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I'll chase you across one hundred lifetimes

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– Sei sicura che funzionerà?
Rachel continua a preparare il necessario, senza degnarla di uno sguardo. La cosa irriterebbe Annabeth, ma Rachel le ha spiegato che per questi rituali ci vuole concentrazione assoluta.

– Come ti ho già detto, sono fiduciosa.

– Fiduciosa non significa certa – insiste Annabeth, sempre alla ricerca di una risposta concreta. Riesce quasi a sentire Rachel alzare gli occhi al cielo mentre finisce di accendere le decine di candele sparpagliate per la stanza. L'odore dell'incenso comincia a darle alla testa, e lei non ha nemmeno più un corpo; come faccia Rachel a sopportarlo è un mistero.

– Non esiste certezza nel mondo degli spiriti – dice in tono solenne, rovinato da un sorrisetto che vorrebbe essere dispiaciuto, ma non lo è affatto. Ad Annabeth sembra tanto che la stia prendendo in giro, ma non riesce mai ad esserne sicura; sono giorni che tenta di decifrare i misteri che circondano la vita di Rachel Elizabeth Dare, senza successo. Da viva non si sarebbe mai bevuta nemmeno una parola pronunciata da una cosiddetta indovina, eppure eccola qua, pronta a partecipare in un rituale. Ironia del destino.

Rachel si lascia cadere a terra senza grazia e incrocia le gambe. Inizia a versare... è succo di mirtillo, quello?, dentro una ciotola, mormorando quella che sembra essere una preghiera. Annabeth si avvicina e si siede di fronte a lei, cercando di vedere qualcosa nella superficie increspata della ciotola. Il liquido sembra scuro e denso quanto sangue, l'illusione rafforzata dalla luce lugubre prodotta dalle candele. Sta giusto per chiedere se ci sia qualche magia in atto, o meglio , qualche semplice reazione chimica, quando Rachel la zittisce e le fa segno di farsi indietro con una mano, intenta con l'altra a disegnare un circolo perfetto di sale intorno il contenitore.

– Contro i demoni? – domanda scettica, ma allo stesso tempo curiosa.

– Contro le energie negative – corregge Rachel, quasi distrattamente, poggiandosi le mani in grembo. Sta fissando le ombre che si inseguono nella ciotola con le sopracciglia aggrottate, quasi fossero vive e potessero scappare dai loro confini ed attaccarla, il che è ridicolo... o forse no. Maledetta magia.

– Rachel? – domanda Annabeth, – c'è qualcosa che non va?

Rachel si stiracchia con un sospiro, distogliendo lo sguardo dalla superficie immobile per puntarlo su di lei; i suoi occhi sono fissi, concentrati, quasi non la vedesse. Quando inizia a parlare, Annabeth si sente nuda, come se Rachel potesse carpire i suoi segreti più profondi solo guardandola. Che è esattamente il motivo per cui si trova qui.

– Non ho mai cercato di fare una cosa del genere attraverso la divinazione –, dice, come per discolparsi. – Non ho mai sentito di uno spirito che non sappia esattamente il giorno e la modalità della propria morte. In più il tempo non è lineare, come tutti credono, è più... un ciclo. Non sarà facile cercare alla cieca tra vite passate e future.

– Questo non me lo avevi– comincia Annabeth, arrabbiata, ma nello stesso momento Rachel le prende le mani ed è come se avesse infilato le dita dentro una presa: si sente carica, consistente, a suo agio nel suo corpo. Si sente, beh, viva.

Si lascia scappare un suono sorpreso e Rachel sorride, anche se sembra un po' a corto di fiato. Se sta attingendo alla sua energia, è comprensibile. Annabeth si sente sorridere a sua volta, come per rassicurarla.

– Potrebbe essere traumatico – aggiunge Rachel, come se le fosse venuto in mente in questo momento, il dispiacere che le incrina il sorriso.

– Rivivere la propria morte non penso faccia bene a nessuno – scherza Annabeth, la sua voce più forte e decisa ora che qualcosa sembra darle energia. L'energia nella stanza crepita, elettrizzandole i capelli alla base del collo. – Sono pronta.

Rachel le stringe le mani, prende un respiro profondo e guarda nella ciotola.

 

-

Per i primi minuti non succede nulla.

Rachel continua a scrutare il liquido scuro, completamente immobile; sembra fissare un punto lontano, qualcosa che si trova oltre la ciotola, il pavimento, la realtà stessa. Una corrente d'aria le muove lentamente i ricci, quasi la stesse accarezzando, e fa tremolare la luce delle candele, spegnendone un paio. Il buio, prima relegato all'esterno del cerchio, arriva quasi a toccare la base della scodella. Se ha sentito correttamente la spiegazione del rituale - e lo ha fatto -, non è un buon segno. L'elettricità della stanza sembra incanalarsi dentro Annabeth, come fosse un cavo scoperto.

– Annabeth – mormora Rachel, ma le sue labbra non si muovono e i suoi occhi emanano una luce verde troppo accesa per essere frutto dei bagliori delle candele. Un'altra fiamma si spegne sfrigolando.

Annabeth fa per alzarsi, ma i suoi muscoli non rispondono. Qualcosa le sta spingendo la testa verso la ciotola, come se volesse immergerle il viso nel liquido che contiene. Con la coda dell'occhio vede le ombre allungarsi verso di loro, lunghe dita nere che artigliano il pavimento e lasciano solchi profondi al loro passaggio. Sono rimaste solamente tre candele accese.

Rachel alza la testa di scatto e fissa un punto sopra la sua testa, gli occhi completamente verdi, nessuna traccia di pupilla o sclera. Del fumo verde le fuoriesce dalla bocca, aperta in un urlo muto. Cerca di lasciare le sue mani, ma è come se fossero incollate. Il suo viso è a pochi centimetri dalla scodella.

– Rachel! – urla qualcuno, aprendo violentemente la porta. Rachel sembra recuperare lucidità, di colpo. Il suo corpo è scosso da un brivido violento e crolla a terra, svenuta. Le restanti candele si spengono.

Annabeth tira un sospiro di sollievo. Poi qualcosa le spinge la faccia nella ciotola.

 

-

 

Avrà otto, nove anni, una bambina coi vestiti logori e i capelli biondi sporchi raccolti in una coda. I suoi pantaloni sono zuppi di urina, che le gocciola lungo le gambe mentre il ciclope la solleva da terra prendendola dal colletto della giacca.

– Annabeth, sei arrivata, finalmente! – la canzona il ciclope, imitando la voce di Luke, Talia, suo padre. I suoi amici sono legati e appesi al soffitto, a testa in giù. Talia ha gli occhi spalancati, vitrei. Un rivolo di sangue le scende dalla bocca e serpeggia lungo il suo viso, fino ad inzuppargli le tempie. Sotto di lei si sta formando una pozza. Annabeth strepita e scalcia e piange, ma il mostro non sembra intenzionata a poggiarla a terra.

– Smettila di gridare! – tuona il ciclope, scuotendola per il bavero. Annabeth piange e si dimena più forte.

Il ciclope fa una smorfia di disgusto e la scaglia violentemente contro il muro. Il suono del suo collo che si rompe riecheggia in tutta la stanza.

 


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Sente le sirene cantare e il suo futuro, per la prima volta, le appare chiaro. Suo padre e sua madre, insieme, felici, la invitano a venire con loro, a casa. Una nuova Manhattan, splendente, migliore, si apre alle loro spalle, splendidi colonnati di marmo bianco e finestre dorate. Luke le sorride amabilmente. Ottimo lavoro, cervellona!, sembra dirle.

Annabeth si tuffa in mare.

C'è qualcuno che la chiama, ma sembra così lontano, quasi in un'altra dimensione. Tende una mano verso Luke, che si china ad aiutarla.

Un dolore lancinante le attanaglia il collo, qualcosa la trascina sott'acqua. Apre la bocca per urlare, ma rigurgita sangue e ingoia acqua; quando si passa una mano sulla gola per capire cosa c'è che non va, incontra denti affilati come rasoi e un buco dove dovrebbe esserci la sua trachea. La vista le si annebbia, le dita si stringono su ciò che è rimasto del suo collo. La sirena che l'ha attaccata le stacca con un morso anche quelle.

 


-

 

 

Aracne la fissa coi suoi piccoli occhi rossi, avvicinandosi a lei cautamente. Le sue lunghe zampe da ragno producono un suono simile a quello dei tacchi, sul pavimento della stanza in cui si trovano. Annabeth non riesce a toglierselo dalla testa, tac tac tac, le impedisce di pensare.

– Io... i-io – prova a dire, ma la sua lingua si rifiuta di collaborare, le rimane incollata al palato. Altri ragni riempiono la stanza, inseguendosi sulle pareti; si arrampicano sul dorso di Aracne, che sorride in modo viscido e accarezza loro le zampe, quasi fossero dei cuccioli. Annabeth non riesce a respirare, il dolore alla caviglia l'unica costante nella sua mente annebbiata dal terrore.

– Io... io posso aiutarti nella tua vendetta contro Atena!

Aracne si ferma un attimo, interdetta, poi riprende ad avvicinarsi, scuotendo la testa. – E come faresti mai? – dice, la voce debole, esile, come se non parlasse da molto tempo.

– Sono l'architetto incaricato di ricostruire l'Olimpo!

Aracne scoppia a ridere improvvisamente, una risata acuta e stridula e assolutamente terrificante. Si sposta i capelli dal viso con una mano scheletrica e dagli artigli neri come la pece. Annabeth segue il movimento col fiato sospeso.

– E ti aspetti che io ti creda?

Aracne si lancia verso di lei, seguita dalla moltitudine di ragni; Annabeth tenta di scappare, ma la caviglia cede e finisce per cadere a terra. Riesce a strisciare per qualche centimetro, prima che i ragni la ricoprano.

 


-

 

– Annabeth!

Rachel la strattona per il retro della maglia e lei riemerge boccheggiando. Riesce a vedere la stanza del rituale, sottosopra, ora illuminata dalla luce elettrica e affollata di ragazze; nello stesso momento, si vede cadere in una voragine, tranciata in due da mostri, caduta in battaglia, dieci, venti, trenta volte, colpita da spade, frecce, mazze; è calpestata, mangiata, sbattuta contro muri ed è morta, morta, morta.

– Rachel – annaspa, cercando di afferrarle una mano, la gamba, qualsiasi cosa possa ancorarla al presente. Si sente completamente svuotata, inconsistente, un fazzoletto alla mercé del vento. Crede di star fluttuando, ma non ne è sicura. Non crede neppure di essere qualcosa, a questo punto.

– Il tempo è un circolo – sussurra Rachel, tra sé e sé, come fosse l'unica cosa importante, la risposta a qualsiasi domanda. – Il tempo è un circolo.

Cosa? Vorrebbe dire Annabeth, ma non trova più la sua bocca. Rachel si guarda intorno, come se non potesse vederla. – Qualcuno è morto quando non doveva morire, – singhiozza, – qualcuno vive quando non doveva vivere – continua, parlando al vuoto. Annabeth vorrebbe asciugarle le lacrime, ma non ha più le dita. Non sa cos'è rimasto di lei, ma anche quello si sta dissolvendo.

Rachel sembra individuarla nel caos della stanza, al centro di tutto, sospesa sopra la ciotola ora rovesciata. Le fa un sorriso tremulo.

– Salva Percy ancora una volta.

Annabeth sorride. Non ti preoccupare. È il mio lavoro.