Actions

Work Header

My Mother in This Time

Chapter Text

Alicia fu la prima ad arrivare nel locale e scelse un tavolo ben in vista, così che Guy potesse scorgerla subito. La dottoressa sorrise tra sé: la telefonata di Gisborne non l’aveva affatto sorpresa.
Miriam aveva portato i bambini a Brighton per una settimana per incontrare l’unica parente che avesse, un’anziana prozia costantemente in viaggio negli angoli più sperduti del pianeta e che incredibilmente aveva deciso di fermarsi in Inghilterra per qualche giorno, manifestando un inaspettato interesse nel conoscere i figli della pronipote.
Con il festival dedicato a Robin Hood in pieno svolgimento, Guy non aveva potuto assentarsi dal lavoro ed era dovuto restare a Nottingham e Alicia sapeva quanto gli pesasse essere separato dalla propria famiglia, anche se solo per pochi giorni. Quando quella mattina le aveva telefonato chiedendole di pranzare con lui, Alicia non si era stupita.
Era pronta a tirarlo su morale e a prenderlo un po’ in giro, ma quando lo vide entrare nel locale, dimenticò la propria intenzione di scherzare: Guy sembrava preoccupato e triste, più abbattuto di quanto avesse immaginato parlandogli al telefono.
La raggiunse al tavolo e le sorrise, ma Alicia non si lasciò ingannare da quel sorriso nemmeno per un attimo e gli prese una mano.
- Cosa c’è, caro? Miriam e i bambini ti mancano così tanto? Torneranno presto, è questione di pochi giorni, ma se ti senti troppo solo, vieni da noi. Lo sai che mi fa sempre piacere passare del tempo con te e anche Peter non vede l’ora di parlare di storia medievale con l’unica persona che conosce veramente bene l’argomento.
Guy fece per risponderle, ma si interruppe notando la cameriera che si era avvicinata al tavolo per prendere l’ordine. Indicò un piatto a caso del menù e tornò a fissare il piano del tavolo, mentre anche Alicia si affrettava a ordinare. Solo quando la ragazza si fu allontanata, Guy scosse la testa, con un sospiro.
- Non si tratta di Miriam o dei bambini. Anzi, forse è un bene che non siano qui, ora. Ma credo che accetterò il tuo invito, ho bisogno di te, Alicia.
La donna lo guardò, ora seriamente preoccupata.
- Guy? Cosa è successo? Cosa c’è che non va?
- Non lo so. Devi aiutarmi a capirlo.
- Cosa intendi?
Guy la guardò, e Alicia si rese conto che era davvero spaventato.
- Voglio che mi visiti.
- Non ti senti bene? - Alicia si protese verso di lui per appoggiargli una mano sulla fronte. - Non hai la febbre.
- No. Non è la solita influenza, o una delle varie malattie che i bambini prendono a scuola, di questo ne sono certo. - Le rivolse un breve sorriso ironico. - Ormai sono piuttosto esperto.
Alicia rispose al suo sorriso e spostò la mano a fargli una carezza sulla guancia prima di ritrarla.
- Direi di sì. Ma ora dimmi che sintomi hai.
Guy abbassò lo sguardo, come se si vergognasse di qualcosa.
- Non ne ho.
Alicia lo guardò, un po’ perplessa.
- Non ne hai?
- No.
- Però pensi di essere malato?
Guy annuì, timidamente.
- C’è qualcosa che non va in me, ne sono sicuro, ma non so di cosa si tratti. Non ho dolori o disturbi di nessun tipo, anzi è da un bel po’ che non prendo nemmeno il raffreddore, ma non riesco a togliermi dalla mente questa sensazione… Non è facile da spiegare, è come se sapessi che sta per succedermi qualcosa di terribile, come quando senti che sta per arrivare un temporale, ma il cielo è ancora sereno e non si sentono tuoni. Sai che la tempesta arriverà, lo senti dentro, ma non sai spiegarne il motivo...
- Forse sei solo stanco, ti impegni sempre molto con il lavoro e anche a casa passi molto tempo a occuparti dei bambini.
Guy la fissò.
- Non è niente rispetto a quello che dovevo fare per lo sceriffo. Il mio lavoro mi piace, non è un peso, e lo stesso vale per i bambini. So cosa vuol dire essere esausti e stressati, ho passato anni e anni della mia vita sull’orlo di un precipizio e capirei se si trattasse di qualcosa del genere. Forse è un presentimento, o forse sono diventato matto all’improvviso, ma sta peggiorando giorno dopo giorno. A volte mi sveglio in piena notte col cuore che mi batte troppo forte e non riesco a non pensarci.
Alicia tornò a prendergli la mano e lo sentì sussultare.
- Ne hai parlato con Miriam?
- Non ancora, volevo prima chiedere la tua opinione.
- Devi lavorare ancora oggi?
- No, ho il pomeriggio libero.
- Allora dopo pranzo vieni in ospedale con me. Ti visiterò con cura e cercheremo di capire da dove viene l’angoscia che provi. Di qualunque cosa si tratti, la affronteremo insieme e troveremo una soluzione.
Guy le sorrise, grato.
- Riesci sempre a farmi sentire meglio, Alicia.
- Ne sono lieta. - Si voltò a guardare la cameriera che stava dirigendosi verso il loro tavolo con due piatti in mano. - Ora non pensarci e pranziamo. Cosa hai ordinato?
- Non ne ho idea. - Disse Guy, divertito. - Ma non importa, lo sai che non sono difficile sul cibo, qualunque cosa andrà bene.
- In effetti sei l’unica persona che conosco che non si è mai lamentata del cibo dell’ospedale. - Rispose Alicia, con lo stesso tono, contenta di vederlo un po’ più tranquillo. Lei invece era un po’ preoccupata per lui e sperò che la sua sensazione dipendesse solo da un po’ di ansia dovuta al troppo lavoro e alla stanchezza.

- Probabilmente è solo stress. - Jack Robinson parlò a bassa voce, lanciando uno sguardo a Guy, steso sul lettino dell’ambulatorio e apparentemente addormentato.
Alicia lo guardò a sua volta, sospirando leggermente.
- Non lo so, Jack. Ormai lo conosco bene e non l’ho mai visto tanto preoccupato per la propria salute.
Il collega indicò le carte che teneva in mano.
- Gli esami del sangue sono perfetti, lo vedi anche tu. E lo abbiamo visitato in due, a me sembra perfettamente in salute.
- Sì, ma…
- Non gli era già successa una cosa del genere tempo fa? Ti ricordi che la cicatrice gli faceva male quando si agitava troppo? La prima volta che è successo sei quasi morta di paura.
- Quello era diverso. E comunque sono anni che non ha più avuto quel tipo di problemi.
- Forse questo è un periodo più stressante del solito per lui, non c’è quella specie di festival dedicato a Robin Hood in questi giorni? O forse ha avuto qualche disaccordo con Miriam.
Alicia scosse la testa.
- Ne dubito.
- In ogni caso gli esami che abbiamo fatto non evidenziano alcun problema, puoi rassicurarlo su questo. Ora devo andare, salutalo da parte mia quando si sveglia.
Alicia annuì.
- Grazie, Jack.
La dottoressa tornò ad esaminare minuziosamente i risultati delle analisi, in cerca della minima anomalia, senza trovarne. Da una parte ne era enormemente sollevata, ma dall’altra sapeva che Guy non si sarebbe accontentato di quella risposta.
Lo guardò, preoccupata. Che avesse qualcosa che lo turbava e gli toglieva il sonno era evidente, tanto che aveva finito per addormentarsi sul lettino dell’ambulatorio mentre Jack lo visitava.
Si avvicinò a lui e gli toccò delicatamente una spalla. Guy aprì gli occhi con un sussulto e la guardò.
- Mi sono addormentato?
Alicia gli sorrise.
- Già. Non avrei voluto svegliarti, ma dobbiamo lasciare l’ambulatorio agli altri pazienti.
Guy sospirò.
- Sono così stanco... Non appena mi addormento, arrivano anche gli incubi, e mi sveglio con la sensazione di non riuscire a respirare, e poi non riesco più a dormire.
Alicia gli accarezzò la fronte, scostandogli una ciocca di capelli dal viso.
- Cosa sogni?
- Non lo ricordo. Miriam mi ha detto che ogni tanto mi agito nel sonno e che un paio di volte l’ho svegliata perché ho gridato, ma di solito cerco di non disturbarla, di restare in silenzio anche se mi sembra di essere sul punto di morire.
Guy si alzò a sedere e iniziò a rivestirsi.
- Perché? - Chiese Alicia, e Guy la fissò.
- Perché cosa?
- Perché non lo dici a Miriam? Se ti senti così angosciato, parlarne con lei potrebbe rassicurarti, allontanare un po’ le tue paure.
- Lo farò, quando avrò qualcosa di sensato da dirle. Alicia, cosa ho che non va? È qualcosa di grave?
La dottoressa raccolse in una cartellina i fogli con i risultati degli esami e gliela porse.
- Sei in perfetta salute. Puoi controllare con i tuoi occhi se non ti fidi, ma fisicamente non hai nulla. Io e Jack abbiamo fatto tutti gli esami possibili, ma non abbiamo trovato niente.
Alicia uscì dall’ambulatorio e Guy la seguì.
- Stai dicendo che sono matto? Che è tutto nella mia mente? Non è così, Alicia, so che non è così!
La dottoressa gli prese una mano e gliela strinse.
- Non ho mai detto che non ti credo. Ti ho creduto quando mi hai detto di aver viaggiato nel tempo e lo faccio anche ora. Se ti senti in pericolo, significa solo che dovremo scoprire la causa di questa sensazione e trovare il modo di tenerti al sicuro. Per ora sappiamo che il pericolo non viene dalla tua salute e questo è già un sollievo per me. Riusciremo a capire cosa ti sta succedendo, ma tu ricordati sempre che non sei solo, qualunque cosa sia la affronteremo insieme. Ma dovresti parlarne con Miriam.
Gisborne annuì.
- Lo farò non appena tornerà a Nottingham.

Peter Edwards appoggiò sul tavolo una cartellina, ma Alicia scosse la testa sorridendo al marito.
- Peter, lascia stare Guy per stasera, è stanco, di certo non avrà voglia di rispondere alle tue mille domande sulla vita nel medioevo.
- Alicia, non mi pesa, davvero. Anzi, è una distrazione. - Guy allungò una mano per prendere i fogli, ma Alicia si impossessò della cartellina e la ripose sulla scrivania del marito.
- Va bene, ma adesso è ora di cena. Prima mangiamo.
- Ordini del dottore? - Chiese Guy, sorridendole mentre Alicia gli riempiva il piatto.
- Ovvio.
Alicia gli appoggiò una mano sulla spalla per dargli una stretta affettuosa e lo sentì sussultare, poi Guy le afferrò la mano con un movimento improvviso.
- Guy? Va tutto bene?
Gisborne scosse la testa.
- Ho avuto una sensazione strana per un attimo.
- Come quando salti nel tempo?
- Non proprio. Quando mi hai toccato, per un momento non ho sentito la tua mano. Vedevo che mi stavi toccando la spalla, ma non sentivo il tuo tocco.
- Ora lo senti?
- Sì. Adesso è tutto normale.
La donna gli accarezzò una guancia.
- Stai tranquillo, capiremo cosa ti sta succedendo, te lo prometto. Andrà tutto bene, tesoro.
- Domani andrò a controllare le inscrizioni nella cripta. - Intervenne Peter. - Se dovesse dipendere da qualcosa che è successo nel passato, sono sicuro che troveremo un messaggio di Robin.
Guy annuì. Era sempre più preoccupato, ma si sforzò di non dimostrarlo. Alicia e Peter erano pronti ad aiutarlo e lui sapeva che avrebbero fatto tutto il possibile e che in ogni caso erano pronti a sostenerlo e confortarlo.
La loro vicinanza gli dava coraggio e gli riscaldava il cuore.
Andrà tutto bene.
Guy si sforzò di convincersi delle parole di Alicia e decise di mettere da parte la sua preoccupazione, almeno per quella sera. Gli venne in mente che anche sua madre lo rassicurava con lo stesso affetto quando da bambino era turbato per qualche motivo e il suo amore, proprio come quello di Alicia, riusciva sempre a rasserenarlo.

Guy aprì gli occhi, svegliato da un canto lontano e rimase steso nel letto, trattenendo il respiro per ascoltare meglio.
“Sto ancora sognando...” Sussurrò. Non poteva essere sveglio e se ne rendeva perfettamente conto: la stanza in cui si trovava era la camera degli ospiti di Alicia e Peter, ma la finestra che lasciava filtrare la prima luce dell’alba era quella della stanza della sua infanzia. Se avesse guardato fuori dalla finestra, avrebbe visto il melo carico di frutti su cui amava arrampicarsi da piccolo. Era sicuro di stare sognando anche per un altro motivo: la voce che udiva cantare una malinconica ballata francese era quella di sua madre, cenere da così tanti anni ormai.
Guy sollevò una mano per asciugarsi una lacrima, poi si alzò dal letto e aprì la porta della camera.
“Madre...” Chiamò a bassa voce, e sua madre era lì, in piedi davanti a lui, nella cucina di Alicia.
“Questo è uno strano posto, Guy. Così diverso da tutto quello che conoscevo… Anche tu sei diverso, indossi abiti strani.”
Guy abbassò lo sguardo su di sé. Aveva ancora addosso gli stessi abiti che aveva messo per andare a letto: una semplice t-shirt bianca e i pantaloni neri di una tuta da ginnastica.
Ghislaine sorrise.
“Ma sembri a tuo agio, questo posto ti rende felice.”
“Sì, è vero…”
“Però sei preoccupato.”
“C’è qualcosa che non va, ma non riesco a capire cosa sia. Credevo di essere malato, ma Alicia dice che sto bene. Ma… Forse si sbaglia? È per questo che sei qui? Sei venuta a prendermi?”
La madre lo guardò.
“Un tempo lo desideravi, pregavi per questo, e allo stesso tempo temevi la morte perché pensavi di meritare solo i tormenti dell’inferno. Ora è diverso, vero? Non hai più paura, ma non vuoi nemmeno morire.”
Guy annuì in fretta.
“No, non voglio morire. Ora la mia vita è bella, sono felice. Ti prego, non portarmi via, non ancora.”
Ghislaine gli sorrise, rassicurante.
“Non temere, non sono qui per questo, Guy. Quando sarà il momento io ci sarò, non dubitarne mai, ma è ancora presto.”
“Perché sei qui, allora?”
“Sono tua madre. Da viva non sono stata capace di proteggere i miei figli, e dopo potevo solo assistere al tuo dolore, non potevo aiutarti anche se lo desideravo così tanto… Lo so che a volte ti senti quasi in colpa per l’affetto che provi per Lady Alicia, lo so che ti sembra di sottrarmi qualcosa quando ti accorgi di volerle bene quasi quanto ne volevi a me. Ma io ne sono felice, piccolo mio. I miei errori, i nostri errori, ti hanno tolto l’amore di tua madre nel momento in cui ne avresti avuto più bisogno. Vedere qualcuno che ti vuole bene, che si prende cura di te, mi rende solo felice. Lei è tua madre in questo tempo, quanto io lo sono stata nel nostro.”
Ghislaine lo abbracciò, commossa, e Guy la strinse a sé. Era un sogno, ne era ancora consapevole, ma aveva l’impressione di poterla toccare davvero. Quello era un abbraccio uguale a quello dei suoi ricordi più lontani, l’abbraccio di quando la sua vita era ancora sul punto di iniziare, di quando il suo futuro era ancora un’incognita, traboccante di promesse e possibilità.
La madre si staccò da lui e gli appoggiò entrambe le mani sulle spalle, fissandolo negli occhi.
“Ma non ho risposto alla tua domanda… Sono qui per avvertirti.”
“Allora c’è davvero un pericolo. Non sto impazzendo. Dimmi cos’è!”
“Non posso rivelarti il futuro, Guy, ma posso darti il mio consiglio: fidati del tuo cuore e del tuo istinto. Io credo in te, piccolo mio.”

Guy si svegliò di colpo, soffocando un’esclamazione di sorpresa. Era nella camera degli ospiti di Alicia, identica a quella del sogno, ma stavolta la finestra era normale, una semplicissima finestra affacciata sulla strada sottostante. Guy si alzò e si avvicinò al vetro: fuori pioveva e le poche macchine che passavano a quell’ora sollevavano spruzzi fangosi. Le gocce di pioggia sul vetro della finestra distorcevano le luci dei fari.
Guy appoggiò la fronte al vetro freddo.
Aveva sognato sua madre dopo così tanti anni. Dopo così tanti secoli.
Non gli aveva detto molto, ma le sue parole lo avevano confortato, esattamente come quelle di Alicia la sera prima.
Lei è tua madre in questo tempo…
Guy si rese conto che Ghislaine aveva ragione, che Alicia era come una madre, che nel suo affetto lui aveva ritrovato un amore perduto da troppo tempo.
Sorrise tra sé e si chiese se tornare a letto oppure no. Per la prima volta da quando aveva iniziato ad avere quella sensazione di angoscia, Guy era riuscito a dormire per molte ore di fila e si sentiva già molto meglio.
Era ancora troppo presto per fare colazione, ma non aveva voglia di tornare a dormire. Decise che avrebbe fatto una doccia calda e poi avrebbe preparato qualcosa da mangiare per Alicia e Peter, per ringraziarli della loro gentilezza.
Accese la luce per prendere un cambio di vestiti dal borsone che aveva portato con sé, ma si bloccò vedendo la propria immagine nello specchio, spaventato.
Portò subito una mano all’addome e toccò la macchia di sangue sulla t-shirt, all’altezza della sua vecchia cicatrice. Sentì la stoffa umida e guardò il sangue che gli aveva sporcato le dita, poi si affrettò ad alzare la maglietta.
La sua pelle era pulita e la cicatrice era la stessa di sempre, una striscia di pelle rovinata e più chiara, evidente, ma ormai totalmente innocua. Guy la toccò, premendola con le dita, ma non sentì il minimo dolore. Cercò al tatto quella sulla schiena, un altro segno lasciato dalla stessa ferita, ma anche quella sembrava normale. La maglietta, però era sporca di sangue anche in corrispondenza della seconda cicatrice, e anche di quella più piccola, lasciata dal pugnale di Isabella.
Guy si sfilò la maglietta e la esaminò con attenzione: le macchie di sangue non erano ampie, ma erano ancora umide. Scostò la coperta dal letto per esaminare le lenzuola, ma non trovò altre tracce di sangue, né sul letto, né sulla propria pelle.
Cosa significa?
Incapace di trovare una spiegazione, Guy lasciò la maglietta su una sedia e si diresse verso il bagno.
L’acqua calda della doccia sarebbe riuscita a rilassarlo un po’, come sempre, e lui non voleva essere così agitato quando Alicia e Peter si fossero svegliati.

- Guy! - Alicia bussò alla porta del bagno, angosciata. - Guy, rispondimi!
Peter si affacciò alla porta della camera, ancora mezzo addormentato.
- Che succede?
Prima che la moglie potesse rispondergli, la porta del bagno si aprì e Gisborne uscì, vestito, ma con i capelli ancora umidi.
- Va tutto bene, Alicia?
Alicia lo fissò, sollevata, ma non del tutto.
- Sei tu che devi dirmelo. - Disse, mostrandogli la maglietta sporca di sangue. - Mi ero affacciata per vedere se stavi dormendo tranquillamente, ma tu non c’eri e invece ho visto questa sulla sedia. Cos’è successo? Ti sei ferito?
Guy scosse la testa.
- No, io sto bene. Ma c’è decisamente qualcosa di strano. Quando mi sono svegliato, la maglietta era così, macchiata nei punti dove ho le cicatrici, ma io non ho sanguinato, ne sono sicuro.
- Fammi vedere.
Guy la lasciò fare e Alicia gli sollevò i vestiti per controllare con attenzione quelle vecchie ferite.
- Hai ragione, non c’è nulla di anomalo.
- Sto bene. - Confermò Guy. - Ma devo risolvere questo mistero.
- Io e Peter ti aiuteremo a farlo, non sei solo.
- Già. - Bofonchiò l’archeologo, assonnato.
- Grazie. - Guy li guardò entrambi. - Ma come mai siete svegli così presto?
- Non riuscivo a dormire… Ero preoccupata per te, caro.
Come una madre… Proprio come una madre.
Guy la abbracciò di impulso, commosso.

Peter Edwards accostò la macchina al marciapiede per far scendere Guy e Alicia.
- Ci vediamo al castello più tardi. - Disse, poi ripartì con una manovra un po’ azzardata.
- Dimentica sempre di usare la freccia. - Disse Alicia con un sospiro rassegnato. - E non hai idea delle ammaccature che riesce a fare a quella povera auto.
Guy sorrise.
- Più di quante ne abbia fatte io quando ho imparato a guidare?
- Tu non eri così distratto. - Disse Alicia ridacchiando, poi tornò seria. - Sei sicuro di stare bene? Non riesco a togliermi dalla mente quelle macchie di sangue. Forse non dovresti andare al lavoro oggi…
- Oggi è il giorno finale del festival, non posso assentarmi. E in ogni caso sono in perfetta salute, lo avete constatato sia tu che Jack, no? Piuttosto non era necessario che prendessi un giorno di ferie per accompagnarmi al lavoro.
- Forse no, ma stamattina mi sono davvero spaventata, oggi non voglio perderti di vista. E poi era da un po’ che non venivo a vedere il festival, mi fa sempre piacere assistere al tuo spettacolo. Anche perché poi posso vantarmi con gli altri spettatori di conoscere Guy di Gisborne.
Guy la guardò, divertito e la baciò su una guancia.
- Ora devo andare a prepararmi, ci vediamo più tardi.