuterò a trovare il coroner. Ma adesso lasci perdere, la prego… La prego», strinse gli occhi.

Lena deglutì, guardandosi brevemente intorno: era chiaro che quella donna era terrorizzata da qualcosa, o meglio qualcuno, e il fatto che fossero ancora tanto vicine alla mostra la faceva pensare a sua madre. Era più chiaro che mai, ora, che la morte di suo padre non era stata solo un incidente. «Posso proteggerla se-».

«No», chiosò senza lasciarle respiro, «Lei non capisce, signorina Luthor: se suo padre è morto, Lionel Luthor, cosa le fa pensare che lei possa proteggere me ?».

Lena si arrese, abbassando la testa. «Ci risentiremo a settembre. Voglio sapere tutto».

«Non saprà tutto, non da me, le dirò solo dove può trovare il coroner…».

Quella donna era irremovibile. «E sia».

«E sua madre non dovrà mai sapere di questa discussione, né che l'ho aiutata». Lena annuì e lei si irrigidì con la schiena, passandole accanto per lasciare il vicolo. «Si sta infilando in una questione più grande di lei, signorina Luthor. E glielo assicuro: non è sua madre la cattiva di questa storia».

La donna passò davanti all'auto scura ferma accanto a Ferdinand che era tornato dopo aver riaccompagnato Kara, che aspettava vigile. Lena lo raggiunse e lui le aprì la portiera, così se ne andarono.

Sospirò, poggiando la testa contro lo schienale del sedile posteriore. Era davvero stanca di quella situazione: voleva scoprire cosa era successo a suo padre e tra le bugie, i rapporti contraffatti e le mille email inviate a chi si era occupato di lui senza risposta o con quelle piccole e indisposte, non sapeva come muoversi, nessuno era disposto a parlare con lei e se non avesse intravisto la donna che aveva fatto da segretaria a sua madre alla mostra… Sospirò di nuovo. Più scavava e più si rendeva conto che, davvero, quella sembrava una questione più grande di lei, una questione che si era mangiata suo padre. Ed era un uomo potente, naturalmente… Questo le faceva capire che non poteva permettersi di parlarne con chiunque e si pentì di aver coinvolto Winn, il suo assistente.

Guardò il cellulare, ripensando a Kara, e arrossì. Le disse di volerla baciare, accidenti, e per fortuna Clark Kent aveva interrotto presto quel momento imbarazzante. Forse poteva ancora cavarsela e fingere di non averlo detto. Lei era così bella, in quel momento: rosa sulle gote, con quel suo sorriso tenero che la faceva impazzire. Non sapeva cosa fare, si era ripromessa di stare ferma per vedere cosa succedeva, ma non ci riusciva e voleva baciarla veramente. Veramente. Con quello che stava succedendo, in quello che si stava invischiando, forse faceva bene ad accettare il consiglio di quella donna e passare le vacanze con lei, con la sua famiglia, prima che a settembre… prima di qualsiasi cosa potesse succedere da settembre in avanti. Perché era certo che non si sarebbe fermata, soprattutto dal momento che sua madre voleva fermarla. Avrebbe finto con lei e avrebbe sorriso di più. E forse sarebbe anche riuscita a cavarsela con Kara. Ce la poteva fare.

Intanto, sapeva chi forse avrebbe potuto aiutarla, sotto il giusto compenso. Qualcuno che poteva coinvolgere senza pentirsi perché era scaltra e con un basso livello di moralità. E, per sua fortuna, lavorava per tutto luglio.

Entrò alla CatCo sbattendo i tacchi; l'orologio al polso segnava le nove e dieci del mattino. Prese l'ascensore e si diresse senza tregua fin alla sua scrivania, in mezzo al suono dei pochi telefoni attivi e al chiacchiericcio del personale. Si appoggiò e picchiettò le dita sul banco, così l'altra, chioma argentea e sguardo duro, fece una smorfia con la bocca appena la vide, terminando la sua telefonata e riattaccando la cornetta.

«Cosa fai tu qui? Se è per quell'articolo sulla Luthor Corp, sappi che ha già telefonato mammina e per questo sono stata richiamata dal grande capo, una gran rottura di palle…», la fissò acida, mettendosi comoda sulla sedia, «E per inciso me lo aveva approvato lei, quell'articolo… quindi… Sarebbe stato meglio per me continuare a parlare del meteo».

«Sei fuori strada, Willis, mi serve… diciamo il tuo aiuto», si avvicinò, sedendo nella sedia accanto, appoggiandosi alla sua scrivania. Si assicurò che nessuno stesse ascoltando la loro conversazione.

«Una Luthor che chiede aiuto a me? Ne sono quasi lusingata! Quasi ». La scrutò con attenzione prima di rispondere sonoramente: «No». Rise divertita, dando uno sguardo allo schermo del computer davanti a lei e poi di nuovo a Lena. «Ti piace il mio nuovo look?», si sollevò i capelli dalla nuca, facendoseli scivolare addosso, «Hanno iniziato a chiamarmi Livewire perché sembra che abbia preso la scossa ma chi se ne frega, mi piacciono, danno carattere». Sorrise soddisfatta, ma lo sguardo teso di Lena le rovinava il momento. «Va bene, quella faccia da funerale mi sta rendendo irritabile», si rimise composta, «Che vuoi da me?».

«Prima di morire per un attacco di cuore, o questo è ciò che si dice ufficialmente, mio padre è caduto da cavallo e per questo è finito all'ospedale».

«Interessante… il papà ricco è caduto da cavallo», rispose lei con aria distratta, giocherellando con una penna. «Continua…».

«Sto indagando sulla sua morte, Leslie, ascoltami. Mi serve che rintracci tutte le persone che hanno avuto a che fare con mio padre da quella caduta, all'ospedale e poi alla sua morte: poliziotti, dottori, infermieri…».

«Ci vorrà un po'».

«Tu sei brava in questo».

«Questo è vero».

«E sei discreta».

«Anche questo è vero», sorrise compiaciuta, «Ma non avrai uno sconto con le lusinghe, lo sai che non lavoro gratis».

«Verrai pagata. Ti chiedo solo una cosa: non farne parola con nessuno. Mio padre è stato assassinato e sembra che tutti stiano cercando di insabbiare il caso, le persone scompaiono… Ti lascio il mio indirizzo email: potrai scrivermi solo lì».

«Uh, mi piace: un lavoro sotto copertura», le sorrise, «Fare l'agente segreto era il mia seconda scelta. Avrei dovuto accontentarmi invece di seguire Cat Grant e il suo giornalino», scosse la testa. Lena le scrisse il suo indirizzo email su un foglio adesivo che Leslie ripiegò e si infilò in tasca, guardando intorno a loro che non stesse guardando nessuno. «Si autodistruggerà non appena lo avrò letto?», rise e Lena alzò gli occhi al soffitto. «Va bene, principessa, rilassati… Ti farò sapere appena avrò in mano qualcosa, tu intanto goditi il sole, vai a cavallo, fai qualsiasi cosa rilassi quel tuo cervellino».

Lena si alzò, rimettendo a posto la sedia. «Ti ringrazio, sì, penso che mi prenderò una vacanza. Ah, Leslie… un'ultima cosa», attirò la sua attenzione, «Mia madre non dovrà saperne assolutamente niente. Più di tutti, lei non dovrà neppure sapere che ci siamo parlate. Hai capito?».

«Oh», lei fece un grosso sorriso, «Ho capito che ti sei appena guadagnata quello sconto di cui parlavo».

Lena stava per andarsene quando sentì dei rumori all'interno dell'ufficio di Cat Grant e, affacciandosi, vide qualcuno all'interno. «È qui?», chiese. L'espressione seccata di Leslie Willis era una risposta sufficiente. «Oh, allora penso che ne approfitterò…».

 

«Mi stai ascoltando? Lui era così… così grande», Kara raccontava con sguardo sognante e Alex la guardava non riuscendo a trattenere un sorriso, felice per lei. «Lo so che era grande perché cresciuto, ma lui era grande in un altro senso, grande perché era…».

«Grande», concluse Alex per lei. Si distrasse un attimo per adocchiare un bambino che continuava a infilare la testa sotto dei vestiti per poi annusarli. La madre era lì in compagnia di un'altra donna e andava e usciva dai camerini, senza degnarlo di attenzione. Aveva provato a dire alla donna cosa faceva suo figlio, ma lei lo aveva sgridato superficialmente ed era tornata in camerino sotto i plausi dell'amica. Odiava quelle situazioni quando era lei la responsabile della boutique.

«Sì, era grande, esatto», sorrise Kara, appoggiando i gomiti sul bancone. «Non ci vedevamo da così tanto tempo… E mi ha detto che vive a Metropolis, sai, lavora e vive lì con una certa Lois Lane, la sua fidanzata. Ci credi che è fidanzato? Il mio cugino fidanzato», si perse con lo sguardo, «Mi ricordo ancora di quando gli sistemavo il pannolino…».

«Non è più grande di te?».

«Sì, è una lunga storia… Magari te la racconterà lui, sperando la ricordi, perché dobbiamo invitarlo a casa! Dobbiamo invitarlo a passare un po' di tempo con noi».

«A casa?», Alex la guardò con tenerezza, «Kara, ti sei dimenticata di mamma numero due e figli a seguito?». Pensava avessero già abbastanza confusione per permettersi di ospitare pure suo cugino, ma non sapeva come diglielo e sperava ci arrivasse da sola. Era così felice di averlo ritrovato che non voleva darle una delusione.

«Beh, sarà il caso che anche loro conoscano tutta la famiglia e lui è di famiglia».

Alex la fissò. No, non ci sarebbe arrivata.

Il bambino fece cadere un vestito a terra, distraendo qualche cliente. Alex non gli tolse occhio di dosso finché non lo vide rimetterlo apposto, ma sembrava che ci si stesse soffiando sopra il naso.

«Kara, vai dal bambino da parte mia. Sgridalo, mostragli lo sguardo più truce che riesci a fare».

«No, non sgriderò quel bambino per te».

«Ma devi», fece una smorfia con le labbra, «Io sono la responsabile, oggi, non posso farmi sorprendere mentre caccio un ragazzino, passerei per un mostro».

«Quindi il mostro dovrei farlo io?», inarcò un sopracciglio; lo sguardo addolcito di Alex non raggiunse l'obiettivo e Kara scosse la testa.

Sbuffò, continuando a fissarlo.

«Non ti piacciono i bambini…?», cantilenò la minore, «Cosa ne pensa Jamie? A lei piacciono i bambini?».

Alex la guardò distrattamente, per poi alzare gli occhi al soffitto e ritornare a puntare il bambino in mezzo ai vestiti. «Sì, a lei piacciono i bambini», rise sarcasticamente. Si fermarono quando una donna le diede una maglietta da battere in cassa. Alex la salutò mentre usciva e scorse Kara che le sorrideva. «Anzi, proprio due giorni fa mi ha detto di aver trovato l'uomo con cui un giorno farà tanti bambini».

« Uch », rispose la sorella, cercando di distrarla dal bambino che aveva fatto cadere un altro vestito. «Pensavo fossi tu l'amore della sua vita».

Alex ansimò. «Lo sai com'è Jamie: un giorno sono l'amore della sua vita e quello dopo lo è il primo, o la prima, che incontra».

«Ecco perché stai con Maggie e non con lei», rise e Alex le fece cenno con un dito, sorridendo.

«Acuta, sorellina. E adesso scusami, devo andare a strozzare un bambino». Lasciò il bancone della cassa e corse davanti ai vestiti, rimettendone a posto uno che aveva in mano il bambino e fissandolo. A lui era bastato quello per indietreggiare lentamente e poi cambiare corsia, tornando dalla madre.

 

Quella sera, Kara richiamò Lena ma la discussione non andò come previsto e, invece di cercare un modo per riprendere il discorso iniziato alla mostra con un vorrei baciarti , erano finite a parlare di Kal, del diventare una reporter e di come non fosse poi un caso che entrambi loro avevano deciso di percorrere quella strada. Lena le era sembrata felice che tra poco meno di una settimana sarebbero tornate a casa Danvers-Luthor per trascorrere agosto in famiglia, e lei era eccitata dalla cosa, sebbene quello significasse stare nella stessa camera con Lena per giorni e giorni e giorni.

«E giorni e giorni e giorni», continuò, con una mano sulla fronte. Megan le era vicina, sorseggiando una tazza di tè.

«Bevi la tua, dai», le disse, cercando di incoraggiarla. «Andrà bene. Non pensare al vorrei baciarti , quanto al ehi, hai mangiato tu il mio yogurt? ».

Kara sbatté la fronte contro il tavolo, lasciandosi andare con pesantezza.

«Non era così?».

«Basta yogurt, ti prego», brontolò. «Andrà male; andrà malissimo», rialzò la testa di scatto e aprì le mani fingendo una morsa. «Le cose sono cambiate tanto da quando mi arrabbiavo per gli yogurt, Megan! Prima mi irritava quando mi guardava, se adesso la sorprendo a guardami invece sento le montagne russe…E dovrò dormire accanto a lei, nella stessa stanza?». A d'un tratto la guardò con una nuova luce negli occhi e prese la tazza di tè bollente, finendo di berla in un sorso. Così si alzò in piedi. «Andiamo ad allenarci! Ho deciso che non mi lascerò trasportare da questa cosa! Che lei volesse baciarmi o meno, non posso tirarmi indietro».

«E hai deciso tutto in questo istante?».

«Sì. Andiamo».

Correre e poi lanciare la palla in porta, se non altro, le liberava la mente. E i giorni trascorrevano veloci uno dopo l'altro. Kara iniziava a sentire la tensione crescere, pensando a un regalo da farle per averle fatto ritrovare Kal. Cosa poteva darle per ringraziarla di una cosa tanto grande e preziosa? Qualsiasi regalo, un oggetto, non sarebbe mai stato abbastanza. Ma andare da lei a mani vuote sembrava una prospettiva peggiore.

La notte prima della partenza, Kara non chiuse occhio e si alzò all'alba. Megan la ritrovò che spolverava quando aprì gli occhi; talmente distratta dai suoi pensieri che inciampò varie volte e, una di quelle, le cadde addosso. Si sorprese di vederla sveglia, ma era impossibile non farlo dopo che le schiacciò un seno contro il materasso con un gomito. Poi saltò gli allenamenti e uscì di fretta e furia. Megan provò a dirle che qualsiasi regalo sarebbe andato bene, ma Kara non si sarebbe accontentata.

Salì sul treno che era vagamente agitata e lo notò anche Alex, che tentò di capire cosa avesse da stare tanto sulle spine. Quando Lena le raggiunse le sembrò un po' più chiaro.

«Va bene, ho capito: hai fatto passi da gigante con Lena in questo periodo e non vuoi rovinare tutto tornando a casa, ricordandoti com'erano strane le cose, soprattutto dal momento che ritroveremo lo stesso ambiente con Eliza e Lillian insieme», le bisbigliò appena Lena si allontanò da loro per andare in bagno.

Kara sorrise e abbassò lo sguardo come se non riuscisse a guardarla negli occhi: avrebbe detto a sua sorella se si fosse presa una cotta per chiunque, ma per la ragazza con cui avrebbe dormito accanto dalle notti a seguire non ci pensava nemmeno. E Alex, in quel caso, sarebbe intervenuta cedendole il suo posto o dando il suo a Lena, e lei… e lei, scoprì, non voleva. Voleva dormire nella stessa camera con Lena perché le era mancato farlo, al di là di qualsiasi cotta. Poteva farcela, lo sapeva.

«Pensavo di chiedere a Eliza se possiamo invitare mio cugino Kal a stare qualche giorno con noi», disse d'improvviso mentre Lena guardava fuori dal finestrino e Alex il suo cellulare. «Così potrete conoscerlo anche voi. Conoscerlo meglio», aggiunse, rivolta a Lena. Arrossì incrociando il suo sguardo e ricercò subito quello di Alex che le sorrideva.

«Prova… potrebbe acconsentire», le rispose solamente, guardando poi Lena come per cercare riflesso nel suo sguardo la sua stessa contrarierà alla cosa, ma non riuscì a leggerci ciò che sperava, o qualsiasi altro, era imperscrutabile.

«Ti-», Kara si bloccò, abbozzando una risata, «Ti volevo ancora, sì, ringraziare per ciò che hai fatto, Lena. Non penso ci saremmo mai ritrovati se non fosse stato per te».

«No, sarebbe successo lo stesso! Saresti diventata una reporter coi fiocchi e prima o poi i vostri cammini si sarebbero incrociati».

Si sorrisero.

«Quindi ti sei decisa? Finalmente», sospirò Alex, «E reporter sia»; così la abbracciò.

In realtà, il ritorno a casa non era per niente come aveva predetto Alex: loro erano cambiate e dunque era cambiato il loro modo di vedere ciò che stava succedendo alla loro bizzarra famiglia. Tornare lì era familiare anche con Lillian ad aspettarle e i suoi abbracci, da sempre legnosi, erano quasi più naturali. Tutte loro sorridevano, parlavano del viaggio, erano di buon umore. Lena ogni tanto sembrava perdersi da qualche parte nella sua testa, ma dopo un po' tornava e sorrideva, sorrideva in un modo contagioso che sorrideva subito anche Kara.

Trascorsero la cena a parlare del più o del meno, con Eliza che tentava di distrarre Lillian dal pensiero che suo figlio, ancora una volta, aveva deciso di restare a Metropolis invece di passare qualche giorno con loro. Sapeva che aveva da fare ed era estremamente orgogliosa della sua dedizione al lavoro, che naturalmente aveva ereditato da lei, ci teneva espressamente a ricordare alle presenti, ma era convinta che non sarebbe dovuto restare troppo tempo là da solo.

«Una volta avrei fatto anch'io come Lex», confessò con sguardo duro, «Ho imparato sulla mia pelle che la vita non è fatta solo da lavoro e doveri. E in questo modo, Lex rischia di perdersi tutto questo». Passò con gli occhi una per una le presenti, fino a fermarsi da Eliza.

Lei le rispose: «Ti assomiglia molto. In questo caso, un giorno potrebbe capirlo da sé, come è successo a te».

Lillian annuì. «È nel sangue dei Luthor. Nient'altro che nel sangue dei Luthor».

Lena abbassò lo sguardo e Kara la osservò farsi seria di colpo. Lena era la vera figlia di suo padre, quindi una vera Luthor, e non capiva il perché della sua espressione di colpo così a terra. Ora che ci pensava, Lillian non sapeva che Lena lo aveva scoperto, dunque, da quel punto di vista, la frase della donna sembrava tagliarla fuori. Ma dopotutto Lillian aveva sposato un Luthor e lo era diventata di conseguenza, non avrebbe avuto senso anche se avesse voluto ferirla. D'altro canto, e Alex sorrise, le due donne si appoggiavano a vicenda. Non davano più fastidio nemmeno a lei.

«Che faccia ha Lex?», domandò Kara in bagno più tardi, mentre Alex sputava dentifricio sul lavandino.

«Non lo so… una faccia», sputò di nuovo, poi si ripulì.

«Se non lo avessi sentito per telefono, comincerei a dubitare della sua esistenza». Le due si guardarono e scoppiarono a ridere.

«Anch'io credevo fosse frutto dell'immaginazione collettiva», ammise, «Poi però l'ho conosciuto e pare proprio che esista». Risero ancora e Alex l'abbracciò di nuovo.

«Va bene», sgusciò fuori dalla sua morsa, «Me ne vado a dormire, sorellona. Lena non guarda più i suoi documentari, quindi dovrei riuscire a prendere sonno tranquilla».

«D'accordo. Chiamami se ti irrita ancora: ci penso io. Stavolta farò la guerra al tuo fianco, Kara».

«Oh, non credo ce ne sia bisogno».

Lena stava sistemando il suo letto per dormire quando Kara aprì piano la porta della loro camera in comune. Arrossì, capendo che probabilmente quella era la prima volta che la guardava davvero prima di entrare sotto le coperte: indossava una maglia fine, lunghissima, che la copriva fino al fondo schiena. Sotto portava degli attillati pantaloncini grigi, corti come slip. Non si stancava mai di pensare a quanto fosse bella. Ma stava guardando anche il suo sedere un po' troppo a lungo e doveva spostarsi prima che la cosa potesse diventare ambigua.

«Ti sei incantata a guardarmi mentre sistemo il letto?».

Kara sobbalzò, entrando nella stanza con lo sguardo rivolto al pavimento e dirigendosi verso il suo letto. «No! Pff , p-perché dovrei?».

«Non posso saperlo», entrò sotto il lenzuolo, faceva troppo caldo per tenere la coperta, «Ma vorrei tanto».

Kara sentì il suo sguardo su di sé. Finì di sistemare il letto, tenendo anche lei il solo lenzuolo, e così spense la luce, sdraiandosi.

«Devo confessarti una cosa, Kara». Attirò di nuovo la sua attenzione e si girò verso di lei: ma non credeva le avrebbe parlato del vorrei baciarti . «Sono andata alla CatCo per… questioni personali, e ho parlato con Cat Grant».

«Cat Grant? La signora Grant in persona?».

«Sì, mi doveva un favore, diciamo», prese una breve pausa, ripensandoci, «E l'ho convinta a darti un'occasione».

« Cosa? ».

«Hai un colloquio alla CatCo il 10 settembre, alle ore 10:00. Sii puntuale, perché Cat Grant è una persona fiscale».

«S-Stai scherzando?». Kara non riusciva più a respirare.

«Lo so, avrei dovuto prima chiederti cosa ne pensassi, ma dato che leggi il loro magazine e la tua decisione di diventare reporter, ho pensato…».

«Dici davvero, davvero? Lena, stai parlando seriamente? Perché io-».

«Parlo seriamente».

Kara si scoprì e scese da letto con il cuore che le scoppiava in petto, vedendola scoprirsi a sua volta, mettendosi seduta. «I-Io, davvero… Tu cosa…?».

Lena arrossì. «Aspetta a ringraziarmi, magari non si farà niente, o ti prenderà per portarle il caffè. Ma è una piccola opportunità verso ciò che vuoi essere. E spero… spero ti possa aiutare».

E ora Kara aveva decisamente voglia di baciarla. Di andare da lei, di stringerla forte e poi poggiare le labbra eccitate contro le sue. Non sentiva e non capiva più niente, il suo cuore batteva impazzito. Non credeva stesse succedendo davvero. Perché faceva tutto questo per lei? Si chiese. Come poteva ringraziarla, adesso? Poi un piccolo ma insistente pensiero le scombussolò la testa. «Emh, io…», si dondolò con i talloni dei piedi nudi, «T-Ti avevo preso una cosa per, sai, sì, ringraziarti per aver riavvicinato me e Kal, ma adesso… ma adesso sembra una cosa ancora più stupida in confronto a-a tutto quello che tu… emh, stai facendo per me». Si strinse le mani e la guardò.

«Tu mi hai fatto un regalo?», cercò di fissarla nel buio della stanza. Il suo cuore batteva a ritmi così alti e frenetici che per poco non sentiva cosa Kara le diceva. «Non posso averlo?».

Kara deglutì e cominciò a grattarsi dappertutto. «N-Sì, ma… è-è davvero una scemenza e soprattutto ora sto pensando di fingere di non averlo detto e cercare di dormire, che dopo la notizia che mi hai dato non so se riuscirò a fare, anzi sono sicurissima che non riuscirò a fare, ho la tachicardia e l'ansia così forte che mi sta salendo la cena e sicuramente questo non avrei dovuto dirlo, continuo a fare figuracce una dietro l'altra e-e un'altra cosa di cui sono certa è che non saprò mai come sdebitarmi per ciò che hai fatto o farti capire quanto io apprezzi tutto questo, oh cielo , sto scoppiando, penso che imploderò e credo avrei fatto bene a tenere anche questa assurda informazione per me invece di condividerla con te e perché non riesco a starmi zitta? », gracchiò, spalancando gli occhi. Vide Lena ridere e sentì la cena continuare a salire.

«Non c'è nulla che tu possa fare o dire che mi farà cambiare idea su di te, Kara. Non importa se balbetti, se ammetti di essere nervosa: diciamo che sono cose che fanno parte della sua esuberante personalità e… lo trovo adorabile», arrossì. Si sforzò molto per dirlo a voce alta. «Quindi… tranquilla».

Kara si zittì davvero, deglutendo ancora.

«Non devi cercare di ripagarmi in qualche modo. Voglio dire, se faccio qualcosa per te è perché lo voglio e non per aspettarmi qualcosa indietro», si alzò dal letto anche lei e Kara si sentì avvampare, non capendo cosa stesse succedendo, cosa stesse per succedere, se stesse effettivamente per succedere qualcosa. «Ma, se mi hai fatto un regalo, ci tengo ad averlo».

Kara si voltò, dirigendosi verso il suo bagaglio: era l'unica cosa che non aveva tolto dal trolley quella sera. Le andò vicino con il cuore che le pulsava in gola dall'agitazione, tentando con ogni mezzo di non respirarle affannosamente addosso. «È-È davvero una cosa da niente».

Lena aprì la mano destra, mostrandole il palmo. «Su, forza».

Kara glielo passò e si spostò dallo starle così vicino, per paura potesse succedere di tutto. E non avrebbe saputo definire quel tutto.

Lena sorrise e arrossì, vedendo quella piccola e buffa palletta di pelo fuxia che le sorrideva, con il gancio portachiavi.

«N-Non sapevo davvero cosa prenderti e-».

Lena restò fiato per un attimo e poi la interruppe: «La sera alla mostra, prima che ci interrompesse tuo cugino… Ti ricordi?». Oh, no. Lo stava facendo davvero? Stava davvero per mandare tutto all'aria? La strana armonia trovata al loro ritorno, il fatto che finalmente potessero andare d'accordo senza farsi dispetti, i suoi buoni motivi per tenerla lontana da lei, tutto… Cedere segnava il punto di non ritorno.

«Sì», rispose, smettendo di tornare indietro. «Mi hai detto-».

«Che avrei voluto baciarti».

«Lo hai detto davvero…?», sul suo viso apparve un sorriso, non riuscendo a farne a meno.

Lena le si avvicinò e vide chiaro il suo punto di non ritorno: era una bocca rosa che si piegava in un sorriso per lei. Si guardarono, socchiusero gli occhi, avvicinandosi, ma un urlo stridulo e un tonfo le destò da quell'incantevole momento che stavano vivendo, non riuscendo neppure a sfiorarsi. Entrambe si voltarono verso la porta e aprirono di corsa, affacciandosi. Videro che anche Alex si era affacciata dalla sua, strofinandosi un occhio.

«Cos'è stato?», domandò Kara e Alex scrollò le spalle.

«Sembrava Eliza quando trova un ragno». Aveva tutti i capelli schiacciati da un lato.

Così Kara corse per il corridoio e Lena e Alex la raggiunsero dopo, con più calma; provata da ciò che stava per succedere la prima e assonnata la seconda. Era rimasta un po' indietro per chiudere la porta della sua camera e poi le seguì, muovendosi come uno zombie.

Kara spalancò la porta di servizio già aperta, quella dietro la cucina che portava al cortile. Il bidone dell'immondizia era rovesciato e la strada di Kara fu tagliata da Eliza che, correndo, brandiva il bastone di una scopa come una spada.

«Ecco, con questo dovremo stanarlo», la sentì dire. Dietro il muro di casa, scoprì Eliza e Lillian in vestaglia, vicine e terrorizzate.

«Cosa state facendo?».

«Kara, tesoro, torna a dormire», disse Eliza.

«Non volevamo svegliarti, cara. Abbiamo sentito dei rumori e- eccolo , eccolo lì », indicò un punto dietro Kara, che si voltò, non vedendo alcunché. «Fallo nero».

Eliza corse con il bastone della scopa per aria e quasi colpì Lena e Alex, che fermò la madre appena prima di vedersi la scopa in fronte. Stavano per chiederle cosa stesse succedendo quando Lillian gridò ancora ed Eliza inquadrò l'ombra minacciosa muoversi tra i cespugli.

«Deve essere quel dannato procione», ruggì Eliza, voltandosi indietro per dire alle figlie di stare lontane. «Ma oggi lo becco, oggi lo becco».

«No», gridò Kara, raggiungendola subito. «Non farai del male a un procione, sono esseri adorabili». Arrossì di colpo, ricordandosi Lena e ciò che stavano per fare prima di essere interrotte. «Che-Che cosa ti ha fatto?».

«Ogni notte gratta dalla nostra finestra e fruga nella spazzatura, Kara», rispose con aria esausta. «Non vorrei ci entrasse in casa, una di queste sere».

L'urlo stridulo tuonò come un allarme e si voltarono, scoprendo che a emetterlo era Lillian. La donna indicava un punto erboso del giardino e videro tutte muoversi qualche foglia, illuminate dalla lucetta esterna accesa. Alex prese la scopa da sua madre e lei e Kara si avvicinarono insieme, con cautela e senza far movimenti bruschi. Le due si guardarono, scambiandosi occhiate complici. Le foglie si mossero ancora e Kara si gettò, l'ombra saltò e Alex lo schivò per un soffio, ma appena udirono un miagolio si bloccarono.

«È un gatto!», urlarono insieme. Alex gettò la scopa e Kara riuscì ad acchiapparlo, prendendolo con sé.

«Oh, è un piccolo gattino spaventato», lo accarezzò insieme ad Alex e alzò lo sguardo, incrociando quello di Lena, che la fissava, a braccia a conserte. Increspò le labbra e riabbassò lo sguardo di nuovo sul micio: sapeva di essere diventata rossa.

Ferme, con il loro cuore che tentava di tornare a ritmi normali, entrambe si stavano rendendo conto di ciò che era successo, o meglio di ciò che stava per succedere, con un'unica illuminante scoperta impressa a fuoco nella mente: lei ricambia .

 

Kara chiamò il gattino Biancopelo perché la maggior parte del suo pelo era, appunto, bianco; aveva qualche chiazza marrone solo sul viso e sulle zampette. Nessun altro ebbe da ridire sul nome. Lei e Alex lo pulirono dai rametti d'erba che gli erano rimasti impigliati addosso e lo pettinarono, poi Alex decise di tornare a dormire come avevano fatto prima di loro Eliza e Lillian, perché era stanca. In ogni caso era Kara ad essersi offerta di farlo dormire con lei. Era un gatto ben curato e non aveva paura delle persone, magari di quelle senza il bastone della scopa in mano, dunque doveva essersi perso e decisero di cominciare a cercare i suoi padroni dall'indomani. Eliza e Lillian erano ancora fermamente convinte che ci fosse un procione nascosto da qualche parte, ma finché non si faceva sentire pensarono bene di tornarsene a letto.

«Vado a dormire anch'io, è stata una lunga giornata». Lena non la guardò e, mentre Kara offriva qualcosa da mangiare a Biancopelo, salì le scalette per il corridoio dov'erano le camere.

Kara si rabbuiò: Lena doveva avere i suoi stessi pensieri, capì. Cosa sarebbe successo dopo che si fossero baciate? Poteva non dir molto sul loro futuro familiare, forse sarebbe rimasto un bacio isolato, qualcosa che al momento sentivano e che poi sarebbe svanito, magari ci avrebbe messo del tempo, ma sarebbe svanito. E se invece, dopo quel bacio, avessero desiderato altro? Avessero desiderato di più? A che punto potevano spingersi…? Non erano due ragazze qualunque che si erano conosciute in una situazione bizzarra e che decidevano di frequentarsi, le loro madri stavano per sposarsi. Kara si era ritrovata a pensarci spesso e ora le occorreva ricordarlo più di prima.

Bussò sulla porta di Alex, con Biancopelo in braccio. Bussò ancora, non sentendo alcun movimento. Sospirò, pensando che si fosse già addormentata. Stava per andarsene quando la porta si aprì e sua sorella sbadigliò.

«Il micio sta bene?», le chiese subito e Kara la guardò, per poi scendere dalle nuvole:

« Aah , no, cioè sì, sta bene! Io non… non ero qui per lui». Si avvicinò, coccolando il gattino. «È così buono, i suoi padroni saranno disperati».

«E allora cosa c'è?», la guardò attentamente, parlando con uno sbadiglio: «Ti vedo strana, sorellina. È successo qualcosa?».

Kara deglutì. «No. Te ne parlerei se fosse successo qualcosa, giusto?», ridacchiò, «È-È solo che, emh, Megan mi ha detto che ho iniziato a parlare un po' nel sonno… Non sono fantasiosa come lei, sai che Megan parla nel sonno, no? Te ne ho parlato. E… sì, credo… credo che potrei disturbare Lena e», la guardò e indicò distrattamente dietro di lei, «volevo chiederti se ti andasse di prendere il mio posto… Ecco, sì». Infine annuì e Alex alzò un sopracciglio.

«Ma tu odi la mia camera, dici che ti senti sempre soffocare perché ha solo un lucernario… Sei sicura?».

«No», cambiò idea di colpo. «Poi vediamo, okay?».

Sorrise e Alex le diede la buonanotte, così richiuse la porta. Quando Kara aprì la sua, vide Lena addormentata e corse con Biancopelo verso il suo letto.

«Oggi dormirai con me», disse, sistemandolo sul letto mentre rimetteva apposto il lenzuolo che aveva buttato da un lato prima, quando si era alzata di scatto alla notizia dell'appuntamento alla CatCo. Se ci pensava non stava nella pelle, ma il pensiero di aver quasi baciato Lena e la tachicardia per essere ancora così tanto vicina a lei era più forte.

Il gattino miagolò e scese dal letto, così Kara corse a recuperarlo.

«No, devi dormire qui. Biancopelo, mi hai capito? Biancopelo?». Si sdraiò e lo prese con sé, ma il gatto fuggì di nuovo.

Lena aprì gli occhi e, coperta dai brusii di Kara che parlava col micio, sospirò.

 

La mattina successiva, quando Lena si svegliò, notò che Kara stava dormendo mezza scoperta e sul bordo del letto, mentre Biancopelo stava raggomitolato sulla sua testa, anche lui addormentato. Sembrava avessero trascorso una lunga notte. Prese il suo nuovo portachiavi, dei vestiti puliti e uscì dalla stanza cercando di fare meno rumore possibile. Si cambiò in bagno come sempre, indossando un pantaloncino e una maglietta così, quando uscì e incrociò lo sguardo di Alex, lei la guardò stranita da capo a piedi: lo sapeva, era la prima volta che la vedeva vestita in quel modo. Le sorrise, intuendo che, finalmente, sembrava aver trovato nella loro una casa anche la sua, tanto da sentirsi a suo agio. Ai piedi aveva addirittura un paio di infradito.

«Oh, è riuscita a dartelo?».

«Cosa?», arrossì di colpo.

«Il portachiavi», indicò la palletta di pelo fuxia che Lena aveva in una mano. «Temevo non ne avrebbe trovato il coraggio! Voleva farti un regalo ma non sapeva quale e stava impazzendo».

Lena sorrise, stringendo il portachiavi. Si spostò per lasciare lo spazio per entrare in bagno, ma la fermò di colpo:

«Ah! Hai dormito bene?».

«Perché?».

«Kara mi stava dicendo che forse vorrebbe che prendessi il suo letto perché dice di aver cominciato a parlare nel sonno e temeva di disturbarti», le confidò e Lena restò immobile, fredda. «Parla davvero nel sonno? È una cosa piuttosto nuova…», ridacchiò.

«Un pochino», rispose infine, dopo averci riflettuto.

«Se vuoi possiamo fare a cambio».

«Se sta bene a Kara», rispose di nuovo lapidale, poi le disse di aver fretta di bere un caffè e sparì.

Dopo quello che era successo, non si stupì affatto di sentire che Kara voleva fare cambio camera per non dormire vicino a lei e rischiare di ripetere ciò che stavano per fare. Eppure un po' le aveva fatto male. Sorseggiò piano il caffè bollente, al tavolo della cucina, giocando a rotolarsi tra le dita la palletta pelosa del suo portachiavi. Sapeva che sarebbe stato meglio assecondarla.

Il gattino entrò in cucina e udì i pesanti passi dei piedi scalzi di Kara avvicinarsi di corsa. La ragazza entrò con uno slancio, inchinata, acciuffò Biancopelo e si alzò di scatto, rischiando di sbattere la testa contro un pensile. «Preso», rise vittoriosa, bloccandosi come una statua di ghiaccio quando vide che Lena era seduta a poco da lei. «Emh… Buongiorno». Notò subito che era vestita da casa e non da ufficio com'era abitata a vederla e sorrise, ma quando lesse che l'enorme scritta rossa sulla sua tshirt diceva love me , però, cambiò espressione, girandoci immediatamente lo sguardo, fingendo di dover assolutamente coccolare Biancopelo. «Come hai dormito, stanotte?».

«Umh…», parve rifletterci, «Non molto bene, credo di averti sentito parlare nel sonno».

Kara deglutì. «Alex…».

«Me lo ha chiesto prima di te. Se vuoi cambiare, va bene».

«Va bene?». La vide annuire e Kara sentì un tonfo allo stomaco.

«Credo sia la cosa migliore per entrambe», si alzò per lavare la tazzina, passandole vicino.

Kara sentì subito il suo profumo e sospirò. Per fortuna Biancopelo che smaniava per scenderle di dosso la fece rinsavire. «Devo fargli un bagnetto per farlo bello per la foto da mettere sul volantino. Mi aiuteresti?».

Alex comparve all'improvviso. «Dai, Kara, andiamo a fare il bagno a Biancopelo, altrimenti passerà troppo tempo da qui ai volantini».

Lena si allontanò dal lavandino e Kara la sentì muoversi dietro di lei come un fantasma. Le sventolò il portachiavi in faccia e la ringraziò ancora per averglielo regalato, attenta che con una zampata Biancopelo non glielo acciuffasse. «Hai già aiuto. A più tardi».

Kara ansimò, vedendola andar via.

 

Alex cambiò posto con Kara, portandosi dietro entrambe il proprio cuscino. La prima chiese a Lena se avesse preferito stare lei da sola nella sua stanza, ma se Kara non parlava nel sonno avrebbe scoperto che non era vero e avrebbe fatto domande. Era meglio non lasciarle motivo di fare domande. E, comunque, appena Lillian udì la proposta di farla stare da sola mise su una faccia strana e non volevano approfondire la questione. Dopo il bagnetto a Biancopelo e qualche scatto, Kara, Alex e Lena scelsero la foto che secondo loro era perfetta per il volantino ed Eliza la promosse, così allestirono un volantino al computer e salvarono un file che Eliza e Lillian portarono a stampare. Avevano cinquanta volantini da affiggere per le strade. Lillian sembrava eccitata nel fare una cosa tanto banale ma per lei curiosa e lei ed Eliza fecero coppia, anche perché con molta probabilità, da sola, la prima si sarebbe persa; non conosceva molte altre vie oltre a quella che portava alla stazione, al market e alla loro casa.

«Sarai la mia compagna in quest'avventura?». Lena si avvicinò a Kara cautamente. Anche lei avrebbe avuto bisogno di aiuto perché non conosceva il posto.

«Certo».

«Perfetto, compagne! Cominciamo a partire, voglio coprire più zone possibili: riportiamo Biancopelo a casa», esclamò Alex di colpo, mettendosi tra loro. «Kara, lo porti tu? Non possiamo lasciarlo solo».

Non che non gradissero la sua compagnia, ma entrambe in cuor loro speravano di stare da sole. Dovevano parlare e chiarirsi, per quel cambio di camera che disturbava entrambe e di come non avrebbe dovuto, oltre che del loro momento . Se non altro, Alex si allontanava spesso per appendere dei volantini anche dall'altra parte della strada, lei a sinistra e loro a destra. Kara chiese a un commerciante se potevano attaccare un volantino nella sua vetrina e lui accettò. Speravano di ritrovare presto la sua famiglia.

Guardò il volantino e baciò in testa il gattino, sotto lo sguardo di Lena.

«Posso?».

Kara si voltò e la vide con il cellulare pronto a scattarle una foto. Sorrise, abbracciando Biancopelo.

Mentre scattava, ripensava che avrebbe dovuto parlare a Lena non solo del loro bacio, ma anche del suo futuro. Le aveva preso un appuntamento alla CatCo, e non stava nella pelle, ma non poteva accettare ora che ci aveva riflettuto a mente lucida. Doveva dirglielo e non sapeva come. «Avremo un ricordo», disse Kara e si avvicinò. Guardò la foto e Lena guardo lei. «È venuta bene». Alzò gli occhi e si ritrovò lo sguardo di lei sul suo viso. Erano così vicine. Di nuovo così vicine. A quel punto forse non importava cosa sarebbe successo. Si scambiarono uno sguardo e ognuna fissò le labbra dell'altra, di nuovo gli occhi e poi le labbra. Erano così vicine.

Con una zampata, Biancopelo colpì il cellulare che cadde sul marciapiede, distraendo entrambe.

«Cos'è successo, ragazze?». Alex comparve dietro di loro. Per fortuna, non sembrava aver visto nulla. «Biancopelo fa danni? Lo prendo io». Prese loro il gatto e Kara guardò Lena una volta, una volta sola, arrossendo, e poi seguì sua sorella.

Riflettendo sul cambio camera, forse stare distanti si sarebbe rivelato ciò che serviva.

Avevano distribuito i volantini ed erano tornate a casa soddisfatte tutte a parte Lillian, che aveva le caviglie gonfie per aver camminato tanto e averlo fatto con i tacchi ai piedi. Ma cambiò espressione di colpo quando Eliza le disse che le avrebbe fatto i massaggi e le loro figlie sparirono dal soggiorno.

Alex era molto più ordinata rispetto a Kara: si sistemò il letto, gonfiò il cuscino e le augurò la buonanotte. Ma Lena non riusciva a dormire. Giocherellava con il suo portachiavi e pensava che avrebbero potuto farlo, che avrebbero potuto farlo davvero e che avrebbero pensato poi alle conseguenze. Preferiva analizzare la situazione sempre prima di agire, ma ora non riusciva a non pensare che avrebbero potuto rischiare. Dopotutto volevano solo baciarsi, non c'era davvero niente di male. Si alzò e si stirò le braccia, facendo attenzione a non far chiasso. Aprì la porta, voleva fare due passi, quando si ritrovò Biancopelo fra i piedi, facendo le fusa. Alzò gli occhi e lei era lì, appoggiata al muro.

«Cosa fai?», sussurrò, prendendo Biancopelo in braccio.

«A-Avevo bisogno di un po' d'aria…», sospirò con imbarazzo, dondolando sui talloni. «E Biancopelo non vuole dormire».

«Biancopelo non vuole dormire? Senti, Kara, fai di nuovo cambio con Alex. Non è successo nulla, tra noi, no?». Lo avrebbe voluto. Ci stava pensando proprio in quell'istante. Ci pensava quasi di continuo, se non fosse per la questione di suo padre.

Lei sorrise, abbassando lo sguardo. «La camera di Alex sembra una prigione russa». Lena cominciò a camminare verso di lei con un sorriso e sentì il sangue ritirarsi, mentre il suo cuore accelerava i battiti. Le lasciò Biancopelo tra le braccia e si toccarono e non importava se lui, stufo di fare il loro peluche, le avesse graffiate per dispetto, perché loro erano di nuovo lì, vicine. «Va bene. Domani le chiedo di fare di nuovo cambio».

«Perfetto».

Si avvicinarono ancora, il respiro di una batteva sul mento dell'altra, ma si staccarono di colpo quando udirono delle voci e una corsa sfrenata verso di loro.

«Il procione è tornato!», gridò Eliza, passando in mezzo a loro per il corridoio. 

 

                                                                                    

 

 

Da Me a Kal
Ehi, Kal! Sono io, lo sai. Cosa ne pensi di venire a stare un po' da me in questi giorni? Potrai conoscere la mia famiglia…

Da Kal a Me
Non no se sia una buona idea, Kara.

Da Me a Kal
Perché?

Da Kal a Me
Devo andare, adesso. Ci sentiamo più tardi.

Kara sbuffò con delusione, lasciando senza energie il cellulare sul tavolo e gettandosi di peso sulla sedia. Eliza la colse in abbraccio sulle spalle, chiedendole come mai fosse tanto giù. «Kal non viene. Cioè, non lo ha detto proprio così, ma era quello che intendeva».

«Mi dispiace, tesoro. Troverete un altro modo per vedervi».

«Ma non così, avrei voluto che conoscesse voi…».

«Me e Alex, o anche Lillian e Lena?», le chiese, lasciandola andare e sedendosi al suo fianco, guardandola.

«Beh…». Non sapeva cosa rispondere. Di certo avrebbe voluto fargli conoscere lei e Alex, ma conosceva già Lena e non sembravano avere un buonissimo rapporto se lui non la chiamava per nome, e probabilmente conosceva anche già Lillian, madre sua e di Lex. Doveva essere successo qualcosa tra lui e il ragazzo ma non sapeva cosa. «Sono stata troppo avventata, non è vero?».

«Forse lui non se la sente… Dagli del tempo», le sorrise. «Si potrebbe iniziare pian piano, vederci fuori di casa, non tutte insieme… Adesso che ti ha ritrovata non vuole che tu vada via dalla sua vita, non preoccuparti», le carezzò una guancia e lei le regalò un sorriso.

Lena entrò in cucina con Biancopelo che, a pancia all'aria, si faceva fare le coccole. Eliza si alzò, carezzò il gattino e uscì, così la ragazza prese il suo posto sulla sedia lasciata vuota. Carezzava Biancopelo ma guardava Kara. Quest'ultima invece fece finta di niente, arrossendo e restando immobile.

«Stavo pensando… Hai rimediato un colloquio per me perché la signora Grant ti doveva un favore. Che favore era? Se posso chiederlo».

«Vuoi parlare di questo?».

Kara annuì lentamente e non si scollò dalla sua posizione, senza guardare l'altra negli occhi. Senza provare a fare il minimo movimento. Sentì Lena sospirare, mentre Biancopelo miagolava e ricercava il contatto con le sue mani, dopo che si era distratta.

«Va bene. Le ho fatto conoscere tuo cugino».

« Cosa? ». Gridò e si spostò tanto velocemente che il gatto salto dalle braccia di Lena e fuggì via dalla cucina. «In che senso?».

Lena rise. «Calmati! Cat Grant ha una specie di…», strinse le labbra, pensandoci, « passione per tuo cugino. Fossi in te proverei a dirle che siete cugini e il posto è tuo», sorrise ma Kara era ancora a bocca aperta. «Dai, stavo scherzando», le sorrise e Kara si ritrovò a fissarle le labbra, quella labbra che, se voleva, potevano davvero essere sue, adesso.

«A proposito di questo: i-io sono davvero felice che tu mi abbia fatto avere quell'appuntamento, davvero, non so come… come dirtelo», si leccò le labbra, cercando di restare concentrata, e finalmente la guardò negli occhi.

«Ma?».

«Ma non posso accettare». Kara deglutì e Lena mantenne saldo il suo sorriso, aspettando che chiarisca. «Lei ha accettato solo perché, non so se questa cosa mi farà dormire , le hai presentato Kal, ma i-io vorrei… vorrei essermelo guadagnato un appuntamento con Cat Grant». Lena sembrò sorriderle ancor di più, i suoi occhi brillavano, e Kara non riuscì a capire se la stesse effettivamente ascoltando o se volesse solo provare a baciarla di nuovo. «Davvero. Mi dispiace e ti ringrazio», scosse la testa, «Ma non posso farlo».

«Tu te lo sei guadagnato», le rispose, «Davvero pensavi che ti avrei preso un appuntamento con lei solo perché la conosco? O perché mi dovesse un favore? Mi ha ascoltato senza appuntamento: con questo ha ricambiato il favore. Ha accettato un appuntamento con te solo quando le ho spiegato cosa hai fatto per me e Lex. Ha visto anche lei cos'è successo alla Luthor Corp e ha approvato degli articoli al riguardo, ma non sapeva che tu avessi lavorato con noi al caso. Sei stata tu, Kara Danvers, a farti avere quell'appuntamento. Non mi sarei mai permessa, al contrario».

Restò senza fiato e arrossì, tanto che Lena dovette ripetere che era stato merito suo e che Cat Grant non avrebbe mai accettato, diversamente. «Oh, beh… in questo caso», rise a voce un po' troppo alta, cercando di concentrarsi. «Accetto. Allora. Se questo è risolto… I-Io volevo… Dovevamo…».

«Dovevamo», annuì Lena. Si avvicinò automaticamente prima che se ne rendesse conto e Kara si spostò di scatto, mordendosi la lingua e strisciando indietro con la sedia.

«Devo… andare». Si alzò rapidamente e sbatté le ginocchia contro il tavolo, così torno a sedere e si rialzò con più calma, attenta a non sbattere di nuovo che incastrò un piede contro la sedia. Rise istericamente e riuscì a rimettersi bene in piedi, la guardò, le sorrise con forza e uscì dalla cucina.

Lena scosse la testa e rise a bassa voce, reggendo la testa con una mano dopo aver poggiato il gomito sul tavolo.

Kara ricambiava, ma non poteva saltarle addosso. Forse anche lei, come dopotutto Lena, si sentiva confusa. Sapeva solo che non l'avrebbe forzata e qualsiasi cosa sarebbe successa, ne avrebbero discusso dopo. Kara e Biancopelo erano riusciti a distrarla, ma il suo pensiero, a volte, tornava ancora lì. A lui.

Si svegliò sudata, quella notte, guardandosi intorno. C'era di nuovo Kara in camera con lei: lei e Biancopelo dormivano profondamente. Sollevò il lenzuolo e prese il laptop dal suo comodino, aprendo e chiudendo la porta della camera dietro di lei. Accese il portatile, sistemandosi sul divano in soggiorno. Era certa di aver sognato suo padre, il suo sguardo duro, eppure ancora respirava con affanno, non più certa che fosse un sogno, quanto piuttosto un incubo. Si portò due dita di una mano contro le labbra, socchiudendo gli occhi nel rileggere per l'ennesima volta gli articoli di giornale che parlavano della morte di suo padre.

«Come mai in piedi a quest'ora?».

La voce di Alex, alle sue spalle, la fecero sobbalzare.

«Ehi, ti senti bene?», si avvicinò, scoprendo, sotto la luce del laptop, la sua cera bianca. Le poggiò una mano su una spalla, adocchiando gli articoli sullo schermo del portatile.

«So cosa stai pensando», disse lei lapidale, abbassando lo schermo.

«No, non lo so». Rispose Alex, sedendo vicino a lei. «Vuoi provare a parlarmene?».

A quel punto, Lena aveva davanti a sé due scelte: raccontarle la verità o scappare. Ma stava ancora sudando, aveva impresso nella mente gli occhi di suo padre che aveva visto in sogno, ed era spaventata. Sapeva di non dover mettere in mezzo nessun altro, ma in quell'attimo, sola e fragile, pensò egoisticamente che dirlo a lei fosse un modo per aiutarsi. Così iniziò lentamente e le disse tutto ciò che le passava per la testa, della caduta da cavallo, della morte improvvisa, di come sospettasse del rapporto del coroner perché lo stesso coroner non era rintracciabile, delle sparizioni, delle porte chiuse in faccia davanti alle sue domande, di come sua madre sembrava aver insabbiato tutto. Omise di aver parlato con la ex segretaria di Lillian solo perché non voleva metterla in mezzo.

Alex ascoltò ogni parola, appoggiandosi allo schienale con divano con shock. Poi sembrò essere arrivata a una conclusione. «Se vuoi un consiglio, Lena: per il momento, cerca di farti da parte». La vide aggrottare le sopracciglia, contrariata. «Ho capito cosa stai passando, ma se tua madre stessa ti ha nascosto la verità, come pensi che sia, avrà le sue buone ragioni per farlo. Al di là del vostro rapporto», la fermò, prima che potesse contraddirla, «non metto in dubbio che abbiate dei cattivi trascorsi, lo farà per il tuo bene. Se davvero tuo padre è stato assassinato, come tutto ciò che mi hai raccontato fa pensare, allora salterà fuori».

«Sta passando un anno, Alex. Sembra che a tutti piaccia pensare che lui sia stato semplicemente male e sia morto».

Lei la guardò dritta negli occhi chiari, poggiandole una mano sulle sue, che ancora tremavano. «Hai ragione. Ma Lena, se qualcuno ha ucciso tuo padre e sta facendo sparire la gente che ha avuto a che fare con lui, potrebbe uccidere anche te. Te lo chiedo per favore: lascia perdere».

«Pensi che dovrei… dovrei dire ciò che so alla polizia? Può essere corrotta…».

«No», scosse la testa, «Non farne parola con nessuno; e intendo anche con Kara. È troppo pericoloso. Ed è ancora presto, facciamo passare un po' di tempo e poi vedremo cosa succede».

Lena la ringraziò, spegnendo il laptop. Si divisero: Alex andò in bagno, che doveva essere il motivo per cui si era alzata, e Lena rientrò in camera. Kara era ancora sul bordo del letto e Biancopelo stirava le zampette marroni contro il suo collo. Si fermò a guardarla, sedendo sul letto davanti. Sapeva che non avrebbe potuto coinvolgere Kara, pensò, e fu grata ad Alex, ma non avrebbe seguito il suo consiglio.

 

 

 

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

«Amiche?», propose Kara, mostrandole la mano destra.

«Amiche», annuì Lena che le strinse la mano.

Si sorrisero, si guardarono. Lena si morse il labbro inferiore e Kara deglutì. Le loro mani ancora unite. I loro nasi si sfiorarono. Le loro bocche…

«Ragazze? Ci aiutate a scegliere un film da vedere tutte insieme?». Eliza urlò attraverso la casa e le due si separarono all'istante, come se avessero preso la scossa.

Si guardarono, guardarono altrove, e poi uscirono dalla camera una dietro l'altra.

Durante la settimana erano successe alcune cose. Prima di tutto, Biancopelo aveva ritrovato la sua famiglia, lasciando un vuoto enorme nei loro cuori e nel letto di Kara, che aveva deciso di riempire tenendo con sé un vecchio peluche che aveva usato quando era bambina per non sentirsi sola i primi anni a casa Danvers. Era un orsacchiotto bianco un po' spelacchiato, ritrovato in soffitta in mezzo ad altre cianfrusaglie. La seconda cosa, infatti, era che si sarebbe presto tenuto un mercatino nel quartiere ed Eliza si era decisa a buttare giù la soffitta e tutto ciò che conteneva. Lillian se ne era tenuta ben lontana quando capì che i vecchi oggetti avevano con loro anche tanta polvere, ma di tanto in tanto la si poteva scorgere guardare ciò che Eliza, Alex e Kara, aiutate da Lena, controllavano, esaminando con occhio clinico se qualcosa poteva tornarle utile, pronta a intervenire.

«Sembra un condor», aveva sussurrato Alex e lei e Kara si erano messe a ridacchiare sottovoce, guardate male da Eliza, che le aveva bacchettate con un vecchio battipanni.

La terza cosa aveva visto la famiglia Danvers-Luthor di nuovo in piscina. Le giornate si facevano calde e smaniavano dalla voglia di rinfrescarsi. Come al solito, Eliza e Lillian avevano trascorso il loro tempo a passarsi la crema a vicenda, a chiacchierare e a leggere delle riviste, Alex era sparita da sola per delle ore e nessuno l'aveva più vista; avevano tutti notato quanto stesse appresso al suo cellulare più del solito, da qualche giorno a quella parte. Mentre Kara e Lena erano finalmente riuscite a stare un po' da sole e a parlare. La quarta cosa, infatti, era che erano riuscite a discutere di ciò che era quasi successo e continuava a quasi succedere ; avevano parlato del loro rapporto, avevano parlato di cosa cambierebbe e si erano messe d'accordo: dovevano diventare amiche. Ma come inizio non era stato dei migliori. Un bambino le aveva schizzate e, per girarsi verso di lui, Kara era scivolata sulle mattonelle bagnate e per poco non era cascata sul seno di Lena. Si erano guardate e desiderate, così stavano per sfiorarsi le labbra, quando il bambino le aveva schizzate di nuovo, si mossero e caddero in piscina. La quinta cosa, era che, fortuna o sfortuna che fosse, non riuscivano mai a baciarsi e in un modo o nell'altro i loro tentativi finivano per venire interrotti. Forse era meglio così, d'altronde dopo potevano tornare alla loro fase sull'amicizia.

«Amiche?».

«Amiche».

Si erano tenute per mano, uscendo dall'acqua.

La sesta e ultima cosa, per lo sconforto di Lillian ed Eliza: il procione non si era fatto trovare.

Eliza le vide arrivare dal corridoio e applaudì. «Un film divertente, ragazze. Un film per famiglie. Qualcosa-», fu interrotta da una sghignazzante Alex:

«Sulla famiglia».

«Per famiglie», continuò Kara.

«Per famiglie? Siete sicure?», aggiunse anche Lena, sorridendo.

Eliza rise sarcasticamente, ordinando a tutte di mettersi a sedere sul divano e di starsi zitte, che a quel punto il film lo avrebbe scelto lei. Per quanto Eliza si sforzasse per trovare qualcosa di divertente e per famiglie, finiva sempre per mettere play a film sì divertenti e per famiglie, ma pregni di drammi che a uno spettatore attento non potevano passare inosservati e, dopo il film della sera precedente con protagonista un anziano scorbutico che si metteva in viaggio verso il Sud America con un bambino, nel ricordo della defunta moglie, quello non fu da meno: un padre single doveva ritrovare il figlio disabile che si era perduto e poi rapito e, in suo aiuto, solo una donna con problemi mentali. Alex guardava il film a scatti perché presa dal suo cellulare, all'angolo destro del divano. Kara era al lato opposto ed era attentissima, amava quel film. Lena al centro; attenta al film e al contempo altrove con la testa. Eliza e Lillian erano abbracciate su una delle comode poltrone; la prima rideva e la seconda era immobile, con gli occhi sgranati per non perdersi neanche una scena, colpita nel profondo.

Kara rise e arrossì, rendendosi conto che, vicino alla sua mano destra, c'era quella di Lena. Nel sentirla muovere doveva essersene accorta anche lei, perché le carezzò il dorso con il pollice. Non si guardarono, non fecero niente più di guardare il film, se non intrecciare le dita l'un l'altra. Nessuno le poteva vedere, era una cosa innocente, se lo concessero. Se non che i loro cuori, veloci, le tradivano: non era vero che era un gesto poi così innocente e lo sapevano entrambe.

Andarono a letto senza guardarsi quella notte, poiché erano consce che farlo avrebbe messo a rischio le ore a seguire.

 

All'improvviso, era come essersi accorte che erano i due pezzi opposti di una calamita. Si cercavano a ogni sguardo, si mettevano sempre vicine, si sorridevano e facevano squadra nelle discussioni, se le loro mani si sfioravano per errore a tavola Kara scattava indietro e Lena sospirava, ma solo se nessuno le guardava, naturalmente, la prima stava ben attenta a come si comportava quando non erano sole.

«Anche se c'è una certa… attrazione , tra noi, puoi star tranquilla: loro non lo vedranno», le disse Lena un pomeriggio mentre stava seduta sul suo letto, davanti al portatile poggiato sulle cosce.

Era entrata nella loro camera in comune per cercare qualcosa, non sapeva cosa, lo aveva dimenticato non appena si ritrovò a cercarlo, guardando tra trolley, scrivania e letto. Forse, pensava Kara, era lì solo per vedere cosa faceva lei. «Ho paura che Alex sospetti qualcosa», sussurrò, rimettendosi a posto gli occhiali sul naso. Sentì Lena ridacchiare piano, non staccando occhio dallo schermo.

«Ammettiamolo: non sei certo la regina della faccia da poker», si morse un labbro.

Kara sbuffò, sedendo sul suo letto. Manteneva lo sguardo basso. «Non è solo quello: Alex mi conosce troppo bene e poi sapeva c-che tu, insomma, flirtavi con me e temo lo capisca».

Lena sollevò lo sguardo, inarcando un sopracciglio. «E Alex conosce così bene anche me o come fa a sapere una cosa del genere?», sorrise, «Non è qualcosa che viene in mente subito».

Kara avvampò, stringendo il copriletto sotto le dita delle mani in tensione. «Q-Qualcuno potrebbe averglielo detto, ma non è questo il punto». Si alzò di scatto e s'incamminò verso la porta. La aprì e poi la richiuse poco dopo, voltandosi verso di lei, sorridendo. «Come… Come fai a dire che non lo vedranno?», si sistemò gli occhiali un'altra volta, cercando di non fissarla troppo.

«L'essere umano a volte vede solo ciò che vuole vedere. Potresti indossare una calzamaglia, toglierti gli occhiali o, che so, tenere i capelli sciolti e essere più sicura di te, andare là fuori e sventare il crimine che nessuno vedrebbe Kara Danvers, ma un'eroina ignota. Perché nessuno si aspetterebbe di vedere te, che sei…», la guardò, «Mi hai capito», si voltò di nuovo verso lo schermo. «Un po' come quando giochi a lacrosse e diventi Supergirl. Siamo solo… sorelle . Amiche. Potremmo», si morse un labbr0 di nuovo, rialzando lo sguardo verso di lei, che la guardava, «avere una relazione sotto i loro nasi che non sospetterebbero niente».

Kara deglutì, arrossendo. «Cosa fai?».

«Cerco un film da vedere. Non so cosa fare e ho voglia di non pensare», si spostò da un lato del letto, facendole il gesto di sedersi accanto. «Se vuoi, puoi guardarlo con me».

Kara le arrivò vicino piano, ignorando il suo cuore che aveva iniziato a farsi sentire più forte. Le sorrise e cercò di sistemarsi, mentre Lena annunciava di aver trovato un film che le andava di vedere, chiedendole se per lei andava bene. A Kara sarebbe andato bene qualsiasi cosa, in quel momento. «… credi che non sospetterebbero niente?».

«La stai considerando come possibile?». La guardò negli occhi e poi le labbra, di nuovo gli occhi.

«N-No», rise, abbassando la testa e risistemandosi gli occhiali che le erano scivolati. «È-È che non so cosa…», la guardò attentamente, intanto che le sue guance si coloravano con imbarazzo, «cosa ci succede».

Lena stava per aggiungere qualcosa ma si trattenne. Sapeva che doveva tirarsi indietro in quel momento, in quel momento o sarebbe stato tardi, ma le sue labbra…

La porta si aprì all'improvviso e Kara si spinse indietro, troppo indietro: cadde dal letto, schivò il comodino, ma una scarpa di Lena le tatuò una natica e cominciò a lamentarsi dal dolore.

Alex rise e contagiò anche Lena, decisa a non farlo. «Scusa, sorellina! Ti sei fatta male?».

«Appena», si rialzò con dolore, fregandosi il punto dolorante, guardando con rancore la scarpa incriminata.

«Come hai fatto a scivolare?», trattenne un'altra risata. «Volevo sapere se vi andava di uscire, più tardi. Cosa fate?».

«Volevamo vederci un film. Ti unisci a noi?», propose Lena e Kara la guardò di straforo.

«Volentieri. Porto la pizza».

Sparì dietro la porta e Lena sorrise a Kara, ancora confusa. «Come ti avevo detto: non sospetterebbero niente».

Nonostante la tensione tra loro, era la calma ciò che contraddistingueva Lena, a dispetto dell'agitazione perenne di Kara. Era davvero sicura che nessuna delle altre tre avrebbe sospettato che qualcosa stesse succedendo tra loro anche se qualcosa avesse iniziato a succedere davvero, ma Kara non riusciva a convincersene. Se si toglieva gli occhiali e scioglieva i capelli, era sempre lei ciò che vedeva allo specchio.

Da Me a Megs
Megan! In un'ipotetica situazione in cui tu e il signor Jonzz non state insieme, lui ti guarda e vorrebbe baciarti, tu lo guardi e vorresti baciarlo, cosa faresti?

La risposta non si fece attendere: Baciato. Non è così ipotetica: è ciò che è successo. Baciala, ragazza. Dacci dentro.

Da Me a Megs
Ecco perché solitamente chiedo consiglio ad Alex!

Da Megs a Me
Allora fallo: “Alex, sto desiderando di baciare la nostra sorellastra, tu cosa ne pensi?”. Se vuoi glielo chiedo io, ho il suo numero ancora in rubrica.

Da Me a Megs
Grazie per i tuoi consigli, ti voglio bene e buonanotte.

Kara grugnì, poggiando il telefono sul mobiletto del bagno, prendendo un grosso respiro e guardandosi allo specchio. Si lisciò i capelli un po' di volte, si guardò meglio il viso, avvicinandosi; si toccò il naso, le labbra, gesto seguito da una smorfia. Non si era ancora chiesta perché Lena volesse baciarla. La trovava così bella? In effetti, avevano parlato di ciò che era cambiato tra loro, di come entrambe sentissero il bisogno di toccare l'una le labbra dell'altra, ma non avevano parlato del perché. Dei sentimenti. Forse era meglio così perché parlarne avrebbe rischiato di aggiungere motivazioni a ciò che stava succedendo e non doveva succedere. Erano amiche. O dovevano diventarlo.

Fece un passo indietro, specchiandosi ancora, immobile, disegnando con gli occhi la sua figura. I capelli sciolti che le coprivano le spalle, la pelle un poco arrossata sulle guance e sul naso, che aveva la gobbetta per gli occhiali, le labbra rosa, schiuse, le spalle sotto la maglietta a quadri che scendeva larga sul seno e sulla pancia. Lena la trovava bella?

Alex bussò e aprì la porta senza aspettare risposta, affrettandosi verso il lavandino. Kara si spaventò come se l'avesse sorpresa a baciare Lena col pensiero. «Scusa, sorellina, ma ci stai mettendo una vita e devo andare a dormire anch'io», si piegò per risciacquarsi la faccia. «Quando io entro in bagno, comunque, tu ci sei sempre, quindi…». La guardò con la coda dell'occhio, intanto che si asciugava: era ancora imbambolata a guardarsi e sospirava. «Stai bene?».

«Sì».

«Non ti rivedi con Mike, vero?».

«No, perc-», si bloccò, immaginando la sua paura che si concretizzava: Alex sospettava ci fosse qualcuno ed era meglio giocare d'astuzia e non darle domande a cui farsi delle risposte. «Non mi vedo con nessuno: ho chiuso con i ragazzi». Riprese il cellulare e le annunciò la buonanotte, chiudendo la porta del bagno dietro di lei. « Chiuso con i ragazzi », ripeté sottovoce roteando gli occhi, mordendosi la lingua. «Alex sa», fu la prima cosa che disse non appena aprì la porta della loro camera in comune, prima ancora di vedere che la luce era spenta e che Lena, a letto, era girata da un lato con gli occhi chiusi. Strinse i denti, iniziando a camminare con la punta dei talloni verso il suo letto.

«Cosa sa?».

Saltò dallo spavento e incastrò un piede nel tappeto, sbattendo le ginocchia sul pavimento.

Lena accese la luce del suo comodino, alzandosi il tanto giusto per vederla baciare una ciabatta. Trattenne una risata. «Stai bene, Kara?».

«C-Certo», si rialzò scuotendo la testa, davvero in imbarazzo. «Pensavo dormissi, mi hai fatto prendere un colpo». La sentì ridere, intanto che si copriva di nuovo. «Sa che sono presa da qualcuno», confessò senza mezzi termini, sistemando il letto per entrare sotto le lenzuola color pesca. «Comincia a fare domande».

«Quindi sei… presa da qualcuno?».

Kara si girò, scorgendole il sorrisetto che tentava di nascondere sotto il lenzuolo. «Da un'amica», ribatté, sistemandosi sul letto e abbracciando il suo peluche, sotto lo sguardo concentrato dell'altra.

Entrambe volevano dire qualcosa, ma infine Lena spense la luce e si diedero la buonanotte.

No, era meglio non parlarne, tacere, resistere quei giorni per poi tornare a National City senza il bisogno di incontrarsi tanto spesso e lasciare che la cosa passasse da sola. Anche se fino a quel momento era il loro obiettivo e non era passata. Ci stavano lavorando. Erano amiche, in fondo, lo sapevano; dovevano solo concentrarsi su quella parte del loro rapporto e lasciar andare l'altra che le voleva vicine in un senso più romantico ad ogni costo. Probabilmente era solo la magia del proibito ad attrarle, ma dopotutto non erano riuscite a baciarsi mai e significava pur qualcosa: non era il destino, semplicemente la linea che divideva l'amicizia dal quel qualcosa di più.

Il giorno dopo si tenne il mercatino e le ragazze aiutarono Eliza e Lillian, che più che altro fotografava il lavoro, ad allestire i tavoli nel vialetto. Eliza guardava il lavoro davanti alle case degli altri e le loro bancarelle, continuando a fare paragoni con quello che stavano facendo loro. Salutò qualche vicina e loro ricambiavano, ma non osavano avvicinarsi da quando Lillian Luthor andò ad abitare con lei, immaginando la temessero come altri prima di loro, giudicandola senza conoscerla.

«Speriamo di attirare qualcuno», sospirò Eliza, mettendo le mani contro i fianchi a lavoro terminato, guardandosi intorno. Il sole spaccava le pietre ma i cittadini lasciavano le loro abitazioni come lumache dopo la pioggia, sperando di poter cogliere qualche opportunità nelle cianfrusaglie che vendevano i vicini.

«Dunque», Lillian apparve al suo fianco, «La gente del quartiere si sveglia e si aggira per le vie con portafogli in mano per arruffare dalle bancarelle qualcosa che il proprietario considera uno scarto», annuì da sola, scorgendo la gente che cominciava ad avvicinarsi, parlava, si salutava e controllava gli oggetti in vendita. «Ho capito bene come funziona?».

Eliza le sorrise. «Ssì… diciamo che più o meno è così. Se vuoi, e se le ragazze acconsentono, più tardi lasciamo loro qui a vendere e noi andiamo a farci un giro per vedere cosa stanno vendendo gli altri, che ne pensi?».

«Penso che con te andrei ovunque», disse con decisione ed Eliza le picchiettò un braccio con imbarazzo intanto che Lillian scambiava con le vicine dall'altra parte della strada occhiate d'odio e di sfida.

Le ragazze, invece, sistemavano l'ordine di alcuni soprammobili con le ultime accortezze, lasciandosi andare, di tanto in tanto, a qualche ricordo: Alex riprese una vecchia tazza che usava quando era bambina per fare colazione, Kara un bambolotto che era stato uno dei suoi primi giocattoli a casa Danvers, Alex ricordò del periodo in cui la loro madre si era messa in testa di scrivere un libro scientifico con quella vecchia macchina da scrivere e Kara rise, mostrando a Lena una vecchia lampada per bambini che proiettava le stelle sul soffitto. Era rotta e di certo non l'avrebbero venduta.

«No, che peccato. Me la ricordo», esclamò Alex appena la vide, pulendola da un ultimo sbuffetto di polvere rimasto incastrato nel pulsante di accensione. «Kara ed io chiudevamo le tapparelle, accendevamo la lampada e ci sdraiavamo sul pavimento a osservare le stelle che giravano intorno a noi».

Kara le sorrise. «All'inizio, ti lamentavi di essere troppo grande per questa lampada».

«E per vedere le stelle con te, sì», annuì, «Penso ancora che ero troppo grande, e ora che ci penso lo eri anche tu, ma era divertente».

Si scambiarono un sorriso e Lena sorrise a sua volta.

«A Kara piacevano un sacco le stelle».

«Mi piacciono ancora adesso».

Lena si allontanò, lasciando che ricordassero di quei momenti da sole. Era pur vero che desiderava allontanarsi prima che l'istinto di comprare lei la lampada e aggiustargliela solo per vedere il suo sorriso di fronte alle stelle sulle pareti si concretizzasse. Avrebbe corso il rischio di sostituire il bel ricordo del loro legame, e non era giusto, oltre a rendere Kara di nuovo in debito con lei. Non che pensasse davvero una cosa del genere, ma già immaginava la ragazza che le ricordava che per lei faceva troppo. Per un'amica faceva troppo. Forse anche per una sorella. Mise la mano destra nella tasca dei pantaloncini ed estrasse la palletta fuxia che le sorrideva, con il portachiavi, ripensando che tutto quello era decisamente troppo.

 

Da Kal a Me
Kara. Ti chiedo scusa per aver rifiutato di venire da te, non vorrei pensassi che non ho voglia di vederti o che non ne abbia di conoscere la tua famiglia…

Da Me a Kal
No, non preoccuparti! Ero così felice di invitarti che non ho pensato di stare affrettando le cose! Ci possiamo vedere quando vuoi!

Da Kal a Me
A proposito di questo, ti scrivo per invitarti. Ti andrebbe di venire tu a casa mia, a Metropolis? Prima che finiscano le vacanze estive, magari! Sarebbe bello averti con noi, puoi portare anche tua sorella. Ci farebbe piacere!

Kara sorrise, leggendo l'ultimo messaggio di suo cugino. Naturalmente con il parlare al plurale intendeva che avrebbe fatto piacere anche alla sua fidanzata e lei non vedeva l'ora di conoscerla.

Stava impalata davanti all'auto di Eliza, con il cellulare in mano. Alex le passò accanto per aprire lo sportello e la richiamò, mettendosi a ridere.

«Terra chiama Kara! Che hai da sorridere tanto, sorellina? Ti ha scritto il tuo nuovo ragazzo?».

«Non ho un nuovo ragazzo, te l'ho detto». Ripose il cellulare nella borsa che aveva a tracolla, scuotendo la testa. «Era Kal: ci ha invitato a passare da lui prima che finiscano le vacanze».

Lei immediatamente sospirò, stringendo le labbra. «Oh, non so se potrò esserci, devo tornare a casa prima del previsto: un professore vuole vedermi prima dell'inizio delle lezioni».

«Dici davvero?».

«Porta Lena», entrò in macchina, «E non ci credo che non hai un nuovo ragazzo: ti conosco troppo bene per non sapere che stai pensando a qualcuno».

Kara arrossì di colpo e trasalì, scoprendo che dietro di loro era apparsa Lena. Le passò davanti e salì in macchina prima di lei, con uno strano sorrisetto sulla faccia.

Dopo giorni di tentativi, finalmente Eliza convinse Lillian a provare la spiaggia, invece della solita piscina. Lillian Luthor odiava la sabbia e la sua incredibile dote di materializzarsi ovunque anche solo camminandoci sopra e raccontava con disgusto di quando da bambina la sua famiglia la portava là a giocare. Doveva essere stata l'unica bambina al mondo a non amare la sabbia. Eliza l'amava però, e quando disse alle loro figlie che sarebbero andate a trascorrere laggiù il pomeriggio, Lena pensò al miracolo. Addirittura scrisse a Lex, perché l'evento richiedeva la giusta importanza.

Kara chiuse lo sportello appena si fu seduta, scrutando, con la coda dell'occhio, che Lena sorrideva ancora come se fosse soddisfatta. Il loro essere amiche stava mettendo a dura prova entrambe, o almeno lo credeva, poiché sorridendo in quel modo sembrava che non le interessasse al suo stesso modo.

Lillian stava scegliendo la compilation da mettere in play nello stereo ed Eliza mise in moto, guardandosi indietro. «Avete preso tutto, ragazze?». Guardò ognuna di loro e, a risposta affermativa, partì per uscire dal vialetto.

«Seriamente», disse Alex a un certo punto, con lo sguardo rivolto al suo cellulare, «Perché non mi hai detto che frequenti un altro ragazzo? Se non è Mike…».

Lena guardò Kara in attesa di una risposta e quest'ultima avvampò, cercando di non cadere nella sua trappola. «Non ho un altro ragazzo».

«Frequenti qualcuno, Kara?», domandò anche Eliza. Lillian stava ancora cercando il cd adatt0, quindi non c'era della musica a coprire il loro discorso.

«Un ragazzo fortunato», mormorò anche quest'ultima.

«Non sto con nessuno», specificò, ricambiando lo sguardo di Lena, aggrottando le sopracciglia.

Alex sospirò. «Prima ci dicevamo sempre tutto, sorellina. Lo so che stai pensando a qualcuno, non vuoi parlarne davanti a loro, va bene, ma almeno tra noi…».

«Dice la sorella che non mi ha detto che avrebbe interrotto prima le vacanze».

«L'ho scoperto oggi anch'io», scrollò le spalle.

«Chi? Chi interrompe prima le vacanze?», sbottò Eliza. Lillian si fermò subito dallo sfogliare i cd.

«Io», sbuffò Alex, «Mi dispiace. Un professore mi ha chiamata e non posso dirgli di no. Anche Kara interrompe, no?», si voltò a guardarla.

«Vado a trovare Kal! Mi ha invitata a Metropolis e doveva venire anche Alex, ma lei non può…». Guardò di sbieco Lena, che aveva poggiato la testa allo schienale con fare rilassato.

Eliza e Lillian si scambiarono uno sguardo. Sorrisero comprensive, anche se palesemente dispiaciute.

Da Me a Kal
Non vedo l'ora! Ma Alex non potrà venire, è impegnata. Posso portare con me Lena?

Inviò e ripose il cellulare nella borsa, spingendosi un po' di più verso lo sportello. Non sapeva se fosse o meno la sua impressione, ma Lena e il suo seno erano diventati incredibilmente vicini. Indossava una canotta con spalline fini bianca, quasi trasparente poteva vedere il reggiseno rosso che indossava. Deglutì. «In effetti…», sussurrò, attirando l'attenzione suo e di Alex. «C'è una persona…». Ecco, decise in un lampo: era inutile tentare di mentire anche su quello, se era vero che comunque non riusciva a nasconderlo.

«Lo sapevo», sorrise Alex, «Dai, racconta»; indicò davanti a loro con gli occhi, a Lillian che aveva finalmente scelto un cd da ascoltare e a lei ed Eliza che discutevano, immaginando che non le avrebbero interrotte, proprio ora. Lena aveva gli occhi chiusi e Kara era certa che stesse fingendo di non ascoltare.

«Ma non so come comportarmi con… questa persona», ammise. La vide svegliarsi d'improvviso, come ricordata in quel momento di dover cercare qualcosa in borsa.

«In che senso? Stai parlando in codici? Vi frequentate oppure no?».

«No. È più complicato di così… È che non so cosa vuole, non la capisco. Stiamo provando a restare amiche con-con questa persona, ma continua a mandarmi segnali contrari, diciamo», alzò gli occhi.

Lena si mise gli occhiali da sole, richiudendo la borsetta. Per una curva le finì ancora più addosso e le chiese scusa, abbassandosi per recuperare la borsa che era scivolata ai piedi di Kara. Il seno le si spalmò contro le ginocchia e Kara prese un grosso respiro, cercando di focalizzarsi sullo sguardo smarrito di Alex.

«E tu non sei una cima, quando si tratta di segnali», rise la sorella, «Ma se sei sicura ci stia provando, cosa ti trattiene? Mike lo sa?».

«Mike non c'entra nulla», scosse la testa. Lena si rialzò, mantenendo la borsa sulle ginocchia. La vide sorridere con la coda dell'occhio; possibile che non prendesse la cosa seriamente? «Le sue parole, quando parla, dicono una cosa ma», si risistemò gli occhiali sul naso, «q-quello che fa è un'altra cosa. M-Mi mette in difficoltà».

«Se ti mette in difficoltà, forse dovresti dirglielo», rispose a un certo punto Lena e Kara arrossì, bloccandosi.

«Concordo», aggiunse Alex, riguardando per un attimo il suo cellulare. «Ma non mi hai ancora detto cosa ti trattiene, se non Mike», le rivolse di nuovo lo sguardo.

Una curva opposta sbandò Kara addosso a Lena e, cercando di scansarsi il più in fretta possibile, continuava a scivolarci sopra. Lena la aiutò e la mano destra di Kara era rimasta su quella sinistra di lei. Si guardarono. Poi Kara gliela lasciò, girandosi verso il finestrino. «N-Non posso stare con… questa persona», rispose.

Alex spalancò gli occhi, girando verso di lei e cercando di mantenere bassa la voce, guardando di sbieco Eliza e Lillian. «Ti prego, dimmi che non è un uomo sposato».

«No», gridò così forte che loro madri si bloccarono, riprendendo a parlare poco dopo. Lena sorrise divertita. «Non è un uomo. Sposato, intendo. Non è un uomo, né sposato. V-Voglio dire: no, non è sposato», si risistemò di nuovo gli occhiali, riprendendo fiato.

Alex rise, riservandole poi uno sguardo compassionevole. «Va bene, ne riparliamo dopo. A questo punto, di peggio può esserci solo se è un Luthor».

Kara scoppiò in una risata isterica, mentre Lena deglutiva. Per fortuna, Alex era davvero presa dal suo cellulare per dare il giusto peso alle loro reazioni. La sorella lo aveva detto per via della relazione della loro madre con Lillian, per come si erano svolte le cose, in fretta e in modo strano, non certo perché pensasse che potesse stare seriamente con un Luthor. O una Luthor. Nemmeno considerava l'ipotesi che potesse trattarsi di una lei; d'altronde era pur vero che con Alex aveva sempre e solo parlato di ragazzi. E le erano sempre piaciuti i ragazzi, ma non solo. E di quel non solo non ne aveva mai parlato, perché in un modo o nell'altro non era mai stata con qualcuno che non fosse un ragazzo.

Parcheggiarono nel parcheggio apposito e lasciarono la strada e poi l'area ciclabile, per entrare in spiaggia. Era enorme, c'era già tanta gente e il mare era mosso. Lillian fece in tempo a toccare la sabbia che cominciò a lamentarsi di sentirla fino agli occhi. Sarebbe parsa esagerata se non fosse per il vento che, effettivamente, lanciava violentemente la sabbia contro di loro. Sistemarono un ombrellone e lo agganciarono per non farlo volare via, così distesero gli asciugamani e Alex si allontanò per rispondere al cellulare, dicendo che avrebbe fatto una passeggiata. Allora anche Kara e Lena si distanziarono, lasciando le loro madri alla consueta crema sulla schiena. Si avvicinarono alle rocce e Kara cominciò a passarsi le mani bagnate addosso per prendere confidenza con l'acqua fredda. Per un attimo si voltò con l'intento di chiederle se voleva a bagnarla, ma la domanda morì sul nascere, diventando rossa.

«Allora», Lena attirò la sua attenzione, «Ti metto in difficoltà?».

Kara abbozzò una risata, scuotendo la testa. «Lascia perdere, per favore… Era solo un-un- non lo so, uno sfogo, forse! Te l'avevo detto che Alex sapeva», le riservò un'occhiata, infine.

«Ma non sa niente, Kara. Cosa sa? Che sei presa da qualcuno? Sono state le tue parole. Non potrà mai sospettare di me, lo ha dimostrato ciò che ha detto in auto», sorrise, «Ma quello che hai detto tu, è vero? Ti metto in difficoltà?».

Kara si sedette su di uno scoglio un po' levigato, lavorato dalla forza del mare, scuotendo i piedi all'interno dell'acqua, soprappensiero. «No. Forse. Un pochino… diciamo di sì», strinse i denti. «Dici che vuoi che restiamo amiche, ma poi ti metti a fare delle cose che-», si fermò, aggrottando le sopracciglia.

«Di che tipo?».

«In auto, ad esempio», gonfiò le guance, «mi sei gettata addosso».

«Erano le curve».

«Ti è caduta la borsa e ti sei abbassata per prenderla».

«Non volevo disturbarti e chiedere a te di prenderla, stavi parlando».

Kara si tappò, scambiandosi con lei uno sguardo. «Hai-Hai… cioè, mi metti sempre… Emh, voglio dire, il tuo corpo…».

Lena spalancò la bocca e le sue guance si arrossarono, intuendo finalmente dove volesse andare a parare. «Adesso capisco. Ti metto in difficoltà con il mio corpo?! Emh, Kara… è una cosa che tu fai di continuo».

«Eh?».

Lena le ricordò di quando le si sedeva vicino e, allungandosi e sbilanciandosi per prendere qualcosa dall'altra parte del tavolo, le si buttava addosso, di quando si abbassava davanti a lei per fare ginnastica e la maglietta si apriva sotto il suo collo, mostrandole il seno, o di quando si appoggiava sui pensili della cucina leccando il cucchiaino davanti a lei mentre mangiava qualcosa, del giorno in cui era uscita dal bagno con indosso solo un piccolo asciugamano, o meglio ancora di quando lei, già a letto, la vedeva passare davanti tutte le notti per agganciarsi le lenzuola, inchinandosi e lasciando che il sedere fosse proprio in direzione della sua faccia. Kara non disse più nulla poiché non immaginava di provocarla allo stesso modo di come Lena provocava lei e, soprattutto, di essere guardata allo stesso modo.

« Ah… T-Ti chiedo scusa».

«Credimi, le tue scuse sono l'ultima cosa a cui pensavo», le si avvicinò con un strano sorriso stampato sulle labbra, abbassandosi verso di lei e sedendo su una roccia vicina, parandosi il viso da qualche schizzo d'acqua.

«Non-Non ci pensavo», sorrise con un sospiro. Si portò una mano sul naso per sistemarsi gli occhiali, notando solo un istante dopo che gli occhiali non erano sulla sua faccia e che li aveva lasciati in spiaggia.

«Non pensavi che fossi attratta, anche in questo senso, da te? Non pensavi che… ti guardassi?», si voltò e scrutò le sue labbra. Le passò di tutto per la testa in quei pochi istanti in cui, con decisione, si rialzò in piedi. «Stavamo per cascarci di nuovo, va bene, dobbiamo dire basta», abbozzò una risata, osservando una Kara che stringeva le labbra con imbarazzo, «Qualsiasi cosa ci spinga insieme, per quanto bello, deve finire. Lo so, è un discorso che abbiamo già fatto ma pare non abbia funzionato, quindi ho deciso che tornerò a casa a National City».

«Cosa?».

«Ti prego, non cercare di farmi cambiare idea: non voglio andare, voglio stare con te, ed è per questo che devo farlo. Le nostri madri si sposeranno, Kara, non possiamo permetterci di farlo, accidenti», scosse la testa, «tra tutte le donne del mondo, proprio te… e continuo a chiedermi se ci fossimo incontrate in un altro contesto… o se forse così non ci saremmo incontrate mai. Ma non si andrà da nessuna parte pensando ai ma e ai se , quindi devo muovermi e fare qualcosa di concreto».

Kara deglutì, guardandola negli occhi. Le stava dicendo che doveva finire e, proprio mentre lo faceva, sentiva il bisogno di baciarla. Doveva sforzarsi per accettare le sue parole perché aveva ragione e capì che in fondo le importava davvero che restassero solo amiche. Erano attratte l'una dall'altra, bene, lo avevano chiarito, stando particolarmente attente a non parlare di ciò che sentivano emotivamente, ed era arrivato il momento giusto per dividersi seriamente.

«Dobbiamo restare lontane per un po', magari ci rivedremo quando avremo degli impegni familiari e per allora, forse…», non concluse, ma Kara sapeva cosa intendeva e annuì, abbassando un poco lo sguardo.

«Va bene. No », scosse la testa all'ultimo, increspando il viso, «No, no, non va bene, aspetta: volevo chiederti se ti andava di venire con me a Metropolis», la vide alzare un sopracciglio, «Da mio cugino Kal. Non so come sia il vostro rapporto, forse non vi conoscete ancora bene e vorrei che tu lo conoscessi, sì, come lo conosco io. S-Se ti va, ovviamente… Volevo la tua compagnia».

Lena spostò il suo sguardo verso un punto distante della spiaggia, sembrò pensarci, per poi lasciarsi andare a una breve risata. «Lui lo sa?».

«Gliel'ho chiesto».

«E?».

«Non mi ha ancora risposto ma sono certa che dirà di sì».

Lei scosse la testa, per poi annuire. «Al diavolo il mio discorso: va bene. Ma dobbiamo sforzarci per essere solo amiche», le mostrò la mano e Kara gliela strinse, approfittando per farsi tirare su.

«Noi siamo amiche». La abbracciò e Lena s'irrigidì, salendole i brividi.

«Sei ghiacciata».

Kara si allontanò di scatto, quando si accorse di averla abbracciata che aveva indosso solo il costume.

Lontano dalle due, Alex le vide ridere, ascoltando la voce dall'altra parte del cellulare. Sospirò. «Come ho detto: sembra che sia riuscita a convincerla a non andare avanti, se non altro per il momento», prese una pausa, giocando a lasciare le sue orme sulla sabbia bagnata, guardando che intorno a lei che nessuno stesse ascoltando la sua conversazione. «Non credo abbia abbastanza paura, è frustrata, sembrava solo decisa ad arrivare alla verità. È una cosa che ha in comune con mia sorella, forse per questo vanno così d'accordo. No, non gliene ha parlato. Non ne sono certa, ma Kara non è brava a nascondere le cose e lo saprei… Non riparlerò con lei di questo, non voglio ricordarglielo adesso che è serena e ho già detto tutto riguardo a ciò che sa», deglutì, girandosi e guardando che, più avanti sulla riva, Eliza cercava di convincere Lillian a bagnarsi. «Mi dispiace per il tono. Sono… sono solo stanca di questa situazione e di dover mentire alla mia famiglia. Sì, a Metropolis mi hanno detto di aspettare ancora, ma la stanchezza…», si passò due dita sulla fronte, «Va bene, signore. A presto». Chiuse la chiamata e sospirò di nuovo, decidendo di raggiungerle.

 

Alex tornò a National City due giorni dopo. Eliza e Lillian erano più dispiaciute di quanto volessero ammettere, e lo erano anche per l'imminente partenza di Kara e Lena a Metropolis, seppur tremendamente commosse che la prima avesse invitato la seconda come una sorella, al posto di Alex. Clark Kent accettò la sua presenza a patto che non si fosse parlato di Lex e Kara non avrebbe parlato di Lex prima di sapere che non voleva si parlasse di lui, e curiosa aveva subito chiesto spiegazioni a Lena, che aveva liquidato la conversazione con un erano amici ma hanno litigato . Era più curiosa di prima ma decise di lasciar perdere per non rovinarsi la vacanza. Intanto aveva altro per la testa: scoprire dove abitava suo cugino e se si trovava bene, conoscere la sua fidanzata e fingere che non fosse dispiaciuta per l'insolita freddezza di Lena nei suoi riguardi. Non capitava più che si sfiorassero per errore, che si sedessero tanto vicino e, quando lei andava a letto, Lena stava sdraiata sull'altro lato e dormiva, o Kara supponeva che lo facesse; non le parlava né guardava più. Non come prima. Si sentiva una stupida a volere sia che riuscissero a essere amiche e sia che fossero intime, sapendo che rischiava di compromettere la prima cosa.

Prima di andare a dormire, la sera prima della partenza, Lena portò fuori la spazzatura. Era il suo turno. Aprì il bidone ci infilò il sacchetto nero, così chiuse e sua madre le si parò davanti come un fantasma, ben stretta nella sua vestaglia scura.

«Domani vai a Metropolis con Kara», disse con voce glaciale, guardandola negli occhi. Lena riusciva a notare in lei un flebile sorriso, eppure il suo tono era tutt'altro che gioviale.

«Credevo fossi felice che ci siamo avvicinate. Siamo diventate amiche».

«Sì, vorrei solo essere sicura che tu non ne stia combinando una delle tue. Vi vedo molto vicine».

«Una delle mie?».

Lillian le strinse un braccio e Lena si tirò indietro inutilmente, mentre lei la fissava. «Fingevo di non sapere cosa facevi con le tue amichette, Lena, ma lei è diversa. Non ti azzardare. Neanche una cazzata, sono stata chiara?».

La figlia riuscì a separarsi dalla morsa, non mancando di staccare un solo istante gli occhi freddi da lei. «Quello che sai è solo ciò che pensi di sapere! Hai tenuto sotto controllo tutta la mia vita, non sono mai riuscita a tenermi un'amica. Lascia in pace me e il mio rapporto con Kara, per favore».

Lillian la guardò tornare dentro, chiudendo la porta piano, senza dare spettacolo. Guardò verso il cielo, intorno a lei come per assicurarsi che nessuno le avesse sentite, e così tornò dentro prima che Eliza si accorgesse di essere sparita.

Kara era rimasta da sola in soggiorno, sul divano, poiché tutte erano già andate a dormire, e posò qualche rivista che stava sfogliando: si parlava della mostra sulle barriere architettoniche finanziata dalla Luthor Corp e in tre su quattro Eliza e Lillian erano in copertina; negli articoli all'interno, loro venivano nominate, in una foto c'era solo Lena e, in un altro giornale, comparivano insieme, in una foto più piccola, vergognandosi un po'. «Sei già a casa?», chiese a sua sorella, per telefono. «Domani vado a Metropolis con Lena. Sì, sono un po' nervosa, è vero», sorrise. «Lena? Sta bene, perché? Aah , ecco, sì, in realtà non credo ci siano problemi tra Kal e Lena, quanto tra Kal e Lex. Ma non conosco i dettagli, sembra che nessuno ne voglia parlare».

«Va bene, salutami tuo cugino, un giorno avrò modo di conoscerlo» .

«Sarà fatto», rise entusiasta.

«Devo andare, sorellina. Ho già detto ad Eliza che non tornerò per la fine di agosto, ma in caso si dimenticasse ricordarglielo. C'è il compleanno di Jamie e non posso perderlo» .

«Oh, sì», Kara si passò una mano sulla fronte, «Mi dispiace non esserci ma le ho fatto un regalo, te lo invio domattina… Mi stavo per dimenticare!».

«Un regalo?» .

«Dovevo». Si scambiarono la buonanotte e Kara si sdraiò lì sul divano, chiuse gli occhi e pensò all'incredibile giornata e mezza che l'avrebbe aspettata a Metropolis.

Presero la metro la mattina presto, Kara fece appena in tempo a inviare un pacchetto a National City, e salutarono Eliza e Lillian che le avevano accompagnate in auto. La metro le portò a Metropolis e da lì salirono sulla monorotaia, godendosi del panorama di altissimi e ricchissimi palazzi incorniciati dal cielo limpido e toccati dai raggi del sole. In verità, era Kara quella attaccata al vetro che non faceva che stupirsi e ripetere quando Metropolis fosse grande e meravigliosa, Lena era fin troppo abituata alla metropoli e non si stupiva più di niente, se non dell'entusiasmo dell'altra.

«Vedo la Luthor Corp», emise, indicando uno dei palazzi più grandi e più in vista, possente e con riflessi neri alle finestre. Si domandò se Lex fosse là affacciato da qualche parte, rendendosi conto di non essere mai stata tanto vicina a lui fino ad ora. Ma non avrebbero avuto il tempo di andare a trovarlo.

Scese alla stazione si fermarono ai pressi di un enorme parco, sedute su una panchina ad aspettare l'arrivo di Clark, intanto che facevano fuori due ciambelle. Kara non aveva resistito ed erano state la prima cosa su cui aveva posato gli occhi sopra appena scese. Lui arrivò con pronto un gran sorriso e Kara gli si gettò addosso per abbracciarlo.

Era tutto perfetto. Kal era di nuovo accanto a lei e non le sembrava vero. A volte sentiva come se in stargli vicino ci fosse qualcosa di sbagliato, di storto, perché erano cresciuti e si erano dimenticati per anni, e forse una parte di loro ammetteva che faticavano a riconoscersi, ma era bello e metteva su di giri.

Entrarono in un palazzo e l'ascensore li portò fin su al tredicesimo piano, dove Clark aprì la porta di casa. Sull'etichetta del campanello si leggeva Kent-Lane . Kara prese un grosso respiro prima di attraversare la porta, particolarmente in ansia. Al suo fianco, Lena le sorrise e così prese coraggio, annuendo.

«Casa dolce casa», disse lui, appendendo le chiavi all'ingresso e salutando con una carezza il grande cane che venne subito loro incontro scodinzolando.

Kara salutò il cucciolo e restò a bocca aperta, girandosi da una parte all'altra in quella sala grande e luminosa, sorretta da pilastri bianchi. Davanti a loro c'erano delle enormi vetrate invece delle pareti, che permetteva di vedere gli altri palazzi lontani; quel soggiorno era spazioso, c'era un enorme tappeto steso sul pavimento di legno e sopra due divani, poco lontano un mobile con tv al centro, pieno di libri intorno. A sinistra c'era una scala di legno a chiocciola che portava al soppalco e, più avanti, una porta aperta, dove sembrava esserci un breve corridoio che affacciava ad altre porte. Alla loro destra, invece, c'era la cucina, che separava lo spazio con un tavolo e dei mobili. Davanti alla zona cottura si intravedeva un cucuzzolo di capelli castani; si sollevò e una donna sorrise verso la loro direzione.

«Tornato?».

«Ti prego, dimmi che non hai bruciato niente», supplicò lui.

«Giuro. E come vedi anche tu la casa non è a fuoco». Lo baciò con un abbraccio e sorrise alle due ragazze, sporgendosi da lui per tendere loro la mano. «Piacere, sono Lois. E non so cucinare», rise, stringendosi l'elastico che teneva alti i suoi capelli disordinati. A un certo punto si staccò dal suo fidanzato, optando per un abbraccio invece che della stretta di mano.

« Per niente », sussurrò lui scuotendo la testa e guardando Kara, indicandola mentre abbracciava Lena.

«Noi due già ci conosciamo», le lasciò mezzo sorriso e Lena annuì.

«Sì, ci siamo incrociate qualche volta».

«Per via di Kal?», domandò Kara curiosa, accarezzando di nuovo il bovaro a pelo lungo.

«No, per via del mio lavoro: sono anch'io reporter per il Daily Planet».

Kara restò a bocca aperta: erano ancora tante le cose che non sapeva di suo cugino e della sua nuova vita, come essere fidanzato con una collega e avere un cane di nome Keplero, lesse dalla sua medaglietta sul collare.

I due fecero fare alle ragazze un breve tour della casa e le fecero posare le loro cose nella camera degli ospiti, sul divano che per la notte avrebbero aperto per loro. Avevano già parlato di quello per telefono, ma Lois continuò a dire che le dispiaceva di non poter avere dei letti, chiedendo alle due se erano sicure di voler dormire insieme. Con Alex immaginarono non ci sarebbe stato problema, ma non sapevano quanto era da sorelle il loro nuovo rapporto da sorelle. Entrambe la tranquillizzarono e si scambiarono un'occhiata, spendo che, per quella notte, avrebbero dovuto sforzarsi e stare lontane.

Era già ora di pranzo e mentre Clark finiva di cucinare, Lois apparecchiò nel tavolo in soggiorno aiutata da Kara e Lena, che si offrirono, e poi diede la pappa a Keplero, in una ciotola vicino alla penisola in cucina. Kara s'imbambolò a fissarli. Ricordava che quando era ragazzino, Kal non amava la cucina ma di certo amava mangiare, come lei. Ritrovò i suoi atteggiamenti e i suoi sorrisi e quando parlava con Lois emanava spensieratezza. Le era spuntato un sorriso nel vederli battibeccarsi con complicità.

Appena finito di leccare la sua ciotola, Keplero era ai loro piedi, seduti a tavola. Si sedeva a fianco a uno di loro e lo fissava per un po', così quando capiva che non gli avrebbe dato nulla, passava al posto successivo e faceva la stessa cosa, ritrovandosi a fare il giro varie volte. Era ben educato, se non altro, e Clark si vantò di aver provato ad addestrarlo qualche volta, ottenendo discreti risultati. Lui e Lois erano seduti davanti a loro e, di tanto in tanto, Kara li scorgeva cercarsi con lo sguardo, sorridere, perdersi in un momento solo loro. Ma notò anche con quanta scrupolosità ogni tanto lui fissasse Lena, che mangiava in silenzio a fianco a lei. Le sembrava di vederlo un po' teso, quando posava i suoi occhi su di lei, in verità. Parlarono del loro lavoro al Daily Planet e Kara di come anche lei avrebbe voluto essere reporter e del suo colloquio a settembre con Cat Grant. Clark si freddò un po' al sentire che Lena le aveva rimediato un appuntamento, al contrario di Lois che ne era sembrata entusiasta, rimarcando, tuttavia, quanto non le piacesse quella donna.

«Ma è brava nel suo lavoro, quindi è ottimo, Kara», le disse alzando la forchetta che aveva in mano, con mezzo boccone ancora in bocca. «Come ho detto: sulla sua persona avrei da ridire, il suo passatempo preferito è criticarmi, ma sa il fatto suo in tutto il resto. Vedi di passarlo quel colloquio».

Lei annuì con decisione. Scambiò uno sguardo con Lena, ancora grata per ciò che aveva fatto per lei, che le sorrise di rimando.

Clark la guardò per un po' e aggrottò le sopracciglia, finendo di ingoiare un boccone. «Lena, che mi dici di Roulette? La stai ancora frequentando?».

Lei deglutì e sforzò un sorriso. «No, è da un sacco di tempo che non la sento. Ha lasciato l'università».

Clark scrollò le spalle come se se lo aspettasse e Kara si fece curiosa. «Chi è Roulette?».

«Veronica Sinclair, una mia vecchia amica».

Kara scorse con la coda dell'occhio suo cugino ridacchiare scuotendo la testa e non capiva la sua reazione, quando sentì Lois riprendere il discorso:

«Non stavate insieme?», domandò. Se non altro, al contrario di Kal, lei non sembrava nascondere qualcosa ma ne parlava con pacatezza. «Così mi aveva raccontato Clark».

Kara aggrottò le sopracciglia, guardando Lena.

Quest'ultima restò a bocca aperta, pensando bene a cosa rispondere. «Una specie. Eravamo per lo più amiche».

«Mh, amiche come erano amici Clark e Lana Lang, suppongo», lanciò un'occhiata al suo fidanzato che, a quel nome, aveva alzato le sopracciglia.

«Per quanto ancora tirerai fuori questa storia?», rise, passandosi una mano sul viso e scuotendo la testa. Dopo guardò subito Kara. «Lana Lang è la mia ex, per un po' siamo rimasti amici e Lois se l'è legata al dito».

«Oh, andiamo, non fare l'innocentino solo perché c'è tua cugina! Lo so che facevi pensieri su di lei anche quando eravate solo amici ».

Lui negò ed entrambi risero. Kara si sforzò di ridere con loro, ancora soprappensiero, e Lena sospirò. Decisa a chiudere quella conversazione in fretta, quest'ultima fece loro i complimenti per la casa e così parlarono di arredamento, poi di nuovo di Keplero, e infine della serata, che come erano rimasti d'accordo per cellulare erano ancora dell'idea di fare una festicciola intima, dicendo che sarebbe venuto anche un amico che lavorava con loro.

Nonostante sorridesse ed entrasse ogni tanto in discussione, Kara era ancora presa da quella Roulette, a come Lena si era irrigidita a parlare di lei, alla domanda di Lois, a come Lena, quindi, quella volta sul treno, le aveva mentito dicendole di essere stata con un ragazzo per cinque anni e che da allora era single.

Lena sapeva che Kara era ancora lì con la testa, glielo leggeva in faccia, ma fece finta di niente e, a pranzo finito, quando Kara disse che andava in bagno a lavarsi, la seguì per sistemarsi il trucco. Kara non la degnò di sguardo quando passò dietro di lei per raggiungere lo specchio con la trousse che si era portata da casa. Iniziò a ripulirsi gli occhi, decidendo di rifarsi un trucco più leggero, pensando a come Clark Kent, che non voleva si parlasse di Lex, aveva tirato fuori Roulette. Era stato un colpo basso, ma non era quello a interessarla quanto immaginare a quali conclusioni era arrivata Kara.

«Roulette ed io eravamo davvero amiche», le disse mentre gettava i dischetti struccanti in un cestino, mentre Kara si lavava la faccia.

«Va bene», la sentì.

«Kara, ti prego», le toccò un braccio e si voltò verso di lei, «Non ti ho mentito, sono stata davvero con Jack cinque anni, solo che… che non siamo stati sempre insieme in quei cinque anni. La nostra relazione si basava su uno strano tira e molla. Lui si è visto con altre ragazze in quei periodi… e anche io. L'ho omesso quella volta perché non mi sembrava rilevante».

«Va bene, non mi devi delle spiegazioni».

«Tornavamo insieme, alla fine e… Sento di dovertelo dire che», deglutì, «ho sempre preferito le donne, ma Jack era come un punto fermo per me e io lo ero per lui. Per questo ci ritrovavamo. Ma Roulette… siamo state insieme, è vero, ma non c'è stato nient'altro, non eravamo legate sentimentalmente, intendo».

«Va bene», ripeté Kara. Continuava a dirlo ma era visibilmente seccata e sembrava che più Lena tentava di spiegarsi e peggio si piegava il suo viso. «Non c'è niente neanche tra noi, siamo amiche, c-come tu e questa Roulette», strinse le labbra, «A-A parte la… hai capito. Siamo attratte, sì», sospirò, «ma è tutto, no? Non siamo legate in qualcos'altro come sentimenti o cose simili», accennò un sorriso e Lena si sentì contrarre dentro. «Guardavo mio cugino e Lois prima e ho capito che è quello che voglio! Una relazione come la loro è quello che voglio e-e questo che succede tra noi non la porterà. Quindi è tutto a posto».

Non lasciò che le disse altro e uscì dal bagno e, a giudicare dalla vocina stridula dietro la porta, doveva aver incontrato il cane. Lena sospirò rassegnata e continuò a struccarsi. Era certa di aver rovinato qualcosa con lei. Anche se non avevano mai parlato di ciò che sentivano emotivamente, non significava che ciò che c'era sarebbe scomparso. E quella stessa discussione ne era la prova. Ma a quel punto, pensò, ricominciando a truccarsi, era forse ciò che serviva per freddare definitivamente le cose tra loro.

 

Erano rimaste distanti per quasi l'intero pomeriggio. Lena si era intrattenuta a parlare con Lois di politica, in soggiorno, mentre Kara aveva seguito Kal verso le camere.

«Ti sei sistemato davvero bene qui, Kal. Mi piace. E mi piace Lois».

«Sì, lei», arrossì, portandola nella stanza per gli ospiti davanti a una scrivania logora, aprendo uno dei cassetti, «è eccezionale. Sono fortunato». Le sorrise e dopo le mostrò una pila di fogli che lei prese, sfogliandoli. «Questi li ho fatti quando ho cominciato a ricordare».

«L'emblema degli El», sussurrò con un sorriso commosso, guardando con attenzione quei disegni, dapprima con righe poco ispirate, solo bozze di un ricordo che non voleva apparire chiaro, poi via via sempre più riconoscibile e deciso. In un altro foglio erano scritti il suo nome e quelli della loro famiglia perduta. In altri fogli i disegni si facevano più confusi, linee dure e perse, delle personcine con sorrisi appena abbozzati e pregni di malinconia.

«Non ero bravo nel disegno prima e non lo sono neanche ora», scherzò, ma lei era tesa, incantata nell'osservare quei segni neri e blu su bianco che le ricordavano lo scoppio, il sangue sulla sua nuca quando lo aveva soccorso, un nodo pesante dentro di lei che credeva di aver sepolto con il tempo.

«Kal, tu lo sai cosa… cosa è successo quel giorno?».

Lui tornò serio e si portò le mani sui fianchi, prendendo un grosso sospiro. «Sì. Sì, ammetto di aver cercato di capirci quando ho iniziato a ricordare, perché volevo dare un senso ma», scosse la testa, «un senso non c'era e non c'è ora. Non ci sarà mai».

«L'assistente sociale, quando avevo diciott'anni, è venuta a casa mia e mi ha parlato. Mi ha spiegato delle persone contro cui si erano messe i nostri genitori e mi ha detto che sono state arrestate, che stanno pagando in galera per ciò che hanno fatto…».

«Sì. Sì, è vero». Le poggiò una mano su una spalla quando la vide fare una certa espressione, poiché la conosceva bene: era la sua in quel periodo. «È finita, Kara. Te lo dico subito perché voglio essere chiaro su questa cosa: non c'è nient'altro che possiamo fare. Che puoi fare. Quel gruppo di persone non esiste più e chi ne era iscritto sta pagando con il carcere». Il campanello suonò e lui andò ad aprire, dicendole che doveva essere arrivato il loro amico.

Kara restò incantata, ancora fogli in mano. Raccontavano il terrore che Kal aveva passato, la vita a cui entrambi erano stati strappati. Qualcosa di terribile che sarebbe rimasto dentro di loro per sempre, come quella matassa che sentiva nello stomaco; potevano nasconderlo, andare avanti, ma ci sarebbe sempre stato. E non sapeva se essere a conoscenza dei responsabili in carcere l'avrebbe aiutata, adesso che quei disegni le avevano aperto gli occhi. Li lasciò sulla scrivania e seguì i chiacchiericci, tornando indietro dal corridoio in sala. Con loro c'era un ragazzo alto, nero e di muscolatura decisamente possente. Inchinato, stava salutando Keplero che gli scodinzolava addosso felice. Lui alzò lo sguardo e la vide, sorridendo in un attimo.

«Jimmy, vieni, ti voglio presentare Kara, mia cugina».

Si strinsero la mano e lui intervenne subito: «James. James Olsen. Ti prego, solo lui e Lois mi chiamano in quel modo», le fece l'occhiolino e lei sorrise, annuendo.

Accesero le lampade da terra lasciando la sala in una luce soffusa, quando chiusero le tende delle vetrate con il cielo farsi scuro. La tv trasmetteva un film che doveva essere comico poiché si sentivano le finte risate in sottofondo, ma nessuno di loro la guardava, neppure Keplero, che sonnecchiava appollaiato su un lato di uno dei divani. Il tavolo era pieno intorno a loro di snack e bibite, mentre giocavano a carte. Kara temeva che Lena non si sarebbe ambientata e che l'avrebbe odiata per averla invitata, trascinata lì e poi solo per litigare, ma in realtà la vedeva riuscire a scambiare parole sia con Lois che con Kal, seppure lui riuscisse a stento a sostenere il suo sguardo durante una conversazione. Odiava il fatto che avesse litigato con lei, se poteva chiamarlo litigio. Ma non si pentiva di ciò che aveva detto perché lo pensava davvero. E se quella con Roulette, per lei, era tranquillamente classificabile come amicizia, non osava immaginare cosa ne pensava della loro. Apparentemente, per Lena la linea che divideva l'amicizia da quel qualcosa di più era molto più sottile che per lei. Gettò una carta sul tavolo e James, al suo fianco, si lamentò. La guardò e sorrise, prendendo un'altra carta dal mazzo. Kara cominciava a pensare che ci stesse provando, ma era troppo arrabbiata con Lena per darci peso, e troppo annebbiata dai disegni di terrore di Kal. Era davanti a lei, sul tavolo, e ogni volta che lo guardava, anche se le sorrideva, lei rivedeva il sangue che lui aveva perso a causa dell'esplosione.

Lena vinse un'altra mano e Lois stappò un'altra birra. Kal prese un'altra carta dal mazzo e James rise con lui a squarcia gola, Lois grugniva, riprendendo James. Kara faticava a tenere alta la concentrazione e non ricordava nemmeno più a cosa stavano giocando. Sapeva solo che, da un attimo all'altro, smisero di giocare a carte e Kal portò a tavola una birra diversa, proponendo anche un nuovo gioco.

«A squadre sarebbe più divertente ma siamo dispari», disse, stappando la nuova bottiglia. «Allora, a turno ognuno di noi dovrà mimare qualcosa, che sia il titolo di un film, di uno spettacolo, qualsiasi cosa che sia popolare, e tutti cercheremo di indovinare. Chi non indovina abbastanza avrà meno punti e avrà perso».

«È un gioco stupido, andiamo», rispose James, continuando a bere.

«Tu sei stupido».

«Tu sei stupido».

«Siete stupidi tutti e due», concluse Lois, adocchiando poi la bottiglia di birra portata da Clark. «E vacci piano con questa».

«Cos'è?», domandò prontamente Kara, che l'aveva tenuta sotto stretto sguardo da quando lui la portò sul tavolo.

«Una cosa un po' più forte», scrollò le spalle, «L'altra, Clark la sente appena».

Se era rimasto qualcosa in loro che li identificava come parenti di sangue, quella poteva essere la lunga sopportazione all'alcol. Chiese un sorso e da lì cominciò a gettarsi qualche bicchiere quando capì che faceva effetto, suo cugino stappava e lei beveva, prendendo coraggio per riuscire a essere solare come lo era sempre, senza pensare all'esplosione che aveva privato lei e Kal di una vita normale o del fatto che non poteva stare con la persona di cui probabilmente si era innamorata. Di cui si era sicuramente innamorata. E riusciva ad ammetterlo solo ora che era quasi ubriaca.

Kal le disse all'orecchio che di birra non ne avrebbe rivisto più per il resto della serata ma aveva ancora il fondo del bicchiere e stava per metterselo in bocca quando Lena la fermò, dicendole che aveva bevuto abbastanza. Lei buttò giù lo stesso fino all'ultima goccia e si alzò, poiché toccava a lei mimare. Prese James quando si accorse che non riusciva da sola. Lois tentava di indovinare, Kal era infastidito e Lena la guardava a braccia a conserte; aveva smesso di giocare già qualche bicchiere di Kara prima.

«Suvvia, questa è facile…», borbottò con un sorriso, guardando dopo James che, in imbarazzo, non sapeva cosa fare. Kara rise. «Dobbiamo morire, Jimmy che non vuole essere chiamato Jimmy».

«Kara, basta», sussurrò lui, «Credo che tu non ti senta molto bene».

«Sto benissimo, siete voi che non state bene: avete tutti una faccia così strana», abbozzò una risata.

Lena si alzò, cercando di andarle incontro. «Kara, sono molto stanca. Posso chiederti se mi fai compagnia… a letto», aggiunse e Kara le sorrise. Kal si alzò e la appoggiò, dicendo che anche lui era stanco e che la serata si era conclusa; così si alzò anche Lois, cominciando a sparecchiare la tavola.

«Non verrò a letto con te, Lena», scosse la testa. La ragazza si portò una mano sulla fronte e dopo insisté, così Kara si tirò indietro. «Prima di dormire, devo finire la mia per- per- perfor- formaggio , quella cosa lì, o perderò il gioco», rise, abbracciando James. Si mise in punta di piedi e gli sfiorò le labbra con le proprie. Lui si tirò indietro quando il danno era già fatto. A quel punto, Kara portò indietro un piede e nel tentativo di fingere di cadere per poco non cadde davvero e, al suo lamento, Keplero sollevò e incurvò la testa. «Muoio… Muoio…», gridò, «Siamo Giulietto e Romea, capite? O era Giulietta e Romeo? Ehi », aggrottò le sopracciglia, guardando James, «Devi morire anche tu».

Clark la prese per le spalle e quando si avvicinò Lena gliela consegnò come un pacco. Forse non avevano in comune tante cose, e non cose positive, ma entrambi volevano bene a Kara.

 

                                                                                      

 

Del resto, Kara non ricordò molto di come si era conclusa la serata né come era finita a letto, oppure di chi l'aveva cambiata, constatando che era a pantaloncini e canotta. Sentiva un respiro e si girò, ricordando in quel momento che era a casa di Kal e Lena le dormiva accanto. O non proprio: era sul bordo, girata dall'altro lato, probabilmente arrabbiata con lei. E come darle torto, rifletteva ora, provando a mettersi seduta sul materasso del divano-letto; lei sarebbe arrabbiata con se stessa. Le girava la testa e, quando provò ad alzarsi, la gravità ebbe la meglio, si rimise a sedere che per poco non si coricava sull'altra. Mantenne l'equilibrio per miracolo e riuscì perfino a non svegliarla. Sorpassò la porta del bagno e proseguì il corridoio fino alla sala. Accese solo una lampada da terra e lasciò che Keplero, scodinzolando, le andasse incontro.

«Sei sveglia. Come ti senti?».

Alzò lo sguardo e lo vide, suo cugino con pantaloncini e una canotta come lei. «Mi sono svegliata adesso… La testa mi sta scoppiando».

«Avrei dovuto farti smettere prima».

«Sono un'adulta, Kal. Avrei dovuto smettere io».

Lui sospirò. «Non sono più abituato a fare il cugino maggiore… a prendermi cura di te». Le diede un antidolorifico e poi le chiese di seguirlo, dopo aver fatto sdraiare il cane sul divano per non andare loro incontro. Salirono le scale a chiocciola e l'aiutò perché non perdesse l'equilibrio, salendo sul soppalco.

«Lo usiamo come studio», spiegò. Con gli occhi che si stavano abituando al buio, Kara vide una scrivania e una sedia, due poltrone ai lati, tante pile di giornali e cuscini da terra. «E non ho acceso la luce perché volevo mostrarti questo ». Schiacciò un pulsante dietro una pila e, all'improvviso, mille stelle si accesero. Erano sul soffitto, sulle pareti, sulla ringhiera del soppalco.

Kara restò a bocca aperta e, con tanto che cercava di alzare il collo, per poco non cadeva, sorretta dal cugino. Si sdraiarono sui cuscini, guardando le costellazioni.

«Una notte ho alzato gli occhi al cielo e ho visto le stelle. Era stato come vederle per la prima volta. Sapevo che erano importanti anche se non sapevo perché. Ho iniziato a creare stelle, una dopo l'altra, ritagliandole dai giornali, dal cartone del latte», rise, «Ero pieno di stelle ovunque e mia madre pensò che fossi impazzito. È stato così che cominciai a ricordare… ricordavo la tua passione per le stelle».

Kara strinse le labbra e strizzò gli occhi di colpo, cercando di contenere le lacrime. Ma lui la sentiva singhiozzare e si avvicinò.

«E mi sono ritrovato a pensare a noi, soli al mondo come le tue pietre, quelle che collezionavi convinta fossero cadute dallo spazio. Noi come loro, estranei all'improvviso in questo mondo, senza genitori, come scesi dallo spazio. Sei tu che mi hai fatto ricordare, Kara».

Lei si portò una mano contro il viso e cominciò a piangere, senza riuscire più a trattenersi. «Mi dispiace… Mi dispiace tanto…».

Clark non riuscì a contenersi e la prese tra le sue braccia, cercando di cullarla. «Va tutto bene. È passato. Vai avanti, Kara. Andremo avanti insieme», sussurrò, «Andremo avanti insieme».

 

 

 

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

Cara Jamie,

buon compleanno!

Lo so, ci siamo viste poco ultimamente, colpa mia, ma vedrai che mi farò perdonare presto. Spero che il mio regalo ti piaccia; appena l'ho visto ho pensato a te. E sai quanto tengo a te. Forse non sarò l'amore della tua vita, ma tu sei quello della mia. Ora e lo sarai sempre, te lo prometto, qualsiasi cosa ci riservi il futuro.

 

Con amore,

Alex.

 

Ps. Sei l'amore della mia vita, ma quel posto lo condividerai sempre con un'altra persona, meglio che lo metta in chiaro fin da subito. Soprattutto dal momento che è lei a leggere queste righe e non voglio fare brutta figura, se ci siamo capite! Sì, amo la tua mamma. Dalle un bacio da parte mia.

 

Alex sorrise con soddisfazione, rileggendo la lettera. Oh, era perfetta. Non poteva che lasciare quel post scriptum. Richiuse bene la busta e la allegò con del nastro adesivo sul pacchetto che aveva lasciato vicino, sul tavolo. Era già ben chiuso con la carta di un noto cartone animato sui supereroi che Jamie amava molto. Finito il lavoro se lo guardò con soddisfazione, rigirando il pacchetto tra le dita. Alla sua destra, il cellulare vibrò e si fece seria, ma quando si accorse che era solo Maggie tirò un sospiro di sollievo.

Porto Jamie al parco e quando torniamo a casa ti avverto. Vedi di non fare tardi, perché la tua piccola ammiratrice non vede già l'ora di vederti, Danvers.

Lei sorrise, rispondendo al messaggio.

Ancora non poteva crederci. Faticava veramente a crederci. A volte le sembrava di stare camminando su una fune posta a metri da terra e che se sbagliava a mettere male un piede, e disgraziatamente cadeva giù, tutto quello che aveva andava perduto. E di cose da perdere ne aveva parecchie. Stava correndo un periodo fortunato, lo sapeva. Un periodo fortunato che era iniziato poco più di un anno prima, fresca di studi, dopo aver fatto domanda per il D.A.O., a Metropolis, dove lavorava suo padre. Per scaramanzia, non aveva detto nulla a sua madre e aveva tenuto allo scuro anche sua sorella Kara, a cui aveva accennato di aver fatto domanda di lavoro e che le avrebbe spiegato con più calma quando si sarebbero viste faccia a faccia. Temeva che, visto che era figlia di Jeremiah Danvers, l'avrebbero scartata a priori per non creare nepotismo, ma sapeva di essere in gamba e di meritare quel posto, quindi non aveva perso tempo. Non vedeva l'ora di lasciare il suo impiego da commessa per iniziare il suo percorso di agente. Stava ancora aspettando una risposta quando conobbe Maggie Sawyer.

Erano passati giorni dalla domanda ed era sempre più preda dell'ansia, così si era rifugiata in un poligono di tiro lì a National City per scaricare la tensione. Sentendo i discorsi del gruppo che lo frequentava insieme a lei, anche altri di loro aspettavano di sapere qualcosa dal D.A.O. e nessuno, sembrava, aveva ancora ricevuto una risposta, positiva o negativa che fosse. Il dipartimento contro il terrorismo aveva il suo fascino. Alex però non si intrometteva nei loro discorsi e preferiva restare da sola. Non perché alcuni di loro potevano passarle avanti, non era certo a quel punto, e nemmeno perché preferiva non avere distrazioni, ma era il modo in cui, tutti uomini, la guardavano a spingerla a stare da sola. La squadravano da capo a piedi ogni volta che passava loro vicino. Smettevano di parlare, la guardavano, alcuni sogghignavano, e poi tornavano a parlare tra loro quando si allontanava abbastanza. Mesi prima era uscita da un'ennesima disastrosa relazione con l'ennesimo ragazzo e non aveva proprio voglia di attirarne un altro. Senza contare che, a questo proposito, cominciava a farsi molte domande. Aver rotto un'altra volta una storia che era iniziata fin da subito come seria l'aveva messa nelle condizioni di chiedersi cosa c'era in lei che non andava. Sì, certo, gli uomini con cui era stata non erano dei santi, affatto, ma avevano tutti qualcosa in comune: a primo impatto le piacevano, provava a starci, a immaginare un futuro con loro, ma non la soddisfacevano dal punto di vista emotivo né da quello sessuale, così era costretta a spezzare i loro cuori e andare avanti. Era suo il problema. Non poteva immaginare di restare incastrata in una relazione che non le dava sensazioni, se non quelle sgradevoli. Non avrebbe fatto bene a lei, ma tantomeno a loro. Iniziava a pensare di aver sempre sbagliato a interpretare i segnali del suo corpo, che quando vedeva una bella ragazza non era per ammirazione, ma per altro. Un altro che stava diventando il suo chiodo fisso. Ma non sapeva da che parte cominciare, non aveva mai pensato a un'eventualità del genere, così si era decisa a tenersi lontana dalle relazioni per un po', per darsi il tempo di capirsi.

Non poteva certo immaginare, quel giorno, di trovarsi davanti lei. Lei che era entrata al poligono con un altro gruppo di chiassosi giovani vestiti in modo elegante, ragazzi e ragazze. Trovando i posti occupati, si erano seccati e avevano cominciato a chiedere spiegazioni. Alcuni del gruppo che frequentava il poligono con Alex avevano deciso di andarsene per non creare problemi, problemi che erano subentrati poco dopo, infatti: altri appartenenti ai due gruppi avevano iniziato a parlare animatamente per il loro diritto a restare e Alex si era tolta le cuffie, aveva appoggiato la pistola e si era avvicinata per dividerli, prima che la cosa sfuggisse di mano. Doveva aver pensato lo stesso lei, che aveva allontanato i suoi, cercando di calmarli.

«Abbiamo prenotato», le aveva detto subito, prendendola come loro portavoce. Dietro Alex, qualcuno aveva urlato che non gliene fregava niente, ma quella ragazza continuava a guardare lei e ad aspettare una sua risposta.

«Allora andate a discuterne con il personale. Adesso ci siamo noi». La sua risposta non si era fatta attendere e le due ragazze si erano guardate con sfida.

«Certo», aveva sorriso e, dietro di lei, due ragazzi erano tornati alla porta. «Festeggiamo e per questo abbiamo prenotato, ci sarà stato un disguido, sicuramente».

I due ragazzi erano tornati più arrabbiati di prima: si erano dimenticati di segnare la prenotazione e qualcuno, nel loro gruppo, aveva invitato gli altri ad andare a sparare in un altro poligono. Lei aveva guardato Alex e così il suo cartellino sul petto. «Ci vediamo, Danvers».

«Ci vediamo… Sawyer», aveva fatto lo stesso, alzando il mento con fare superiore, vedendola andar via con il suo gruppo. Non sapeva neppure perché avesse replicato: sì, forse si sarebbero riviste al poligono, ma quante erano le possibilità che ciò avvenisse? Dopotutto non l'aveva mai vista prima. Destino, la rivide lo stesso giorno: erano le cinque e un quarto del pomeriggio, era in ritardo per lo yoga, così la saletta era già piena quando era entrata di corsa chiedendo scusa per l'orario. Aveva appoggiato il tappetino sul pavimento e quando aveva alzato gli occhi quella Sawyer era là, a pochi metri da lei, che la guardava con un sorrisetto divertito stampato in faccia.

«E così ci siamo ritrovate… Danvers», le aveva sorriso, cercando i suoi occhi mentre lei era impegnata a ritirare la sua roba, a lezione conclusa.

«Sembra quasi che tu abbia iniziato a stalkerarmi», aveva riso lei, guardandola con la coda dell'occhio.

«In realtà sono nuova a National City, non avevo idea che ti avrei rivista a yoga…».

«Nuova?». Si era messa lo zaino in spalla ed erano uscite insieme dall'aula, per ultime.

«Sì. Mi sono appena trasferita da Gotham, mi hanno assegnato qui al distretto».

«Oh, sei una poliziotta, dunque».

Lei l'aveva guardata con curiosità. «Devo iniziare, questa mattina ho festeggiato con gli altri ammessi. Pensavo lo fossi anche tu…».

«No! Ho fatto domanda per il D.A.O. e sono in attesa».

«Capisco…», aveva guardato l'orologio e le aveva regalato un sorriso raggiante, «Devo andare, è tardi. Adesso sono certa che ci rivedremo presto, Danvers».

Nonostante la conoscesse da pochissimo, si era stupita di quanto amasse stare in sua compagnia come se, in fondo, l'avesse sempre conosciuta. Si vedevano a yoga e si ritrovavano al poligono, così avevano iniziato a darsi appuntamento per sparare insieme e chiacchierare del più e del meno. Tra una discussione e l'altra, Alex aveva appreso dalla ragazza che era gay e, dal momento che ormai pensava sempre più insistentemente di esserlo anche lei, aveva iniziato a sentirsi strana e aveva cercato di non darlo a vedere con ogni mezzo quali buffe espressioni, non guardarla negli occhi troppo a lungo, ridere senza ragione, finendo per suscitare l'esatto opposto.

«Va bene, dimmi: ti metto in soggezione, per caso?».

«N-No, perché? In soggezione per cosa?», aveva riso, abbassando lo sguardo.

Si frequentavano ormai da due settimane e, dopo lo yoga, avevano iniziato a coltivare l'abitudine di sedersi a un bar vicino a prendere qualcosa, prima che Maggie scappasse per impegni, come diceva sempre.

«Dimmelo tu», l'aveva indicata con il collo della bottiglia, prima di buttare giù un sorso. «Volevo pensare fosse una coincidenza, ma è da quando ti ho detto che sono gay che tu ti comporti in modo strano», aveva abbozzato una risata, contagiando Alex.

«Non è come pensi», aveva stretto i denti, «Non è per te… è per me», confidò. Era arrivato il momento di rivelarle ciò che la tormentava; da qualcuno doveva pur iniziare e, forse, Maggie poteva capirla meglio di chiunque altro.

«Pensi di essere gay?!», le aveva sorriso, bevendo un altro sorso.

«Ecco… sì. Sono sempre stata con dei ragazzi, dunque non so nemmeno come-», si era fermata e aveva sorriso imbarazzata quando si era accorta che l'altra la fissava con attenzione, «Penserai che è un'idea sciocca, che avrei dovuto accorgermene prima o cose così».

«No, per niente! Non è così sciocco come pensi: non immaginerai mai quante ragazze che si dicevano etero sono finite a stare con altre ragazze. Con me, per esempio. La verità è che molto più comune di quanto si pensi crescere escludendo quest'eventualità perché abbiamo un mondo intorno che, fin dalla nascita, ci bombarda sul cosa è normale e cosa no. E in questo caso, la normalità è eterosessuale».

«Magari tu puoi aiutarmi: sei gay da più tempo di me».

«Bene, questa rientra tra le cose da non dire», aveva sorriso, incurvando lo sguardo. «Ci penserò io a te».

E Alex non poteva essere più felice. Al D.A.O. le avevano risposto per email che stavano considerando la sua domanda e, a parte i turni da commessa in boutique, aveva molto tempo libero ed era pronta a tutto.

«Punto primo: l'estetica. I gusti sono gusti e non si discutono, ma dobbiamo trovarli. Mi hai detto di essere stata solo con ragazzi… bene, adesso è la tua chance per dirmi qual è il tuo tipo di ragazza! Sii sincera, Danvers, nessuno qui ti giudica».

Avevano deciso di rivedersi la sera dopo e Maggie le aveva portato da sfogliare una rivista. Alex l'aveva guardata titubante e l'aveva aperta piano.

«Andiamo, Danvers: non è pornografia».

Per tutta risposta, Alex le aveva riservato un'occhiata sarcastica, ma in realtà aveva pensato davvero che lo fosse. «Di questa vorrei le scarpe», aveva sospirato, «E di questa la sua giacca… accidenti quanto costa. No, non la voglio più».

«Che stai facendo? Resta concentrata: stai guardando le modelle o ciò che pubblicizzano?».

«Mi hai dato una rivista di moda», aveva alzato le spalle e così Maggie si era messa a ridere, girando lo sguardo.

Una ragazza con un vassoio le interruppe e, mentre posava i loro drink sul tavolino, espresse anche lei la sua opinione: «Bellissima quella giacca, ma costa troppo o l'avrei presa alla mia ragazza», aveva sorriso di tutto punto, portando via il vassoio.

Maggie aveva alzato le sopracciglia come a dargliela vinta. «Passiamo al secondo punto, allora: conoscere e parlare con una ragazza».

«Ne conosco già una», le aveva sorriso e Maggie aveva scosso brevemente la testa.

«Una con cui puoi flirtare. Capirai se la cosa fa al caso tuo oppure no», le aveva indicato, con un movimento del capo, il locale intorno a loro dove molte ragazze erano riversate al centro per ballare a ritmo di musica. Alex si era sentita un po' in ansia a quel punto: era la prima volta che metteva piede in un locale per donne gay e le era sembrato come di bruciare le tappe. Maggie doveva averlo intuito dal suo sguardo impaurito, perché si era affrettata ad aggiungere: «Non ci devi andare a letto, Danvers, rilassati. Solo scegline una e parla un po' con lei, vedi dove ti portano le cose, se ti stimola, se è accattivante, oppure se hai voglia di tornare a casa». Le aveva stretto una mano e annuito. «E a quel punto ti riporto a casa».

Avrebbe voluto correre a casa anche in quel momento, ma aveva deciso di darsi forza e coraggio perché parlare, e solo parlare, era qualcosa che poteva tranquillamente fare. La prima ragazza non aveva fatto altro che lamentarsi della sua ex, la seconda ragazza aveva divagato parlando del tempo e di come il mondo stesse cambiando, la terza ragazza era convinta che ci fossero gli alieni a National City e che il governo li stesse nascondendo, la quarta ragazza non faceva che parlare di sé e specchiarsi al cellulare. Maggie le aveva dato i suoi incoraggiamenti con i pollici alzati e tanti sorrisi, ma Alex aveva dubitato che la cosa stesse funzionando.

«Sono tutte… matte!», aveva sbraitato poi, uscendo dal locale.

«Oh, sì, mi sono dimenticata di avvertirti: anche le lesbiche sono persone. Pregi e difetti compresi», aveva riso, dando un'occhiata al suo telefono.

«Sì, spiritosona… In compenso, però», si era lasciata andare a un sorrisetto compiaciuto, «credo di averne trovata attraente qualcuna».

«Grande», l'aveva guardata con un sorriso, «Allora sta funzionando. Devo andare, ora, si è fatto davvero tardi…», aveva iniziato a camminare all'indietro, salutando con un gesto della mano libera, «Ci vediamo domani, Danvers».

Alex l'aveva guardata andare via finché non era sparita dal suo campo visivo. Aveva trovato attraente qualche ragazza, era vero, ma chi davvero l'attraeva era lei. Maggie Sawyer amava sparire, correre perché era tardi, era distratta, non parlava della sua vita personale a parte dei suoi studi per diventare poliziotta, a Gotham. Era certa che avesse qualcuno ad aspettarla a casa ma non sapeva come chiederglielo e così, come quasi ogni sera, si era sentita al telefono con sua sorella Kara, che parlava piano poiché la sua compagna di stanza era già addormentata.

«Non so come comportarmi… Temo abbia una fidanzata».

«Mh… Hai provato a chiederglielo?».

«Se potessi chiederglielo lo avrei già fatto ma è piuttosto riservata, una persona riservata», si era morsa la lingua, passandosi una mano fra i corti capelli rossicci. «Non sono neanche certa di piacerle… piacergli. Di piacere a…».

«Lui, ho capito. Ti sento un po' agitata: prendi un bel respiro profondo e mettiti in testa una cosa, sorellona: qualsiasi uomo sarebbe uno sciocco a non volerti».

Alex aveva sorriso, camminando da una parte all'altra della sua camera da letto prendendo grandi bocconi d'aria come suggerito. «A questo proposito, Kara… devo dirti una cosa, ma-».

«Cosa?».

«Te la dirò quando ci vedremo di persona».

«Oh cielo, non vorrai dirmi che…».

«Kara, non sono incinta».

«Cosa? Incinta? No, pensavo mi avresti detto che sei gay» , aveva riso e Alex si era ghiacciata, fermando la sua camminata. «Stavo scherzando, Alex. Continui a parlare di lui al femminile! Mi dirai quando ci vediamo, allora. Ci conto! Adesso vado che Mike mi aspetta: usciamo fuori se non ci sorprende il guardiano».

Quella notte aveva richiuso la telefonata con un principio di nausea. Sapeva che non era obbligata a dirlo a sua sorella né a nessun altro, e sapeva che in fondo, specialmente lei, l'avrebbe accettata, ma la paura, quella immotivata e instabile, aveva cominciato a mangiarla dentro da quando l'aveva sentita ridere a un suo possibile coming out. Era così improbabile che fosse gay?

«È un passo molto importante», le aveva detto Maggie la mattina dopo, al poligono. «Ricordati di essere veramente pronta, nessuno ti corre dietro. Ma se lo vuoi dire a tua sorella, io ti appoggerò».

Alex aveva annuito e poi preso la mira per sparare, mentre Maggie faceva lo stesso nella cabina a lato. Se solo avesse saputo che aveva una cotta per lei, forse non si sarebbe comportata in modo così dolce e comprensibile. Maggie continuava a stare appresso al cellulare, si allontanava per rispondere, non parlava d'altro che non fosse l'orientamento sessuale di Alex. Di pomeriggio era di turno alla boutique, ma di sera si diedero appuntamento per il solito bar per donne gay.

«Siamo alla fase tre, Danvers», si era appoggiata al bancone, sorseggiando da una bottiglietta di birra. «Flirtare con una lei».

«Ah…», al suo fianco, aveva sospirato e poi aveva iniziato a bere anche lei, parecchio, particolarmente su di giri. «E cosa succede dopo?», deglutì, «Mi sento come una bambina che sta imparando ad andare in bicicletta e tu volessi mollare il sellino».

Maggie Sawyer si era fermata e l'aveva guardata inclinando lo sguardo, con quell'aria sempre così disponibile e incredibilmente adorabile. «Ma tu sei come una bambina che sta imparando ad andare in bicicletta. Pensaci: normalmente le persone eterosessuali sviluppano tutto nei tempi giusti, le prime cotte alle scuole elementari e medie, le prime esperienze al liceo, ma tu, che lo stai capendo ora, sei una bambina omosessuale di dodici anni alle prese con i primi passi nel mondo della sessualità».

Alex aveva preso respiro, palesemente agitata. «Va bene», l'aveva guardata, dopo un attimo di attesa, «Anche per te è stato così, Sawyer?». Moriva dalla voglia di sapere in più qualcosa su di lei.

«Ognuno ha le sue esperienze», le aveva risposto lapidaria. Sembrava che estorcerle informazioni fosse più difficile del previsto.

Ma quella sera, le sue esperienze non andarono affatto male: provò con due ragazze prima di arrivare a lei, una mora con poca voglia di parlare e tanta di ascoltare. Alex le aveva rivelato in breve la sua vita e persino della cotta per una sua amica, perché ormai erano tali, che non sembrava affatto averla indisposta e, appena prima di concludere una frase colma di disperazione per la sua situazione, Alex si era ritrovata con metà della sua lingua in bocca. A metri di distanza, Maggie le aveva alzato un pollice e poi se n'era andata. Rimase attaccata alla ragazza mora a lungo, tanto che, alla fine, prese il cellulare mentre le era ancora attaccata per scoprire se lei le aveva lasciato un messaggio. Le aveva augurato buona fortuna, naturalmente. A quel punto, Alex aveva capito che, per Maggie, lei era davvero solo un'amica e che il suo unico scopo era farle provare qualcosa.

«Il mio appartamento dista poco da qui… che ne pensi se…?».

L'altra l'aveva guardata e Alex era rimasta a fissarla senza fiato, pensando che quella era l'occasione che, in fondo, aspettava. «Sì… Va bene».

 

«Dunque ce l'hai fatta, Danvers», l'aveva raggiunta quando l'aveva vista camminare lentamente verso la palestra dove facevano yoga. «Sono orgogliosa di te. Com'è stato?».

«Beh… non male», aveva arrossito, senza guardarla negli occhi. «Molto diverso dallo stare con un ragazzo».

«Accidenti, molto diverso? Ammetto che è da un po' che non bacio un ragazzo, ma mi pare di ricordare che anche loro abbiano una lingua, i denti e il resto», aveva riso e Alex aveva annuito, non perdendo il particolare su di lei, quello dove ammetteva di aver baciato dei ragazzi.

«Emh… Veramente io intendevo… è imbarazzante: qualcosa di più intimo».

«Ouh», il suo sguardo si era appiattito di colpo, restando senza fiato.

«Sì, lei», aveva provato a gesticolare, «mi ha chiesto se andavo a casa sua e così…».

«No, bene… Hai-Hai decisamente bruciato le tappe, signorina».

Lo sguardo all'improvviso tanto seccato di Maggie aveva preso Alex sottogamba; se non avesse saputo che tentava di aiutarla a scoprire la sua omosessualità, avrebbe pensato che ne fosse gelosa. Certo, forse era davvero una dodicenne gay che faceva i primi passi nel mondo della sessualità, ma al contrario delle dodicenni reali, aveva anni di esperienza eterosessuale alle spalle, dove le reazioni da gelosie erano uguali per tutti. Aveva sorriso. «Oh, dici che sarò una dodicenne incinta?», aveva provato a scherzare e l'altra aveva scosso la testa, fermandosi davanti alla porta della struttura.

Si disposero da un lato quando videro di essere d'intralcio per l'entrata e Alex l'aveva guardata a lungo, tanto da arrossire.

«Credevo ci… Beh, che ci saremmo arrivate con il tempo, tutto qui: invece sei un'alunna prodigio, Danvers, i miei complimenti».

«Non vuoi chiedermi com'è stato?».

«No. Penso mi terrò la curiosità».

Entrarono, ridendo.

In realtà, Alex non era riuscita ad arrivare lontano con quella ragazza. Era carina ma l'aveva appena conosciuta ed era la sua prima volta con una lei, così si era bloccata e, dopo due bacetti casti come se fosse stata sua nonna, a cui non aveva saputo andare oltre, se n'era andata. Lo avrebbe detto a Maggie se non le avesse visto fare quelle facce da gelosia. Una parte di lei si era automaticamente convinta che ci fosse una possibilità per loro.

 

Alex guardò di nuovo il cellulare, sapendo che Maggie presto avrebbe riportato Jamie a casa, così sarebbe andata a trovarle. Intanto tirò fuori due paia di jeans dall'armadio, affacciandosi allo specchio posto in una parete della sua camera da letto. Nero o blu scuro. Sapeva che Jamie avrebbe festeggiato con gli amichetti al parco e non c'erano parenti alla festicciola a casa, ma voleva essere perfetta. Infine, optò per quello blu scuro quando il suo cellulare, sul comodino, vibrò. Tirò un altro sospiro di sollievo scoprendo che era solo una chiamata da parte di Kara. Mise il vivavoce mentre si cambiava.

«Tutto a posto? Sei tornata da Metropolis?».

«Sì» , rispose con tono basso, deluso. «Sono a casa, da Eliza. Torno a National City tra due giorni».

«Non ti sento entusiasta… Cos'è successo? È andata male, da tuo cugino?». Si sfilò i pantaloni e, ancora in mutande, si sporse per aumentare il volume dell'audio. Se era successo qualcosa doveva saperlo subito.

«Mi sono ubriacata…».

«Cosa?», sbraitò, fermandosi, «Tu hai bevuto? Non hai retto l'alcol? Ti sei ubriacata davvero?». Si infilò rapidamente i jeans, recuperando il cellulare e avvicinandoselo al viso.

«Le cose non sono andate proprio come immaginavo e penso che Lena sia arrabbiata con me».

«Se è incredula almeno la metà di come lo sono io, immagino di sì».

«Non è nemmeno tornata qui a casa ma da Metropolis ha preso la metro per National City e io… ho fatto un casino, Alex, non so cosa mi sia preso! Ma da Kal… Lui sta ancora cercando di rimettere insieme i pezzi e mi ha fatto vedere delle cose e io non lo so, mi sono sentita… persa» , Alex la sentì sospirare. «Ricordi quando ti dissi che mi bastava sapere che chi è stato a farci questo la stesse pagando in carcere? Non sono più sicura di questo, Alex, non sono più sicura di niente».

Lei si alzò dal letto, cominciando a camminare senza meta avanti e indietro, portando la mano libera al mento e poi alla fronte. «E cosa stai pensando di fare? Kara, pensaci bene-».

Lei la interruppe: «Ci sto pensando, ci sto pensando bene. Non so ancora cosa voglio, m-ma… appena lo avrò capito, lo sapranno anche loro».

Alex deglutì. Sentiva la voce di Kara decisa e la conosceva fin troppo bene per non sapere che quando si metteva in testa una cosa era difficile farle cambiare idea. «Lo sai che per qualsiasi cosa tu potrai sempre contare su di me, non è vero? Voglio sapere tutto, Kara. Sei sempre la mia sorellina».

«Lo so. Ti voglio bene, sorellona».

«Anch'io te ne voglio», sorrise.

«Devo andare: sono l'unica figlia qui rimasta a casa e mi stanno appiccicate tutto il giorno! Appena riesco ad andare in bagno».

Alex rise, sentendo dall'altra parte la lontana voce di Eliza che richiamava Kara e poi quest'ultima gridare di stare arrivando. Si lasciarono così e si salutarono, con un sorriso malinconico sulle labbra della maggiore. Chiusa la chiamata, guardò il telefono per un po', col pollice alzato, decidendo il da farsi: temeva che aggiornare lui sulle questione di Kara potesse compromettere la sua serata con Maggie e Jamie, eppure aveva giurato di proteggerla ed era importante, così compose il numero e attese, portando il cellulare all'orecchio. «Signore. Ho ultime notizie da parte di Kara: suo cugino Clark deve averle messo in testa delle cose e temo voglia rintracciare i membri incarcerati», attese, mordicchiandosi un labbro. «Sì, ho scritto tutto nel rapporto quando sono tornata due giorni fa, come mi aveva richiesto. Appena potrò, mi vedrò con lui anch'io, ma non posso piombare a casa sua di punto in bianco e-», si fermò, in ascolto, «ho paura di compromettere la mia copertura, signore. Starò vicino a Kara, certo, questo lo avrei fatto anche senza- sì, sì, lei non mi mentirebbe mai! Appena saprò di più, farò un altro aggiornamento, signore. Buona serata». Riattaccò con uno sbuffo, guardando fissa davanti a lei, con sguardo assente.

Lui non doveva ordinarle di dover restare vicino a sua sorella, lo avrebbe fatto comunque. Era la persona più importante della sua vita insieme a Maggie e Jamie e di certo non l'avrebbe mai lasciata sola, così come Kara non avrebbe mai lasciato sola lei. In fondo, lo aveva già fatto.

 

Alex aveva aspettato Kara da lei e, quando le aveva aperto, era entrata quasi di corsa con un gelato già a metà in mano, abbracciandola.

«Mi hai messo ansia al telefono; ho dovuto dire a Mike che venivo a soccorrerti», l'aveva guardata con un sorriso, prima di gettare la faccia nel cono. «Allora, cosa succede?», le aveva chiesto con la bocca piena.

Alex l'aveva fatta accomodare nel salottino e, mentre lei finiva di mangiare tranquillamente il suo gelato seduta nel piccolo divanetto a due posti, si era messa a gironzolarle intorno con fare nervoso, toccando le piante nei vasi, accarezzando le tende delle finestre, giocherellando a sbattere le dita sul tavolino al centro della stanzetta. Aveva la tachicardia così alta che quasi non sentiva il traffico fuori; la sua mente così piena da flussi di pensieri che quasi non sentiva sua sorella che le chiedeva di nuovo cos'avesse. Kara la guardava preoccupata e Alex sapeva di dover fare presto prima che fosse lei a riempirla di domande a cui non avrebbe saputo rispondere. Sono gay! Ecco, era semplice. «Tu… tu lo sai, certo che lo sai», aveva riso per conto suo, «quanto io non abbia mai avuto grandi soddisfazioni con i ragazzi. Ho avuto tante storie brevi, tante avventure romantiche con tipi che mi affascinavano e che ho dovuto lasciare perché tutto si era spento e sai quanto ci ho dovuto impazzire dietro perché credevo di non essere capace di… amare». Aveva visto Kara annuire, finendo di masticare la punta del cono gelato.

«Quindi… mi stai dicendo…?».

«Quindi ti sto dicendo che-», si era fermata, riprendendo fiato. «Ti sto dicendo che- Quello che sto cercando di dirti, sorellina, è che forse c'è una ragione per cui ho sempre avuto problemi con i ragazzi, e cioè che i ragazzi non sono fatti per me».

Kara aveva immediatamente sorriso. «Oh, Alex, adesso dici così perché per rompere con l'ultimo hai dovuto minacciarlo e perché pensi che quello che frequenti adesso abbia un'altra, ma a prescindere da come andrà con lui, tu troverai il ragazzo della tua vita, vedrai, e sarà bellissimo».

«No, non hai capito».

«Ho capito benissimo, invece! Ma devi smetterla di colpevolizzarti».

«No, non è questo».

«Sì che è questo», aveva puntualizzato Kara, stringendo i pugni. «Quando troverai anche tu il Mike della tua vita-».

«Oh, no, questo no, ti prego».

«Ti accorgerai che non c'è nulla di sbagliato in te! Perché tu sei una ragazz-».

«Gay», aveva allungato il collo, interrompendola con decisione, «Una ragazza gay. È questo che cercavo di dirti».

«Ah».

«Eh».

«Beh, questo cambia tutto. Quindi il ragazzo di cui mi parlavi…».

«Si chiama Maggie», l'aveva raggiunta veloce sul divano, con un sorriso raggiante disegnato sul viso. A quel punto, raccontarle di Maggie Sawyer e della loro amicizia era diventato facile. Le era stata vicina, l'aveva ascoltata e appoggiata anche quando aveva deciso di fare coming out con sua madre. Se con Kara era entrata in tensione, con Eliza aveva cominciato ad avere dei veri e propri attacchi d'ansia, con conseguenti mal di stomaco, nausea, attacchi di panico e mancanza d'aria. Kara le aveva tenuto la mano nel viaggio verso casa e l'aveva incoraggiata tutto il tempo. Anche Maggie le aveva scritto per messaggio che, se voleva parlare con qualcuno e aveva bisogno di aiuto, era disponibile. In realtà, per quanta paura potesse provare, Alex non vedeva l'ora di farlo e togliersi quel pensiero dalla testa. Seppure dopo il brutto colpo incassato con l'email del D.A.O. che rifiutava la sua domanda l'aveva distratta e messo in testa che le cose non potevano che peggiorare.

«Ricordi cosa mi hai detto prima, sul treno? Che non vedevi l'ora-».

«Di farlo», aveva parlato con la voce sulla sua, sussurrando quando Kara l'aveva presa in disparte in cucina, «Tolto il dente, via il dolore».

«Ecco! Non puoi mollare adesso per via di quell'occasione di lavoro sfumata, non lasciarti condizionare. Andrà bene». Le aveva preso le mani nelle sue ancora una volta e l'aveva guardata con attenzione, infondendole coraggio. Doveva farlo.

«Mi stai dicendo che sei gay? Cosa…?», Eliza, che fino a poco fa non faceva che parlare di lavoro e di come il suo capo Lillian Luthor le stesse sempre col fiato sul collo, aveva assunto un'espressione tra il divertita e il basita, guardando la sua primogenita e poi Kara, che era al fianco di Alex per farle sentire la sua vicinanza. «Non capisco, è uno scherzo o…? Dici sul serio?».

Da quel momento, il percorso era tutto in discesa. Eliza era sorpresa ma alla fine aveva abbracciato sua figlia e le aveva fatto sapere che per lei non cambiava nulla, che l'unica cosa che voleva era che fosse felice. E una piccola parte di lei, da qualche parte, stava cominciando davvero a esserlo, raccontando anche a lei di cosa provasse per una ragazza in particolare. Sarebbe stata decisamente più felice, tuttavia, se non fosse per il D.A.O. che aveva deciso di escluderla e si era sentita colpita nell'animo; era una cosa che desiderava da tempo e sapeva di esserne portata. Quando suo padre aveva chiesto un permesso ed era tornato alla sua vecchia casa per vedere le figlie e assistere al nuovo coming out di Alex, le aveva parlato a quattrocchi dispiaciuto che la sua domanda fosse stata rifiutata, che lo aveva saputo, ma che, se voleva, c'era un posto vacante e che poteva mettere una buona parola per lei con i piani alti. Alex era dapprima eccitata perché le stavano offrendo un'altra occasione, ma quando seppe che si trattava solo di un posto come segretaria, allora il suo entusiasmo scemò e si vide costretta a rifiutare. Eliza non sapeva che lei aveva già fatto domanda prima e, per la delusione, Alex aveva deciso di non dirglielo, così quando Jeremiah si confidò con lei sul posto da segretaria, omettendo il resto per volere della figlia, la donna l'accusò di voler restare accanto a quella ragazza e per questo di non volersi sistemare a Metropolis. Sapeva che lo faceva per il suo bene e non le andava di dirle la verità, così aveva lasciato correre, immaginando che se lo sarebbe dimenticato presto o tardi.

«Non importa, sai? Vedi il lato positivo: ti hanno esclusa e ciò significa che potrai aprire i tuoi orizzonti e cercare qualcosa di meglio».

Kara aveva provato a tirarle su il morale e, per un attimo, ci aveva creduto davvero. Però…

Era tarda sera ed era sola in boutique. Aveva ringraziato il cielo per aver smesso di piovigginare, così aveva chiuso la serranda e si era diretta a casa, a piedi. Per messaggio, Maggie le aveva fatto sapere che domani sera sarebbe stata libera se voleva andare dopo lo yoga al bar per donne gay, così le avrebbe raccontato dei recenti coming out.

Ti dirò tut

Si era bloccata con il pollice in alto, ascoltando i passi dietro di lei. Aveva continuato a camminare come se niente fosse e preso una strada diversa dal solito per capire se era solo una sua sensazione. Scese alla stazione per la metro e accelerò i passi. Chi la stava seguendo si era fermato, guardandosi intorno: la stazione era vuota e una delle luci sul soffitto saltava in intermittenza; lei sembrava sparita. Aveva fatto ancora dei passi incerti e infine era stato colpito contro il petto. Alex era sbucata dietro un pilastro e lo aveva guardato mentre si accasciava. Quell'uomo si era rialzato dal pavimento freddo con uno slancio e aveva cercato di bloccarla, così lei si era liberata dopo un qualche movimento confuso e un po' di fatica dalla sua morsa e aveva provato a colpirlo ancora. Dopo un colpo al petto e uno alla gola ben assestato, lo sconosciuto si era arreso mostrandole una mano e continuando a tossire.

«Chi sei e perché mi segui?». Si era fermata e si era girata, quando aveva sentito altri passi accompagnati da applausi e un uomo alto e nero si era palesato davanti a lei.

«Alexandra Danvers», l'aveva chiamata per nome intero, guardandola con attenzione, «Ti prego di scusarci ma era necessario per capire se saresti stata pronta».

«Era una specie di esame? Chi siete voi due?», lo aveva guardato a bocca aperta.

«Ho un lavoro per te che immagino sarai pronta ad accettare».

«Cosa lo fa essere tanto sicuro?», lo aveva guardato con sdegno, cercando di mettere a fuoco la situazione.

«Perché vorrai proteggere tua sorella. E con noi potrai farlo», le aveva detto con semplicità lui, mentre l'altro sconosciuto, ancora massaggiandosi la gola, lo raggiungeva. Lui e Alex si erano scambiati uno sguardo. «Allora benvenuta».

 

Alex temeva che se Kara lo avrebbe saputo, si sarebbe arrabbiata con lei. Il suo periodo fortunato stava in bilico sempre più precario e comunque sarebbe stato impossibile nasconderle la verità per sempre. Alex gettò il cellulare sul letto e si portò mani su capelli, sospirando. Mentiva da allora: sua sorella, sua madre, ora anche Lillian e Lena Luthor, tutti quelli che la conoscevano, a partire dalle sue colleghe alla boutique, alle amiche di yoga e a quelli del poligono. Non esisteva nessuna università, aveva concluso gli studi da allora, ma era la sua copertura e doveva continuare a lavorare alla boutique per mantenerla. Viveva due vite ma era tutto ciò di cui il suo periodo fortunato aveva bisogno per esistere.

Se non altro, non aveva mai dovuto mentire a lei.

«Oh, mi spiace davvero tantissimo, Danvers», Maggie l'aveva abbracciata e Alex ne aveva approfittato per riempirsi i polmoni dell'odore che emanavano i suoi capelli, così leggeri e freschi. «Sono certa che non sappiano cosa si perdono ad averti rifiutato il posto».

Beh, forse, ma in compenso mi hanno presa qui a National City: avrebbe voluto dirle, brutalmente inceppata dopo un suo sorriso accompagnato da adorabili fossette ai lati.

Maggie aveva dato l'ennesima occhiata al cellulare, riponendolo poi in una tasca del borsone di yoga. «Potresti pensare di entrare in polizia, sai, mi farebbe piacere vederti gironzolare per il distretto. Cosa c'è?».

Si era finalmente resa conto di essere guardata con insistenza e Alex la vide grattarsi sul mento e abbassare lo sguardo: chiaro segnale di imbarazzo.

«Ehi», l'aveva richiamata alla realtà, «Comincerei a pensare che ti sei presa una cotta per me, Danvers».

E così Alex l'aveva sentito, lo aveva sentito forte e chiaro e si era decisa ad assecondarlo: il suo desiderio di baciarla. Si era abbassata, le aveva appoggiato una mano su una spalla e aveva premuto le labbra contro le sue, dapprima chiuse e, dopo aver atteso qualche istante il consenso da parte del corpo di lei, le aveva aperte e Alex lo sapeva, lo sapeva che quello era un bacio ricambiato. Prima che socchiuse gli occhi perché lei l'aveva spinta indietro, naturalmente.

«No… Noi non- Scusa, Alex, ma-». Non sapeva cosa dirle e lei l'aveva guardata senza parole. «Mi dispiace, non possiamo».

«Oh», si era tirata indietro di un passo e aveva deciso di guardare ovunque tranne che gli occhi dell'altra. «No, certo. Ho… capito male». Era scappata in fretta, dicendole a voce talmente bassa da sembrare un sussurro che avrebbe saltato lo yoga perché si sentiva poco bene.

«No, ti prego! Danvers! Non andartene… Dai, Alex», l'aveva implorata, ma l'altra aveva fatto finta di non sentire.

«Allora forse ha davvero un'altra», le aveva detto Kara quella sera, precipitata a casa sua dopo che Alex le aveva inviato un audio con fiato corto e voce strozzata. La sorella era tra le sue braccia e ancora singhiozzava.

«Sono stata una stupida a pensare che ricambiasse. Una stupida».

«Cosa ti dicevo sul colpevolizzarti?», aveva biascicato, per poi stamparle un bacio sulla fronte. «Non sei stupida… solo innamorata».

«In questo momento non vedo differenza».

«D'accordo, adesso finiamola. Rimettiti in sesto, sorellona, perché è arrivato il momento di far luce sulla questione». Kara l'aveva lasciata, si era alzata dal divano e l'aveva guardata mentre si metteva le mani sui fianchi. «Mi è venuta un'idea».

«No, Kara: non stalkerizzerò Maggie per sapere se ha un'altra».

«Perfetto», aveva annuito, «… lo farò io».

«No. Kara. No».

Decisamente, quando Kara Danvers si metteva in testa una cosa, non c'era verso di fermarla. Chiederle di farle compagnia perché non sapeva dove andare, però, era toccare il fondo.

Si erano appostate dietro un incrocio aspettando di vederla uscire da yoga e, intercettata, Kara l'aveva seguita strada dopo strada, con Alex che seguiva lei a metri di distanza, con una mano sulla fronte per l'imbarazzo dell'operazione. Maggie si era fermata ai pressi di una casa e aveva suonato il campanello, mettendosi in attesa. Ad aprire la porta fu una giovane donna e Alex, seppure non volesse pedinarla, aveva spalancato gli occhi quando l'aveva vista, palesemente a disagio.

«Bene, abbiamo le prove di cui avevano bisogno. Andiamo via, Kara, per favore». Si era tirata indietro e stava per andarsene, quando Kara l'aveva richiamata verso di lei con un gesto della mano, dicendole di guardare, che non era come sembrava. Difatti, Maggie era rimasta fuori e aveva spalancato le braccia per accogliere a sé una bambina. Era molto piccola e l'altra ragazza l'aveva aiutata a scendere i due scalini davanti alla porta per correre da Maggie.

«Ma cosa…?», aveva sussurrato Alex.

«C'è un'altra donna, sorellona, avevi proprio ragione. È solo molto più piccola di quanto avevi immaginato».

Si erano scambiate uno sguardo e stavano per andarsene, se non fosse per Maggie che, girata, in un attimo aveva intravisto il ciuffo rosso dei capelli di Alex e l'aveva chiamata, anche se non era sicura fosse lei.

«Vai».

«No», aveva mimato con le labbra nascosta dietro il muro di un'altra abitazione, facendole cenno di andar via.

«Vai, adesso! È la tua occasione per chiarirti».

«Sei matta? Quella mi uccide».

A un certo punto Kara aveva smesso di parlare e aveva estratto uno dei suoi sorrisi migliori, così Alex si era girata con calma, conscia che avrebbe trovato Maggie alle sue spalle.

«Ma ciao! Ma che bella sorpresa! Anche tu qui?», aveva riso, «Stavo facendo due passi con mia sorella Kara, te l'avevo presentata Kara? Ecco, lei è- eccola qui», si era grattata e aveva digrignato i denti, mentre Maggie, sola, aveva guardato lei e dopo la sorella, allungando una mano per stringergliela.

«Scusa, Kara, piacere di conoscerti. Puoi lasciarci sole un momento?».

Nonostante l'occhiataccia di Alex che la invitava a non farlo, Kara si era allontanata come richiesto, facendole gli auguri con il movimento della labbra.

«E così hai scoperto Jamie». Si erano affacciate dietro il muro, vedendo la piccola in braccio a quella che era solo la sua babysitter. «Te ne avrei parlato, un giorno».

«Quando?», aveva chiesto a fior di labbra, riservandole più di uno sguardo, curiosa.

«Ha due anni. Sono stata con un ragazzo una volta, una volta sola, ed è bastato. È una lunga storia, Danvers».

«Sarò qui, quando vorrai raccontarla», le aveva sorriso. «Solo che non ho potuto fare a meno di pensare che tu mi abbia rifiutato per… per lei», si era azzardata a dire, scorgendo Kara con la coda dell'occhio, che era andata a conoscere la bambina e aveva iniziato a gridare con voci buffe. «Poi magari non è per lei e mi sto facendo solo tanti film mentali e potrei capirlo se non sei attratta da me», aveva aggiunto d'un fiato, cercando di ignorare Kara e i suoi versi.

«Ti ho rifiutata per lei. È complicato: tu sei alla prima esperienza e io ho una figlia e…», guardandola, alla fine aveva sospirato, scuotendo le braccia.

«Non sono davvero una dodicenne, lo sai questo, vero?».

«Sì, certo», aveva scosse la testa, sorridendole. «Mi piaci, allora. Come puoi pensare di non piacermi? Ti ho messo gli occhi sopra dalla prima volta in cui ti ho vista».

«Questo… Questo spiega tante cose», aveva sorriso e Maggie le aveva accarezzato una guancia.

Stavano per avvicinarsi e baciarsi, ma una voce aveva interrotto i loro propositi: «Guarda, piccolina: adesso la tua mamma e quella signora si baciano». Avevano smesso subito.

 

                                                                                      

 

Maggie rise nel leggere il bigliettino allegato al regalo di Jamie e diede subito un bacio ad Alex, aprendo poi con la piccola il suo regalo: una bambola di peluche vestita da supereroe. La bambina gridò di gioia e Alex l'abbracciò e baciò.

«Queshta shei tu?», le domandò e le due scoppiarono a ridere.

«Ha i capelli corti e rossi: è proprio Alex», ribatté Maggie, alzandosi dal tappeto del soggiorno su cui si erano sedute per scartare i regali.

La bambina si avvicinò per un altro abbraccio e Alex la strinse forte a sé, per poi perdersi nel suo sguardo. Aveva il taglio degli occhi di Maggie e lo stesso colore, la pelle un po' più chiara, il sorriso con le fossette come lei, i capelli castani raccolti in due alte code. Si assomigliavano molto e se ne stupiva ogni volta che si perdeva nel suo sguardo.

«Guarda, Jamie», Maggie riprese la sua attenzione, scuotendo un pacchetto. «Non dimenticare di aprire anche il regalo da parte di zia Kara».

La bambina saltò di gioia per correre a prenderlo e Alex si rabbuiò, correggendola: «Kara, non zia Kara. Non vogliamo affrettare le cos- oh, cosa ti ha regalato zia Kara?». Cambiò subito espressione quando vide la bimba stracciare la carta del pacchetto con forza. «Sei proprio forte».

«Adesso ha tre anni, certo che è forte». Le ricordò Maggie. Le fece notare il suo cellulare che vibrava su un mobile e Alex si alzò, andando a recuperarlo e poi accettando la chiamata. Maggie la rivide avvicinarsi con sguardo serio.

«Mi spiace, devo andare, mi hanno chiamata. Torno qui?».

«Ci puoi scommettere», l'attirò a sé per baciarla e presto udirono le lamentele di Jamie che si era attaccata ai jeans di Alex.

«Io! Io! Deve bashare me».

Continuarono finché Maggie non le diede il permesso di accontentarla e Alex la prese in braccio, salutandola con affetto. Uscì dall'appartamento con la promessa che sarebbe tornata appena si fu liberata, prendendo la macchina che gestivano in comune. Parcheggiò nel parcheggio apposito di un palazzo, entrando in banca. Salutò qualcuno all'ingresso e prese l'ascensore in un corridoio riservato al personale. Mentre saliva aprì la borsa e indossò il cinturino nel busto, cominciò ad assemblare la sua pistola e la infilò nell'apposito fodero. Quando le porte si aprirono era pronta. Lasciò l'ingresso e salutò qualche agente che l'aveva notata, mentre erano seduti nelle loro postazioni con auricolari e microfono indosso. Entrò in una grande sala e si avvicinò a un uomo che, in piedi, dava direttive ad altri agenti seduti nelle postazioni.

«Eccoti, agente Danvers», disse lui, facendole cenno di avvicinarsi. Si spostarono insieme. «Avevi detto di essere riuscita a convincere Lena Luthor a lasciar perdere». La guardò mettendo le braccia a conserte e Alex sospirò.

«L'ho fatto, signore».

«A quanto pare non è servito. Fonti ci hanno confermato che sta provando a mettersi in contatto con la ex segretaria di Lillian Luthor. Si era occupata delle scartoffie che riguardavano la morte di Lionel. Non sembra intenzionata ad arrendersi».

Alex sospirò, scuotendo la testa, ricordandosi di quando aveva chiesto il rapporto del coroner e pensava che sarebbe bastato quello ad allontanarla dalle indagini. «È molto testarda… Cosa sappiamo della ex segretaria di Lillian?».

«Scomparsa», aveva gonfiato il petto e si era passato due dita sugli occhi con fare stanco. «Sembra che lo abbia fatto lei di proposito, se non altro. È partita in vacanza con la famiglia e l'ultima volta sono stati intercettati alle isole Hawaii, poi si sono perse le loro tracce. Ma non è per questo che ti ho fatta venire». Si girarono entrambi verso uno grande schermo su parete che mostrava alcuni dati, una carta delle Hawaii e la foto di un ragazzo. «Quello che vedi è Sebastian Goff e dice di essere stato incaricato dalla donna di spedire un pacco a National City. Alla villa dei Luthor», la guardò e Alex annuì.

«Ci penso io».

«Deve arrivare nelle mani del D.A.O. prima che Lena Luthor possa anche solo sapere della sua esistenza. Se la morte di suo padre è davvero collegata agli omicidi dei genitori di tua sorella come crediamo, è bene che smetta subito di indagare e forse se non riceverà aiuti esterni…», la guardò, «Per il suo bene, Alex», aggiunse con più confidenza e si scambiarono uno sguardo.

«Sarà fatto, signor Jonzz», annuì, «John».

 

 

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

Al mondo esisteva qualcuno che aveva privato a lei e a suo cugino di una vita normale. Stavano pagando in carcere, così le avevano detto. Fino a quel momento le era bastato. Aveva ricominciato a vivere, si era ricostruita pezzo dopo pezzo e aveva fatto oro delle lezioni impartite dai suoi genitori, ma vedere i disegni di Kal che tentava di ricordarsi chi era e cos'era successo, l'aveva violentemente riportata a quel giorno. Ora adulta non pensava che accontentarsi di sapere che era tutto finito sarebbe bastato. Per Kal era diverso, lui stava ricominciando solo adesso a vivere, ma lei aveva ottenuto una nuova consapevolezza e sarebbe andata avanti. Voleva perché, voleva risposte e guardare in faccia chi aveva causato tanto dolore. Sapeva dove cominciare: il posto alla CatCo. Doveva passare il colloquio a ogni costo e con qualunque compito; non ne valeva solo del suo futuro ma anche del suo passato.

Vedere quei disegni le aveva ricordato il terrore vissuto, ma le aveva anche insegnato qualcosa: la vita era una e, da un momento all'altro, poteva perdere tutto. Non aveva senso fasciarsi la testa prima di averla rotta e sapeva di essersi comportata male con Lena e di non averla voluta ascoltare, ma aveva intenzione di farsi perdonare e, ormai aveva deciso, dichiararsi. Era innamorata di lei e a quel che sarebbe successo dopo averglielo detto non ci voleva pensare, non ancora. Poteva farcela, doveva solo concentrarsi, raccogliere coraggio, costruire un buon piano e armarsi di un ottimo discorso. Un discorso che la convincesse a dare a loro due un'occasione.

«E così… Insomma, non ti sto solo chiedendo di perdonarmi, ti sto chiedendo di… cioè, no, no, non te lo sto proprio chiedendo, è più che altro che-», si bloccò, alzando il mento e tirando sul naso gli occhiali, «che… i-io ti amo. È solo questo, alla fine: mi sono innamorata di te. Perdutamente. E lo so che le nostre madri si sono fatte la promessa di matrimonio e tutto il resto, m-ma, Lena, la vita è una e noi dobbiamo viverla o di questo, un giorno, ce ne pentiremo amaramente», prese una pausa, guardandola negli occhi. «Lo so quello che ti ho detto da Kal e mi dispiace, vorrei dire che non lo pensavo davvero m-ma in quel momento lo pensavo però- no, dimentica ciò che ho appena detto», rise, allungando una mano per fermare ogni tentativo da parte dell'altra di ribattere, «sono stata una completa idiota! Voglio quello che hanno Kal e Lois, sì, m-ma… posso averlo anche con te se, insomma, noi, noi come coppia ci provassimo… No? Che ne pensi?».

Megan annuì lentamente, facendo una smorfia con la bocca. «Secondo me ti sei impastata troppo».

«No», strinse gli occhi, scuotendo la testa.

«Sì, ragazza, devi essere più decisa; tendi a divagare! E anticiperei la cosa dell' idiota , per spostare alla fine il ti amo . Così non potrà controbattere», le sorrise, prendendo le mani nelle sue in un incoraggiamento. «Anzi, sai che fai? Chiedile velocemente scusa e butta il ti amo subito, arriva al dunque! Avrai tempo dopo di perderti in tutte queste cose sconclusionate».

Kara annuì con decisione e afferrò con grinta il cellulare accanto a lei, sul suo letto, mentre l'amica si mise in piedi a braccia a conserte, in attesa. Compose il numero e deglutì, poggiandolo all'orecchio. Squillava. Squillava a lungo. «Forse non mi vuole parlare…», si passò una mano sui capelli con fare nervoso, «Oddio, cos'ho fatto…?». Temeva il peggio: da quando avevano lasciato Metropolis erano passati giorni e non si erano ancora sentite. «Non risponde», guardò Megan con gli occhi sgranati.

«Kara?» .

«Oh, cielo! Ci sei», si lasciò scappare un sospiro e poi un sorriso.

«Stai bene? Ti serve qualcosa?» .

«Ah… sì. Sì, sì, in verità mi serve…», guardò l'altra, che cercava di darle indicazioni gesticolando, «Vorrei parlarti. Devo parlarti. Ho bisogno di vederti».

«Ci vediamo domani, Kara. Ricordi l'incontro alla Luthor Corp?» .

«Oh, sì… ma no. No che non mi ricordo, ma che non- io vorrei vederti da sola per parlarti, ecco». Sentì Lena sospirare e deglutì ancora, capendo quanto seria si stesse facendo la cosa.

«Non possiamo vederci oggi, Kara, sono impegnata. Ci vediamo domani e ci pensiamo, va bene?» .

L'entusiasmo di Kara scemò, corrucciando le labbra. «Va bene, sì. A-A domani». Chiuse la chiamata e guardò Megan, che aveva come lei un'aria delusa.

 

Lena poggiò il cellulare davanti a lei, sulla scrivania in camera sua. Riprese una penna nera in mano e guardò ai fogli davanti, pieni di sottolineature e parole cerchiate, ricominciando a leggere a voce alta, tirandosi dietro un orecchio una ciocca di lunghi capelli lisci. Lesse con enfasi come se dovesse recitare delle battute, poi udì un rumore e si alzò dalla sedia a ruote, aprendo la porta. Eliza era lì che usciva dalla porta davanti alla sua, piantonata a guardarsi spaesata. «Ti sei persa di nuovo?», sorrise con compassione e la donna rise.

«Decisamente! Tua madre mi ha mandato a prendere uno scatolone dal vecchio ufficio di sopra ma non riesco a trovare l'ufficio o almeno uno che abbia degli scatoloni», scrollò le spalle.

Lena si affacciò, indicando una porta. «Intendeva sicuramente il vecchio ufficio che usava mio padre: eccolo. Torna indietro, seconda parta alla tua destra».

«Grazie. Ah! », bloccò un passo, avvicinandosi alla ragazza. «So che tutto questo deve spiazzarti molto, così se vuoi parlarne con qualcuno… voglio che tu sappia che puoi farlo con me», le sorrise, poggiandole una mano su una spalla, sulla fine vestaglia che indossava. «Sappiamo entrambe quanto tua madre non ci sappia fare con queste cose, ma per fortuna io ho il brevetto», le fece l'occhiolino e Lena le sorrise, vedendola andar via.

«Seconda porta a destra», le ricordò, vedendola guardarsi intorno di nuovo. La vide prendere lo scatolone e dirigersi alle scale, così richiuse, prendendo un grosso respiro. Aveva ragione Eliza: nonostante se lo aspettasse e avesse ormai accettato il cambiamento, vedere le cose di suo padre sgomberate e disposte in magazzino nella dependance le faceva uno strano effetto. Eliza Danvers si stava trasferendo: aveva iniziato portando con sé solo l'essenziale, ma Lena sapeva che era una cosa definitiva. Si sedette di nuovo sulla scrivania e, controllando il cellulare, scoprì di aver ricevuto una nuova email. L'aprì subito, leggendo i primi aggiornamenti da parte di Leslie Willis sul caso di suo padre. Prese un post it da un blocco e si segnò un nome, un indirizzo e un numero di telefono, così corse alla porta, la riaprì e, vedendo che non c'era nessuno, richiuse e prese il cellulare, componendo quel numero.

«Buon pomeriggio. Cerco Ross Fawrett. Lena Luthor. Sono Lena Luthor», annuì, ascoltando la voce dall'altra parte.

 

Eliza poggiò lo scatolone sul pavimento del salone, avvicinandosi a Lillian che teneva in mano un block notes, intenta a tenere il conto delle cose. La sentì arrivare e la anticipò:

«Verranno domani pomeriggio. Li ho chiamati e renditi conto: oggi proprio non possono muoversi».

Eliza l'abbracciò, regalandole un dolce bacio sul collo. «Li hai chiamati oggi. Le persone comuni prenotano quando hanno bisogno di un servizio. In questo caso di trasloco. Non importa: comincerò io a portare gli scatoloni nel magazzino; sono forte, sai, nel caso tu non lo abbia notato».

«Oh, no, l'ho notato eccome», incurvò la testa, abbozzando un sorriso. «Ma non vorrei che ti rovinassi la schiena, mia cara, e loro vengono pagati per questo. Piuttosto», si animò di colpo e si avvicinò alle scale, appoggiando una mano al legno della ringhiera, «Di sopra vorrei che esaminassi alcune stanze che potrebbero prendere Kara e Alex».

«Delle loro stanze? Mh, non saprei… Alex vive per conto suo, ha un appartamento, e Kara ha il campus».

«Quando verranno a stare qui vorranno trovare una camera adatta alle loro esigenze», le spiegò, «Pensaci. Intanto dovrai essere tu a sistemarti per bene nella nostra camera personale».

Eliza rise con imbarazzo e le portò via un bacio. «Sono preoccupata per Lena», sussurrò, tentando di tornare seria. «Sta molto tempo chiusa in camera sua e temo abbia problemi con questo trasferimento».

«Finora abbiamo trascurato questa parte del nostro rapporto, non stiamo facendo di fretta, vedrai che Lena si abituerà. Lei resta sempre spesso chiusa in camera sua quando sono qui e sicuramente starà preparando il suo discorso di domani».

Eliza guardò verso il piano superiore, sulle scale, così le annuì. «Anche questo sarà un gran cambiamento».

«È una Luthor», ribatté, circondando la donna nei fianchi, «Ed è pronta. Lei lo sa: è la sua eredità. Lionel non le ha lasciato altro che il suo nome».

 

Era la grande riapertura della Luthor Corp dopo le vacanze estive e tutti i dipendenti si erano diretti al lavoro, quella mattina, sapendo di dover partecipare a un discorso nell'auditorium dell'azienda. Si stava riempiendo in fretta. Kara era arrivata presto perché sperava di cogliere Lena qualche minuto da sola, ma non aveva fatto i conti con la calca già all'ingresso. Salutò da lontano Jeffrey della portineria ed Eliza la trovò per prima, chiedendole di starle vicino perché temeva di perderla. Entrarono nell'auditorium al piano terra insieme e trovarono i loro posti già assegnati alla prima fila al centro. Vide Lena con sua madre Lillian ma la salutarono con un'occhiata e un cenno, occupate a correre da una parte dall'altra del salone. Dopo poco arrivò anche Alex, lamentandosi di aver perso per un attimo l'orientamento per via delle tante persone presenti. Si sedette accanto a Kara e le fece notare la sedia vicino alla sua dall'altro lato, vuota, su cui c'era il cartellino col nome Lex Luthor , chiedendosi se finalmente si sarebbe unito a loro.

Ma Kara aveva altro a cui pensare e continuava a ripetere le parole scusa e ti amo nella testa, cercando di stare attenta il più possibile agli spostamenti di Lena: era salita sul palco, era andata dietro le quinte, poi era tornata a uscire, scendendo dalle scalette e andando a parlare con quelli che sembravano operatori. Appena la vide sola, finalmente, si alzò di scatto come se avesse avuto le puntine sulla sedia e disse a madre e sorella che sarebbe tornata presto. Le due la guardarono interrogative, ma immaginarono che dovesse correre in bagno.

«Lena», la chiamò, trovandola sola dietro una parete, con dei fogli in mano. Si avvicinò. «So che probabilmente non è il momento adatto, anzi non lo è quasi sicuramente, m-ma speravo di parlarti di una cosa veloce, prima che tu salga sul palco».

Lei alzò lo sguardo dai fogli e la guardò negli occhi, deglutendo. «Vai. Veloce».

Scusa e ti amo . Scusa e ti amo . Semplice, immediato, efficace. Scusa e ti amo . «Emh…». Doveva essere passato qualcuno dietro di lei poiché vide Lena salutarlo e poi ridare a lei l'attenzione. «Emh… i-io in verità…», le scappò un sorriso e Lena guardò di nuovo, fugace, i fogli. «N-Non so come…». Forse Lena era troppo buona per dirle di non avere tempo adesso per lei che aveva perso la voce, così si arrese. «Niente di importante, può aspettare: vai, vai e stupiscici».

Lena le sorrise, dandole una pacca su una spalla. «Me lo dirai dopo».

Arrossì, vedendola salire sul palco per raggiungere una delle sedie che erano state poste a poco dal leggio al centro, su cui stava davanti Lillian che parlava con un uomo. Kara ritrovò il suo posto a sedere e così molte altre persone ancora in piedi, a parte quello al fianco sinistro di Alex, riservato a Lex, ancora vuoto.

«Benvenute e benvenuti», quello stesso uomo, corpulento e coi baffi, attirò l'attenzione di tutti, che cominciarono a zittirsi. Accostandosi a lei, sua madre fece sapere a entrambe le sue figlie che lui era il dirigente coi gradi più alti. Il signore si lasciò andare a una breve annunciazione dei cambiamenti che investiranno l'azienda dai prossimi mesi e poi passò il microfono a Lillian Luthor, che si alzò dalla sedia accanto a Lena sistemandosi la gonna e dando un colpo di tosse. In sala non si muoveva più una sola mosca.

«Grazie. Ho lavorato qui davvero tanti anni, così tanti che fatico ormai a ricordare come mi sentivo all'epoca, giovane e con tante aspettative per l'avvenire. Volevo cambiare il mio futuro e quello di questa azienda, allora ancora piccola e acerba. Perché non solo ero preparata, ma conservavo grande determinazione. Ciò che non mi aspettavo, tuttavia, era di trovare marito e di avere successivamente dei figli. Figli che-», si fermò e il suo sguardo planò lontano, verso le porte. Eliza, Alex e Kara si girarono curiose e videro solo la figura di qualcuno, distante, che ascoltava il discorso. Lillian fece un altro colpo di tosse. «Scusatemi. Dicevo… figli. Figli che si sono sempre dimostrati all'altezza del nome che portano. Il mio primogenito Lex si occupa della succursale di Metropolis già da diverso tempo e sono molto orgogliosa dei suoi risultati. Lo sarò altrettanto della mia seconda figlia, Lena. Come anticipato, dai prossimi mesi l'azienda vedrà dei grossi cambiamenti. Mia figlia terminerà gli studi quest'anno e sempre durante quest'anno prenderà le redini di questa azienda al posto mio», prese una breve pausa, quando le reazioni dei più si stavano trasformando in basse chiacchiere. «Lascerò in mano a lei la Luthor Corp qui a National City entro quest'anno e dopodiché andrò in pensione. Resterò a vigilare l'operato di entrambi i miei figli, li guiderò e assisterò, ma mi farò da parte. Come sono entrata qui ragazza con tante aspettative e determinazione di fare qualcosa di concreto per il futuro, auspico che ora faranno lo stesso gli eredi dell'uomo che ha costruito tutto questo: Lionel Luthor. Sono loro il futuro», si girò per guardare Lena che, immobile, la guardava a sua volta. «Un applauso a Lena Luthor».

Lei si alzò dalla sedia ansimando, cercando di trattenere il tremolio delle mani sui fogli con il discorso che si era portata dietro, mentre tutti all'auditorium applaudivano e si lasciavano andare a qualche brusio. Lillian la ritrovò a metà strada e l'abbracciò all'improvviso, con un braccio, mentre con l'altro le fermava i fogli che saltellavano dall'agitazione.

«Prendi fiato, Lena; non vuoi dare l'impressione di essere nel panico, te lo assicuro», le sussurrò, per poi lasciarla andare.

Lei appoggiò i fogli sul leggio e guardò il pubblico, ricercò facce conosciute e quelle poco conosciute, guardando poi lontano, verso le porte.

Alex e Kara si girarono ma quella figura non c'era già più. «Non l'ho visto bene, ma doveva essere Lex», bisbigliò la prima. Kara si chiese perché non si fosse avvicinato, ma non osò porre la domanda a voce alta temendo di perdersi il discorso di Lena che stava iniziando. Alzò lo sguardo e la ritrovò a guardarla, così le sorrise.

«Buongiorno a tutte e tutti. Sono Lena Luthor», sorrise e la sala rise con lei, mentre Lillian alzava gli occhi al cielo. «Tornando seri, grazie per essere arrivati puntuali questa mattina per essere tutti qui, adesso, in questo momento così importante per l'azienda e per me. Il mio passaggio a capo qui sarà molto più graduale di come ve lo aspettate, non ci saranno grandi cambiamenti nell'immediato ma, considerato che siamo qui e nessuno di noi ha altro da fare, vi parlerò di qualcosa più nello specifico». Molti risero ancora e Lena si lasciò andare a un sorriso compiaciuto mentre degli operatori portavano sul palco un monitor e, con l'andare delle immagini, lei iniziava a spiegare. «Questi saranno solo alcuni dei progetti che guiderò di persona con voi al mio fianco a tempo debito».

Kara si perse. Di ciò che diceva Lena non capiva più una parola, ma in realtà la sua voce le arrivava appena, troppo presa a guardare lei come si muoveva, come sorrideva, come riusciva a prendere l'interesse di tutti con il minimo sforzo. Aveva i capelli tirati indietro, raccolti in alto, le lasciavano il collo scoperto. Era la prima volta che le vedeva indosso quel vestito a fiori. Le sembrava così irraggiungibile. Probabilmente non l'avrebbe mai conosciuta, o non come la conosceva ora, se non fosse stato per le loro madri. Da quel punto di vista, allora era stata una fortuna che il destino gliel'avesse presentata pur anche come sorella. Voleva credere che era possibile stare insieme anche in quella situazione perché, rifletteva scuotendo la testa, era già incredibile pensare che una come Lena si fosse innamorata di lei, specialmente per come le cose, tra loro, erano iniziate. Certo non glielo aveva detto a parole, ma era sicura che avrebbe ricambiato non appena si fosse fatta avanti. Magari gliel'avrebbe detto lei se da Kal non si fosse chiusa a riccio per la questione di Roulette. Aggrottò le sopracciglia, ricordando lei che cercava di spiegarsi e la propria testa che continuava a respingerla, mannaggi- ahi , cos'era stato? Si disincantò, scoprendo che Alex, sguardo duro, le aveva dato un pizzicotto sul braccio sinistro.

«La vibrazione del tuo cellulare», sussurrò, «Mi disturba e non riesco a sentire».

Tirò fuori il telefono dalla borsa e trovò un messaggio e una chiamata persa da parte di James Olsen. Oh, si era scusata con lui per come si era comportata da suo cugino, eppure per un attimo si era scordata di avergli dato il numero.

Da JamesOlsen a Me

Ehi, Kara! Spero di non disturbarti, ho provato a chiamarti ma non devi aver sentito. Come stai? Ero molto impegnato in famiglia in quest'ultimo periodo e mi dispiace di non averti cercato prima. E non preoccuparti per quello che è successo da tuo cugino: conosco un po' la vostra storia e so cos'ha passato lui. Mi chiedevo se ti andasse di uscire insieme qualche volta! Anche solo se avessi bisogno di parlare con qualcuno: puoi contare su di me. Fammi sapere presto!

Era davvero un bel tipo, riconosceva. Se solo lo avesse conosciuto prima…

Da Me a JamesOlsen
Ciao, James! Grazie mille e sono contenta di sentirti. Però devo rifiutare: ho gli allenamenti, gioco a lacrosse e ora riprendono le partite, e poi devo studiare…

Alzò lo sguardo, ritrovando Lena, che il cellulare vibrò di nuovo.

Da JamesOlsen a Me
Non ti preoccupare, anch'io per lavoro sarò impegnato. Ma sarò a National City proprio per questo, non so ancora quando, ma ti farò sapere per tempo! Così non dovremo rimandare!

Rimandare? Oh, non aveva proprio capito.

Da Me a JamesOlsen
Sei carino, James, ma non voglio farti perdere tempo, non so quando sarò libera!

Gonfiò le guance, pensando bene a cosa scrivergli e dopo inviò. Le seccava dirgli che non era interessata a lui, in fondo non le aveva scritto da nessuna parte che voleva vederla per un appuntamento, ma se lo aspettava: ricordava certe occhiate che le aveva riservato a quella cena da Kal. E lo aveva pure baciato, se per un soffio; chissà lui cosa si aspettava. Voleva davvero conoscerlo, e non solo perché era il migliore amico di suo cugino, ma non voleva neppure dargli false speranze. Il cellulare vibrò di nuovo, facendola spaventare e indispettendo Alex, che la guardò torva.

Da JamesOlsen a Me
Come preferisci! Ma non ho problemi ad aspettarti!

Da Me a JamesOlsen
Sei carino, grazie. Sono certa che troverò lo spazio per uscire con un amico!

Così doveva andare: era meglio specificarlo fin da subito.

Da JamesOlsen a Me
Sì, certo, come amico va bene. Iniziamo a conoscerci!

Kara sorrise e Alex le diede un altro pizzicotto.

«La vuoi finire con quel cellulare?».

«Ho fatto, ma- ahi », si girò velocemente a destra, passandosi una mano sul braccio dove le aveva fatto un pizzicotto anche Eliza.

«Finitela di parlare tutte e due: vi sentite solo voi».

Kara chiuse il cellulare in borsa e bloccò la vibrazione in caso di altri messaggi o chiamate, cercando di riprendere ciò che aveva lasciato. Ah, già. Non il discorso, ma l'ammirare Lena.

Purtroppo sapeva che sarebbe andata a finire così: concluso il discorso, l'auditorium si svuotò con una lentezza impressionante e vide Lena rapita da una parte all'altra della sala per parlare con le facce più disparate, tra quelle entusiaste, quelle entusiaste ma ancora perplesse su alcuni punti del discorso, quelle entusiaste che sorridevano e le stringevano la mano in continuazione, quelle entusiaste che non finivano di parlare, quelle entusiaste che non facevano che porre domande, e di sicuro altre facce entusiaste. Kara le inviò un messaggio per farle sapere che l'aspettava davanti all'ascensore, ma appena la vide la salutò con una mano, lontana, circondata da altre facce entusiaste, e sparì con loro. Sapeva che non avrebbe fatto ritorno e tornò al campus con l'aria della sconfitta disegnata in faccia. Lena la richiamò quella sera sul tardi, stava per andare a dormire, ma Kara non poteva dirle una cosa così importante per telefono, così la invitò a mangiare insieme l'indomani, e l'indomani ancora, e quello dopo, lei continuava a rifiutare.

Kara si lasciò andare, spalmandosi sul letto con delusione. « Sbrb c e nn tr v a me ».

«Se vuoi che ti capisca dovrai sollevare quella faccia dal cuscino, Danvers».

Lei brontolò, riuscendo ad alzare il busto con parecchia fatica, guardando Megan. «Sembra che non riesca più a trovare del tempo per me».

L'altra annuì, pescando una carta e cercando il suo posto tra le file di quelle poggiate sul letto. «Lavoro, università, tutor, chi lo sa cos'altro: credo abbia degli ottimi motivi per non avere più tempo per te», sorrise, infilando la carta nel posto corretto e prendendone un'altra.

«No! Ha detto che il suo passaggio a capo sarebbe stato molto graduale. Quindi ha solo tutto il resto».

«Allora non ti vuole parlare». Si girò per godersi il suo sguardo d'odio e scosse la testa, abbozzando una risata. «Non mi preoccuperei, fossi in te. Quella ragazza ti ama, Kara, e lo sai anche tu. Avete avuto un battibecco ma non è mai stato un battibecco a fermare una grande storia d'amore. Pensa a Romeo e Giulietta, Lancillotto e Ginevra o», ci pensò un attimo, «il Principe e la Sirenetta».

Kara si buttò di nuovo di peso. «Te ne sei accorta di aver citato solo coppie che sono finite in tragedia? E una di loro diventa schiuma di mare quando lui decide di sposare un'altra ma si rifiuta di ucciderlo», mormorò lei.

«Oh, poverina… me la ricordavo più felice». Sorrise soddisfatta quando vide di aver finito il suo solitario. «Va bene, adesso possiamo andare ad allenarci».

Il piano consisteva nello stare da sole, era il primo passo, sorprenderla con le sue scuse e, veloce, prima che potesse dire qualcosa, il ti amo , rapido, preciso come un proiettile, che doveva colpire il suo cuore. Fortunatamente dopo giorni di tentativi a vuoto, Lena Luthor accettò di andare a pranzo con lei. Era il suo momento.

Solito locale vicino alla Lutor Corp, Lena arrivò in ritardo di quindici minuti e la pancia di Kara brontolava da almeno trenta. Si scusò per il ritardo ed entrarono, intanto che il cuore di Kara batteva come la musica di un film horror prima di una scena spaventosa, senza riuscire a calmarlo, tentando di controllare il respiro. Ordinarono velocemente e notò che Lena si fermava a guardarla, di tanto in tanto, facendo uno strano sorriso; come se sapesse in anticipo cosa volesse dirle e la cosa non faceva che metterla ancora più su di giri. Scusa e ti amo . Scusa e ti amo . Erano sole e poteva farcela.

«Allora, come stanno andando gli allenamenti?».

«Cosa? Ah, sì, il lacrosse. Bene, bene», annuì. «A fine mese abbiamo la prima partita, siamo contro Gotham City. Verrai a vedermi?».

«Certo», rispose come se fosse ovvio e il cuore di Kara saltò un battito.

Iniziarono a mangiare e non le tolse occhio di dosso, mentre Lena controllava più spesso del dovuto il suo cellulare. Ora o mai più. Scusa e ti amo . Scusa e ti amo . «Lena, senti… t-ti volevo chiedere scusa per-».

«Non importa», la interruppe, non sapendo che in quel modo l'avrebbe messa in difficoltà con il filo del discorso. Le sorrise, mettendo giù il cucchiaio e guardandola intensamente negli occhi. «Kara, quello che hai passato quando eri bambina ti ha segnato, anche se porti la testa alta tutti i giorni. Non importa, credimi. Hai rivisto tuo cugino, sei stata male, va tutto bene! Non sono arrabbiata».

«Ah…», arrossì, abbassando lo sguardo. Dannazione . Sì, era bello sapere che non era mai stata arrabbiata con lei e che l'aveva capita, ma tutto il piano si basava su quelle scuse e ora non sapeva da che parte ricominciare. «V-Va bene».

«Da un punto di vista penso di capirti, anche se la tua esperienza è decisamente più drammatica. Ma non parliamo adesso di questo; siamo qui perché mi devi dire qualcosa, giusto?».

Kara deglutì. «G-Giusto. E-Ecco, il fatto è che non so come dirtelo… O meglio, avevo preparato un piano che tu mi hai distrutto poco fa, quindi dovrò fare di nuovo di testa mia e sai quanto parlo se mi metto a fare di testa mia, all'improvviso, e-», si fermò, prendendo un grosso boccone d'aria mentre l'altra la guardava quasi senza battere ciglio, poggiando la schiena sulla spalliera della sedia. «La verità è che- è che lo so che ora sembra tutto difficile, e poi Lois e Kal, quando li ho visti ho pensato che… che… Accidenti , quello che sto cercando di dirti-».

Lena deglutì e la interruppe subito: «Che domani mattina hai l'appuntamento con Cat Grant e sei nervosa. Lo sapevo. Vorresti già essere come tuo cugino e Lois Lane». Kara la guardò senza fiato mentre lei continuava, giocherellando con un bicchiere. «Ti farei da spalla ma sarò in università. Non devi preoccuparti di dirmi cose come questa; ci sarò sempre per te quando hai bisogno. Anzi, dato che non ci sarò fisicamente, ti scriverò per messaggio, così potrai sentirmi con te. Non devi rispondermi, solo… leggere».

Seria, Kara annuì lentamente e poi abbozzò un sorriso. «Sì, s-sì… Temevo di passare per sciocca a dirti che ero nervosa… M-Ma è normale, no?». No. No. No. Non andava bene, non andava bene per niente; cos'era successo? Ci stava seriamente riuscendo, anche se non di certo come le aveva suggerito Megan, ma ci stava riuscendo. E ora si ritrovava costretta in un altro argomento che niente aveva che vedere con quello che voleva. Ma non si sarebbe persa d'animo: erano sole e non aveva neppure più bisogno di chiederle scusa, restava solo il ti amo . «Ma in realtà, quello che volevo dirti è che-», si bloccò di colpo, sentendo la suoneria del cellulare di Lena. Non doveva rispondere. Non doveva rispondere. Non doveva risp-

«Scusami, devo rispondere».

Accidenti . Annuì un po' di volte e richiuse, ma il suo sguardo da quella telefonata era cambiato e Kara sapeva che era un cattivo presagio.

«Mi dispiace», si alzò, riportando la borsa in spalla, «ma devo proprio andare. Ci rifaremo senz'altro, te lo prometto! In bocca al lupo per domani, ti scriverò». Le lasciò una pacca sulla spalla e, proprio mentre Kara pensava si stesse allontanando da lei, un bacio su una guancia.

Avvampò, vedendola sparire, domandandosi cos'avesse di così importante da fare che non poteva aspettare dopo pranzo…

 

L'auto nera con Ferdinand alla guida si fermò ai pressi di un ospedale, ai limiti di National City. Lui le aprì la portiera e Lena Luthor scese con eleganza, borsa in spalla; salì le scale che portavano all'edificio ed entrò.

Attese solo pochi minuti dopo che si presentò alla reception cercando Ross Fawrett e lui, indosso la divisa rosa da infermiere, la richiamò.

«Suo padre? Mi ricordo…», annuì, grattandosi la nuca, «Gran brutta caduta da cavallo».

Si spostarono dallo stare davanti a una porta d'ascensore e cominciarono a camminare. Lena era costantemente sull'attenti, temendo che qualcuno li sentisse. «Lei è stato uno dei primi infermieri a soccorrerlo, se le mie fonti non sono errate».

«Sì, è vero. A primo impatto: caviglia sinistra rotta».

«Primo impatto?».

Lui alzò le mani in segno di resa. «Sono stato sostituito. Che cosa cerca, esattamente, signorina Luthor?».

«E poi è stato trasferito?», incalzò, senza rispondere alla sua domanda. Lo vide annuire.

«A volte succede, non mi sono posto domande. Sono solo pochi chilometri dall'altro ospedale. È il mio lavoro: vado dove c'è bisogno di me».

«Ed è stato sostituto da chi, posso saperlo?».

«Senta…», lui si portò le mani nelle tasche, scuotendo la testa, «Mi dispiace per ciò che è successo a suo padre, ma non posso dirle più di quello che le ho detto: caviglia rotta. Non so altro».

Lena si irrigidì, per poi ansimare. «La ringrazio lo stesso. Se posso solo chiedere, vista la sua esperienza sul campo, magari, se ha notato qualcosa di insolito in lui, dovuto alla caduta o…?».

L'uomo strinse gli occhi, cercando di fare mente locale, ma infine scrollò le spalle. «Non saprei. Non aveva altri segni evidenti, a parte nei palmi delle mani, qualche escoriazione per come ha cercato di ripararsi dalla caduta», le sorrise, «Suo padre era un tipo loquace, signorina Luthor, non faceva che parlare del tempo! Ahimè, tuttavia, non diceva se aveva male da qualche altra parte, probabilmente per l'adrenalina. Ora, se vuole scusarmi».

Lo salutò e lei si appoggiò schiena contro il muro, prendendo un grosso respiro. Parlare con l'infermiere non le aveva detto molto riguardo le condizioni fisiche, ma sul piano mentale c'era qualcosa che non andava: suo padre non era loquace. Non lo era mai stato. Scosse la testa, prendendo il telefono. Compose un numero e lasciò squillare parecchio tempo prima di decidere di richiudere. L'ex segretaria di sua madre era sparita. Maledizione. A quel punto, decise di rientrare.

 

E così il fatidico giorno era arrivato. Per l'occasione, Kara aveva deciso di indossare dei pantaloni lunghi, marroni, per denotare serietà, ma con sandali aperti e una camicia fresca e leggera. Il doversi dichiarare a Lena l'aveva un po' allontanata dal pensiero di dover incontrare Cat Grant per un colloquio di lavoro, ma ora che era all'interno della CatCo e stava aspettando l'ascensore, una parte di lei era così in ansia che la stava mangiando dentro. Doveva mettersi bene in testa che quel posto per lei non significava soltanto il lavoro desiderato da una vita, ma era anche il punto più facile per ottenere la verità sul suo passato. Doveva restare concentrata e camminare dritta fino al raggiungimento del suo obiettivo.

Lasciato l'ascensore entrò in una sala piena di scrivanie, di persone che andavano e venivano, alcuni con pile di fogli tra le braccia, i telefoni squillavano in continuazione e il rumore di scanner, stampanti e computer riempiva l'aria. E di aria, quella vera e pulita, pensò, sembrò mancare là dentro. Una voce urlò il nome di qualcuno e una ragazzetta si alzò da una scrivania come se quella avesse appena iniziato a prendere fuoco e così corse dentro un ufficio. Oh, non era difficile capire dove si trovasse Cat Grant.

La vide da lontano attraverso i vetri e più urlava contro la poverina e più si rendeva conto che, a breve, sarebbe spettato a lei. Ricevette qualche occhiata là dentro, ma non si lasciò fermare e bussò con energia sulla porta, restando in attesa. Cat Grant scacciò la segretaria, che uscì con le lacrime agli occhi, e le urlò di entrare.

«Chiudi, chiudi la porta», le fece cenno con la mano, disgustata; dopo qualche istante finalmente la guardò, abbassando gli occhiali da sole, mostrando occhiaie rossastre. «Aspetta un momento: e tu chi sei? Avevo un appuntamento adesso con…», se mise a sfogliare rapidamente dei fogli che aveva sulla scrivania e Kara si affrettò a fare due passi avanti, portandosi una mano contro il petto.

«Oh, con me, con me, signora Grant», si avvicinò ancora, mostrandole la mano, «Piacere di conoscerla, sono Kara Danv-».

«Ferma dove sei!», le ordinò all'improvviso, così Kara si bloccò. La squadrò da capo a piedi, tenendo bassi i suoi occhiali. « Ouh …», sbuffò, rimettendo a posto i suoi fogli con aria distratta, «Mi aspettavo un'universitaria tutto pepe, non una bimba del liceo».

«I-Io frequento l'università, signora Grant».

«Beh, la tua faccia e il tuo abbigliamento mi dicono che sai appena prendere l'autobus da sola…», ricercò il suo nome nei fogli, per poi leggerlo a bassa voce e ripeterlo, « Keira Danvers ».

«È Kara , veramente».

«Lena Luthor mi ha parlato molto bene di te. Sembrava estasiata dal tuo modo di fare, per come l'hai aiutata con quel caso alla Luthor Corp. La cosa aveva emozionato anche me e anche se a guardarti ora quasi me ne pento, voglio darti la possibilità di distinguerti. In quel caso, ho un posto alla CatCo per te. Deludimi e sei fuori. Patti chiari e amicizia lunga. Beh… non proprio amicizia, ci siamo capite, è un modo di dire», aggiunse gesticolando, agitando la tazza che aveva appoggiata sulla scrivania, scoprendo con delusione che era vuota e mugugnando.

«Q-Qualsiasi cosa, signora Grant».

Qualsiasi cosa, certo, qualcosa che pensava di dover fare da sola . L'aveva fatta sedere sulla scrivania della sua segretaria con il compito di scrivere un articolo, uno solo, che la soddisfacesse, con l'unica condizione che a seguirla e a curarle il pezzo dovesse essere una delle sue dipendenti: Siobhan Smythe. Lei adorava Siobhan Smythe e non vedeva l'ora di conoscerla. Prima . Prima di scoprire che era un'arpia doppia faccia della peggior specie. A ricordare l'articolo sul numero 432 del CatCo Magazine che prima tanto amava adesso le veniva mal di stomaco. Non poteva crederci di aver idolatrato una persona tanto acida e antipatica. Si piazzava alle sue spalle e leggeva, così rideva e se ne andava e Kara barrava tutto, ricominciando daccapo. Non le dava consigli, si limitava a prenderla in giro. Le masticava una gomma nelle orecchie. E per di più, quando si sedeva alla sua scrivania, non distante, la chiamava spesso per farla andare da lei e no, non certo per aiutarla.

«Danvers, considerato che sei qui perché non pensi di renderti utile e portarmi un caffè? Per favore».

Kara alzò gli occhi al cielo ed eseguì. Si accorse di non sapere la strada solo quando era già in viaggio in ascensore, così torno indietro.

«Che sciocca, devo essermi scordata di dirtelo: pian terreno».

Kara corse.

Quella mattina non sembrò finire mai. La macchinetta si bloccò ma infine riuscì ad avere quel caffè. Sorrise nel leggere i messaggi che Lena le scriveva, dal so che ce la farai , al sei la persona più forte che conosca . Uno le disse credo che non smetterò mai di credere in te e Kara sussultò. Era come se le avesse detto che l'amava, ma usando parole diverse. Forse erano davvero fatte l'una per l'altra.

«Oh, non è possibile, sono proprio distratta questa mattina: Kara, lo prendo senza zucchero; potresti scendere a riprenderlo?».

Lei la guardò con l'odio nello sguardo. Non disse nulla, semplicemente tornò indietro non appena le lasciò le monete. Avrebbe voluto spiegarle che non era la sua segretaria, ma non voleva farla arrabbiare e di conseguenza far arrabbiare Cat Grant; non la conosceva e non sapeva se la cosa avrebbe potuto infastidirla, così eseguì e basta, in silenzio. Lesse di nuovo tutti i messaggi in attesa del caffè, come per infonderle un po' della forza che Lena credeva lei avesse, poi tornò indietro. Per poco non si scontrò con una donna dai capelli argentati e ringraziò che non le cadde il caffè.

«Mh, immaturo e incompleto…», disse Cat Grant, esaminando il testo di Kara. «Mi aspettavo di più dalla ragazza determinata che ha scovato una falla nei rapporti della Luthor Corp. Tu cosa ne pensi, Siobhan?».

«Assolutamente d'accordo, signora Grant», annuì e a Kara parve perfino dispiaciuta. «Ho provato a consigliarla, ma lei chiaramente voleva fare di testa sua… Forse si ritene tanto in gamba, dopo quello che è successo alla Luthor Corp».

Eh, no. Poteva portarle il caffè e rifare la strada anche quattro volte, senza masticare nelle orecchie e ridacchiare del suo lavoro, ma non le avrebbe permesso di dire nefandezze sul suo conto. «No», alzò la voce, «Non è ver-».

«Chiudi la bocca, Keira, ho mal di testa», la donna la fece zittire, portandosi una mano sulla fronte. Chiese a Siobhan Smythe di uscire e poi guardò lei negli occhi, senza occhiali e mettendo le mani con le dita intrecciate. «Dovevi scrivere qualcosa, qualsiasi cosa, che mi soddisfacesse. Su qualsiasi argomento. Invece mi ritrovo con un temino da scuole medie sullo sport. Dov'è il sentimento, la ricerca… dove sei tu, in queste righe?».

Kara deglutì, capendo di aver fallito, e che non era nemmeno colpa di Siobhan, dopotutto. «P-Posso fare di meglio, signora Grant». Era la sua ultima spiaggia. Temeva di sentirla dire che poteva ritornare a casa, invece le restituì il foglio e la rimandò fuori.

«Ah, Keira».

«Kara».

«Noterai che per questo lavoro non si può puntare solo sulla determinazione. Se pensi di non essere all'altezza, allora questo non è il posto per te».

Uscì, ritornando a sedersi. Udì Siobhan Smythe richiamarla ma finse di non sentirla, cercando di rimettersi al lavoro. A un certo punto se la ritrovò di nuovo alle spalle, col fiato sul collo.

«Ti stavo chiamando, Kara, svegliati. Dovrei fare delle fotocopie di un documento: potresti andar tu?», le lasciò un foglio sulla scrivania, prendendo passo per allontanarsi. «Me ne servono almeno due. Grazie».

Kara deglutì, alzando la testa. «Fattele da sola».

«Come, prego? Ho sentito male?».

«No. Sto lavorando: fattele da sola».

Dietro una scrivania poco più avanti, si mosse la stessa criniera argentea con cui Kara si era scontrata quando aveva la tazzina di caffè in mano. Quella donna rideva con gusto, mettendosi comoda sulla sedia e sistemando i piedi incrociati sulla scrivania. «La micetta ha tirato fuori gli artigli. Miao », esclamò, muovendo la mano a mò di graffio.

Siobhan Smythe la guardò appena con una smorfia, tornò indietro a riprendere il foglio lasciato da Kara e se ne andò per fare le fotocopie.

 

Per richiamare l'ascensore dovette calmarsi. In ascensore, perché le mancava l'aria, dovette calmarsi. Quando le porte si aprirono… restò incantata: Lena Luthor era lì, parlava con una coppia, bellissima come non lo era stata mai. Quello. Quello era il momento giusto. Lena era sua.

Uscì con passo svelto, la sorprese alle spalle e in un attimo la rovesciò, la guardò in viso e, sotto lo sguardo sbigottito dei presenti, la baciò con passione. Quasi riusciva a sentire la musica in sottofondo.

Le porte dell'ascensore stavano per richiudersi e dovette infilare una mano, svegliandosi di colpo, per non restare chiusa lì dentro. Oh, sì, era stato un bel sogno a occhi aperti, ma Lena la vide e le sorrise, così le sembrò, in fondo, un sogno possibile.

«Com'è andata? Devi assolutamente raccontarmi tutto». L'abbracciò e Kara prese un grosso respiro.

Quando la lasciò le sorrise anche lei: «Sono stata presa».

«Ma è fantastico! Sapevo che ci saresti riuscita, non avevo alcun dubbio».

Uscirono e decisero di andarsi a prendere un gelato per festeggiare, forse l'ultimo della stagione. Camminavano l'una vicina all'altra e, di tanto in tanto, si scorgevano a guardarsi e così ridevano.

«Siobhan Smythe è una vera…», si lasciò andare a una smorfia e a un ringhio, facendo ridere l'altra, « persona irritante e maleducata».

«Tu non sai proprio come offendere il prossimo, eh?», rise, finendo il suo cono; Kara lo aveva già finito da un po'.

Si sedettero sulla panchina di un parco e si guardarono, prima di ridere di nuovo, senza apparente ragione, solo perché erano felici.

«È tutto grazie a te. Se ci sono riuscita è grazie ai tuoi incoraggiamenti; se ero lì per poterlo fare è grazie a te per aver parlato con la signora Grant».

«È grazie a te che mi hai dimostrato di essere una futura reporter coi fiocchi», rimbeccò, «O lei non mi avrebbe mai dato-».

«Ascolto, sì, me lo ha fatto capire», sorrise di rimando, «La signora Grant ha una personalità molto forte. E comunque è un tirocinio, devo finire gli studi… Devo ancora-».

«Sorprenderla», concluse per lei, «Ci riuscirai».

Kara deglutì. Ora o mai più. Di nuovo . «Lena… le cose tra noi si sono un po' raffreddate da quando siamo tornate da Metropolis. Hai detto che non ho nulla da perdonarmi m-ma sento che non è così», la guardò dritta negli occhi, «Voglio che siamo sincere l'una con l'altra, ti prego. Quello c-che sto cercando di dirti è che… che-».

«Mio padre è stato assassinato». Le parlò sopra quasi di colpo e Kara spalancò gli occhi, cercando di capire. «Mia madre ha coperto il suo assassinio e sto cercando di capire cos'è successo e perché. Non dovrei parlartene perché è rischioso, la gente che ha avuto a che fare dall'incidente alla sua morte continua a sparire e… ho paura». Kara si avvicinò, stringendole una mano. «Ma voglio che siamo sincere, Kara. Hai ragione e cercavo di dirtelo da un po', non ne trovavo il coraggio… Niente più Roulette, omissioni, niente. Ho paura di non farcela da sola e… voglio stare al tuo fianco e voglio farlo sapendo di essere sincera».

Kara la prese fra le sue braccia. «Ti starò sempre vicina. Lo sai».

«Vale anche per me».

 

Il suo piano era fallito. Miseramente fallito in ogni sua parte. Eppure tornò verso il campus con il sorriso stampato sulle labbra. Non era solo ciò che era successo alla CatCo, ma la confessione di Lena che si era fidata di lei e l'aveva sentita vicina come mai prima. Forse anche più vicina di come sarebbe stato se fosse riuscita a dichiararsi. Si amavano e lo sapevano; forse il resto poteva aspettare.

Era ormai vicina al cancello quando sentì il cellulare vibrare e si fermò. Forse era Lena e… ah, era solo James.

Se tutto va come previsto, dovrei essere a National City verso la seconda metà di ottobre. Allora, ti andrebbe di uscire con me?

Kara sorrise, scuotendo la testa.

Da Me a JamesOlsen
Vedrò di liberarmi! Non vorrei però che capissi male: si intende come amico, no?

Stavolta glielo chiese espressamente, in modo che non ci fossero incomprensioni. Fece ancora due passi che la risposta di lui non si fece attendere:

Sì, ovviamente! Tranquilla, Kara, non voglio turbarti.

Non era la risposta che si aspettava e lesse con attenzione, aggrottando le sopracciglia.

Da Me a JamesOlsen
Turbarmi per cosa?

Da JamesOlsen a Me
Del fatto che sei già innamorata di un'altra persona! Non sono stupido, mi interessi ma non voglio forzarti o ferirti!

Da Me a JamesOlsen
Come fai a saperlo?

Da JamesOlsen a Me
Come faccio? Lo hai detto tu! Ricordi? Lo hai detto prima di andare a letto, alla festa di tuo cugino. Lena Luthor ti stava portando via e hai detto delle cose, Kara. Ti sei dimenticata?

Kara restò immobile, con il cellulare tra le mani. Forse James doveva essersi risposto da solo alla domanda, poiché aveva mandato subito un altro messaggio:

Hai detto delle cose spiacevoli, Kara. Come che i tuoi genitori erano stati uccisi e che ti stava andando male tutto, come che non sapevi come comportati da capitano per la tua squadra, o che ti eri innamorata della persona sbagliata. Non pensavo avessi bevuto tanto da non ricordare, scusami. Con me puoi parlare quando vuoi, Kara!

Lena lo sapeva. Per tutto il tempo, Lena lo sapeva. Lo aveva detto e non ricordava. Lena lo sapeva.

 

                                                                                       

 

Lena aprì la porta di camera sua e la richiuse dietro di lei, ancora col sorriso sulle labbra. Poggiò la borsa su una poltrona e si sciolse i capelli. Aveva qualche minuto per rilassarsi prima di tornare in università, così si liberò anche i piedi dagli alti sandali e si sedette davanti alla scrivania, accendendo il portatile. Parlare con Ross Fawrett le aveva posto altre domande, più che fornirle risposte, e non la portava da nessuna parte perché non aveva fatto nomi. Avrebbe dovuto aspettare qualche altro aggiornamento di Willis per andare avanti, oppure scoprire che fine aveva fatto la ex segretaria di sua madre che le aveva promesso di aiutarla a trovare il coroner del caso di suo padre. Aveva davvero paura che avesse fatto anche lei chissà quale fine. E per di più non le aveva lasciato nulla per aiutarla. Sospirò, poggiando la testa sulla spalliera. Era punto e a capo.

O almeno lo era finché non le arrivò quella notifica. Si fece curiosa, cliccandoci. Apparteneva a un vecchio forum di medicina: ci aveva girovagato a lungo quando cercava alcuni dei medici che si erano occupati di suo padre, trovando, coi loro nomi, account non più attivi da mesi. Era un messaggio in posta privata. Lo aprì, scoprendo nient'altro che una serie di numeri.

 

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

Saltava da un muro all'altro. Faceva un balzo, si teneva con una mano in una sporgenza e tornava giù saltellando. Faceva un lungo percorso urbano con salti e corsa, capriole a mezz'aria, saltando su bambini in fila senza sfiorarli. In una clip, si arrampicava in mezzo a due stretti palazzi, passando da un cornicione all'altro con dei salti precisi e calcolati, con eleganza, senza mai dare la parvenza di poter cadere, leggera come l'aria. Una volta giù rifacendo lo stesso percorso al contrario, si toglieva gli occhialini da aviatore e una cuffietta, liberando i mossi capelli a caschetto, salutando la telecamera.

Le ragazze borbottavano nel panico, guardando un video dopo l'altro attraverso un unico cellulare mantenuto da una di loro al centro. Megan vide che Kara stava tornando, così si staccò dal gruppetto e le andò incontro. Erano fuori, al campo da lacrosse per l'allenamento con il tempo che per fortuna sembrava dalla loro parte: qualche nuvola e sole tiepido.

«Allora? Tutto a posto con Mike?», le chiese subito scorgendo il ragazzo che lasciava il campo. Avevano deciso di tornare in amicizia, o almeno di tentarci.

«Sì, mi ha chiesto se ci alleniamo insieme questa sera e magari un aiuto mi servirebbe pure in vista della partita contro Gotham».

«Già, a proposito…», le indicò le ragazze della squadra incantate a quel cellulare. Si avvicinarono insieme, tenendo d'occhio Mike che si univa ad altri ragazzi, in fondo. «Tenterà un modo per tornare con te», le bisbigliò.

«Sì, immagino di sì, ma…», scosse brevemente la testa e l'altra sorrise.

«Il tuo cuore è già impegnato», sorrise a sua volta, colpendola con una gomitata complice.

Kara non rispose, guardando il resto della squadra e battendo le mani per richiamarle: «Va bene, la pausa è finita! Sull'attenti». Nessuna si mosse e Kara sbuffò.

«C'è una cosa di cui dovresti essere a conoscenza», esclamò Megan.

«Me lo dirai dopo. Ehi», urlò alle ragazze, «A qualcuna di voi interessa ancora giocare a lacrosse?».

«Dovresti saperla adesso, Kara», insisté.

«Dopo».

«Adesso: è su Selina Kyle», indicò il cellulare, «Ci sono dei video».

Kara abbandonò la sua posa dura e corse dalle sue compagne di squadra, prendendo il cellulare e guardando con i suoi occhi, spalancandoli sconvolta, la ragazza che sorpassava con un salto un auto in movimento.

«È diventata piuttosto brava con il parkour dall'ultima volta che ci siamo scontrate… I suoi video spopolano e a Gotham sta diventando famosa», fece notare Megan. Altre ragazze concordarono con lei, aggiungendo apprezzamenti su quanto era brava, che sarebbe stato difficile prenderle la palla, che era diventata troppo brava per loro. Megan sentì Kara grugnire, lasciando il cellulare e ritornando alla sua posizione iniziale.

«Questo cambia qualcosa per qualcuna di voi?», domandò a voce alta, guardandole in faccia una per una. «Lasciate perdere Selina Kyle e il parkour! Pensiamo al nostro: alleniamoci, facciamo del nostro meglio e ricordatevi che l'unico vero avversario che dovete sconfiggere siete voi stesse ogni volta che diventate più brave. Al resto penseremo in campo quando ci ritroveremo faccia a faccia con lei e la sua squadra. Non voglio sentire nessuna di voi lamentarsi che pensa di non essere all'altezza», disse con motivazione. «E adesso riprendiamo coi giri di campo, poi con i tiri in porta», indicò una ragazza, il portiere, che annuì. «Forza, muovetevi! Almeno venti per scaldarci». Tutte partirono e Kara sospirò non appena non poterono vederla.

Prima di seguire le altre, Megan la affiancò. «Quindi non sei preoccupata? Il vero avversario siamo noi stesse?».

Kara gonfiò le guance e aggrottò le sopracciglia, mostrando una smorfia indispettita. «Odio q-quella Selina Kyle e il suo parkour».

 

Dopo qualche analisi sul pacco destinato a Lena Luthor per assicurarsi che non contenesse niente di pericoloso, John Jonzz diede l'ordine di aprirlo e un agente eseguì; tuttavia, l'unica cosa che il D.A.O. trovò era tanta carta arricciata e un foglio liscio, pulito, con su scritta solo una riga di numeri.

Lena Luthor ci aveva passato su qualche ora quella notte. Aveva provato di tutto: numero di telefono, numero di un conto, di una password, aveva provato a decifrare le lettere corrispondenti ai numeri per ottenere delle parole, ma non c'era stato verso, finché non ebbe un'illuminazione: creò dei piccoli gruppi e aggiunse i segni corrispondenti così, davanti al pc, fece una prova, sorridendo compiaciuta. Si era fatta una bella dormita e l'indomani aveva passato le ore tra l'università e la Luthor Corp, poi, arrivata alla conclusione che era la cosa giusta da fare dal momento che ormai sapeva la verità, aveva deciso di chiamare Kara. Dirle tutto era una scommessa continua perché temeva di metterla in pericolo, ma nasconderle le cose non aveva fatto bene l'ultima volta e, se nessun altro avesse scoperto che lei sapeva, allora era protetta, si giustificava. E averla dalla sua parte rendeva più sicura anche lei. Se Alex avesse scoperto che lo aveva detto a Kara… Di certo si sarebbe arrabbiata; d'altronde si sarebbe arrabbiata comunque, dal momento che le aveva consigliato di farsi da parte. Alex Danvers non sapeva che farsi da parte era qualcosa che lei proprio non riusciva a fare.

«Ehi… Come stai?», le chiese per cellulare mentre stava seduta di peso sulla sedia girevole di camera sua, spostandosi con i talloni dei piedi coperti da sole calze velate. «Ho novità. Però non penso che parlarne al telefono sia una buona idea… perché non vieni da me? Sì, Kara, casa mia», si lasciò sfuggire una piccola risata, «Tecnicamente ora è anche casa tua e sia dia il caso che tu non ci sia ancora venuta di persona», mordicchiò il tappo di una penna, presa dalla discussione. Fece una smorfia con le labbra, ascoltando la voce dall'altro capo. «No, certo, non voglio rubare tempo al tuo allenamento… Sì, le novità riguardano- Va bene, ti aspetto», annuì con un sorriso, «Nessuna fretta, Kara. A questo pomeriggio».

Era forse un po' egoistico da parte sua non vedere l'ora che arrivasse. Perfino condividere con lei una cosa spaventosa come quella, scoprire cosa fosse successo a suo padre, diventava più facile.

Lasciò la sedia e si diresse in bagno, decisa a immergersi nella vasca piena fino all'orlo e rilassarsi.

Dall'altra parte, intanto, Kara riattaccò la chiamata col cuore in gola. Non voleva che fosse fraintesa, voleva davvero aiutare Lena a sapere cosa esattamente era successo a suo padre, ma andare da lei era un passo falso. Lena non parlava e lei non parlava, ma la situazione tra loro era ormai irrimediabilmente parecchio ambigua. Lena lo sapeva, era inutile girarci intorno, eppure dirglielo le sembrava lo stesso tanto difficile. Con la situazione di suo padre, poi, non voleva sbagliare momento e risultare inappropriata.

Così, infine, rinunciò all'allenamento con Mike, si fece una corsa, una doccia, e uscì per andare da Lena. Le aveva dato indicazioni in più per messaggio ma Kara aveva dovuto affidarsi quasi completamente al suo istinto per non perdersi: era la prima volta in assoluto che si inoltrava nella zona residenziale interna di National City. E capì presto, se non altro, poiché i Luthor si facessero sempre portare in auto da Ferdinand: c'era davvero parecchio da camminare seguendo la pulita strada asfaltata, sul marciapiede che tagliava grandi distese di terreno verdi e fioriti, tutti recintati. Tuttavia per lei non era un problema camminare e, anzi, non le sembrava vero di poter passeggiare sotto gli alberi che perdevano le prime foglie, ammirare i paesaggi, salutare dei cagnolini che si erano affacciati da un cancello, fotografare gli uccellini che riusciva a vedere e chiamare degli anatroccoli lontani che seguivano la madre danzando goffamente sull'erba fino a tuffarsi nella distesa di un lago. Era un luogo protetto dallo smog in mezzo alla città, passando per un vicolo dietro un ospedale e negozi, e le era come sembrato di entrare nella tana del Bianconiglio.

«Sono contenta che tu e Lena siate diventate così amiche. Sorelle sembrerebbe strano, ma si può parlare di amicizia» , sentì dire da Alex al telefono e Kara digrignò i denti, non proprio d'accordo. «Verrà anche alla tua partita?».

«Sì, ha detto che ci sarà», mantenne il cellulare contro una spalla mentre accarezzava una gattina seduta sulle sbarre di un cancello, facendo smorfie con la bocca per parlarle con una bassa vocina.

«Meno male, sono contenta! Perché è probabile che io non ci sia, stavolta».

«Cosa?», si raddrizzò di colpo con la schiena, infastidendo la micetta che scappò via tra i cespugli. «Non ci sarai?».

«Ooh, mi dispiace, sorellina… Ma Maggie ed io avevamo prenotato fuori e Jamie vuole andare a vedere i delfini, così… Glielo avevamo promesso».

«M-Ma la partita… Non hai mai perso una mia partita ufficiale», ricominciò a camminare, mettendo su il broncio.

«La partita è capitata proprio quel giorno e…».

«Quindi volevi dire che è sicuro che non ci sarai».

«Sì. Non ci sarò» , la sentì sbuffare, «Mi dispiace, Kara. Non mancherò mai più, lo prometto».

«Non fare promesse che non puoi mantenere», calciò una foglia a terra, sorpassando un altro terreno e un altro cancello.

«Non legartela al dito in questo modo, per favore… E ti scriverò per gli auguri! Adesso devo andare. Ci… sentiamo più tardi? Chiamami stasera, o ti chiamo io».

«Va bene, sorellona. Ti chiamo. Stasera».

«Davvero, Kara».

«Davvero. Ti chiamo io». La salutò e chiuse la chiamata, alzando lo sguardo al cielo limpido incorniciato dalle foglie scure degli alberi. Sorrise. Era dispiaciuta che Alex non ci sarebbe stata ovviamente, non mancava mai, ma amava farle credere di essere ancora più dispiaciuta, e magari arrabbiata, di quello che era in realtà: era quasi il suo modo di assicurarsi che per lei ci sarebbe sempre stata.

Superò un'altra villa prima di imbattersi in verde e nient'altro che verde per un po', prima del prossimo cancello, altissimo e dorato. Era arrivata. Alla sua destra, nel muro prima del cancello, vi era affissa una targa con su scolpito Luthor ; rise vedendo che, manualmente, era stato attaccato con un nastro adesivo un pezzo di foglio plastificato con su scritto Danvers. Alzò il naso e guardò in mezzo alle sbarre, oltre alla strada circondata da aiuole e cespugli fioriti, osservando la grande villa dei Luthor. Non sapeva se era la sua impressione, ma le sembrava perfino più grande di altre villette sorpassate prima. Era bianca e alcuni muri, al pian terreno, erano composti da grigi mattoni a vista. Vedeva una terrazza e colonne e lampioni. Suonò il campanello e la nasale voce di Lena le rispose al citofono: «Ce ne hai messo di tempo». Kara sorrise e intravide la porta aprirsi e lei affacciarsi, a braccia a conserte, nell'ingresso, mentre il cancello scorreva per lasciarla passare. Camminò sulla strada asfaltata guardandosi intorno con curiosità. Sorpassò la rotonda lentamente, guardando che alla sua sinistra, oltre agli alberi, c'era un altro edificio, più piccolo, che seguiva lo stesso stile della villa. Alla sua destra, invece, la strada proseguiva verso il garage. Lena l'aspettava appoggiata contro una colonna di mattoni grigi. Kara la squadrò con attenzione: calze corte e leggins neri al ginocchio, una maglietta larga che le scopriva una spalla, a maniche corte, i capelli arruffati tenuti all'indietro con quella che le sembrava proprio una matita. Senza trucco, semplice, bella come sempre. Si immaginava ad andarle incontro saltellando per poi stringerla a sé e baciarla con passione… Le sue labbra così vicine… oh, accidenti.

«Non ci credo che ti sei persa, la strada è tutta dritta! Avrei dovuto insistere e mandarti la macchina».

Lena l'abbracciò in modo goffo, non era mai successo, come se all'improvviso non si ricordasse come si facesse e Kara la guidò, passandole una mano sulla schiena. «È che non sono mai stata da queste parti! Ho fatto delle foto, ogni tanto mi sono fermata…», ansimò, guardandosi di nuovo attorno, «E così è qui che abiti, eh? Modesto…», rise e l'altra con lei, scuotendo la testa.

«Non hai idea di quanto! Vieni, ti faccio fare un tour».

La fece accomodare davanti a lei e Kara si ritrovò in un ampio ingresso circolare: c'erano delle piante nei vasi, due bassi mobiletti in legno, l'appendiabiti, quadri su cui erano dipinte le onde del mare appesi nelle pareti bianco grigie, ai lati le scale per il piano superiore che incorniciavano la stanza in modo elegante, sotto di loro ingressi ad altre zone della casa, ad arco. Le scale affacciavano su un soppalco protetto da una ringhiera in legno scuro e, sotto, davanti a loro, l'ingresso finiva con lo scalino di quello che sembrava un soggiorno, ma era molto più grande e spazioso di come solitamente Kara definiva un soggiorno. Era un magnifico salone.

«Seguimi», le disse Lena, prendendola per mano con coraggio. «Grossomodo ti avevo già fatto vedere quasi tutto in videochiamata, ma dal vivo è un po' diverso».

Kara non riusciva a smettere di stupirsi, a bocca aperta. Un ampio tappeto rettangolare stava sotto un tavolo e sedie; per centrotavola un vaso dipinto a mano su cui erano immerse rose rosa. C'erano innumerevoli quadri di paesaggi, cavalli, ritratti antichi di chissà quale avo. Su una parete, tra un angolo vicino a una portafinestra e un camino chiuso, una grande cristalliera antica e davanti, adagiata su un comodo e rotondo tappeto bianco, un pianoforte scuro. Kara trascinò Lena nella sua direzione.

«Questo non lo avevo visto in videochiamata. Sai suonare?», le chiese stupita e vide Lena annuire, abbozzando un sorriso.

«Non lo faccio più come prima, sono piuttosto arrugginita, ma sì, so suonare».

«Non me lo avevi detto», lasciò andare la sua presa, che la metteva a disagio, e le picchiettò una spalla. «Al ristorante mi hai fatto fare una figura, quella volta».

«Te la sei cavata benissimo, direi», controbatté. Si avvicinò alla portafinestra e sollevò la tenda dai toni chiari, mostrandole il giardino: c'erano altre piante nei vasi coperte dalla tenda da sole e, più avanti, verso sinistra e dietro gli alberi, si intravedeva l'altro piccolo edificio. «Lì c'è la dependance, magari te la faccio vedere dopo».

Dal soggiorno entrarono nella sala da pranzo: Kara riconobbe alcuni dettagli sullo sfondo e le pareti sul giallo. C'era un tavolo e le sedie intorno, sul muro un grande televisore e, davanti, la zona cucina, con penisola che riconosceva poiché Lena si era videochiamata spesso seduta lì mentre beveva caffè. Le fece vedere che anche da lì si accedeva al giardino e all'ingresso, poi tornarono indietro, le mostrò il bagno di servizio, che Kara notò brillava come uno specchio nero e rosa, sorpassarono il divano dai toni chiari che si estendeva per metà salone, curvando intorno a un tavolino di vetro, così le fece vedere la biblioteca, non mancandole di farle notare che anche da lì si usciva in giardino o si passava all'ingresso o, aprendo un'altra porta, verso il garage: Kara spalancò gli occhi vedendo che erano presenti tre macchine e c'era il posto vuoto di una quarta, che doveva essere quella nera che solitamente guidava Ferdinand. Così Lena la portò su per altre scale, ritornando in soggiorno.

«Siete voi», esclamò fermandosi a metà scala, notando che sulla parete erano affisse nei quadretti delle fotografie di famiglia. C'era una Lena bambina con suo padre che la teneva in braccio, con sfondo il molo e una barca. In un'altra foto un giovane Lionel Luthor era da solo in un ritratto in bianco e nero. In un'altra foto c'erano Lionel e Lillian insieme, stranamente abbracciati, erano giovani. C'erano davvero tante foto di Lena bambina e poi ragazza, ma quelle di un altro bambino erano almeno il doppio. Era la prima volta che Kara vedeva Lex, capelli arruffati che mangiava un gelato, che teneva in mano un diploma dritto con la schiena, a fianco a suo padre, seri entrambi, o in sella a quella che sembrava la sua prima bicicletta. Il taglio degli occhi era indubbiamente quello di suo padre, pensava Kara, ma lo sguardo era assolutamente quello di Lillian Luthor. In una foto, Lex e Lena erano in groppa a un cavallo insieme, con lui che stringeva lei davanti, piccolina. Non erano poche le foto in cui i due comparivano insieme e in molte di quelle, specialmente quando Lena era piccola, lui sembrava proteggerla e stringerla a sé. Si vedeva che erano molto legati.

«Sali», le disse, attirando la sua attenzione, «Vieni qui».

La fece fermare su di uno scalino in particolare e Kara scoppiò a ridere, scoprendo altre foto interessanti: Lillian ed Eliza insieme in piscina, in un parco, in un'altra erano vestite da cerimonia e Lena le fece notare che era stata scattata durante la loro festa di fidanzamento. Come se non bastasse, in altre foto comparivano loro e non ricordava neppure quando erano state scattate. Come lei e Alex che leggevano una rivista sedute sul divano di casa Danvers-Luthor, di schiena. In una foto c'era solo Biancopelo, l'amato gatto che era stato scambiato per procione ed era rimasto con loro per poco. In un'altra foto c'erano lei e Lena che si scambiavano uno sguardo.

Trangugiò, capendo che erano state colte nel fatto. Erano state colte nel fatto eppure quella foto era lì, appesa in mezzo a tante altre senza sospetto, ricordando di quando Lena le disse che avrebbero potuto avere una relazione sotto il loro naso che non si sarebbero accorte di nulla. Quella foto era così compromettente ai suoi occhi, e così innocente per quelli di Lillian Luthor che l'aveva scattata e fatta incorniciare. Guardò la ragazza con la coda dell'occhio e ritrovò i suoi occhi chiari, mai così caldi, che la fissavano. Anche lei doveva aver pensato lo stesso.

Salirono al piano superiore e si affacciarono dal soppalco verso l'ingresso da cui erano entrate, mostrandole la botola per salire in soffitta, poi Kara seguì Lena in un lungo corridoio e le aprì davanti una porta dopo l'altra, mostrandole velocemente un bagno, uno studio, un altro studio più grande, una camera degli ospiti e un'altra camera degli ospiti, dichiarandole che sua madre aveva intenzione di chiedere a lei e ad Alex di sceglierne una da far diventare la loro stanza, poi un altro bagno. Saltò una porta e aprì quella di Lex, buia, e poi quella della camera delle loro madri, mostrandogliela velocemente, rivelandole che la camera oltre al bagno privato accedeva alla terrazza. Poi le mostrò brevemente un altro studio più piccolo e così aprì l'ultima porta, quella che aveva saltato, dicendole che era la sua camera.

Solo in quel momento, come colpita da un'illuminazione improvvisa, Kara si rese conto che erano da sole in quella grande villa. Da sole. «N-Non avete anche dei cavalli?», domandò di punto in bianco e Lena annuì.

«Hai ragione, seguimi». Si affrettò a indossare delle ciabatte e tornò indietro per il corridoio.

Cessato allarme . Cessato allarme, ripeteva nella mente, mentre piano sospirava. Uscirono da una portafinestra nel salone e Lena decise di mostrarle anche la dependance. C'era un soggiorno che faceva anche da ingresso e sembrava adibito a zona relax, con cuscini, televisore, peluche, divano e poltrone. C'era una cucina più piccola di quella della villa ma completa di tutto. Un bagno. Una camera con letto matrimoniale, una con due letti singoli e un'altra porta, dopo qualche scalino, si affacciava il magazzino, buio, dove Lena le fece notare stavano sistemando provvisoriamente le cose di suo padre. Uscendo dalla dependance, Lena seguì una strada di piastrelle giallognole che portava dietro la villa, oltre qualche albero, a una recinzione. Aprì il cancelletto e Kara, oltre alla stalla, non poté fare a meno di notare a quanto fosse immenso il terreno che seguiva la recinzione. Una distesa verde e a tratti fiorita, con qualche albero e cespuglio. Si avvicinarono alla stalla e Lena le disse subito di stare attenta a dove metteva i piedi per via del fango, appena in tempo che Kara scivolò un piede e si mantenne a lei, con un po' di imbarazzo.

«Lei è Principessa», esclamò davanti a uno dei box della stalla e si affacciò subito l'enorme facciona di un cavallo bianco. «Rispondeva già a questo nome quando l'abbiamo acquistata», ci tenne a precisare e Kara sorrise, osservandola accarezzarle il muso e il cavallo, buono, fidandosi ciecamente delle sue mani delicate. «Non ti morde», le disse, disincantandola, «Vuoi provare?».

«Modestamente, sono piuttosto brava coi cavalli», rispose con orgoglio. Con un ampio sorriso stampato in faccia, allungò una mano lentamente e cominciò ad accarezzarla.

«Hai ragione», le sorrise a sua volta, «Allora sei pronta per salirle in groppa». Carezzò ancora Principessa e aprì il box, mentre Kara sbiancava.

«No».

«Sì».

«No. Emh, Lena… Accarezzarla è ben diverso dal salirle sopra», ridacchiò con palese nervosismo e Lena la guardò con malizia, intanto che sistemava una sella sopra il cavallo.

«Non ti accadrà nulla, ci sono io», sorrise, toccandole la punta del naso, «Starete ferme e Principessa è buonissima». Prese il cavallo e l'accompagnò fuori dalla stalla, seguita da una Kara in bilico, temendo di scivolare di nuovo sul fango. «E ti voglio piacevolmente ricordare che per te mi sono gettata da una piscina alta metri su un materassino; che era mezzo sgonfio, perfino».

«Per me?». Lena le sorrise e Kara arrossì, capendo di averlo detto a voce alta.

«Dai, monta su».

«I-Io non so… non so da dove-», guardò la sella da un punto all'altro e Lena si portò dietro di lei, mostrandole come si faceva. Il piede destro, tirarsi su, portare la gamba sinistra dall'altra parte e sedersi. Nonostante la paura riuscì al primo colpo e sorrise entusiasta, accarezzando Principessa sul collo.

«Beh, niente male, Kara Danvers…», si complimentò, «Allora forse riusciresti anche anche a galoppare un pochino».

Si voltò di scatto, presa dalla paura. «Oh, no, no, assolutamente no! Ho paura di farle male, non-non sono capace, Lena».

La ragazza scosse la testa e si aggrappò alla sella, sedendo dietro di lei e prendendole da sotto le mani le redini. «Un giro veloce o Principessa soffrirà per il peso, non è abituata», le disse soffiandole in un orecchio e Kara arrossì, annuendo.

Lena scoccò le redini e Principessa partì, mentre Kara, goffamente, tentava di mantenersi prima ai ciuffi della criniera del cavallo e poi alla sella. Sembrava spaventoso all'inizio, Principessa era veloce e continuava a sballottarle su e giù, ma a un certo punto iniziò a rilassarsi e a godersi il panorama, il percorso, la brezza sul viso, il cielo sereno e i palazzi di National City che spuntavano dietro gli alberi. Il respiro di Lena sul collo. Oh, sì, il suo respiro caldo che le solleticava la pelle.

Fecero il giro e tornarono lentamente alla stalla. Principessa era tranquilla e conosceva la strada, così Lena sembrò approfittare del momento e Kara non se lo aspettava, ma l'abbracciò, poggiandole la testa su una spalla. D'un tratto, e senza usare parole, era come se Lena si fosse dichiarata per prima. Kara non poteva muoversi dalla sua posizione, e forse l'altra aveva osato proprio per quella ragione, così l'unica cosa che si azzardò a fare fu alzare le braccia e poggiare le mani, stringere appena, sulle sue braccia. Era l'unico ricambio all'abbraccio che poteva.

«L-Lena…», deglutì, capendo che toccava a lei. «V-Volevo dirti una cosa».

Principessa si fermò e Lena la lasciò andare di fretta, scendendo da cavallo. Kara la vide sospirare, cercando di non guardarla negli occhi. «Andiamo, Kara. Devo ancora dirti cos'ho scoperto questa notte».

«Giusto», annuì, cercando di restare seria. L'aveva interrotta di proposito, certo… Lei aveva deciso di dichiararsi perché la vita era una e voleva viverla appieno, ma forse Lena non era dello stesso avviso e l'abbraccio rubato in un momento che non poteva ricambiare ne era la prova. Trattenne uno sbuffo, pensando che avrebbe dovuto immaginarlo.

«Andiamo».

Kara arrossì. «Non posso».

«… Perché?».

«Beh… non so scendere».

«Come sei salita, sciocca», rise.

 

Dopo averla aiutata a scendere da cavallo, Lena liberò anche gli altri tre cavalli, tutti di un bellissimo e lucente marrone, e li lasciò correre, dichiarando che li avrebbe fatti rientrare prima del tramonto. Tornarono dentro e nella camera di Lena, che prima, per paura di restare lì dentro da sola con lei, Kara non aveva dato nemmeno un'occhiata. Era spaziosa, elegante come lo era lei, ordinata e ben illuminata. C'era una scrivania moderna vicino alla porta, una libreria e un mobile. Nella parete a destra un armadio a quattro ante, una poltrona e la porta del bagno privato. Davanti il letto, a due piazze; il comodino a sinistra del letto e un altro mobile a destra. Nell'ultima parete erano disposte tre finestre e sotto dei cuscini da terra e un tappeto, vicino una sedia. Era accogliente e i dettagli la rendevano personale. Come i quadretti appesi alle pareti che davano un tocco di colore caldo alla stanza. O la parte dell'armadio che dava alla porta su cui aveva attaccato parecchi post it di quelli che sembravano appunti. Nella parete sopra il letto era appeso un arazzo con una citazione letteraria dello scrittore in lingua romena Efim Tarlapan, Se sei libero sei tu che crei il mondo; se non sei libero il mondo crea te, con sfondo piccoli pesci colorati tutti diversi che nuotavano nel mare. Ma la cosa che più di tutti aveva attratto Kara, erano dei trofei sulla bacheca vicino alla libreria. Si avvicinò rapidamente e ne sfiorò uno, che aveva l'aspetto della torre degli scacchi. Lesse e la guardò senza fiato:

«Sei una campionessa di scacchi?».

Lena prese la sedia vicino alla finestra e la portò davanti alla scrivania accanto alla sua, non trattenendo una breve risata: Kara sembrava sempre così sorpresa. «Sì. La cosa ti stupisce tanto?».

«Non è che mi stupisca in quel senso, ma…», li guardò di nuovo uno ad uno, adocchiando quanti primi posto erano presenti, «è che non me ne hai mai parlato».

«Non ne abbiamo avuto occasione, credo», si sedette con lo sguardo rivolto a lei, mentre il suo laptop si accendeva. «Ho partecipato a vari tornei dalle scuole elementari, ho smesso dopo il liceo. Troppe cose a cui pensare, presumo».

«Wow…», bofonchiò rapita, «Ci sono ancora un sacco di cose che non so di te».

«Potrai scoprirle quando vorrai», rispose e mantenne un sorriso fino a quando Kara si sedette accanto a lei: era il momento di parlare di cose serie. Aprì la pagina del forum di medicina e così il messaggio privato, poi la sua casella email e le mostrò la stessa serie di numeri arrivata da un account sconosciuto a cui non rispondeva nessuno. «Deve essere stata la ex segretaria di mia madre, per assicurarsi che arrivassero».

Kara aggrottò le sopracciglia. «Ma a cosa si riferiscono?».

Lena copiò e incollò la serie di numeri che aveva aggiustato durante la notte e, quando inviò, il mondo ruotò, cambio velocemente e si avvicinò sempre di più a una zona specifica, fermandosi infine su una via, contrassegnando un'abitazione.

Kara riconobbe subito Central City. «Coordinate… È dove abita…?»

Lena cliccò e si aprì la foto di una casa del luogo. «Sono stata un po' sciocca a non pensarci subito: doveva aiutarmi a ritrovare il coroner, quindi mi ha inviato la sua posizione. Non è andato poi così lontano», esclamò, guardando la casa e dopo lei. «A questo punto, immagino che sia scomparsa di proposito per non farsi coinvolgere».

«Ci andremo», concluse Kara con determinazione. «Sappiamo dov'è, non ci resta che andarci a parlare».

«Vieni anche tu?».

«Certo».

«Ottimo. Pensavo di pernottare in un albergo: una notte dovrebbe essere sufficiente».

«Non è lontana da casa del mio amico Barry: prima chiedo a lui se può ospitarci», sorrise. «Mi ha sempre detto di andarlo a trovare quando voglio e se vado lì e non mi faccio sentire chissà cosa penserà».

Lena perse il suo sorriso, non del tutto convinta che fosse una buona idea. «Kara, ne sei sicura? Come faremo a spiegargli il motivo della nostra visita?».

Lei, che stava già prendendo in mano il cellulare, si fermò soprappensiero. «Hai ragione. Sono certa che se dovessi dire a Barry il reale motivo per cui andiamo capirebbe, insomma, senza perderci in dettagli, manterrebbe il segreto, ma se non te la senti vada per l'albergo. Mi sta bene».

«Ti fidi di lui?». Kara annuì e Lena sospirò, alzandosi dalla sedia, con improvvisa voglia di muoversi. «Allora mi fido del tuo giudizio. Una mano in più potrebbe tornarci utile, dopotutto».

Gli telefonò davanti a Lena, che le suggeriva cosa dirgli, e lui rispose che le avrebbe fatto sapere, ma le era parso piuttosto entusiasta.

«Mangi qualcosa?».

Kara sorrise e, scuotendo al testa con aria canzonatoria, Lena le fece strada. Scesero di nuovo in cucina, con Kara che continuava a guardarsi intorno e a scoprire cose nuove, come alcuni vasi che sembravano antichi o il taglio delle colonne che reggeva l'enorme salone. Le toccò, come per assicurarsi che non fossero finte.

«Questa casa è enorme… Come fai a non perderti tutte le sere?», roteò su se stessa, seguendola per la cucina, «Dovessi fare una caccia al tesoro qui, ci metterei dei giorni».

Lena rise, aprendo la porta che dava al giardino per far passare un po' d'aria. «Eliza si perde spesso, infatti».

«Okay, cosa mangiamo?», si poggiò al bancone della penisola, osservandola dalle finestre che riempivano quasi l'intera cucina intanto che si spostava fuori, sistemando chissà cosa.

«Prova a guardare se sono rimasti dei gelati, altrimenti ti preparo qualcosa».

Kara si spostò curiosa, guardandosi intorno alla ricerca del freezer. «Sai cucinare?».

«Qualcosa», rispose, rientrando.

Aprì il pensile di legno e rimase perplessa: era sicuramente una parte del frigo, ma era pieno di alcolici su ogni ripiano.

Lena rise, dietro di lei. «Ah, sì, hai trovato l'angolo della casa preferito di mia madre! Ti dirò che da quando Eliza abita qui beve molto meno del solito, ma li ama troppo per separarsene». Richiuse e le ordinò di andare a sedersi, così Kara piantò i piedi, indecisa se farlo lì davanti al bancone, davanti al tavolo in sala da pranzo, o nel divanetto o in una delle poltrone davanti alla tv, ma quanto era grande quella tv , o in uno degli sgabelli accanto a una delle finestre. Quella cucina era più grande della sua camera e di quella di Alex messe insieme, pensò. E forse poteva includerci il bagno. Anzi ne era certa. Infine decise di accomodarsi lì davanti al bancone, appoggiando i gomiti nell'osservarla muoversi. C'era uno scomparto del freezer in basso a sinistra, ah, e pure uno in alto a destra, più piccolo. Tirò fuori una scatola di gelati confezionati e gliela mostrò, così lei annuì.

Andarono fuori a mangiare, sedute su degli sdrai sotto una tenda da sole. Sull'erba era montata un'altalena, vicino a un albero, e Lena le disse che da bambina ci si era arrampicata spesso prima che Lillian la vedesse e la sgridasse ricordandole che non stava allevando una scimmia.

«Avrai avuto un'infanzia particolare con lei come madre».

Lena ingoiò del cioccolato, scambiandole un sorriso. «All'inizio stavo attenta che non mi sorprendesse, Lex mi aiutava e stava giù per assicurarsi che non avessi bisogno di aiuto, ma poi penso di averci nutrito un certo gusto e cominciavo a farlo solo per infastidirla», morse e mandò giù un altro boccone. «Lei aveva tutto il resto: i miei ottimi voti a scuola, le mie lezioni di piano private, le mie buone maniere con gli ospiti, cosa dovevo indossare fuori e in casa in sua presenza, chi dovessi frequentare e con che frequenza e chissà cos'altro non mi viene in mente, controllava tutta la mia vita… Io volevo solo essere una bambina come le altre e arrampicarmi su quell'albero».

Kara allungò i piedi, riuscendo a sentire il sole oltre la parte coperta dalla tenda sopra le loro teste, giocando a muoverli. «E gli scacchi?», domandò, «Anche loro erano solo qualcosa che Lillian aveva programmato?».

«Gli scacchi erano miei e di Lex. Anche lui faceva delle gare e sempre lui mi ha insegnato a giocare. Le facevamo credere che anche quello fosse una cosa sua, ogni volta che portavamo a casa un trofeo vinto era inconsciamente per merito suo, portava prestigio alla famiglia, sai, ma erano nostri. Erano una cosa nostra».

Parlarono ancora un po' degli scacchi e delle numerose partite, molte di quelle vinte, a cui aveva partecipato, facendole capire quanto per lei fossero stati importanti al tempo, come univano lei e il suo fratello maggiore, e come si era divertita. Kara ascoltava rapita e ogni tanto sorrideva, annuiva o rideva, e Lena altrettanto. I due fratelli sembravano molto più vicini in passato che ora e Kara si domandò cosa o come successe, pensando che forse sarebbe accaduto lo stesso a lei e ad Alex, ricordandole che non ci sarebbe stata alla sua prima partita di stagione. Qualsiasi cosa avesse separato in quel modo Lena e Lex, era pronta a combattere perché non capitasse anche a loro.

Fecero una passeggiata in giardino e Lena le raccontò altri aneddoti di quando era bambina, Kara si lasciò prendere dall'entusiasmo e raccontò a sua volta di lei e dell'Alex scorbutica con cui aveva avuto a che fare.

«E di quando eri con i tuoi genitori, Kara? Che tipo di bambina eri?», le chiese. Si era seduta sull'erba appoggiata schiena contro all'albero e Kara sull'altalena, guardando il cielo.

«Ero…», fece un sorriso malinconico, «felice», poi la guardò. «Ero felice, credo».

«Qual è la prima mossa?», le chiese, «Da dove dobbiamo partire per approfondire cos'è successo a loro?». Lena le aveva già mostrato cos'avevano trovato lei e Winn ma non era più di quanto Kara già non sapesse.

«Pensavo che entrare a lavorare alla CatCo fosse la prima mossa da fare», la vide annuire e proseguì. «Lavorare lì mi darà accesso a vecchi articoli, vecchie fonti… Non voglio correre, voglio fare le cose per bene, ma voglio farlo. Devo farlo», aggiunse.

«Hai mai pensato di andare a parlare con le persone che sono finite agli arresti?».

Kara si fece più seria di colpo, deglutendo e così riguardando il cielo. «Sì, ma… non voglio farlo, non adesso. È presto».

Lena capì subito dalla sua reazione quanto era presto, decidendo di non insistere. «Lo sai che sarò con te, vero?».

«Lo so», le sorrise, «E adesso devo decisamente andare», scese dal sellino dell'altalena. Il cielo si stava colorando di giallo, lontano, e non aveva intenzione di farsi la strada per il campus al buio, considerando quanto doveva camminare. «Ti farò sapere cosa mi risponde Barry e a che ora sarà la partita», esclamò rientrando in cucina, mani dietro la schiena e con un sorriso, «Perché hai ancora intenzione di venire a vedermi, non è vero? Alex non ci sarà e sono molto arrabbiata con lei per questo».

«Oh, non ho intenzione di farti arrabbiare, quindi caschi il mondo sarò presente». Chiuse e Kara recuperò la sua borsa che aveva lasciato nell'ingresso, quando Lena l'ammonì di aspettarla che sarebbe tornata subito, sparendo su per le scale. «Ecco, questa l'ho fatta per te», le passò una foto, «Per fortuna mi sono ricordata; puoi aggiungerla al tuo muro, con le altre».

Kara rise vedendo la foto che ritraeva lei con Biancopelo in braccio, scattata nel giorno in cui stavano lasciando i volantini per strada in modo da farlo ritrovare con sua famiglia. Si vedeva la fila di negozi di sfondo, sfocati, il cielo limpido, il rossore sulle sue gote mentre sorrideva e il micio quasi più in posa di lei, con i baffetti che le accarezzavano il mento. «Bellissima. Grazie».

«Sei sicura che non vuoi un passaggio in macchina? Si sta facendo tardi».

«Scherzi? Supergirl ha una partita a giorni e si deve allenare: duro lavoro, camminare fa bene, devo tonificare i muscoli».

Lena si lasciò sfuggire un'occhiata sulle sue braccia nude, sospirando. «Eh, sì… ne hai proprio bisogno».

«Come?». Rideva e non aveva ben sentito il suo bisbiglio.

«Che tra poco si farà buio, Kara».

«Non è un problema. Ah, considerando che sei così gentile, mi piacerebbe anche avere una copia di quella foto appesa sul muro, per le scale».

«Quale?», portò le braccia a conserte.

«Quella dove ci siamo noi, d-dove ci guardiamo, sì», rispose mal nascondendo imbarazzo, fissandola negli occhi chiari.

L'altra annuì, avvicinandosi. «Sarà tua».

Kara sorrise e Lena le guardò le labbra, di sfuggita, un solo attimo, ma lei se ne accorse. Alzò la mano destra e le sfiorò una guancia lentamente, spostandole un capello scuro, ma non la abbassò: restò lì, ad accarezzarle delicatamente la pelle fresca. Socchiusero gli occhi e si avvicinarono; lo volevano entrambe e non potevano tornare indietro. Si sfiorarono le labbra ma la serratura di casa scattò e si separarono all'istante, guardando altrove, col cuore che batteva furioso in petto.

«Lena! Sei a casa?», la porta si aprì e le due scorsero lo stretto chignon dei capelli scuri di Lillian mentre era abbassata intenta a pulirsi le scarpe. «Ho visto i cavalli liberi, è tardi- Oh, sei qui», le vide e sorrise di colpo, «E c'è anche Kara».

«Kara è qui?». Dietro di lei entrò anche Eliza, sorridendo estasiata nel vederle insieme. «Finalmente sei venuta! Ce ne hai messo di tempo, eh? Tua sorella è venuta qualche giorno fa, anche se si è trattenuta poco».

Kara guardò Lena perplessa, mentre l'altra tratteneva una risata. Le abbracciò entrambe e lo fece anche Lillian, ricordando alla figlia di far rientrare i cavalli.

«Resti a cena, Kara?», domandò quest'ultima camminando verso l'ingresso per la cucina.

«No, no, grazie».

«Ma si è fatto tardi, quando arriverai al campus ti sarà già passato l'appetito».

«Oh, questo lo dubito», rispose Eliza, facendole l'occhiolino; «Se non vuoi tornare al campus, però, puoi sempre restare a dormire».

«No, no, no, no, no, no, non posso», scosse la testa presa dal panico ed Eliza la guardò con sospetto, non capendo il perché di tanta agitazione, intanto che Lena, al suo fianco, si portava una mano sul viso, coprendo un sorriso divertito. «Se resto a dormire, non potrò svegliarmi presto andando direttamente ad allenarmi la mattina. E ho la squadra, adesso sono il capitano, ho delle responsabilità e siamo contro Gotham e già m'immagino quella Kyle, la loro capitano, che si prende gioco di noi che non siamo bene allenate, quindi no, n-non posso, non posso proprio», annuì con decisione. L'aveva convinta.

Eliza e Lillian le dissero di essere dispiaciute di non poter andare a vederla per via del lavoro e Kara uscì dalla porta seguita da Lena con la scusa che sarebbe andata a far rientrare i cavalli. Il cielo era arancio e si stava scurendo in fretta. Il cancello si aprì e Kara si portò subito dietro, guardando Lena di sfuggita. La salutò con un sorriso veloce e si voltò per andarsene, quando ebbe un sussulto e, cogliendo il momento, tornò indietro con uno scatto, a lei che si era rassegnata a vederla andare via, e le spinse le labbra contro le sue. Lena cercò di trattenerla ma Kara strinse gli occhi e si separò, camminando via velocemente.

«Kara! T-Ti accompagno in macchina? È da un po' che non guido e-», le gridò e lei continuò a camminare all'indietro, girandosi per regalarle un altro sorriso.

«Ci sentiamo presto, Lena». Doveva andarsene, doveva andarsene subito.

Il cancello si richiuse davanti a Lena che, ormai bordeaux, sospirava. Se l'avesse accompagnata, oh, sapeva che non l'avrebbe lasciata andare, non dopo quello.

 

Accidenti. Accidenti. Accidenti. Accidenti. No, no, cos'aveva fatto?! Accidenti.

Camminava avanti e indietro con rigidità militare per il corridoio davanti alla sua camera, prendendo grossi bocconi d'aria. Ancora non aveva avuto il coraggio di aprire e incontrare Megan. Ma doveva farlo, non poteva passare lì la notte, doveva anche riposare prima di un allenamento serio ed erano già passate diverse studentesse per chiederle come si sentisse. Accidenti. Prese un altro respiro e si fece seria, aprendo la porta. Megan guardava un film sul tablet, seduta davanti al tavolo e a un piatto ancora mezzo pieno. Mise in pausa prima di girarsi e vederla.

«Finalmente! Se mi avessi detto che facevi tanto tardi non ti avrei scaldato le patate che a questo punto saranno fredde di nuovo… Che hai sulla faccia? Sei rossa».

Stava trattenendo il respiro e infine scoppiò, mostrandole un enorme sorriso che si spense a breve, guardandola con gravosità.

«È un evviva, sì ? Oppure un no?».

«S-No», le corse incontro, prendendo la sedia accanto e sedendo di peso. «È terribile, Megan! L'ho baciata».

«E non è fantastico?».

«Come una bambina bacerebbe sua madre», si lamentò.

«Va bene… questo è un po' meno fantastico».

Kara si lasciò andare si peso sulla sedia e poi si passò una mano sulla fronte, amareggiata. «Avrei voluto che il primo bacio fosse diverso da un casto labbra contro labbra, m-ma erano tornate Eliza e Lillian e… non lo so cosa mi sia preso, stavo andando via, non dovevo neppure baciarla, e poi l'ho fatto in quel modo e lei ha cercato di fermarmi e io lo so», la guardò spalancando gli occhi, «cosa sarebbe successo se mi fossi fermata ancora o se mi avesse accompagnata in macchina come voleva fare».

«Wow, è… meglio delle soap, direi».

«L'ho baciata, Megan. L'ho fatto».

Lei annuì. «E io sono fiera di te, Supergirl, ma devo aggiornarti su qualcosa».

«Hai finito di vedere per conto tuo gli episodi di Wynonna Earp?».

«No», sbraitò, per poi sorridere, «Anche se avevo una mezza idea ho tenuto duro e non l'ho fatto! Si tratta di Catwoman».

«Chi?».

Megan prese il tablet e tolse lo schermo intero del film, in modo da poter aprire Instagram, sotto lo sguardo curioso di Kara. «Catwoman», ribadì, «È così che si fa chiamare adesso». Le mostrò lo schermo e Kara impallidì, mugugnando qualcosa come Selina Kyle e guarda quanti follower. «C'è stata una rivoluzione sul suo account questo pomeriggio: ha postato un altro video dove fa parkour all'interno della sua università e i like sono schizzati; molti qui dicono che sarà tosta batterla e alcuni», prese una breve pausa prima di dirlo a una Kara pronta a scoppiare, «pensano che perderemmo, ragazza. Che lei è diventata troppo agile, adesso. Si sta facendo una pubblicità esagerata, ancora poco e supera i follower dell'account della nostra squadra».

Per tutta risposta, Kara grugnì, cercando di mantenere la calma. «Non saranno i follower a farla vincere in campo, ma capisco come la cosa possa farla sentire in vantaggio: avere tanti tifosi, un nome figo tutto nuovo», fece una smorfia, «E allora risponderemo per le rime. Trovati un nome figo tutto nuovo anche tu», la fissò, stringendo un pugno e alzandosi in piedi. «Le faremo vedere contro chi ha a che fare».

«Oh, ne ho uno! Mi chiava così mia nonna quando ero bambina, ci sono affezionata».

«Perfetto. Noi vinceremo».

Megan era certa che una parte dell'euforia di Kara fosse imputabile al bacio, seppur casto come quello di una bambina, con Lena. Era agitata, ancora più distratta del solito, ma di certo ben presa dal suo obiettivo: vincere quella partita. Come se vincere ne dipendesse la sua vita e a Megan stava bene poiché spronava la squadra a dare il massimo e avevano tutte cominciato ad apprezzarla di più come capitano.

«Le krypto-cosa?», sbottò il signor Jonzz, guardando Megan a occhi sgranati, fuori nel campo da lacrosse.

«Kryptoniane. È un nome inventato».

«Questo lo avevo intuito». L'uomo si passò due dita sugli occhi, cercando di accumulare pazienza.

La ragazza stava registrando un video per Instagram mentre la squadra, sotto comando di Kara Danvers, faceva dei giri di campo per scaldarsi. «Ci siamo dati dei nomi per attirare più tifoseria», lo guardò per un attimo, annuendo, «I social network al giorno d'oggi ricoprono funzioni importanti. Ti posso chiedere il favore…?».

Lui si lasciò andare a un verso contrariato, ma infine le prese il cellulare, accettando di registrare un altro video per la squadra. «Staccherò a breve. Non ho intenzione di mostrare in diretta i vostri punti deboli».

«Punti deboli?», ridacchiò, «Lo sai, tesoro, che noi non ne abbiamo… Non dubitare di Miss Martian», gli mostrò il muscolo del braccio destro con scherno mentre raggiungeva in campo le compagne e lui scosse poco la testa, arrossendo.

Stava per attaccare la ripresa video, quando tornò serio di colpo, ricordandosi una cosa. Sfilò il cellulare dal taschino dei pantaloni neri e compose un numero, ascoltandolo squillare. «Sono io. Aggiornamenti sugli appostamenti all'indirizzo? Va bene, di' di continuare a darsi il cambio per coprire le ventiquattr'ore. L'agente Danvers? Dille di andare a farsi quella vacanza che aveva programmato senza tante cerimonie; se non ci sono aggiornamenti non abbiamo bisogno di lei. A presto». Staccò, infilando di nuovo il cellulare nel taschino e così cominciando a filmare per l'account Instagram.

 

Tirare in porta, parare, lanciare, scontrare, recuperare la palla, correre, tirare, segnare, ricominciare daccapo. Seguirono giorni di intensi allenamenti per le kryptoniane, Supergirl e Miss Martian, come avevano deciso di farsi conoscere su Instagram. I follower crescevano e in un video lanciarono una sfida a chi sarebbe riuscito a batterle, così Catwoman replicò con un altro video in cui alternava spezzoni di parkour a un discorso con la sua squadra su come si sarebbero scontrate con quella della Sunrise di National City ma che non avevano paura di scendere in campo. Si era aperta una battaglia a colpi di like prima ancora che di lacrosse.

Kara e Lena si erano risentite quando la prima ricevette da Barry il via libera, aggiungendo che Joe, il suo padre affidatario, non vedeva l'ora di averle come ospiti. Nessuna delle due parlò del bacio che c'era stato tra loro e sembravano avere intenzione di continuare per quella strada, senza imbarazzi, in armonia. La ragazza parlò anche con sua sorella che aveva ignorato, anche se non di proposito, per un po', sentendosi accusata di essere ancora arrabbiata per la sua assenza alla partita. Kara fu costretta ad arrendersi e a dirle che era contenta che lei andasse in vacanza con Maggie e Jamie e di non pensare al lacrosse. E così ricominciò ad allenarsi e a fare video e foto per il social network.

 

Era finalmente arrivato il gran giorno. Chi più e chi meno, la mattina la squadra era stata impegnata in qualche classe, ma come Kara aveva suggerito, gli allenamenti erano finiti e dovevano riposare per stare fresche durante la partita. Il signor Jonzz si rifiutò di chiamarle kryptoniane fino all'ultimo, quando appena prima della partita, in spogliatoio, si lasciò andare a un discorso commosso su come fosse fiero di loro e che la stagione era iniziata con il piede giusto, che avessero vinto oppure perso.

Uscirono per raggiungere il campo già illuminato e ognuna di loro cercò di adocchiare sugli spalti la propria famiglia, intanto che il cielo si faceva scuro. Kara sorrise radiosa quando incrociò lo sguardo di Lena. Era l'unica lì per lei, ma era anche l'unica che davvero desiderava lì per lei, al momento. Si infilò il casco e fissò le proprie compagne di squadra una per una, soddisfatta di come aveva gestito la cosa come capitano.

«Supergirl». Megan attirò la sua attenzione e le fece cenno con la testa, così si voltò, scoprendo che Selina Kyle, indosso divisa nera e gialla di Gotham e casco in testa, era diretta verso di lei con passo sicuro, mantenendo la stecca su una spalla.

La ragazza le mostrò la mano destra, senza guanto, pronta per stringergliela. «Sarà una bella sfida. Che vinca la migliore… Supergirl».

Kara sciolse la sua posa e le strinse la mano con piacere, togliendo anche lei il guanto. «Lo sarà sicuramente… Catwoman, eh?».

Lei rise, canzonatoria. «Stammi dietro, kryptoniana. Se riesci, s'intende».

«Avrò segnato prima che tu possa sbattere le ciglia, gattina», rimbeccò.

Ognuna raggiunse i propri posti accanto alle compagne e, quando l'arbitro fischiò, si scatenò l'inferno.

Era proprio vero che Selina Kyle era diventata ancora più agile, scaltra e veloce dall'ultimo incontro. Saltava in alto ed era difficile intercettarla, così si liberava della difesa e segnava sempre più di frequente. Kara cercò di far restare alta la concentrazione della sua squadra che ai primi fallimenti buttava giù il morale e, alla fine del il primo quarto di tempo, il signor Jonzz le sgridò di non distrarsi come sembravano fare, poiché se dovevano perdere, dovevano farlo sapendo di aver dato il massimo per non avere rimpianti. Ritornarono in campo con una nuova luce negli occhi e Kara suggerì la strategia.

«Fermo io la Kyle, non preoccupatevi di lei e passate la palla a Miss Martian», la guardò e lei annuì, «Possiamo vincere».

Catwoman si rese subito conto che le regole del gioco erano cambiate e che Supergirl le stava col fiato sul collo. Appena riusciva ad essere in possesso di palla e cercava di correre verso la porta, Kara Danvers le parava la strada come un carro armato, se saltava lo faceva anche lei, e andava davvero in alto, le fermava ogni mossa e le prendeva la palla da sotto il naso, lanciandola verso un'altra giocatrice della sua squadra. Supergirl in quel modo aveva rinunciato a segnare, ma non riusciva a farlo neppure più lei. Intanto, Miss Martian aveva segnato diverse volte e al secondo quarto si portarono in pari, con il pubblico che esultava in visibilio. Lena applaudiva con altri e perfino Mike Gand, seduto in basso, gridava con orgoglio.

Avendo ormai imparato la strategia, Catwoman finse diverse mosse e si liberò di Supergirl, riportando la sua squadra in vantaggio. Era una battaglia a chi la spuntava e, pari per un soffio alla fine del terzo quarto, tutte cominciarono a sentir crescere dentro di loro una certa fretta di vincere: non c'era più tempo per i giochetti.

«Siamo agli sgoccioli, kryptoniana. Pensi di farcela?», ridacchiò Selina Kyle e Kara sbuffò.

«Sarà sempre così, tra noi. E sai già chi la spunterà, no? Com'è andata l'ultima volta? Ah, già: ho vinto io», le sorrise, prima di rinfilarsi il casco.

L'arbitro fischiò e il gioco riprese. La palla passava in possesso da una giocatrice di squadra all'altra, e di porta in porta,, volando da una rete di stecca all'altra. Selina Kyle segnò diverse volte nonostante il rafforzarsi della difesa, ma lo stesso Kara Danvers e Miss Martian, che si davano il cambio e si passavano la palla con maestria. Catwoman tentò di rubare la palla in loro possesso, ma non c'era più tempo per sbagliare e impararono dai propri errori, coprendosi a vicenda e, infine, vincendo la partita. Per due soli punti, la squadra di National City si intascò la vittoria ed esultarono, mentre la platea applaudiva per l'ottima partita a cui avevano assistito.

«Se me lo avessero raccontato, non ci avrei creduto», le disse Selina Kyle a partita conclusa, liberandosi del casco e lasciando respirare la sua folta chioma di capelli ricci. Le due si scambiarono una stretta di mano e poi un abbraccio per congratularsi a vicenda. «Sei davvero super ma non montarti la testa, è chiaro, biondina? Alla prossima non avrai scampo».

«E io ci conto». Fece la superiore con lei, ma quando la lasciò per spostarsi con le alte ragazze della sua squadra, tirò un sospiro di sollievo, incapace di credere di aver vinto.

 

                                                                                      

 

Ce l'avevano fatta. Era andata. Ed era il momento di festeggiare.

Entrarono tutte insieme in palestra e molte cominciarono a saltare, a cantare, gridare eccitate e ancora stupefatte della partita che avevano giocato, gettando i caschi e le stecche a terra. Kara e Megan si strinsero euforiche, gridando con altre compagne. Poi lei la lasciò per andare dal signor Jonzz che applaudiva soddisfatto a metri da loro e Kara scorse Lena per il corridoio, così si avvicinò alle porte: la ragazza si guardava intorno spaesata ma quando incrociò il suo sguardo con il proprio, Kara sentì qualcosa dentro di lei, qualcosa che era scattato e che era incapace di fermarlo. O al contrario: era certa di non volerlo fermare. La vide venire verso di lei con la bocca aperta per darle le sue congratulazioni, ma appena l'ebbe tra le sue braccia non vi fu altra certezza all'infuori di quella: doveva baciarla. La guardò e Lena socchiuse gli occhi, avvicinandosi. Le loro fronti erano vicine, così tanto che, quando qualcuno le diede un colpo contro la schiena, la fronte di Kara sbatté contro quella di Lena. 

«Ahio», sbottarono entrambe.

«Hai la testa dura, Kara Danvers».

«È vero», biascicò.

Si scambiarono un sorriso e allacciarono il proprio sguardo all'altra e, senza perder tempo, Lena l'attirò a sé, affondando la bocca nella sua, sentendo entrambe che tutto era finalmente al posto giusto. Ci erano riuscite, si erano trovate. Le loro labbra morbide e calde, i loro respiri pesanti, le loro lingue unite; si accarezzarono con i pollici le guance arrossate a vicenda, sorridendo ancora, cercandosi con gli occhi e con la bocca.

Quel bacio non avrebbe dato il via alla loro relazione poiché sapevano già entrambe che era iniziata da tempo, probabilmente da quella sera a casa di Clark Kent, a Metropolis. O no, forse prima, da quella notte a casa Danvers-Luthor e stavano per baciarsi se non avessero sentito le grida di Eliza per un procione. No, era partita molto prima: non alla mostra organizzata dalla Luthor Corp e nemmeno dal gelato alla vaniglia, come non era iniziata in piscina cadendo con un materassino e non era iniziata facendosi la guerra a vicenda a colpi di wi-fi e acqua calda che mancava dalla doccia. La loro relazione era partita da uno sguardo dopo la valigetta caduta, su un treno. Sapevano che tutto riportava a quel giorno, cambiando angolatura, Lena che le passava le braccia intorno al collo e Kara che la teneva sui fianchi, poi scese le mani e la sollevò attraendola a sé, poggiandola schiena contro il muro. Su quel treno, a Lena che l'aveva riconosciuta subito e l'aveva osservata con attenzione. Su quel treno, a Kara imbarazzata che non sapeva come interpretare le occhiate dell'altra. Sapevano che quello che provavano doveva essere sbagliato, ma non c'era nulla, ora che si toccavano e assaporavano con intensità, che le facesse pensare di essere nel torto. Ogni respiro affannoso, l'alito bollente, le lingue che esploravano l'un l'altra, il desiderio irrefrenabile, il calore provato erano tutte cose giuste, come gli ultimi tasselli di un puzzle che avevano aspettato di finire da giorni, in attesa di chissà cosa potesse cambiarlo invece di accettarlo per quello che era.

Tutti festeggiavano e solo alcune giocatrici, indicandole sorridendo, si accorsero di loro avvinghiate. C'erano ancora urla, risate, strepitii continui. Megan cercò di farsi spazio per ritrovare l'amica e restò a bocca aperta quando le trovò. «Alla faccia del bacetto casto…», si lasciò andare a una smorfia di approvazione, guardando le mani di Kara che finivano sul fondo schiena di Lena, a come quest'ultima si stringeva a lei con passione. Si voltò per tornare indietro quando Mike per poco non le sbatté addosso e Megan sbiancò.

«Ehi, cerco Kara», si grattò il mento, guardandosi intorno; Megan saldò i suoi piedi a terra, incapace di muoversi e dargli spettacolo. «Hai visto dov'è andata, per caso? Volevo farle i complimenti per la grande partita. Già, congratulazioni anche a te, Miss Martian», sorrise.

«Grazieeesì. L'ho vista, è tornata verso i dormitori, aveva lasciato lì il suo telefono». Lui la ringraziò e tornò indietro, così lei si voltò, osservandole.

Kara e Lena si erano incontrate sul treno, si erano guardate e qualcosa era iniziato, qualcosa a cui ora, con passione, stavano dando un nome. 

 

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

«Chiudi gli occhi».

Kara aveva la tachicardia alta. La scrivania di Winn era vuota e così aveva direttamente bussato al suo ufficio, col cuore in gola. Sapevano di dover parlare di ciò che era successo e si erano date appuntamento alla Luthor Corp, e ci aveva messo un po' per avere il coraggio di bussare, e di aprire la porta quando le aveva detto di farlo, e ora che si trovava lì davanti a lei non le aveva dato il tempo di dire nulla, semplicemente le aveva ordinato di chiudere gli occhi. Così deglutì e perché avesse deciso di darle retta le sfuggiva, forse era il modo in cui la guardava o la voce accomodante e calda con cui glielo aveva detto, ma lo fece, chiuse gli occhi. La sentì arrivarle vicino; trangugiò ancora saliva e sentì un brivido percorrerle la pelle quando il suo respiro le batté su un labbro e poi la baciò, lentamente. Lena assaggiò il labbro superiore e poi l'altro e Kara non riuscì a fare a meno di schiudere le labbra, accoglierla, prima che si staccasse con delicatezza da lei. Era come se le avesse portato via l'aria.

«Adesso possiamo parlare», le sorrise con una strana espressione, intanto che riapriva gli occhi.

Kara capì: sapeva tanto di bacio ricordo. Il bacio prima di tornare alla realtà. Lena l'avrebbe rifiutata, accidenti; sentiva, lo aveva sentito eccome, che non voleva rifiutarla, ma quel bacio sapeva d'addio. Forse avrebbe dovuto allora cercare di riparare la situazione, perché l'ultima cosa che Kara voleva era rifiutarla, ma se Lena non era della stessa idea… Perché, alla fine, ci erano riuscite. Erano riuscite a rovinare tutto.

Era pur vero che la loro relazione era iniziata su quel treno la prima volta in cui si erano viste, ma baciarsi era il trampolino di lancio e ora sarebbe stato difficile fermarsi. Fermarsi prima che fosse troppo tardi. O forse era già troppo tardi…

«Emh, sì. P-Per quanto riguarda ieri… Non volevo», sussurrò Kara, «È-È successo tutto così, all'improvviso».

Lena alzò un sopracciglio. «Cosa?».

«Cosa cosa?».

«Cosa non volevi?», alzò anche il mento, mostrando un sorriso malizioso. «La tua lingua dentro la mia bocca, mordermi un labbro, tirarlo, le tue mani sul mio sedere, stringerlo, sollevarmi e spingermi contro il muro. Sii più specifica, per favore».

Kara arrossì e spalancò la bocca. «Emh… tutto. Non volevo». Voleva o no rifiutarla? Kara non riusciva a interpretare i segnali.

«Davvero?».

«No».

«Bene», sorrise compiaciuta Lena, «Perché lo volevo anch'io». Le sfiorò la guancia destra e si avvicinò, Kara chiuse gli occhi e si toccarono, si baciarono, lasciandosi andare un attimo, riprendendosi di nuovo, e di nuovo, finché lei non decise di staccarsi piano e di guardarla negli occhi, mentre l'alitava ancora addosso, così totalmente presa da lei.

Non voleva rifiutarla. Kara sorrise non riuscendo a trattenere la gioia. «Quindi… lo facciamo?». Lena inarcò un sopracciglio e Kara avvampò di colpo, spalancando gli occhi. «Oddio, cos'ho detto!? No, non intendevo, cioè, non che mi dispiacere- no! Mh», fece un rumore gutturale con la bocca e si morse il labbro inferiore, tirandosi indietro di un passo, «Intendevo-». Si guardò intorno nell'ufficio di Lena, in cerca di un aiuto qualsiasi, con palese imbarazzo.

«Lo so cosa intendevi». Rise divertita e l'attirò di nuovo a sé. Kara la baciò come se le mancasse l'aria, avvicinandola alla scrivania, per poi staccarsi di nuovo, così presto che Lena sospirò. «Non dobbiamo farlo», le disse quest'ultima con le lebbra sulle sue, scuotendo la testa, così allontanandosi e godendosi lo spettacolo degli occhi di Kara tanto azzurri e grandi, per lei.

Ma… «Non dobbiamo?», Kara la guardò con espressione confusa.

«No. Beh, è ovvio: siamo sorelle. Non in quel modo, ma…».

«Non lo siamo».

«No, per niente». Lena la spinse contro la sua scrivania e affondò la bocca contro la sua, al punto in cui Kara per poco non dovette mantenersi con i gomiti. «Scusa», si spostò, «Non so cosa mi sia preso».

«Davvero?».

«No».

Si sorrisero e scoppiarono a ridere, arrossendo, consce di essere ancora al punto di partenza e per niente sicure di ciò che avrebbero dovuto fare.

Non riuscivano a fare a meno di baciarsi, di volersi, ora che quel muro tra loro era caduto giù. L'immaginare di toccarla ancora le aveva fatto compagnia nei suoi sogni, quella notte dopo la partita. Riuscire a toccarla, dopo tanto tempo che lo aveva desiderato, era una sensazione indescrivibile per Kara. Le sue labbra, il suo sapore, il suo alito caldo e il calore della sua pelle l'avevano ammaliata. Era come aver trovato la sola cosa in tutto l'universo che la rendeva felice. Lena aveva questo potere?

Avevano rovinato tutto. O almeno per un po' lo avevano creduto…

 

MEGAN

«Tu hai… visto tutto, non è vero?», le aveva domandato al suo rientro in dormitorio, più tardi del previsto, dopo aver lasciato Lena andare via con Ferdinand dopo la partita, quella notte. Non si volevano lasciare. Non avevano parlato se non della partita e si erano baciate di nuovo, prima dell'arrivo della macchina, per paura che le scoprisse. Perché sapevano entrambe che non avrebbero dovuto farsi vedere e che era stato già abbastanza rischioso ciò che era accaduto in palestra, colte dal momento. La squadra di lacrosse e gli studenti della Sunrise vari che avevano assistito alla scena, avevano accolto le loro effusioni con un applauso, quella sera, tutti così eccitati di aver vinto che nessuno le aveva disturbate, né probabilmente avevano davvero fatto caso a chi lei baciasse: tutti sapevano che Lena Luthor e lei erano sorellastre. In ogni caso, era una fortuna che non uno di loro avesse contatti con la loro famiglia allargata.

Già in pigiama, Megan era seduta sul letto e leggeva, non abbandonando un solo attimo un sorrisetto divertito sul viso. «Era da tanto che non vedevo un episodio di Discovery Channel», aveva annuito, chiudendo il libro e fissando il suo visetto color pomodoro. «La riproduzione dei polpi».

«Oddio». Se possibile, Kara era diventata ancora più rossa e si era seduta sul suo letto lentamente come se le sue gambe, a un certo punto, non sarebbero più riuscite a reggerla. Infine, però, le aveva sorriso. «È andata. È fatta, è-è successo e i-io… oh, cielo», aveva preso fiato, «le ho toccato il sedere».

«Oh, l'ho notato».

«E mi è piaciuto».

«Grande conquista», aveva alzato un pugno in segno di complicità.

«Cosa credi che succederà, adesso, Megan? Cioè, è-è palesemente un errore quello che abbiamo fatto, ma- io la voglio. È assurdo, no?», aveva deglutito e cercava di guardarla negli occhi ma, di tanto in tanto, si fissava altrove, in un punto vuoto, incapace di trattenere l'emozione. «Non voglio passare il resto della mia vita a rimpiangere ciò che poteva essere e non è stato! Ma capisco che è pur sempre una situazione delicata e non so cosa ne pensa Lena, p-perché sì, certo, abbiamo parlato di una relazione che passerebbe inosservata alla nostra famiglia, ma quanto potrà tenere, e se veniamo scoperte? Se Lena non volesse mentire? E io? Io voglio mentire alla mia famiglia? Voglio mentire ad Alex?».

«Come al solito tendi a correre troppo, non esiste la mezza misura… Da un bacio casto sei passata alla pomiciata, è chiaro che adesso dalla pomiciata tu stia passando alla fase sul matrimonio. Calmati, Kara», scandì per bene, «vi siete baciate, non vi state per sposare», aveva scrollato le spalle, appoggiando la schiena contro il muro. «Per tutto il resto basta che ne discutiate tra voi. Perché non provate a vedere come la cosa vi fa sentire, va bene? Provate a stare insieme per un po', vedete come va, se funziona, poi potete pensare se parlarne alla vostra famiglia o meno. Sarebbe inutile farlo prima, credo».

«Le ho toccato il sedere…».

«Kara».

«L'ho fatto, Megan», aveva risposto con un sibilo soprappensiero, «Le ho stretto le natiche e l'ho sollevata da terra…». Si era girata con lentezza, guardandola con occhi sgranati. «E se Lena non volesse? Ho corso troppo? N-Non mi era mai successo di… di lasciarmi andare in quel modo».

«Credi che se non volesse, te lo avrebbe lasciato fare?».

«Era tutto così… bello»,

«Mi stavi ascoltando mentre ti davo consigli su ciò che mi avevi chiesto?».

«Ha un sedere… sodo».

«Niente», aveva sbuffato, «L'ho persa».

 

MIKE

Megan le aveva detto che Mike l'aveva cercata dopo la partita e che solo per caso non l'aveva scoperta durante il gesto affettuoso poco fraterno con Lena. Quando si era svegliata, la mattina successiva, aveva trovato sul suo cellulare un sacco di messaggi da parte sua in cui le faceva i complimenti, ripetendole quanto Selina Kyle fosse una tosta da sconfiggere, come magari lui avrebbe usato un approccio diverso ma che il suo modo di fare aveva comunque fatto vincere la squadra e di chiamarlo, di vederlo, di scrivergli, perlomeno. Aveva completamente ignorato il cellulare dopo essere tornata in camera quella notte. Lo aveva chiuso in un cassetto con l'ansia che Lena le scrivesse per dirle che era stato tutto un brutto errore. Perché avrebbe potuto farlo, dopo che la frenesia fosse passata, ragionando a mente lucida e lontana da lei. Poi si era semplicemente dimenticata di dove lo aveva nascosto. I messaggi di Mike erano davvero tantissimi, ma non era l'unico ad essersi fatto sentire: Alex le aveva chiesto com'era andata, Eliza le aveva fatto i complimenti per la vittoria non appena lo aveva saputo da Lillian che lo aveva saputo da Lena, sicuramente dopo essere tornata a casa; aveva ricevuto anche un messaggio da parte di Winn in cui le chiedeva a che ora fosse la partita e uno da James in cui le chiedeva i risultati. E Lena. Lena, sì, anche lei, come aveva immaginato, le aveva scritto.

Non avevo mai visto niente del genere prima e sono sincera nel dire che non vedo l'ora di rifarlo. Anche la partita mi è piaciuta molto.

«Perché sei così rossa?».

La voce di Mike l'aveva fatta sussultare di colpo. Stava camminando col cellulare in mano fino alla mensa, dove aveva detto di incontrarla quella mattina, ma non aveva notato di essere arrivata davanti a lui.

«Sei ancora eccitata per la partita?», le aveva sorriso, invitandola a seguirlo su uno dei tavoli, dicendole di aver già preso la colazione per entrambi.

«Eccitata?! No, no, mh , no. Stavo solo- emh, rispondendo a Lena». Si era seduta davanti a lui, ancora intenta a guardare lo schermo e infine decidendo di inviarle un messaggio.

Mi dispiace per quel

No. Aveva cancellato.

Scusa per il seder

Aveva cancellato di nuovo.

È stato forse un po' improvviso, non trovi?

Cancellato.

È stato bello anche per me.

Aveva grugnito, guance rossastre, cancellando di nuovo.

«Mangia, Kara, o la frittata si fredda».

«Sì…».

Da me a L!

È stato bello, sì… Dobbiamo parlare!

Infine, aveva inviato. Appena in tempo per sentirsi fare gli applausi dalle ragazze e dai ragazzi in mensa, con cori, fischi e qualche grande Supergirl in ricordo della partita di ieri. Lei era arrossita ma, guardando Mike, il suo entusiasmo era scemato: lui sorrideva ma il suo sguardo era spento. Oh, non aveva certo voglia di stare appresso ai suoi capricci e aveva già deciso che se non gliene avesse parlato lui, lei non gli avrebbe chiesto il perché di quella faccia.

«Supergirl ormai è l'eroina, qui», aveva detto lui, ingoiando.

Va bene, non sarebbe riuscita a starsene zitta. «Sei geloso, per caso?».

Lui aveva abbozzato una risata, dando un'altra forchettata. «Geloso di te? Geloso di cosa?».

«Di Supergirl. Tu sei bravo, ma ho come la sensazione che tu creda che io sia più brava di te o qualcosa del genere e che sia geloso di questo… O di questo», si era guardata intorno verso gli studenti che, incrociando il suo sguardo con il loro, la salutavano e le facevano i complimenti.

«No».

«No?».

«No, Kara, andiamo! Abbiamo solo modi diversi di giocare».

«Okay», aveva dato un morso alla sua frittata, adocchiando lo sguardo di Mike palesemente poco convinto, come se ci fosse ancora qualcosa che gli desse fastidio.

«Okay? Sai cosa…?», aveva sbuffato, «Lascia perdere la partita, sei stata brava e nessuno lo mette in dubbio, sei proprio l'eroina della Sunrise, ma non volevo parlare di questo! Sì, di certo volevo farti i complimenti, come un po' tutti, ma è per quello che è successo dopo la partita».

«Dopo?», Kara si era bloccata, spalancando gli occhi. «Quando tu- Quando tu non mi hai trovata, giusto? Me lo ha detto Megan, che tu-».

«Oh, dai, smettila di arrampicarti sugli specchi, Kara: Megan ti ha coperto. Lo so. Delle ragazze mi hanno detto tutto».

Kara aveva deglutito, cercando di calmarsi. Sì, anche se in parecchi avevano visto quel bacio, se così lo si poteva chiamare, non aveva temuto così tanto fino a quel momento perché nessuno di loro aveva contatti con la sua famiglia, ma era stata un'ingenua a pensare che la cosa sarebbe finita lì: Mike, però, lo conoscevano tutti. Aveva cercato di sorridergli, era inutile mentirgli arrivati a quel punto, tanto valeva cercare di salvare l'irreparabile: «Mike, non puoi capire».

«No, io capisco eccome».

«No, è successo tutto così all'improvviso, cioè, non metto in dubbio che fra noi ci sia stata subito una certa alchimia, sarebbe sciocco negarlo, ma ci sono un sacco di attenuanti, diciamo, e tu, ti prego, non devi farne parola con nessuno».

«Parola con nessuno? E perché mai?», aveva riso all'improvviso, «È una cosa sexy».

Kara si era fermata, non capendo. «Se-Sexy come-».

«Due ragazze che si baciano! E poi eri presa dalla partita, dai, ci sta! Me la immagino la scena», non era riuscito a togliersi un sorrisetto meravigliato dalla faccia. «Non me lo aspettavo, sinceramente… Ma ehi, cosa c'è di male? Tutta esperienza, no? Io lo accetto».

«Sei contento che io abbia baciato qualcun altro?». Lo conosceva bene e lo immaginava nero di gelosia.

«Non qualcun altro: una ragazza», aveva replicato, «E non sono contento, magari sorpreso, ma devi fare le tue esperienze… Mi fa arrabbiare che tu non me lo abbia detto! Chi era? Una delle tue classi? Non me lo hanno saputo dire, accidenti, un sacco di gente e nessuno ha riconosciuto la moretta».

Kara aveva fatto subito un sospiro di sollievo. Ora aveva capito: aveva coperto Lena quando l'aveva spinta contro il muro. Non poteva credere che la sua esuberanza l'aveva portata a salvarsi da quella situazione. «N-Non la conosci».

Lui aveva annuito, finendo la seconda frittata e poi le aveva sorriso di nuovo, entusiasta. «Un amico mi ha riferito che è normale tra ragazze… una specie di fase, prima o poi, un po' tutte la provano. Attizza, uh? A me di certo non dispiace».

Se n'era andata poco dopo, non sapendo in che modo replicare. Una fase? Pensava che un giorno sarebbe tornata da lui dopo aver sperimentato con una ragazza? Perché Mike doveva sempre rovinare tutto?

 

LILLIAN ED ELIZA

La notte dopo la partita, Lena era tornata a casa con il cuore che batteva così forte da sentirlo in gola, come un tamburo. Quello era stato oltre le sue aspettative. Oltre qualsiasi cosa. Se chiudeva gli occhi, era ancora capace di sentire il respiro di Kara su di lei, le sue labbra, la sua lingua contro la propria. Le sue mani nelle natiche. Le aveva davvero non solo toccato il sedere, ma l'aveva stretto tanto forte da sollevarla e no, di certo non se lo aspettava. Si sentiva un po' frastornata in quel momento, e felice. Ripensandoci, Kara si era davvero lasciata andare, probabilmente complice l'euforia dopo partita. Era stata così brava, era andata a cercarla e, una volta che i loro sguardi si erano incrociati, sapeva che sarebbe successo. Arrivate a quel punto, Lena pensava che era già tanto se era riuscita a separarsi da lei per tornare a casa. Aveva preso il cellulare dalla sua borsa, intanto che posava le chiavi su un mobiletto nell'ingresso dopo aver aperto la porta. Avendo scoperto che non c'erano messaggi da parte sua, aveva deciso di inviargliene uno lei, sorridendo con malizia.

Da Me a Vaniglia

Non avevo mai visto niente del genere prima e sono sincera nel dire che non vedo l'ora di rifarlo. Anche la partita mi è piaciuta molto.

Aveva sorriso di nuovo con soddisfazione, prima di inviare.

«Lena!». Nel buio e nel silenzio interrotto solo dal battere del suo cuore, la ragazza per poco non era saltata sul posto nel sentire la voce di sua madre. «La partita si è protesa fino a tardi? Ti aspettavamo prima per cena».

«Ceno sempre da sola».

«Oggi siamo tornate prima dalla Luthor Corp. Allora, com'è andata?».

«Cosa?». Il suo cuore aveva preso la rincorsa e aveva cominciato a battere ancora più violentemente, mentre sentiva il suo viso farsi caldo. Ma sapeva di dover star calma: lei non poteva saperlo…

«La partita, non è ovvio? Ci sei andata oppure no?», si era appoggiata contro un mobiletto e aveva iniziato a squadrarla, a braccia a conserte.

«Ah, sì… sì, certo», l'aveva sorpassata, dopo aver aver appeso la giacca nell'appendiabiti, entrando in cucina. Ai suoi passi, la luce si era accesa da sola e Lillian l'aveva seguita. «La squadra di Kara ha vinto. Ferdinand dorme nella dependance questa notte, mi ha pregato di dirtelo».

«Passi Ferdinand: voglio sapere di Kara. Ha vinto? Hanno festeggiato?».

Lena aveva ingigantito gli occhi, versandosi da bere. «Oh, sì, ha festeggiato. Hanno tutti festeggiato». Aveva immaginato che una vittoria simile, per Lillian, era un po' come quando lei e Lex tornavano a casa con i trofei di scacchi: portava prestigio alla famiglia, ora che Kara ne faceva parte.

«Bene, ne sono felice. Ne sono felice», aveva ripetuto, annuendo con lentezza. «E sono felice, naturalmente, che tu le sia così vicina…».

«Come?», si era appoggiata al bancone della penisola, sorseggiando dal suo bicchiere. «Non starai per-».

«Oh no, no, sono sciocchezze, Lena, andiamo. Facevo solo la madre preoccupata; temevo che ti attaccassi a Kara con eccessiva morbosità… Ma che siate amiche va bene», aveva annuito, «Va benissimo, per questo dicevo che sono felice che tu le sia vicina».

Per un attimo, Lena aveva pensato che volesse ancora ripeterle quanto con Kara non avrebbe dovuto comportarsi come con le sue amichette, come le aveva chiamate quella volta. Fortunatamente, tuttavia, sembrava essere riuscita a convincersi del contrario o sarebbe stato un problema se avesse immaginato che tra lei e la sorellastra ci fosse del tenero.

«È una ragazza così sfortunata, Lena».

«Cosa?».

«Sfortunata. Per questo mi sta bene che tu e lei siate diventate amiche». Alla sua espressione confusa, Lillian precisò: «Oh, suvvia, dubito che tu non lo sappia, no?».

«Ti riferisci…?».

«Ma adesso ha noi, giusto? Siamo noi la sua famiglia; non le sei solo amica, sei sua sorella ora e ti pregherei di restarle accanto».

Lena l'aveva guardata con attenzione: doveva aver bevuto. Non lo faceva più così spesso, eppure le guance rossastre, il fatto che fosse da sola al buio in giro per casa, i suoi occhi lucidi… Rassegnata, aveva pensato che ogni tanto sua madre non riusciva a non ricascarci.

Avevano sentito dei passi e si erano zittite, aspettando l'arrivo di Eliza. Stretta nella sua vestaglia e ciabatte ai piedi, la donna era passata dal soggiorno in cucina, adocchiando le due intanto che tratteneva uno sbadiglio. «Sei tornata adesso, Lena?», le aveva stretto un braccio in un gesto d'affetto, avvicinandosi per bere anche lei dell'acqua.

«Lena ha portato buone notizie, tesoro: Kara ha vinto».

«La sua squadra», l'aveva corretta, lasciando il bicchiere sul bancone e non togliendole da dosso mezzo sguardo, «Hanno vinto tutte insieme».

«Sì, naturalmente. Ma Kara ne è la capitano, giusto?».

Dava prestigio alla famiglia: aveva ripetuto Lena per sé, a mente.

«Che notizia meravigliosa! Le manderò un messaggio, ormai è tardi per chiamarla».

Aveva bevuto ed era sparita di nuovo verso il soggiorno e Lillian aveva avanzato per raggiungerla, fermata solo un attimo verso Lena, per dirle con un sorriso: «Non sarai abituata a sentirtelo dire, ma… siamo fiere delle nostre figlie».

Sorelle, figlie. Lena si era appoggiata di nuovo al bancone, pensando a quanto le cose stessero davvero per complicarsi.

La mattina dopo, incrociandosi prima di uscire di casa, Eliza si era premurata di riferirle l'ultima trovata:

«Devi liberarti una di queste sere».

«Oh… va bene. Perché?».

«Tua madre ha avuto un'idea brillante: festeggeremo anche noi la vittoria di Kara andando a cena tutte insieme! Una cosa da famiglia, sai», le aveva sorriso con orgoglio. «Sono felice di come lei tenga al nostro rapporto. Detto tra noi: ci sta seriamente provando e sappiamo che Lex non verrà, dovremo cercare di far funzionare la cosa tra noi, al momento», aveva sospirato, per poi sorriderle. «Siamo entrambe molto orgogliose di voi che siete tanto unite. Sarete delle sorelle magnifiche».

Non possiamo farlo

Lo aveva scritto per messaggio, ma non aveva avuto il coraggio di inviarlo a Kara. Erano in macchina e, anche se bisbigliavano, Lena riusciva a sentire chiaramente Eliza e Lillian che discutevano per scegliere il locale in cui vedersi per festeggiare.

Non potevano farlo. Avevano rovinato tutto.

 

Winn bussò alla porta e le due si lasciarono andare di scatto, sistemandosi ciò che indossavano, Kara i suoi occhiali, Lena il suo rossetto e, alzando lo sguardo, togliendolo con un fazzolettino dalle labbra di Kara, che arrossì violentemente.

«Ne hai ancora», bisbigliò.

«L-Lo tolgo io», decisa e imbarazzata le prese il fazzoletto, voltandosi di spalle alla porta, mentre Lena chiedeva al suo assistente di entrare.

«Signorina Luthor. Kara», enunciò felice, con l'altra ancora di spalle, «È arrivato questo per voi, o meglio, in realtà è per la signorina Luthor, ma siete indicate entrambe e… Sì, sua madre non doveva sapere che Kara si sarebbe trovata qui, immagino». Le porse una busta chiusa con stampati i loro nomi e l'aprì subito, avvicinata da Kara. Winn le lanciò immediatamente un'occhiata e si toccò il lato destro del labbro inferiore. «Sei sporca. Qui». Rise vedendola agitata per ripulirsi.

Dalla busta, Lena tirò fuori un foglietto plastificato rosso e blu, i colori della squadra di Kara, guardando con stupita sorpresa le scritte colorate e, di sfondo, la giocatrice di lacrosse anonima che lanciava in porta la palla. «Hanno deciso la data: tra due giorni», guardò Kara, che annuì, sistemandosi di nuovo gli occhiali.

Winn uscì dall'ufficio e le due stettero in silenzio, fissando il cartellino.

«Perché l'invito?», chiese Kara all'improvviso. «Ci saremo solo noi, anche Alex ha impegni».

«Cerco di smettere di provare a capirla da quando ha detto di essere fiera di me», ammise, scrollando le spalle.

«Beh, ci darà il tempo di andare da Barry, domani. La nostra missione ha la priorità».

Lena rispose con un sorriso, avvicinandosi. «Mi dispiace per il rossetto».

«Davvero?», trattenne una risata, mordendosi un labbro. Quel loro giochetto stava durando un po' troppo.

«No, ma… dovrebbe». La squadrò e si distanziò dopo aver sospirato. «Non so quello che dovremo fare, Kara, ma è ovvio che dovremo iniziare col prendere una ferma decisione, in merito. Loro si aspettano che siamo unite, sì, ma-».

«Come sorelle», finì per lei, per poi sbuffare. Strinse i pugni con decisione e la guardò, annuendo brevemente. Doveva farlo. «Ascolta, ci siamo già passate e non ha funzionato… Non so come sia successo ma sento che era così che doveva andare tra noi e che doveva andare fin dall'inizio. Non voglio passare il resto della mia vita a rimpiangere… noi. Questo bizzarro rapporto tra sorelle è complicato: non lo siamo ed è evidente che non lo saremo mai, ma forse, forse possiamo essere qualcos'altro… Possiamo tentare, darci un'occasione», dalle sue labbra si formò un piccolo sorriso, «Ve-Vediamo cosa succede, okay? Vorrei davvero capire se siamo fatte per stare insieme oppure se è solo qualcosa di passeggero. Non è che dobbiamo sposarci domani, dopotutto». Ricordò le parole di Megan e mai si sentì così grata dei suoi preziosi consigli.

Lena la fissò a lungo prima di sorridere anche lei e così annuire. «E sia», le si avvicinò, guardandola dall'alto al basso per via dei tacchi ai piedi. Si accostò, sembrava volerla baciare e Kara si spinse verso di lei, ma le scivolò prima che potesse davvero toccarla. Si allontanò mostrandole un divertito sorriso.

«Questa si chiama tentazione, signorina Luthor».

«Credimi, se volessi tentarti, te ne accorgeresti», sussurrò facendole l'occhiolino, mettendo mano alla maniglia della porta, per poi voltarsi. «E sposarci non sarebbe una cattiva idea».

«Come?».

«Avremo già pronta la lista degli invitati. Cosa ne pensi? Giusto magari qualche accortezza…».

Kara rise e Lena scosse la testa, mantenendo un sorriso.

 

Il diretto per Central City era in ritardo, come suo solito. Sarebbe stato meglio fare scalo, aveva suggerito Eliza quando le dissero che andavano a trovare un amico, o prendere l'elicottero come nell'idea di Lillian, ma infine ci riuscirono. Nonostante la metro fosse quasi piena di gente, si erano tenute la mano per cercare due posti vicini e poi non si erano più lasciate andare. Per l'intero viaggio, Kara non aveva fatto altro che parlare della partita e poi delle lezioni che, a detta sua, stavano diventando troppo difficili perché richiedevano la sua massima attenzione in aula, mentre Lena annuiva e sorrideva, fissando la sua mano destra stretta a quella sinistra di Kara, ripensando a quanto detto da sua madre. C'era qualcosa di strano, che non la convinceva. Inizialmente pensava fosse preoccupata per lei perché non voleva che rischiassero di rovinare i rapporti familiari, ma non ne era più tanto certa; nella loro ultima discussione, dopo la partita, sembrava che la sua preoccupazione fosse rivolta a un altro aspetto. Era abbastanza scontato che Lillian sapesse cos'era successo alla famiglia di Kara, ma non si interessava mai fino a quel punto a niente, a meno che non fosse per qualcosa di personale o per qualcosa che le tornava utile. Qual era delle due?

Kara le sorrise e lei ricambiò, ma si stette zitta. Aveva deciso di essere sincera con lei, ma quello… quello era un pensiero pericoloso, tale che poteva rovinare ogni equilibrio della loro vita familiare, oltre che non dirglielo significava proteggere lei da Lillian.

«Siamo quasi arrivate», Kara le carezzò la mano che aveva intrecciata a lei poggiandole sopra l'altra mano. «Andrà bene. Magari il coroner si è trasferito a Central City per altre ragioni slegate a tuo padre. Ma se così non fosse, ne verremo a capo».

Lena la guardò e così si avvicinò, rubandole un bacio.

«Questo per cos'era?», la guardò negli occhi, le sue guance si imporporarono.

«Perché sei tu».

Kara arrossì e, con un sorriso lievemente imbarazzato, era quasi tentata di ricambiare, quando la femminile voce meccanica fece sapere ai passeggeri di stare seduti composti per l'arrivo a Central City. Quando uscirono litigarono per chi doveva portare lo zaino con il necessario di entrambe; Barry Allen le aspettava fuori, mani nelle tasche dei pantaloni stretti, giacchetta rossa aperta con la maniche arrotolate, cappellino con la visiera tirata in avanti: appena Kara lo vide, davanti alla porta, tirò via lo zaino dalle mani di Lena e scansò i passeggeri prima di lei, correndogli incontro. Gli arrivò addosso e lui la chiuse in un abbraccio. A Lena diede la mano e poi si abbracciarono con meno confidenza, camminando nella folla per le scale mobili e per uscire dalla stazione.

«Come vi sembra Central City?», chiese loro una volta in macchina.

«Fa incredibilmente caldo», rispose Lena, sbottandosi la camicetta scura. Notò che Kara le sorrise attraverso lo specchietto per poi spalancare gli occhi, diventare paonazza e guardare altrove. Doveva aver notato in un secondo tempo che la stava guardando mentre si sbottonava, pensò Lena, alzando gli occhi.

«Sì, oggi è una giornata molto calda, in effetti», annuì lui.

Parlarono del più e del meno che arrivarono. Lena notò solo in quel momento, mentre Barry spegneva l'auto, di una sirena adagiata vicino al cambio manuale: non sapeva che il padre affidatario del ragazzo fosse un poliziotto. Quando entrarono, già nell'ingresso Joe colse Kara in un caloroso abbraccio, come due vecchi amici che non si vedevano da tempo. Dopo la salutò anche Iris.

«Signorina Luthor», l'uomo, alto e vestito in giacca e cravatta, le porse una mano e lei gliela strinse imbracciando uno dei suoi sorrisi migliori.

«Lena. Possiamo darci del tu».

Allora lui rise, abbracciandola d'improvviso, tanto che fece una faccia sorpresa e i tre, dietro di loro, risero di rimando. «Da noi è così che si fa».

Era incredibile come Lena, che era loro coetanea, veniva subito trattata come una pari dagli adulti. Portamento, abbigliamento, modo di parlare e trattare o semplice conto in banca? Lena aveva spesso a che fare con gli adulti, forse molto più che con ragazzi della sua età, ma era il tipo di vita che conduceva ad averla portata a crescere in fretta. Per un attimo, Kara si domandò se non si fosse mai sentita esageratamente più matura ad avere a che fare con lei.

Si prepararono per pranzo e Joe si vantò di ogni piatto portato a tavola. A confermare la sua analisi, quando l'uomo portò da bere chiese a Lena se voleva favorire e solo dopo, per correttezza, lo chiese anche a lei. Quando vide Barry e Iris gettarsi da bere li ammonì immediatamente di non esagerare. Dopo pranzo, i ragazzi salirono al piano superiore per sistemare le brande per la notte, svuotando lo zaino con la loro roba. Kara si era portata dietro il cuscino che ci era stato spinto dentro con forza.

Iris chiese a Barry in privato se ci fosse qualcosa che non andava e non che avrebbero voluto escluderla, ma capirono di dover stare più attente a cosa facevano se non volevano essere scoperte le loro indagini private. Iris aveva capito subito che c'era qualcosa che non andava, quanto tempo ci avrebbe messo un poliziotto?

Fortunatamente la ragazza aveva altri programmi per la serata e si scusò di doverli lasciare soli, così i tre uscirono dicendo a Joe che Barry avrebbe mostrato alle ragazze un po' di Central City.

Trovarono la casa subito e si fermarono a guardarla: carina, dalle tinte calde, con le tende alle finestre e i fiori sul davanzale. Erano le sei e mezza del pomeriggio; si erano assicurati di scegliere un orario accessibile in modo da trovare il vecchio coroner a casa, ma nel caso non ci sarebbe stato, avevano un piano d'emergenza. Lo stesso che avrebbero comunque eseguito in sua presenza, perché non erano certi di cosa avrebbero trovato e non se ne sarebbero andati senza risposte. Kara e Barry silenziarono i loro cellulari, si scambiarono un gesto d'intesa e poi alzarono lo sguardo a Lena, che ancora fissava la casa. Era il momento.

Mentre la ragazza suonava il campanello, gli altri due restavano in attesa dietro un cespuglio, guardando verso la porta.

«Sei in tempo a lasciar perdere», sussurrò Kara al ragazzo dietro di lei.

«Il piano è mio», rimbeccò.

«Ma se dovesse andare male, cosa accadrebbe alla tua carriera?».

Lui ci mise un po' a rispondere. «Vediamo di non essere beccati, va bene?».

Dopo qualche minuto, finalmente la porta si aprì, mostrando un vecchio signore coi capelli bianchi, le occhiaie e gli occhiali da lettura tenuti appesi con la cordicella sul collo. Squadrò Lena per un po' prima di proferire parola con un colpo di tosse. «So perché è venuta qui. Si accomodi». Lui la fece passare e poi chiuse la porta.

Sapeva chi era e cosa era venuta a fare. Se ci fossero stati ancora dei dubbi sull'incidente di suo padre, il viso dell'uomo e come l'aveva accolta a casa sua erano già una prova che qualcosa non tornava. Lena si lasciò guidare nel corridoio che odorava di polvere e tabacco, osservando le vecchie foto in bianco e nero, o in osso di seppia, antiche, che abbellivano le pareti grigie, i manufatti sui mobiletti, soprammobili che sembravano custodire una storia. Tenne aperte le orecchie per captare la presenza di qualcun altro in quella casa.

Sembra sia solo.

Scrisse velocemente e inviò, nascondendo il cellulare nella borsetta quando lui, entrando verso il soggiorno, si voltò verso di lei.

«Posso prepararle del tè, signorina Luthor? Desidera qualcosa in particolare?», domandò tormentandosi le mani, gesto che serviva a dissimulare tensione e Lena non se lo fece sfuggire.

«No, la ringrazio. Prenderò magari un bicchiere d'acqua».

Lui la invitò a sedersi su un legnoso e vecchio divano e sparì verso quella che Lena immaginava doveva essere la cucina.

Da Me a Vaniglia

È sicuramente solo, ma è accondiscendente, potrebbe non servire il vostro intervento. Restate nascosti!

Da Vaniglia a Me

Siamo già in casa… Ops!

Spalancò gli occhi. «Cosa…?». Si morse un labbro, vedendo rientrare l'uomo e porgerle un bicchiere d'acqua. Le chiese subito se qualcosa non andasse, vedendola rimettere il cellulare in borsetta, appoggiata sulle ginocchia, e lei non si trattenne di spostare i suoi occhi verso l'alto per poi forzare un sorriso. «Tutto bene, signor Morgan. Lei mi aspettava?».

«Non aspettavo lei, ma aspettavo qualcuno. Prima o poi qualcuno sarebbe venuto a chiedermi di suo padre, signorina». Si sedette sulla poltrona davanti lentamente, attento a non fare peso sulle ginocchia.

«Ci ho messo un po' a trovarla».

«Immagino di sì…», annuì. «E mi duole che lei abbia fatto tanta strada… per niente».

L'espressione sul volto della ragazza cambiò, sorpresa. «Come? Cosa intende?». I suoi occhi vitrei studiavano l'anziano, ma lui non pareva mentire e in fondo non sembrava neppure qualcuno pronto a farlo.

«Non ho fatto io l'autopsia sul corpo di Lionel Luthor, signorina. Dovevo, era il mio incarico, ma appena mi era stato detto che era finito il lavaggio e sono andato, non mi hanno fatto avvicinare».

Lena deglutì. L'infermiere sostituito, il coroner sostituito. Qualcuno sembrava essersi occupato scrupolosamente di tutto. «Eppure lei ha firmato il rapporto, signor Morgan».

«L'ho firmato, certo. E mi sarei anche potuto opporre, ma quando arriva il corpo di un Luthor, ti dicono di farti da parte e sei a un passo dalla pensione…», sembrò dispiaciuto, abbassando i suoi occhi e passandosi una mano sulla fronte.

«Capisco», emise allora lei, comprensiva.

«Avevo a malapena dato un'occhiata al corpo prima del lavaggio».

«Non saprebbe illuminarmi sulla causa del decesso?».

L'anziano si grattò il mento coperto da barba, pensando bene a cosa dire. «Arresto cardiaco, signorina. Senza dubbi c'è stato un arresto cardiaco, come anche precisato nel rapporto».

«Ma?».

«Non sono certo della natura dello stesso… E non mi fraintenda, durante la mia carriera di arresti cardiaci ne ho visti, ma lui era particolarmente strano; al livor, il corpo di suo padre presentava congestioni sanguigne piuttosto estese, come non ne avevo mai visto… come se-», si bloccò, guardandola, «come se qualcosa glielo avesse indotto. Ma non voglio dire che lo sia stato e senza averlo aperto… Mi ha capito».

Lena abbassò lo sguardo, deglutendo, cercando di restare professionale. «Posso chiederle chi ha condotto il tutto, con chi ha parlato, o…?».

Lui la guardò aggrottando le folte sopracciglia, scrollando le spalle appena come se fosse la cosa più naturale del mondo. «La moglie del defunto, signorina Luthor: è stata sua madre Lillian a fare entrare un gruppo di specialisti che hanno pensato a tutto».

Lena socchiuse gli occhi e trattenne il fiato, incapace di non pensare che ci fosse sempre stata lei dietro a tutto, fin dal principio.

«Ehi, Kara, vieni qui», bisbigliò Barry, tenendo ben d'occhio il pappagallo nella sua gabbietta che ronfava con la testa chinata da un lato.

Erano riusciti subito ad arrampicarsi per un cornicione e ad entrare da una finestra del bagno lasciata socchiusa. Attenti a non provocare il minimo rumore, trattenendo un sonaglio appeso alla porta del bagno e fatto scattare aprendo la porta, i due avevano studiato velocemente il piano superiore in cui si trovavano e si erano decisi ad entrare in uno studio. Era pieno di scartoffie ovunque si posasse il loro sguardo, intuendo che, per loro fortuna, il vecchio signor Morgan era un accumulatore seriale che in quegli anni aveva amato portarsi il lavoro a casa. Disgraziatamente, l'altra faccia della medaglia imponeva un tempo eccessivamente lungo per cercare qualcosa legato alla morte di Lionel Luthor là in mezzo, tempo che non avevano. Senza contare che non avevano fatto i conti con una guardia inaspettata: un pappagallino colorato che dormiva ma che, a ogni loro passo, muoveva una piuma. Si si fosse svegliato erano guai.

«Qui sembrano esserci catalogati i suoi lavori per quel periodo, ma…». Si guardarono e Kara diede una veloce occhiata al pappagallo prima di sfogliare anche lei, velocemente.

«Non c'è nessun Luthor».

«No», confermò Barry, guardando anche lui in direzione del pappagallo. «Forse ha spostato altrove quel caso. Controllo in giro».

Si allontanò piano in modo da non far scricchiolare il pavimento di legno, mentre Kara continuava a leggere quei fascicoli. I suoi occhi si spalancarono e provò ad attirare l'attenzione del ragazzo. «Ehi! Sst! Barry». Lui cercò subito di tornare indietro. «Guarda! C'è qualcosa». Si guardarono di nuovo e lui scattò una foto.

«Mi spiace che lo debba sapere da me, signorina», bisbigliò il vecchio coroner con voce impastata, tormentando ancora le mani. «Sono certo che non sia facile da apprendere».

«Non quanto immagina», disse d'un fiato, fermandosi quando udì dei colpi provenire dal piano di sopra. Si ghiacciò ma l'uomo era rimasto fermo, soprappensiero, fissava un punto vuoto. Un altro colpo e una voce stridula che lei sbiancò. «Emh, si è fatto tardi, signor Morgan. La ringrazio per il tempo che mi ha concesso e mi scuso se l'ho disturbata». Si alzò con fretta e, nel gesto di rimettersi la borsetta in spalla, toccò il cellulare, ma quando si accese non vi era alcun messaggio da parte di Kara. Si chiese cosa stessero combinando: sentiva ancora una roca voce provenire dal piano di sopra.

Il signore l'accompagnò per il corridoio. Un'altra vocetta stridula e si voltò, così Lena si sforzò per intrattenerlo.

«Signor Morgan! Signor Morgan, senta». Si assicurò che si fu girato per scrivere velocemente su un biglietto e porgerglielo. «Se pensa che le verrà in mente qualcos'altro, può cercarmi qui». Lo vide voltarsi ancora e così lo scostò con una mano su un braccio, costringendolo a voltarsi. «C'è il recapito del mio ufficio. Nel caso non fossi disponibile, può parlare con il mio assistente».

Lui prese il foglietto, ma era palesemente distratto. «Mi sembra di aver sentito la mia pappagallina, Janice…».

«Naturalmente sarebbe un piacere per me parlare di nuovo con lei, signor Morgan».

«Sì, sì, ma Janice…».

Lena aprì la porta e lui la seguì, finché la pappagallina non si fece sentire più forte e non riuscì più a trattenerlo. Salì le scale cigolanti e vide il sonaglio davanti alla porta del bagno in movimento, intanto che l'animale, dalla porta accanto, che era aperta, ancora gridava.

«Flash! Il flash! », tuonò la pappagallina e quando lo vide spalancò le ali come per richiamare il suo padrone. « Flaaash! C'era flash!».

«Il flash», brontolò Kara, «Ci pensi? Tutti i bisbigli e il cercare di non fare rumore, e poi il flash del tuo cellulare sveglia il pappagallo».

«Sbrigati a scendere, ci pensiamo dopo».

Quando l'anziano si affacciò alla finestra del bagno, trovò i due appesi alla parete di casa sua con un pronto sorriso. Il neo detective Joe West non si fece attendere troppo. I tre aspettavano la sua macchina davanti alla porta di casa Morgan, con l'uomo al loro fianco. Fortunatamente decise di non denunciarli, ma il padre affidatario di Barry non sembrò dello stesso avviso. Mantenne l'aria seriosa per tutto il tempo, alla guida. Temevano che se avesse chiesto loro cosa era saltato in testa, non sarebbero riusciti a raccontargli più del nel necessario e che avrebbe tentato di farli tornare sui loro passi.

«Ho convinto io Kara e Barry ad entrare in quella casa, questo pomeriggio».

Avevano pranzato con qualcosa di veloce e Lena era scesa al piano inferiore per parlare con Joe. Prima che si facesse idee sbagliate, sarebbe stato meglio confidarsi con lui con ciò che poteva raccontare. Lui la guardò con la coda dell'occhio e poi spense la tv, passandosi una mano sulla nuca. Le fece segno di accomodarsi al suo fianco, sul divano.

«Cosa sta succedendo?», le chiese immediatamente. «Non ho fatto domande, ma sapevo che c'era qualcosa che non andava… Non equivocare, sono contento che tu e Kara siate qui, ma ho come la sensazione che non fosse solo per venirci a trovare».

«Mi dispiace», sorrise debolmente, «È colpa mia. Il signor Morgan era il coroner che si era occupato del caso di mio padre e la sua è stata… una morte poco chiara», deglutì, «Volevo risposte, ma non ero certa che fosse pronto a raccontarle, così li ho convinti ad aiutarmi».

«Quello che hanno fatto è reato», si passò una mano sul viso, «È stata una fortuna che abbia deciso di non denunciare». La guardò. Lei doveva pensare che la discussione fosse finita perché stava per alzarsi, così prese voce di nuovo: «Conoscevo il signor Luthor solo di fama, quando era in vita non ero ancora detective. Lo descrivevano come un uomo distaccato, preso dagli affari, un po' sulle sue… Mi spiace molto per quello che gli è successo. Anni fa stavo per perdere mia moglie, la mia ex moglie», si corresse con un sorriso, scuotendo la testa, «Non ci si fa mai l'abitudine! Lei si era ammalata ed era molto grave e sì, la situazione è diversa, tuo padre stava bene prima di morire, ma sai, nemmeno Iris ed io eravamo pronti a perderla. O il piccolo Wally, l'altro mio figlio», estrasse un altro sorriso, «Lui sta con lei, ha la custodia condivisa… Sono cose che ti cambiano, Lena». Era la prima volta che riuscì a dire il suo nome e lei si sentì colpita, come se nominarla fosse un improvviso gesto d'affetto. «Ti cambiano dentro», si toccò il petto. «E non sei più lo stesso. Invece di unirci, questo cambiamento ci ha diviso. Devi sentirlo, comprenderlo. A te come ha cambiato?».

Passo duro ed espressione stanca, poco più tardi Lena salì le scale e si affacciò in camera di Iris, dov'erano disposte le loro brande. La ragazza leggeva con una lucetta accanto, sdraiata sul suo letto, e appena la vide sorrise, dicendole a bassa voce che Kara era con Barry a chiacchierare sul balcone. La finestra era aperta per uno spiffero e si sentivano le loro risate.

«Va bene», la sentì dire, «Stiamo sperimentando, siamo ancora ufficialmente sorelle ma d'altra parte…», lasciò la frase a mezz'aria e Barry intervenne:

«È la vostra vita, Kara! È giusto che vi diate la possibilità di stare insieme, nessuno lo condannerebbe».

Lena arrossì e guardò l'altra, che scrollò le spalle.

«Non lo sanno», bisbigliò. «Barry non sa che si sente e va bene così». Poi le mostrò il pollice in segno di vittoria.

Dormirono vicine, quella notte. Schiena contro schiena, Lena infine si girò, con delicatezza, e provò ad appoggiarsi a lei, passandole un braccio addosso. Pochi attimi e Kara, forse d'istinto, le passò il suo braccio sopra.

Come l'aveva cambiata? Si era sentita così persa dopo aver scoperto che era il suo padre biologico e che era andato per sempre. Aveva passato anni a cercare di capire chi era per poi rendersi conto che non era altri che una Luthor. Si era sentita presa in giro, forse. Delusa, abbandonata, sofferente. Le mancava lui o un senso d'appartenenza? Come l'aveva cambiata la sua morte? Si strinse ancora più forte.

Lillian. Lei aveva nascosto l'omicidio, lei non voleva che si sapesse che era la vera figlia di suo padre, lei l'aveva cresciuta con freddezza come a volerle far pagare di esserlo. L'aveva mai voluta? E cosa voleva da Kara? Oh… Quel brutto pensiero era ancora lì nella sua testa. Lillian Luthor era capace di tutto.

Si agitò tanto da tremare e Kara se ne accorse, svegliandosi e sbadigliando. Si girò, pronta per guardarla in viso attraverso la fioca luce che filtrava dalla finestra. «Non riesci a dormire?».

«È stata Lillian, Kara». Non erano ancora riuscite a parlarne e l'altra spalancò gli occhi, faticando a crederci. «Lei ha pagato degli specialisti che facessero l'autopsia e ha fatto firmare al signor Morgan il rapporto».

«Adesso capisco perché non abbiamo trovato nulla su Lionel. Ma abbiamo trovato altro», sussurrò, «Chi ha pagato il suo trasferimento con pensionamento anticipato di due mesi».

«Mia madre?».

«No. Il senatore Gand».

Come in un film, tutto a quel punto parve più chiaro e non solo un brutto sfocato pensiero nella sua testa. Sua madre e Rhea Gand che parlavano alla mostra con strani sguardi dove sembravano capirsi solo loro, l'interesse di Lillian per Kara, e un improvviso mal di pancia la scombussolò dentro.

«Stai bene? Non ti preoccupare, andrò io a parlare col senatore Gand… Sono certa che la madre di Mike non vedrà l'ora di vedermi», accennò una risata ma Lena non riuscì a ricambiare.

«Per il momento fermiamoci, va bene? Voglio schiarirmi le idee, prima di continuare».

Kara fu costretta a dirle che accettava e si scambiarono un bacio, guardandosi negli occhi, ormai abituati al buio.

Lena odiava non poterle dire la verità, soprattutto adesso, ma se ciò che aveva immaginato era vero cambiava completamente le carte in tavola. Era come un brutto risveglio.

La mattina successiva andarono a farsi una passeggiata per Central City tutti e quattro insieme, riuscendo da lontano ad ammirare l'enorme stabile degli Star Labs. Poi pranzarono a casa e Joe ricevette una telefonata dalla sua ex moglie in cui gli diceva di aver inviato da lui Wally prima del previsto e così, meno di un'ora, e lui era piombato in casa con valigia e buon umore. Lena lesse sulla faccia di Joe cosa avesse significato per lui quel cambiamento di cui parlava, mentre spegneva il telefono e raccontava a loro la notizia. E si vedeva che in fondo, da qualche parte, amava ancora la madre dei suoi figli ma che le cose erano troppo complicate per stare insieme. C'era sempre qualcosa di troppo complicato. Guardò Kara che sorrideva parlando con Barry e arrossì involontariamente.

«Oh, oh, uh», il liceale attirò la sua attenzione, sorridendo da orecchia a orecchia. «Credo che la signorina Luthor mi abbia appena colpito al cuore», si toccò il petto con entrambe le mani.

«Sì, e non sai quanto ti sbagli», rise Iris, scompigliando le treccine sulla testa del fratellino.

 

Tornarono a National City appena qualche ora prima della cena che loro madri avevano organizzato per la vittoria della squadra di Kara a lacrosse. Lena avrebbe voluto affrontare sua madre e forse avrebbe anche avuto il tempo di farlo prima di uscire di casa, ma appena le si piazzò davanti le parole le morirono in gola. Si accorse che non sapeva da dove iniziare o che forse tutto ciò che aveva compreso di quella faccenda era una follia e che dirla a voce alta lo avrebbe confermato. Ma una verità assodata c'era ed era che Lillian Luthor aveva pagato qualcuno per fare l'autopsia a suo marito per poi nascondere tutto. E anche un'altra verità: teneva stranamente a Kara. Forse doveva solo rifletterci ancora prima di essere pronta a dirlo.

Ferdinand accompagnò con la macchina scura Lillian, Eliza e Lena al ristorante, lo stesso in cui aveva portato Kara in quello che, amava pensare, era il loro primo appuntamento. Buffa coincidenza. Quando la maître venne dalla sua parte estraendo un sorriso, Lena trovò un modo, senza parlare, di farle capire che quella doveva essere la prima volta che si vedevano. Presero un tavolino da quattro e mentre Lillian ed Eliza si sedevano l'una davanti all'altra, Lena notò che il pianista era cambiato: c'era una ragazza ora.

Kara si presentò dopo pochi minuti, con il fiatone e il viso rosso. Non aveva voluto che Ferdinand passasse a prenderla ed Eliza rise mal nascondendo imbarazzo vedendola inchinarsi per cambiarsi le scarpe, lasciare quelle sportive e infilarsi i tacchi che aveva nascosto in borsa. Avevano tutte loro indossato qualcosa di elegante, come richiesto nell'invito.

«Ogni allenamento è importante», si giustificò, sorridendo a Lena che le sorrideva a sua volta, davanti a lei, in uno scambio di sguardi solo loro.

«Avresti dovuto farti da Central City a piedi, allora», rimbeccò Eliza.

«Non credere che non ci abbia pensato». Rubò un pezzo di formaggio dal piatto degli antipasti già a tavola e così tutte cominciarono a servirsi.

Quella cena era una delle cose più strane a cui le ragazze avevano mai partecipato. Le loro madri non perdevano occasione per guardarsi e di tanto in tanto sorridersi, prendersi la mano o smarrirsi tra le note suonate dal piano e mettere le due in soggezione, in special modo ora. Ora che, potevano riconoscerlo, si guardavano allo stesso modo. Mai come prima d'ora si resero conto di come le cose fossero sbagliate: le loro madri stavano insieme e sembravano amarsi davvero. Non dovevano far altro che essere felici per loro, andare d'accordo, vedersi ogni tanto e festeggiare insieme il Ringraziamento, il Natale e l'Indipendenza. Kara non doveva arrossire e guardare altrove quando Lena, nel tentativo di fissarla, si leccava e mordeva un labbro. Allungò una gamba per darle un calcetto e farla smettere: scansò le gambe di Eliza per pura fortuna, così si stirò e le diede un colpo. Spalancò gli occhi e la guardò pietrificata quando si accorse che non poteva tirare via il piede che Lena lo aveva chiuso tra le sue gambe.

«Ma parliamo di lacrosse». Eliza ruppe il silenzio, Lena le lasciò andare il piede e Kara tirò indietro la gamba con forza, sbattendo un ginocchio contro il tavolino e facendo tintinnare i bicchieri. Le ragazze si guardarono solo un attimo fugace, con imbarazzo. «Cos'hai fatto?».

«M-Mi stavo grattando. Scusate».

«Quando sarà la prossima partita e contro chi?».

«È troppo presto per dirlo, lo scopriremo dopo i ragazzi».

Lillian la fissò e Lena fissò lei. «La squadra maschile verrà sempre prima della vostra, non è vero?», chiese la donna, facendo ciondolare il contenuto del bicchiere in mano. «Vi sottovalutano perché siete ragazze. Non comprendono il vostro reale valore».

«Tu sì?», intervenne Lena. «Non intendo delle ragazze, ma di Kara. Comprendi il valore di Kara?».

Quella domanda restò sospesa, intanto che Eliza e Kara si guardavano interrogative e Lillian fissava sua figlia con intensità, a labbra strette.

«Kara ha un'enorme valore per tutte noi».

«Forse dovevo spiegarmi meglio: per te, mamma. Non per tutte noi, o per la famiglia, ma per te».

Il primo chef con la loro seconda ordinazione composta da frutti di mare interruppe il discorso ma Lillian, seppur non aveva risposto alla curiosa domanda, era rimasta a scrutare la figlia per un po', mentre Eliza cambiava iniziando a parlare di lavoro.

«E poi stiamo finalmente decidendo una data», disse a un certo punto, sorridendo alla donna davanti a lei.

«Oh, okay… Quindi vi sposate- voglio dire, certo che vi sposate, i-intendevo, emh, quando? Presto, tardi, cosa dobbiamo fare noi? Per voi, sì», balbettò Kara ed Eliza la guardò estraendo un sorriso che sapeva quasi di compassionevole, stringendole una mano.

«Oh, Kara… Tesoro, il nostro matrimonio non cambierà per niente le cose da come sono ora. Sarà solo ufficializzato. Stavamo pensando ai primi mesi dell'anno».

Kara e Lena si scambiarono una breve occhiata.

«Voi non dovrete far nulla che non facciate già adesso: siate serene, comportatevi bene, sorridete. Fate le sorelle».

A un certo punto Eliza rise, attirando l'attenzione. Aveva ancora un boccone e ce lo scese prima di prendere parola: «Soprattutto dal momento che ci sarà un po' di movimento. Parlo di giornalisti, fotografi, chissà chi altro».

«Sarà meglio invitare noi stesse i fotografi e i giornalisti, in modo da non avere sorprese. Così abbiamo fatto Lionel ed io, al tempo».

Ne parlarono per un po' ed Eliza si elettrizzò nell'immaginare Kara e Alex, e chiaramente Lena, vestite da damigelle. Lei e Lillian sembravano così eccitate dall'idea di diventare moglie e moglie che, dopo un po' di tempo che avevano accettato la cosa, Lena e Kara si sentirono di nuovo a disagio. Disagio che si infrangeva appena i loro occhi si incontravano e comprendevano di nuovo, di nuovo e sempre, che quello che c'era tra loro era naturale come respirare e che no, non ci avrebbero rinunciato.

 

                                                                                      

 

Si chiusero nei bagni con la scusa di andarsi a risciacquare e, con silenzio, assicurandosi di essere sole, si diressero verso i lavelli. Appena aprirono l'acqua, Kara ne approfittò:

«Che cos'era quella scena, prima?».

«Quale?».

«Sai di cosa parlo: il valore di Kara… davvero? Cosa cercavi di fare?».

Lena ansimò, chiudendo l'acqua. «C'è una cosa che devi sapere, Kara», deglutì, immergendosi nei suoi occhi azzurri. «La famiglia Luthor ha come una specie di aura negativa intorno… Una sorta di mantello invisibile. Fino ad ora, voi Danvers ci avete illuminato come il sole. Anche tu lo hai fatto, Kara: mi hai illuminato con la tua luce. Non voglio che questo cambi, non voglio che Lillian infetti voi. Infetti te», le carezzò una guancia e Kara coprì la sua mano con la propria, sorridendo.

«Se c'era una persona che mi irritava più di te, quando ci siamo conosciute, quella era tua madre. Speravo di trovare qualsiasi cosa per far lasciare lei ed Eliza, ma adesso non penso più che sia così tanto male», vedendo il volto di Lena contrarsi con aria contrariata, Kara proseguì, sedendo sul mobile tra un lavandino e l'altro. «Non metto in dubbio che per te sia diverso, ma puoi starne certa: non perderò il mio sorriso, o la mia luce, se è questo che volevi sentirti dire. Sopravviverò ai Luthor».

Rise e Lena si avvicinò di nuovo a lei, lentamente. «Ne sei sicura? Sopravviverai anche alla tua nuova sorella?».

Allora Kara si lamentò, corrucciando lo sguardo. «Non sorella! No, lei mi ha già in pugno… E ha provato a tentarmi seduta a tavola con le nostre madri, l'incosciente».

Lena rise, nascondendo la bocca con una mano. «Scusami. Ma volevi colpirmi». Si avvicinò e poggiò la testa su di lei, nascondendo il viso. «Mi piaci così tanto, non hai idea di cosa ti farei».

L'altra avvampò, prendendole il viso e circondandolo con le sue mani. «Cosa?». Lo avvicinò a sé e l'altra si tirò in avanti con i polsi sul mobile.

Le loro bocche si trovarono subito mentre i loro occhi si chiudevano. Presero respiro e approfondirono il bacio, trovando una la lingua dell'altra, intanto che Lena attirava la ragazza a sé, stringendola nei fianchi, facendole aumentare il battito cardiaco. La bocca di Kara scivolò dalla sua e iniziò a baciarle il collo, sempre più lentamente, mentre le mani di Lena, lasciati i fianchi, avanzavano lungo l'abito rosato dell'altra, salendo sulla pancia, passando le dita sulla sua vita, premendo con i pollici. Si ritrovarono in un bacio e la porta del bagno scattò. Si separarono nell'istante, rumoreggiando con la bocca. Una signora anziana entrò con passo lento, volgendo lo sguardo a terra e alla porta, non parve badare a loro. Entrambe si sistemarono e Kara scese dal bancone, appena in tempo che la vecchina le desse, a bassa voce, della teppista.

«Dice a me?», aggrottò le sopracciglia mentre Lena sogghignava.

La donnina la scacciò con il gesto di una mano e Lena intervenne: «Le chiedo scusa, la mia sorellina, sa… Prometto che la metterò in riga».

Kara si portò le mani sul viso per l'imbarazzo e, ridendo, aprì la porta e tornarono in sala.

 

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

Seduta davanti alla sua scrivania, si stava infilando gli orecchini perdendosi attraverso il suo riflesso nello specchio tondo. Quando il cellulare a fianco aveva suonato, lo aveva preso subito, interrompendo la melodia.

Sto arrivando.

Aveva letto il messaggio e spento lo schermo, sbuffando senza energie. «Devi andartene», aveva sentenziato quasi freddamente.

«Oh, sta già arrivando il fidanzatino?», si era lamentata la ragazza dietro di lei. Era distesa a pancia in giù sul letto sfatto, nuda, coperta a metà solo da un fine lenzuolo bianco. «Credevo sapesse di noi», aveva detto, sforzandosi per mettersi a sedere e cercare i suoi vestiti.

«Sta arrivando mio padre, non Jack».

La ragazza si era rivestita in fretta come aveva potuto e le era passata di spalle per recuperare le scarpe. «Potresti cogliere l'occasione per parlargli di quello», le aveva indicato con un cenno dello sguardo la pila di fogli pinzati sulla scrivania, su cui Lena, a quel gesto, aveva irrimediabilmente posato gli occhi. La ragazza le aveva lasciato un veloce bacio sulla guancia prima di dirigersi alla porta.

Sentendo la serratura di casa scattare, Lena le aveva detto di aspettare ed era uscita lei per prima, sistemandosi il vestito lungo i fianchi e chiudendo la porta alle sue spalle.

«Ti aspettavo questo pomeriggio», le aveva detto nel raggiungerlo davanti le scale. Gli sfiorò una guancia con un bacio, ruvida per via dei peli rigidi della barba, e lui la tenne a sé circondandola per i fianchi con un braccio.

«Ho preso il volo prima, cominciavo ad annoiarmi», aveva risposto lapidale, continuando a camminare per il corridoio raggiungendo una porta.

Lena si era appoggiata al muro accanto alla sua come di vedetta, aspettando che passasse di nuovo. «Non avevi un'altra intervista, questa mattina?».

«Probabilmente», era uscito dalla camera, che aveva richiuso con cura, e l'aveva superata, scendendo verso il soggiorno.

Lena aveva riaperto la porta di camera sua e fatto uscire l'altra ragazza che, con un cenno di tacere, l'aveva invitata a prendere l'altra scala per arrivare direttamente nell'ingresso e andarsene.

«La signorina Sinclair non si unirà a noi per colazione?».

Le due si erano guardate. Veronica Sinclair aveva alzato le spalle e Lena le aveva annuito, un po' seccata che suo padre le avesse scoperte.

Alto, corporatura esile, con i capelli ordinati da un lato e la camminata calcolata, il signor Luthor si era passato i laccetti del grembiule verde sulla schiena e, dopo averlo legato, aveva aperto la cucina e poi i pensili che gli servivano, cercando al loro interno. Lena e Veronica si erano sedute davanti a lui, sul bancone della penisola, guardandolo intanto che cucinava.

«Quanto tempo», aveva detto lui rivolto alla seconda, servendole un piatto davanti e poi uno a sua figlia. «Era da un po' che non ti vedevo, forse da quando Lex si è trasferito».

«Oh, è perché ho lasciato l'università, signor Luthor», aveva sussurrato con un flebile sorriso.

«Male», aveva decretato, versandole sul piatto una frittella direttamente lasciandola scivolare dalla padellina. «Lo studio rende liberi».

«Beh», aveva guardato Lena di sfuggita, che veniva servita a sua volta, «Spero di trovare la mia libertà altrove… Il mondo è grande».

«Speriamo sia così», aveva risposto, aggiungendo una terza frittella su un altro piattino. «Ma mi permetto di dissentire: il mondo non è poi così grande». Aveva lasciato la padellina nel lavello e si era messo a mangiare la sua frittella lì, in piedi, tagliandola con la forchetta e mettendola in bocca. Poi, dopo averne trangugiato due morsi, aveva detto dispiaciuto che avrebbe voluto metterci dello zucchero a velo che si era dimenticato di far comprare. «Lena. Non ti vedi con Jack?».

Lei aveva deglutito, adocchiando Veronica e il suo sorriso un solo attimo. «Ci vediamo tra poco. È tornato questa notte da Budapest».

«Ah, benedetto ragazzo… Come vanno le cose tra voi? Mh? Vi… trovate ancora?». Sapeva a cosa alludeva allora suo padre e Lena aveva preso un grosso respiro, pensando a cosa dirgli, se non fosse che lui, vedendo la sua reazione, l'aveva anticipata: «Non è mia intenzione fare la paternale, Lena. Sono cose tra voi, non mi interessa. La mia è pura voglia di conversare… Tua madre ed io abbiamo sempre adorato Jack, ma», le si era avvicinato, guardandola attentamente negli occhi limpidi, «non siamo noi ad essere fidanzati con lui. Mi pare chiaro». Aveva iniziato a sparecchiare e Veronica Sinclair si era alzata, ringraziando e salutando Lena con una pacca su una spalla e un malizioso sorriso, così se n'era andata.

Perché non gli aveva detto che lui era il suo vero padre? Perché glielo aveva tenuto nascosto? Perché aveva lasciato che Lillian, per anni, la trattasse come qualcuna che era sempre in debito con loro per averla adottata? Lo aveva guardato lavare i piatti, ferma e in silenzio, ma erano tante le cose che avrebbe voluto urlargli e non riusciva. Era così arrabbiata…

«P… Papà».

Lui aveva chiuso l'acqua e si era voltato con sorpresa, poiché era da tanto che non lo chiamava in quel modo. L'aveva guardata, in attesa.

Lena aveva deglutito, abbassando lo sguardo e infine alzandosi dalla sedia. No . «Devo andare, passo in università prima di trovarmi con Jack».

«Ho capito. Invece io farò una bella corsetta a cavallo… Ho proprio voglia di rilassarmi».

«Va bene. Buona giornata».

«Ah, Lena». Lei era tornata indietro, voltandosi appena. «Sei meravigliosa, figlia mia».

Era la terza volta che glielo diceva quella settimana e aveva deglutito con sguardo duro, non sapendo come replicare. Aveva abbassato lo sguardo e ribadito il saluto, andandosene. Non poteva sapere che quella sarebbe stata l'ultima volta che lo avrebbe visto.

 

A te come ha cambiato?

La bara era ferma là in mezzo a tutti loro, un numeroso gruppo di persone in abito nero e sguardi assenti. Lillian Luthor aveva incaricato la polizia di tenere lontani i giornalisti poiché quel funerale sarebbe stato intimo, per soli familiari e amici; così loro avevano scattato foto distanti, intralciati dagli uomini in divisa.

«Era un uomo facile da avvicinare, colto e sarcastico anche se di poche battute, ma in realtà se tanti credevano di poter dire di averlo conosciuto, erano in pochi quelli a potersi vantare di averlo fatto davvero. Sotto l'armatura, mio padre era diffidente, forte, orgoglioso, un uomo d'affari, che credeva nella scienza… e nell'amore».

Lena aveva ascoltato appena le parole del discorso di suo fratello. Si era fatta distante e a malapena vedeva le persone che aveva intorno. Aveva sentito il respiro affannoso di Lillian però, dietro di lei a un passo. Era andata a gettare la terra sulla bara per dare l'ultimo saluto a suo padre e poi si era fermata a guardare distante, al cielo limpido e soleggiato, ricordandosi di come tutto stesse andando avanti malgrado la morte di Lionel Luthor. Come se quello, per il sole che pretendeva di scaldarli, fosse un giorno qualunque.

Jack. Si era appena ricordata della sua presenza quando l'aveva presa a braccetto per andare verso le automobili e lasciare il cimitero. Lui aveva aperto la portiera e lei era entrata per prima, così si erano messi vicini, in attesa, nella limousine, dell'arrivo di Lillian e Lex. Si era appoggiata senza espressione sulla sua spalla e il ragazzo aveva cercato di avvicinarsi per farle sentire la sua vicinanza.

«Jack».

«Sono qui».

«Credo…», era rimasta in sospeso con gli occhi pieni di lacrime, «Hai chiamato per Parigi? Quando parti?».

«Non parto più», lo aveva sentito rispondere facendo un rumore gutturale e così ansimare, «Resto qui con te».

«Non dire sciocchezze: non vedevi l'ora di partire».

«Non vedevo l'ora di partire… prima. Ormai…».

«Ormai? Non ti aspetteranno; la morte di mio padre non avrà alcun impatto su di loro e non voglio che ne abbia su di te».

Lui si era spostato e lei aveva alzato la testa. «Cosa intendi?».

«Sai cosa intendo», lo aveva guardato con intensità e lui aveva sorriso debolmente, passandosi una mano sulla barba.

«Parto questo giovedì», aveva sentenziato, «Mi mancherai».

«Anche tu».

La portiera si era aperta e Lillian si era fatta spazio, così loro non si erano più rivolti la parola.

 

La sua prima volta a casa Luthor era una giornata come quella: limpida e soleggiata. Se la ricordava bene, poiché dopo qualche ora con loro, dopo che le avevano mostrato la casa e si erano presentati, dopo che era stata in giardino con il suo nuovo fratello maggiore e aveva sudato, aveva osato alzarsi la gonna del vestitino per prendere aria e Lillian Luthor l'aveva sgridata per la prima volta, colpendole una mano, aveva detto lei, per ricordarsi che non doveva farlo più. Lei, che era una bambina silenziosa e si sentiva ancora impaurita e sola, aveva trattenuto le lacrime con una smorfia e suo padre l'aveva presa in braccio sotto l'aria indispettita di Lillian, che temeva la viziasse. E l'aveva viziata: andava in camera sua ogni notte per raccontarle la fiaba della buonanotte, la portava con lui nei viaggi in montagna, ogni volta che tornava da un viaggio di lavoro in cui non avrebbe potuto portarla con sé, invece, tornava con un regalo, la prendeva sempre sulle sue ginocchia anche se era stanco e sembrava, a volte, che non faticasse a nascondere di preferire lei al figlio maggiore. Non avevano mai fatto grandi chiacchierate, lui amava i discorsi brevi, ma le aveva sempre lasciato qualcosa. O meglio, lo aveva capito solo quando ormai lui era andato per sempre.

 

Caduta da cavallo

Lo scrisse su un post it giallo, strappandolo dal blocco e fissandolo sul pavimento.

Protetto con le mani

Caviglia sinistra rotta

Ne scrisse e strappò altri due, incollandoli accanto. Li guardò e poi ne strappò un altro.

Loquace?? Confuso

Ne prese altri, sistemandoli e scrivendoci sopra, formando una fila.

Medici sostituiti?

Arresto cardiaco

Morte

Autopsia coperta da Lillian

Su quest'ultimo ci fece una freccia verso il basso e ci attaccò sotto un altro fogliettino.

Morgan firma il rapporto: ricattato?

Fissò uno per uno tutti i foglietti. Ne mancavano altri.

 

«Non possiamo permettere che accada! È una follia, Lillian».

Allora bambina, Lena aveva fatto un incubo quella notte e appena aveva aperto la porta di camera sua per andare a prendere un bicchiere d'acqua, aveva sentito suo padre gridare dal piano di sotto. Lui poteva essere severo, ma non aveva mai gridato. Non aveva mai amato le sceneggiate. Aveva sceso gli scalini attenta a non fare alcun rumore, cercando di gestire anche quello del suo respiro pesante.

«Ci stiamo spingendo troppo oltre…».

«E cosa pensi che accadrà? Dobbiamo proteggere i nostri interessi, Lionel. Lo condannerà! Dobbiamo fermarla».

«E per farlo vorrebbero… ?».

Suo padre a quel punto si era stato zitto e Lena, tirandosi indietro i lunghi capelli lisci, si era affiancata alla porta chiusa della biblioteca da dove provenivano le voci. Non si era accorta di aver fatto rumore fino a quando non aveva udito la glaciale voce di Lillian:

«Non siamo soli».

La porta si era aperta qualche secondo più tardi e suo padre si era affacciato per riportarla a letto. Erano andati insieme a prendere il bicchiere d'acqua e poi l'aveva scortata con una mano sulla schiena fin su al suo letto, dove le aveva rimboccato le coperte.

Era tornato in biblioteca con il cuore che gli scoppiava in petto e si era coperto il viso con le mani. «Per poco nostra figlia di dieci anni non ci scopriva…», aveva sussurrato, ansimando. «Dobbiamo uscirne finché siamo in tempo, Lillian».

«Ti faceva comodo far parte del gruppo finché ci hai guadagnato, e adesso che insorge qualche problema ti vuoi fare da parte».

«Sai che non mi sono mai fatto scrupoli nel comprare qualcuno se necessario, ma qui non si tratta di denaro, non stiamo solo discutendo di minacciare una giudice, ma di rapire una bambina! Una bambina come la nostra», si era tolto quel boccone amaro e Lillian, seduta su una poltrona, lo aveva guardato con sconcerto.

«Non faranno del male alla bambina, nessuno lo vuole».

«Non fingiamo di non sapere che qualcuno dei nostri si è spinto troppo oltre durante questi anni, Lillian. La verità è che stiamo crollando e forse è il caso di lasciare che accada».

«Vuoi finire in prigione? Come crescerai i tuoi figli dalla prigione?», aveva deglutito. Dritta con la schiena e sguardo vigile, in realtà era molto più scossa di quanto avrebbe voluto far credere. Le sue mani tremavano.

Lui non era riuscito a sedersi e aveva camminato per tutta la stanza come un matto.

«Se la sorella non riuscirà a persuaderla dal farlo…».

«Non ci riuscirà».

«No», aveva sentenziato lei, «A quel punto la giuria-», era stata interrotta.

«Lascia che ci pensi Astra di questo. Voteremo, comunque. Andremo ai voti».

Lillian aveva abbassato la testa, prendendo respiro. «Voteremo affinché li lascino in pace? Non prendiamoci in giro, nessuno vuole veramente arrivare a tanto-».

«Qualcuno ha parlato di pena esemplare».

«Rhea Gand ha manie di protagonismo, Lionel, lo sanno tutti», aveva sbuffato. «Ma lei è una. Se siamo in tanti a votare contro, potremmo farcela e riusciremo anche a mantenere il nostro status. E comunque lui non parlerà in prigione. O faremo in modo che sia così».

«Eri la prima a volerla punire».

«Punire la giudice? Sì. Ma fare del male a una bambina no. Mi conosci, Lionel. E se è l'unico modo per evitarlo, allora…», aveva annuito brevemente, come cercando di convincere se stessa. «In questo modo riusciremmo anche a proteggere la nostra famiglia».

 

Trasferimento di Morgan pagato dai Gand

Lillian / Rhea Gand ??

Lillian → Kara

El uccisi

Un'altra freccia verso il basso e così un altro post it:

Organizzazione criminale: la mia famiglia?

Ancora un'altra freccia.

Luthor e Gand assassini??

Lena si tappò la bocca con una mano, leggendo tutti i fogli con attenzione.

Si inventava le cose? Era solo la sua impressione? Eppure tutto sembrava combaciare… Ma non poteva essere vero.

 

«Astra?». Lionel Luthor l'aveva chiamata per cellulare, teso come una corda di violino, aveva preso un sospiro di sollievo quando l'aveva finalmente sentita rispondere. «Da parte mia è tutto pronto: un elicottero sarà lì ad aspettarvi al punto stabilito. Prendi la bambina e fai presto».

«Sto parcheggiando ora, se tutto va come previsto sarò fuori in dieci minuti, quindici al massimo», aveva risposto la donna con il cellulare tenuto contro una spalla, fermando la macchina vicino al cancello delle scuole elementari. Spenta l'auto si era tenuta la testa con le mani, riprendendo il cellulare. «Grazie per quello stai facendo per noi. Se riesco a portarla abbastanza lontana da loro… Alura non vuole darmi ascolto e se non la porto via ora e finirò in prigione anch'io… Se dovesse succedere qualcosa a mia nipote…».

«Hanno perso la testa, non la perdere anche tu» .

Lei aveva annuito, anche se non poteva vederla, e aveva chiuso la chiamata. Una volta uscita dalla macchina aveva gettato il cellulare a terra e lo aveva rotto, così aveva varcato il cancello tentando di calmare il suo respiro e la sua camminata, pronta per fingersi la sua gemella che passava a prendere la figlia da scuola.

Purtroppo non era andato come previsto: Astra era stata arrestata nella scuola e Lionel Luthor non aveva potuto fare altro che stare a guardare lo svolgersi degli eventi come uno spettatore ignaro. Lui e Lillian avevano votato perché non accadesse, ma avevano sottovalutato quanto la paura della prigione e quanto la minaccia che la spavalderia di una giudice potesse essere contagiosa potessero smuovere gli animi più profondi e bui. A quel punto, Lillian si era arresa e con accordo di Lionel avevano deciso di uscirne e provare a vivere la loro vita lontano dal gruppo che, durante gli anni, era cresciuto in numero e in potere. In ogni caso, tutto stava cadendo come un castello di carte. Ma lui doveva ancora giocare l'ultima del suo mazzo.

Siete in pericolo

Scrisse un foglio battendolo a macchina. Non aveva avuto tempo di farlo per bene e lasciò che una persona e poi un'altra, dandogli il cambio, lo spedisse per lui.

Non aveva saputo se il suo biglietto era arrivato a destinazione, ma giorni e giorni dopo la giudice El, suo marito e i cognati non c'erano più. Dato che si erano spinti fuori, nessuno del gruppo si era premunito di avvertire i Luthor di ciò che stava per accadere e quando. Pena esemplare , aveva pensato allora, immaginando che i discorsi motivazionali di Rhea Gand avevano riscosso il successo da lei sperato.

Ma loro, due bambini, erano sopravvissuti.

«Dicevi? Sono stati adottati?», aveva domandato Lillian. Era da tanto, ormai, che non sentiva più nominare gli El; si era tenuta lontana da loro per paura ed era convinta, fino a quel momento, che suo marito avesse fatto altrettanto.

«Il più grande è finito a Smallville. Non ha memoria», gli aveva detto quella mattina, entrando alla Luthor Corp. «La piccola, la figlia della giudice, è stata adottata da una dei nostri dipendenti».

«Una dei nostri dipendenti? Di chi si tratta?». Le aveva mostrato un fascicolo, una volta in ufficio, e lei lo aveva preso con scrupolo, aprendolo. «Eliza Danvers. Ha un curriculum degno di nota. La terrò d'occhio».

 

Il campanello della villa suonò e Lena si mantenne il petto dallo spavento, rialzandosi. Tornò indietro e tirò e accartocciò tutti i post it che riguardavano gli El, seppellendoli dentro il compattatore di carta sotto la sua scrivania. Andò ad aprire, tornando con Kara mano nella mano. Chiuse la porta, mentre l'altra si sedeva davanti ai post it.

Si guardarono e poi Kara li lesse con attenzione, prendendo in mano il blocco dei foglietti gialli, strappandone uno.

Drogato?

Scrisse, appiccicandolo sotto al foglietto con su scritto Loquace?? Confuso .

Lena ansimò, non potendo obiettare.

 

«Andiamo, Principessa. Cosa ti prende?». Lionel stava facendo il suo solito giro a cavallo, nel terreno di sua proprietà, ma l'animale a un tratto si era fatto agitato e si era fermato di colpo, non riuscendo a proseguire. «Principessa!», aveva urlato il suo nome, cercando di farsi sentire sotto i suoi lamenti impauriti. Era la prima volta che Lionel aveva a che fare con un cavallo così poco incline ad obbedire. Aveva cercato di calmarla con la voce, l'aveva colpita con i talloni e le redini, ma Principessa aveva fatto due passi e poi era tornata indietro di quattro, si era guardata intorno come se qualcosa, da qualche parte, le stesse mettendo paura. Lionel era quasi riuscito a tranquillizzarla, stava per scendere dalla sua groppa quando alla velocità di un pizzico sul proprio collo, Principessa si era imbizzarrita di colpo come avesse avvertito che qualcosa stesse per accadere e lo aveva buttato a terra con violenza. Lionel aveva cercato di ripararsi come aveva potuto, era accaduto tutto in un momento. Aveva pensato a un mancamento e, prendendo il cellulare che gli era caduto da un taschino, aveva velocemente composto il numero di emergenza. Ma la vista sfocata non era la sola cosa che aveva iniziato a fargli scherzi: la testa aveva iniziato a girare e quando l'autista di famiglia, Ferdinand, era corso a tirarlo su, aveva già iniziato a sorridere di gusto. Lo avevano preso. Aveva sperato di riuscire a cavarsela, ma da giorni aveva temuto di essere stato scoperto e quella era la loro risposta. Loro avevano vinto quella battaglia.

 

Medici sostituiti?

I sostituti pagati da chi? Scrisse Kara in un altro post it e incollandolo sotto, guardando Lena.

Lei si lasciò andare a un sospiro, prendendo poi il blocco dalle mani dell'altra e strappando un altro foglietto. Cominciò a scrivere e lo incollò sotto l'altro ancora.

Lillian?

Kara aggrottò le sopracciglia: non lo credeva possibile. Si rifiutava di pensare che Lillian avesse ucciso il marito. Coprire l'autopsia non significava per forza che era lei l'assassina, ma solo che aveva coperto chi aveva commesso l'omicidio. Anche se non sapevano ancora per quale ragione. Ma l'assassina non poteva essere lei, si rifiutava di crederlo.

Quanto avrebbe voluto avere Alex al suo fianco per aiutarla a capirne qualcosa insieme, in quel momento.

Anche Lena non lo credeva possibile, anche se non lo escludeva. Non era mai stata certa che lei e suo padre si amassero, ma sapeva che lo rispettava e, credeva, in fondo da qualche parte gli volesse bene. Ed era sempre stata fredda, dura, indisposta e di cattivo umore, o almeno prima che si mettesse con Eliza, e di certo lo era sempre stato con lei, ma non lo avrebbe mai ucciso. Mai. Non poteva neppure essere un intralcio alla sua relazione con l'altra donna poiché in casa erano separati da anni. Però aveva pensato, per un attimo, che fosse in un qualche modo responsabile della morte dei genitori naturali di Kara. Essere capace di uccidere loro, in quell'ottica, la rendeva capace di uccidere chiunque. No. No, era impossibile. Allora non aveva ucciso nessuno.

Lena prese l'ultimo foglietto e lo accartocciò, lanciandolo contro l'armadio. Arrossì e abbozzò un sorriso quando Kara le poggiò una mano sulla sua, avvolgendola con il suo calore.

Lillian Luthor poteva essere la peggiore persona del mondo, ma non un'assassina.

 

Non aveva aspettato Ferdinand, a cui aveva gridato per telefono di restare in ospedale con Lionel quando lui l'aveva chiamata per dirgli dell'incidente a cavallo. Era corsa chiamando un taxi e si era fiondata nella struttura con il cuore in gola. Dopo aver ricevuto le istruzioni su dove andare, aveva trovato la sala d'attesa piena e il loro autista seduto su una delle sedie con lo sguardo basso e le dita delle mani intrecciate.

«Dov'è?», aveva domandato a gran voce ancor prima di arrivargli vicino, disturbando le altre persone in sala. «Ti hanno saputo dire qualcosa? Le sue condizioni?».

Ferdinand aveva scrollato le ampie spalle e poi scosso la testa.

Appena riferito da un infermiere di doversi andare a sedere e di calmarsi, Lillian aveva urlato dandogli dell'incompetente e che doveva parlare con suo marito. Appreso chi fosse, un'altra infermiera le aveva dato il permesso di entrare nella cuccetta del marito che era in attesa. Lo aveva trovato sorridente, quasi divertito.

«Lillian! Lillian, meno male che sei qui, devi guardare il tempo», le aveva detto lui, sorridendo sotto i baffi spettinati. Lei si era avvicinata appena, palesemente sconcertata. «Il tempo! Hai capito? Fuori splende il sole, Lillian».

«… sono stati loro a farti questo?», aveva detto con voce flebile, non proprio certa di volere una risposta. «È una loro minaccia?», aveva digrignato i denti; era furiosa ma cercava con ogni mezzo di restare concentrata. «Tu non hai mai smesso, non è così, Lionel? Non hai mai messo da parte la tua crociata, fetido figlio di puttana?! Era finita, finita! Ma tu dovevi… Questo è un loro avvertimento: oggi una caduta da cavallo, domani?». Aveva ansimato a denti stretti, stringendo i pugni.

L'uomo l'aveva guardata con attenzione e quando aveva visto la tenda aprirsi e il personale medico entrare per dire alla donna di farsi da parte, aveva sentito il petto stringersi e il fiato uscire con forza: «Il tempo, Lillian. Guarda il tempo, perché è finita».

Lo aveva visto sorridere un'ultima volta prima che la tenda della cuccetta si fosse chiusa davanti al suo naso. Fuori, un infermiere l'aveva invitata ad allontanarsi e di attendere come gli altri, così si era andata a sedere, ancora fresca di rabbia. Era quasi tentata di andarsene. Lui aveva promesso di mettere da parte tutto anni prima e invece aveva continuato a raccogliere materiale contro ogni membro del gruppo, quelli che erano riusciti a sfuggire alla galera molti anni prima. Stupido Lionel , aveva pensato. Che parlava a sproposito perfino del tempo, in quel momento che era stato probabilmente imbottito di antidolorifici. Lo credeva un avvertimento, non certo una condanna a morte.

Lo avevano fatto sdraiare e mentre un infermiere controllava lo stato della caviglia sinistra, che si era rotta, tutti gli altri, aveva notato Lionel seppur confuso tanto da vederli annebbiati, gli erano sembrati presi da tutt'altro. Uno di loro lo aveva perquisito e gli aveva tolto una penna dal panciotto, affidandola a una donna, che l'aveva smontata. Gli avevano tolto l'orologio, una moneta, tutto quello che aveva addosso per controllarlo con perizia. Un'altra donna aveva controllato nel monitor il suo stato di salute e un'altra una cartellina che aveva tra le braccia. Un altro uomo aveva riempito una siringa con il contenuto di una boccetta e quello al suo fianco si era assicurato che la flebo fosse ben messa.

Lionel non era riuscito a smettere di parlare e aveva cercato di coinvolgere nel suo delirio di parole disordinate ogni infermiere, ma loro lo avevano ignorato, presi dal lavoro. Quando la tenda si era aperta un'altra volta, Lionel Luthor non vedeva ancora bene, ma era certo di conoscere quella figura anche se indossava un camice bianco da medico.

«Vecchio mio», lo aveva chiamato l'ultimo arrivato. «Non sai quanto mi dispiaccia ciò che ti sta succedendo».

«Tu», aveva sussurrato lui dopo averlo riconosciuto. «Dovevo saperlo che eri tu», aveva riso, come se avesse trovato la cosa divertente.

Il finto medico aveva pescato da una tasca del suo camice un foglio, che poi aveva aperto con cura, con attenzione alle pieghe. «Credo che questo sia tuo», aveva detto, lasciandoglielo sul petto in modo che vedesse, che leggesse o lo riconoscesse, seppur con la vista annebbiata.

Siete in pericolo battuto a macchina. Non era mai arrivato agli El; era stato in mano sua per tutto quel tempo.

«Ho aspettato per anni questo momento…», aveva confidato la figura in camice, riprendendo il foglio, piegandolo di nuovo con attenzione e nascondendolo in tasca. «Dieci lunghi anni. Mi sono preso cura di quell'avvertimento come un tesoro, in attesa. Ma credi che volessi arrivare a tanto? No», si era preso una pausa mentre l'infermiere gli passava la siringa. «Ovviamente no. Uccidere un Luthor è sempre un passo falso, comunque la si guardi. E allora ero giovane, peccavo di innocenza, volevo solo proteggere i miei interessi come tutti; come voi che vi siete tirati indietro prima dello scioglimento. Avevamo National City in pugno, era nostra, vecchio mio. E qualche passo falso ha portato alla distruzione», lo aveva guardato, prendendo fiato, «di tutto quello che avevamo creato insieme. Non sono più quello di un tempo, le cose sono cambiate, come avrai immaginato». Si era scambiato uno sguardo complice con il team di infermieri e aveva scoccato la siringa.

«Pensi», aveva abbozzato una risata, «Pensi di aver vinto uccidendo me? Per quanto mi riguarda pecchi ancora di innocenza».

«È qui che la vediamo in modo diverso: non ci sono vincitori né vinti in quello che sto per fare. Ma tant'è, qualcuno deve pur farlo». Aveva spinto l'ago della siringa nella flebo e Lionel aveva smesso di ridere, lentamente. Aveva cominciato a sentirsi strano e l'uomo stretto nel camice aveva osservato le sue reazioni, sollevandogli le palpebre. «Va veloce, vecchio mio. Un attimo e sarà tutto finito». Gli aveva poi sussurrato il suo addio. Lionel aveva tentato di afferrarlo per il colletto ma il suo corpo era diventato troppo pesante e uno degli infermieri, senza sforzo, gli aveva abbassato le braccia. Prima di uscire dalla cuccetta, l'uomo in camice si era rivolto all'equipe che lavorava per lui. «Pensate alla sua caviglia. Il medico sta arrivando e a breve ci sarà un po' di movimento».

 

Arresto cardiaco

Morte

Le due ragazze si guardarono. Lena scrisse un altro foglietto e lo appiccicò sotto.

Arresto cardiaco indotto? Da cosa? Un farmaco?

Si lasciò andare a un mugolio soffocato e Kara la prese con sé, chiudendola contro il suo petto con le braccia. Lena strinse gli occhi mentre lei le sussurrava qualcosa all'orecchio. Si scambiarono un fugace bacio e restarono così per un po', nel silenzio della villa.

 

Lillian si era accorta subito che qualcosa non andava. Si era alzata dalla sedia e si era messa sull'attenti ancora prima di vedere il personale medico andare e tornare dalla cuccetta di suo marito. Quando portarono una barella, lei era già lì con il fiato sul loro collo.

«Cos'è successo? Dove lo portate?».

«Signora Luthor, la prego, si faccia da parte». Un'infermiera l'aveva spinta indietro ma lei era troppo agitata per pensare al gesto subito. Avevano intubato Lionel che sembrava privo di sensi e lo avevano portato dietro delle porte. Solo in quel momento, scossa da brividi di puro terrore, Lillian aveva capito che non era un loro avvertimento: glielo avevano ucciso.

Come sta Lionel? Brutta caduta?

Eliza le aveva lasciato un messaggio ma lei non era riuscita a rispondere. Non in quel momento, non poteva. Ora doveva pensare lei a tutto.

 

Autopsia coperta da Lillian

Kara fissò quel foglietto a lungo, più a lungo che gli altri. Teneva ancora Lena tra le braccia; la testa della ragazza adagiata su una spalla. Riusciva a sentire il suo respiro che finalmente tendeva a calmarsi, e così il suo cuore. Avrebbe voluto prendersi del tempo per rendersi conto che seriamente, oh accidenti, aveva Lena Luthor appoggiata comodamente sulle sue tette, ma non riusciva a non pensare a quanto stesse soffrendo in quel momento. E a Lionel Luthor; perché anche se non lo aveva conosciuto di persona, si sentiva in un modo o nell'altro vicina.

 

Lillian si era tenuta di peso contro i palmi delle mani sulla cornice del vetro che divideva il corridoio dalla camera delle autopsie. Il corpo di suo marito era lì davanti, su un lettino, coperto da un solo lenzuolo. Freddo e immobile come pietra. Non era riuscita a guardarlo troppo a lungo. Avrebbe guardato chiunque e affrontato qualunque cosa, eppure si era sentita vulnerabile quando lo aveva visto la prima volta in quel modo. Forse lei e lui non si erano mai davvero amati come ci si aspetterebbe da una coppia sposata, ma insieme erano cresciuti e avevano superato le difficoltà legate alla Luthor Corp, avevano avuto un figlio e un'altra figlia, anche se non nei modi canonici, avevano litigato e deciso tante cose, avevano condiviso ricordi e costruiti altri. Erano sempre stati loro due per molto tempo. E ora era solo lei.

Allora non sapeva come si sarebbe comportata con Eliza Danvers. Stavano per uscire allo scoperto e ufficializzare il loro rapporto, lei era la cosa più bella che le fosse capitata nella vita dopo la nascita di Lex, ma quell'omicidio… e sapendo chi era la donna della sua vita, chi aveva adottato, misericordia, odiava ammetterlo ma aveva provato paura. Paura vera. Aveva sentito l'istinto di andarsi a rifugiare nella sua nuova vita di coppia, ma prima di farlo doveva essere certa che fossero tutti al sicuro. Lei, i propri figli, Eliza e le sue figlie.

Era suo dovere assicurarsi che fossero tutti al sicuro.

Quando il signor Morgan, il coroner, si era ritrovato lì davanti spaesato che ci fossero delle persone nella sua aula delle autopsie, il suo primo impulso era stato quello di cacciarli, così un uomo gli era andato incontro intimandolo di calmarsi e Lillian, dopo aver preso un grosso boccone d'aria, aveva fatto altrettanto, presentandosi. Intanto, all'interno della camera, il suo team di specialisti aveva spogliato Lionel del fine lenzuolo e iniziato ad aprirlo.

 

Lena si destò di scatto e, senza guardare Kara, si era spinta in avanti per prendere di nuovo il blocco dei post it, strappando un foglio e riprendendo in mano anche la penna. In maiuscolo e coprendo tutto il foglietto, scrisse Perché? , attaccandolo sotto. Quello era il punto fondamentale. Perché lo avevano ucciso? Perché era successo?

 

« Perché? », aveva sbottato Lionel quasi un anno prima, stringendo un pugno. Era davanti alla scrivania del suo ufficio alla Luthor Corp. Stava guardando sullo schermo del suo pc uno dei video di sorveglianza proveniente da uno dei laboratori. Stava guardando sua moglie Lillian che baciava una donna, ma non una donna qualsiasi. Aveva saputo che era presa da qualcuno da molto tempo; non era difficile intuirlo dopo aver passato un'intera vita con lei che non era mai stata innamorata e poi che all'improvviso lo era, e non di lui, ma Eliza Danvers… «Perché Danvers? Perché proprio lei?». Si era passato una mano sul viso, esausto, e poi sui peli di baffi e barba, lisciandoseli. Aveva chiuso il video e aperto una cartella protetta da password, ricontrollando rapidamente un gran numero di file, in special modo video e audio. Fermò il sensore del mouse su un file video in particolare, sotto il nome Lillian Luthor , passandosi una mano di nuovo sui baffi e dopo sulla labbra crespe, pensando. Anche lei era colpevole. Era colpevole quanto lui, come tutti loro. Quando quel video sarebbe stato pubblicato online, la sua relazione con Eliza Danvers sarebbe stata distrutta. Si era grattato la barba, per poi lisciarsela di nuovo. Cosa avrebbe dovuto fare?

Ricordava ancora come se fosse accaduto solo poche ore prima quando, quasi dieci anni prima, dopo aver visto la polizia chiudere le indagini sul gruppo con le persone arrestate, aveva deciso di raccogliere le sue testimonianze e quelle di altri individui coraggiosi coinvolti, prove e tutto ciò che poteva, per fare in modo che tutti pagassero; loro compresi. Sua moglie lo aveva scoperto una sera più tardi, rientrando prima dalla Luthor Corp a casa. I loro figli non c'erano, pensava di potersi confidare in tranquillità alla telecamera, seduto sul divano in biblioteca, ma lei aveva aperto la porta, interrotto il video, e gli aveva urlato contro.

«Tu non vuoi finire in prigione, vuoi finire ammazzato!», aveva stretto i denti e guardato con odio; non l'aveva mai vista tanto adirata prima, e di certo era più raro vederla di buon umore. «Se devi continuare con questa crociata ti voglio fuori prima che tornino i ragazzi. Fuori da questa casa».

Aveva provato a parlarle, a cercare di convincerla che fosse l'unico modo perché nessuno la passasse liscia, ma non aveva voluto sentire storie. Infine, Lionel aveva deciso di prometterle che sarebbe tornato indietro sui suoi passi, ma sapeva già in quel momento che non lo avrebbe mai fatto davvero.

«Da quando ti sei ammorbidito in questo modo?», gli aveva rinfacciato a discussione conclusa.

Aveva ancora il sensore del mouse puntato sul video con la sua testimonianza contro la moglie, ma impresso nella mente quello della sorveglianza dove lei baciava Eliza Danvers in un laboratorio, pensando a quanto si fosse ammorbidita lei. Era restato a fissarlo a lungo e poi aveva chiuso la cartella, appena in tempo per sentire bussare alla porta.

Dopo averle dato il permesso di entrare, la ragazza si era buttata in avanti, ritirandosi dietro un'orecchia con una mano i lunghi capelli corvini. «Ehi».

«Ehi, tesoro. Sei pronta?».

«Vuoi ancora andare a pranzare insieme?».

«Certo». Aveva spento il pc e si era alzato, lisciandosi i baffi. «Andiamo».

 

                                                                                     

 

Lena strappò dal pavimento tutti i foglietti, rialzandosi. Li accartocciò tutti insieme e Kara glieli sfilò dai palmi, lasciandoli sulla scrivania, così le chiese se potevano vedere un film, tenendole le mani nelle sue. Pensava che distrarla, ora, sarebbe stata la scelta migliore.

Andarono al piano di sotto, aprendo la porta della biblioteca. Quella sala era enorme e oltre a file di libri che si estendevano per le pareti, con tanto di scaletta mobile per visionare quelli più in alto, c'erano scaffali a parete con una vasta scelta di dvd e blu-ray, tra cui molti documentari. Kara immaginò che Lena dovesse conoscerli a memoria. C'era uno schermo che pendeva dal soffitto, molto più grande di quello in sala da pranzo che, per gli standard di Kara, era già enorme. Un divano curvo, dei tappeti e alte piante vicino alla portafinestra che portava in giardino. Lena chiuse la porta mentre Kara leggeva i titoli in uno degli scaffali dei dvd. Ne prese uno e lo rimise a posto. Un altro e lo rimise, chiedendole cosa le andasse. Guardò qualche documentario e ne prese in mano uno, sogghignando. Stava per chiederle quante volte li avesse visti, quando Lena portò la mano destra sulla nuca di lei e l'avvicinò, baciandola all'improvviso. Kara capì che doveva aver avuto un'idea diversa su cosa le andasse quando le tolse il dvd del documentario dalla mano e lo portò sullo scaffale mentre, con veemenza, la spingeva contro. Aprì la bocca come se le mancasse l'aria e si baciarono ancora. Kara le portò le mani nei capelli e Lena sui fianchi, spogliandola dalla camicetta allacciata nei pantaloni. La pelle di Kara era così calda e quella di Lena così fredda che nel sentire i polpastrelli addosso ebbe un brivido. Prendendo respiro, Lena le poggiò le labbra dietro l'orecchio sinistro, baciandola lungo il collo, scendendo sulla clavicola e l'incavo del collo, aprendo con foga i primi bottoni della camicia, verso un seno. La sentì ansimare ma, sfortunatamente, udì anche la serratura della porta di casa.

Kara si risistemò in fretta intanto che Lillian chiamava sua figlia per sapere se era a casa. Le due ragazze si scambiarono uno sguardo, entrambe rossastre sulle gote e trattenendo il fiatone; Lena alzò le mani e, Kara deglutì, le sistemò gli occhiali che si erano messi storti.

La porta si aprì d'improvviso. «Ah, sei qui. C'è anche Kara».

Lei la salutò con un gesto della mano e, ancora provata da quello che la donna aveva interrotto, si era girata con imbarazzo, passandosi una mano sulla nuca e sistemandosi i capelli sulle spalle.

«Cosa fate qui?».

«Sceglievamo un dvd da vederci. Siamo delle eterne indecise», rispose prontamente Lena.

«Ricordatevi poi di rimettere apposto». Chiuse la porta e la sentirono allontanarsi.

Kara le posò dolcemente le labbra sulle sue, sussurrando: «Ci sarà un'altra occasione». Così si voltò di nuovo verso lo scaffale. «Allora? Ci vediamo un film?».

«Va bene. Ma non qualcosa per famiglie». La sentì ridere, adocchiando il dvd che aveva strappato dalla mano di Kara poco prima: Fuori splende il sole , il Tempo spiegato ai bambini . Sorrise, poiché era stato uno dei primi documentari che vide quando era piccola. Kara le disse di aver trovato un film che le piacerebbe vedere, così lo rimise al suo posto, avvicinandosi a lei, avvolgendola in un abbraccio.

 

 

 

Chapter Text

 

 

 

Accadde tutto in fretta: Kara aprì la porta della sua camera in dormitorio, Lena chiuse e, appena si girò, l'altra l'attirò verso di sé con una mano sulla nuca e le loro bocche si trovarono subito. La prima sapeva che Megan sarebbe stata via fino a tarda sera e le era sembrata subito un buona occasione per passare un po' di tempo da sola con lei. Certo, erano consce di essere sempre sulla stessa brutta situazione familiare, quella che fino a quel momento aveva impedito a entrambe di farsi avanti, ma sentivano che da quel primo bacio era caduto un muro tra loro, avevano deciso di darsi un'occasione e sì, avevano deciso di sfruttarla appieno. Sapevano che se le cose non sarebbero andate bene tra loro sarebbe stato difficile tornare a essere amiche, o magari diventarlo davvero, ma speravano che non fosse una cosa impossibile se mai si fossero trovate in quella situazione. No, in realtà non ci pensavano davvero; non ci pensavano affatto perché nessuna delle due poteva solo immaginare che le cose tra loro non sarebbero andate bene. Perché stava andando bene. Decisamente bene.

Lena la spinse sul suo letto e si sedette sulle sue gambe, baciandola, tirandole il labbro inferiore con i denti. Kara le baciò il collo verso il basso, piano, stringendola per i fianchi, riportando le mani in alto le sciolse i capelli, che caddero su di loro come pioggia scura. Capendo che l'altra non si sarebbe azzardata a farlo, Lena si scansò da lei il tempo di slacciarsi i bottoni della camicia bianca che indossava, sfilandosela e gettandola via. Rise appena nel vedere che Kara si bloccò, diventando rossa.

«Lo sapevo».

«Cosa? Cosa sapevi?».

«Che mi guardavi le tette. Lo hai fatto spesso».

«I-Io guardavo… cosa? No», rise con imbarazzo, girandosi da un lato e sistemandosi gli occhiali sul naso. Lena glieli tolse e si spinse verso l'alto, in avanti, per poggiarli sulla mensola, lasciando che Kara si abbassasse diventando color pomodoro. Oh, le sue tette le stavano addosso. Per poco non le sfioravano la faccia. «Io non-non ricordo di averlo fatto».

«Ah no?», le sorrise tornando a sedersi su di lei, per poi portarle via un bacio. «Giureresti di non aver guardato? Sono pronta a darti della bugiarda».

«Giuro che… le ho guardate. Tante volte», ammise, «M-Ma in mia discolpa, posso dire che era davvero difficile non farlo», le scappò una risata imbarazzata.

Anche Lena era imbarazzata. Terribilmente. Ma Kara lo era così tanto che la sentiva irrigidirsi; era spontanea ed era una delle cose che più di lei le piacevano, anche se non riusciva a trovare qualcosa di lei che non le piacesse, ma doveva cercare di farla rilassare. Doveva mettere da parte la sua ansia da averla lì con lei in un momento tanto intimo per pensare a farla sentire bene. E forse sarebbe riuscita a far calmare entrambe. «Bene. E io ammetto che potrei aver indossato dei push-up, quando me ne sono accorta».

Kara avvampò, ingigantendo gli occhi. «Non lo faccio apposta, eh? Mi avevi detto che non lo facevi apposta a stuzzicarmi con il tuo corpo… Sei-Sei… Non lo so che cosa sei, ma di sicuro lo sei», sbottò, vedendola ridere.

«Puoi toccarle», sussurrò poi, intrappolando il suo sguardo con gli occhi verdi di un caldo innaturale.

«Eh?».

«Kara, puoi toccarle». Lena la vide annaspare in parole mai uscite dalla bocca. Era adorabile, dannazione: più si comportava in quel modo e più le veniva voglia di mangiarla di baci. Ma non poteva; doveva fare con calma, non voleva rovinare tutto. «Anzi, voglio che le tocchi».

Kara si morse un labbro, guardandole il seno tenuto su con un reggiseno di pizzo nero. Le aveva guardate spesso, accidenti. Pensava perché erano grandi ma ora che poteva davvero toccarle, se voleva, si rendeva conto che aveva sempre desiderato farlo; dalla prima volta in cui la vide in costume, in piscina. Aveva da sempre desiderato di poter toccare lei, accorgendosi per quanto tempo aveva covato un interesse verso la sua sorellastra senza rendersene conto. Però… «N-Non devo… per forza… Insomma…». Ricordava com'era stato il loro primo vero bacio, dopo la partita: si era lasciata andare e l'aveva sollevata di peso spingendola contro il muro. Sì che avevano deciso di darsi un'occasione, ma non dovevano correre, dopotutto.

«Toccami le tette».

«N-Non c'è fretta».

«Kara».

«No».

«Toccami le tette».

«Ma-». Si stava opponendo, eppure non aveva ancora spostato gli occhi da lì. Alla fine, Lena le prese le mani e gliele spinse verso di sé, una per seno. Lei sussultò, ma anche Kara lo fece e la notò deglutire. Così, neppure se ne rese conto, le sue mani non erano più semplicemente appoggiate, iniziò a premere dolcemente, ad accarezzare la sua pelle oltre il pizzo, diafana, incredibilmente calda e soffice.

Lena sollevò una mano verso il suo viso e si baciarono, le portò via un labbro con i denti, piano, e glielo succhiò. Così spostò l'attenzione sull'orecchio sinistro di lei, baciandolo ai lati, alitando leggermente, facendola sospirare.

Kara sciolse la sua postura e chiuse gli occhi, le baciò il collo e poi scese verso i seni, mentre le mani le delineavano i fianchi, tastando, sentendo come il corpo di Lena rispondeva a ogni suo tocco. Tremava sotto la pressione dei suoi polpastrelli. La sentì inarcare la schiena e così l'avvolse, continuando a baciarla, assaggiarla delicatamente.

Quando Megan aprì la porta, la richiuse a occhi chiusi e camminando a tentoni, facendosi sentire: «Sono io! Sono tornata prima, mi dispiace. Siete vestite? Ci siete?».

«Ssh».

«Cosa?». Aprì un occhio e poi l'altro, trovando Kara e Lena sdraiate in un abbraccio. Kara le faceva segno di fare silenzio poiché l'altra, con la testa appoggiata sul suo petto, ancora i capelli spettinati, aveva il respiro pesante e gli occhi chiusi. «Dorme?».

Kara annuì piano, facendole dopo il segno di avvicinarsi. «Ti prego, scatta una foto. Non posso farla io, non posso muovermi». Le indicò il cellulare sulla mensola e Megan si sporse per prenderlo, trovando la fotocamera.

«Da quanto stai così?».

«Da un po'». Finse di dormire anche lei per la foto e all'okay dell'altra riaprì gli occhi. «Mi si è addormentato un braccio ma non voglio svegliarla». Abbassò gli occhi e sorrise nel vederla fare quell'espressione rilassata. Si rivestirono e decisero di parlare un po', abbracciate, che lei si addormentò. Era così bella, delicata; non si sarebbe mossa mai più se significava averla in quel modo tra le braccia.

«Oh, credevo che avreste fatto quel passo in più, oggi», sussurrò sedendo sul suo letto, facendosi interessata.

«E lo abbiamo fatto», arrossì di colpo, «No-Non quello che pensi». Si trattenne dall'alzare la voce, scorgendo incresparsi la fronte di Lena. «Intendo il passo in più… È che è la prima volta per me con una donna e-», si fermò, assicurandosi che il respiro di lei e il battito del cuore fossero regolari, «non so come comportarmi, temo l'abbia capito».

«E pensi che a lei questo importi?», abbozzò un sorriso.

«Non lo so…», ammise, «Mi fa sentire inesperta».

«Magari lo sei».

«E…», arrossì, «Credo che sia proprio lei a rendermi così, così impacciata… Non voglio rovinare quello che stiamo facendo, non dovremmo neppure, ed è così bello poterla toccare… Non hai idea di come mi faccia sentire anche solo averla tra le mie braccia». Megan allungò l'occhio a Lena mentre Kara parlava, ma non la interruppe. «Mi fa sentire così strana, ma uno strano bello. Come se fossi leggera, e su di giri, mi fa sentire felice… E-E non voglio esagerare, non voglio che si faccia un'idea sbagliata di me s-se mi azzardo a toccarla e non lo faccio bene e…», lasciò la frase a mezz'aria, deglutendo.

Megan la fissava con un sorriso. «Kara, sei innamorata».

«Lo so».

«Gliel'hai detto?».

«Non ancora, ma lo sa. Lo avevo detto da ubriaca, e io non lo ricordavo prima, te ne avevo parlato di quanto siamo andate a casa di Kal, e ora comincio a ricordarlo un po' ed è stato terribile, co-come se gliel'avessi sbattuto in faccia perché ero frustrata, e adesso non riesco più a capire come-», spinse le parole in gola sentendola muoversi sopra di lei, zittendosi di scatto.

Megan abbassò lo sguardo e Lena aprì gli occhi, sorridendole. «Ehi… Perdonami, ma non credo di aver mai dormito così bene in vita mia». Si scambiarono un bacio e si alzò, così Kara fece per muovere il braccio dolorante senza lamentarsi a voce, sorridendo come se nulla fosse quando lei si girò a guardarla.

Sì, tra loro stava andando decisamente bene.

 

Seduta a terra e circondata dalle riviste selezionate con perizia dagli scaffali, Kara cominciò a sfogliare la prima dalla pila a destra. Era dell'anno prima e in copertina si parlava della morte di Lionel Luthor. Le foto, anche nell'articolo che ne parlava lungo diverse pagine, erano state scattate in cimitero, distanti. Riconosceva la sagoma nera di Lena poiché l'avrebbe riconosciuta ovunque: come un radar, ogni volta che la vedeva le si seccava la gola, sentiva caldo alle orecchie e il suo cuore saltava un battito. Le foto erano per lo più sfocate, ma era riuscita a distinguere qualcun altro, trovando conferma nelle didascalie scritte da Leslie Willis, che si era occupata dell'articolo. Raffiguravano nomi importanti, il signor Luthor conosceva persone di spicco, non ne era sorpresa: i genitori di Mike erano in prima fila, si leggeva nella didascalia. Lena le aveva detto di aspettare e dimenticare i Gand, per il momento, eppure il suo cuore continuava a tormentarla per andarci a parlare. Lesse rapidamente l'articolo e sfogliò i numeri a seguire. Aveva già letto quegli articoli, ma al tempo non ci aveva dato la stessa attenzione che poteva riservare loro adesso. Non aveva molto tempo a sua disposizione, così chiuse e prese il primo della pila a sinistra, molto più vecchio: in copertina compariva una modella, si parlava degli ultimi capi in passerella e, solo in una finestrella in fondo a sinistra, insieme ad altre notizie, dell'esplosione che uccise quasi un'intera famiglia. Il quasi lo rappresentavano lei e Kal. Aggrottò le sopracciglia e si sistemò gli occhiali sul naso, aprendo la rivista.

«Le prime ipotesi vagliano la vendetta di associazione mafiosa », lesse, irrigidendo le labbra. « I due bambini, di cui non diffonderemo le generalità, entreranno nel sistema affidatario non appena li dichiareranno fuori pericolo». Sbuffò, chiudendo il magazine. Ci rimise un po', sapendo di non avere altro tempo, prima di sfogliare i numeri successivi. Si rifacevano con nuovi aggiornamenti della vicenda, la polizia aveva abbandonato la pista sull'associazione mafiosa e aveva imboccato quella giusta, parlando della corruzione a National City, degli ultimi casi di sua madre in tribunale, delle minacce che avevano trovato, di sua zia Astra che dalla prigione aveva dichiarato non avrebbe parlato con nessuno se prima non le avessero fatto vedere la nipote. Kara deglutì e prese un grosso respiro, resistendo alla tentazione di chiudere tutto e lasciar perdere perché quella era la sua sola occasione per capirci di più. In quell'articolo, erano stati elencati i nomi delle persone arrestate per corruzione, traffico di denaro e altri capi d'accusa, tra cui concorso in omicidio e terrorismo. Kara strinse ancor di più le labbra con disappunto quando scoprì che nessuno degli arrestati era stato accusato di omicidio di primo grado perché nessuno di loro aveva confessato e non erano state raccolte abbastanza prove. Secondo il giornalista, essendo stata smantellata l'organizzazione criminale con l'arresto dei membri, la polizia non riteneva di aver bisogno di una confessione per l'omicidio degli El. Kara digrignò i denti e trattenne la rabbia con respiri brevi e veloci, decidendo di scattare una foto della lista: avrebbe scavato a fondo sulla loro vita e avrebbe trovato il diretto responsabile; lei non si sarebbe arresa.

«Ah, eccoti qui».

Kara balzò dallo spavento poiché talmente attenta in ciò che stava facendo che non si era accorta della porta del magazzino che si apriva. Siobhan sorrise con una strana luce sadica negli occhi.

«Si può sapere cosa diavolo stai combinando invece di starmi appresso e fare il tuo lavoro?».

«Siamo in pausa».

«Sì, quasi tre quarti d'ora fa, sfigata. Alza il culo: la signora Grant vuole vederti».

L'ufficio di Cat Grant odorava di premorte. O forse era solo l'ansia che prendeva il sopravvento del suo corpo e delle sue sensazioni; temeva davvero di esser nei guai: Siobhan Smythe l'aveva ripresa come una scolaretta, nemmeno si fosse avventurata in uno dei corridoi proibiti di Hogwarts. Odiava che la signora Grant l'avesse affidata a lei per il suo tirocinio; chiunque ma non lei. A giorni alterni, ormai era una settimana e mezzo che le stava dietro e aveva già memorizzato affidabili tecniche ninja per farla fuori. Avrebbe voluto andare d'accordo con lei, esserle amica magari, ma si accorse molto presto che quella era una sfida che non poteva vincere.

«Ah, Keira, eccoti qua…», mormorò, davanti alla sua scrivania, mentre dietro di lei i monitor trasmettevano silenziosamente notizie da ogni emittente.

«Kara».

«Sei licenziata».

«Cosa?», spalancò gli occhi e la bocca, toccandosi il petto.

«Questo è quello che mi sentirai dire se non ti deciderai a prendere il tuo incarico più seriamente», sbottò la donna, alzando una mano per aria. Vide Kara tirare un enorme sospiro di sollievo e avvicinarsi, così riprese parola. «Sarà dura per te sentirtelo dire, ma non ci sarà la maestra a tenerti la mano se non terrai di nuovo conto dell'ora, siamo intese?».

«Sì, signora Grant», s'irrigidì con la schiena, «A-Assolutamente».

«Bene, e sciogliti che non siamo in una scuola militare», la rimproverò infine, congedandola con un colpo di mano. «A lavoro ora, sorprendimi».

Kara si voltò rassegnata e si avviò alla porta con sguardo basso, tormentandosi la coda di capelli da un lato, quando la lista delle persone arrestate fece di nuovo capolino nella sua testa e decise di fare un passo in più. «Ah, s-signora Grant?».

«Sei ancora qui? Non me n'ero accorta».

«Non si era chiesta cosa facessi in magazzino?».

«No. A dire il vero non m'importa, ma ho come la sensazione che sto per scoprirlo», alzò gli occhi verso di lei e Kara tornò sui suoi passi, incrociando le braccia al petto.

«Cercavo vecchi articoli che riguardano i miei genitori. La loro morte, per l'esattezza», catturò la sua attenzione e continuò: «Loro sono morti per mano di un'organizzazione criminale undici anni fa e-».

«Stop, stop, stop! Ti fermo subito! Dove vorresti andare a parare?», incrociò le dita delle mani, squadrandola con attenzione.

Deglutì, facendo un altro deciso passo verso il suo capo. «Lei dice sempre che dobbiamo seguire il nostro istinto e raccontare ciò che sentiamo di dover raccontare e io pensavo di-», si fermò, arretrando appena quando sentì il duro sguardo della donna scrutarle dentro, «di… insomma, parlare di questo. Qualcuno mi ha privato dell'affetto della mia famiglia e-e non sono sicura che tutti stiano pagando adeguatamente per questo. Nessuno di loro è stato accusato di omicidio di primo grado! Nessuno ha confessato e-», trangugiò ancora saliva, facendosi coraggio e alzando la voce, «e se il vero mandante fosse ancora là fuori?». Cat Grant si appoggiò allo schienale, senza staccarle occhio un solo attimo. «Se loro lo avessero protetto? Si è parlato di personaggi di spicco, di alte cariche istituzionali, ricchi e potenti che hanno tenuto sotto controllo la città per chissà quanti anni e avrebbe senso», strinse i denti, «se quelli davvero in alto nella catena alimentare non fossero stati arrestati, allora». Cat si alzò ma Kara, che aveva preso il ritmo, continuò a parlare. «Voglio scrivere di questo! Di com'è stato traumatico, di che persone meravigliose fossero e di come hanno lasciato un vuoto dentro di me che non riesco a colmare», esclamò con occhi lucidi, «e di come dopo tanti anni il vero colpevole non stia pagando per tutto questo… Certo, se-se lei me lo permette, ovviamente, signora Grant», si calmò, abbassando la voce.

Cat Grant si spostò davanti alla sua scrivania con delicatezza, appoggiandosi contro e mettendo le gambe incrociate, un braccio a circondarle il petto e la mano sinistra libera, in modo che potesse gesticolare. «Ricordo qualcosa, ormai molto tempo fa…», mormorò, alzando le sopracciglia, «Avevo acquisito una piccola azienda e volevo farla diventare beh, ciò che è adesso. La CatCo allora era ancora un fiorellino pronto a sbocciare, tante idee, sponsor giusti… E qualcuno venne da me a propormi un affare, ed era un affare invitante», annuì ed era come se non la guardasse, scavando tra i suoi ricordi. «Rifiutai», chiosò seccamente, «Era ovvio. Non avrei permesso a nessuno di mettere mano nelle mie cose, anche se ciò significava perdere grosse somme di denaro che, allora, avrebbero fatto comodo alla CatCo. Il mio istinto non ha mai sbagliato, naturalmente: erano soldi sporchi. Mi invitarono una seconda volta e dopo mi lasciarono in pace».

«Chi era questo qualcuno?». A un'occhiata dell'altra si gelò. «S-Se posso chiederle, signora Grant».

«No, non puoi. Sai perché ho potuto rifiutare, Keira?».

«È Kara».

«Perché mi volevano con loro, non contro di loro. Mi vedevano come una loro pari. Per questo ho potuto rifiutare e andare avanti come uniche conseguenze non poter essere invitata ai party, sai che perdita. Ciò che sto cercando di dirti è che questa non è una favola, ci sono degli squali là fuori, persone cattive perché no, e tu», la indicò, minuta e stretta al suo cardigan giallo, «vorresti scrivere contro di loro?».

«I miei genitori-».

«I tuoi genitori preferirebbero saperti al sicuro o a fare la piccola detective per scoprire chi li ha uccisi?», le parlò con la voce sulla sua.

Kara si inumidì le labbra e così annuì, seria. «Quindi sta dicendo che ho ragione nel dire che non tutti sono finiti in prigione», aggrottò le sopracciglia, «Signora Grant, se lei sa qualcosa-».

«Sto dicendo che se , come sostieni, non sono stati tutti arrestati, scrivere di loro è un suicidio», alzò entrambe le braccia e a passo calcolato tornò dietro la scrivania, sedendo comodamente. «Tanto varrebbe uscire di casa con un bersaglio sulla testa», la guardò, serrando con forza le mascelle. «E se non fosse un suicidio per te, lo sarebbe di certo per la CatCo: noi non scriviamo di cospirazioni, supposizioni, un sacco di oni , noi facciamo informazione, ci occupiamo di realtà, e gossip, e moda, le cose che interessano alle persone e-», la bloccò con una mano quando al vide aprire bocca, «no, alle persone che leggono CatCo Magazine interessano notizie concrete, altrimenti leggerebbero le deliranti interviste di chi è stato rapito dagli ufo o gli opuscoli della chiesa».

Kara arrossì, gonfiando le labbra con fare seccato. «Quindi è un no?».

«È un no», confermò, cercando qualcosa sulla sua scrivania. Kara si voltò per uscire dall'ufficio; ci aveva provato e le era andato male, sperava proprio ti attirare qualcuno in modo che parlasse, in effetti, ma probabilmente non era quello il modo giusto per farlo. «Ti ho detto di andare, per caso?». La ragazza si girò di nuovo con uno scatto. «Vuoi davvero provare a scrivere?».

«Oh, sì», camminò rapidamente verso la scrivania. «Sono pronta, signora Grant, non se ne pentirà».

«Dovrai comunque proseguire il tuo tirocinio sotto la guida di Siobhan», alzò gli occhi, cercando conferma, «Ho un buco sul prossimo numero sulla famiglia, potresti provare a consegnarmi qualcosa. No cospirazioni, nessun nome di qualche criminale, no teorie su possibili assassini, non sei Olivia Benson , sei stata avvertita. Solo tu, il tema è la famiglia, cosa provi; deve essere qualcosa di vero, non voglio romanticherie da cinema di serie b. E…», la guardò di nuovo, segnando il suo nome, o meglio Keira Danvers, nella sua agenda, infilandolo in mezzo ad altri nomi e cancellature, «sarà anonimo».

«Anonimo?».

«Non mi ripeterò. Al lavoro ora! Chop chop».

La congedò e Kara uscì dall'ufficio un po' delusa che il suo primo vero articolo non sarebbe stato firmato. Le stava dando una grande possibilità, eppure ne era felice solo a metà.

Da Me a L!

Farò comunque del mio meglio, non voglio deludere le aspettative della signora Grant, però una volta consegnato le chiederò di poterlo firmare. È ingiusto! E merito di firmarlo.

Da L! a Me

Sii sempre rispettosa e andrà bene. Cat Grant potrà sembrare implacabile, ma adora l'intraprendenza. Si innamorerà di te e del tuo lavoro, vedrai. Finirò per essere gelosa!

Kara sorrise, arrossendo. Stava per rispondere quando le arrivò un altro messaggio:

Da BadSister a Me

E tu cosa le hai risposto?

Da Me a BadSister

Nulla, me ne sono andata. Ma appena sarò lì per consegnarglielo, le chiederò di poterlo firmare. Sarà il mio primo articolo: devo firmarlo!

Alex annuì col cellulare in mano, leggendo la risposta e rispondendo subito a sua volta:

Da Me a LittleSister

È giusto, dovrai prenderti i meriti! Ah, sorellina, appena torni a casa chiamami: devo parlarti.

Da LittleSister a Me

È successo qualcosa?

Da Me a LittleSister

Voglio sentirti su una cosa, niente di preoccupante. A dopo e ti voglio bene!

Sorrise nel leggere il suo ti voglio bene di rimando, infilando il cellulare nella tasca dei pantaloni stretti dei jeans e avvicinandosi a una delle scrivanie davanti al grande schermo sulla parete, dove l'aspettava John Jonzz.

«Sei riuscita a contattarla?», le domandò l'uomo, rimettendosi dritto con la schiena che aveva piegata fino a poco prima, appoggiato allo schienale di un dipendente che lavorava davanti a un pc. La vide annuire e sospirò. «Abbiamo aspettato fin troppi giorni per interrogarla».

Nel grande schermo alle sue spalle comparve la foto del coroner, il signor Morgan, con una lista di dati in loro possesso. «Speravo me ne parlasse da sola…». Alex affiancò il suo superiore ed entrambi guardarono la foto dell'uomo a braccia a conserte. «E lui? Ha chiamato?».

«No, il che ci fa supporre che ciò che ci ha detto la prima volta era tutto: ha parlato solo con Lena Luthor, Kara Danvers e quel ragazzo si sono intrufolati nella sua casa ma non ha trovato nulla di insolito, a parte la sua pappagallina che non stava zitta…», la guardò con occhi pesanti, sbuffando, «Non ha fatto altro che parlare di quella pappagallina. Il ragazzo è Bartholomew Henry Allen», disse, mentre sullo schermo l'immagine cambiava e compariva una sua foto con i dati raccolti, «Star Central City University, ottimi voti, campione di corsa, stella della sua squadra di lacrosse, vive con il detective Joe West, il suo padre affidatario. Lo abbiamo fatto pedinare ma non si comporta in modo insolito, è probabile che non sappia nulla e che fosse lì solo per aiutare».

«Per aiutare Kara», annuì Alex, «Sono amici. Se Kara sa qualcosa lo saprò». Lo aveva guardato con la coda dell'occhio; sapeva che era indispettito.

«Lo avevi detto anche l'ultima volta, agente Danvers, invece eccola che accompagna Lena Luthor, che avresti dovuto dissuadere dall'indagare, a parlare con il coroner».

Alex abbassò la testa rammaricata, per poi scuoterla brevemente, pensando che forse sua sorella stava diventando più brava ad avere dei segreti.

Da Me a L!

Pensavo che dovremo dirlo ad Alex… Non sopporto che ci siano segreti tra noi e poi potrebbe anche prenderla bene. Che ne pensi?

Da L! a Me

Non ne sono molto convinta, ma in fondo non conosco tua sorella bene quanto te. Possiamo provare ad accennarle qualcosa e vedere come si comporta.

Kara estrasse un sorriso, mettendosi subito a rispondere:

Anche perché temo lo abbia capito e che ne voglia parlare! Mi ha chiesto di chiamarla stasera…

Da L! a Me

Ah. Va bene, allora passa da me questa sera e vediamo di affrontarla insieme. Sarà uno spasso.

Da Me a L!

Perfetto! Non vedo l'ora di venire!

Aggiunse al messaggio una faccina e inviò, non rendendosi conto della sinistra presenza alle sue spalle. «Scambio di messaggini spinti durante l'orario di lavoro…», esclamò Siobhan, inarcando le sopracciglia, «Non ti facevo così audace… Però, cominciò a rivalutarti». Si allontanò ridacchiando mentre Kara sbiancava.

«Non- Cosa stai cercando di insinuare?!». Rilesse il messaggio inviato rapidamente e spalancò gli occhi, mentre le gote si imporporavano.

«Oh, la bambina è imbarazzata, guardala come diventa rossa», rise l'altra, sedendo davanti alla sua scrivania. «Ma figurati! Non mi preoccuperei che il destinatario possa fraintendere, fossi in te, e grazie al cielo non sono come te, s'intende», ridacchiò, alzando una mano e controllandosi le unghie, «Sei così pura che non faticherei a credere se fossi vergine».

Kara stava per aprire bocca ma alla fine optò per ignorarla: era lì per lavorare e non per lasciarsi prendere in giro dall'arpia. Anzi, era ormai ora di tornare a casa e di certo non ne valeva la pena. Prese la sua giacca e la salutò con un cenno veloce della mano.

Da Vaniglia a Me

A casa tua. Avevo inviato prima per errore!

Lena rise nel leggere l'ultimo messaggio: a volte, Kara era proprio una bambina. Posò il cellulare sul bancone della cucina e aspettò che sua madre, che era fuori a prendersi cura di alcuni fiori con Eliza, tornò dentro. Sapeva che Eliza doveva uscire, doveva tornare alla Luthor Corp, così ne avrebbe approfittato per parlare con Lillian da sola. Si sentiva pronta per affrontare quella discussione; ci aveva rimuginato fin troppi giorni. Doveva farlo.

«Ci vediamo questa notte, Lena. Torneremo tardi», le comunicò tornando dentro mentre entrambe si affrettavano ad andare a prendere le giacche appese nell'ingresso.

«Esci anche tu?».

«Devo sbrigare alcune faccende». Uscì per prima, senza guardarla, mentre Eliza la salutava, per poi sussurrarle:

«Mi porta fuori a vedere una mostra, torneremo tardi», la abbracciò. «Chiamo Alex e Kara e vedo se sono libere, così magari ti fanno compagnia, sei sempre sola», adocchiò dalla finestra Lillian che l'aspettava e fece due passi verso la porta. «Va bene?».

«Ho molto da studiare; la solitudine non è un problema». Si salutarono ed Eliza chiuse la porta. Aveva da studiare, ripassare alcuni programmi per la Luthor Corp, organizzare dei pranzi d'affari con futuri collaboratori, stilare un programma per le ragazze a cui faceva da tutor e, se riusciva, dormire un po'. «Va bene. Mettiamoci al lavoro». Adocchiò il cellulare, tornando in cucina. Beh… forse poteva farlo più tardi. Chiamò subito Kara, che era tornata da poco alla Sunrise.

«Quando posso ven- andare da te?», Kara arrossì, ridacchiando contro il cellulare, «Ah, va bene… Tra poco allora, sistemo le ultime cose e arrivo. Mi farò una bella camminata, non preoccuparti». Chiuse la chiamata. Sembrava che Lena non vedesse l'ora di vederla, oggi. Poggiò il cellulare sulla mensola dietro al letto e sollevò lo schermo del tablet che aveva nascosto contro il copriletto, mettendo di nuovo su play e sistemandosi comoda. Le sue iridi si aprivano tanto più le si coloravano le gote, di un rosa acceso. Guardando il video senza riuscire a perdersi un attimo, la mascella si spalancò lentamente, deglutì, incurvò il collo e aggrottò le sopracciglia.

«È un porno, quello?».

«Aaah!».

«Aaah! Perché urli?».

Megan era appena uscita dal bagno, involta in un accappatoio; entrambe si portarono le mani contro il petto, poi Kara cercò di mettere pausa ma le scivolò il tablet e la sua compagna di stanza arrivò prima di lei, sollevandolo e spalancando la bocca in un enorme sorriso.

«Un porno tra due donne? La cosa si fa seria».

Kara sbuffò. «Credo sia tardi per dire non è quello che pensi, beh… perché è proprio quello che pensi», lo riprese dalle sue mani, mettendo pausa.

«Però?».

«N-Non c'è nessun però», arrossì.

«Quando mi hai detto di non essere mai stata con una donna e di aver paura di fare qualcosa di sbagliato non ti avevo fatto così disperata. Ti ho lasciato che dovevi studiare e scrivere l'articolo e ti ritrovo con i porno», si sedette accanto a lei e Kara abbassò lo sguardo, stringendo i denti.

«Lo so che i porno non rappresentano esattamente la realtà, ma…», scrollò le spalle, «mi danno un'idea».

«Quando verrà il momento, sarà una cosa spontanea…», abbozzò una risata, «Non credo tu ti debba preparare, non così se non altro». Allungò lo sguardo allo schermo del tablet. «I porno danno un'idea sbagliata del sesso».

Si zittirono, poi si guardarono. Kara riprese il tablet e si scambiarono un altro sguardo. «Cosa faccio…? Rimetto play?».

Annuì. «Mi sono sempre chiesta come fosse per le lesbiche».

 

Mia madre mi ha sempre detto che la famiglia non è qualcosa che ti capita per caso.

Che per molti potrebbe sembrarlo, e diventarlo, ma che è un'altra cosa.

La famiglia sono persone che si cercano, che si confrontano, che si tengono per mano quando tutto va male perché che sono la forza l'uno degli altri; e può capitare che queste persone abbiano tra loro legami di sangue, e altre volte no. La famiglia la cerchi, la costruisci. Sono persone che si vogliono bene e questo va al di là dei semplici legami biologici. Mia madre lo sa bene, è una scienziata. Me lo ha detto la prima volta quando ho passato la prima notte a casa sua, quando ancora non era casa mia.

Sono stata adottata, ho avuto una seconda occasione, una seconda madre, una seconda famiglia. E sto per averne una terza: proprio perché la famiglia non capita, si sceglie, si crea.

 

Uscì di casa di fretta. Dopo la visione, che aveva lasciato a Megan, Kara aveva cominciato ad abbozzare il suo primo articolo e continuò a pensarci lungo il tragitto fino alla villa dei Luthor, scrivendo qualche nota sul telefono. Aveva sentito così spesso sua madre Eliza parlare di famiglia, e ora che stava per sposare Lillian ancora di più. La donna ci teneva perché restassero tutti uniti, perché funzionasse, quasi sicuramente perché anche per lei era una seconda occasione. E Kara era davvero scettica all'inizio, ma ora tutto sembrava avere un senso e, quando Lena Luthor la guardava, il senso era ancora più chiaro.

Superò il cancello che aveva aperto per lei, intanto che l'aspettava davanti al portone, richiamandola con un dito verso di sé. E ora poteva davvero baciarla… Sorrise e, labbra contro labbra, la spinse all'interno, poi chiusero la porta con un tonfo. «Aspetta», si separò da lei, spalancando gli occhi, «Lillian non è a casa?».

«Siamo sole». Lena la prese per il colletto e l'attirò verso di sé, sorprendendola con un altro bacio, intanto che la mano sinistra scendeva lungo la sua schiena e, stringendola, la spingeva contro il proprio corpo. «Cosa vuoi fare…?», le domandò con la bocca schiusa, ancora vicine, guardandola negli occhi. «Non ti sforzerò a far nulla, lo sai…».

«I-I-Io…». Cercò di schiarirsi la gola ma, essendo ancora tanto vicina al suo viso, ciò che emise Kara, trattenendosi, fu più un verso d'agonia. «Vorrei tanto fare l'amore con te, Lena».

«Possiamo aspettare, va bene così», sorrise, acchiappandole un labbro e, senza staccarsi e chiudendo gli occhi, baciandola lentamente, così anche Kara li chiuse, lasciandosi trasportare.

Sapeva che Lena poteva aspettare perché riusciva a farlo ogni volta, ma forse chi non poteva più aspettare era lei. Era in ansia per la loro prima volta, la sentiva arrivare, e ogni volta il suo corpo le faceva capire di essere pronto, accaldandosi verso il basso ventre e, come in quell'istante, lasciando che il cuore battesse a ritmi più calcolati, trattenendo il respiro. La voleva. Desiderava il suo corpo nudo sul proprio, sentirla come mai prima. Anche se ne aveva paura. Soprattutto dal momento che ne aveva paura.

Doveva dirglielo. Ora. Erano sole ed era il momento giusto.

«Lena…», si staccò, aprendo un poco gli occhi chiari, frastornata da quanto potessero essere caldi i suoi baci. «Io ti vo-».

«Shh», le baciò il naso, alzandosi con la punta dei piedi scalzi. «Non preoccuparti». Si staccò e per un attimo Kara sentì mancarle l'aria. Le prese una mano e la trascinò dentro. «A che ora devi chiamare Alex?».

Oh, Lena aveva frainteso e il loro momento era magicamente scomparso. Kara sbuffò, ma cercò di non dare a vedere il suo disappunto.

Provò a chiamare Alex ma si inseriva la segreteria telefonica, così le inviò un messaggio per sapere che fine avesse fatto. Intanto le due sembravano aver trovato qualcosa da fare per ingannare l'attesa: si erano sedute davanti al piano e Lena, armata di molta pazienza, stava tentando di offrire a Kara una base di conoscenza.

«Sbagli». Le spostò un dito, avvolgendo la mano con le sue. «Anche questa. Vedi?». Le spostò anche l'altra mano e alzò lo sguardo su di lei, rendendosi conto che non poteva che sbagliare se i suoi occhi erano rivolti a lei e non al piano. «Cosa c'è adesso?», rise imbarazzata, rendendosi conto che non era riuscita a non far emergere le sue emozioni come al solito.

Ti amo, pensò, e aprì la bocca per dirglielo, ma non ci riuscì. «Suoni qualcosa?».

«Ti sei già arresa? Va bene. Lascia fare a me».

Appena poté udire le prime note, Kara si perse. Non guardava il piano o le sue mani che suonavano, guardava lei e ascoltava la melodia che produceva e che effetto le faceva. Il viso era rilassato ma, di tanto in tanto, come il suono si faceva più alto, contraeva le sopracciglia e si formava una piccola ruga in mezzo agli occhi. Kara si assicurò di sporgersi per vederla meglio. Le labbra si arricciavano, le narici di tanto in tanto tendevano a dilatarsi e la melodia si fece più veloce e Kara si sentì rapire. Chiuse gli occhi e il buio diventò luce, diventò colore, diventò lei. Pian piano, si appoggiò a lei e la melodia cessò. Sentì una carezza sul viso e riaprì gli occhi. Non dissero nulla e continuarono a guardarsi, sorridendo e infine mettendosi a ridere, nascondendosi il viso per l'imbarazzo.

 

Mi manca la mia prima famiglia; a volte più di altre.

Mi è stata strappata troppo presto e mi ritrovo a pensare alla vita che avrei fatto se ancora fossi con loro, che persona diversa sarei, e

Non nego che mi manchi la mia famiglia di nascita, eppure una parte di me non riesce ad immaginare una vita con loro, adesso.

Non è vero che tutto capita per una ragione; è un'assurdità che non fa sentire meglio nessuno e chi, come me, ha perso qualcuno di caro, concorderà, ma penso che la vita sia troppo complicata per esprimerla con una frase ad effetto.

La famiglia non è un blocco di cemento: cambia, cresce con noi. Le persone vanno, altre restano, alcune ci trovano. E ci innamoriamo.

Ricominciamo con loro al nostro fianco.

 

«Il mio fiore preferito è la plumeria», disse. «Tocca a te».

Kara aveva provato a ricontattare Alex e, nell'attesa, le due si erano sdraiate sul divano, Kara con i piedi verso l'ingresso e Lena verso la portafinestra che portava in giardino. I loro visi erano vicini e, di tanto in tanto, Lena amava alzare le braccia e picchiettarle la fronte o, quando era distratta, annusarle i capelli.

«Anche a me piace molto», sorrise.

Si accorsero che non avevano mai parlato così a lungo semplicemente del più e del meno e domande come qual è il tuo colore preferito? non erano mai sembrate tanto importanti.