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Back to the Fairy Tales

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C'era una volta una giovane ragazza che si trovava in una situazione davvero... delicata. Sempre che questo fosse il giusto termine da usare per descrivere la furia di un grosso orso nero pronto a farla a polpette.

Sarebbe stata una triste fine per la povera Riccioli d'Oro, pensava Yang: non sarebbe più stata ricordata come la fanciulla allegra dalla folta e lunga chioma del colore del sole, simpatica a tutti nel piccolo villaggio al limitare della foresta, bensì come la tragica vittima di una bestia inferocita. Non le andava granché a genio, anche perché non riteneva di averne troppe colpe.

 

La madre di Yang, o Riccioli d'Oro che dir si voglia, era scomparsa quando lei era ancora piccola; se n'era andata, pareva, lasciando la figlioletta alle cure del padre. Quando la bambina era cresciuta, aveva iniziato a pensare di mettersi alla ricerca della mamma perduta. Doveva ancora intraprendere un vero e proprio viaggio, anche perché ne sapeva poco del mondo, ma esplorare i dintorni del bosco le era parso un buon inizio.

Vagando nella foresta, dove ormai i cerbiatti e le volpi la conoscevano bene e giocavano con lei – con il rischio di distrarla dal suo scopo –, Yang non si sentiva né in ansia né preoccupata. Era incuriosita dall'idea di spingersi più lontano di quanto non avesse mai fatto con suo padre, di essere sola tra le piante e i possibili pericoli. Era anche una bella giornata di sole, quindi più che camminare saltellava, facendo a gara con gli scoiattoli a chi fosse più veloce.

Verso mezzogiorno, quando stava cominciando a venirle fame, si imbatté in una piccola casetta. Non pareva esserci anima viva nei paraggi, ma era graziosa, bianca e rossa, con il tetto di paglia e dei fiori rosa alle finestre. Yang bussò, ma non ricevette risposta. Scrollando le spalle, entrò lo stesso.

La prima cosa che vide fu una bella tavola ben apparecchiata, su cui facevano mostra di sé tre ciotole di zuppa fumante: una grande, una media e una piccola. Tutto taceva, ma Yang era affamata: afferrò la ciotola di dimensioni medie e la svuotò con un cucchiaio, supponendo che quando i padroni di casa fossero tornati non se la sarebbero presa troppo; in fondo, lasciare la porta aperta significava essere pronti all'ospitalità, no?

Beh, no. Riccioli d'Oro lo scoprì quando, dopo essersi coricata in un bel lettino morbido morbido – rinunciando a malincuore al grande letto matrimoniale dall'aria ancora più comoda, ritenendo che sarebbe stata una scelta troppo audace –, fu svegliata da un ruggito niente affatto rassicurante.

Fu in piedi in pochi secondi, ma un enorme orso nero che sbraitava in tutte le lingue del mondo stava già facendo capolino sulle scale. Dietro di lui, Yang intravide una signora orso con in braccio un cucciolotto che frignava, spaventato dal suo stesso papà; ma, neanche a dirlo, la ragazza non si fermò a salutare: saltò giù dalla finestra e si mise a correre più veloce che poteva verso il villaggio.

 

Ed eccola lì, con un padrone di casa molto molto offeso alle calcagna, mezzo ridendo e mezzo tremando di paura, ringraziando il cielo per tutto l'allenamento e per le sue gambe lunghe e forti. Nella sua prossima spedizione, se quella volta non ci avesse lasciato le penne, si sarebbe ricordata di portarsi dietro almeno un'arma piccola piccola.

Continuò a correre a perdifiato: l'orso non sembrava mai farsi né più vicino né più lontano, né pareva avere intenzione di demordere. Fu solo quando arrivarono in vista del villaggio che Yang udì il bestione borbottare qualcosa e fermarsi; lei giunse al limitare della foresta prima di girarsi, cercando di controllare il proprio fiatone mentre salutava l'animale fermo in mezzo agli alberi a sbuffare irritato.

Gli gridò delle scuse e gli promise che non si sarebbe mai più fatta rivedere. Nemmeno lei sapeva se le sue parole fossero sincere o meno; ci sarebbe voluto un po' di tempo prima che imparasse la lezione, o perché simili avventure smettessero di divertirla.