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On her Grave

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Piove.

Piove da tre giorni, ormai. Non si tratta di una tempesta: il cielo è di un grigio perlaceo, chiaro, quasi trasparente; le gocce sono sottili, taglienti e delicate allo stesso tempo, insistenti ma impalpabili. Sembra quasi di vedere un sole pallidissimo e morente al di là delle nuvole; e il sole manca da così tanto tempo sul mondo, di solito avvolto da una coltre plumbea di miasmi e oscurità, che quella visione è bellissima. Straziante.

È quasi come se perfino il cielo sappia che lei è morta nove anni fa.

E Inigo sta danzando.

I suoi vestiti sono abbastanza umidi perché il freddo gli penetri fin nelle ossa, ma non intende fermarsi. Dopo una piroetta scivola sul terreno un po' fangoso. E la sente ridacchiare con garbo.

Inigo, tesoro. Devi tenere gli occhi aperti. Lasciarsi trasportare va bene solo fino a un certo punto.

Deglutisce, sforzandosi di ricominciare.

Ripete ogni passo con precisione. È la sua coreografia preferita, una delle poche che sua madre è riuscita a insegnargli del tutto prima di svanire. Quel giorno, Inigo ha il cuore troppo gonfio di rimpianto per inventare qualcosa di nuovo.

Non sorride: lascia che la pioggia si insinui tra i suoi capelli, gli accarezzi il viso, gli geli le mani con il suo insistente picchiettio. Intorno a lui ci sono tante, troppe lapidi bianche e lisce, vittime innumerevoli di una guerra che né lui, né Lucina, né nessun altro sono in grado di fermare. È solo con anime che non hanno più il privilegio di danzare; è solo, nessuno può vederlo, e non c'è bisogno di fingere uno scherzo o di dirsi che andrà tutto bene.

Se socchiude gli occhi gli pare di vederla, raccolta sopra la propria stessa tomba – odia ammetterlo, ma i suoi lineamenti stanno svanendo nella sua memoria. Ma sa che i suoi capelli erano lunghissimi e morbidi e profumavano di zucchero; sa che era leggiadra come una piuma, vestita di bianco e d'oro; e la sua voce era un suono più dolce della musica a cui entrambi amavano ballare.

Molto bravo, tesoro. Sii giusto un po' più sciolto. Prendi la mia mano.

Inigo tenta di obbedire: tende le dita verso quel miraggio, ma tutto ciò che sente sulla pelle del suo palmo sono le gocce di pioggia – fitte, pungenti, una nebbia eterea. Un muro invalicabile.

Gli manca. Gli manca come l'aria dai polmoni. Trema mentre prova qualche altro passo, slanciando le braccia verso il cielo, ignorando gli stivali pesanti e bagnati, respirando gli odori umidi del prato e del cielo. Danza e vorrebbe correre e urlare, ma il suo ricordo lo tiene ancorato lì, a onorare con grazia la fanciulla che per lui ha dato tutto. Che per lui era tutto.

Inciampa e cade in ginocchio; o forse si è gettato a terra di proposito, curvo sul suolo, mentre la musica nelle sue orecchie si spegne nel mormorio regolare dell'acqua che colpisce la pietra.

Non voglio vederti soffrire così, piccolo mio.

Dopo così tanto tempo, il cuore di Inigo è ancora sul punto di spezzarsi.

Non smetterà mai di soffrire.

Si trascina in avanti e appoggia il capo sulla sua lapide, fredda e bianchissima. Puoi quasi immaginare le sue piccole mani mentre gli accarezzano i capelli e lo cullano sul suo grembo.

Ma è solo la pioggia, graziosa e spietata, che va a mescolarsi alle calde lacrime che gli rigano il viso.