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Il carillon del tempo e l’anima gemella

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CAPITOLO 3

 

Non era solo il senso di colpa per una bugia affermata d’istinto, o meglio, per l’identità fasulla e improvvisata di Rintarou, non era solo quello a rendere Ryuuji stranito dinnanzi al sorriso disarmante del giovane dai capelli di ghiaccio e gli occhi celesti.
Fra di loro c’erano nell’aria parole non dette e la sconvolgente consapevolezza che l’uno potesse leggere dentro l’altro, come in un libro, una verità che sfuggiva persino a Ryuuji stesso. Come reagirebbe il gentile e principesco Tomohisa se sapesse che lui veniva da un altro tempo, da un’epoca futura, meno tradizionalista e conservatrice, molto più moderna e tecnologica della sua?
Di sicuro, Korekuni verrebbe tacciato di essere un folle, di non possedere davvero un carillon fuori dal comune, di avere un’immaginazione troppo fervida, se tutto gli andava bene. Con un sussulto impercettibile figurò la scena di quella guardia tanto sospettosa che buttava per terra la sua macchina del tempo, il carillon, rompendolo e togliendogli così ogni possibilità di ritornare nel suo tempo, a casa propria, dalla famiglia e dai pochissimi amici che aveva.
«A cosa stai pensando?» s’interessò discretamente Tomohisa, senza perdere quell’aura emblematica di gentile accortezza nei suoi riguardi. Ryuuji scosse il capo e deglutì, spiegandogli che era uscito solo perché voleva semplicemente prendere una boccata d’aria fresca guardando la neve bianca cadere fluttuante dal cielo. Incassò la testa sulle spalle a causa dell’ennesima bugia, poiché ne aveva dette di bugie e perché avrebbe continuato, inevitabilmente, a dirle.
«È una bella nevicata. Tuttavia, devo confessarti che io preferisco la notte stellata: accadono spesso cose meravigliose, qui, quando sei fuori a osservare le lontane e luminose stelle. Appena possibile mi terrai compagnia in questa stessa postazione e vedrai con i tuoi stessi occhi che non sbaglio».
Com’era encomiabile il fatto che, a differenza sua, Tomohisa replicasse con la sincerità più totale e disinteressata: era davvero convinto e sereno riguardo alle parole che uscivano chiare e cristalline, forse un pelino enigmatiche, dalle sue labbra.
«Tomo… Hai sempre vissuto qui?» si sorprese a chiedere, Ryuuji, osservando i fiocchi di neve che levitavano nell’aria per poi precipitare con una lentezza quasi ipnotica al suolo, probabilmente congelando l’acqua stanziata nel laghetto in apparenza limpido.
«In parte sì, perché abbiamo due residenze, questa di Edo e un’altra a Kyoto», rispose Tomo, senza alcun apparente problema nel rilevare informazioni riservate a quello che praticamente era ancora un estraneo per lui e in fondo felice per l’uso del diminutivo. Desiderava che Ryuuji lo vedesse per come era veramente e non come il figlio del padrone.
«Cavolo», si ritrovò a pensare Ryuuji, «si sta fidando davvero di me». E tale constatazione recondita gli stava procurando un lieve dolore, ma non solo, a saperlo stava emanando un calore interno che non credeva possibile provare.
Il giovane dai capelli scuri si voltò leggermente, abbastanza per non svelare oltre il suo viso turbato.
«Mi spiace arrecare disturbo. Non so nemmeno come ripagare la vostra... no, intendevo, la tua gentilezza».
E come avrebbe potuto? Con che mezzi? Almeno aveva scoperto di trovarsi nell’antica Tokyo, dato che prima si chiamava proprio Edo. Anche se la scoperta non doveva sorprenderlo più di tanto.
«L’hai ripagata ampiamente tenendomi compagnia, Rintarou. Non è una cosa da poco, però non vorrei che prendessimo un malanno entrambi. Quando ti stanchi di guardare, torna dentro: io ti precedo».
E questa premura, se possibile, mise Ryuuji ancora più in imbarazzo. Che brava persona!
Meritava davvero tali attenzioni un bugiardo come lui?

☆☆

Ryuuji si era destato dal suo futon, in quel primo mattino nell’epoca ormai passata, con un pensiero in testa: studiarsi il carillon, ossia la sua macchina del tempo. Doveva pur capire come farlo funzionare, altrimenti sarebbe rimasto confinato lì a vita, anche se una vocina interiore con il tono infantile di Yuuta gli diceva che forse la cosa non gli dispiaceva affatto. Certamente gli era andata meglio di quanto si aspettasse, capitare nella residenza di Tomo era stata una fortuna, altrove chissà se gli avrebbero restituito intero il prezioso oggetto, però non poteva essere indifferente alla cosa, cullarsi negli allori senza sapere effettivamente cosa avesse tra le mani.
Ryuuji estrasse dalla sua custodia il particolare carillon, si rigirò fra le dita sottili la scatola armonica, sfiorando le decorazioni a mano fatte a ghirigori e a spirali, che in un primo momento gli erano parsi ipnotici, tuttavia guardando meglio erano semplici orpelli.
Per caso scoprì una fessura, dalla quale, tirando con l’unghia, uscì un mini cassettino con dentro un biglietto arrotolato.
Questo bigliettino con carta di papiro, contenuto dentro il carillon, recitava così:

Viaggiatore del tempo, è giusto che tu sappia: il carillon darà dei piccoli segni di funzionamento e quando sarà il momento suonerà la melodia che ti riporterà a casa. Rimani tranquillo, goditi il soggiorno e fidati del carillon.”

Okay. D’accordo. Il ragazzo aveva in effetti vagliato l’ipotesi che come macchina del tempo fosse stata già collaudata da qualcuno, magari proprio dal nonnino del negozio di antiquariato, ma leggere quelle precise parole era realmente una sorta di rassicurazione per Ryuuji: sapere di non aver combinato un casino era veramente importante. Al momento, secondo il suo modesto parere, poteva solo preoccuparsi e sperare di non sconvolgere per nulla gli eventi e di rinchiudersi volontariamente in quella residenza signorile era di certo una scelta ragionevole piuttosto che fuggire verso luoghi ignoti e – nel peggiore dei casi – morire male.
Ryuuji rimise il carillon a posto e non ebbe ulteriore tempo di perdersi nei suoi cento dubbi che gli vorticavano in testa, quando la porta scorrevole si aprì in un baleno rivelando la presenza del samurai Hikaru. Per essere un guerriero con i lunghi capelli di un verde insolito non incuteva nessun timore, nemmeno la sua katana piazzata sul fianco, anzi stava lì in ginocchio a sorridergli spontaneamente come se fossero già grandi amici.
Ryuuji però rimase impassibile e in attesa. In realtà lui voleva solo invitarlo in refettorio per fare colazione insieme agli altri dipendenti della residenza Kitakado. L’altro lo travolse letteralmente con il suo entusiasmo mentre lo esortava a cambiarsi, a sostituire la veste da notte indossando il kimono da giorno. E caspita se Ryuuji non si meravigliò enormemente dinnanzi a un tale tessuto così pregiato e ben rifinito. Aprendolo nella sua interezza, poi, lasciò che le sue dita accarezzassero il drago ricamato che avvolgeva come una spirale quel bellissimo vestito d’argento.
Hikaru lo aiutò su sua richiesta e concessione nella vestizione del kimono, altrimenti Ryuuji ci avrebbe impiegato almeno un’ora se non di più a capire come fare, senza però mai scoprire il petto, preferendo tenersi la canotta interna. Infine, quando dopo cinque minuti circa Ryuuji fu pronto, si fece guidare docilmente lungo i corridoi, perché giustamente da solo avrebbe sbagliato stanza o si sarebbe potuto perdere per la dimora per poi venire sgridato manco fosse un bambino piccolo. O almeno, così si aspettava, tuttavia ognuno dei presenti nella grande stanza tutta di legno lo trattarono coi guanti, proprio come si trattava con gli ospiti di riguardo.
Korekuni Ryuuji ebbe così la possibilità di conoscere, oltre a Hikaru, anche il cuoco e il messaggero, ossia un contadino, dei signori Kitakado. Mikado Sekimura indossava un ordinario cappello di paglia dal quale si potevano vedere delle ciocche castane sfuggite a esso scivolare sulla fronte. La sua tenuta da contadino era leggermente stropicciata, come se avesse arrotolato più volte gli hakama senza mai stenderli o riporli perfettamente piegati. I capelli marroni, lunghi fino alle spalle, erano avviluppati in un codino basso. Sembrava simpatico e quando parlava si rivolgeva spesso a Momotaro Onzai, un giovane con il grembiule da cuoco tipico dell’epoca e un fazzoletto avvolto intorno alla testa. Ryuuji trovava i suoi capelli molto più particolari rispetto all’altro, poiché erano di un rosso acceso ma non troppo. Similmente anche lui aveva lunghi capelli trattenuti da un elastico, oltre che dalla pseudo cuffia. Aveva lineamenti delicati, gli occhi etero cromati ed era incantevole, composto ed educato. Di certo, nessuno dei due era chiassoso ed estroverso quanto Hikaru, che parlò con tutti i presenti in sala prima di raggiungerlo, sedendosi accanto a lui e circondandogli le spalle con un braccio in maniera amicale.
«Allora, Rintarou, che ne pensi del nostro signore e padrone? È affascinante, nevvero? Dicono tutti che, più che un giapponese, sembra un principe proveniente da una terra straniera».
«Ho pensato la stessa cosa di Tomo», confessò in tono basso Ryuuji, a disagio per la confidenza che Hikaru si stava prendendo. Fortunatamente l’altro se ne accorse e si staccò subito, prostrandosi e porgendogli le sue scuse.
«Scusami anche se ti dico questa cosa: sospetto che tu abbia un segreto da nascondere», aggiunse dopo, in posa meditabonda.
«Quale segreto?» trasecolò Ryuuji, che si stava quasi per strozzare con il sorso di tè che aveva appena bevuto dal bicchiere-ciotola. Possibile che quel sempliciotto apparentemente non intelligente avesse capito che il suo carillon non era ciò che sembrava? Oppure si riferiva alla sua cotta – inutile negarlo, ormai – per l’affascinante Tomohisa? Una cotta condivisa da più persone, a quanto pareva.
«Hai un nome maschile, ma sei una donna. Ho indovinato?» gioì Hikaru, levando un dito a mezz’aria.
Ryuuji tossì e poi mostrò istintivamente la sua migliore espressione imbronciata, gonfiando leggermente le gote e corrugando le fini sopracciglia.
«Niente affatto, ti sbagli su tutta la linea!» esclamò forte, in modo che tutti lo sentissero e non avessero più un simile dubbio a riguardo.
«Nooo, mi dispiace! Ti prego Rintarou-chan, non avercela con me, non offenderti!» chiese perdono teatralmente Hikaru, circondandosi il capo con le mani.
«Lascia che mi alzo e me ne vado», commentò Ryuuji, dopo aver riposto il bicchiere sopra il suo vassoio. «Non rimarrò ad ascoltare altre stupidaggini».
Fece per alzarsi dal tatami, con Hikaru che continuava vanamente a scusarsi e Ryuuji quasi sogghignò per averlo ingannato bene (ovviamente non era offeso davvero per l’insinuazione del samurai, anche da piccolo la gente lo scambiava per una bella bambina), ma al sopraggiungere di un brusio di voci alla sua sinistra, il giovane viaggiatore temporale si bloccò dove si trovava, e anche Hikaru si zittì, perché una presenza elegante stava avanzando verso di loro.
«Che succede? Ho sentito Osari-kun parlare ad alta voce dal giardino e ho pensato di venire a dare un’occhiata», si espresse con velata curiosità il figlio del daimyo, un sorrisetto serafico stampato in viso.
«Stava insinuando che Rintarou-kun fosse in realtà-», esordì Momotaro, interrotto dalla schiettezza del colpevole.
«Una ragazza! Tuttavia non è così, ho sbagliato e mi stavo scusando, può capitare, eheh».
«Ahah, Hikaru-san e le sue trovate!» esclamò Mikado ridendo.
Ryuuji trovò bello il fatto che i quattro conversavano scherzosamente come si faceva fra vecchi amici e anche lui desiderava poter parlare con Tomo alla stessa maniera, più confidenziale rispetto al solo chiamarlo per nome. Gli sembrava di conoscerlo da sempre e voleva che tale sensazione non svanisse mai. Per il resto del giorno, però, non ebbero altri momenti per parlare e stare vicini, anche perché ognuno di loro si dedicò al proprio lavoro ed era giusto così. Per non annoiarsi, dato che Hikaru non era nei paraggi ad aggiungere a ciò che aveva detto altra carne al fuoco, Ryuuji pensò di maneggiare ago e filo per riparare i vecchi abiti da lavoro della servitù. Operò su quelli recuperabili e gettò nel fuoco i più disastrati. Rassettò anche un grembiule di Momotaro, che lo ringraziò per il gesto.
Se sapeva cucire era merito di sua madre, non perché gli piacessero i lavori femminili – anche se fosse stato così, non ci sarebbe stato nulla di male.

 

Arrivò il secondo giorno e portò una novità. Il carillon si mosse leggermente in senso orario quando Ryuuji controllò che fosse ancora dove l’aveva lasciato.
Ecco il primo segno di cui si riferiva il messaggio.
Questo spostamento del meccanismo poteva significare una cosa e una cosa soltanto: se già il carillon iniziava a manifestare dei piccoli segni dello scorrere del tempo, come un orologio funzionante senza far rumore, come i granellini di sabbia dentro una clessidra invisibile, allora Ryuuji doveva aspettarsi che quando avesse udito una dolce melodia, sarebbe stato il segnale prima di tornare a casa, di abbandonare quel passato confortevole e vitale, per fare ritorno in un presente monotono, con le stesse abitudini e la solitudine scaturita dal fatto di non avere mai avuto una famiglia molto presente. Si disse quindi che durante la giornata non si sarebbe fatto coinvolgere dalla presenza degli altri, ma il suo progetto non gli riuscì molto bene, si rivelò molto difficile stare lontano dai suoi nuovi amici, soprattutto da Tomo: era come un cucchiaino di zucchero da mandare giù con la medicina, tutta la sua anima invero era come zucchero e abbracciava velatamente la sua.

 

All’alba del terzo giorno, Ryuuji rammentò all’improvviso alcune parole del vecchio signore, le quali gli si ripresentarono alla mente quasi come una rivelazione: la cosa saggia che tu potresti fare è quella di non fermarti alle apparenze. Tu sei intimidito dagli altri e questo ti blocca: ti impedisce di fare le giuste conoscenze nella vita.
Questo gli dava da pensare. Ciò voleva dire che viaggiare nel tempo aveva lo scopo di farlo aprire alle persone? Lui voleva dargli l’insegnamento che non bisognava fermarsi superficialmente alle apparenze perché, se era destino, le giuste conoscenze sarebbero apparse nella sua vita?
In effetti, non aveva mai conosciuto nessuno come Tomo prima di quel viaggio temporale ed era ironico lo avesse trovato in un altro tempo, come vita di un altro mondo oramai perduto – perché il Giappone era cambiato molto, le tradizioni andavano perdendosi a favore dell’adeguarsi alle società odierne.
Non si isolò durante quella terza giornata e cercò di passare più tempo possibile con il giovane benestante, con il quale percepiva un’affinità e una complicità uniche. Venne così a conoscenza, dopo aver ricevuto l’invito a tenergli compagnia nelle sue stanze private, che Tomo aveva il passatempo di confezionare le bambole di stoffa. Ne possedeva tante e Ryuuji si stupì dell’accuratezza evidente e dei materiali scelti con estrema cura per ognuna di loro. Vedendolo all’opera, perché si era ritagliato del tempo apposta per mostrargli come ne realizzava una, non si era mai sentito così felice. Anche se, in fondo, era consapevole che quella gioia fosse passeggera ed effimera come in un bel sogno. Non poteva illudersi, Ryuuji Korekuni, non doveva permetterselo o ne avrebbe solo sofferto dolorosamente al suo ritorno a casa.
Perché dire addio a Tomohisa Kitakado sarebbe stato estremamente difficile.
«Ti mostro la mia bambola preferita», affermò, una volta finita la dimostrazione. L’altro annuì senza emettere fiato, per poi scoprire che la teneva conservata dentro un cassetto chiuso a chiave, non in bella vista come le altre creazioni. Se soltanto Ryuuji avesse a disposizione i suoi chupa chups, in quel momento potrebbe giustificare quel silenzio prolungato. Eppure, non ne ebbe bisogno: bastò la genuina sorpresa nel constatare che la bambola svelata gli era dannatamente familiare a cancellare ogni parola.
L’aveva già vista nel suo tempo, la conosceva: cambiava il fatto che si vedeva fosse nuova.

Continua…

 

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Note: Questo capitolo partecipa alla decima edizione del COWT, Quarta settimana, Missione 4.
{Prompt: There’s sugar on your soul, you’re like no one I know, you’re the life of another world.
C'è zucchero nella tua anima, tu sei come nessuno che io conosca, tu sei la vita di un altro mondo.}
Parole: 2500