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Il carillon del tempo e l’anima gemella

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Korekuni Ryuuji non era un tipo socievole, non lo era stato da bambino e non lo era nemmeno da adolescente.

Il ragazzo dai capelli scuri era timido e introverso, faticava a farsi degli amici con i quali chiacchierare di tutto e trascorrere il tempo. L’unico che lo sapeva prendere e lo accettava così com’era, ossia Yuuta Ashuu, a differenza di lui, aveva legato facilmente con un ragazzo bellissimo dai capelli blu mare e con un altro apparentemente serio e scontroso.

Quando il suo unico amico usciva insieme a loro, Ryuuji si isolava da tutto e da tutti, si accontentava delle sue cuffie a misura d’orecchio, con la musica sparata al massimo, di collezionare leccalecca di varie forme e gusti assortiti, di sfogliare varie riviste di moda.

Non gradiva particolarmente essere disturbato, soprattutto in questi momenti di relax che lui si concedeva durante gli intervalli fra una lezione e l’altra, oppure dopo la scuola, poiché, quando non aveva voglia di imboccare subito la strada verso casa, si accomodava sopra una panchina del parco vicino e rifletteva.

Di solito, avrebbe guardato male chiunque tentasse di avvicinarsi, ma non un vecchietto col bastone che, quel giorno, si accostò a lui per passargli un semplice volantino.

Incuriosito dal gesto inaspettato e da un garbo così fine, Ryuuji si sfilò le cuffie dalle orecchie e lesse dell’apertura di una bottega dell’antiquariato, con via annessa.

Poteva rivelarsi una buona idea quella di farci un salto, d’altronde quanto erano frequentati quegli ambienti?

Decisamente poco.

Decisamente non da ragazzi della sua età, o almeno così sperava.

Per Ryuuji, era perfetto: avrebbe avuto almeno un passatempo diverso dalle proprie consuetudini giornaliere.

«Signore, l’apertura è prevista per domani? Contate su di me, io passerò sicuramente!» garantì, spinto da un moto di interesse.

«Grazie, giovanotto. Sei gentile. Ti assicuro che non te ne pentirai», parlò il nonnino, parzialmente calvo e con il sorriso sdentato che, però, faceva tenerezza e ispirava fiducia. Perché sì, Ryuuji voleva fidarsi: non si sarebbe affatto pentito della sua scelta istintiva.

 

‘Domani’ arrivò molto presto.

Dapprima, Ryuuji, zainetto in spalla sopra la giacca grigia della divisa scolastica, mentre sotto la cravatta a scacchi blu e viola indossava una camicia bianca a maniche lunghe, calzando alla perfezione un pantalone intonato alla giacca e dei mocassini scuri, si soffermò davanti alla vetrina, a rimirare gli oggetti esposti.

Tuttavia, entrando, rimase ancor più con il fiato sospeso. Quel locale vintage era davvero ben fornito, si sentiva forte l’odore della pittura e dello smalto nell’aria, segno che fosse veramente stato rimodernato da pochissimo tempo.

I suoi occhi viola, insieme al suo fiuto per le cose belle, puntarono subito un oggetto posto sul secondo scaffale a sinistra rispetto all’ingresso, un particolare carillon, una scatola armonica perfettamente decorata a mano e dai motivi ipnotici. Ryuuji non era molto alto, un metro e sessantacinque per l’esattezza, ma per fortuna quell’oggetto splendido era a portata di mano.

Se lo rigirò fra le mani, delicatamente, alla ricerca del modo di azionarlo.

«Noto con piacere che hai trovato immediatamente qualcosa di tuo gradimento».

Alle spalle, lo accolse la stessa voce gentile che aveva già udito il giorno precedente, nel parco.

«Sì, nonnino. Questo mi piace molto. È un carillon, vero?» domandò, per ottenere conferma.

«Apparentemente sì, ma la cosa saggia che tu potresti fare è quella di non fermarti alle apparenze. Tu sei intimidito dagli altri e questo ti blocca: ti impedisce di fare le giuste conoscenze nella vita».

«Come lo sa? Mi stalkera, per caso?» si stupì Ryuuji, sbattendo più volte le ciglia.

«No, giovanotto. Lo capirai molto presto. Ho deciso di prestartelo. Ti avverto soltanto su una cosa…» replicò il vecchietto, facendo poi una pausa a effetto.

«Cosa?».

«Aspetta di essere solo, prima di aprirlo. Ecco, questa è la chiave che ti porterà molta fortuna: usala saggiamente. Qualunque cosa succeda, mi raccomando, non perdere il carillon: è estremamente importante che tu lo tenga nascosto e al sicuro», lo informò con tono grave, diverso dalla nota garbata usata poco prima.

«Nonnino, non riesco a seguirti», ribatté Ryuuji confuso, accettando una chiave argentata.

«Ogni cosa a suo tempo», concluse il proprietario della bottega, eloquentemente. Non aggiunse altro, lo salutò per poi sparire nel retro del negozio con incedere lento, a causa del peso inevitabile degli anni passati.

 

Ryuuji rincasò e si chiuse in fretta nella sua stanza, dalla quale si poteva evincere un certo gusto in fatto di moda: forse, un giorno, avrebbe potuto aspirare alla carriera di stilista.

Lasciandolo in sospeso, il nonnino non aveva fatto altro che alimentare maggiormente la curiosità del ragazzo dai lineamenti femminei del viso, che, senza cambiarsi, estrasse il prezioso carillon dal suo zaino, afferrò la chiave dal taschino dell’uniforme e la inserì, trattenendo il fiato, dentro l’unico spiraglio in cui era possibile collocarla.

Il carillon fece uno scatto e lui avvertì una ruota che girava all’interno della scatola, nonché una stranezza visibile davanti a lui: le lancette della sveglia posta sul comodino, anziché andare avanti, tornavano indietro.

Esse lo facevano dapprima con lentezza, poi con maggiore velocità, finché anche alla sua camera non capitò qualcosa di strano, poiché gli oggetti sparirono, come per magia, uno alla volta. Tutto quello che possedeva, tranne lo zaino che teneva ancora sulla spalla, stava scomparendo.

Ryuuji osservò l’intera trasformazione con sbigottimento e paura, ma la voce seria e pacata del vecchietto, che gli ricordava di non perdere il carillon “qualunque cosa succeda”, riaffiorò all’interno della sua coscienza. Strinse al petto la bella scatola armonica e chiuse gli occhi fucsia, pregando che non gli accadesse niente di male.

Riaprì gli occhi quando non percepì più il suono della ruota interna del carillon, che girava chissà come in un contenitore che aveva più o meno la dimensione di un libro. Circondato da un silenzio innaturale, Ryuuji si ritrovò spaesato dentro una stanza in perfetto stile giapponese. Una stanza completamente diversa dalla propria, questo era evidente, ma la cosa sorprendente stava nella medesima ampiezza.

«Meno male. Poteva andarmi molto peggio», si disse, avanzando circospetto all’interno, il cui materiale di costruzione prevalente era il legno e la carta di riso, come si usava un tempo.

«L’unica spiegazione plausibile che mi viene in mente è di essere andato indietro nel passato. Sembra incredibile, ma ho viaggiato nel tempo! Perché è capitato proprio a me? Il nonnino aveva previsto tutto? È una sorta di inventore geniale, per caso?».

Queste e molte altre ipotesi senza risposta affollarono la mente del giovane studente, che doveva decidere il da farsi, non poteva sapere né prevedere se fosse prudente rimanere lì e aspettare il padrone di casa, oppure uscire alla ricerca di qualcuno, per capire esattamente in quale Era o Periodo del passato si trovasse suo malgrado.

Custodì il fondamentale carillon dentro il suo zaino, se lo portò in spalla e mosse i primi passi, in calzini, sul tatami leggero. Fece scorrere la fusuma, sbirciando con la testa prima di uscire dalla stanza perfettamente quadrata, non aspirava certo a imbattersi immediatamente in qualcuno, ritenne che fosse per lui indispensabile cercare un capo d’abbigliamento differente: non voleva impressionare nessuno di quel tempo con qualcosa che sarebbe stato realizzato nel futuro. L’avrebbero preso per pazzo! La via era libera, perciò il prudente Ryuuji poté andare in perlustrazione.

 

#

 

Momotaro Onzai osservava la neve bianca piovere lenta sul giardino del possedimento terriero appartenente al Daimyo, il signore feudale a capo di quella provincia.

Lasciava sempre lo shoji aperto, mentre affettava le verdure che servivano per i pasti dei samurai, in fondo vegliavano instancabili su quelle terre e meritavano quindi un lauto pasto, dopo aver compiuto il loro giro di ronda.

Si passò il dorso della mano sulla fronte sudata, malgrado la temperatura dell’aria fosse calata, lui si sforzava sempre in ogni azione che compiva, anche se si trattava semplicemente di cucinare.

«Momotasu, eccomi, sono tornato! Ti ho portato i sacchi di riso che mi avevi chiesto per fare rifornimento nella dispensa», si presentò il suo migliore amico con una voce che lasciava ben intendere il suo buonumore, con i suoi occhiali tondi intorno agli occhi verdi. Mikado Sekimura portava il cappello di paglia sulla testa, sia che ci fosse il sole, la pioggia o la neve. La sua tenuta da contadino era leggermente stropicciata, come se avesse arrotolato più volte gli hakama senza mai stenderli o riporli perfettamente piegati. I capelli marroni, lunghi fino alle spalle, erano avviluppati in un codino basso, lo stesso che adoperava anche lui, solo che i capelli di Momotaro erano rossi e aveva l’eterocromia nelle iridi degli occhi: quello sinistro era blu, mentre quello destro era rosso.

«Ti ringrazio. Appoggiali là, nell’angolo: li sistemerò quando avrò finito qua», rispose, tornando a concentrarsi nell’affettatura di una zucchina con il coltello.

 

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«Tatsu! Li hai spaventati a morte! E adesso come faremo a riprenderli e a interrogarli?» esclamò in tono melodrammatico un giovane samurai dai capelli verdi, raccolti a mezza coda, e dagli occhi del medesimo colore, incrociando le braccia dietro la nuca, dopo aver assicurato la katana nella custodia agganciata sul fianco sinistro, per poterla estrarre agevolmente con la mano destra. Si riferiva a un gruppo di ragazzini sospettati di aver rubato della frutta a un commerciante ambulante.

«Non li ho nemmeno sfiorati: com’è possibile?».

«Tutta colpa del tuo sguardo truce e dei muscoli spaventosi che ti ritrovi. Non cambi mai: sei un idiota muscoloso», commentò ancora l’altro, che si chiamava Hikaru Osari, in tono gioviale sebbene lo stesse chiaramente prendendo in giro. Tuttavia, Tatsuhiro Nome lo conosceva come le sue tasche da quando erano entrambi bambini e non si sarebbe mai offeso con lui.

Finito il breve battibecco, imboccarono il sentiero spianato verso la loro attuale dimora, considerato che a Hikaru era venuta fame. Anche loro, mentre procedevano, godettero della vista della neve che cadeva e si depositava intorno.

 

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Il figlio del Daimyo Kitakado-sama era un giovane promettente e capace di destreggiarsi nell’arte della spada, come nell’arte delle bambole di stoffa.

Il suo nome era Tomohisa e aveva sempre avuto questa dedizione costante nel confezionarle con le sue stesse mani, sebbene il padre, rigido com’era, non fosse molto felice di questo suo passatempo occasionale: la sua preferita fra quelle che possedeva era una bambola con i capelli neri e i bottoni rosa scuro cuciti al posto degli occhi. Non l’aveva fatta personalmente, in realtà si trattava di un regalo di un amico d’infanzia, figlio di una famiglia che si era schierata in una fazione rivale da qualche anno.

Quella bambola era la sua prediletta per un motivo particolare: non gli sarebbe dispiaciuto avere, un giorno, una sposa che somigliasse anche solo vagamente a quel prodotto artificiale.

Era certo che, quando l’avrebbe incontrata, un nuovo sentimento sarebbe sbocciato nel suo petto, un’emozione talmente intensa da fargli palpitare il cuore come non era mai successo, talmente calda e dolce da farlo arrossire. Ed era raro che lui arrossisse, sebbene avesse la pelle molto chiara, come la maggior parte del popolo governato dallo Shogunato. Possedeva un autocontrollo invidiabile, non perdeva quasi mai la calma.

Distolse la mente da certe frivolezze, come le avrebbe definite suo padre, tornando a concentrarsi sulla lettura attenta di un rotolo srotolato in orizzontale e scritto in kanji, il cui testo avrebbe dovuto imparare a memoria.

«Kitakado-san, ho qualcosa di urgente da riferirle».

La sua guardia del corpo personale, un uomo dagli occhi piccoli basso e robusto, esperto nel lancio di armi ninja, che era molto veloce e letale, malgrado si potesse ritenere che la sua stazza lo rallentasse nei movimenti, si fece avanti dopo aver fatto scorrere la fusuma.

«Parla pure», si mise in ascolto il bel ragazzo dai capelli albini, mantenendo la sua posizione da seduto a gambe incrociate, mentre il subordinato si inchinava in segno di rispetto.

«Un intruso dall’aria sospetta si aggirava nei piani bassi di questo palazzo. Due di noi hanno tentato di catturarlo, ma il piccoletto correva veloce: è scappato fuori, ma gli stiamo dietro, quando si stancherà di scappare riusciremo sicuramente a prenderlo, per scortarlo al vostro cospetto».

«Molto bene. Grazie alla vostra efficienza, avrò presto qualcosa di diverso da fare. Incominciare a sostituire mio padre al momento in cui si presentano tali incombenze, d’altronde, rientra nella mia istruzione», disse, per poi chiudere gli occhi color del cielo.

Tomohisa sospirò: era un suo dovere. Era necessario.

 

 

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2040 parole.

Primo capitolo di una fanfiction, scritto per il COW-T 8, Sesta settimana, Missione 6 “Rinforzi da Leda”: Scenario “TimeTravel!AU”.

Stavolta non ho tempo di aggiungere un piccolo glossario, magari la prossima volta ^^