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Regina senza Scettro

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«C’è un sentiero da seguire e non è quello tracciato da qualsiasi pianta commestibile!»

Balkahîli tirò le redini del cavallo di montagna, nel tentativo – vano – di distoglierlo da un ciuffo d’erba che aveva attirato la sua attenzione. Così come altri innumerevoli ciuffi d’erba prima.

Perché aveva scelto quella bestia stupida come compagno di viaggio, invece di uno schiavo?

Alla fine lo scopo sarebbe stato lo stesso – portare i suoi viveri – ma almeno con uno schiavo si poteva ragionare. Parlare. Ottenere obbedienza.

Con un cavallo di montagna, cugino glorificato di un mulo, no.

Se avesse ancora creduto che gli Avalôi avessero qualche potere sulla vita degli Uomini, Balkahîli avrebbe detto che si stavano prendendo gioco di lei. Sarebbe stato tipico loro preferire il figlio maschio alla legittima erede femmina.

Perché, sì, non fosse stato per quel cocciuto di Gimilzôr lei non si sarebbe trovata lì tra le rocce inospitali del Khâdatar, con una stupida bestia acquistata da contadini al confine del Mittabar, in cambio del suo splendido cavallo delle stalle reali.

Se non fosse stato per Gimilzôr, che voleva tutto solo perché era il figlio maschio e perché mammina cara lo aveva coccolato troppo, Balkahîli sarebbe stata a palazzo a bere vino mentre una schiava le massaggiava i piedi e qualche poeta di corte, più bravo con la bocca che con i versi, avrebbe cercato di convincerla che la sua ultima composizione in suo onore fosse la migliore mai sentita.

La bestia approfittò della sua distrazione per addentare il ciuffo d’erba.

Affondassero tutti!

Balkahîli lanciò le redini, passò una gamba sopra il dorso della bestia e saltò a terra.

«Mangia pure e che ti venga un’indigestione» borbottò.

Avrebbe dovuto munirsi di paraocchi, per quell’animale inutile. Balkahîli si prese il mento tra pollice e indice. Poteva anche provare ad assemblarne uno… o no? La cintura che aveva alla vita, sopra alla fusciacca, poteva essere utile per chiudere due lembi di stoffa–

No. Non avrebbe sacrificato altri capi di abbigliamento a questa fuga.

Aveva già sacrificato abbastanza.

Noncurante di tutto, la bestia proseguì a testa china tra l’erbetta mista a brugo.

Balkahîli sedette sul posto e abbracciò le gambe piegate contro il petto. Voleva un bicchiere di vino. Anzi no, una brocca o ancora meglio un barile intero. Avrebbe dovuto pensarci e caricarselo alla partenza.

Poteva vivere senza cibo, ma senza vino le giornate erano così insignificanti.

A maggior ragione se si trovava con una bestia stupida.

Unzûkadar era ancora troppo lontana e di questo passo ci avrebbe impiegato il doppio del tempo ad arrivarci. Era a circa metà strada e ringraziava solo che fosse primavera e non autunno, o avrebbe ceduto a percorrere la via maestra pur di muoversi.

E avrebbe perso il vantaggio di seguire il percorso che nessuno si sarebbe aspettato da lei.

Dopotutto la credevano una principessa viziata che mai avrebbe sacrificato il vino e gli agi per una vita vagabonda.

Avevano ragione.

L’unico che avrebbe potuto sospettare un’azione simile da lei era Sakalthôr. Ma Balkahîli non poteva contare su suo padre, così come non aveva potuto contare sul suo supporto per lo Scettro.

E dire che lei era stata così soddisfatta da come si era messa la situazione, quando sua sorella Phazakhêri aveva rinunciato allo Scettro – anche con aria piuttosto schifata – per l’opportunità di vivere sulla costa con la sua amante.

«Sarò la prossima Regina Regnante» aveva sempre detto Balkahîli a suo padre, dopo le visite ufficiali in cui lui se la portava dietro.

Dopotutto, come credere altrimenti? Lui le aveva insegnato molte cose sul governo dell’isola: le aveva mostrato come ci si comportava con i nobili e con il popolo; come si seguivano i lavori nei cantieri navali – quando ancora salpava verso Anazûlê; come si benediceva un corteo in partenza e si accoglieva un condottiero tornato dal mare – quando aveva smesso di viaggiare.

Come le aveva sorriso allora, attû.

Come avevano brillato d’orgoglio i suoi occhi.

Non aveva avuto nulla in comune con l’aria dimessa con cui aveva taciuto di fronte al Consiglio, mentre Gimilzôr rivendicava lo Scettro come suo di diritto.

Balkahîli strinse i pugni, torcendo la stoffa del mantello tra le dita.

«Prendi Nimrulôdi, fanne la città natale di una nuova stirpe di marinai» le avevano detto. «Chissà, magari un giorno saranno i tuoi discendenti ad approdare sulle spiagge di Amatthâni».

Poteva immaginare che, quando avevano offerto ad Adûnabel la signoria di Azûlada, la prospettiva era stata indorata allo stesso modo.

Ma Balkahîli non sarebbe stata un’altra Adûnabel. Men che meno come Belzorêth, che aveva fatto per prima un passo indietro e senza volere niente in cambio.

No, lei aveva rifiutato. A ogni proposta, aveva scosso il capo.

«Insomma, cosa desideri?» le avevano chiesto, infine.

E la sua risposta era stata semplice: «Un regno».

Il suo regno.

Anadûnê.

Non avrebbe accettato altro, se non quello che le spettava di diritto.

«Chi sposerai, Balkahîli?» si era levata la voce di attû. «Da chi ti farai controllare e guidare?»

«Da nessuno» aveva risposto lei.

«Non puoi rimanere nubile, da dove credi arriverà il tuo erede?» aveva detto Gimilzôr.

«Dovresti esserne felice, fratellino. Alla fine, la fortuna tornerebbe alla tua stirpe». Gli aveva rivolto un gran sorriso. «Un’altra regina è rimasta nubile e ha passato lo Scettro a suo nipote: il tuo pio primogenito sarà re, o chissà, magari riuscirai a farlo rinunciare in favore del tuo preferito – come ti sembra questa prospettiva?»

«Balkahîli».

Con quel nome e uno sguardo stanco, attû aveva zittito qualsiasi sua provocazione. Con un cenno del capo, aveva permesso al Consiglio di deliberare che consideravano Gimilzôr l’Erede putativo.

Le aveva voltato le spalle, l’aveva lasciata sola contro il suo figlio maschio.

Sola com’era stata, si era dovuta affidare agli unici che le erano rimasti al fianco. La sua cerchia, anche se comprendeva alcuni figli di quei consiglieri che avevano supportato quell’ingiustizia. Cos’altro avrebbe potuto fare, quando nel palazzo ribolliva la possibilità di una sua deposizione forzata?

Aveva preso a far assaggiare il suo cibo da una schiava.

Si era circondata di mercenari pagati da lei stessa.

Aveva guardato con sospetto i suoi stessi alleati.

Ma non aveva potuto chiudersi nei suoi appartamenti per sempre. Altrimenti Gimilzôr l’avrebbe murata viva là dentro. Aveva cercato una via di fuga, ma persino chi era ancora fedele agli Avalôi era con Gimilzôr, perché lui aveva sposato una signora della loro gente e avevano grandi speranze se non per il suo regno, per quello del giovane Inziladûn.

Infine era arrivata la via d’uscita che aveva cercato, dall’unica persona il cui padre le aveva rivolto uno sguardo dispiaciuto, prima di votare contro di lei. Dall’unico amico fedele della sua gioventù, in quella cerchia di giovani rampolli disinteressati alla politica.

Raggiungici a Unzûkadar e avrai la protezione dei suoi Signori, le aveva scritto Imrazîr, in una delle ultime lettere in cui le aveva riferito cosa si mormorava dei piani di Gimilzôr.

Lontana dalle trame che l’avevano cacciata da palazzo, Balkahîli non era più così certa di quella scelta. Ma poteva solo sperare che Imrazîr avesse avvisato il padre dell’arrivo, altrimenti la casa dei Signori di Unzûkadar non le avrebbe aperto le porte.

Sarebbe stato come percorrere la Via dell’Ovest. Avrebbe finito i suoi giorni sgozzata sul ciglio della strada.

Balkahîli si levò da terra.

Non poteva perdere altro tempo.

 

* * *

 

Le tracce parlavano chiaro. La principessa era passata di qui, ci si era fermata a lungo e la sua cavalcatura aveva ripulito la zona di qualsiasi erba commestibile.

Minulzôr era sulla giusta strada.

«Vai, trovala» gli aveva ordinato Gimilzôr, le nocche bianche intorno alla lettera che gli aveva rivelato l’inganno. «Se dopo tre giorni non avrò tue notizie, manderò i miei uomini a cercarla. A meno che tu non mi chieda il contrario».

Nella sua sacca, si trovava la ragione per fargli quella richiesta. Per quanto la sola idea lo disgustasse.

Accarezzò l’elsa del pugnale appeso in vita.

Minulzôr avrebbe fatto da sé. Non sarebbe stato necessario usare metodi a lui estranei. Avrebbe contattato Gimilzôr solo per informarlo della presa in custodia della sorella, non per altro. Dopo di che avrebbe deciso cosa fare.

Decisione che avrebbe dovuto prendere molto presto, da quel che poteva vedere.

Minulzôr spinse il cavallo in avanti, gli occhi sui segni di zoccoli appena visibili nell’erba coriacea. Li conosceva a memoria e il cambiamento che stava notando lo esaltava. Dopo un giorno intero di piste troppo vecchie, infine aveva delle tracce fresche.

La principessa era sola, la zona non ospitava nessuno che avrebbe potuto darle una mano.

Chissà come avesse creduto una buona idea quella di muoversi tra queste montagne. C’erano strade più praticabili e meno desolate per raggiungere Unzûkadar, pur evitando la Via dell’Ovest.

Minulzôr trattenne una risata e invitò il cavallo a proseguire. Dimenticava di chi stava parlando.

La principessa Balkahîli non era nota per essere un paragone di virtù, né tantomeno di abilità politiche e strategiche. Circondata da altri nobili rampolli sfaccendati come lei, sicuri della loro eredità e per nulla intenzionati a dimostrarsene degni, passava le sue giornate a gozzovigliare.

Aveva perso il conto di quante volte si era trovato davanti a una scenata di qualcuno degli amanti di lei – spesso artisti mediocri che si divertiva a lusingare per sentirsi una grande protettrice della cultura anadûni.

Oppure davanti a lei ubriaca. Una volta aveva avuto persino la sventura di doverle parlare per conto di Gimilzôr e non aveva dimenticato l’odore di vino che lei aveva emanato. Né il resto.

«Oh, il cane di mio fratello» aveva esordito, sorgendo dal letto coperto di cuscini, le gambe dalle cosce morbide che spuntavano dallo spacco del vestito. «Sei venuto ad abbaiare per lui? Gli stiamo dando fastidio?»

Lei gli si era avvicinata, un sorriso languido sulle labbra e aveva afferrato il laccio che gli chiudeva la tunica.

«Oppure vuoi rimproverarci per i nostri passatempi, come se non sapessimo da quale famiglia discendi?»

Minulzôr non ricordava più cosa fosse andato a dirle e come le avesse risposto. Ma non poteva dimenticare l’effetto che gli aveva fatto trovarsela così vicina, il calore che proveniva da lei misto a quello di frutta e vino. E come lei gli aveva puntato un dito al petto. Come aveva preso a tracciargli ghirigori sul torso ed era scesa sempre di più, diretta alla cintura – se solo non le avesse afferrato il polso e messo fine ai suoi piani.

Aveva continuato a evitarla il più possibile e passare buona parte del tempo nella Terra di Mezzo lo aveva aiutato a liberarsi di quella sensazione fastidiosa.

Minulzôr non capiva come fosse possibile che Ar-Sakalthôr non l’avesse ancora disconosciuta, per tutto l’imbarazzo che provocava alla famiglia reale.

«Non reggerà più di due giorni senza vino» aveva detto Gimilzôr. «Sarà una caccia fin troppo facile per te».

Forse aveva sottovalutato sua sorella – perché era durata un giorno di più –, ma questa non era comunque una caccia all’altezza di Minulzôr. Nella Terra di Mezzo, negli spazi sconfinati del Sud, aveva affrontato situazioni ben più complesse e impegnative. Ora si trovava su un’isola e quella che stava inseguendo era una principessa che aveva messo piede fuori da palazzo solo per raggiungere la residenza estiva e fare cavalcate con un gruppo di cortigiani pigri quanto lei.

Era un compito che avrebbe potuto portare a termine anche l’ultimo arrivato, mentre Minulzôr sarebbe stato più utile nell’Umbar, da cui giungevano notizie inquietanti.

Ma la fiducia di Gimilzôr verso di lui era la chiave di questa assegnazione. Il suo signore aveva bisogno che Minulzôr fosse efficace e non si lasciasse impietosire, perché la principessa poteva essere sprovveduta quando si trattava di fuggire, ma era molto brava a giocare con le persone.

Dopotutto, non era da nobildonna viziata qualsiasi far credere per due giorni interi di essere ospite a una festa nel palazzo cittadino di Uruzîrin di Durnûkad. Quello era stato il lasso di tempo che aveva impiegato Gimilzôr a rendersi conto dell’inganno, e solo perché conosceva sua sorella fin troppo bene.

Minulzôr proseguì ancora un paio di ore, fino ad addentrarsi in uno dei boschi sparsi nella brughiera alle pendici dei monti. I picchi delle aquile si innalzavano all’orizzonte, per ricordargli che poteva essere un’altra la meta della principessa.

La Torre sul Narkuzîth.

Avrebbe mandato qualcuno a cercarla lì, se non fosse stato che la Torre era abbandonata alle cure a un piccolo gruppo di servitori, dopo che Ar-Zimrathôn si era stancato di guardare al cielo, in attesa che qualche stella cadesse nei suoi forzieri affamati.

Ma non poteva escludere quella possibilità finché la principessa non avesse piegato con decisione verso Ovest.

Le tracce che si intravedevano nel fitto sottobosco lo rassicurarono sulla correttezza della direzione. Finché non udì qualcosa.

Un nitrito e una voce bassa.

Non poteva distinguere cosa stesse dicendo, avrebbe dovuto avvicinarsi di più.

Poco male, la pista portava in quella direzione. Minulzôr smontò da cavallo, si assicurò la faretra alla vita e recuperò la balestra appesa di traverso dietro la schiena. La voce tacque, ma lo sbuffo del cavallo gli confermò che erano ancora sul posto.

Minulzôr avanzò mettendo un piede nell’orma lasciata dall’altro, le orecchie tese a percepire qualsiasi rumore al di fuori di quelli che aveva già identificato.

Lo scorrere dell’acqua.

Un picchio in lontananza che aveva ripreso a lavorare.

Una bestia di piccola taglia si allontanò dalla sua preda.

Minulzôr raggiunse la linea di cespugli che delimitava l’inizio dell’argine del ruscello e tra le foglie scorse un cavallo dal manto pezzato marrone e grigio, con qualche spruzzata di bianco sull’anca.

Più a sinistra, un ragazzino.

Abbassò la balestra. Quei polpacci scarni che spuntavano dai pantaloni, le spalle magre e il collo sottile, quel corpo troppo esile per gli abiti da uomo adulto e quel taglio di capelli gli facevano pensare solo a un ragazzino che aveva ancora qualche decennio da vivere prima di raggiungere la maggiore età.

Aveva seguito la pista sbagliata?

Non gli era mai successo prima e gli indizi disseminati lungo la strada non lasciavano dubbi.

Magari quello era un servitore?

In tal caso, dove era la principessa?

Minulzôr si accovacciò, gli occhi puntati sul ragazzino.

«Hai fatto i tuoi comodi fino ad ora» disse quello al cavallo e srotolò la fusciacca dalla vita. «Lasciami lavare in pace, che puzzo di te fin sotto la pelle».

Non era la voce di un ragazzino. L’aveva già sentita.

Poi quello lasciò cadere i pantaloni lungo cosce morbide.

Ah.

Minulzôr strinse la mano intorno al fusto della balestra.

Quello non era un ragazzo a qualche decennio dalla maggiore età. Nossignore, era una donna che aveva vissuto sei volte tanto e in un tale agio da permettersi di sembrare molto più giovane.

La principessa aveva tagliato i capelli come un ragazzino adolescente.

Quel manto nocciola lucido le arrivava poco sotto le orecchie, increspato da onde disordinate, in ciocche sporche dopo giorni senza aver visto acqua o pettine.

Ecco a cosa era disposta la principessa per lo Scettro.

Se Gimilzôr l’aveva sottovalutata, Minulzôr non era stato da meno.

Posizionò il dardo e tese la corda della balestra fino alla noce.

Non avrebbe commesso lo stesso errore due volte.

 

* * *

 

Con la veste corta aperta, Balkahîli sciolse il corsetto che teneva l’imbottitura per nascondere la curva della vita. Era molto orgogliosa di questa sua trovata, anche se vestirsi per corte non era nulla di diverso da un continuo travestimento. Alcuni uomini fingevano di avere spalle più possenti di quelle che avrebbero potuto avere da una vita oziosa; altri – maschi e femmine – nascondevano venti abbondanti o una vita più larga dei loro gusti in corsetti; alcune donne riempivano il fronte delle loro vesti.

Nessuno era come voleva apparire.

Fingersi un ragazzo non era l’inganno più difficile che avesse dovuto portare avanti. Soprattutto perché non doveva interagire davvero con nessuno, solo apparirlo da lontano.

Ciò non voleva dire che non vedesse l’ora di tornare negli abiti che preferiva, senza questa puzza di cavallo addosso e i capelli in condizioni pietose.

Balkahîli raggiunse l’acqua del torrente e la saggiò con la punta del piede. Era più gelida di quanto si fosse aspettata, ma non aveva molta scelta. Appena arrivata a Unzûkadar avrebbe fatto il bagno caldo che tanto desiderava. Ora si sarebbe accontentata di sentire un po’ di acqua sulla pelle e dell’illusione di essere più pulita di prima.

Si sfilò la veste, la gettò verso il resto degli abiti, e rimase nella camiciola sulla riva, le dita dei piedi arricciate sulla terra bagnata e compatta. L’aria era troppo pungente per i suoi gusti, il sole coperto dalle nuvole non poteva nulla contro l’ombra lunga del bosco.

Almeno più a destra c’era un masso perfetto per sedersi e aspettare che il corpo si abituasse alla temperatura dell’acqua. Funzionava in mare, avrebbe funzionato anche con un torrente, no?

Comunque, non intendeva – né avrebbe potuto – immergersi. A occhio, il fondo era così basso che, se si fosse seduta al centro del torrente, avrebbe avuto comunque le spalle fuori dall’acqua.

Mosse un passo sulla riva, la terra che si infilava tra le dita – ugh –, saggiò i sassi levigati più vicini all’acqua, ma erano scivolosi e proseguì a passi lenti fino al masso.

Infine, sedette e immerse entrambi i piedi nell’acqua.

Solo allora si concesse di sentire il groppo che le stringeva la gola.

Non voleva essere qui.

Voleva essere al palazzo, con abiti comodi, un bagno caldo a portata di mano, un po’ di compagnia.

Essere sola con quel cavallo idiota non era divertente.

La sua cerchia a palazzo poteva non conoscerla nel profondo – ma le stava bene, neppure lei voleva che qualcuno la conoscesse così –, ma non la faceva sentire sola. La rendeva parte di qualcosa, sempre al centro dell’attenzione, sempre distante da qualsiasi pensiero sgradevole. Dove non arrivavano le altre persone, c’era il vino.

Nella brughiera, così come in questo bosco, si sentiva insignificante e schiacciata dal peso della sua mente.

Se fosse morta durante questo viaggio, nessuno se ne sarebbe accorto.

Nessuno l’avrebbe trovata.

Un brivido la percorse e Balkahîli si strinse nelle braccia, alla ricerca di calore.

Tlack.

Si voltò verso la boscaglia e a pochi passi da lei, con la balestra puntata contro, c’era l’ultima persona al mondo che avrebbe voluto la trovasse.

E la prima che avrebbe dovuto aspettarsi sulle sue tracce.

«Minulzôr».

Lui mosse un altro passo verso di lei, i movimenti lenti da grosso felino di Anazûlê. Vestiva abiti comodi da caccia, i pantaloni di pelle infilati negli stivali a metà stinco, il farsetto sulla camicia, intorno ai fianchi la cintura con faretra e pugnale. I capelli rosso cupo, suo segno distintivo, erano tirati in una coda più sfatta del solito.

Lo aveva fatto penare? Poteva solo sperarlo!

Minulzôr le rivolse un cenno del capo. «Principessa».

Non si sarebbe lasciata ingannare dalla presa rilassata intorno alla balestra. Questo era il cane da caccia di Gimilzôr. Mandato a ucciderla.

«Pensi di potermi seguire di buon grado, o questa faccenda deve insanguinarsi?» le disse, con tono noncurante. Come se per lui non ci fosse differenza, come se fosse pronto a entrambe le possibilità e non ne preferisse nessuna.

Balkahîli preferiva l’alternativa che lui non aveva preso in considerazione. La bestia stupida era lontana da lui, alla destra. Lei avrebbe potuto raggiungerla se avesse colto Minulzôr di sorpresa e corso più veloce che mai. Con il giusto incentivo – la paura – anche quel mulo glorificato avrebbe corso per la sua vita.

Se voleva farcela, ce l’avrebbe fatta.

Balkahîli si alzò dalla roccia, l’acqua intorno ai polpacci, e si voltò verso di lui.

«Penso di non voler andare da nessuna parte con te» disse. «Né morta né viva».

E scattò verso la bestia, i piedi sui ciottoli nell’acqua gelida.

Minulzôr non rispose – troppo impegnato a seguirla, di sicuro.

Lo avrebbe seminato, aveva il vantaggio della sorpre–

Un piede scivolò sulle pietre e, con un urlo, Balkahîli finì nel torrente.

Gelida, l’acqua era gelida!

Uno strattone, uno strappo, e Balkahîli si sollevò su mani e ginocchia per ritrovarsi Minulzôr sopra, le gambe ai suoi lati, un lembo della camiciola in mano.

«Come pensavi di fermare la caduta tirandomi per i vestiti?» gli disse e si raddrizò sui talloni.

«Avrei preso i capelli, se li avessi avuti ancora lunghi». Minulzôr le afferrò un braccio e la tirò in piedi, contro di sé.

Il fronte della camiciola penzolò giù dal suo petto, pesante per l’acqua e privo del sostegno del retro strappato. Balkahîli sollevò lo sguardo per incontrare quello di Minulzôr che faceva la stessa cosa.

Non c’era alcuna traccia di pensieri sul suo viso. Per quanto ne sapeva, più che interessato a livello animale dalla vista, doveva essere disgustato da lei che osava stargli davanti nuda senza un briciolo di vergogna. Doveva aver imparato a controllare la dissolutezza che gli scorreva nelle vene, fino a diventare di roccia.

«A questo punto, non c’è molto da discutere su cosa farai» disse Minulzôr, una mano stretta intorno al suo braccio. «Puoi scegliere se vuoi le mani libere o se devo legarti».

Incapace a resistere, Balkahîli sollevò un angolo della bocca e spinse il bacino contro di lui. Oh. Era di roccia sì, il cane di Gimilzôr. In tutti i sensi.

«Preferirei te legato, ma se l’idea ti piace tanto…»

Minulzôr inarcò le sopracciglia.

«Non ti preoccupare, so come– Ehi!»

Balkahîli si ritrovò sollevata dal torrente, tra le braccia di lui. Non poté appigliarsi da nessuna parte, se non alle sue spalle. Che non avevano alcuna imbottitura, erano ampie e forti per natura.

Minulzôr la ricondusse sulla terra ferma, lontano da riva, ma non la lasciò ancora andare.

«Ti poserò a terra per farti rivestire» le disse. «Non costringermi a farti da ancella per evitare che tu fugga. Non gradiresti».

Balkahîli tirò indietro la testa per guardarlo in volto. «Cosa te lo fa pensare?»

Lo sguardo gelido che le rivolse fu l’unica risposta che ottenne.

Minulzôr la lasciò scivolare dalle sue braccia, con i piedi bagnati sui pantaloni abbandonati per terra. Come se già non avesse la camicia inzuppata che ci gocciolava sopra.

Che seccatura, si era buttata in acqua per niente!

Balkahîli afferrò una ciocca bagnata che le ciondolava di fianco al viso.

«Ho bisogno di lavarmi almeno i capelli» disse e sollevò lo sguardo verso Minulzôr, «non ho intenzione di muovermi di qui finché non lo avrò fatto».

Lui la fissò, la mascella serrata.

Balkahîli gonfiò il petto in un sospiro e l’equilibrio già precario della camiciola strappata peggiorò: le scivolò lungo le braccia e uno sguardo le mostrò i capezzoli irrigiditi dal freddo.

Ma Minulzôr le tenne gli occhi fissi in viso, le braccia incrociate sul petto.

Solo allora Balkahili lo notò: la balestra non era più nelle sue mani. Era qualche passo più in là, gettata a terra, il dardo fuori posizione. Gettata nella fretta di recuperarla dal torrente.

E così era disarmato.

Dall’aria minacciosa che lo circondava, con tanto di gambe ben piantate per terra, non dava l’idea di essersene reso conto – o ti reputarlo un punto a suo sfavore. Il pugnale era fermo nel fodero, i dardi nella faretra erano inutili senza balestra.

Tanto meglio per lei.

Balkahîli fece un passo verso di lui, l’erba fresca tra le dita dei piedi, e Minulzôr non mosse un muscolo.

Sollevò un ginocchio e–

Balkahîli si trovò con la schiena contro il petto di lui, un braccio premuto alla gola. Il fiato caldo di Minulzôr le sfiorò l’orecchio.

«Non ho bisogno di armi per tenerti a bada, principessa».

Balkahîli si agitò contro di lui, ma con troppa poca forza. Era distratta dalla solidità del suo corpo, soprattutto della porzione che sentiva premere alla base della schiena. Il suo calore la avviluppava, in contrasto con l’aria fresca sulla pelle umida.

Tra le gambe, bruciava fuoco liquido. Conosceva molto bene quella sensazione.

Era un maledetto inconveniente provarla proprio in questo momento.

E con questa compagnia.

Non era di sicuro Minulzôr il responsabile, era tutto il resto: si trovava nuda contro un corpo maschile, solido, caldo e minaccioso nel modo giusto. Le ci era voluto molto meno per eccitarsi.

Ma non era affatto il caso di strofinarsi contro di lui, fino ad allentare la tensione che montava tra le sue gambe.

Che situazione incresciosa.

Doveva arrendersi. Non poteva costringerlo ad attuare la sua minaccia, o Balkahîli avrebbe potuto fare qualcosa di cui si sarebbe pentita.

Perché non era il cane da caccia di suo fratello che desiderava.

Voleva compagnia, non le importava quale. Ma non poteva accettare di abbandonarsi ai bisogni del suo corpo, non con Minulzôr.

Già la guardava come se fosse stata un lombrico calpestato del suo stivale. Aveva una così pessima opinione di lei, che fare ciò di cui lei aveva bisogno sarebbe stata solo un’ulteriore conferma che non gli serviva.

Non le importava di Minulzôr.

Se voleva diventare regina – e lo voleva – doveva reagire a testa alta a questa cattura. Fare un passo indietro ora per farne due avanti dopo.

«Mi arrendo».

Minulzôr non allentò la presa. Come se non l’avesse sentita.

«Ho detto: mi. Arrendo» ripeté Balkahîli. «Mi vestirò e verrò con te. Ovunque mio fratello voglia che vada». Finché non avesse trovato l’occasione giusta.

La stretta di Minulzôr si fece più forte e le mani corsero intorno al suo braccio. Intendeva strozzarla?

Poi le premette le labbra all’orecchio.

«Ad Ar-Minalêth».