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Royals

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Per anni, troppi anni, il tempo gli era scivolato tra le dita come pioggia mista a neve.

Durante i primi di cui aveva memoria, era stato troppo impegnato a sopravvivere alle congiure di palazzo delle concubine più avide di suo padre per notare che Camilla cresceva sola, con uno sguardo spento al di sotto della frangia che le adombrava gli occhi; quando se ne era accorto, lei aveva già imparato come trovare il veleno nel proprio tè e come punire l'incauto che aveva osato rovinarle la giornata.

Quando Corrin gli era stata presentata come la sua nuova sorellina, l'aveva guardata venire rinchiusa in una fortezza confuso e disorientato, incapace di opporsi. E così i giorni che avrebbe potuto trascorrere con lei erano stati rosicchiati dai denti degli allenamenti, dei viaggi diplomatici, delle missioni e delle battaglie; se ne era innamorato da lontano, in rade, dolci, tiepide visite che si concludevano in un battere di ciglia. Ogni volta che tornava, lei era più bella, più cresciuta, e lo guardava con più tristezza.

Nemmeno Leo aveva potuto godere della sua protezione. Un giorno Xander aveva aperto gli occhi e l'aveva visto con un libro di incantesimi tra le mani, la fronte corrugata e le labbra strette; fuoco e fulmini rombavano nella stanza mentre il ragazzino si asciugava le lacrime – uno dei loro fratelli era morto il giorno prima, in un misterioso attacco di banditi che ai nobili che lo scortavano non avevano fatto un graffio. E Leo aveva continuato a rimanere distante, per lui, tra qualche sorriso freddo e incerto, rifiutandosi di tentare di imparare a usare una spada e accarezzando infine il dorso di Brynhildr con espressione assente.

Solo per Elise tutti avevano combattuto con ferocia: lui, la madre della piccola, Camilla, perfino Leo, per quanto giovane. Il suo viso era rimasto innocente, il suo cuore nemmeno sfiorato dalle tragedie della corte: i complotti si erano interrotti dopo la sua nascita, e il suo fiore aveva potuto germogliare senza che mai il sangue potesse macchiarne i petali. Ma Xander ormai scendeva in battaglia in testa alle truppe, era l'erede al trono che nessuno osava contraddire, era un punto di riferimento che doveva rimanere in alto, anche se Elise più volte era scoppiata a piangere dicendo che avrebbe solo voluto che i loro abbracci durassero più a lungo.

Non li aveva visti crescere, nessuno di loro. Corrin era arrivata a Krakenburg e prima ancora che lui potesse domandarsi se sarebbe davvero sopravvissuta era scomparsa, forse nell'abisso senza fondo, forse nelle mani del maledetto regno d'Oriente. E al confine con l'Hoshido lei gli aveva detto addio, la traditrice, piangendo lacrime amare e piene di rabbia.

L'aveva rincorsa perdendo il fiato, perdendo ancora tempo, senza mai fermarsi a chiedersi cosa fosse giusto, perché sapeva da sempre di aver solo sbagliato. I giorni e le battaglie e il sangue, la scomparsa di Elise e il vuoto nell'anima di Leo e la ragione che svaniva a poco a poco dagli occhi di Camilla, rinchiusa a mormorare parole folli nella propria stanza – aveva davvero vissuto tutti quei momenti? Erano trascorsi, o erano state illusioni, mentre lui proseguiva inarrestabile, il volto ridotto a pietra e il cuore che si gonfiava d'angoscia?

Era bastato un istante perché Elise, proprio lei, cambiasse ogni cosa: dal momento in cui i suoi occhi grandi e ancora colmi di speranza si erano chiusi, mentre gli rivolgeva il suo ultimo sorriso, il tempo aveva rallentato.

Era diventato pesante, opprimente, infinito.

Aveva assaporato l'agonia in ogni sua sfumatura ancora prima che la spada di Corrin lo trafiggesse con l'ultimo, fatale fendente. E lei, proprio lei, si era gettata tra le sue braccia domandandogli perché, pregandolo di non morire, odiandolo con tutto il proprio amore.

Le prese il viso fra le mani un'ultima volta. Fu solo in quei lineamenti, in quelle iridi così simili alle sue, tra i suoi capelli sporchi di sangue che, quasi a volerlo ripagare di ciò che aveva perso, il tempo si fermò del tutto. Per sempre.