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Royals

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Era svanito così come era apparso, pochi giorni dopo l'incoronazione di Xander, insieme a Laslow e Selena. In silenzio, senza preavviso, e per sempre.

Suo fratello, neppure ancora abituatosi a sedere sul trono, aveva avuto a malapena il tempo di arricciare le labbra in una smorfia di profonda amarezza, prima che le pressanti questioni del trattato di pace con l'Hoshido e la ricostruzione del Nohr dopo la guerra lo assorbissero pressoché del tutto. Camilla aveva pianto calde lacrime e ancora si struggeva, benché l'affetto di Corrin ed Elise stesse cominciando a consolarla.

Leo aveva a malapena reagito, all'inizio. Non era forse vero che ne avevano discusso? Non era forse vero che a quell'eventualità Odin aveva tentato di prepararlo, con mezze parole mormorate evitando di incontrare i suoi occhi, stringendogli la mano un poco più forte?

Di fronte allo sgomento di coloro che gli stavano attorno, Leo si era chiuso in un grave, impassibile silenzio. Aveva fatto prevalere il proprio spirito più pragmatico – si era occupato di aiutare Xander nella sua difficile successione al trono, zittendo il proprio cuore, che sanguinava goccia a goccia sempre un poco di più.

Ma ben presto si era ritrovato a fissare il vuoto, o il cielo ricolmo di stelle, domandandosi dove Odin si trovasse – per quale ragione, per quale luogo avesse dovuto abbandonarlo. E la tristezza e la nostalgia si gonfiavano nel suo petto fino a impedirgli di dormire; a ogni passo che udiva nei corridoi aspettava che lui comparisse, le sue lenzuola parevano rimanere impregnate del suo profumo a discapito di quante volte ordinasse che fossero lavate, e perfino la magia aveva il suo sapore – il tuono parlava del colore delle sue vesti, il fuoco ruggiva come la sua voce, il vento brillava dell'azzurro dei suoi occhi.

Chino sulla propria scrivania, si mordeva le labbra, desiderando di averle appoggiate sulle sue anche solo una volta di più.

Niles assisteva, impotente, e solo dopo qualche tempo Leo si accorse davvero di come il suo brio si fosse offuscato, dei suoi lunghi silenzi, del nuovo velo di malinconia che era calato sulla sua anima, come se il suo passato da solo non bastasse a riempirgli il cuore di amarezza. I loro momenti insieme divennero più radi, e più dolorosi – c'era qualcosa che mancava al loro fianco, e quel qualcosa era un mago fastidiosamente esuberante, meravigliosamente unico.

Era un rimpianto sordo e amaro, quello che ormai aveva preso possesso di lui. Era un'emozione profonda e graffiante e struggente, che si vergognava anche solo ad ammettere di provare, lui, un principe, un astro della nobiltà del suo regno. Ed eppure non poteva ignorare il bisogno spasmodico che aveva di riudire le sue infinite, complicate, assurde frasi colme di parole inutili e bellissime; non poteva negare che ormai l'insonnia lo stesso divorando; non poteva impedirsi di lasciare cadere qualche lacrima sul cuscino, ricordando tutte le volte in cui il decoro e l'oppressiva oscurità di Krakenburg lo avevano costretto a sussurrare a Odin che doveva ritornare nelle proprie stanze, che non poteva dormire lì, abbracciato a lui. Se solo avesse saputo quanto in fretta lo avrebbe perso, avrebbe fatto l'amore con lui ogni singola notte, e non avrebbe mai distolto lo sguardo dal suo viso, per impedirgli di andarsene.

Ormai, poteva solo pagare il prezzo di ciò che non aveva colto, e fingere che ciò non importasse.