Actions

Work Header

I sacrifici di Tenka Kumo

Work Text:

 

Il valore di un sentimento è la somma dei sacrifici che si è disposti a fare per esso.
(John Galsworthy)

 

 

 

Tenka Kumo aveva avuto dalla vita tutto ciò che era possibile desiderare: due genitori che lo avevano amato e cresciuto in modo retto, una costituzione sana e vigorosa, una casa accogliente all’interno di un Santuario antico e suggestivo, nobili ideali da perseguire con dedizione, grandi sogni da voler realizzare con determinazione, due adorabili fratelli minori.

Quando aveva scoperto della nascita del suo primo fratellino, non gli era ancora ben chiaro cosa comportasse avere un simile dono del cielo in casa. Non era che un bambino di otto anni curioso seduto sulle spalle ampie del padre, mentre osservava il sorriso dolce della madre che lo invitava a farsi più vicino al fagottino minuto che lei teneva amorevolmente fra le sue braccia. Si era stupito enormemente quando, tendendo una mano verso di lui, il più piccolo lo aveva imitato rinchiudendogli l’indice nella manina. Tenka aveva compreso per la prima volta l’importanza speciale di un affetto fraterno che sbocciava timidamente e che presagiva di allargarsi a dismisura fiorendo con il passare del tempo. Era bello prendersi cura di un fratello più piccolo, sentire lo scalpiccio ostinato che lo seguiva ovunque si muovesse all’interno del Tempio di famiglia, giocare insieme, impartirgli le prime lezioni di katana con la bokken, prenderlo un po’ in giro. Si era ritrovato ben presto ad accogliere un secondo fratellino in mezzo a loro, a cullarlo quando iniziava a piangere e a farlo sorridere con le sue smorfie buffe; Chuutarou era un frugoletto gioioso e vivace che ricercava costantemente l’attenzione di tutta la sua famiglia e prendersi cura anche di lui fu un’esperienza bellissima per Tenka, una scoperta straordinaria che, sommata alle altre già compiute, riempiva costantemente la sua vita serena e avvincente al tempo stesso.

Con orgoglio immenso e l’aspettativa alle stelle, Tenka era entrato a far parte della Yamainu Squad, un gruppo speciale dell’esercito legato al Ministro della Difesa, una squadra incaricata principalmente di ricercare il contenitore umano del mitologico ed enorme serpente ‘Orochi’, un gruppo di volenterosi giovani preparati e comandati proprio dal suo inflessibile e onesto padre, Taiko Kumo, tredicesimo capo del Tempio della Nuvola. Quelli della Yamainu non si limitavano solo a questo compito oneroso, loro vegliavano sulla brava gente e facevano rispettare fermamente la legge vigente, si assicuravano una pace continuativa e speravano di difendere il futuro del paese, che era anche uno dei sogni ambiziosi di Tenka.

Stava andando tutto bene, lui era davvero felice della vita che conduceva sotto il cielo di Shiga, circondato dalla famiglia e dagli amici dello Yamainu.

Tuttavia, la ruota imprevedibile del karma girava per tutti e nemmeno Tenka Kumo ne era stato immune. Nel corso di una sanguinosa notte, che non avrebbe potuto scordare mai più a causa della sua oscura drammaticità, i suoi adorati genitori erano stati brutalmente assassinati nel sonno da un esponente del Clan Fuuma, un Clan composto da abili ninja, in quel caso era stata opera di un ragazzo albino con il volto coperto da una maschera di volpe. Non era giunto in tempo, Tenka, per impedire che il suo fratellino Soramaru assistesse direttamente all’omicidio e tentasse disperatamente, anche se era ancora un bambino inesperto e certe cose non le comprendeva appieno, di attaccare il ninja mascherato con la katana del padre. Tenka era però riuscito a salvarlo da un doloroso fendente, facendogli scudo con il proprio corpo. Riusciva ancora a rivedere, nella sua mente, il preciso momento in cui il suo sguardo si era puntato sul visino sconvolto di Soramaru, sui suoi occhi pieni di lacrime e sulla paura che lo faceva tremare dalla testa ai piedi. “Va tutto bene. Va tutto bene, Soramaru. Calmati. Guardami: vedi, sto sorridendo, no? Non c’è nulla di cui essere spaventati. Perché sono qui con te. Non c’è più bisogno di pensare o di avere pesi sulle spalle. Dimentica tutto. Ok? Solo, sorridi per me”. Il primo, vero sacrificio di Tenka era stato quello e l’aveva fatto per suo fratello. Avrebbe preso carico di tutto il dolore, di tutta la tragedia, di tutto il necessario pur di tranquillizzare e tenere al sicuro i suoi fratellini, l’unica famiglia che gli era rimasta.

Il secondo sacrificio arrivò poco tempo dopo.

La ferita alla schiena era davvero grave e profonda, non si rimarginava, ma Tenka era disposto a ogni cosa pur di riprendersi, non poteva arrendersi, non in quel momento delicato, non quando i suoi fratellini e lo Yamainu avevano bisogno della sua forza. Si era perciò sottoposto a un esperimento terribile, in cui lo avrebbero guarito attraverso le cellule di Orochi, iniettandogliele direttamente nel corpo, le cellule dello stesso tremendo serpente che lui, in realtà, avrebbe dovuto tenere lontano dal suo mondo. Eppure, non gli importava cosa i suoi fieri antenati e i suoi stessi genitori avrebbero pensato di lui, così Tenka si era risanato e aveva preso l’ennesima decisione importante, un terzo sacrificio dal quale non aveva intenzione di tornare indietro. Doveva lasciare la Yamainu Squad e il suo ruolo di capitano, rinunciare al comando in favore di Sousei, anche se i suoi compagni e amici non avrebbero capito. Doveva deporre i suoi sogni e anteporre Soramaru e Chuutarou sopra tutto e tutti, poiché i fratelli minori erano realmente ciò di cui il giovane aveva bisogno. Voleva colmare l’assenza dei genitori, voleva vederli crescere, voleva sperare, piangere e ridere insieme a loro. Desiderava immensamente condividere tutti i suoi insegnamenti e tutti i suoi principi morali con loro, loro che erano la principale fonte della sua felicità. 

 

 

 

Quando Tenka Kumo aveva pensato che fosse giunta infine la sua ora, che era inevitabile rimandarla oltre, auspicava che tutto il tempo trascorso a badare ai cari fratelli minori non fosse andato sprecato, che il suo affetto incommensurabile li avesse raggiunti in ogni momento, così come tutto quello che gli aveva insegnato in quegli anni movimentati a fare da traghettatori dei criminali verso il Gokumonjo, l’inquietante prigione sorta al centro del lago Biwa.

Soramaru e Chuutarou erano i suoi preziosi fratellini e Tenka non avrebbe davvero voluto lasciarli così presto da soli: vederli diventare uomini veri sarebbe stato per lui un grande onore e un inestimabile privilegio, sperava quantomeno di essere riuscito a renderli abbastanza forti e coraggiosi da superare gli eventi difficili che sicuramente avrebbero affrontato senza la sua guida affidabile e irreprensibile. Mentre percorreva gradino dopo gradino, circondato dalle guardie che lo scortavano, la scalinata verso il patibolo al quale era destinato, tutti i suoi pensieri furono rivolti a loro due.

A Soramaru, alla sua tenacia che non si piegava, ai suoi lievi miglioramenti, al suo contegno e alla sua maturità, che talvolta contrastava con la frivolezza del maggiore, un muro che bramava di scavalcare ribadendolo in continuazione.

A Chuutarou, alla sua voglia di imparare nonostante gli errori, alla sua vivacità, ai suoi abbracci calorosi e agli immancabili sorrisi pieni di fiducia che gli rivolgeva, al fatto che lo idolatrava al pari di un Kami.

Il governo aveva dichiarato Tenka Kumo colpevole di essere il contenitore di Orochi e di aver fatto esplodere il Gokumonjo, eppure Tenka aveva scelto liberamente di consegnarsi, aveva agito con fermezza e aveva perseguito tale risoluzione senza batter ciglio, sorridendo persino, certo che le sue ultime azioni sarebbero bastate a proteggere Shiga e i suoi abitanti; del resto aveva rinunciato da tempo a realizzare quel lontano sogno di difendere il Giappone insieme alla Yamainu Squad per sostenere esclusivamente il suo ruolo di fratello maggiore. Aveva anteposto quegli ideali nobili e il futuro del paese al benessere, alla sicurezza, alla gioia e ai capricci di Soramaru e Chuutarou. E aveva veduto quanto entrambi si fossero opposti alla sua esecuzione capitale, quanto avessero respinto ogni guardia che si parava sulla loro strada, quanto avessero urlato la loro volontà e quanto si fossero disperati rendendosi conto che lui, Tenka Kumo, il fortissimo e irraggiungibile primogenito, il quattordicesimo capo del Tempio della Nuvola, non avesse intenzione di ritornare indietro con loro – eppure era sempre quella la cosa che desiderava di più, non era esplicabile quanto ci tenesse in realtà a entrambi.

“Farà male per un po’. Dopo starete bene. Non diventate come me. Piangete. Urlate. Siate forti. Siate orgogliosi del modo in cui vivete. Ridete! Sotto questi cieli grigi”.

Cercò di rassicurarli come faceva sempre, con sagge parole e un sorriso luminoso quanto il sole coperto da fosche nuvole, ma le lacrime alla fine prevalsero anche sul suo viso, mentre gli disponevano il cappio al collo e gli coprivano il volto con un telo poco più grande della testa.

Fortunatamente, la sua vita non terminò in quel momento di tensione, solo che nessuno oltre pochissime persone ne venne informato. Tenka Kumo sarebbe sopravvissuto ancora, il suo corpo utilizzato come cavia d’esperimento e contenitore artificiale doveva essere spostato, mentre venne portato in una prigione rimase svenuto per qualche giorno, indebolito dai cambiamenti che quelle cellule maledette avevano provocato sulla sua pelle.

Il suo estremo sacrificio doveva attendere, perché i suoi fratellini, ignari che lui fosse sopravvissuto e profondamente colpiti dal rapido scorrere degli eventi, avevano bisogno di lui.

 

 

 

L’undicesimo anno dell’Era Meiji era stato particolarmente ricco di eventi e di drammi inaspettati, ma alla fine tutto era finito per il meglio, le nuvole si erano diradate e il sole era tornato a risplendere con tutto il suo calore sopra il paese tradizionalista di Shiga, facendo brillare le acque del lago Biwa, non più torbide, ma cristalline.

E a proposito di acqua, non c’era niente di meglio, quando si era stanchi, affaticati e provati da uno scontro, che riposare le stanche membra comodamente adagiati dentro una vasca posta all’aria aperta, in un’area del Santuario della Nuvola coperta dalle correnti fredde.

Tenka Kumo era combinato piuttosto male, con metà del corpo che probabilmente sarebbe rimasta paralizzata per lungo tempo e con i segni della bruciatura provocata dalle fiamme di Orochi – esatto, sempre quel dannato serpentone – ma sentiva che quel bagno tiepido lo stava in parte rigenerando.

Era vivo, realmente vivo. Non particolarmente in forma, certo, ma respirava, sorrideva e godeva della vista dell’ambiente circostante.

Sebbene il Giappone stesse andando incontro alle inusuali innovazioni importate dall’Occidente e allo sviluppo delle costruzioni tradizionali già presenti, tutti cambiamenti voluti dall’Imperatore, il suo amato Tempio non ne avrebbe risentito, non finché lui sarebbe stato il capo almeno.

Era fin troppo abituato alla sua collocazione naturalistica, grazie al bosco vicino.

Il baluardo architettonico della loro tradizione era costituito dalla sua struttura antica e suggestiva, dal piano orizzontale e perfettamente geometrico, dalle resistenti colonne portanti e dalle tegole di legno ben allineate, dal tetto spiovente, dalle pareti intonacate, dagli shoji scorrevoli e dalle fragili fusuma, dai byobu, paraventi dipinti con motivi naturali e risalenti alle ere del passato, insieme a qualche altro oggetto ben conservato nel tempo. Era tutto di suo gusto. E che dire del torii posto sulla scalinata d’ingresso e delle lanterne di pietra?

Quel portale d’accesso, la cui struttura elementare era formata da due colonne di supporto verticali e un palo orizzontale sulla cima, dipinto prevalentemente di rosso, li aveva accolti innumerevoli volte alla fine delle loro uscite quotidiane.

Senza contare che il rosso era uno dei tre colori che per secoli aveva vestito la sua fiera famiglia: rosso, nero e bianco. Era presente anche nel kanji stampato sul retro delle loro vesti, l’ideogramma dei Kumo.

Dal punto in cui era posizionata la vasca di legno, Tenka poteva ammirare parte del giardino esterno e parte della loro dimora. Si stava rilassando a tal punto da sussultare quando l’abbraccio del fratellino più piccolo, il terzogenito Chuutarou Kumo, lo circondò alle spalle.

«Ten-nii, faccio il bagno insieme a te! Mi sono già spogliato, vedi?».

«Ah, bene. Entra pure», acconsentì, e il ragazzino ovviamente non se lo fece ripetere due volte.

«Aniki, non incoraggiarlo!» sbottò la voce contrariata di Soramaru Kumo, poco lontano da dove si trovavano loro. «Avevo già scaldato l’acqua per te, Chuutarou, perché non vieni in questa vasca?».

Effettivamente, il secondogenito ne aveva preparata un’altra.

«No, no. Usala per te! Io voglio fare il bagno insieme a Ten-nii! Ten-nii mi è mancato troppo!».

«Soramaru, perché invece non ci raggiungi? Questa vasca è abbastanza grande per tutti e tre», dispose Tenka, sollevando il suo ventaglio caratteristico con la mano sana, aprendolo e piazzandolo davanti alla parte inferiore del viso eloquente. «Sarai stanco, immagino. Vieni a rilassarti».

«Aniki, tu non cambi proprio mai…» sospirò il secondogenito. Tanto valeva accettare, altrimenti lui e Chuutarou sarebbero stati capaci di dargli il tormento fino al sopraggiungere della notte, un po’ come quando avevano voluto disporre i futon vicini, nella stessa stanza, per dormire nel medesimo spazio. Spesso Soramaru non si capacitava del fatto che lui, fra i tre Kumo, era quello più equilibrato e responsabile, perché Tenka, per quanto fosse da sempre il proprio modello di riferimento, nascondeva un lato frivolo e pigro che lo faceva decisamente alterare, a parte quando doveva passare all’azione e lì era insuperabile. Chuutarou andava bene che fosse vivace e facesse come gli pareva, del resto era giustificato dal fatto di essere il più piccolo e ne aveva di tempo per maturare.

Li raggiunse e si denudò non perché avesse ceduto alla proposta imposta, ma più per assicurarsi che non stessero a mollo per tutto il tempo, stabilendo lui quando avrebbero finito di fare il bagno.

«Sei il solito guastafeste. Avanti, sorridi. Il peggio è passato».

Disse gioviale Tenka, rimanendo immobile al suo posto dentro la vasca capiente.

«Ten-nii ha ragione!» concordò Chuutarou, schizzandogli acqua sul viso.

«Chuutarou, se non la smetti subito cambio idea!» lo ammonì seriamente Soramaru, tuttavia ben presto lasciò che le loro risate lo contagiassero e si unì volentieri a loro.

 

 

 

La mattina seguente, Tenka Kumo si svegliò e realizzò di essere tornato finalmente a casa, non solo dal tenjou, il soffitto a cassettoni che gli era familiare, ma anche dal frinire delle cicale. Era certo che fossero le stesse che si nascondevano fra le siepi del giardino esterno, nel Santuario della Nuvola che non aveva mai smesso di considerare egoisticamente come il proprio regno.

Aveva sognato tantissimi eventi del suo passato e per questo egli percepiva una sorta di nostalgia interna. Prese coscienza del suo corpo semiparalizzato, spostò il braccio sano e fece forza per issarsi e per mettersi seduto. Lentamente, si stava abituando a compiere tutti i movimenti essenziali, anche se non sarebbe più tornato come prima. Se non altro, la sua testardaggine rimaneva costante, così si ritrovò dopo qualche minuto seduto sul tatami davanti a uno specchio, dopo aver posato il futon. Si toccò la parte atrofizzata del volto contornato dai lunghi capelli neri con le punte viola, capelli sciolti e non trattenuti in una coda disordinata come al solito, e fece un sorriso al suo riflesso, un sorriso che gli serviva come incoraggiamento per iniziare la giornata.

Pensava di recarsi subito alle pietre tombali dei suoi genitori e di parlare con loro, un’abitudine che in quegli anni duri non aveva mai perso e della quale, talvolta, sentiva un forte bisogno. Sapeva che non avrebbe ottenuto risposte dirette o alcun tipo di approvazione da due oggetti inanimati recanti gli ideogrammi di due persone che aveva amato molto, ma sfogarsi con i loro fantasmi era meglio che trattenere tutto dentro. E poi, voleva informarli delle buone e grandiose notizie, che Orochi non rappresentava più un pericolo per il Giappone e per il mondo intero, che Soramaru e Chuutarou avevano contribuito alla sua sconfitta definitiva, che, anche se aveva sacrificato metà del suo corpo, Tenka non avrebbe mai smesso di lottare e di comportarsi come l’uomo che loro avevano auspicato che lui fosse.

La paralisi era soltanto un limite: poteva rallentarlo nel fisico, ma non poteva fermarlo nello spirito.

 

 

 

Soramaru Kumo aveva pensato di mettere ordine fra le offerte generose degli abitanti, che comprendevano principalmente frutta, verdura, pacchi di farina e contenitori di sakè. Dal momento che Shirasu-san aveva svelato la sua vera identità per poi dileguarsi cadendo da un’altura, da degno ninja, alla fine della battaglia contro l’Orochi, non ci sarebbe stato più a occuparsi di gran parte delle faccende casalinghe. Non poteva negare che era stata una gioia poter ritornare a casa vivi e con il fratello maggiore di nuovo con loro, ma perdonare uno che prima era stato come un altro fratello e un amico, poi aveva rivelato di aver mentito ed esser fedele alla causa della suo Clan, che la sua era stata solo una maschera necessaria allo scopo fino al risveglio del serpente demoniaco, non era facile. Senza contare che quel serpente, fino a due giorni prima, era sigillato dentro il corpo di Soramaru, che era sì libero, ma ripensarci gli provocava ancora ribrezzo.

«Sora-nii, Sora-nii, cosa stai facendo? Posso aiutarti?».

Solo Chuutarou riusciva a essere così pimpante fin dal primo mattino, anche quando non doveva andare a scuola, era il primo a crollare sopra il futon e il primo a svegliarsi. Il dodicenne munito del particolare copricapo che gli aveva cucito lo stesso Soramaru lo fissava con occhi speranzosi, impaziente di rendersi utile, pur sapendo che finiva per combinare solo guai. Se ne stava disteso prono sulla veranda rialzata di legno, sull’engawa, mentre agitava le gambe fasciate dai larghi hakama, tanto per sottolineare il fatto che si seccava a stare con le mani in mano. Gerokishi balzò accanto a lui sopra l’enkazura, il procione adorabile che, durante la decisiva battaglia, era diventato un essere gigante che levitava, inclinò la testa di lato come se fosse anche lui curioso per la risposta che Soramaru stava per pronunciare. Risposta che era un ‘no’ secco.

«Chuutarou, vedi piuttosto se Aniki ha bisogno di qualcosa. Se vuole fare colazione, ho messo il tè a scaldare ed è rimasto un sacchetto di dango che potreste mangiare insieme».

Vicino alla parete esterna del Tempio, Soramaru continuò a smistare i vari alimenti per poi scegliere quali portare in cucina e quali offrire all’altare.

«Sì, signore! Corro subito da Ten-nii!» esclamò l'altro pieno di entusiasmo.

 

 

 

Alla fine, Tenka non riuscì a recarsi quel giorno nel luogo in cui meditava di andare sopra la sua rudimentale sedia a rotelle, i suoi fratelli lo trattennero con loro a mettere ordine nel Tempio e a predisporlo per poter invitare tutti a festeggiare la vittoria sull’Orochi. Tuttavia, a Tenka, rimasto seduto a dettare legge, non pesò fare questo ulteriore e semplice sacrificio. D’altronde, era esattamente ciò che desiderava: vivere insieme a Soramaru e a Chuutarou il più a lungo possibile. Continuare a piangere e a ridere sotto le nuvole bianche, non più grigie.

Rendere gli antenati, e in particolare i genitori, fieri di loro.

 

 

 

°°°

3082 parole, esclusa la citazione iniziale.

Scritta per la quarta settimana del COW-T 8. Sicuramente non è perfetta come avrei voluto, ma è uscita dal cuore <3

 

Un piccolo glossario per chi non ha familiarità con i termini giapponesi:

 

·         Bokken = spada di legno.

·         Tatami = insieme dei pannelli orizzontali che compongono il pavimento di una stanza giapponese.

·         Shoji : parete scorrevole costruita con materiali più resistenti rispetto al fusuma.

·         Fusuma : porta scorrevole di carta, fra due stanze interne.

·         Futon = materassi tipici che si possono tranquillamente avvolgere di giorno e distendere la notte.

·         Dango = dolcetti rotondi a forma di gnocco fatto con la farina di riso e il riso glutinoso. Se ne possono disporre tre o quattro in uno spiedino e si accompagnano al tè verde.

·         Hakama = pantaloni larghi usati all’epoca.