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Il mistero celato dietro la morte del dottor Jaeger nella Londra Vittoriana

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Mr Smith arrivò dirimpetto alla casa presumibilmente disabitata del dottor Jaeger, ma a giudicare dalla facciata classica di mattoni, dagli infissi usurati e dalla porta rivestita di un verde sbiadito in cui risaltava un battente dorato a forma di leone che ruggiva, non rinvenne nulla di particolare che desse modo al politico di pensare a come potesse essere la vittima designata.
Erwin si mosse con studiata calma per interrogare speditamente l’unico agente di Scotland Yard appostato di guardia al lato sinistro dell’entrata: non tutti gli inglesi possedevano quei ciuffi di capelli rossi e lui l’aveva già intravisto un paio di volte, investigando in giro, era uno di quelli che seguiva fedelmente l’ispettore Reiss. Intuiva già, lo pseudo detective, che non sarebbe stato affatto facile convincere l’uomo in divisa a farlo entrare per un sopralluogo. Si mostrò cortese e affabile con quell’individuo inespressivo, ma non gli servì a molto: egli ribadì più volte che aveva ricevuto ordini precisi dall’ispettore capo e che non poteva soprassedere per nessuno, neanche se fosse stato il principe Albert in persona, il consorte della Regina Vittoria, a chiederglielo.
«Comprendo… Hai una sorella disabile e sei l’unico da cui lei dipende. Capisco perfettamente il motivo che ti spinge a comportarti così: non puoi perdere questo lavoro».
Fu subito evidente, a Erwin, che era riuscito a smuovere qualcosa con la sua deduzione, poiché vide la sua espressione mutare leggermente, la sua posa farsi più rigida. Nonostante questo, l’agente fulvo non cambiò idea, fu irremovibile a riguardo, non gli concesse di passare e non si spostò neanche di un millimetro, fissandolo come si guardava un fenomeno da baraccone.
Eppure non era né un mago né un indovino, Erwin aveva semplicemente notato una cosetta da nulla, un particolare nella cucitura della giacca della divisa, che sembrava essere stata cucita presumibilmente da una donna con il tremore alle mani e forse con problemi alla vista. Non poteva essere la madre, poiché, a quanto gli aveva riferito Lord Pixis, lui era orfano.
Tuttavia Erwin, per essere discreto, non s’intromise oltre nella sua vita privata, decidendo all’istante che per ottenere delle informazioni utili a chiarire il mistero legato al dottor Jaeger doveva necessariamente servirsi del piano B.
Lisciandosi il bordo del cilindro fra pollice e indice, il politico salutò affabilmente l’agente e ripercorse i propri passi lungo la grigia via. Non importava se Scotland Yard lo ostacolava, nella risoluzione del caso e la comparazione con gli altri fatti simili sarebbe stato comunque più veloce e più furbo delle forze dell’ordine.

 

Isabel si era messa in testa che avrebbe dimostrato a Farlan che lei era tutt’altro che una signorina tranquilla e perbene, tipo quelle che non si sporcavano mai le mani e che non facevano altro che lamentarsi, frivole e vanesie, perciò la giovane ribelle era assolutamente convinta di ciò che aveva garantito al fratellone Levi, e cioè che avrebbe lavorato sodo e non l’avrebbe deluso mai.
Detto questo, fin da subito si rimboccò le maniche della casacca già di per sé il doppio della sua misura, larga e un po’ slabbrata sui bordi, si fece indicare dove stavano gli scopettoni, gli spolverini e tutti i vari oggetti per la pulizia della casa, un secchio da riempire d’acqua corrente e via, non si sarebbe lasciata scoraggiare né dalle fatiche domestiche né dall’olio di gomito.
Il padre di Isabel disponeva di un maggiordomo personale e di due servitori tuttofare, pur non avendoli mai aiutati personalmente nelle pulizie, talvolta Isabel li aveva osservati bene e confidava che prenderli come esempio sarebbe servito al suo scopo, anche nelle mansioni più antipatiche da finire. Si rivelò invero un compito tutt’altro che semplice e piacevole, dopo molte ore passate a sgobbare in giro per le stanze spartane, a salire e a scendere scale traballanti, Isabel si accasciò al suolo sfinita, tenendo gli occhi chiusi e le braccia spalancate come l’angelo che non era.
«Stiamo a poltrire, vedo».
La voce con tono scherzoso di Farlan la raggiunse come una secchiata d’acqua gelida, Isabel scattò come una molla e tornò in piedi seduta stante, mettendo subito in chiaro che aveva finito. O almeno, le pareva di aver passato in rassegna tutta la casa da cima a fondo, altrimenti cosa aveva potuto dimenticare?
O forse Farlan aveva semplicemente intenzione di insistere sulla questione del suo ritorno a casa, di tornare a discutere nonostante Levi le avesse concesso già di restare a patto di rendersi utile.
«È tutto pulito, mi pare: ho lustrato l’intera base e mi sto prendendo una piccola pausa, non sto affatto poltrendo», precisò lei, inarcando un fine sopracciglio e sfidandolo con lo sguardo.
Piazzandosi esattamente di fronte a lei, Farlan incrociò le braccia al petto, anche lui con le maniche sollevate fino ai gomiti.
«Hai tralasciato la mia stanza», obiettò, poiché c’era appena stato e l’aveva trovata esattamente come l’aveva lasciata: la ragazza non aveva neanche aperto la finestra per fare aria.
«Eh?! Io nella tua stanza non ci metto piede, non sono mica tua madre! Non puoi pulirtela da solo?» s’infervorò Isabel, risultando anche indelicata nei suoi confronti.
«Io ero impegnato in cucina, dato che adesso abbiamo una bocca in più da sfamare…» replicò Farlan a tono. «E mettere in mezzo mia madre non mi farà mutare opinione su di te, sappilo. Stai commettendo un grave errore».
«Va bene. Ho deciso: andrò a comprarmi da mangiare e tornerò quando ci saremo dati tutti e due una bella calmata», concluse Isabel, parlando di riflesso duramente, proprio come lui si stava ponendo nei suoi riguardi. E pensando, con gli occhi umidi, mentre usciva dopo aver indossato stizzita soprabito e cappello, dopo aver preso qualche soldo dalla sua sacca con i nervi a fior di pelle, che la loro convivenza non sarebbe stata affatto facile.
Eppure, il giorno in cui Isabel Magnolia aveva incontrato Farlan Church per la prima volta, nonostante la situazione drammatica alla quale avevano assistito, le aveva dato fin da subito una buona impressione.

 

“Quando avevo compiuto quattordici anni, mi sentivo già grande. Sognavo di fuggire di casa, di realizzarmi fuori dal controllo severo di mio padre, di non sposarmi mai con nessuno, di vivere la mia vita come piaceva a me. In fondo sapevo bene che non era affatto un pensiero da donna matura, dove sarei mai finita da sola e senza uno scopo, ma non potevo farne a meno.
Avevo un’amica di qualche anno più grande: si chiamava Petra e lavorava in una fabbrica tessile. Era stata presa per guadagnarsi quei quattro soldi che avrebbero aiutato la sua famiglia ad andare avanti dopo che il padre aveva giocato d’azzardo e si erano ritrovati tutti sommersi dai debiti. I miei ricordi su di lei stanno svanendo, rammento solo la sua fiducia nel futuro e il desiderio di mettere su famiglia, di essere una madre.
Quel giorno infausto, Petra mi invitò ad andare in fabbrica alla fine del suo turno di lavoro. Non seppi mai perché, forse voleva rivelarmi qualcosa, presentarmi qualcuno. Io fui contenta di accettare il suo gentile invito, perché per me esso significava libertà, significava allentare momentaneamente il filo scomodo che mi legava a mio padre. Tuttavia, non avrei mai immaginato che da una contentezza così grande sarei passata a uno stupore impotente, un sentimento negativo in grado di paralizzarmi, di farmi avvolgere totalmente da una nube di pesante inquietudine.
Nella fabbrica tessile si verificò un incidente terribile, portato dallo scoppio di un macchinario che scatenò un boato indimenticabile.
Inizialmente io rimasi ferma immobile al lato di un’inferriata, a osservare tutto, ad ascoltare le urla strazianti.
C’erano donne che uscivano correndo e che sembravano inquietanti torce umane.
C’erano uomini che entravano, venendo da fuori in soccorso delle operaie rimaste dentro.
Vidi situazioni assurde e infernali, vidi sofferenza e morte, eppure io non mi muovevo ancora.
Poi, quello che mi sbloccò e che mi spinse finalmente a scattare, a prendere quel coraggio indomabile di affrontare la vita che possiedo ancora oggi, fu la vista della mia amica, portata fuori in braccio da un ragazzo dalla pelle annerita dalla cenere e dai capelli ingrigiti dal fumo. Mi venne istintivamente da piangere a guardarla da vicino, perché realizzai che non ce l’avrebbe fatta, le sue ustioni erano troppo gravi, cosa che mi confermò anche il suo salvatore con voce rotta.
«Non ce la farà, le sue ustioni sono troppo gravi», furono esattamente le prime parole che mi erano state rivolte da Farlan e che rimangono ancora oggi indimenticabili dentro la mia testa.”

 

Isabel si ritrovò, dopo aver sceso le scale senza fermarsi ed essere corsa fuori per strada, a sostare di fronte a un lampione acceso, riprendendo fiato e appoggiando la schiena contro di esso.
Guardò il cielo cupo e privo di stelle di Londra, filtrato dalla nebbia, e le sovvenne non solo questo ricordo particolarmente angosciante, ma anche quello che aveva scoperto dopo che la sua amica Petra, che Farlan aveva lasciato fra le sue braccia per poi allontanarsi in modo che loro due si potessero salutare in modo definitivo, spirò fra le sue braccia.
Non era stato solo il dolore interiore di quella perdita, quella volta Isabel aveva provato empatia per la sensibilità di Farlan. Quel giorno ormai lontano, lui stava sostituendo l’adorata madre, che era rimasta a casa per curarsi dalla febbre.
Farlan non era riuscito a salvare la sua amica Petra, ma sua madre sì, anche se poi era stata la malattia incurabile a portarsela via qualche mese dopo.
E lei, Isabel, aveva coinvolto quella povera donna in un discorso in cui non centrava nulla soltanto perché era orgogliosamente irritata con il figlio.
«Mi devo scusare… Mi sono comportata senza riguardi», riconobbe Isabel, gli occhi fissi sulle punte degli stivali. Fece per ritornare dal giovane, quando si sentì tirare la manica da un bambino. Dimostrava sì e no nove anni, aveva capelli neri e il viso spruzzato di lentiggini.
«Devo consegnare un messaggio. Lei conosce il signor Levi?»

 

Kenny Ackerman fumava la sua pipa, annuendo tra sé e sé, ampiamente soddisfatto che tutto stesse andando secondo i suoi piani.
Innanzitutto, era riuscito nell’intento di convincere Mr Reiss a bloccare le indagini di Mr Erwin sul caso Jaeger, ma non perché fosse il colpevole e avesse qualcosa da temere, no.
Kenny era completamente innocente, su questo non ci pioveva, com’era vero che la dannata pioggia cadeva su Londra. Conosceva il vero responsabile, questo sì.
E se lui rideva, lo faceva consapevole che il peggio doveva ancora venire, che ci sarebbe stato di che divertirsi, finalmente!
La vita in America aveva iniziato ad annoiarlo, per questo era tornato in patria, perché lì nel Nuovo Continente aveva compiuto tutto ciò che gli era possibile compiere, era arrivato in alto, molto in alto, finché non aveva stabilito che gli restava un unico obiettivo da raggiungere. Avrebbe giocato carte false pur di completare l’opera, c’era un conto da saldare che era rimasto in sospeso troppo a lungo.
Da qualche parte udì una porta aprirsi. Kenny lasciò perdere il fumo, sbuffando un’ultima spirale dal bocchino prima di recarsi a salutare la sua ospite. Non credeva che si sarebbe fatta vedere così presto: Mr Reiss lo aveva informato sulla reale identità dell’unica testimone interrogata riguardo alla morte di Grisha Jaeger.

 

Kuchel era tornata in quella casa soltanto per recuperare una cosa che aveva lasciato qualche tempo prima. Eppure la donna si sentiva inquieta a riguardo, poiché non ne conservava ricordi molto lieti ed erano tutti legati agli anni della sua giovinezza.
Ruotò il chiavistello trattenendo il fiato, ma forse era solo suggestione, poiché era anche fresca nella sua mente la sensazione di orrore che aveva provato di recente aprendo un’altra porta, una descrizione che aveva rilasciato alla polizia più volte, fino alla nausea. Sembrava che la tranquillità che le avevano instillato i fiorai fosse sul punto di scomparire: si disse che avrebbe soltanto preso ciò che le occorreva per poi andare via subito, così come vi era giunta.
Di soppiatto.
E di soppiatto si manifestò un’ombra familiare alle sue spalle. La riconobbe, eccome se la riconobbe, ma fu come vedere un fantasma.
Aveva sperato che il fratello Kenny non ritornasse mai più: non era stata accontentata.

 

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2015 parole.
Scritta per la terza settimana del COW-T 9, missione 1, warning: AU - ANGST - GEN.