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How the Half Moon Became Full

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Ottobre, 2016.
New York City.

– Oddio è sangue! Cazzo, stai sanguinando! –
La signora grassa e bassa sollevò il viso da bulldog affamato e lo rivolse alla porta saloon alle spalle di Malik. Nei suoi occhi brillava la stessa inquietudine di quando si sente uno strano rumore e si è soli in casa. Malik si fermò, col kebab riempito solo a metà di iceberg, pomodori e cipolla. Resisté alla tentazione di voltarsi verso la cucina, così da far credere alla signora che non ci fosse nulla di cui preoccuparsi o, nella migliore delle ipotesi, convincerla che quel grido da gufo spennato non fosse mai esistito. Perciò continuò come se nulla fosse, concentrato con le palette in mano mentre finiva di riempire il kebab extra-large che ben si adattava alla taglia XL del cliente. Cominciò a fischiettare, come gli suggerì l’istinto, appena in tempo per attenuare uno strepito confuso di padelle, piatti e piagnucolii, di nuovo proveniente dalla cucina.
Malik rialzò gli occhi sulla donna e la vide rigida, con le labbra a “u ribaltata”.
Sorrise forzato e arrotolò il kebab, scartando l’alluminio in eccesso. Lo porse alla signora come si fa con un orso di peluche gigante vinto al tiro al bersaglio. Lei ci pensò, prese il kebab, lo guardò; aveva il terrore che qualcosa di quanto avvenuto dietro la porta della cucina fosse entrato nel suo pranzo. Il cuoco seguì con gli occhi la donna allontanarsi fino a raggiungere la soglia d’uscita. Ed eccola lì: con quel kebab in mano e la borsa in spalla, gli occhiali rossi calati sulla punta del naso, e uno sguardo crittografico che interpretò come un tutto a posto, sì?
Malik si sforzò di mantenere le labbra tirate in un sorriso innaturale, e per convincerla aggiunse un cenno del capo come saluto, nella speranza di far comprendere alla tizia che non solo poteva andare, ma era anche meglio che lo facesse. Alla fine, la donna sparì oltre la porta, infilandosi nell’impetuosa corrente di esseri umani che battevano a passo svelto il marciapiede. Malik sbuffò, poggiando sul tagliere le palette e l’alluminio. Ora veniva il bello: riuscire a controllarsi per non cedere alla tentazione di conficcare una paletta nella fronte di Desmond, e soffocare Altair con l’alluminio. Autocontrollo, si diceva, autocontrollo. Al momento non c’erano altri clienti in vista, perciò si sentì libero di agire e, senza nemmeno levarsi i guanti, aprì la porta della cucina con una sonora manata a palmo aperto, irrompendo all’interno come la decima piaga d’Egitto.
– Chi cazzo è che sanguina, idiota?! –
Domandò con la stessa forza di un tuono, mentre la porta dietro di sé ballò avanti e indietro fino ad arrestarsi. La scena che gli si presentò davanti era anche peggio delle aspettative: Altair era poggiato sul piano d’acciaio centrale, immobile, i contorni del suo profilo distorti dai vapori del brodo che bolliva accanto; Desmond era di fronte a lui, a stringergli con forza la mano sinistra in un canovaccio. Per terra e sulla cucina erano sparse delle gocce rosse, identificabili come sangue. Una volta che il quadro gli fu chiaro, Malik rivolse un’occhiataccia a Desmond, che se ne stava lì fermo a fissarlo, paralizzato e tremante come un coniglio dal veterinario; un povero ebete, insomma. Altair, dal canto suo, si era limitato a spostare lo sguardo annoiato su Malik senza spendersi in alcun tipo di reazione. Malik ingoiò un’imprecazione, pensando che quei due assieme facessero proprio una bella coppia: uno muto e l’altro ritardato. D’altronde, essendo cugini, qualche gene in comune dovevano pur averlo. Malik colmò le distanze con un grugnito, poggiò le mani sui fianchi e incollò gli occhi sul canovaccio macchiato di sangue: uno stacco visivo degno di Tarantino.
– Che è successo qui? –
Domandò cercando di ammorbidire tono e sguardo; fallì.
– Stava tagliando le cipolle. –
Desmond, sull’orlo di un attacco di panico, prese parola.
– È colpa mia. –
Aggiunse subito. Malik guardò Desmond, in un muto invito ad elaborare quella sentenza.
– Ecco, avevo proposto una cosa scema…un gioco con le patate e le carote, ma poi… –
Desmond si interruppe: lo sguardo omicida di Malik lo raggelò. Altair intervenne in suo soccorso.
– È stato solo un incidente. Non è niente. –
Malik spostò l’attenzione sul collega ferito, concedendogli un’occhiata più morbida solo perché gli riconosceva lo status di vittima. Altair sostenne il suo sguardo, senza lasciar intendere sfida né superbia. Malik indicò con la testa la mano di Altair.
– Fammi vedere. –
Desmond diede quasi di matto.
– Sei pazzo? No, no, no, tu non vuoi vedere che si è fatto, fidati. Fa proprio schifo, dobbiamo portarlo in ospedale! –
Nel suo farneticare, la mano che stringeva il canovaccio intorno alla ferita di Altair tremava come un fuscello esposto al vento.
– Cazzo ma vuoi darti una calmata? –
Lo sgridò Malik, ad un passo dall’afferrare la prima padella nei dintorni e ridefinirgli i connotati facciali. Ma ancora non aveva perso le staffe: se Desmond non era in grado di controllarsi, almeno lui avrebbe dovuto farlo. Nella follia di quella situazione, il più placido e meno interessato alla questione sembrava proprio Altair, che non dava nemmeno l’impressione di trovarsi in particolare sofferenza. O era uno stoico, oppure era molto bravo a mentire.
– Fammi vedere, ho detto. –
Ripeté Malik con un tono che non ammetteva repliche. Una smorfia si dipinse sulla faccia di Desmond; sembrava un bambino costretto dalla madre ad ingoiare una verdura detestata. Inspirò a fondo, neanche si stesse preparando al bungee jumping. Altair guardava il cugino senza parlare, in un silenzioso sostegno morale; le mani di Malik, adesso tese, restarono rigide sui fianchi. Desmond cominciò a srotolare la stoffa del canovaccio, mugugnando con ribrezzo. Quando il campo fu libero, gli occhi di Malik analizzarono la scena: la quantità di sangue perso era degna di un corto horror amatoriale e il taglio fra indice e pollice non sembrava particolarmente profondo, ma era chiaro che un cerotto non sarebbe bastato. Desmond aveva ragione: un po’ faceva schifo. Tuttavia, Malik era un tipo difficilmente impressionabile, e gli fu facile mantenere il sangue freddo. Perciò sentenziò con sicurezza:
– Sì, direi proprio ospedale. –
Desmond si intromise a gamba tesa.
– Chiamiamo subito Lucy! –
Altair scrollò le spalle, scettico.
– Non so se è il caso di… –
Ma Desmond era già partito, con la stessa velocità di un affamato durante un buffet gratis, lasciando a penzolare dal polso di Altair il canovaccio tinto di rosso. Nella sua corsa drammatica aveva aggredito la porta neanche fosse un quarterback, senza lasciare traccia dietro di sé. Malik sospirò e scosse la testa, prese il canovaccio e cominciò a riavvolgerlo intorno alla mano di Altair. Lui abbassò lo sguardo incuriosito, lasciandosi intrattenere da quella attività.
– Non è così grave. Magari non servono neanche i punti. –
Fece Altair, sbagliando di grosso l’autodiagnosi.
– Almeno sei. –
Rispose Malik smontando in due parole il suo eccessivo ottimismo che scadeva nella stupidità. Rimase concentrato sul movimento circolare del canovaccio con cui si stava battezzando infermiere, mentre Altair appoggiò la mano libera sul ripiano d’acciaio alle sue spalle.
– Posso continuare a lavorare. –
Malik fece un ultimo giro e chiuse con un piccolo nodo, stringendo volontariamente più del necessario, con un gesto digiuno da ogni cortesia.
– Non dire stronzate. –
Commentò asciutto come l’intimità di una donna in menopausa, e alzò gli occhi sul viso del collega in cui scorse, per la prima volta, l’ombra del dolore. Altair inspirò, osservando con ammirazione la fasciatura e notando che il sangue si era fermato del tutto. Malik fissò con una punta d’orgoglio il suo lavoro da novella crocerossina.
– Grazie. –
Sussurrò Altair a labbra strette, come suo solito. Malik cercò di sdrammatizzare.
– Be’, comunque complimenti. Notevole, dopo appena un mese. –
Sorrise, consapevole che il suo sarcasmo poteva non essere apprezzato; anche se aveva intuito che Altair non fosse il tipo da offendersi facilmente; o magari era solo uno che gli insulti non li capiva proprio.
Due mesi. –
Il ferito si espresse in un tono più vicino al parlato che al bisbiglio, e le palpebre si assottigliarono come due tagli sulle tele di Fontana. Malik, che non sprecava memoria cerebrale per ricordare i dettagli indifferenti, non si lasciò impressionare e rispose privo di interesse.
– Quello che è. –
Fece spallucce e si scrollò di dosso l’imprecisione.
– Ecco, vieni. Stavamo affettando carote e cipolle quando è successo. –
La voce tremolante di Desmond irruppe nella cucina, venendo incontro alla mancanza di argomenti di cui Malik cominciava a soffrire; Altair, al contrario, sembrava essere perfettamente a suo agio nel restare muto e immobile a guardarlo negli occhi. Lucy entrò immediatamente dietro Desmond, con l’aria di chi è giunto a risolvere un problema. Le rughe della preoccupazione sul viso della donna non sfiguravano minimamente la bellezza dei tratti.
La giovane proprietaria focalizzò subito l’attenzione su Altair e, con una punta di preoccupazione che tradiva affetto, gli poggiò una mano sull’avambraccio. Lui le rivolse un sorriso goffo e rimase così, sereno come un Buddha su un fiore di Loto. Malik restò ad osservare quella capacità tutta loro di comunicare senza parole: se non fosse stato a conoscenza dell’amicizia di lunga data fra Lucy e Altair, li avrebbe senza dubbio presi per una coppia. Lucy diede un’occhiata al canovaccio, al sangue per terra e sul ripiano, e tirò velocemente le somme.
– Pare un brutto taglio. –
Disse con un’oggettività cristallina.
– Se ti fa impressione non guardare okay? –
Commentò Desmond dal nulla, facendo un passo verso il gruppo. Malik alzò gli occhi al cielo, mentre Lucy guardò Desmond senza un’espressione chiara in volto.
– Non vorrei che poi svenissi. –
Aggiunse il ragazzo, evidentemente non ancora soddisfatto dell’idiozia di cui aveva già dato prova. Lucy increspò le sopracciglia e privò Desmond della sua attenzione: non era la persona giusta per la richiesta che aveva in mente.
– Malik. –
Esordì la donna, facendo scivolare via la mano dalla pelle di Altair.
– Ho bisogno che tu lo porti in ospedale. –
Malik si irrigidì.
– Non può guidare. –
Aggiunse Lucy indicando col viso la mano fasciata del ragazzo. Come se fosse quello il punto. Ovviamente Altair non poteva andare in ospedale da solo. La domanda era: perché lui? Perché accollarsi lui il disturbo quando c’era il cugino presente?
– Ma Desmond… –
Malik esordì con le proteste, ma Lucy lo castrò.
– Desmond resterà in cucina. –
La proprietaria congiunse le mani dietro la schiena.
– Non ci sono nuove teglie da preparare, la può gestire da solo. –
Altair si voltò verso Malik con aspettativa, mentre lo sguardo del cuoco si riempiva di grinze. Quel tono da non c’è nemmeno da discuterne lo irritava quanto un cappio intorno al collo. Tuttavia non aveva voglia di imbarcarsi in una polemica, non col proprio capo, e di certo non di fronte ai colleghi. Lucy era ancora in attesa, granitica, e Malik spezzò il silenzio come un ramo secco.
– Mi cambio. –
Sospirò, cominciando a slacciare il nodo del grembiule all’altezza dei reni.
Lasciò la cucina senza che nessuna voce interferisse, passando per il corridoio che puzzava di fritto ed entrando nello spogliatoio che manteneva un’umidità costante, arricchendo le muffe che si abbozzolavano negli angoli alti delle pareti. Gettò il grembiule sulla panca centrale, finalmente libero di sbuffare a pieni polmoni. Sfilò i guanti e andò al suo armadietto, tirò fuori la chiave dalla tasca e la inserì nella serratura difettosa, e lo sportello si aprì col solito cigolio.
Incrociò le braccia sui fianchi e si tolse la maglietta, poi anche i pantaloni. Dalle piccole finestre con apertura a vasistas sentiva tutta l’orchestra di un giovedì sera di inizio ottobre: i tacchi delle donne ben vestite che procedono verso la stazione, le scarpe dei runner che colpiscono l’asfalto, la calze delle ragazze che sfregano fra le cosce, gli starnuti e i colpi di tosse dei primi influenzati, la puzza di foglie bagnate e gli ultimi pollini della stagione che si infilano nelle fogne. Si allacciò i jeans, con la testa china a guardarsi i piedi. La luce fredda del neon colpiva diretta sulla cervicale, illuminando il suo unico tatuaggio, fatto a diciotto anni appena compiuti: dodici stelle che si univano a formare una costellazione; quella dello scorpione.
Si infilò la maglietta e si sedé sulla panca per allacciarsi le scarpe. Prese il cellulare per dare un’occhiata all’ora, ma in realtà gli interessava di più vedere se qualcuno lo avesse cercato nelle ultime ore. Qualcuno con due belle cosce, un seno onesto, e una lingua troppo lunga per la sua età. Ma niente, nessuna notifica per lui. Fece finta di non curarsene. Prese le sue cose e spense la luce, lasciando che la stanza si riempisse con gli sprazzi luminosi dei semafori e delle insegne.

 

C’era una folla interessante, quella sera, a coprire un ampio spettro degli accidenti della vita: una donna premeva una borsa del ghiaccio sull’occhio pesto; un ragazzo aveva la fronte fasciata e la faccia dipinta di rosso; un anziano con la camicia completamente sbottonata aveva uno sfogo cutaneo su tutto il torso gonfio; un altro ancora aveva un dito avvolto nelle garze e un piccolo contenitore di plastica che custodiva gelosamente…forse un improvvisato recipiente per il suo indice reciso; una ragazza sedeva con una caviglia gonfia quanto un pallone da volley, e una bambina stremata dalla febbre dormiva fra le braccia del padre.
E questo solo nella fila davanti a loro. Chissà quali altre meraviglie erano in mostra più avanti nel corridoio. L’imbarazzo dell’accompagnatore in effetti è proprio questo: sostenere gli sguardi d’invidia di chi sta soffrendo in un luogo che puzza di morte. Altair non aveva detto una parola da quando erano saliti in macchina. Stava lì seduto accanto a Malik con le gambe aperte, il cappuccio della felpa tirato su e la testa bassa; o sapeva come intrattenersi in solitaria, oppure sotto quel cappuccio stava dormendo. Malik, che cominciava ad avvertire l’ingombro della noia, sporse la schiena in avanti e poggiò i gomiti sulle ginocchia, rivolgendosi al collega.
– Ti fa male? –
Domandò con distacco professionale. Altair fu inaspettatamente reattivo, e sollevò subito il viso; altro che addormentato. La risposta fu un leggero scuotimento di testa, che Malik interpretò come un no. Lo ringraziò mentalmente per l’aggiornamento, adesso in pace con la coscienza.
Poi prese il cellulare dalla tasca: le dieci e un quarto.
– Vai a casa Malik. –
Altair parlò, eccezionalmente, ma non abbastanza da convincere Malik a staccarsi dal cellulare. Scrollare facebook era sicuramente più interessante che tentare una conversazione con lui.
– Mh? –
Mugugnò senza cura, mentre scorreva col pollice fra stati polemici e banali, meme vecchi di sei anni e video di animali che erano o molto stupidi o molto carini. Valutò la necessità di dare una nuova sfoltita alle amicizie del proprio account.
– Posso prendere un taxi. È inutile che resti. –
Altair si guardò la mano fasciata, pensando di averlo convinto.
– Lucy mi ucciderebbe. –
Rispose Malik lasciando intendere che l’ordine del loro capo fosse l’unico motivo che lo tratteneva lì; scortese da parte sua, ma non di meno onesto.
– Se è per lei non ti preoccupare. Vai a casa. Le dico che ti ci ho mandato io. –
Malik riconobbe in quelle parole una forma di potere, un sottinteso che probabilmente Altair neanche intendeva, ma che comunque lo scottò: l’idea che Altair potesse suggerirgli come comportarsi con Lucy solo perché loro due erano amici intimi. Un vantaggio che avrebbe sempre avuto, quello di essere un dipendente privilegiato perché più legato alla donna che gli pagava lo stipendio; e il tutto nonostante fosse arrivato al locale diversi mesi dopo Malik, il quale, sollevati gli occhi dallo schermo, lo fulminò con lo sguardo.
– Tu non costringermi a mandarti da un’altra parte. –
Altair lo fissò, privo di espressione. Le possibilità che non avesse colto la provocazione, o che semplicemente non volesse controbattere, erano entrambe plausibili. Il cellulare di Malik squillò, interrompendo quel vuoto incartato nel silenzio. Era Lucy, e Malik rispose.
– Lucy. –
– È entrato? –
Lei saltò le formalità.
– No, stiamo aspettando. –
– Come sta? –
Lucy sotterrò una traccia di preoccupazione nella voce, ma non così bene.
– A posto, direi. –
Malik diede un’occhiata ad Altair: stava facendo di nuovo l’ombroso, nascosto sotto il cappuccio.
– Al locale? –
Domandò il cuoco chiedendosi se la cucina non fosse ancora esplosa. Lucy sospirò, alleggerita.
– Nessun problema. Michael mi dà una mano con la cassa e il banco. Desmond cucina e ho chiamato Rebecca per due ore di straordinari. –
Lucy si affrettò ad aggiungere.
– Con retribuzione maggiorata. –
Malik si ricordò perché Lucy le piaceva: era una che comprendeva il valore del tempo.
– E troverai il bonus per il tuo disturbo nella paga di questo mese. –
Semplicemente fantastico. Una donna così poteva essere solo immaginata.
– Va bene. –
Malik non rispose con un grazie, visto che riteneva fosse il minimo che gli spettasse. Era giusto così. E la giustizia non si ringrazia; la si apprezza e basta.
– Fatemi sapere quando uscite da lì. Grazie ancora, Malik. –
– Aha. –
Malik attaccò, guardò il collega e comprese che non ci sarebbero state altre sorprese quella sera; Altair era ancora come l’aveva lasciato: mummificato nell’apatia. Passò un’altra ora, e alle undici e mezzo avevano ancora tre codici bianchi davanti a loro. Senza quell’inconveniente, il turno di Malik al locale sarebbe finito alle undici esatte. Il tempo di cambiarsi e aiutare Lucy a chiudere, più la strada per rincasare, e sarebbe arrivato non prima di mezzanotte meno un quarto. Ma sicuramente quella sera non avrebbe rispettato l’orario solito.
Era il caso di avvertire chi a casa lo stava aspettando, anche se senza trepidazione. Malik sbuffò all’idea di fare ciò che stava per fare. Si passò una mano fra i capelli neri e spessi, si massaggiò il pizzetto e selezionò il contatto interessato. Cominciò a contare gli squilli.
– Ehi. –
Lei rispose con voce aspra, lontana dal profumo di cannella a cui era solito associarla, un tempo.
– Ciao. –
Disse Malik, sporgendosi verso sinistra per cercare privacy.
– Che stai facendo? –
Continuò lui, tentando un dialogo.
– Che c’è Malik? –
Come si aspettava, era ancora arrabbiata. Ma non era certo l’unica. Malik sospirò affaticato, con un improvviso mal di stomaco e la voglia di attaccarle il telefono in faccia.
– Volevo dirti di non aspettarmi. –
Disse senza alcuna intonazione, come la voce della segreteria.
– Un collega si è fatto male e sono con lui in ospedale. –
Silenzio dall’altra parte. Che avesse attaccato lei?
– E perché sei dovuto andare tu? –
No okay, era ancora in linea.
– Era l’unica possibilità. –
Incredibile: erano riusciti a scambiare tre battute senza azzannarsi; più o meno.
– Dovevi dirgli di no. –
E qui l’entusiasmo si spense. Non era più chiaro quale fosse il nocciolo della questione, se lui bloccato in un pronto soccorso in seconda serata o lei che doveva spiegargli come gestire le sue relazioni di lavoro. Il mal di stomaco era sempre lì, e gli sforzi per mantenersi calmo aumentavano.
– Perché, avresti voluto trascorrere la serata insieme, forse? –
La beffa di Malik non fu bene accolta dalla controparte.
– Devi sempre avere l’ultima parola, non è vero? –
Malik cominciò a battere il piede a terra, rispondendosi in mente con un: .
– Tu non rispondi ai messaggi. –
Malik parlò a voce più bassa, non volendo farsi sentire da Altair.
– E quindi? –
La voce femminile gracchiò come un corvo e a lui venne voglia di spennarla.
– E quindi niente Holly, non lamentarti se nulla migliora. –
Non aveva voglia di litigare al telefono e raddoppiare la dose che si erano già scambiati quella mattina. Era veleno, e lui aveva bisogno di un antidoto.
– Be’, scusa se oggi non volevo sentirti. –
Nel tono c’era tutta l’indifferenza e l’arroganza di cui quella donna era capace. Le viscere di Malik bollirono e lo stomaco gli servì un pugno nello sterno: la scintilla determinò l’innesco.
– E allora scusa se stasera non volevo vederti. –
Le sputò addosso il suo cinismo e attaccò, senza neanche darle il tempo di offendersi. Infine, la prima soddisfazione della giornata era giunta. Sbuffò, buttando fuori tutto quello che aveva trattenuto, e si accasciò con la schiena sulla sedia scomoda e dura: un po’ come l’esistenza. Rovesciò la nuca all’indietro appoggiandosi al muro, gli occhi immobili e stanchi che fissavano il controsoffitto bianco. Quanto poteva essere stronza quando voleva? E soprattutto, perché sottovalutava il fatto che anche lui potesse essere un grande stronzo, se ben motivato?
La testa gli pulsava, e allora chiuse le palpebre.
Per calmarsi immaginò di prendere a schiaffi quella faccia d’angelo sotto cui si nascondeva in realtà un demonio. E mentre trovava conforto in quella forma di autocompiacimento, una sensazione di freddo pungente lo attaccò alla tempia destra. Aprì gli occhi. Altair era in piedi accanto a lui, con un bicchiere d’acqua ghiacciata per sé nella mano sana, e un altro per lui che gli aveva accostato sul viso. Quando si era mosso? Non l’aveva neanche visto alzarsi.
Ma in fondo che gli importava; aveva sete, in effetti.
Malik accettò il bicchiere, lanciando ad Altair un’occhiata sospetta. Il collega mosse la bocca, ma non ne venne fuori niente. Quel dannato cappuccio sulla testa gli riempiva il viso di ombre, tanto per renderlo ancora più ermetico. Prese di nuovo posto, limitandosi a respirare senza far rumore. Malik lo seguì con gli occhi, il bicchiere ben stretto fra le mani. Altair bevve mentre Malik abbassò la testa, pensando. Quanto aveva sentito Altair di quella telefonata? Forse tutto, forse niente. Se non altro, fra i tanti difetti, Altair gli sembrava una persona discreta; una persona decente. E a tal proposito Malik pensò che non lo avesse ancora ringraziato per il gesto cortese dell’acqua. Come quando ci si guarda i piedi sullo zerbino di casa e si realizza di stare per uscire in pantofole, Malik sollevò il capo e si rivolse ad Altair, ma il grazie gli si seccò in gola, pensando che fosse troppo tardi per pronunciarlo, o lui ad essere troppo stanco per farlo.
La ragazza con la caviglia gonfia uscì dalla porta scorrevole, ingessata per tutto il polpaccio. Un altro nome venne chiamato, e l’anziano dalla camicia sbottonata entrò incespicando, sorretto dalla moglie. La bambina con la febbre si svegliò di botto e cominciò a piangere disperata, come fosse l’ultimo giorno sulla terra. Malik fissò il bicchiere che teneva fra le mani, concentrandosi sui tre pezzi di ghiaccio che avevano già cominciato a sciogliersi. Si convinse che a quel punto, in quell’inferno, il miglior ringraziamento che potesse rivolgere ad Altair fosse bere.

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Ottobre, 2016.
New York City.

Malik spalancò la finestra della camera da letto come se volesse staccarne le ante. L’aria fredda della mattina gli si poggiò sulla pelle nuda del torso, mentre la luce opaca delle nove mitigava l’umidità autunnale.
– Mi stai accusando di essere una ladra. –
La voce acuta di Holly lo beccò sulla nuca. Malik si sporse per dare un’occhiata ai cinquanta metri che lo separavano dal suolo. I fumi della strada, le auto in fila, le persone che si muovevano come formiche. Malik scrollò le spalle, non intenzionato ad addolcirle la pillola.
– Tecnicamente, lo sei. –
– Che cosa?! –
Esclamò Holly sedendosi sul letto, indignata. Malik si voltò, sistemandosi l’elastico dei pantaloni della tuta grigio perlato.
– Se prendi i soldi di qualcuno senza chiedere, sei una ladra. –
Usò il tono di chi sta spiegando il ciclo dell’acqua ad una classe delle elementari.
– Te li ridò, stupido. –
Disse lei come fosse scontato, al che Malik sorrise con sarcasmo.
– Come le scorse volte? –
Malik si accostò al letto e tirò via le coperte per scoprire il materasso. Holly mise su il broncio.
– E smettila, ho detto che ti ridò anche quelli. Tutto quanto. –
Lei si alzò, prese il cuscino e lo poggiò sul mobile accanto. Nonostante la calma apparente, Malik era furioso. Odiava le persone infantili e senza rispetto; ma ancora di più odiava i viziati.
– Io me li guadagno quei soldi, capisci? –
Gli uscì un tono aspro, e per questo si sforzò di continuare più neutrale.
– Perché non li chiedi ai tuoi, visto che ufficialmente vivi ancora con loro? –
Malik sbatté la mano a palmo aperto sul materasso, livellando le pieghe. Holly si abbassò e fece altrettanto dal proprio lato. Per rifare il letto bastava una sola persona, ma per litigare ne servivano due.
– Lo sai che non posso chiedergli troppi soldi. –
– Diciamo che non vuoi chiederli perché tanto puoi fregarli a me. –
Il tono brusco tornò e non poté farci niente, come un uomo che guarda impotente la slavina venirgli addosso. Holly tirò su la schiena, ora sulla difensiva.
– Ehi adesso basta, stai esagerando. Non sono mica una sconosciuta. Giuro che te li ridò, fidati. –
Holly sospirò: si era sforzata troppo per fingersi credibile.
– Prossima settimana devo fare un servizio per un’amica di mia madre. –
Lei tornò sulle lenzuola, poi si infilò i capelli dietro le orecchie.
– Quello che prendo sarà tuo. –
Malik non alzò nemmeno lo sguardo, troppo impegnato con le grinze del copriletto. Lei poteva promettergli anche il cielo, ma non sono le parole a potersi stringere in un pugno; le banconote, al contrario, sì. Malik si allungò ad afferrare il lenzuolo, aspettando che Holly lo imitasse.
– Vedremo. –
Disse lui, robotico e senza sprechi, restio a concederle anche solo uno spicchio del pomo della fiducia che aveva fatto marcire. Holly abbrutì lo sguardo e prese il lenzuolo con un gestaccio da quindicenne offesa.
– Certo, potresti anche mostrare un po’ di collaborazione. –
Tirarono su il lenzuolo fino ai cuscini, e il ragazzo rise cinico.
– Hai ragione, dovrei smetterla di lamentarmi, sono proprio uno stronzo. –
– Piantala. –
Malik non accolse bene il suggerimento.
– Ma poi che ci fai con quei soldi? –
Chiese, accigliando lo sguardo.
– Gli studi te li paga mamma, la macchina te la paga papà, quasi sempre mangi e dormi qui... – Malik si tirò su, poggiò le mani sui fianchi nudi e divenne un funambolo sul filo della pazienza.
– Mi freghi i soldi per pagarti il cinema e ubriacarti con le amiche? –
Holly sbatté le ciglia e ritrasse il collo come un fenicottero, scottata da quelle accuse: si avvicinavano pericolosamente alla realtà.
– Guarda che ce li ho i miei soldi da parte! –
– E allora usali, per Dio! –
Gridò Malik, sconfitto nei propositi zen. Holly accusò il colpo, ma poi l’istinto di sopravvivenza prevalse e gli urlò appresso per legittima difesa.
– Ti ho già chiesto scusa! –
E poi silenzio. Quella conversazione non stava portando da nessuna parte: non era solo un vicolo cieco, ma un cane che abbaia a se stesso nello specchio. Malik scosse la testa e andò ai piedi del letto. Tirò su l’ultima delle coperte e di nuovo aspettò lo stesso gesto da parte di Holly. Lei lo guardava stizzita, insieme ad un’aria di superiorità stampata addosso con l’acido, che non faceva altro che invogliare le dita di Malik a lasciare una bella cinquina su quella piccola faccetta da cazzo. Che tecnicamente fosse ancora la sua ragazza, non poteva importargliene meno. Non esistevano assoluti per lui, solo circostanze; e non vigevano regole, solo compromessi.
In un lampo, al desiderio inappagato di menare la fanciulla si sostituì la gastrite che gli provocò il sapere di non poterlo fare. E in tutto quel groviglio di vorrei non vorrei Holly era ancora lì, inamovibile: una metà combattiva, e una metà vinta. Dalla finestra si infilavano tra loro i clacson delle auto e il vociare dei venditori ambulanti, mentre il profumo di caffè dallo Starbucks ricordava ad entrambi quanto male fosse iniziata quella giornata. Lei finalmente si mosse e prese la coperta, cominciando a risalire il bordo del letto a labbra serrate. Malik la seguì, e la Composizione VIII di Kandinsky stampata sul tessuto si adagiò perfettamente sopra il letto. Il suono smorzato delle mani che affondavano nelle pieghe si sostituì alle parole.
Poi Holly ebbe la sfrontatezza di rompere il silenzio.
– Non mi piace per niente come vanno le cose ultimamente. –
Malik si stupì: per la prima volta si trovava d’accordo con lei.
– Neanche a me. –
Il letto ormai era fatto; quanto alla litigata, chissà.
– E guarda che non è solo colpa mia. –
Continuò Holly, aggrappandosi a quella conversazione come un cane che non vuole mollare l’osso. Malik alzò gli occhi al cielo, più stanco di un atleta a fine triathlon. Voleva solo farsi una doccia e mettere qualcosa sotto i denti, e invece doveva subire la tortura di farsi strappare via il buon umore, vedere come Holly glielo gettava nel cesso e poi ci cagava sopra.
– No, certo. –
Rispose Malik senza troppa attenzione. Holly non gliela abbonò.
– Pensi che a me non dia fastidio nulla di te? Ma quanto puoi essere presuntuoso? Anche tu hai dei difetti, sai? –
Lei fermò le mani sui fianchi convessi, guardando Malik allo stesso modo di una professoressa che osserva il prescelto interrogato. Lui scrollò le spalle perché su quella lezione non era preparato e se ne andò verso i cassetti dell’armadio, dandole la schiena.
– Dai, elencali. –
Malik rispose col solo obiettivo di continuare a far parlare lei. Il suo interesse in quel momento si trovava al polo opposto del pianeta. Intanto Holly si dispose come per un provino.
– Sei ossessivo. –
Prima freccia scoccata. Non aveva fatto così male.
Malik aprì il cassetto e si domandò: sono ossessivo? Poi diede uno sguardo ai calzini e alla biancheria sistemata, riconoscendo come fosse tutto disposto secondo linee parallele e, quando necessario, per tonalità decrescente di colore. Okay, sì, potrei essere ossessivo. Si rispose da solo, pensando che come critica poteva starci.
– Se ti riferisci all’ordine sì, non posso darti torto. –
Ammise Malik con candore mentre selezionava l’intimo da indossare. Ma Holly non gradì la superficialità del suo commento, e si inaugurò un secondo scontro fra personalità.
– Smettila con l’umorismo Malik! Guardami in faccia quando ti parlo! –
Qui Holly urlò, frustrata dall’indifferenza che l’altro le riservava. Lei si credeva un mastino tibetano e lui la trattava come un bastardino zoppo del canile. La ragazza aveva difficoltà a gestire l’idea di essere messa in secondo piano e, a giudicare dall’atteggiamento di Malik, si poteva dire che la stesse lasciando direttamente al piano terra. Purtroppo per lei, Malik era così: se il rispetto si esauriva, non sapeva fingerlo.
– Sei maniacale anche con le persone! Pensi che la storia con Joseph e Tyler sia acqua passata? Lo so che continui a controllarmi ed è inaccettabile! –
Presa la biancherai fra le mani, Malik richiuse il cassetto sbattendolo, facendo vibrare le palpebre di Holly per la sorpresa. Lui si voltò verso di lei, vivisezionandola con lo sguardo.
– Certo che ti controllo. Non mi fido di te. –
Malik non sprecò altre parole e superò la ragazza, diretto verso il bagno. Holly gli andò dietro urlando più di prima; sembrava Carrie White al suo primo mestruo.
– Sei uno stronzo e un coglione! Controlla la tua di vita, non la mia! Io esco con chi mi pare, quando mi pare! È chiaro? Mi senti Malik?! –
Quelle urla erano aghi nei timpani, e Malik resisté alla tentazione di voltarsi e farla pentire di essere nata solo perché si trovava ormai ad un passo dalla sua destinazione. Il ragazzo sbatté con forza la porta del bagno dietro di sé, senza preoccuparsi della distanza che intercorreva con Holly la quale, come un segugio rabbioso appresso alla preda, gli stava alle calcagna. Lei saltò di paura quando il legno le si stagliò davanti al naso con un tonfo sordo. Poi un giro di chiave sancì la fine di qualunque dialogo. Ancora una volta ferita nell’orgoglio, Holly cominciò a sbattere la mano sulla porta, fuori di sé.
– Vaffanculo, sei uno stronzo! Te la faccio pagare hai capito?! Mi senti?! Vieni fuori se hai il coraggio! –
Ma la risposta di Malik fu It’s my life dei Talk Talk, che saltò fuori dallo stereo del bagno e sparata ad un volume tale che coprì le urla di quella cornacchia testarda e incazzata. Inutile spiegare che ciò fece infuriare ancora di più la ragazza, che per tutta risposta sferrò un paio di calci alla porta e se ne andò, cercando un altro sfogo per i suoi istinti omicidi. Dall’altro lato della porta, Malik si prese il viso fra le mani: doveva impegnarsi per far sì che il resto della sua giornata, a malapena iniziata, non si sporcasse della stessa merda di quella mattina. Aprì l’acqua della doccia e si spogliò, gettandosi fra gli schizzi caldi che tuttavia non riuscirono a perforare la scorza di livore che gli nasceva dalle ossa. Chiuse gli occhi e poggiò una mano sulle piastrelle umide, abbassando la testa e lasciando che l’acqua lo colpisse sulla nuca, inibendolo. Non voleva sentire più niente. Poi pensò ad un modo più efficace per raggiungere quell’obiettivo: afferrò la valvola dell’acqua come se fosse il collo di una gallina, e virò completamente verso il pallino blu; il caldo si fece freddo in un attimo. Si convinse che una doccia ghiacciata lo avrebbe aiutato a congelare il malessere per lasciarlo fra le mura di casa, ad aspettarlo al suo ritorno come un avanzo della sera prima. Il problema era che quegli avanzi duravano da mesi: molli, brutti e decomposti, odoravano ormai solo di muffa.

 

– Preferisco se resti in ufficio, davvero. –
Lucy teneva una chiappa poggiata sulla scrivania, l’altra gamba ben distesa col piede piantato a terra, e una coda di cavallo che le scendeva morbida sul collo. Michael la rassicurò con un sorriso.
– Sto bene, sto bene. È stata solo una nottataccia. –
Le labbra di Lucy si tesero come filo interdentale.
– Sta diventando piuttosto frequente. Perché non vai da qualcuno? –
– La prossima settimana ho preso appuntamento per una visita. Vedremo che succede. –
Lucy tacque, aspettandosi un seguito.
– Tanto so già che mi dirà. È tutta colpa di questa.
Disse Michael poggiando la mano aperta sulla curva tonda dell’addome, in placido sovrappeso.
– Eri stato bravo quest’estate. –
Commentò la donna ricordando i chili persi dal socio pochi mesi prima.
– Già, ma non è abbastanza. Grace dice che ne dovrei perdere almeno dieci. –
Michael sgranò gli occhi, sconvolto da una visione che si inculcò da solo.
– Io non riesco neanche a immaginarmi con dieci chili di meno. –
Lucy sorrise pungente e lo frecciò.
– Ma io sì. –
Michael apprezzò il sostegno brutale, ma chiuse lì il discorso. Allora lei si staccò dalla scrivania e prese un plico di carte dal tavolo.
– Ad ogni modo, rimarrai qui. –
Si accostò a Michael allungandogli le scartoffie. Lui la guardò con i suoi occhi trasparenti che lo rendevano più giovane di qualche anno: l’anima di un adolescente in un corpo che arrancava.
– C’è tutta questa bella carta di cui occuparsi. Nessuno meglio di te può farlo. –
Il tono di Lucy era gentile, ma si capiva che la sua non era una richiesta. Michael non l’avrebbe scampata e a nulla sarebbero valse le sue abilità di contrattazione. Lui poteva anche avere il doppio della sua età, ma Lucy aveva il doppio delle sue palle. Michael curvò le labbra e si grattò la barba brizzolata sulle guance.
– Avrei dato volentieri una mano ai ragazzi. –
Prese in mano le carte, soffermandosi sul loro considerevole spessore.
– Con Altair infortunato poi… –
La frase lasciata in sospeso permise a Lucy di inserirsi come un’iniezione intramuscolare.
– Altair ormai è vicino alla guarigione. Lavora bene col tutore, e la prossima settimana dovrebbe togliere i punti. –
Lucy sorrise come la promoter di un centro commerciale.
– Sta bene. –
Aggiunse con solida certezza, tanto da lasciare Michael a corto di argomenti. A volte quella donna si trasformava nel suo capo, invece che restare la sua socia in affari.
– Non voglio che tu abbia un altro scompenso a lavoro. –
Lucy incrociò le braccia e il profilo della sua schiena assunse la forma di una esse.
– Devi riguardarti. –
Qualcuno bussò alla porta dell’ufficio, ponendo fine allo scambio.
– Sì? –
Domandò Lucy sporgendosi come un daino alla fonte. La porta si aprì e la testa di Malik entrò nella stanza, seguita poi dal resto del corpo.
– Ciao. –
Malik salutò entrambi con un cenno del capo. Michael gli rivolse un sorriso pieno, di quelli che si regalano ai nipoti, mentre Lucy tirò gli estremi delle labbra verso l’alto, in attesa del resto.
– Volevo chiedere chi c’è dei ragazzi oggi. Ieri Desmond mi ha parlato di un cambio. –
Malik restò a qualche passo da loro, una mano lungo il fianco e un’altra a massaggiarsi la spalla opposta. Lucy rispose, telegrafica come sempre.
– Oggi siete tu e Rebecca in cucina. Altair e Shaun fanno banco e cassa. Nelle ore di punta vengo io a darvi una mano. –
Malik annuì con aria soddisfatta, ma in realtà non gliene fregava niente.
– Come stai Mike? –
Domandò Malik con la mano già intorno alla maniglia della porta. Di quello, invece, gli importava.
– Sto bene grazie, nulla di preoccupante. State tranquilli. –
Malik annuì. Affezionarsi a quell’uomo veniva naturale come divorare una confezione di Oreo quando si è soli in casa. Il cuoco richiuse la porta e se ne andò nello spogliatoio per cambiarsi. Guardò il cellulare: le dieci e tre minuti; nessun messaggio. Quando quella mattina era uscito dal bagno, Holly non c’era più. La cosa era comprensibile. Gli era invece meno comprensibile come gli amici continuassero a ripetergli che è normale per una coppia attraversare delle fasi, gli alti e bassi, i tira e molla, gli odi et amo e tutta un’altra vangata di puttanate. Però. Se era vero che in certe occasioni i conflitti aiutassero a mantenere una relazione speziata, adesso la cosa cominciava a diventare piccante; talmente piccante da rendere il piatto immangiabile. E non si trattava certo di qualche settimana, ma di mesi. Se ripensava al loro primo incontro non riusciva a credere che si trattasse della stessa ragazza. Chissà se anche Holly aveva la stessa sensazione pensando a lui. Malik prese grembiule e cuffia ed uscì dallo spogliatoio, direzione cucina. Ma prima, c’era bisogno di svuotare la vescica. Virò verso il bagno, aprì la porta ed entrò spedito all’interno, ma quello che si ritrovò davanti fu del tutto inaspettato e lo fece arrestare, neanche lo avessero trafitto parte a parte con una freccia. Altair gli dava le spalle, in piedi, con le gambe larghe di fronte al cesso in cui stava pisciando. Malik, raggelato, ripercorse alla velocità di un fulmine gli avvenimenti degli ultimi secondi: la luce del bagno che aveva visto spenta da sotto la porta, l’assenza di qualunque rumore all’interno, nessuna opposizione all’apertura. Nulla. no, non poteva essere colpa sua. Il problema era per forza quel coglione lì in piedi, Altair, che ruotò il viso cercando di individuare con la coda dell’occhio chi ci fosse dietro di sé.
– Ehi Malik. –
Salutò il collega, fresco come una rosa all’alba e imperturbabile come un paziente anestetizzato; sembrava fregarsene ampiamente del fatto che stesse ancora con l’uccello sgocciolante fra le dita, a mezz’aria, simile ad un corriere che tiene fra le mani il pacco da consegnare. Se non altro, il braccio e la schiena di Altair fecero a Malik il favore di nascondere i dettagli e risparmiargli l’imbarazzo maggiore. Malik sentì la morsa del turbamento serrargli di colpo lo stomaco.
– Ma che cazzo… –
Bofonchiò con sdegno, in un tono così cupo che al confronto una tela di Goya era un idillio. Malik sbatté la porta dietro di sé; lo stimolo per pisciare era completamente sparito, come la certezza che quella giornata potesse essere ancora recuperabile. Si rifugiò in cucina, infilò grembiule e cuffia e si costrinse a concentrarsi sulla preparazione dei menù. Prese cipolle, aglio, spezie e cominciò a tagliuzzare, facendo fronte all’isteria. Non sapeva cosa fosse peggio: se rimestare i pensieri rabbiosi che coinvolgevano Holly, oppure rimuginare sul recente episodio che vedeva come protagonista il cazzo di Altair.
Malik era così concentrato a tagliuzzare bulbi vegetali che nemmeno si accorse di come il collega lo raggiunse in cucina e si sistemò ad un metro da lui, coi gomiti poggiati sul ripiano a guardare l’arte di fare a pezzi cipolle. In silenzio, aspettava che Malik lo notasse, oppure lo uccidesse. Furono i sensi del cuoco a suggerirgli di alzare lo sguardo: cominciò a percepire un disagio crescergli sulla pelle, come una micosi cutanea, e si convinse a guardarsi intorno individuando subito la ragione del disturbo. Malik fermò la lama e i due si guardarono in silenzio. C’era un imbarazzo da risolvere. Altair si sorreggeva il mento con la mano sinistra, quella col dito avvolto dal tutore, e guardava Malik con aria inerte ma curiosa; Malik, al contrario, gli offriva lo stesso sguardo che si dà a qualcuno che, nel vagone metro, decide di ficcarsi le dita nel naso con la stessa cura di quando si è soli davanti al pc. Questa volta nella cucina non c’erano i borbottii dei brodi che bollivano e delle verdure che sfrigolavano a rendere il nulla fra loro meno evidente. Perciò Malik fu il primo, perché il silenzio gli piaceva, ma gli sguardi fissi meno.
– Ti capita mai di usare la chiave quando sei in bagno? –
Malik domandò sbuffando. Altair sembrò non seguirlo.
– Ti riferisci a prima? –
Domandò Altair senza un’ombra di retorica. Malik si convinse che fosse genuinamente stupido.
– Forse dovresti usarla quando pisci. –
Malik prese un nuovo coltello dal cassetto, mise da parte la cipolla e cominciò a tagliare l’aglio. Non sopportava quell’aspetto di Altair: viveva le persone come se dovessero adattarsi a lui, e mai viceversa.
– Forse dovresti bussare prima di entrare. –
Rispose Altair, sputando sulle buone maniere. Di persone saccenti Malik ne aveva conosciute, ma Altair stava decisamente ridefinendo la media. Malik gli lanciò un’occhiataccia ma Altair rimase imperturbato; lo fissava coi suoi occhi ambrati in cui brillava tutta l’odiosa e ostentata sicurezza, che uccise in Malik il compromesso. Con Altair non c’era da parlare, solo da prenderlo a schiaffi. Tuttavia, Malik sentiva a quel punto di aver già esaurito tutto lo spirito combattivo della giornata: quella mattina lo scambio con Holly lo aveva sfinito al punto che, sveglio da neanche quattro ore, era già pronto alla resa incondizionata. Holly aveva un talento raro per riuscire a succhiargli via tempra e vitalità, neanche gli stesse facendo un pompino. Perciò Malik lasciò perdere. Tornò a guardare l’aglio e a spezzettarlo, sbuffando fuori tutta la sua voglia di trovarsi altrove.
Altair non meritava le sue energie.
– Guarda che non c’è problema, siamo due maschi. –
Altair intervenne, percependo nel cuoco l’avversione a continuare il dialogo. Scrollò le spalle per disfarsi del conflitto e trasmettere a Malik la propria pace interiore.
– E poi ci conosciamo, lavoriamo insieme. –
Aggiunse, di certo sfondando la soglia del numero di parole che di norma pronunciava nell’arco di un’intera giornata. No, non ci conosciamo, pensò Malik che ormai continuava a massacrare il povero aglio solo per non rivolgere il coltello su Altair. Quello che il collega diceva, e come lo diceva, rivelava tutta la sua superficialità; nonché la fiducia infantile, tipica di un’adolescenza non conclusa, che costruisce i rapporti sui vabbè e sui più o meno. Roba da far venire l’orticaria. La logica del suo ragionamento trovava il corrispettivo visivo in una groviera: era piena di buchi. Malik conosceva anche il cassiere del bar sotto casa sua, ma non certo per questo gli avrebbe mostrato l’uccello.
– E in ogni caso… –
Continuò Altair, forse in preda a qualche neurotonico, vista la sua innaturale loquacità. Ma lì lasciò la frase in sospeso, come se qualcuno l’avesse messo in pausa con un telecomando. Forse l’effetto dello stupefacente si era esaurito di colpo. Malik piegò le sopracciglia, concedendogli il beneficio del dubbio; cioè il dubbio che soffrisse di narcolessia. Ma prima che l’ipotesi di Malik potesse trovare conferme, un salvifico agente esterno si intromise nel microcosmo alla Wes Anderson che si era creato in cucina.
– Ohi, scusate il ritardo ragazzi. –
Rebecca entrò, coi soliti ciuffi della frangetta che le uscivano dalla cuffia. Altair e Malik la guardarono: Malik con gratitudine, Altair con pigrizia. A Rebecca bastò una sola occhiata per avvertire la puzza di una qualche ostilità fra loro, al che commise l’errore di chiedere.
– Ho interrotto qualcosa? –
Rebecca incollò le mani su una ciotola piena di pomodori.
– No. –
Rispose lapidario Malik affettando Altair con lo sguardo.
– Solo il silenzio. –
Con quel commento caustico, Malik tornò chino sull’aglio a cui risparmiò ulteriori sofferenze, passando alle erbe da sminuzzare. I colleghi avevano imparato a conoscere le sferzate di Malik, e avevano stabilito di comune accordo che il miglior attacco rimanesse la difesa. Perciò Rebecca voltò la schiena e si mise a tirare fuori le altre verdure da lavare, fischiettando come passatempo personale. Qualunque cosa fosse successa fra Malik e Altair, rimaneva fra loro.
E proprio Altair, ormai escluso da qualunque scambio comunicativo, perse ogni interesse a intrattenersi in cucina; perciò tamburellò le dita sul ripiano e se ne andò, passando accanto a Rebecca e lasciandole una pacca sulla schiena, per augurarle buon lavoro. Rebecca sorrise, e per tutto il tempo a seguire che restò in cucina a lavorare con l’altro cuoco una cosa sola le fu chiara:
a Malik giravano le palle.

 

Due teglie di ratatouille, tre di patate, quattro vasche di insalata mista, due di spezzatino, tre portate di falafel e due di verdure grigliate: neanche tutto quel lavoro in cucina era riuscito a distrarre Malik. I pensieri erano riusciti comunque a imporsi sulle pentole, a sgomitare fra gli ingredienti e inserirsi nei tempi di cottura. Erano le cinque passate e il suo turno era quasi giunto al termine. Di norma a quel punto avrebbe tirato un sospiro di sollievo: una volta a casa si sarebbe fatto una doccia, avrebbe messo della musica in salone e con calma cucinato qualcosa per sé…e per Holly. Ma la ragazza stava diventando un’incognita nella sua vita, al punto che cominciava a non importargliene poi così tanto. Lui era sempre stata una persona pratica e aveva la tendenza ad allontanare ciò che non lo faceva stare bene o non gli apportava vantaggi di qualche tipo. Perciò la domanda gli sorse spontanea: che sto facendo?
– Malik. –
Era la voce morbida e gentile di Michael, e Malik la riconobbe prima del contatto visivo.
– Ehi Mike, dimmi. –
Michael era sporto nella cucina tenendo con una mano la porta saloon semi aperta; metà corpo era fuori, metà corpo era dentro. La sua espressione era costipata, e Malik pensò che si sentisse di nuovo poco bene. Il capo gli fece cenno di avvicinarsi, e lui non se lo fece ripetere. Michael mise una mano sulla spalla del ragazzo e lo invitò ad uscire, direzionandolo dietro il bancone.
Malik sentì puzza di problemi.
– C’è qualcuno che ti cerca. –
Gli sussurrò Michael all’orecchio, col tono di una catastrofe imminente. Un brivido gli scosse le vertebre, e i suoi sospetti furono confermati di lì a poco: da dietro il bancone, pescando con gli occhi in mezzo a tutta la folla, individuò la chioma di Holly che se ne stava a braccia incrociate ferma in un angolo, la faccia incazzata come se le avessero negato lo sconto studenti al cinema. Un pessimo presentimento aggrovigliò le budella del cuoco. Holly guardava verso il banco coi suoi occhi da predatrice, e scovò presto il ragazzo. Si sollevò sulle punte e parlò.
– Malik! Vieni qui! –
Il tono era alto, indiscreto come una supposta, e lasciò Malik di sasso. Che cazzo aveva da urlare quella pazza furiosa dentro al locale? Non le era bastato piombargli a lavoro, adesso doveva anche imbarazzarlo di fronte a colleghi e clientela? Altair, che stava servendo al banco insieme a Shaun, sbirciò veloce verso la ragazza la cui presenza rumorosa saltava agli occhi e alle orecchie. Malik poteva sentire sulla pelle il peso degli sguardi e del giudizio. Holly scavalcò la fila e si fece brutalmente strada fra gli astanti, sottraendosi all’obbligo di civiltà.
– Adesso! –
Gridò di nuovo, destando prima curiosità e poi insofferenza nel resto della folla. Se Holly voleva distruggere la loro relazione stava bene, ma non c’era bisogno di trascinare nell’operazione anche il suo posto di lavoro. Shaun si interruppe nel servizio, non riuscendo più a ignorare le distrazioni, e lo stesso avvenne per alcuni clienti, stizziti per la prepotenza di Holly e i suoi schiamazzi. Malik si mosse subito per evitare l’irreparabile. Altair si scostò, lasciandolo passare, e lanciò un’occhiata a Shaun per suggerirgli di rimettersi a lavoro; Michael invece rientrò dietro al bancone con un grembiule e una cuffietta, pronto a dare una mano coi clienti.
– Allora, chi c’era? –
Fece Michael con un sorriso che gli riempì la faccia, cercando di recuperare l’attenzione e il buon umore della gente. Malik intanto aveva lasciato il retro del banco e afferrato Holly per un braccio, senza alcuna gentilezza. La trascinò verso l’uscita e poco prima di varcare la soglia incrociò lo sguardo di Lucy, seduta in cassa come un’Atena sul trono. Lei, il suo capo, lo guardava con un’espressione scultorea e indecifrabile, eppure Malik interpretò quell’immobilismo muscolare come una forma di rimprovero. Una volta fuori, Malik spinse Holly a bordo del marciapiede, lasciandola spalle al muro. Il desiderio di gonfiarle la faccia gli trasudava dalle mani.
– Ma sei fuori di testa?! –
Sbottò il cuoco, sforzandosi di urlare piano.
– Quel è il tuo geniale piano? Farmi licenziare? Che cazzo ti prende?! –
Malik spostava il peso del corpo da un piede all’altro, non riuscendo a frenare il nervosismo. Non capiva ciò che stava succedendo e nemmeno lo trovava giusto, ma Holly fu abbastanza in gamba da infilarsi in quella smagliatura di incertezza.
– Dobbiamo parlare. –
Rispose Holly con tono asciutto; una persona completamente diversa rispetto a quella che pochi attimi prima sbraitava per far sapere al mondo che era arrabbiata.
– Ora vuoi parlare? –
– Dobbiamo trovare una soluzione qui, Malik. –
Holly incrociò le braccia al petto, fingendosi una donna matura che cerca una soluzione razionale ad un impedimento emotivo; ma quella era solo una pittura, perché Holly era una pazza infantile e Malik non riconosceva più niente in lei che ne giustificasse l’affetto.
– Io ce l’ho già la soluzione. –
Fece Malik, tagliente come uno dei suoi coltelli da cucina. Le voltò le spalle come fosse invisibile e tornò dentro. Con un piede già all’interno del locale, puntò l’indice verso di lei.
– Aspettami qui. –
Holly rimase immobile, respirando piano per non far rumore. Stette lì ad attenderlo, col naso all’insù rivolto al cielo cupo, in fondo già sapendo cosa avrebbe trovato alla fine di quella corsa.

 

La serata continuò in caduta libera, e ancora Malik non riusciva a scorgere il terreno su cui si sarebbe sfracellato. Fissava la luce della lampada sul comodino pensando che quel calore cozzasse terribilmente con la voce aguzza di Holly. Malik era già sotto le coperte: la schiena nuda appoggiata al cuscino e la Genealogia della Morale di Nietzsche sotto mano, giusto perché nelle ultime settimane si era soffermato a pensare alla legittimità dell’omicidio. Ma tanto sapeva che non sarebbe riuscito a leggere: Holly continuava a vomitargli addosso, scalciava, puntualizzava, si lamentava. Assisté alla scena senza opporsi, lasciandosi investire come ad uno spettacolo di teatro-danza. All’inizio Holly sembrava arrabbiata, parlava dei soldi, dei genitori, della fiducia negata; il copione era sempre lo stesso, e la drammaturgia mediocre. Sentiva la sintonia fra loro venire meno, sfilacciarsi come lana in acqua.
Poi Holly passò da arrabbiata a seducente: che fosse a corto di idee era chiaro come il pallore delle sue gambe, che allungò verso di lui. Gli poggiò il seno sulla spalla, gli sussurrò delle scuse all’orecchio, disegnandogli poi i pettorali con la punta di un’unghia. Ma ormai Holly era per Malik una sirena senza fascino, e ciò che un tempo lo avrebbe eccitato adesso non lo sfrigolava nemmeno: nessun tremolio nei pantaloni. A quel punto Holly si intristì e l’entusiasmo si dissolse, come un gioco dell’infanzia che non diverte più: c’era uno scorcio di tenerezza nel goffo tentativo di convincerlo che con una cavalcata tutto si sarebbe sistemato. Peccato che in quel momento Malik avrebbe preferito Nietzsche ad una sessantanove. Perciò non si sentì in colpa quando Holly cominciò a singhiozzare, stringendosi le braccia in vita per far gonfiare il seno, neanche fosse una liceale che non sa più che inventarsi per farlo indurire al fidanzatino.
Malik non la voleva, e non sapeva come dirglielo. Essere gentili era una sfida. Lui passò una mano fra i capelli di Holly con un sospiro pieno di pena –rivolta a se stesso, non a lei. Sapeva che nulla lo avrebbe consolato quella sera; poteva solo sperare di riaprire gli occhi e trovarsi in un’altra vita. Malik pensò a cosa potesse dirle per farla star buona, ma non gli venne in mente nulla. Era come se non la conoscesse più. Dire che la odiasse era in parte vero e in parte esagerato; la verità era che si sentiva ferito, e da molto tempo. Non sapeva dire quando fosse iniziato, ma un buon indizio poteva essere quando, svegliandosi la mattina, vedere Holly addormentata accanto a lui non l’aveva fatto sentire fortunato. Malik gettò la spugna e si alzò, lasciando Holly a gestire da sola la sua debolezza. La ragazza avrebbe fatto bene a rendersi conto che l’essere desiderabili richiede spontaneità, non solo un bel faccino e due chiappe sode. Andò in bagno, girò la chiave e si massaggiò la cervicale. Dalla finestra aperta entravano i suoni della notte e gli odori del dopo cena. Lasciò cadere la testa esausta all’indietro, guardando il soffitto e pensando alla decomposizione. Non era l’influenza di Nietzsche, solo l’analisi del funerale di un rapporto: la magia di Holly che un tempo l’aveva stregato, sembrava adesso disciolta come un acquarello sotto la pioggia. Gli sembrò ingiusto, perché la voglia invece ce l’aveva. Sentiva di meritare conforto, ma non da lei.
Malik accostò la finestra, cominciando a scacciare Holly dai pensieri; tanto, non era certo lei a potergli stuzzicare la fantasia. Arrivati al punto in cui persino il sesso diventava difficile, poteva garantire che la relazione fosse del tutto irrecuperabile. Dispersi negli insulti e nelle scrollate di spalle sia l’affetto che la seduzione, rimaneva solo la voglia di uno sfregamento rozzo e brutale in solitudine, al sicuro, che puntasse ad un rapido appagamento. Malik poggiò un palmo sul lavandino, mentre lasciò scivolare l’altra mano nei pantaloni, all’interno dell’intimo, come una goccia d’acqua sulla pelle. Si sorprese quando l’amico là sotto reagì al tocco delle sue dita come una pianta del piede solleticata, cosa che Holly non era riuscita ad ottenere neanche impegnandosi. Era la conferma che lo voleva, ma non con lei. Malik si diede l’okay per procedere e si piegò in avanti con la schiena, insieme ad un sospiro che voleva lasciarsi alle spalle tutto il resto. Si ritrovò ad angolo retto sul lavandino, respirando come un tredicenne alla prima esperienza autoerotica. Pensò che fossero ormai lontani e sfocati gli ultimi ricordi in cui aveva goduto di un sano buon sesso, quello che giunto al termine ti fa sentire che il mondo è ancora un bel posto in cui vivere. Si era sentito così con Holly, un tempo, ma era accaduto in un punto così lontano lungo la linea del tempo che non aveva più importanza. Il suo corpo, il suo viso, il suo seno, le sue gambe, il suo frutto umido…Malik non sentiva il bisogno di richiamare alla mente nessuna di quelle immagini mentre la sua mano scorreva fluida intorno al membro già rigonfio di grandi aspettative. Non pensare a niente era già abbastanza eccitante, e riassaporare finalmente quel piacere libero e gratuito gli era mancato molto più delle otto ore di sonno filato.
La parte più divertente era che chiunque l’avrebbe preso per pazzo in quel momento: stare lì chiuso in bagno a menarselo come un carcerato in cella d’isolamento quando una bella ragazza –la propria ragazza– giaceva nel suo letto in lacrime. Era un’immagine che sapeva di marcio, ma Malik era abituato a navigare nel torbido e le acque sporche della dissidenza non lo spaventavano. Il ragazzo allargava il petto seguendo il respiro che gli cresceva nei polmoni, mentre i singhiozzi di Holly provenienti dalla camera da letto cercavano di aggrapparsi alla sua coscienza come zecche addosso ad un cane. Malik non si vergognò di trovare quel contrasto tanto crudele quanto perverso: lei piangeva, lui godeva. La ruota gira, il karma colpisce, i nodi al pettine, e tutte quelle stronzate lì. La schiena si arcuò come durante una sessione di pilates, e la testa si infossò fino a sfiorare il petto col mento. La stretta intorno alla ceramica fredda del lavabo, la voglia di scoppiare e mandare al diavolo la decenza, il bagnato che aumentava fra il cotone dell’intimo e la ruvidità della sua mano…tutto di quel momento profumava di nostalgia.
Serrò gli occhi e per un po’ trattenne il fiato, giocando con le dita e sollecitando il polso quel poco che ancora gli serviva per liberarsi dalla schiavitù della privazione. Il picco fu intenso e sconvolgente, come a malapena ricordava potesse essere. Fu bravo nel serrare denti e labbra al momento giusto, così da trasformare un rantolo di meritata goduria in un afflato d’estasi. Odiava fare le cose piano, e il sesso senza far rumore era come abbracciarsi senza toccarsi; ma quello gli era toccato, ed era un premio strappato alla prudenza. La schiena gli tremò, e quando un piccolo foro prese forma tra le labbra cedé ad un sospiro liberatorio. Del casino che poteva aver lasciato nei pantaloni a conclusione di quell’autocelebrazione, non gliene fregava proprio niente. Un orgasmo affamato, anche se in catene, era pur sempre un orgasmo; e quella sera sarebbe di certo stato la migliore buonanotte. Malik aprì lentamente gli occhi che aveva tenuto stretti come due saracinesche. Davanti a lui solo il color panna del lavabo e piccole gocce d’acqua sparse sui bordi ricurvi, che ancora si rifiutavano di evaporare. Sulla pelle nuda sentiva il tepore stringerlo, e dentro al ventre percepì la rinascita dei sensi e la rivincita dell’autostima.
In quella breve cornice temporale era riuscito a sentirsi libero e puro, come un neonato al primo vagito. Rilasciò la stretta intorno alla sua gloria ormai espressa, e rimase appeso all’avvilimento di un’emozione già svanita. Malik uscì dal sogno e tornò poco alla volta nella realtà: il rombo delle moto in strada, la tv troppo alta di qualche vicino scortese, le risate degli adolescenti dopo il cinema; poi anche i singhiozzi di Holly, inconsolabili e testardi, a volergli ricordare che, con tutto il rispetto, era proprio uno stronzo. Tirò fuori la mano dai pantaloni e la lasciò sul bordo del lavandino, bagnata ed eroica come una staffettista del nuoto che esce dall’acqua. Accettò con placida rassegnazione che sì, era proprio uno stronzo, e si lasciò cullare dal pianto di Holly: una ragazza ormai lontana dal corpo e dal cuore, una che tanto valeva definire qualcuno che un tempo conoscevo. Pago della sua brutale conquista, restò lì ancora un po’ a riempirsi le narici di un odore nuovo, pungente ma balsamico: l’indifferenza.

Chapter Text

Ottobre, 2016.
New York City.

La cicatrice di Altair formava una mezza luna fra il pollice e l’indice. Nove punti si erano congiunti in una striscia spessa e rosata, che risaltava ancora di più sul colorito olivastro della pelle; osservata da una precisa angolazione, ricordava la forma di un sorriso. Desmond, che in assenza di sangue e dita aperte era una persona pacata e anche di spirito, osservava affascinato; a Malik, invece, la cosa non scaldava poi tanto.
– Ti fa male? –
Domandò Desmond poggiandoci un dito sopra, prudente. Altair fece no con la testa.
– Certo che è bella grossa. –
Aggiunse il più giovane, appoggiando una mano sul bancone. Dalla saracinesca, aperta ancora solo a metà, entrava di taglio una luce fredda che illuminava i tre ragazzi fino alla vita.
– Poteva andare peggio. –
Disse Malik neutrale, con una di quelle frasi di circostanza che non vogliono dire niente ma salvano le apparenze.
– Mh. –
Altair rispose, si fa per dire, tenendo gli occhi sulla ferita adesso libera dai punti. Il processo di cicatrizzazione sarebbe continuato, finché quel filo rosato non fosse diventato una strisciolina pallida.
– Continui a usare il tutore, sì? –
Chiese conferma Desmond. Altair inclinò la testa.
– A lavoro sono obbligato. –
Lo stridio della saracinesca che si sollevava diede a Malik il pretesto per andare in cucina a completare il suo dovere. I due cugini rimasero dietro al bancone, sistemando le vasche con gli avanzi del giorno prima, pronti a rifornirle con le preparazioni fresche della giornata. Altair si infilò il tutore e prese la vasca del cuscus, piena ancora per un terzo. La saracinesca arrivò in cima e si arrestò col suono di un catenaccio arrugginito. Entrò Lucy, facendo roteare il mazzo di chiavi del locale intorno all’indice. Lanciò un sorriso rapido ai due dipendenti e se ne andò in ufficio, chiudendo la porta: il solito buongiorno. Desmond, che con lo sguardo l’aveva seguita con un’insistenza che a chiunque sarebbe risultata sospetta, prese la vasca del riso; cominciò a spostare il contenuto nei rettangoli di alluminio disposti per gli avanzi, sapendo che prendendone la sua parte avrebbe avuto due pasti garantiti. Finché Lucy avesse gestito quel posto, non un grammo di cibo sarebbe andato sprecato.
– Senti, Altair… –
Esordì il cugino più giovane, fermando il mestolo a mezz’aria. Altair mugugnò, in una forma di esortazione ad andare avanti, mentre grattava via le verdure appiccicate alle pareti di acciaio.
– Posso chiederti un consiglio? –
Desmond cercò di sembrare naturale mentre quelle parole gli uscivano di bocca.
– Spara. –
Fece Altair, senza ancora concedergli il cento per cento delle sue attenzioni. Desmond concluse il movimento interrotto del cucchiaio, e tornò a versare riso.
– Ecco, diciamo che… –
Desmond temporeggiò; sembrava un giovane esploratore bloccato al bivio, che non sa se andare a destra o a sinistra. O magari fare dietrofront.
– Riguarda le donne. –
Buttò fuori tutto d’un fiato, pentendosi quasi all’istante. Altair si fece attento: Desmond aveva solleticato la sua curiosità.
– E cioè? –
Domandò Altair senza fretta, lasciando a Desmond il tempo di riflettere.
– Cioè che… –
Desmond allungò quell’ultima vocale come un inceppo da errore di sistema. Poteva farcela.
– Mi servirebbero delle dritte. –
Desmond si liberò di quel magone come uno stitico che evacua dopo sette giorni. L’aveva detto; l’aveva ammesso; era fatta. Intanto, finito il cuscus, Altair ripose la vasca a posto e passò a quella delle patate.
– Ti piace qualcuna? –
Chiese Altair, diretto come un destro alla mascella. Desmond, che già navigava nelle tempestose acque dell’insicurezza, a quella domanda si ritrovò naufrago sugli scogli. Voleva ma non voleva confidarsi, come un dodicenne che se l’è fatta addosso e pensa che ormai è troppo grande per chiedere aiuto alla mamma. Si voltò verso Altair e alcuni chicchi di riso gli caddero sul ripiano.
– Nessuna nello specifico, no. Perché? –
Desmond mentì così male che Altair non gli credette; era chiaro che non aveva alcuna intenzione di sostenerlo in quella farsa.
– Ci sei mai uscito? –
Rispose Altair con un’altra domanda, ignorando le frottole evasive del cugino. Desmond meditò con accortezza: non poteva pretendere di ottenere dei risultati se non accettava di scoprire almeno un fianco. Guardava il riso e pensava a come meglio esprimersi, mentre il corpo gli si chiudeva nelle spalle.
– No. –
Desmond tagliò corto e levò la maschera. Lasciò il cucchiaio nella vasca ormai vuota, si voltò completamente e poggiò una mano sul fianco, provando a fare l’adulto.
– Come faccio a parlarci? –
Domandò alzando bandiera bianca. Altair riconobbe nella sua voce una debolezza che gli fece sospendere il lavoro. Entrambi si guardavano ora in faccia: Desmond pendeva dalle labbra di Altair, come in attesa dell’oracolo, mentre Altair era in realtà già pronto per il responso; tuttavia, temeva che il apri la bocca e inizia a parlarle che aveva in mente avrebbe deluso le alte aspettative di Desmond. D’altronde, Altair non era uno di quelli ad avere la ricetta pronta; sperimentava, e quando gli andava bene ripeteva. Prima che uno dei due potesse fare il primo passo, la porta della cucina si spalancò con un colpo secco e ne uscì Malik insieme ad un vascone fumante di cuscus, pollo grigliato e verdure. Accompagnato da un’andatura e un portamento che facevano a pugni col concetto di grazia, Malik si infilò nello spazio vuoto che i due colleghi avevano creato fra loro. Sia Desmond che Altair subirono la distrazione dell’evento, ma Altair prese la palla al balzo e si lanciò in una pericolosa proposta.
– Forse potresti chiedere consiglio anche a Malik. –
Lì per lì il cuoco parve indifferente alla pronuncia del proprio nome, e Altair lo osservava nell’attesa che li deliziasse con una delle sue frecciatine o, nella migliore delle ipotesi, stesse al gioco. Dopo aver sistemato la portata al suo posto, Malik si tirò su e incrociò di striscio, e solo per un momento, lo sguardo di Altair: il tempo di capire che quello con cui doveva parlare fosse Desmond, non l’ombroso verbalmente costipato. Malik allora spostò gli occhi su Desmond senza nascondere la noia che traspariva dalla curvatura delle sopracciglia. Desmond, avendo inteso di doversela sbrigare da solo, si impegnò per simulare la stessa sicurezza di chi ha il pieno controllo della situazione.
– È che…c’è una ragazza con cui vorre- –
– Lascia perdere. –
Due parole grugnite rauche, come due colpi d’arma da fuoco ben piazzati: uno colpì Desmond alla testa, e l’altro al cuore. Malik se ne andò così, con un linguaggio del corpo che palesava tutta la sua avversione al dialogo, mentre la vittima rantolava sanguinante senza neanche capire perché gli avesse sparato. Desmond non seppe come reagire, riuscì solo a gettare gli occhi su Altair in cerca di un aiuto nell’interpretazione dell’accaduto. Ma Altair scosse la testa, avvicinandosi e parlandogli piano, quasi nessuno dovesse sentire. Lo rassicurò, lo distrasse, lo prese in giro e infine lo incoraggiò; il tutto per riuscire a cancellare il ricordo dello sgarbo di un collega che, quando voleva, sapeva essere l’incarnazione del demonio.
Ciò nonostante, per Altair, Malik rimaneva comunque un male affascinante, dai begli occhi scuri, neri come il veleno che gli piaceva tanto sputare addosso alla gente. Il cuoco selvaggio solleticava il suo interesse come un dirupo profondo che a guardarlo viene voglia di buttarsi, pur sapendo che alla fine ci sarà l’abbraccio della morte. Ma al di là dei pruriti sotto la cintura, Altair aveva anche gran spirito di osservazione: nelle ultime settimane aveva notato la costanza di un’ombra sul viso di Malik. Mettendo insieme i pochi indizi che aveva, poteva immaginare ci fossero dei problemi nella sua vita privata. Ricordava molto bene gli sguardi che Malik e Holly si erano scambiati uscendo dal locale qualche sera prima: la personificazione del lutto di coppia.
Altair restò metà giornata in cassa; aveva l’emisfero sinistro del cervello concentrato sugli scontrini e quello destro che elaborava pensieri meno lineari, che alla fine tornavano sempre a ruotare intorno al cuoco sgarbato, e che infine lo portarono alla stessa conclusione a cui giungeva ormai da un paio di mesi: Malik era interessante. C’era qualcosa in lui che gli pungeva il sonno durante la notte, qualcosa che gli faceva curvare lo sguardo e perder tempo, qualcosa che lo rendeva incosciente e a tratti sfacciato. Riconosceva il lato brutale del collega, e qualche volta ne era anche rimasto scottato, eppure Malik rimaneva un uomo vestito di mistero. Per chi come Altair era abituato a non farsi sorprendere, Malik rappresentava il più seducente degli azzardi.
Poi Altair fece cambio e passò al banco, insieme a Shaun, dove grazie al tutore poté servire e comporre le portate senza eccessivi sforzi. Incrociò Malik solo un altro paio di volte durante la giornata, ma neanche il tempo necessario per poter dire di aver respirato lo stesso ossigeno. Malik continuava ad indossare la maschera del cane idrofobo e nei suoi gesti si leggeva sempre una fretta nervosa e un gran rodimento di culo. C’erano volte in cui Altair immaginava senza vergogna come sarebbe stato poggiare le mani sopra quelle del collega, di certo roventi per la mancanza di quiete. Altre volte, invece, permetteva a quelle fantasie di materializzarsi nel suo basso ventre e di partecipare alle pratiche della buonanotte. Non poche volte Altair aveva preso sonno cullato da fantasie che vedevano il corpo di Malik sotto di sé, le sue ginocchia intorno ai fianchi, le sue mani sulla schiena, la sua bocca da qualche parte a carezzargli la pelle.

 

La sera giunse rapida, come erano gli abitanti di quella città, e si rispecchiò nelle pozze d’acqua che una fitta pioggia autunnale disegnò sui marciapiedi. Era quasi ora della chiusura, e da fuori entravano gli odori di cappucci bagnati ed erba umida. Lucy uscì dall’ufficio e si mise alla cassa, senza mai staccare gli occhi da un fogliaccio su cui stava buttando giù la bozza dei prossimi turni. Nessun cliente nel negozio. I fumi della cucina venivano risucchiati dalle ventole che li vomitavano in strada; i fornelli si spegnevano, esausti; Malik e Desmond pulivano i ripiani e facevano partire le lavastoviglie: la fine di un’altra giornata.
– Venite tutti qui un attimo, per favore. –
Lucy si era alzata in piedi, come un cane della prateria che si sporge per controllare l’orizzonte. Controllò il suo orologio da polso, e lo confrontò con quello tondo appeso alla parete. Mancava solo un minuto alle undici. La donna andò all’ingresso ed estrasse dalla tasca dei jeans il mazzetto di chiavi. Chiuse la porta e fece scendere la saracinesca, quel poco che suggerisse la conclusione di un orario di lavoro. In ultimo, Lucy spense la fila delle luci laterali e raggiunse i propri dipendenti, facendoli radunare nella cucina ancora calda. Shaun, Malik, Altair e Desmond erano disposti in un cerchio quasi perfetto intorno al loro capo. Shaun controllava i messaggi di whatsapp mentre riposizionava gli occhiali sul naso, Malik si asciugava le mani con un canovaccio, Desmond veniva distratto dai bip delle lavastoviglie, e Altair se ne stava ad osservare il vuoto, annoiato come uno studente durante l’ora di buco. Quanto all’assente Rebecca, quella era la sua giornata libera.
– Okay ragazzi, sentite. –
Lucy alzò la faccia dal foglio macchiato di inchiostro.
– Eviterò di girarci troppo intorno… –
A quell’esordio ognuno associò una personale e imminente catastrofe: Shaun immaginò che Lucy stesse già cominciando a tagliare il personale; Desmond fece di meglio, pensando che stesse per licenziare proprio lui: era credibile, visto che la sua esperienza era più da barista che da aiuto cucina; Malik suppose che Lucy volesse strizzarli con un raddoppiamento dei turni, oppure con degli straordinari; Altair, che era un tipo concreto, non aveva permesso all’immaginazione di accelerargli il battito cardiaco.
– Michael sta male. –
Disse Lucy tutto d’un fiato. Calò il silenzio.
– Male come? –
Chiese Desmond per primo, già sostituendo la tragedia che si era immaginato con un’altra ancora più grande. Malik posò il canovaccio sul ripiano e si fece attento: quell’overture non gli piaceva.
– Non è grave. E cosa più importante, è curabile. –
Continuò Lucy, con la sicurezza di chi il discorso se l’è preparato prima.
– Ha un tumore. –
Shaun sgranò gli occhi e aprì la bocca.
– Porca puttana. –
Il ragazzo con gli occhiali spalancò verso il basso la mascella incredula.
– La finezza inglese. –
Commentò Desmond lanciando un’occhiata di rimprovero a Shaun e incrociando le braccia al petto. Shaun lo frecciò con lo sguardo e indossò le vesti dello snob nostalgico.
– L’insolenza delle colonie. –
Rispose Shaun con tono teatrale. Quei due non si erano mai piaciuti.
– Oh, ma che seriamente? –
Desmond sciolse le braccia e fece un passo verso l’inglese, con negli occhi la luce della sfida. Altair mise avanti il braccio e lo fermò, Lucy alzò gli occhi al cielo e Malik li castrò con un secco:
– Zitti. –
Non erano loro due i protagonisti di quella conversazione. Avrebbero potuto continuare più tardi nello spogliatoio fino a prendersi a pugni, se era quello ciò che volevano. Desmond seguì i suggerimenti fisici e verbali dei colleghi e si adattò alla situazione, non risparmiando però all’inglese un’occhiata di facile traduzione: testa di cazzo. O qualcosa del genere, a seconda dell’adattamento. Shaun schioccò la lingua in segno di disapprovazione, come se stesse mettendo all’angolo un chihuahua fastidioso. Aveva talento nel riuscire a farsi odiare.
– Ma è ricoverato? –
Domandò Malik per riportare l’interesse sulla questione originale. Lucy fece no con la testa e sollevò una mano per rassicurare i presenti.
– Michael è a casa. Sta bene, considerate le circostanze. –
Lucy sospirò e disegnò un semicerchio con gli occhi guardando ad uno ad uno tutti i suoi dipendenti: doveva essere lei il faro in mezzo alla tempesta.
– Gli è stato confermato un paio di giorni fa, dopo alcune analisi. Dicono che è benigno, al momento, ma stanno valutando come affrontare la cosa. –
Altair abbassò il braccio che aveva bloccato Desmond: si vedeva che i suoi pensieri erano tornati su Michael; era calmo. Tuttavia, la ritrovata serenità non servì a rendere meno amara la brutta notizia. Michael non era solo il loro capo, ma anche un’anima benevola sempre pronta ad ascoltare e a strappare una risata a tutto il team. Era un uomo buono, oltre che di talento.
Se Lucy era il cervello dell’Half Moon Kebab, Michael ne era il cuore.
– Tornerà presto in forma e a lavoro. State tranquilli. –
Disse Lucy in un tentativo troppo formale di trasmettere conforto.
– Ma… –
Continuò la donna pronta a far prevalere, ancora una volta, la testa sui sentimenti.
– Questo comporterà delle piccole complicazioni. –
I ragazzi si fecero attenti quando Lucy spiegò davanti a loro il foglio che aveva custodito fino a quel momento. Tutti abbassarono le facce sul pezzo di carta, come gatti intorno ai croccantini.
– Sarò sola nel lavoro d’ufficio e nella gestione dei fornitori. Per questo vorrei chiedere un piccolo aiuto a Rebecca con l’amministrazione. È sveglia e brava nei conti, distribuirò le sue ore in metà cucina e metà ufficio insieme a me. –
Lucy fece una pausa e si assicurò che tutti stessero seguendo. Poi riprese.
– Ora, il problema principale è che Desmond la prossima settimana non ci sarà per via di quei giorni che ha chiesto tempo fa. –
Desmond alzò lo sguardo e subito si sentì colpevole.
– Se serve posso rimandare, mi organizzo diversamente. –
Ma la proposta di Desmond non si sposava con l’etica di Lucy, che reagì quasi offesa.
– Non se ne parla. Li hai chiesti e te li ho accordati. Gli imprevisti sono un mio problema. –
Malik segnò un punto in più per Lucy, che al solito riusciva sempre a farsi stimare per l’onestà dimostrata. Desmond, visto l’acciaio con cui Lucy aveva condito quelle parole, preferì non ribattere. Shaun si massaggiò la barba corta e Altair abbassò la testa a guardarsi i piedi.
– Detto ciò. –
Riprese la bionda bionica.
– Dovrò chiedere a Malik, Altair e Shaun di fare lo sforzo maggiore per qualche giorno. –
Per la prima volta, Lucy utilizzò un tono cotonato.
– Dovendo coprire Desmond e metà turno di Rebecca, avrete un orario leggermente più lungo. –
Lucy chiese scusa con gli occhi, ma i fatti non cambiavano.
– Stavo pensando anche ai doppi turni, che potrebbero aiutarvi con l’orario spezzato. Ma questa è una possibilità che voglio discutere con ognuno di voi, in privato, a cominciare da domani. –
Altair fece un sospiro stanco, quelli classici di fine giornata. Troppe novità tutte insieme quella sera, e lui non era mai stato un amante del multitasking. A quel punto aveva solo voglia di uscire da lì e riempirsi i polmoni di un’aria fredda e bastarda, così da anestetizzare ogni contrazione mentale. Alzò gli occhi dalle scarpe e trovò Malik sulla linea retta del suo sguardo. Il cuoco teneva le braccia incrociate e le labbra serrate, come un ispettore in aeroporto; dai suoi occhi di petrolio era facile intuire che qualcos’altro gli occupava i pensieri, qualcosa che non riguardava il lavoro e che non apparteneva a quel ritaglio spazio-temporale. In quel caso, Malik non era il solo. Ad Altair tornò il prurito della curiosità e cominciò a sentirsi graffiare la schiena; il formicolio dell’attesa gli solleticava la pelle mentre sentiva le ultime parole di Lucy sfilacciarsi e perdere forma all’interno del suo padiglione auricolare. Come un acufene che non dà pace, Altair era distratto dalla costanza di un proposito rischioso, che avrebbe richiesto del fegato per trovare compimento. Ma se c’era una cosa che non gli mancava era decisamente il coraggio, e per questo gli bastarono pochi minuti per chiudere a guscio i pensieri e decidere di assecondare, alla fine, quel capriccio pericoloso. Risoluto negli intenti e motivato dalla potenziale ricompensa, Altair respirò solo col naso per preservare intatto dentro la bocca il sapore della prova che stava per affrontare.

 

Erano le undici e un quarto e Shaun si stava infilando il casco seduto sulla moto, bella come una ventenne in minigonna. La saracinesca aveva appena concluso il suo stridente saluto e Lucy era piegata a girare la chiave. La luna era grossa e tonda, luminosa come una stella, ma i suoi raggi opalescenti finivano violentati da quelli led delle insegne e dei grattacieli. Malik era poggiato con la schiena al muro a pochi passi dal negozio, le mani nelle tasche e nessuna voglia di tornare a casa. Desmond se l’era svignata subito invece, dopo aver salutato il cugino con un brofist e gli altri con un cenno del capo –Shaun era stato da lui volutamente ignorato. Continueremo quel discorso, aveva detto Desmond ad Altair prima di sollevare gli angoli della bocca verso l’alto e tirare su il cappuccio, facendo comparire una netta linea d’ombra a metà della sua faccia. Altair aveva annuito, spinto non tanto dalla curiosità quanto da un supporto sincero e disinteressato verso il cugino più giovane, che troppo spesso confondeva la sana riservatezza con la contraccezione emotiva. Ogni tanto faceva piacere sapere cosa gli passasse per la testa, come si sentisse, o se avesse incontrato qualcuno in grado di fargli aumentare i battiti al minuto. Situazione curiosa, comunque, perché anche Altair aveva da un po’ una persona a cui pensare.
Shaun mise in moto e se ne andò, infagottato nel giaccone come un burrito esagerato. Altair, vestito di jeans e felpa con le maniche tirate su fino ai gomiti, se ne stava in piedi vicino a Lucy: la stava salutando. Malik pensò fosse ridicolo come, con quella temperatura, Altair si preoccupasse più di nascondere la testa nel solito cappuccio invece di tirar giù le maniche della felpa e coprire le braccia. Lui e Lucy scambiarono qualche parola, e per un attimo la loro cornice apparve intima, dando a Malik l’impressione che si trattasse di un confine da non superare. Poggiò la pianta di un piede alla parete e rinnovò al cielo il desiderio di non voler tornare a casa. Casa era Holly, e Holly era stress. Dalla pazzia delle settimane precedenti erano passati ad una snervante apatia che non sapeva dire quanto fosse meglio rispetto alle loro litigate atomiche. Fosse stato per lui, avrebbe troncato quella relazione alla velocità di un singhiozzo, ma c’era un pensiero che gli opponeva resistenza: una come Holly, abituata a sudarsi poco le vittorie, avrebbe dovuto mostrare coraggio e tagliare i ponti di sua iniziativa. Malik aveva ormai esaurito la pazienza e perso le speranze; voleva che quella storia finisse, e non nutriva alcun imbarazzo ad ammetterlo. Ma ciò che voleva ancora di più era che la signorina tanto brava con la bocca avesse palle a sufficienza da riconoscere l’inevitabile e sottrarre se stessa, nonché lui, a quel supplizio disumano. In pratica: desiderava essere lasciato, e non lasciare. Per come aveva imparato a conoscere Holly, ciò avrebbe significato per lei un notevole sforzo di maturità; ma se davvero avesse dato prova di un minimo di orgoglio, Malik avrebbe anche potuto rivalutarla con un sentimento di tiepida stima, per poi sigillarla finalmente in un angolo piccolo e stretto dei suoi ricordi.
– Lucy ti saluta. –
Quella voce lo riportò all’umido presente e si rese conto che Altair gli era davanti, mani in tasca e ancora quel cazzo di cappuccio sulla testa. Malik si voltò nel punto in cui i due stavano parlando fino a pochi istanti prima, e di Lucy intravide solo l’ombra che girava l’angolo.
– Ti ha visto assorto e non ti ha disturbato. –
Aggiunse Altair col classico tono neutrale. Malik spostò gli occhi su di lui e mise da parte le riflessioni sulla propria vita sentimentale. Il negozio era chiuso, i dipendenti spariti come acqua nel deserto; solo loro, due piccoli nei su una schiena bianca, rimasti lì a scambiarsi pensieri muti. Altair guardava Malik come si farebbe con un fitto menù quando si hanno solo dieci dollari in tasca: ci voleva cautela e saggezza. Stare lì a fissarlo in silenzio per Altair non era un problema; per lui quello era solo un altro modo di parlarsi. Ma sapeva che per Malik il suo sguardo avrebbe presto cominciato a scottare come il sole di agosto allo zenit senza protezione solare. Anzi, poteva già leggere i primi sintomi di insofferenza su di lui: nei gesti frammentati, nelle oscillazioni del corpo, nei respiri che tremavano ma non per il freddo. Altair si costrinse allora a non indugiare oltre in quell’attività che di attivo non aveva nulla. Voleva inserirsi gentilmente fra i pensieri del cuoco, non farsi respingere. Con la fermezza del granito ma il tatto di una brina invernale, Altair parlò; e parlò francamente, dando voce ai pensieri di tutta quella lunga giornata.
– Anche a me sembri pensieroso. –
Malik si coprì di un velo inespressivo, ma sotto sotto quel commento lo piccò. Facendo pressione col piede sui mattoni irregolari della parete, buttò in avanti il petto e lasciò scivolare la nuca all’indietro. Tirò fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette e ne strinse una con le labbra, prendendosi il tempo necessario per rispondere.
– Come sta la tua mano? –
Chiese senza essere davvero interessato, semplicemente pescando a caso fra le varie possibilità di conversazione. Tutto pur di allontanare Altair dalla sfera della sua vita privata.
– Bene. –
L’incappucciato rispose conciso ma onesto. Altair era un tipo cauto, che rivelava poco di ciò che pensava, e mostrava ancora meno di ciò che provava, ma era ben lontano dalla definizione di ingenuo; sapeva cosa stava facendo Malik: lo stava respingendo. Ma per il momento Altair avrebbe cercato di seguire la corrente in cui il collega voleva costringerlo a immettersi, giusto per non farlo sentire braccato. D’altronde, se Malik aveva il diritto di non rispondere e di cambiare argomento, Altair aveva il diritto di ripetersi. Anche se stavolta avrebbe fatto meglio a prendere la curva ancora più larga.
– Fumi? –
Domandò Altair vedendo Malik prendere dalla giacca l’accendino. Poi si avvicinò di un passo, come se quella combustione avesse acceso anche lui. Malik cominciò a fumare, ma quasi subito si levò la sigaretta dalla bocca per assaporare il ricordo del tabacco.
– Occasionalmente. –
La nicotina nel sangue forse avrebbe reso più sopportabile l’invadenza di Altair.
– Quando sei nervoso? –
I due si guardarono, entrambi consapevoli che non si trattasse di una domanda: Malik era nervoso, punto, e Altair ci teneva a fargli sapere che lo aveva capito. L’incappucciato cominciava a stargli così addosso che il rischio di tamponamento si faceva serio.
– Non torni a casa, Altair? –
Malik pronunciò il suo nome col tono di un’avvisaglia e Altair incassò il rinnovato sotto testo che gli suggeriva di farsi i cazzi suoi. Si sforzò di accettare la cosa e muoversi verso altre direzioni.
– Anche io fumo quando sono nervoso. –
Altair si voltò per dare un’occhiata al marciapiede ed estendere lo sguardo fin dove i suoi occhi arrivavano. Non troppe persone in giro, un gatto che attraversava la strada, le luci a intermittenza dei locali notturni e i cassonetti strapieni che puzzavano come speranza mal riposta.
– O arrabbiato. –
Aggiunse ancora Altair, tornando a guardare il cuoco e spianando le labbra, a voler dire che aveva smesso di parlare e che adesso si sarebbe aspettato qualcosa da lui. Malik si staccò dalla parete, poggiando entrambi i piedi sul marciapiede e aspirando dalla sigaretta; non aveva voglia né di parlare né di ascoltare, e doverlo mettere in chiaro era adesso più che mai un imperativo. Spinse fuori dai polmoni una nuvola di fumo che si disperse alla prima folata di vento, e cercò gli occhi di Altair sotto al cappuccio.
– Io mi avvio. –
L’esigenza di essere diretti si scontrò col garbo sbozzato delle sue parole. Malik teneva la sigaretta fra due dita, lasciando che la cenere, scivolando via, disegnasse cerchi danzanti nell’aria.
– Ti va una birra? –
In quattro parole Altair mise in panchina la cautela con cui appena un minuto prima si era ripromesso di agire. Impulsività e impazienza vinsero sul proposito di adattarsi alla sfuggevolezza di Malik e ai suoi tentativi di fuga. Seguì l’istinto, il suo desiderio di gettarsi e tentare, dettato da una fermezza senza macchia e senza paura. Lui era il tipo che preferiva tornare a casa incassando un no piuttosto che logorarsi su un se solo avessi…
Altair teneva le mani nascoste nelle tasche, coi polpastrelli che sfregavano nervosi il tessuto interno dei pantaloni. Malik si sentì sfidato e sospirò senza risparmiargli una viva insofferenza; gettò la sigaretta a terra, consumata appena di un paio di tiri, e la pestò con la punta della scarpa immaginando di poter fare lo stesso con la testa di Altair, giusto per vedere cosa ci fosse dentro. Parlò con sufficienza, perché odiava doversi ripetere.
– Ho detto che sto andando. –
Non aveva idea di come avesse fatto, ma Altair era riuscito a fargli venire voglia di tornare a casa. Volendo analizzare il risultato di quel calcolo, ne usciva fuori che dovesse risultargli più sgradita la presenza di Altair rispetto a quella di Holly; ma forse si trattava di un’operazione imprecisa, di quelle col resto, perché la soluzione non lo convinceva. Altair lo guardava con occhi mansueti, la bocca ancora chiusa, in attesa, come se non considerasse valida la risposta che aveva appena ricevuto. Se Altair voleva davvero intraprendere un corteggiamento serio nei confronti di Malik era meglio abituarlo fin da subito ad un paio di cose: uno, difficilmente non otteneva ciò che voleva; due, la sua testardaggine trovava pari solo nella sua sincerità.
– Resta. C’è un posto qui vicino. –
Altair tirò fuori le mani dalle tasche e le distese sui fianchi, nel tentativo di essere più convincente. Gli venne voglia di fare un passo verso Malik, ma si trattenne: era necessario rispettare un delicato gioco di equilibri. Non potendo avvicinarsi fisicamente, cercò di rendere la sua proposta più invitante con una piccola aggiunta che puntava a sconfiggere lo scetticismo del cuoco.
– Offro io. –
Distese i muscoli del corpo, rimettendosi alla volontà dell’altro.
Bizzarro dover riconoscere come le persone finivano sempre per inquadrare Altair come un ragazzo timido, o addirittura insicuro. Eppure lui non era né timido né tantomeno insicuro; riservato sì, introverso pure, ma quando qualcosa stimolava il suo interesse nessuna esitazione poteva frapporsi tra lui e l’obiettivo, e nei suoi attacchi non era abituato a porsi problemi di spazio, tempo, prassi, o confini personali. Era in grado di leggere velocemente le persone, generalmente azzeccandoci, e quello che aveva capito di Malik era che fosse una persona così diffidente da non limitarsi alla prudenza, ma da prediligere direttamente la castrazione di ogni comunicazione. La cosa non giocava a suo favore, eppure il magnetismo dei suoi occhi color notte, unito ad un sarcasmo acuto –e pungente nel modo più affascinante– provocavano Altair al punto da renderlo spericolato e gettarsi in quel campo minato per farsi saltare in aria. Poco gli importava che Malik probabilmente non fosse neanche interessato alla sponda maschile dei rapporti di coppia, visto che attualmente era fidanzato con una ragazza; semplicemente, non aveva incluso quell’elemento nei suoi calcoli, e quindi si limitava a mostrargli ciò che aveva da offrire, affinché il collega dal fascino selvatico si convincesse a dargli una possibilità.
E sulla riva opposta di quel fiume che era la distanza fra loro, c’era Malik: lui che odiava l’insistenza, la superficialità e la maleducazione. Lui a cui piaceva che la sua parola fosse verbo e venisse rispettata. Lui a cui piaceva corteggiare, ma molto di più essere corteggiato. Lui che odiava smancerie e romanticismo, ma poi rubava ore di sonno alla notte perdendosi ad immaginare l’anima gemella. Stava lì fermo in piedi, occhi aquilini e indolenti. Qualcosa lo allarmava nello sguardo spudorato di Altair, capace di ignorare convenzioni sociali e confini personali. Riconosceva del coraggio in ciò, glielo concedeva, ma in quel momento non si sentiva così audace da poterlo ripagare con la stessa moneta. Al contrario, pensava che se il tempo era denaro allora Altair non fosse altro che un ladro spudorato. Perciò, l’unico approccio che gli era rimasto era quello abrasivo, tipico della franchezza che strizza l’occhio alla scortesia.
– No. –
Sputò in una parola, raggrumando sul viso un’espressione sgualcita a causa delle sopracciglia contratte. Poi gli venne in mente la civiltà, la pazienza e il buon senso, e pensò fosse il caso di aggiungere una piccola sfumatura alla sentenza.
– Grazie. –
Malik sospirò mentalmente, sicuro che il travaglio fosse concluso: poteva partorire la liberazione. Come due linee parallele che non si sarebbero mai incontrate, i loro occhi guardavano in due futuri diversi: Altair verso il suo buco spoglio e modesto chiamato casa, una coca cola e forse un po’ di televisione, solo come era abituato a stare; Malik verso il suo appartamento, a fissare il soffitto sopra di lui, nel letto insieme a Holly ma comunque solo, allo stesso modo di Altair.
– Okay. –
Disse il ragazzo col cappuccio, non esattamente demoralizzato ma con la placida accettazione di chi sa che ci sarà una prossima volta. Non c’era luogo in cui Malik potesse scappare, neanche il fortino del suo orgoglio. Altair abbassò lo sguardo sulle piastre del marciapiede e tornò con le mani nelle tasche; si era scoperto, aveva lottato, aveva perso: era tempo di tornare in difesa. Alzò lo sguardo dopo aver pestato qualche ago di pino che gli alberi avevano pianto quel pomeriggio; le sue labbra si inclinarono in quello che pensava un sorriso, ma ne sopravvissero solo le intenzioni.
– Ci vediamo allora. –
Malik lo osservò con volto statuario, incollato in un’espressione opaca, come incerata. Traeva piacere dalla vittoria, anche se il premio sarebbe stato incontrare con anticipo la faccia di Holly. E per un attimo gli balenò il dubbio: aveva vinto o aveva perso?
– Aha. –
Mugugnò vago il cuoco, assorto nei pensieri. Il sapore del tabacco nella bocca lo aveva già stufato e questo gli fece ricordare il motivo per cui non fumava regolarmente. Affilò lo sguardo, con l’intenzione di mettere fretta ad Altair, ma il collega indossava una solida armatura contro i suoi dardi, e temporeggiò a piacimento. Malik fece un conto alla rovescia mentale prima di vederlo voltare le spalle e cominciare a camminare. Altair era fatto così: era abituato ad usare ciò che gli serviva, e a prendere quello che gli piaceva. Camminava a testa alta ma col viso nascosto dal cappuccio. Il freddo di un autunno crudele sulla pelle delle braccia aveva l’effetto di una carezza rinfrescante. Se non poteva avere il calore di un pub e una birra fruttata giù per la gola, allora avrebbe avuto il balsamo della sera e il profumo dei fiori notturni che si schiudono.
Non sarebbe stata quella notte, pensò. Ma in fondo era stato solo un primo tentativo, da interpretare più come un riscaldamento che un match. Ne aveva ricavato una prima bussola che gli avrebbe indicato la via per l’approccio successivo. Non sarebbe stata quella notte, e un po’ odorava di occasione mancata visto che umore e motivazione erano dalla sua, e Malik aveva chiaramente bisogno di essere trascinato in una dimensione il più lontano possibile dalla realtà. Non sarebbe stata quella notte, e a dirla tutta un po’ gli dispiaceva. Ma nonostante il sapore legnoso fra i denti, per Altair cambiava poco; la sorte gli aveva fatto dono della pazienza, che unita alla perseveranza lo rendevano un’arma indistruttibile. Girò l’angolo e vide la sua moto sportiva parcheggiata, mentre quei pensieri gli restavano appiccicati addosso come un alone di unto, spingendolo a domandarsi come sarebbe stato confessare a Malik, davanti a una birra:
Non la conosco, ma penso che la tua ragazza sia proprio una stronza;
Hai dei begli occhi ma anche un gran bel culo;
Vorrei conoscerti meglio;
Mi sa che mi piaci.

Chapter Text

Agosto, 2016.
New York City.

 

– Sei nervoso? –
Lucy pizzicava la cannuccia nera del suo drink con la punta delle unghie, aspettando qualche istante prima di mandar giù un altro cucchiaio di porridge. Altair aveva la bocca piena di bacon e uova strapazzate, lo zaino infilato in mezzo alle gambe aperte e i gomiti sul tavolo che lo aiutavano a non lasciar cadere la faccia nel piatto per il troppo sonno.
– No. –
Rispose lui, impastato, mentre si gustava il bacon, croccante come una barretta di semi tostati. Lo Starbucks era pieno, come era prevedibile a quell’ora: i più fortunati, e la maggior parte dei turisti, mangiavano seduti, rilassati e senza fretta, gli altri consumavano la colazione in piedi, o camminando con in mano un frappuccino da cinquecento calorie.
– Ti piaceranno tutti. –
Continuò Lucy che si decise a bere dalla cannuccia il suo caffè ghiacciato alla vaniglia. Altair sorrise sghembo, pensando che quella doveva essere la centoventisettesima volta che glielo ripeteva in meno di un mese: ti piaceranno tutti, andrà alla grande, ti troverai bene, vedrai e tutti i possibili arrangiamenti. Capiva l’intenzione e l’incoraggiamento, ma non c’era bisogno di sprecare tutte quelle energie. Anche perché ad un incauto ottimismo, Altair preferiva l’equilibrio della neutralità. Il ragazzo si infilò in bocca l’ultimo boccone e lo ingoiò senza neanche masticare.
– Mi preoccupa più non deluderti. –
Disse Altair abbassando lo sguardo, perché una parte di sé si vergognava. Lucy scosse la testa e sbuffò simile ad un nitrito, mentre giocava col cucchiaio nel porridge, ancora a metà nella ciotola.
– Finiscila. –
Ma Altair insisté e lasciò scivolare all’indietro la schiena.
– Be’, io non sono come Desmond. –
Lucy avvicinò fra loro le sopracciglia e si infilò un cucchiaio di avena in bocca. Tirò poi un sospiro.
– Il bacon ti ha reso drammatico? –
Altair sorrise e inclinò la testa, puntando con gli occhi la girella alla cannella che si trovava all’angolo destro del suo vassoio; il perfetto fine pasto. Ci sarebbe arrivato fra poco.
– Dico solo che non sono bravo come lui. –
Altair scrollò le spalle, sincero nell’ammettere i propri limiti rispetto al cugino.
– Sai come si chiama quello che stai facendo? –
Chiese Lucy provando a concentrarsi più sul porridge che su Altair, verso il quale puntò poi il cucchiaio, incriminandolo.
– Pararsi il culo. –
Sentenziò Lucy coi suoi occhietti affilati e le labbra avvolte da un rossetto effetto nude. Altair tirò giù gli angoli della bocca, fingendosi impressionato.
– È un meccanismo di autodifesa. –
Continuò Lucy spostando i mirtilli nella ciotola tutti da un lato: voleva conservarli per ultimi.
– Tu metti le mani avanti dicendo che farai schifo e sarai una delusione. –
L’analisi psicologica della bionda procedeva, e gli occhi di Altair tornarono sulla girella. Non era che non gli interessasse ciò che voleva dirgli, è che sapeva già che probabilmente Lucy aveva ragione.
– Così, nel caso accadesse davvero e io a fine giornata ti dicessi che non sei adatto al lavoro, tu potresti rispondermi con un te l’avevo detto.
Lucy fermò il cucchiaio pieno a mezz’aria, analizzando lo sguardo di Altair che le ricordava un materasso in memory foam: riusciva sempre ad adattarsi al contesto, deformandosi.
– E questo ti renderebbe in qualche modo la sconfitta meno amara. –
Concluse lei, concedendosi infine quel cucchiaio. Cercò di masticare rapidamente, pensando di dover affrontare la puntuale e forse piccata replica di Altair, ma lui non era dell’umore per un duello. Al contrario, infilò passivamente le mani nelle tasche e indicò col mento la ciotola di Lucy.
– Quei mirtilli li mangi? –
Domandò, seriamente interessato alla cosa. Lucy alzò gli occhi al cielo e sfaldò la posa statuaria che aveva mantenuto intatta fino a quel momento. Altair sapeva sempre come esasperarla.
– È autosabotaggio, Altair.
Pronunciò apposta il suo nome col tono dello sfregio, lasciando cadere un moderato pugno chiuso sul tavolo. Odiava quel muro di difesa che lui metteva su ogni volta che cercava di infilarglisi sotto lo strato più superficiale dell’essere –e in ogni caso sì, aveva tutta l’intenzione di mangiare i suoi mirtilli. Altair tornò su con la schiena per salvare la situazione.
– Sono tranquillo. Okay? –
Mostrò i palmi delle mani come per discolparsi di qualcosa e lentamente tirò su un angolo della bocca facendo un ghigno. Lucy lo scrutò per bene, con l’aria di chi vuole capire dove sia la fregatura perché ne sente la puzza.
– Rilassati. –
Aggiunse Altair poggiando i palmi sul tavolo. I due si guardarono in silenzio: il ghigno di lui divenne un sorriso e lo sguardo di lei si addolcì nella curva della complicità. Come in una gara a chi ride per primo, alla fine persero entrambi.
– Sono sempre rilassata. –
Rispose Lucy con autoironia, e Altair inarcò le sopracciglia in un’espressione che diceva certo, come no. I due permisero a quello strappo che si era creato fra loro di continuare a tenerli lontani, come quando in metro ci sono due posti liberi ma separati da uno al centro occupato. Lucy tornò a concentrarsi sul porridge, dando di tanto in tanto un’occhiata all’ora, e Altair si mise invece a perder tempo col cellulare: dall’esterno sembrava uno di quegli stacanovisti che anche mentre mangia controlla le mail, risponde ai clienti, spunta la lista delle cose da fare, controlla il meteo, pianifica, corregge. Lui invece stava semplicemente giocando a Two Dots. Lucy si pulì la bocca e bevve il suo caffè non più così ghiacciato. Altair finì le vite del gioco e pensò che fosse il momento di allungare la mano verso la girella. La afferrò come fosse il seno di una donna, e prima di portarsela alla bocca aveva già cominciato a mangiarla con gli occhi.
– Hai controllato gli allergeni? –
Domandò Lucy tendendosi come fil di ferro. Altair aveva già spalancato la bocca e tirato fuori i denti, e quella battuta d’arresto lo confuse. Poi il miracolo della sinapsi avvenne nel suo cervello, e dalle nuvole tornò sulla terra. Ah, già, quello.
– Non c’era scritto niente sulla targhetta del banco. –
Altair aveva lasciato la girella sospesa in aria, come un video in pausa, a farsi ammirare dagli invidiosi a dieta che avevano ordinato solo un tè non zuccherato. La sua risposta era in bilico fra la verità e la menzogna: la targhetta l’aveva guardata ma solo per leggere il prezzo, non gli ingredienti. Semplicemente, aveva dato per scontato che in una brioche non ci fosse traccia di arachidi. Lucy si sporse verso di lui.
– Meglio chiedere. –
Disse, già tirando indietro la sedia per alzarsi. Ma Altair scrollò le spalle disfacendosi di quel rallentamento: lui voleva solo azzannare quella dannata girella.
– Non c’è niente, tranquilla. –
E subito dopo morse il dessert pensando che in ogni caso ne sarebbe valso uno shock anafilattico. Lucy fece per fermarlo, ma non riuscì: i denti di Altair stavano già trasformando in bolo il boccone esagerato. Lei lo sgridò con gli occhi, con i muscoli facciali e con un calcio di punta che gli assestò sotto al tavolo.
– Idiota. Devi fare attenzione. –
Altair incassò il colpo sullo stinco, e ne restò illeso. I trasmettitori nervosi del dolore erano distratti dall’abbraccio della cannella, a cui si accompagnava una nota di chiodi di garofano.
– Porti sempre l’antistaminico appresso? –
Domandò Lucy con l’aria offesa di chi ha subito un torto. Altair annuì a guance gonfie e tirò su il pollice, mentendo. Sapeva bene che avrebbe sempre dovuto girare con l’antistaminico nel portafogli, ma sarebbe stato più facile trovarci dentro un preservativo per gli incontri casuali piuttosto che una pasticca salvavita. Quando la pigrizia si univa alla testardaggine, dal parto nasceva una chimera composta da eccessiva fiducia e attenzione selettiva; che era poi il ritratto di Altair. Se decideva che una cosa non era importante, allora non lo era.
Non ci fu molto spazio per altro nei successivi dieci minuti in cui restarono nello Starbucks. Lucy finì il porridge, Altair la girella – riuscendo a non morire per reazione allergica. Lucy era impegnata ad organizzare mentalmente le mail per i fornitori, e nel frattempo rafforzava dentro di sé la convinzione che Altair, dopo quella giornata di prova, avrebbe sicuramente accettato di lavorare al locale. Non aveva nulla da perdere, d’altronde: le occupazioni degli ultimi tre anni non erano state per lui entusiasmanti, lo vedeva che era insoddisfatto e spaesato come un pulcino che ha perso la chioccia lungo il sentiero che porta allo stagno. Lavorare in un ambiente protetto, accanto a lei e al cugino Desmond, avrebbe sicuramente aiutato Altair a rimettersi in carreggiata e ritrovare motivazione; possibilmente, ritrovare anche quel sano e corroborante stimolo alla vita che si era un po’ diluito in lui da quando Maria lo aveva lasciato.
Altair non lo sapeva, o semplicemente il pudore gli frenava la lingua dal chiedere, ma Lucy e Maria si sentivano ancora, di tanto in tanto, perché le amicizie del college sono le più difficili da lasciar andare. La cosa lo avrebbe distratto, se non frastornato, e per questo Lucy si era sempre ben guardata dal coinvolgerlo; ma allo stesso modo c’erano dei momenti in cui l’inibizione si faceva più opaca e allora le montava dentro quella voglia incosciente di prendere il viso di Altair fra le mani e dirgli che doveva darsi una svegliata, fare l’adulto, e che dare il suo minimo non era abbastanza. E poi gli avrebbe anche voluto dire che Maria sperava ancora nel meglio per lui, nonostante tutto, e che le labbra le si piegavano ancora nell’affetto quando pronunciava il suo nome.
Ma Lucy non era Ermes il messaggero, c’erano limiti a cui obbedire e confini da non superare. L’unica cosa in suo potere era fare in modo che il suo migliore amico riuscisse a volersi abbastanza bene da prendersi cura di sé e tornare a camminare a testa alta, perché a tenere gli occhi troppo bassi prima o poi si rischia di prendere un palo in fronte. Non poteva più assistere in silenzio a quel processo di deterioramento con cui Altair si era convinto che nulla sarebbe più valso, solo perché una donna, una volta, gli aveva spezzato il cuore.

 

Ad Altair non piaceva mai ammetterlo quando accadeva, ma effettivamente, adesso, era un po’ nervoso. Lucy lo aveva mandato nello spogliatoio a cambiarsi e ormai i (probabilmente) futuri colleghi sarebbero giunti nel giro di pochi minuti. Quella novità un po’ lo eccitava e un po’ lo terrorizzava, perché non sempre era bravo nei primi approcci. L’unica cosa in cui eccelleva era rimanere se stesso, ma poi finiva sempre che gli altri gli domandavano se non fosse incazzato per qualcosa, o se fosse molto timido, o magari una persona emotivamente distaccata dal mondo e dalle persone. Ma Altair non ce l’aveva con nessuno, non si sentiva insicuro, e alla fine non era poi così freddo: quella era semplicemente la sua faccia unita alla sua flemma.
Ma sapeva bene anche lui che nel mondo del mostrare per dimostrare la personalità estroversa vinceva sempre, finendo con lo schiacciare tutti gli altri: se non sorridi vuol dire che sei scontento, oppure hai la luna storta; se non urli vuol dire che non te lo stai godendo; se non ridi vuol dire che non ti stai divertendo; e se non parli, be’, allora vuol dire che non hai nulla da dire.
Altair finì di infilarsi i pantaloni e lanciò un’occhiata alla finestrella dello spogliatoio, ricordandosi che era estate, faceva caldo, e che doveva affrontare una prova che non era quella costume. Voleva trovare il giusto equilibrio tra il non cercare di impressionare Lucy a tutti i costi e il riuscire a non mandare tutto a puttane. Quel lavoro gli serviva, lo voleva, e nessuno gli avrebbe mai offerto condizioni più privilegiate: la tua migliore amica come boss, tuo cugino come collega, la gente che ti guarda con quel oooh negli occhi perché la tua pronuncia araba dei piatti è perfetta, visto che la lingua la conosci.
La porta si aprì e ad Altair si tesero le spalle, si voltò e vide un ragazzo dai capelli castano chiaro entrare: occhiali calati sulla punta del naso, casco sotto braccio e ascelle già pezzate. Altair aveva memorizzato i nomi degli altri ragazzi, ma non era ancora in grado di associarli ai volti. Rebecca, Shaun, Malik, Desmond. Escludendo Desmond e Rebecca per ovvie ragioni, ne rimanevano due. E a meno che Malik non avesse perso i tratti mediorientali perché di trentasettesima generazione, oppure fosse solo uno i cui genitori amavano i nomi esotici, quello doveva per forza essere Shaun.
– Shaun? –
Chiese Altair, con ancora il beneficio del dubbio. L’altro tirò su la montatura degli occhiali con l’indice e richiuse la porta. Sembrava sorpreso.
– In persona. –
Fece teatrale, ma con un sorriso bonario; raggiunse la panca centrale e poggiò lì la roba. Si strofinò i palmi delle mani sui jeans e porse la mano al nuovo arrivato.
– Tu devi essere Altair, giusto? –
La domanda tradì un accento inglese che non sfuggì ad Altair, il quale fece un sorrisetto rapido e si affrettò a ricambiare la stretta, forse mettendoci pure troppa forza.
In persona. –
Rispose citando con ironia l’inglese, che a primo approccio sembrava un tipo normale, di quelli che non sono destinati a grandi colpi di scena. Di norma, non lo considerava per forza un bene, ma in ambito lavorativo una prevedibile mediocrità gli andava alla grande. Shaun fece una risata aspirata, ma non per questo cinica. Indicò col dito Altair come a dirgli tu sembri proprio un tipo simpatico, e poi si voltò verso gli armadietti.
– Come ti va? Tutto bene? –
Domandò Shaun estraendo la chiavetta dalla tasca e aprendo il suo sportello metallico. Altair capì che stava cercando di metterlo a suo agio o semplicemente di fare conversazione, e trovò conforto nella cosa. Si poggiò una mano sull’avambraccio opposto e restò in piedi immobile, come un palo della luce che aspetta di ricevere una cagata di gabbiano sulla testa.
– Mh mh. –
Non trovò nulla di meglio da dire; che stava bene alla fine era vero, teneva solo le antenne tese per sondare ambiente e persone. Era come un agente segreto: la prima cosa a cui pensava entrando in un posto nuovo era dove trovare le uscite di sicurezza.
– Meno male che sei arrivato, guarda. Non ti conosco ancora ma sono sicuro sarai meglio di quel coglione. –
Shaun prese la maglietta da lavoro col logo dell’Half Moon Kebab e la sbatté un paio di volte. Altair rimase sospeso nel dubbio: doveva approfondire o farsi gli affari propri?
– Che coglione? –
Scelse di chiedere, tanto per non sembrare scortese. Shaun si sfilò la maglia e sospirò nel tentativo di liberarsi di tutto il caldo che gli si era appiccicato addosso. Prese un asciugamano accartocciato nell’armadietto e se lo passò sui pettorali sgonfi e sulle ascelle. Nel farlo, si voltò a guardare il nuovo arrivato, rivolgendosi a lui con la stessa premura che l’archetipo del mentore riserva alla figura dell’eroe.
– Cross, quello che è stato cacciato. –
Shaun si levò gli occhiali e diede una pulita alle lenti usando l’asciugamano. Poggiò lo sguardo su Altair e i tratti del viso presero una piega ironica.
– Il motivo per cui tu sei qui, insomma. –
Aggiunse gesticolando con una mano dopo essersi rimesso gli occhiali. Ad Altair l’inglese parve subito una strana miscela di aspro e piccante: una spezia nuova, a cui non sapeva dare un nome. Sembrava il tipico individuo simpatico e dalla battuta pronta, almeno finché la battuta non è rivolta a te. Altair non raccolse la provocazione e anzi non lasciò trasparire nessuna emozione particolare, perché in mente era impegnato ad unire i puntini: doveva trattarsi di quel Daniel Cross di cui Lucy gli aveva accennato quando gli aveva proposto di venire a lavorare all’Half Moon.
– Ah sì, ho capito. –
Disse Altair in tono basico. Avevano scambiato sì e no quattro battute e si sentiva già esausto. Shaun alzò gli occhi al cielo, pronto ad iniziare la sua drammatica pantomima liberatoria.
– No, guarda, non hai idea. –
Iniziò l’inglese, mentre si infilava la t-shirt di servizio.
– Era capace di venire a lavoro ubriaco. –
Shaun si passò una mano fra i capelli a spazzola e inarcò le sopracciglia dilatando gli occhi, per aumentare l’aurea di inconcepibilità delle parole che stava per pronunciare.
– Anche di prima mattina. –
Di nuovo, Altair rimase impassibile di fronte a quel rigetto di informazioni inutili miste ad insofferenza gratuita, riuscendo solo a pensare come fosse indelicato sparlare di un ex collega appena silurato, qualunque ne fosse il trascorso.
– Aveva problemi seri quel tipo. –
Shaun chiuse lo sportelletto e girò la chiave, sedendosi sulla panca centrale e cominciando a cambiarsi le scarpe.
– Secondo me faceva anche uso di droghe. –
Altair sciolse la posa a cui era rimasto a lungo incollato, stendendo le braccia lungo i fianchi con un sospiro muto: il ciarlare del collega lo stava asfissiando. Odiava sentirsi costretto a commentare le chiacchiere banali della gente, e nascondere il disinteresse che nutriva per il gossip non gli era facile. Per fortuna qualcuno giunse in suo soccorso e la porta si aprì di nuovo: il secondo collega.
– Ehi. –
Malik si tirò via le cuffiette dalle orecchie, e i due fili riuscirono ad intrecciarsi fra loro in una danza tanto veloce quanto diabolica. Gli occhi di Malik incontrarono in linea retta quelli di Altair, che prese l’iniziativa di avvicinarsi, giusto per sottrarsi al cicalio del suo primo incontro.
– ‘giorno. –
Fece Shaun che individuò Malik con un’occhiata rapida e tornò subito chino a finire di allacciarsi le scarpe; Altair, invece, aveva finalmente altro su cui concentrarsi: il secondo collega si trovava ormai alla distanza di un braccio teso, e la prima impressione che Altair ebbe fu di curiosità. Anche quel ragazzo, come lui, portava addosso i segni indelebili di una storia anagrafica potenzialmente più complessa di quella di un americano medio –o almeno, Altair ci sperava: il colore della pelle, che gli ricordava le dune di un deserto visto solo in fotografia; il taglio degli occhi, che apparteneva a luoghi mediterranei; i capelli corti e neri, forti e spessi, che proteggono da un sole crudele.
Proprio come lui, il suo aspetto tradiva un’identità che –a dirla tutta– Altair aveva cominciato a sentire scomoda a partire dal primo giorno in cui, inaspettatamente, si era sentito diverso in mezzo al gregge. Allungò la mano verso la nuova conoscenza, che per forza di cose doveva essere Malik, il cuoco che Lucy gli aveva detto essere siriano; come era pure lui, anche se solo per metà.
– Altair, piacere. –
Disse Altair presentandosi e cercando di non dar troppo a vedere che qualcosa aveva smosso il suo interesse e lo stava facendo pensare. Malik strinse fra le dita la bretella dello zaino che allungò sul bordo della panca, mentre con l’altra mano colmò la distanza fra loro e rispose alla stretta del nuovo arrivato, il cui nome e fattezze gli ricordavano la sua terra natale.
– Malik. –
Rispose semplice il ragazzo appena entrato, fingendo di non soffermarsi sui dettagli del viso di Altair: i tratti non si potevano dire morbidi, ma gli conferivano un’aria di serietà ed affidabilità, che per Malik erano sempre aspetti apprezzabili di una personalità.
– Piacere mio, Altair. –
Malik sciolse la stretta e ritirò la mano, lasciando Altair con una delizia nelle orecchie impossibile da ignorare: Malik aveva pronunciato il suo nome vero, quello non apparteneva alla fonetica anglosassone, l’originale che raddoppiava le t nel suono e non univa la a e la i in una e un po’ deforme. Insomma, l’aveva chiamato come a suo padre e a sua madre veniva naturale, nel rispetto di un’origine e di una lingua che Altair teneva fra le mani come un pacco chiuso con scritto sopra maneggiare con cura. Quella piccola miccia era bastata per accendere un interesse, anzi una fiammata di domande che si rincorrevano in una staffetta: quindi Malik parlava arabo? Era bilingue? No, perché lui l’arabo lo capiva abbastanza, ma sapeva parlarlo poco. Perché lui era americano, non siriano; anche se in Siria era stato partorito, anche se aveva un padre di nome Umar, nato e cresciuto in quella terra d’oltreoceano, anche se era un sangue misto, anche se il suo aspetto non ricordava certo una discendenza da parte dei padri pellegrini. No, no, no. Lui era americano, lui pranzava da Mcdonald, lui vestiva Nike, lui era ateo anche se il maiale continuava a non mangiarlo – tranne nel caso si trattasse di pancetta, salsicce o bacon. Quelle robe non erano maiale, quelle erano…pancetta, salsicce e bacon, per l’appunto; cose completamente differenti, che godevano dello statuto speciale rispetto all’origine suina.
Ma Altair, in mezzo a tutti quei sì e no che si scontravano come all’interno di un disturbo bipolare, le domande continuavano a fuoriuscirgli dalle crepe del dubbio: Lucy mi ha detto che anche lui è nato in Siria, ma chissà dove. Anche lui a Damasco? Com’è arrivato in America? E a che età? Sarà praticante? Avrà capito che la mia pelle olivastra non è dovuta alle domeniche passate a prendere il sole a Coney Island?
– Com’era il concerto? –
Chiese Shaun riemergendo dall’eclissi che Altair gli aveva imposto: a momenti non ricordava nemmeno che fossero in tre nello spogliatoio. Altair capì subito che la domanda era rivolta a Malik, non a lui. Pensò fosse stupido, ma Altair se la prese per quell’intervento che ai suoi occhi apparve come un’interruzione del dialogo mentale e unilaterale che stava avendo con Malik.
– Eccezionale. Davvero fico. –
Rispose Malik tirando fuori dallo zaino un paio di scarpe e riponendo il resto nell’armadietto.
– Dovevi venire. –
Aggiunse, sedendosi sulla panca e preparandosi. Da lì in poi Altair non seguì molto, si limitò ad acquisire passivamente informazioni sparse e del tutto casuali: una band di rock sperimentale, una che si chiamava Holly, uno che si chiamava Kadar, il Messico come ipotesi di vacanza estiva…Altair rimase isolato nel suo piccolo mondo contratto, come una polpetta infarinata coi se e i forse, pensando che più tardi avrebbe potuto trovare un ritaglio in cui dar sfogo a quella curiosità che gli era entrata nello stomaco, assecondare i dubbi che esigevano risposte, e nel frattempo godersi il caldo conforto che ottiene chi si aspettava il peggio e invece ottiene il meglio.
L’idea di lavorare lì dentro non gli faceva più così paura.

 

Erano le tre e mezzo e il primo turno di Altair era quasi finito. Voleva sbilanciarsi e dire che era stato persino divertente: aveva fatto un po’ cassa, un po’ banco, dato una mano in cucina, spazzato la sala e pulito i tavoli. Era più lento con gli scontrini perché doveva sempre guardare il listino, non avendo ancora memorizzato ogni prezzo, ma già dopo un’ora avrebbe potuto passare un’interrogazione con la piena sufficienza. Stessa cosa per il servizio: Shaun gli mostrava con grande precisione come tagliare la carne, come arrotolare la piadina riempita ad arte e inserire le salse senza che sbrodolassero fuori dall’involucro. La cosa gli piaceva, e soprattutto imparava in fretta. Anche l’ambiente era carino, e persino Shaun era un tipo a posto quando non spettegolava o si lamentava. Malik invece l’aveva visto poco, visto che era sempre in cucina.
Arrivarono poi Desmond e Rebecca per il cambio turno: Desmond per sostituire Altair, Rebecca per sostituire Malik. Shaun sarebbe stato sostituito da Michael, l’altro proprietario dell’Half Moon nonché collega di Lucy, che Altair aveva già avuto occasione di incontrare qualche giorno prima per decidere rispetto all’eventuale assunzione. Quando Desmond fece il suo ingresso nel locale, col suo marsupio sportivo a tracolla e gli occhiali da sole che gli facevano un’aria da tosto, Altair non riuscì a trattenersi e scivolò fuori dal bancone per andargli incontro. Sollevò un braccio e abbracciò il cugino, assestandogli due sonore pacche sulla schiena. Sembrava non si vedessero da una vita, ma non era vero.
– Allora, com’è andata? Devi raccontarmi. –
Iniziò Desmond sfilandosi gli occhiali scuri. Altair annuì con la testa e poi rispose, incapace di sbilanciarsi troppo, per indole.
– Bene. –
Desmond fece un rapido cenno con la testa a Shaun dietro il bancone, poi sorrise di nuovo ad Altair e si incamminò verso l’area riservata al personale.
– Dai accompagnami. –
Passando vicino alla cassa, Desmond salutò anche Michael che rispose con un occhiolino, mentre Lucy era chiusa nell’ufficio ad occuparsi di fatture. Una volta soli in corridoio, Desmond diede una gomitata al cugino più grande per costringerlo ad uno sforzo.
– Che dice Lucy? E a te che pare? I ragazzi come ti sembrano? –
Desmond era fremente come un adolescente al primo appuntamento, e appena giunti dentro lo spogliatoio non diede scampo ad Altair, che intanto si era poggiato contro gli armadietti.
– Mh, mi piace. –
Altair rispose nella maniera più vaga possibile, incrociando le braccia al petto. In realtà era contento, addirittura elettrizzato, ma c’era sempre quel suo caratteristico filtro emotivo pronto a macchiare con l’ambiguità qualunque emozione. A volte sembrava incazzato o indifferente persino quando si trovava sulla sponda opposta dello spettro emozionale: difficile spiegare che quella fosse semplicemente la sua espressione nello stato di riposo. Espressione che Desmond conosceva bene, ma di cui questa volta non si sarebbe accontentato. Mi piace, cosa? Pensò. Il posto? Il lavoro? I colleghi? Voleva di più, voleva i dettagli.
– E dai! –
Esclamò Desmond insofferente mentre apriva il suo sportello. Un sorriso più evidente sfiorò le labbra di Altair che scrollò le spalle e abbassò per un attimo lo sguardo, cercando di perfezionarsi.
– Malik è forte. –
Disse, senza sapere esattamente cosa significasse, visto che si erano scambiati a malapena due parole. Ma Altair pensava che le prime impressioni fossero importanti, e per il momento la sentenza era quella.
– Shaun è…okay. –
Aggiunse, sempre perché le prime impressioni contano. Desmond alzò gli occhi al cielo e si sedé sulla panca con un ghigno a cui seguì una specie di rantolo.
– Sì, lascia perdere. Quello è un rompicoglioni. –
Si sfilò le scarpe e guardò Altair mettendolo in guardia.
– Ma è sopportabile. –
Concluse, certo che l’inglesino dalla battutina sempre pronta rappresentasse un male minore, una smagliatura trascurabile. Il fatto che lui, il cugino Altair, e un’amica in comune lavorassero insieme era fin troppo fantastico perché un idiota gli rovinasse l’idillio. Poi Desmond decise di tagliare corto e saltare diretto alle conclusioni, visto che conosceva Altair abbastanza da sapere che non gli avrebbe cavato molto altro dalla bocca.
– Vabbè insomma, quindi resti. No? –
Domandò retorico, lasciando solo l’ombra di una domanda: la sua voleva essere una certezza. Altair aprì le labbra per prepararsi al responso, pensando che per tutto il turno aveva riservato metà energie a riflettere, valutare e ponderare ogni angolatura di quell’opportunità: ambiente, stipendio, colleghi, stress, tempo libero; ma anche: motivazione personale, un padre che smette di ripetere metti la testa a posto, una madre che dorme serena perché sa che il figlio può fare la spesa da solo, un po’ di stabilità e ritrovata indipendenza economica. C’era tutto questo a bollire nel calderone, e la ricetta era delicata, di quelle che se si eccede in una sola delle spezie allora è meglio buttare nel cesso tutto il piatto. Altair riuscì a distendere i muscoli facciali in una mimica più spontanea, rassicurato dalla vicinanza di Desmond e Lucy che quel lavoro gli garantiva.
– Certo che resto. –

 

Altair bussò alla porta dell’ufficio di Lucy, ma entrò senza aspettare una risposta: uno degli atteggiamenti che doveva cambiare se voleva davvero lavorare là dentro. Amici sì, ma la distanza professionale era un obbligo non sottoposto a compromessi. E furono esattamente queste le parole che vide incise nello sguardo di Lucy quando lei lo vide varcare la soglia, seduta alla scrivania circondata dalle carte come fosse una buona responsabile delle risorse umane. Altair si arrestò allo stesso modo di quando si sta per pestare un’inaspettata merda di cane.
– Che c’è? –
Domandò lui quasi preoccupato: non capiva dove potesse aver sbagliato; insomma, neanche aveva cominciato a parlare. Lucy gli fece cenno di chiudere la porta e lo invitò ad avvicinarsi, ammorbidendo un poco la tensione delle sopracciglia, ma non liberandolo ancora dal dubbio.
– Siediti, dobbiamo parlare. –
Lucy tornò china con gli occhi sui fogli, permettendo a quella sentenza misteriosa e nefasta di aleggiare nell’aria per incutere nell’amico un po’ di sano timore. Colpo che non andò perfettamente a segno: Altair si sdraiò pigramente con la schiena sulla sedia, gambe spalancate neanche fosse il protagonista di un’indignata segnalazione di manspreading. Era completamente rilassato. Pazientò che Lucy completasse di scrivere cose e sfogliare cellulosa, e nel frattempo fece un tour visivo dell’ufficio che aveva imparato a conoscere. Era modesto, sobrio e ordinato come l’abbigliamento della proprietaria.
– Allora. –
Lucy tirò finalmente su il viso e si accostò la frangetta all’orecchio. La sua aria da dura permaneva, ma si percepiva un indizio di tregua. Altair fece un ghignetto, tenendosi le mani sui bassi addominali. Lucy allungò la schiena verso di lui, riversando il peso sui gomiti.
– Che mi dici? Come ti sei trovato? Cosa ne pensi? –
Domandò lei, stupendosi da sola di aver usato tre punti interrogativi di fila. Generalmente mostrava più prudenza. Ma d’altronde quello con cui stava parlando era Altair, e non voleva rischiare di confonderlo con eccessive pretese sintattiche, o addirittura delle subordinate.
– Ti ho visto lavorare bene oggi. –
Aggiunse, cercando di dare all’amico –ormai quasi per certo futuro dipendente– un quadro completo delle sue impressioni. E sperava che lui facesse altrettanto. Altair mosse la testa con occhi accorti, ma quello che gli uscì non si poteva dire il frutto di un’elaborata riflessione.
– Sì, mi piace. –
Tacque, come se con quella frase avesse già firmato il suo contratto di assunzione. Ma lo sguardo di Lucy non lo liberò dalla presa, ed era chiaro quanto un grave errore di chirurgia estetica che non si sarebbe accontentata. Perciò Altair tirò su la schiena e si schiarì la gola, fingendosi un anonimo interessato alla posizione lavorativa, invece che il migliore amico del suo futuro capo.
– Okay, cioè, mi sono trovato bene. La divisione dei compiti funziona, so fare bene tutto. Anche il banco è divertente, riesco già a fare un kebab senza sbagliare. –
Lì esagerò un pelo, ma niente che non potesse perfezionare nel giro di un altro paio di turni. Il punto era che avrebbe volentieri lavorato là dentro, e tutto ciò che stava aspettando era la conferma finale di Lucy. Lei lo guardò con la pazienza di una maestra delle elementari: so fare bene tutto, è divertente, riesco già (…) senza sbagliare. Difficile aspettarsi qualcosa di diverso da lui: il mondo di Altair era piccolo, fatto di ego, autocompiacimento, e tre soli pronomi: io, me, mio. Lucy avrebbe gradito un piccolo sforzo di maturità, ma pensò pure che erano solo all’inizio e non poteva certo ottenere grossi cambiamenti con uno schiocco di dita. Ciò nonostante, quell’arroganza e superficialità ogni tanto riuscivano anche a divertirla, distraendola dalla monotonia delle false modestie. A quel pensiero le scappò un sorrisetto, ma si impose di aspettare ancora un attimo prima di sbottonarsi: c’erano da mettere alcuni puntini sulle i.
– Mi fa piacere. –
Disse più come un esordio che come effettiva risposta: entrambi sapevano che stava per arrivare la parte più importante. Lucy prese la penna fra le mani, assumendo la tipica posa del capo che sta o per licenziare o per promuovere qualcuno.
– Devo comunque essere chiara con te. –
Partì così, come Altair ricordava avesse fatto anche la prima volta che avevano parlato in quell’ufficio. Lucy gli voleva bene, le faceva piacere aiutarlo, ma era anche una persona con degli obiettivi, una visione, e degli standard a cui tener fede. Una difficile con cui negoziare.
– Rispetto alle premesse su cui abbiamo concordato, e in base al lavoro che hai svolto oggi, sono più che propensa ad assumerti e farti tornare domani. –
Altair curvò le labbra con una punta di goduria ed orgoglio. Non rifiutava mai un complimento, anche se indiretto.
– Tuttavia, ci sono delle regole da rispettare su cui non ho intenzione di transigere. –
Ecco: supposta in arrivo e Altair era senza lubrificante appresso. Lucy piegò la testa da un lato e accompagnò le sue parole con un tono più estraneo rispetto a prima.
– Quando sei a lavoro io sono il tuo capo. –
L’esordio era prevedibile, per il momento nulla di scandaloso.
– Il che significa niente giochi, niente confidenze, e niente favoritismi. –
Le sue parole tracciarono a terra un’invisibile linea rossa a dividere il concetto di amicizia da quello di rapporto di lavoro. Altair pensò fosse corretto, e da Lucy non si aspettava nulla di diverso. Le era grato per quel favore più grande di quanti ne avesse mai fatti lui in vita sua, e voleva che lei ne avesse piena certezza. Perciò Altair annuì con prontezza, gli occhi seri e l’espressione umile.
– Assolutamente. –
Restò con la testa a fare su e giù per convincerla della sua buona volontà.
– Niente stronzate. Giuro. –
Sollevò il palmo di una mano come farebbe un boy scout.
– Sarò bravo. Non ti deluderò. –
Concluse chiudendo la bocca che aveva parlato anche troppo per i suoi standard. Voleva sembrare affidabile, ma era cosciente che le parole valgono poco quando si tratta di fiducia, e ciò che conta sono i fatti. Lucy finalmente sorrise elastica: lo scambio di una promessa aveva lo stesso sapore del miele in bocca. Non c’era bisogno di aggiungere altro.
– Okay allora. –
Lei rilassò le spalle, libera dal peso del dubbio. E Altair rilassò la faccia, libero dal peso dell’attesa.
– Facciamo che ti finisci questa settimana, ovviamente retribuita, e se tutto va bene lunedì firmi il contratto. –
Parlò con la stessa intonazione di un centralino, e per un attimo pensò di essere stata indelicata.
– Può andare? –
Chiese conferma abbassando un poco il capo, come un gatto timido. Altair sorrise, senza prestare troppa attenzione ai dettagli. Si fidava di Lucy, lei poteva gestirsela come voleva.
– Certo. –
Scrollò le spalle soddisfatto e restò a guardarla, aspettando il momento in cui leggere negli occhi di lei la conferma che potessero parlare d’altro, tipo la proposta che gli aveva fatto prima Desmond per quella sera. Ma inciampò in un’altra battuta d’arresto.
– Come ti sembrano i ragazzi? –
Domandò Lucy cogliendo Altair di sorpresa. Era convinto che nelle sue lapidarie risposte avesse già lasciato intendere quale fosse il suo giudizio in merito. O forse no? Pensò. O forse, aveva il vizio di credere che quello che gli girava per la testa si trasmettesse per osmosi alle altre persone. Erroraccio, perché invece bisognava proprio fare quello sforzo di parlare e spiegarsi, non c’era scampo.
– A posto. Sono forti, mi piacciono. –
Poi iniziò un elenco muto nella sua testa che cominciò a spuntare. Desmond: non faceva testo, era suo cugino; Shaun: petulante, ma alla fine innocuo; Malik: simpatico, a dirla tutta pure un gran figo d’aspetto…e poi avevano qualcosa in comune; Rebecca era arrivata poco dopo Desmond nel pomeriggio, ed era una di quelle persone che non potresti mai pensare stia sulle palle a qualcuno; Michael l’aveva già assimilato la settimana prima, e gli era gradito come uno di quei vecchi amici di famiglia che si ricordano sempre con nostalgia. C’erano tutti, insomma, e tutti promossi a pieni voti; nessuna scrematura particolare da segnalare.
– Com’è andata con Malik? –
Lucy domandò con un sorriso curioso che su di lei faceva strano, e Altair si sentì minacciato. Inclinò la testa e aggrottò le sopracciglia. Lucy si spiegò meglio.
– Ci hai chiacchierato? Ti ha raccontato qualcosa? Lui era curioso? –
Altair aprì le labbra da cui però non uscì parola e concentrò gli occhi verso l’alto come se stesse cercando di ricordare un dettaglio sfuggente.
– Cioè, non vi siete detti nulla di particolare? –
Lucy era stupita, ma Altair era più stupito che la questione le interessasse. Odorava di fastidioso sottinteso, quello che di tanto in tanto tornava nella storia delle loro conversazioni, per cui lei lo definiva –con invidia– il figlio di un matrimonio misto, quando invece lui, risentito, ribadiva di essere semplicemente americano al cento per cento; come se il padre, che rappresentava la sua metà siriana, fosse un insulto o un demerito. Qualcosa che nel curriculum è meglio non mettere.
Ad essere onesti, Altair era solo un ragazzo superficiale e con alcune insicurezze, tante stronzate in testa, e una coppia di pericolosi parassiti attaccati alle chiappe di nome stereotipo e pregiudizio. Roba tosta da demolire per la sola Lucy, che aveva dalla sua il dono della logica ma non abbastanza fegato da rifilare ad Altair due pezze in faccia, quando ci voleva.
Anche le parole, d’altronde, hanno i propri limiti.
– Tipo? –
Chiese Altair ad occhi stretti. Lucy sospirò con stanchezza e le braccia le caddero sulla scrivania.
– Avevo capito ti facesse piacere. –
Altair tirò giù gli estremi delle labbra in un’espressione che definirla non impressionata era poco, e fece spallucce come a dire embè? Tutto ciò per cercare di sfiancare Lucy e succhiarle via ogni motivazione che la potesse spingere a continuare. Da parte sua, nelle profondità del suo vero io, Altair aveva tutta l’intenzione di andare a salutare personalmente Malik una volta uscito dall’ufficio: c’erano, effettivamente, un paio di cose che voleva chiedergli.
Ma questo era un segreto, non un argomento di conversazione fra lui e Lucy.
– Mah, chi ti capisce. –
Lucy commentò arresa, ormai più incline a rituffarsi sulle carte invece di perdere tempo con la cocciutaggine dell’amico. La tecnica di Altair aveva funzionato. Lui, vittorioso, si gettò in avanti con la schiena e fece finalmente uscire ciò che teneva da un po’ sulla punta della lingua.
– Ehi, hai da fare stasera? –
Lucy non alzò lo sguardo dalle carte, facendo attendere la risposta.
– Dipende. –
Disse, come una ragazza che vuole lasciarsi corteggiare. Altair cominciò a tamburellare con un piede sul pavimento. Prese dalla tasca il cellulare e aprì whatsapp.
– Ezio proponeva a me e Desmond di vederci, e ha detto che se ti va puoi unirti anche tu. –
Aprì la conversazione del gruppo dei cugini, in cui si ammassavano gif, meme, idiozie, video idioti, link porno, più emoji che parole: caratteristiche della pubertà, più che di tre giovani adulti.
– Mmh. –
Fece Lucy senza ancora alzare lo sguardo e tracciando con la penna delle linee nette sui fogli.
– Verso Little Italy. –
Aggiunse Altair ripescando i dettagli della proposta nella conversazione. Era sempre Ezio il padrone del dove, in quei casi, considerato che qualunque pub, bar, disco club o locale della città lui lo conosceva, lui c’era stato, lui c’aveva rimorchiato. Sorprenderlo era impossibile.
– È tanto che non vedo Ezio. –
Disse Lucy, che fermò la penna.
– Come sta? –
Finalmente la ragazza alzò gli occhi e si piegò ad un sorriso, che tuttavia era rivolto al pensiero di Ezio, non ad Altair.
– Vieni stasera e chiediglielo tu. –
Rispose lui col cellulare ancora in mano. Touché, ammise Lucy fra sé.
– Alle undici qua fuori. –
Disse lei facendo della sintesi un fendente. Altair sorrise mostrando i denti. Si infilò il cellulare in tasca, si alzò dalla sedia e si stiracchiò per bene. Era stato fermo cinque minuti appena, e già si sentiva intorpidito.
– Fico. –
Aggiunse il ragazzo, senza una particolare necessità. Era contento di quella riunione nostalgica che gli ricordava il liceo e le estati spese a cazzeggiare tutti insieme, ai tempi in cui la preoccupazione più grande erano i punti neri sul naso. Altair fece un cenno con la mano e ruotò come una vite su se stesso, andando alla porta e uscendone senza temporeggiare. Aveva ancora diverse ore prima dell’appuntamento di quella sera. Poteva tornare a casa e giocare alla play station, o allenarsi un po’, o fare una lavatrice, o dormire. Ma qualunque cosa avesse scelto, c’erano prima tre mansioni ancora da svolgere: salutare Desmond –che adesso stava servendo al banco– e confermargli che si sarebbero visti quella sera, Lucy inclusa. Salutare e ringraziare gli altri ragazzi con cui aveva lavorato e che avrebbe rivisto il giorno dopo, quello dopo ancora, e ancora e ancora. Perché sì, Altair Ibn-La’Ahad ormai era assunto.
E, in ultimo, rubare a Malik qualche minuto del suo tempo.

 

Altair trovò Malik nello spogliatoio, appena in tempo per incrociarlo prima che se ne andasse. Era seduto sulla panca a guardare un attimo il cellulare, la tracolla già infilata e le scarpe ai piedi. Altair pensò di rivolgergli un saluto, ma poi si rese conto che la bocca gli si era impigrita, rendendo l’iniziativa insostenibile. Allora pensò di sorridergli, ma anche quello gli venne male perché storse la faccia in una smorfia strana, forse per la stanchezza. Alla fine si sedé sulla panca e basta, alla destra di Malik, poggiando i gomiti sulle ginocchia e guardandolo come un cucciolo al canile guarderebbe un essere umano. Realizzò solo in quel momento di non avere la minima idea di come iniziare la conversazione. Per fortuna Malik fu più bravo, e unì all’intuito l’educazione, mettendo per un attimo da parte il cellulare.
– Com’è andata? –
Chiese il cuoco, domandandosi se Altair sarebbe diventato effettivamente un nuovo collega. Anche se, considerato che era amico di Lucy, aveva pochi dubbi al riguardo. Non che la cosa gli importasse troppo, a lui bastava che ognuno facesse la propria parte e tutti lavorassero bene, il che voleva dire almeno al suo livello. Nell’attesa di una risposta, lo sguardo gli cadde sul braccio sinistro di Altair, quello che aveva accanto. La maglia leggera e senza maniche scopriva un tatuaggio all’altezza del bicipite: un’aquila stilizzata dipinta con inchiostro nero.
– Bene. –
Rispose Altair che non teneva da parte un gran lessico per riuscire ad esprimersi con dovizia di dettagli. Ringraziò mentalmente Malik per la domanda, così da potersi aggrappare alla scusa di un dialogo incidentale, visto che lui era abituato a tagliare di netto le formalità, per cui a volte poteva risultare eccentrico; maleducato, nel peggiore dei casi.
– Quindi domani torni? –
Domandò ancora Malik, che fiutava nell’altro interesse verso una forma di conversazione, ma una scarsa quanto goffa iniziativa. Gli occhi, però, gli si soffermarono di nuovo sul disegno dell’aquila tatuata, e cominciò a domandarsi se la motivazione dietro a quel tatuaggio fosse collegata al significato del nome di Altair. O meglio, si domandò se Altair conoscesse il significato del suo nome. Perché magari, invece, se lo era tatuato a caso o per coincidenza. Ma poi pensò pure, Parlerà arabo? Di che generazione è? Sarà uno consapevole? Forse neanche gliene frega niente…
– Ho assaggiato la cucina. –
Fece Altair, interrompendo i viaggi mentali dell’altro. Malik lo guardò con l’aria di chi si è perso un passaggio.
– È molto buona. Sei bravo. –
Disse Altair sincero, non trovando alcun motivo per mentire. Nella sua breve pausa pranzo si era sparato un piatto di ouzi, felafel con hummus e qualche cucchiaio di tabbouleh. Non aveva aggredito il baklava giusto perché il tempo era scaduto e doveva tornare in cassa. Poco male, perché adesso avrebbe avuto tutto il tempo del mondo per strafogarsi lì dentro. Nonostante Altair fosse il punto più lontano dalla raffinatezza sulla mappa dei gusti gastronomici, e avesse ben poche pretese in campo nutritivo, ammetteva di non aver mai mangiato così bene in vita sua. E non appena Malik decifrò il complimento, sorrise per ringraziarlo. Sapeva bene di cavarsela egregiamente ai fornelli, ma una conferma è sempre una conferma.
– Ti ringrazio. –
Rispose, soddisfatto dell’apprezzamento. Esaurite le prefazioni e conclusi i convenevoli, Altair pensò fosse giunto il momento di passare al nocciolo della (sua) questione. E fissando Malik negli occhi, i più neri che avesse mai incontrato, gli fece una domanda mascherata da affermazione.
– Lucy mi ha detto che vieni dalla Siria. –
Quell’ultima parola destò l’attenzione del cuoco il quale, forse senza accorgersene, sbatté gli occhi quando la sentì pronunciare. Sì, l’affermazione era corretta. Così come Lucy aveva confessato a lui che pure Altair, il ragazzo che sarebbe venuto a provare, aveva per metà origini siriane. Non sapeva a chi dei due la cosa avrebbe dovuto fare più piacere, ma l’informazione, quel giorno, gli era comunque entrata sottopelle.
– Esatto. –
Rispose Malik, già sapendo che Altair non si sarebbe fermato a quella considerazione.
– Che città? –
Incalzò Altair, come previsto. Sembrava curioso, ma la cosa non gli dispiaceva; non ancora. In quella terra così lontana dalle coste mediterranee era difficile pensare di poter trovare qualcuno che gli ricordasse chi era e da dove veniva. Altair teneva la schiena piegata e le mani congiunte in mezzo alle ginocchia. Dalla finestra un raggio di sole gli batteva dritto sulla nuca, creandogli un’aureola intorno alla testa.
– Aleppo. –
Rispose Malik mentre immagini di ulivi e alberi di pistacchio gli riempivano gli occhi. Ricordi che neanche un oceano di distanza avrebbe potuto cancellare. Ma lì gli si aggrovigliarono le budella, come sempre accadeva quando pronunciava il nome della città dove era nato, che fosse per esigenze burocratiche o per la curiosità di un singolo. Al riguardo, difatti, gli era capitato di dover ascoltare ogni tipo di commento immaginabile, fino a fargli sanguinare le orecchie. Ma questo posto dov’è, in Canada?, come se non esistesse luogo più lontano, al mondo, che il lembo delle due Americhe; ma Aleppo come il sapone?, gli avevano chiesto quelli più amanti dell’etnico, al che scoccava sempre la frecciata caustica in cui Malik precisava che probabilmente era il sapone a prendere il nome dalla città, e non viceversa; e poi c’erano quelli più o meno informati, che commentavano fingendo un’empatia che però, alla fine, veniva fuori sempre deforme:
Ah, Aleppo…quella che è stata bombardata in Siria, giusto?
Sì, giusto. Proprio quella. Casa sua.
– Io a Damasco. –
Altair rispose al palleggio, mentre le labbra gli si piegarono ad arco. Si sentiva sicuro a condividere con Malik quei dettagli, anche se nemmeno lo conosceva. La sua unica paura era quella di essere considerato diverso, alieno, estraneo ad un mondo e ad una cultura che invece gli erano appartenuti da sempre, da quando aveva ricordo. Tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri, aveva più o meno detto qualcuno, una volta. Poteva essere davvero un bel peso chiamarsi Ibn-La’Ahad in quella città. Forse in parecchie città. Era un continuo chiedere scusa, un continuo precisare, un continuo non è come sembra.
Lui era americano, senza parentesi o virgolette. E voleva solo che fosse chiaro.
Malik annuì con la testa, pensando che da piccolo gli fosse capitato solo un paio di volte di recarsi nella capitale, di cui non ricordava molto. Era una sensazione ambigua quella che gli stava entrando nelle ossa: la certezza di sapere che la persona accanto sa ciò di cui stai parlando, e lo spettro del sospetto che spinge invece a cucirsi la bocca. Forse era ancora troppo presto per sbilanciarsi. Cosa sapeva di Altair, in fondo?
– Conosci Lucy da molto? –
Domandò Malik cambiando bruscamente la geografia di quella conversazione.
Altair finì disorientato, ma solo per un secondo. Schiuse le labbra e fece spallucce, mentre gli occhi si concentravano sui dettagli del volto di Malik: la barba fine lungo le ossa della mascella, il pizzetto curato al millimetro, il naso del Mediterraneo e il taglio dei capelli neri appena sfrangiato. Gli venne naturale pensare che fosse un bel ragazzo, molto più bello di altri con cui gli era capitato di trascorrere notti sporche e sudate.
– Stavamo a scuola insieme. –
Rispose, senza vergognarsi della loro relazione, calamita perfetta per il sentimento di invidia sul luogo di lavoro. Ma per fortuna non gli sembrava ci fosse della polemica nel tono di Malik; e infatti non c’era. Malik mugugnò in assenso, tornando a dare un’occhiata al cellulare; forse all’ora che si era fatta, forse ad una notifica arrivata. Sembrava per lui fosse giunto il momento di andare, e Altair sperò che il motivo non fosse lui.
– Torni domani? –
Domandò il cuoco che non si era scordato di come Altair non gli avesse risposto la prima volta che glielo aveva chiesto. Malik puntò i piedi bene a terra, pronto ad alzarsi, nell’attesa di una conferma o di una smentita; possibilmente celere. Altair lo guardò come un fiore appassito: sperava potesse fargli qualche altra domanda, chiacchierare un po’. Ma in fondo i loro turni erano finiti, e l’avrebbe comunque rivisto il giorno dopo. Non c’era bisogno di essere infantili e aggrapparsi alla poppa.
– Mh mh. –
Fece Altair annuendo con la testa, simile ad un piccione. Malik sorrise e gli fece un cenno col capo, come a dire che lo accettava ufficialmente come nuovo collega. Si alzò e si sistemò la tracolla dietro la schiena, sparendo con un sospiro.
– A domani allora. –
Lo salutò Malik, con la disattenzione tipica di chi sta già pensando a qualcos’altro, tipo gli affari propri. Altair mosse il muso un’ultima volta per ricambiare, anche se Malik gli aveva già voltato le spalle; un paio di secondi e restò solo nello spogliatoio ad ascoltare il concerto estivo delle ventole nei condizionatori d’aria che contribuiscono ogni anno a rimpicciolire la casa degli orsi polari. Si guardò le mani che teneva ancora strette fra loro, mentre la luce dalla finestra adesso lo colpiva sul profilo destro, dividendogli la faccia a metà. Pensava.
Pensava che quel giorno di lavoro lo aveva convinto. Era un bel modo di sopravvivere, un bel posto in cui passare del tempo a fare cose utili, e c’erano delle belle persone con cui farle. Solo adesso, alla fine della prova, riuscì ad ammettere a se stesso che quella mattina la paura ce l’aveva avuta eccome. Se l’era solo infilata in tasca, per nasconderla, ma era sempre stata lì. Altair era un pessimista e un perfezionista, la combinazione migliore per vivere a braccetto con gli ansiolitici. Difficilmente si sentiva pienamente soddisfatto di qualcosa, e anche quando accadeva durava poco, oppure finiva col pensare che non se lo fosse davvero meritato. Una sorta di sindrome dell’impostore che aveva imparato a combattere, inconsapevolmente, con gli estremi opposti: presunzione, arroganza, eccessiva fiducia in sé. Gli rivenne in mente la parola che Lucy aveva usato quella mattina: autosabotaggio. Pensò che potesse essere simile al raccontarsi delle storie con una bottiglia di vino accanto: dopo un po’ ci si dimentica da dove si è iniziato, i contorni sfumano e con loro anche i dettagli, la verità si mischia alle maschere e alla fine si perde interesse nell’approfondire, a tutti viene sonno e quindi ci si accontenta.
Quel posto, però, poteva funzionare.
Questa volta persino i suoi genitori ne sarebbero stati entusiasti: a sorvegliarlo c’era Lucy, a incoraggiarlo Desmond. Suo padre non avrebbe chiesto di meglio. Se poi Altair gli avesse anche detto che uno dei suoi colleghi era di famiglia siriana, probabilmente gli sarebbero scese le lacrime dagli occhi. Umar lo avrebbe spinto ad un commosso ritorno alle origini, al pari di un vecchio cantastorie. Operazione che, comunque, con lui era sempre fallita –al punto che il povero padre aveva cominciato a credere che il rifiuto di Altair nei confronti della sua metà mediorientale fosse in realtà un rifiuto verso di lui. E Umar ne soffriva. Ma le cose erano più complesse di così.
Altair poteva già sentirlo esclamare: perché allora non parli in arabo con lui a lavoro? Che con me ti rifiuti sempre e stai perdendo fluidità. Al solo pensiero un grugno di imbarazzo e insofferenza gli si dipinse sul volto. Sarebbe stato un incubo, già lo sapeva. Ma almeno suo padre non avrebbe più avuto da lamentarsi dei suoi lavori alla cazzo e orribilmente precari, del suo cominciare a bere troppo presto e del finire di dormire troppo tardi, delle ragazze che aveva cominciato a non frequentare più e dei ragazzi che invece erano sempre troppi e di cui non ricordava neanche i nomi. Sono preoccupato per te, era quella la giustificazione per potersi infilare a gamba tesa nella sua vita privata e ricordargli cosa, a suo dire, fosse giusto e cosa sbagliato.
Il suono di una notifica unito a vibrazione scosse Altair da quei pensieri sottomarini e lo riportò in superficie. Prese il cellulare dalla tasca e lesse: era dal gruppo Maschi Superfighi di whatsapp, in cui Ezio sembrava aver accolto con grande gioia la conferma di rimpatriata di quella sera, nonché l’aggiunta di Lucy. Le previsioni per l’evento erano piuttosto facili: avrebbero bevuto, fatto i cretini, riso fino a sbavare; poi Ezio li avrebbe convinti ad un ultimo giro offrendo per loro, e tutti avrebbero accettato, come al solito. Il nuovo lavoro di Altair avrebbe spinto Desmond e Lucy ad insistere per un brindisi, ed Ezio avrebbe urlato facendo sapere a tutta la sala cosa festeggiavano. Elaborando quella proiezione mentale, il cuore di Altair accelerò un poco il battito: sarebbe voluto salire sul tetto e allungare le mani al cielo fino a prendere il sole e spingerlo verso l’orizzonte, per accelerare la venuta del tramonto, e quindi del loro incontro. Invece, prese il casco dall’armadietto e lasciò la stanza, tirò fuori le chiavi della moto e uscì dal locale facendo un ciao generale con la mano. Mentre raggiungeva la moto fece un calcolo mentale, giungendo alla conclusione che ci fosse tutto il tempo per una corsetta di un’ora, una doccia, un po’ di play station e una cena con pizza tonda extra large sotto casa.
Quella sera, la vera trasgressione doveva essere non darsi la zappa sui piedi, non fasciarsi la testa prima di cadere, non autolesionarsi, e pensare invece che, okay, era Lucy –la sua migliore amica– che le aveva trovato quel lavoro, che lo aveva aiutato a venir fuori dalla merda e che era sempre pronta ad ammonirlo quando sbagliava o non voleva ascoltare; ma ciò non significava che Altair non avesse il merito della determinazione e della buona volontà, e che una volta riposizionato in carreggiata non fosse in grado di cavarsela da solo e rispettare i limiti di velocità.
A scuola, a lavoro, o nella vita, Altair non era mai stato una di quelle supernove che si notano subito; lui era piuttosto quella stella, piccola ma luminosa, che all’inizio tutti scambiano per un aereo di linea, poi scoprono che non si muove e allora capiscono che è un astro. Ci voleva tanto spirito di osservazione e una valanga di pazienza con lui, fermezza e a volte anche un po’ di tatto. Ma per come erano andate le cose e per come erano trascorsi i suoi ultimi anni, nessuno, fra quelli che lo conoscevano, avrebbe obiettato qualcosa:
Altair quella possibilità se la meritava.

Chapter Text

Ottobre, 2016.
New York City.

 

Malik aveva dormito da solo quella notte.
Tornato a casa dopo l’offerta di Altair, più o meno gentilmente declinata, aveva trovato l’appartamento deserto; nessuna traccia di donna in giro. Si sentì sollevato, pensando che avrebbe trascorso una piacevole serata in solitudine priva di conflitti, urla o pianti. Quel profumo di pace lo inebriò al punto che si dimenticò fin troppo presto di Holly, pensando bene di farsi invece una doccia rilassante e di cenare con un minestrone scongelato; troppa la pigrizia e troppo il sonno. Tornò sul proprio cellulare quando stava già sdraiato sul letto con un braccio dietro la nuca, voltandosi verso il posto vuoto alla sua destra e realizzando a pieno solo in quel momento che qualcosa, effettivamente, mancasse. Malik chiamò Holly e lasciò squillare a lungo, fino all’interruzione di chiamata. Lei non rispose e lui non riprovò. L’istinto gli diceva che nessuno dei due aveva voglia di parlare con l’altro. Sospirò, trovando ridicolo che in tutta quella storia fosse lei a sentirsi offesa. Le mandò allora un messaggio: chiamami domani; la solita sintesi. Lasciò che il cellulare scivolasse senza cura dalle mani alle lenzuola, poi si arrotolò nel letto e chiuse gli occhi. Malik ammetteva senza alcun senso di colpa di non avvertire la mancanza di quella che ormai gli riusciva difficile identificare come la propria compagna. Aveva capito di non volerla più accanto nemmeno per il sesso, che da tempo aveva risentito dei continui conflitti fra loro. Le rare volte in cui – nel recente passato – riuscivano a soddisfarsi, l’appagamento era piuttosto mediocre: come toccare una pelle di pesca coi guanti usa e getta. Malik sapeva che era un pessimo segno, considerato che, di norma, aveva la tendenza a scusare alcuni aspetti di persone non certo perfette ma che almeno lo facevano godere come di dovere.
Lì invece non erano rimaste nemmeno le scuse e, morto anche l’erotismo, comunicavano ormai solo attraverso aridi sospiri. Ma serviva che fosse Holly a capirlo, che avesse lei il coraggio di ammetterlo e comportarsi di conseguenza. Malik aveva già iniziato il suo personale countdown: era partito pensando di concederle il tempo di due settimane, ma era bastata una giornata per far scendere quella stima ad appena sette giorni. Se proprio non si fosse smosso niente, allora sarebbe stato lui ad infrangere il vetro della vergogna, ponendo fine a quella farsa senza scopo che stava diventando più insopportabile della pubblicità su Spotify.
E fu poco prima di abbandonarsi fra le braccia di Morfeo che pensò che quella serata strana fatta di spifferi freddi sulla schiena e di cibo scongelato sembrasse un po’ triste persino a lui, che nella solitudine trovava rifugio e fonte di ricarica, sia fisica che mentale. Forse una birra al pub ci sarebbe stata bene, pensò. Ma l’idea che per bagnarsi le labbra avrebbe dovuto sostenere la compagnia di Altair lo disilluse immediatamente e gli confermò che rifiutare l’invito fosse stata la scelta giusta. Perciò, nella pace di chi sa di aver ragione, Malik, distrutto, lasciò andare la testa sul cuscino e vide solo il nero che conclude da millenni le giornate dell’uomo.

 

Malik sostenne eroicamente la percezione del proprio corpo che si incollava a quello tondo e morbido di Michael. Le persone li chiamavano abbracci, lui supposte. Michael si scostò, dando due pacche sulla spalla di Malik mentre con lo sguardo si fissò su un particolare del viso del ragazzo.
– Hai dormito poco? Sembri stanco. –
Michael domandò come un padre al figlio che ha fatto nottata per prepararsi l’interrogazione.
– Dimmi come stai tu, piuttosto. –
Rispose Malik proseguendo verso lo spogliatoio, sentendo il calore della stretta intorno al suo corpo svanire lentamente. Michael diede un leggero colpo di tosse, rallentando il passo.
– Ho iniziato ieri un paio di farmaci. Per ora i noduli sono sotto controllo. –
Michael aveva parlato poco prima di tre noduli tiroidei – benigni, per l’appunto – confermati dalla recente ecografia, ma non aveva specificato l’entità della loro minaccia. Tuttavia i medici gli avevano prescritto comunque dei farmaci, quindi…dovevano preoccuparsi?
– Non staresti meglio a casa? –
Domandò Malik fermandosi davanti alla porta dello spogliatoio. Michael sorrise.
– Sto bene. Mi piace stare qui a lavoro. –
Michael tradì un’esitazione nel tono.
– Aiutare Lucy e il resto. –
Concluse arricciando le labbra e unendo le mani dietro la schiena. Malik afferrò la maniglia della porta con un sorriso paziente: per ora gliela dava vinta, ma Michael avrebbe fatto meglio a prendersi cura di sé, o Malik non gliel’avrebbe perdonata.
– A tra poco allora. –
Malik abbassò la maniglia, e Michael gli strizzò l’occhio facendo poi dietro front. Quell’uomo aveva il coraggio di un leone. Mentre ancora si stava infilando nella stanza a sguardo basso, Malik sentì risuonare nelle orecchie l’osservazione di Michael: sembri stanco. Pensò che aveva ragione, ma sapeva che l’origine di quella stanchezza non risiedeva nella mancanza di sonno. Era stanco delle cose, delle persone, di ciò che non andava, della luna storta, dei pensieri amari, del tempo che passa troppo in fretta e di quello che non passa mai. Malik alzò gli occhi con un sospiro, realizzando di non essere solo nello spogliatoio: Altair, torso nudo e pantaloni della tuta addosso, era in piedi di fronte al rispettivo armadietto e lo fissava; sembrava in attesa che lo notasse. Malik si arrestò in automatico, razionalizzando rapidamente e rivolgendo ad Altair uno sguardo che aveva la sfumatura di un rimprovero.
– Ciao. –
Altair lo salutò, uguale al solito, senza affrettarsi nel coprirsi. Malik indugiò con lo sguardo sulla linea dei pettorali del collega, che pareva tracciata con l’inchiostro, scendendo poi lungo i suoi addominali. Non si sforzò neanche troppo di fingere discrezione. Sapeva, di sfuggita, che Altair fosse un tipo sportivo e aveva sempre intuito dalle sue forme, seppur coperte dagli abiti, che avesse un corpo allenato; ma la realtà superava decisamente le imprecise aspettative. Mh, apprezzabile, pensò, ma l’ineleganza del resto rovinava l’idillio. Malik si schiarì la gola e scollò finalmente lo sguardo da Altair, arrivò alla panca centrale e poggiò lì lo zaino.
– Tu hai qualche problema con l’esibizione, vero? –
A Malik tornò subito alla mente il recente episodio del bagno, in cui per poco non si era ritrovato a giudicare le misure dell’uccello di Altair.
– Mh? –
Mugugnò Altair, che aveva ripreso a cambiarsi. Malik scosse la testa, prendendo la chiave dell’armadietto dalla tasca dello zaino.
– Lascia stare. –
Tagliò corto mentre apriva lo sportello; c’erano già abbastanza cose ad occupargli i pensieri.
– Hai visto, c’è Michael. –
Si pronunciò Altair, rompendo gli schemi e iniziando una conversazione di sua sponte. Nel sentir pronunciare il nome di Michael, le labbra di Malik si piegarono.
– Sì. –
Rispose lieve, mentre gli tornava in mente il tepore del braccio di Michael intorno al collo: era tenero il modo in cui regalava a tutti un po’ di premura.
– Ha iniziato una qualche terapia. –
Aggiunse Malik, mascherando la preoccupazione con la fretta. Altair si infilò la t-shirt bianca, interpretando come una piccola vittoria personale il fatto che Malik gli avesse risposto con più di un monosillabo, senza neanche azzannarlo alla giugulare.
– Mh mh. –
Fece il ragazzo dalla tartaruga addominale. Poi Altair sbadigliò con un certo clamore, come quando si è soli in camera da letto a mezzanotte. La sua nottata era stata tutto fuorché di riposo. Il rifiuto di Malik alla sua proposta di birra insieme lo aveva lasciato più insoddisfatto del previsto, ma di questo se ne era reso conto poco prima di arrivare a casa, appena in tempo per cambiare i suoi piani; con la gola sempre più secca, Altair aveva superato di poco il suo palazzo e si era infilato in uno dei locali che si trovavano nella sua zona: di cui alcuni a luci verdi, altri a luci rosse.
– Lucy ti ha allungato i turni? –
La domanda di Malik arrivò diretta come uno schiaffo. Altair non poteva credere che il collega di ghiaccio gli avesse rivolto spontaneamente una domanda. Ma subito pensò che il quesito riguardava il campo lavorativo, e i suoi entusiasmi svanirono in fretta come olio sulla piastra.
– Sì. –
Altair chiuse l’armadietto e girò la chiave. Malik, per evitare di trovarsi nella situazione che lo aveva colto all’ingresso, ma coi ruoli invertiti, preferiva arrivare a lavoro già con la t-shirt sotto ai vestiti; pertanto il suo unico sforzo fu tirare fuori scarpe e grembiule da cucina.
– Anche a te? –
Altair poggiò le chiappe sulla panca, dal lato in cui poteva avere Malik di fronte, anche se il collega per adesso gli rivolgeva solo schiena e indifferenza. Altair gli fissava la nuca in attesa che si voltasse, scorgendo dei segni di inchiostro che emergevano dal colletto bianco della maglia: probabilmente un tatuaggio. Si gustò l’idea di come sarebbe stato sfilargli quel cotone bianco per scoprire il disegno scolpito a vita sulla pelle. Poi Malik si voltò e sul viso si dipinse la sorpresa di trovarsi alle spalle Altair, seduto ad aspettarlo come un cane attende il padrone. Gli lanciò un’occhiata storta, a cui ormai aveva capito che Altair fosse immune, e si sedé sulla panca, poco distante da lui. Altair seguì le sue mosse con interesse.
– Anche a me. –
Rispose Malik dopo un tempo interminabile. Il cuoco godé non poco nel constatare che, nonostante l’amicizia fra Lucy e Altair di cui tutti erano al corrente, al collega non fossero stati fatti sconti. Malik teneva il grembiule stretto fra le mani, pronto a infilarselo, ma lo sguardo gli cadde di nuovo su Altair, i cui occhi fissi su di lui cominciavano a irritarlo. Malik sospirò e si preparò a pronunciare qualcosa del tipo che cazzo guardi? ma poi colse un dettaglio nel volto di Altair che gli offrì il pretesto per un’osservazione casuale quanto sgarbata.
– Hai un pessimo aspetto. –
Detta così suonava proprio come un insulto gratuito, ma i fondamenti di quel commento erano innegabili: Altair aveva l’aria sfatta, gli occhi rossi, e il colorito di uno che farebbe meglio a bere solo del brodo caldo. Ma nonostante il commento indelicato, Altair reagì come dei wellington sotto la pioggia, non potendo far altro che dargli ragione con un’onesta scrollata di spalle.
– Nottata intensa. –
Malik interruppe il contatto visivo e si infilò il grembiule. Più irritante dello sguardo di Altair, c’era solo il non riuscire a nuocergli con la sua lingua tagliente. Con lui c’era sempre qualcosa che andava storto: uno scarto imprevisto, una divisione col resto, una sbavatura; insomma, un continuo conguaglio. A volte pareva davvero immune alle offese, ma a Malik piaceva immaginare che Altair fosse semplicemente troppo stupido per interpretare gli insulti. Comunque, lì per lì Malik non fece caso alla risposta di Altair, perché la cosa non lo interessava realmente. Poi però si accorse che l’eco di quelle due parole, nottata intensa, ancora gli ronzava in testa.
E la cosa cominciò a incuriosirlo. Lo stuzzicava il pensiero che forse Altair, dopo il suo rifiuto, avesse scelto di prendere quella birra con qualcun altro.
– Del tipo? –
Domandò Malik, fingendosi solo educato a chiedere, e Altair si sentì sopraffatto dalla fortuna: Malik sembrava più incline del solito alle chiacchiere. Altair non poteva sprecare un’occasione simile, soprattutto per l’argomento che si avvicinava a sfiorare. Altair decise allora di non cedere alla fretta e non dare subito la risposta – non ancora. Meglio un indizio, tanto per sondare il terreno e osservare la reazione di Malik, farsi un’idea.
– Un mix di alcol e…buona compagnia. –
Altair mandò avanti la schiena; poggiò i gomiti sulle ginocchia; sbadigliò di nuovo: era stanco davvero, ma trovava in Malik la motivazione per restare lucido. Se i calcoli erano corretti, se aveva ben interpretato il cuoco, e se era riuscito a toccare i tasti giusti, una risposta del genere avrebbe dovuto invitare Malik alla conversazione; anche se non poteva metterci la mano sul fuoco. Considerato come stavano andando le cose con Holly, c’era un perfetto cinquanta e cinquanta che Malik percepisse l’argomento del sesso libero e casuale come un prurito che gli era vietato placare, oppure come l’unico, inconfessabile peccato a cui avrebbe volentieri ceduto per risollevarsi il morale. A quel punto Altair si sarebbe aggrappato a qualunque cosa.
E qualcosa, in effetti, arrivò.
– Mh. –
Fece Malik prima di annodare i lacci del grembiule dietro la schiena. La risposta che gli aveva dato Altair aveva un’apparenza di oggettività, ma lui aveva troppa esperienza e troppo fiuto per ignorare la presenza di un’allusione fra le righe. E adesso era combattuto: o Altair era trasparente nella sua ingenuità, oppure era più scaltro di quel che lasciava intendere. In ogni caso, il colpo riservato per Malik era andato a segno, solleticando la sua curiosità.
– Quindi alla fine hai bevuto lo stesso? –
Domandò Malik concentrandosi, per il momento, solo sulla prima parte del mix a cui Altair aveva fatto riferimento, che era poi quella che lo interessava anche di meno. Altair rispose sereno al punto da sembrare distratto.
– Sì, ne avevo voglia. –
Fece, sapendo di non essersi macchiato di nessuno sgarbo nei confronti di Malik: era lui che aveva rifiutato l’invito. Ma non era quello che interessava ad Altair adesso: era riuscito ad agganciare Malik. Se non era una vittoria quella, che altro?
– Sei stato al pub? –
Domandò Malik contro ogni aspettativa, colpendo Altair per la seconda volta: non riusciva a credere che stessero avendo una conversazione di vita quotidiana prima di attaccare col turno di lavoro. In tre mesi che era stato assunto, Altair non ricordava fosse mai successo. Perciò, a maggior ragione adesso, non doveva proprio sbagliare e anzi valutare bene le conseguenze della risposta che aveva in mente, per poter soddisfare i propri obiettivi senza sfaldare quel delicatissimo equilibrio fra detto e non detto.
– In un locale. –
Disse Altair cauto, congiungendo le mani e voltandosi a guardare Malik per stabilire un contatto visivo. Malik sentì quegli occhi addosso che lo afferravano per le spalle costringendolo a voltarsi. Si piegò alla prepotenza, valutando maggiori i vantaggi rispetto agli svantaggi; la parola locale già gli aveva acceso la fantasia, alimentando la sua fame di saperne di più. Non riusciva a immaginarsi Altair in un locale, Altair bere, Altair dialogare, Altair godere della compagnia di qualcuno. E non ci riusciva perché era inchiodato ad un livello di percezione dell’altro che non raggiungeva nemmeno la superficialità disinteressata.
Nel guardare Altair, Malik non provava alcuno sprazzo motivazionale che lo spingesse ad approfondire, anzi: la fiacca e l’indolenza di Altair riuscivano sempre a trasmettergli altezzosità, così come pure quel suo parlare spento e stitico, neanche fosse un favore che concedeva al mondo e ai suoi abitanti. Malik era certo che Altair fosse uno di quelli che si sentono in qualche modo importanti, ma il motivo gli sfuggiva e la cosa gli faceva rabbia. Era questo scarto fra la sensazione e l’esperienza quotidiana che lo irritava, e che aveva fatto sì che Malik scaraventasse Altair, forse a partire già dalla prima settimana di lavoro assieme, nella categoria dei palloni gonfiati: i noiosi e gli scialbi che percepiscono se stessi come affascinanti o, peggio, interessanti, ma che del fascino dello stronzo mantengono solo la stronzaggine.
– Volevo anche la compagnia. –
Altair aggiunse quella (mica tanto) piccola informazione che però, nei pensieri segreti di entrambi, rappresentava il nocciolo della questione: per Malik, la curiosità di sapere con chi si fosse intrattenuto; per Altair, la scusa per far capire a Malik che la persona con cui era stato era un uomo. Malik mise in pausa le attività di contorno e i gesti inutili per focalizzarsi solo su Altair, che lo guardava a metà strada fra l’indifferenza e il sorriso: doveva attrarlo, ma senza esibirsi; Altair non voleva fargli capire che lo desiderava al punto da diventare un creativo delle tecniche di corteggiamento. Con chiunque altro, uomo o donna che fosse, mai si sarebbe sognato di essere così allusivo rendendo tutto implicito e, per come la vedeva lui, solo più complicato. Abituato a sbattere in faccia pensieri e sentimenti – se interpellato – adesso Altair stava invece facendo uno sforzo non indifferente nel trattenersi e procedere in punta di piedi.
Ma stavolta il pericolo era reale e, se fosse stato diretto, Malik avrebbe potuto esserlo altrettanto con lui e respingerlo con una sola parola senza lasciargli altre vie, o un tentativo in più, o un ultimo disperato appiglio. Doveva sfruttare il sotto testo e il flirt più classico per poter destare interesse in Malik, sedurlo, ammaliarlo, attrarlo, qualunque sinonimo avesse preferito. Il che era una procedura di gran lunga più impegnativa per uno abituato invece a bruciare le tappe.
Ma Altair ci teneva: ci teneva a dare a Malik un motivo per pensare a lui, ci teneva a scrostare un po’ di quel cinismo epiteliale per raggiungere la sua anima più dionisiaca, ci teneva a intrufolarsi nei suoi pensieri e a disturbarlo, per invogliarlo finché alla tentazione non avrebbe preferito cedere, invece che resistere.
– E l’hai trovata? –
Domandò Malik interrompendo il nulla fra loro. Il cuoco gli fece scivolare lo sguardo addosso, finché poi non si chinò a cambiarsi le scarpe. Malik si stava gustando quei momenti come lo scarto di una caramella in una sala cinema: per non fare rumore bisogna metterci un sacco di tempo. Altair fece sì con la testa in risposta, ma si rese conto che Malik non si trovava nella posizione corretta per poterlo guardare, perciò rimediò con la voce.
– Sì. –
Disse con la semplicità di un due più due. Poi si sentì un imbecille. Altair aveva dato la risposta più istintiva, ma anche più inconcludente: non aveva lanciato a Malik nessuna esca, zero input da cui ripartire, un’affermazione cretina che semplicemente chiudeva la conversazione. E senza seminare è difficile raccogliere. Altair pensò a cosa poter aggiungere senza destare sospetti, cosa dire per far sì che arrivassero alla sostanza, alla faccenda vera, quella seria, che alla fine era una cosa del tipo: senti Malik sono stato con un uomo perché sì, scopo anche con gli uomini, quindi volevo dirti che lo so che hai la ragazza però magari ti va una cavalcata, che dici, perché io devo dire che ti sbatterei volentieri. Ah, cosa non avrebbe dato Altair per tirar fuori quella roba e vomitarla tutta d’un fiato lì sulla panca, così da frantumare in mille pezzi quel cazzo di nocciolo della questione. Ma sentiva, anzi era certo, che un approccio del genere avrebbe solo mandato a puttane tutto il lavoro fatto, la fatica, la pazienza, il mordersi la lingua, l’aspettativa che sa di zucchero. Malik lo avrebbe di certo guardato ricolmo di delusione, con un solo giudizio sul viso: davvero pessimo.
Altair poteva già immaginarsi la scena. Era così certo della sua previsione che gli sembrava fosse già accaduto. E mentre Altair sprofondava nel pantano delle proiezioni, Malik, ancora una volta di sua spontanea iniziativa, decise di continuare quella conversazione con un’interrogativa retorica, che diede ad Altair l’occasione della perfetta imbeccata.
Quel giorno la fortuna era senza dubbio dalla sua.
– Doveva essere davvero brava se ti ha ridotto così. –
Malik lo disse con lo sbaffo di un ghigno sulla bocca e con inaspettata simpatia, mentre finiva di infilare sotto la panca le scarpe. Nascosta nella voce, c’era anche una punta di invidia, perché Malik avrebbe avuto una gran voglia di uscire da lì e fare la stessa identica cosa fino a notte fonda. Gli occhi di Altair si riempirono di uno stupore che superava la gratitudine. Adesso aveva tutte le carte a suo favore, in una combinazione vergognosamente perfetta. Si gettò sulle parole e avvicinò il busto come se stesse per confessargli un segreto – il che non era distante dalla realtà.
– Era un uomo. –
Pronunciò Altair tutto d’un fiato, calciando via con l’impazienza quel peso. Teneva gli occhi incollati su Malik per non lasciarlo andare, perché ora veniva la parte più chirurgica: interpretare le reazioni del cuoco per odorare la sua disposizione verso la notizia: lo avrebbe disturbato? Incuriosito? Lasciato indifferente? Altair doveva sapere. Malik, dal canto suo, era di norma un tipo in apparenza calibrato, ma non era rimasto indifferente a quelle tre parole che Altair gli aveva spalmato addosso come marmellata, ma dal sapore meno dolce. La puntualizzazione di Altair era stata così solerte e mirata che non aveva avuto il tempo di assorbire la portata di quel dettaglio. Altair aveva detto che era un uomo, la persona con cui era stato quella notte.
Malik tenne in stand-by ogni piega del viso, le labbra tese da un filo invisibile. Non sapeva se interpretare il commento di Altair come una correzione oggettiva e sterile, innocente e senza pretese, oppure come un suggerimento che voleva portarlo a braccetto verso non sapeva dove. Malik rimase quindi insabbiato, col respiro tagliato dallo sconcerto e tenuto stretto dalle pupille di Altair che sembravano non volergli concedere la fuga. E così, Altair si gustò il sapore di un’altra vittoria: era riuscito a scalfire quella palizzata di bruto stoicismo dietro cui si nascondeva lo stesso Malik che adesso lo guardava per la prima volta sperduto, non sapendo che pesci prendere. L’entusiasmo di Altair però si spense presto, visto che la reazione di Malik era sì basita, ma anche tutto sommato posata, e dava tutta l’aria di non voler concedere ad Altair nulla più del proprio (muto) stupore. Altair cominciò allora a ragionare: non era certo che quel silenzio orbitasse nel sistema chiamato pacifica neutralità, o se al contrario la già abbondante ritrosia di Malik nei suoi confronti non si fosse adesso trasformata in repulsione a quella notizia. L’unica cosa che ad Altair venne in mente fu che avrebbe preferito un vabbè, ‘sti cazzi ad un che schifo; che poi lo sanno tutti che significa: (tu) fai schifo.
L’ombra del timore c’era, lo sentiva nella pancia, ma nonostante tutto Altair fremeva dalla voglia di ricominciare a parlare con Malik, chiedergli cosa stesse pensando, come lo vedeva adesso, cosa era successo in quei secondi dentro di lui, se ci sarebbe stato ad una proposta, se gli piaceva, non gli piaceva, se era spaventato o interessato, se poteva avvicinarsi e mostrargli che faceva sul serio.
D’altronde, Altair non era un granché con le parole, e all’avvicinarsi dei suoi ventisei anni si considerava ancora un principiante riguardo l’abilità di spiegare cosa pensasse o provasse; perciò, nel caso avesse avuto un segnale di via libera e semaforo verde, avrebbe preferito essere molto diretto: per farla breve e trita, forse quasi greve, avrebbe semplicemente detto a Malik che gli ispirava un gran sesso. Non negava nessuna delle volte in cui prima di addormentarsi aveva pensato a lui ritrovandosi la mano umida, immaginando come potesse essere spogliarlo, toccarlo, baciarlo, e diverse altre cose ancora che avrebbe preferito fargli, invece che raccontargli.
A bilanciare questa eccessiva e granulosa schiettezza, c’era poi il lato più razionale e trattenuto di Altair, quello che lo frenava stringendogli le palle, e che generalmente prende il nome di autocontrollo. Capiva da solo, infatti, che in quel caso una mossa azzardata sarebbe stata come una terribile sbavatura sulla tela che stava dipingendo da diversi mesi ormai. Non voleva concedere spazio all’impulsività. Allo stesso modo di come aveva studiato le sue mosse per arrivare fino a quel punto, così doveva continuare: intimorire o indisporre l’oggetto dei suoi desideri non era l'obiettivo. Non era accettabile. E mentre Altair si aggrovigliava in quel malloppo di valutazioni, Malik continuava a restare in silenzio e a nutrirsi di quell’imbarazzo camuffato, guardando Altair come si osserva un abisso dal ciglio: sapeva che un passo in più sarebbe stato fatale, ma il fascino della morte permaneva, a chiamarlo come una sirena che sussurra a Ulisse di seguirlo. Malik si chiedeva se fosse tutto vero quello che gli aveva appena confessato Altair, e i peli delle braccia gli si drizzarono al pensiero che il collega molesto stesse giocando con lui all’ammicco. In tutta onestà, era una possibilità che non lo aveva mai neanche sfiorato.
Entrambi smisero di contare i secondi che scorrevano come gocce da un rubinetto che perde. Su quel ponte in sospeso fra il pensiero e l’azione, nessuno voleva fare un passo. Ciò nondimeno, ce n’era uno fra i due che era sicuramente più impaziente: snervato dall’attesa e consapevole di cosa fosse in ballo, Altair aprì la bocca per parlare e si sporse ancora verso Malik, con la chiara intenzione di colmare la distanza. Mise a fuoco le labbra del collega su cui aveva già speso qualche notte insonne, e per un attimo pensò di essere ad un passo dal compiere una follia.
Ma venne interrotto dalla peggiore delle eventualità.
– Porca puttana ragazzi, che freddo del cazzo! –
Shaun entrò nello spogliatoio con la stessa grazia di un improvviso crampo al polpaccio nel cuore della notte, aprendo la porta con una forza eccessiva, tanto che la maniglia andò a sbattere al muro con l’unico risultato di far sobbalzare sia Malik che Altair. E da parte di quest’ultimo, la sorpresa si sostituì ben presto col risentimento.
– Mi sono ghiacciato il culo in moto. –
Continuò ancora Shaun, infreddolito come un merluzzo nel reparto surgelati. Si sfregava le mani ancora avvolte dai guantoni, e gli zigomi erano rossi e secchi per il gelo.
– Che giornata del cazzo per venire a lavorare, eh? –
Concluse l’inglese con una retorica spicciola che non fece sentire nessuno dei due colleghi obbligato a rispondere. Altair fissò al limite dell’odio la figura di Shaun, colpevole di aver sventato il suo piano d’attacco. L’interruzione era stata così traumatica e molesta che adesso Altair non aveva idea di come riabbottonare il discorso. E pure gli fosse venuto in mente, Malik si mostrò comunque più scaltro, quasi avesse accolto volentieri l’intrusione di Shaun cogliendola come una palla al balzo per levarsi dall’impasse. Il cuoco si alzò dalla panca, senza rivolgere alcun cenno, parola od occhiata ad Altair, il quale cercò di bloccarlo solo con gli occhi, ma inutilmente. Un po’ come quando al ristorante si è certi che la portata fra le mani del cameriere in avvicinamento sia nostra, e invece no, perché il cameriere vira e tu ti incazzi. Malik, incurante, si lisciò un paio di volte la divisa addosso, poi diede le spalle ad entrambi e camminò verso la porta, concedendo le sue ultime parole a Shaun.
Altair, che era stato ad un passo dalla tentazione di baciare Malik, quasi ci rimase male.
– Ci vediamo in cucina, Shaun. –
E Malik uscì, lasciando Altair come un attore dilettante a digerire lo shock del provino andato male. Ma Altair lo sapeva: quella di Malik era stata palesemente una fuga, e certo non poteva biasimarlo per aver sfruttato una circostanza così ghiotta a suo favore. Chi invece aveva proprio voglia di strozzare era Shaun, invasivo quanto una gastroscopia, forte di un tempismo che neanche con una coreografia avrebbe potuto azzeccare meglio. Riservarsi l’attenzione di Malik e addirittura sottrarre uno spicchio della sua curiosità era già un’impresa di per sé, ed essere costretto ad assistere impotente alla rovina di una simile occasione non solo lo irritava come ortica sul culo, ma lo avviliva aprendo la strada ad una malinconica autocritica: quella eccessiva e spietata che riservava a se stesso nei momenti in cui sentiva di aver fallito, di aver mancato l’obiettivo, di aver agito in maniera imprecisa e superficiale, di aver peccato di ingenuità. Altair strinse i pugni e rimase a testa bassa, a placare la rabbia che sentiva trasferirsi da Shaun a se stesso.
– Ehi, c’è Michael hai visto? –
Chiese Shaun mentre si spogliava battendo ancora i denti. Altair sospirò stanco: quel solo minuto era stato sufficiente a fargli esaurire tutte le energie della giornata. Nella testa gli galleggiava l’idea di come non fosse riuscito ad ottenere una risposta più appagante da parte di Malik, un segno che potesse fargli intendere se era sulla giusta via o se aveva sfondando il guardrail dell’autostrada e adesso stava guidando contromano nella corsia opposta. Gli rodeva, eccome se gli rodeva, perché aveva scorto un’esitazione negli occhi di Malik che suggeriva un abbassamento di guardia. Era certo che se avesse avuto anche solo un paio di minuti in più, sarebbe riuscito ad ottenere qualcosa da lui. Ma quella possibilità gli era stata negata da Shaun, che aveva servito a Malik l’occasione perfetta per svignarsela senza colpo ferire, sottraendosi all’imbarazzo di quella dichiarazione e al peso di dover elaborare una risposta in merito. Altair prese il copricapo dall’armadietto personale, richiudendolo, allo stesso modo di come aveva intenzione di chiudere quella parentesi fatta di amarezza e sconfitta.
– Sì. –
Altair rispose conciso a Shaun, riuscendo a trattenere un tono scontroso che non avrebbe poi avuto voglia di giustificare. Se ne uscì silenzioso, raggiungendo il bancone e impostando la modalità operativa nel cervello. Per quanto le cose da fare fossero tante, come era di solito, non poteva fare a meno di pensare che Malik si trovasse dietro al muro alle sue spalle, in cucina ad affettare, infornare, cuocere, condire e, in questo ci sperava davvero, a pensare a ciò che gli aveva detto. E in realtà fu esattamente quello che Malik fece per tutta la mattina: metà cervello sul lavoro e metà sulle parole di Altair. La natura di Malik era analitica e, pertanto, il ragazzo aveva bisogno di analizzare: quindi Altair era gay? Magari bi? Per quel che lo riguardava, Malik si era sempre ritrovato stretto in quelle etichette prive di dettagli, che disidratavano le personalità e quasi sempre complicavano le cose, invece di chiarirle. D’altronde la pretesa pseudo-filosofica di base era piuttosto allucinante: descrivere una persona con una parola sola. Malik per primo era sempre stato fin da più giovane un tipo estremamente fluido dal punto di vista sessuale. Aveva sempre rincorso il piacere in quanto tale, quello privo di sponde e partiti. Per lui valeva l’intensità di ciò che riceveva, molto meno il contorno, il contesto e persino il partner. Era per il contenuto, più che per la forma; e questo era di regola nel sesso, nelle relazioni umane, nella vita in generale. E probabilmente per questo, accadeva di rado che si trovasse davanti a qualcosa che lo stupiva, sia nel bene che nel male. Anche quella mattina, quando Altair gli aveva confessato di essere stato con un uomo, non era stata la notizia in sé a coglierlo di sorpresa e (ammetteva) frastornarlo per un attimo; ciò che lo aveva ghiacciato era stato lo sguardo fisso di Altair che lo scrutava, e che dava tutta l’impressione che stesse macchinando qualcosa nella testa.
Forse una seconda confessione da fare? Il dubbio lo colse: che Altair si fosse preso sul serio una sbandata per lui? Nel caso, avrebbe accettato volentieri una smentita, e ammettere lo sbaglio gli sarebbe parsa una vittoria. Malik sperava nel malinteso perché, primo, Altair non era il suo tipo – flemmatico e presuntuoso, la peggiore delle combinazioni; e in secondo luogo, perché lavoravano insieme, e lui era un tipo che preferiva lasciare separati il sesso dai soldi. Malik continuò a riflettere a lungo, e mentre infornava una teglia di patate pensò che forse non era il caso di mettere le mani avanti e dare per certa quella che era solo una possibilità. Aspettare era più saggio. D’altronde, solo perché Altair era ipoteticamente gay, non c’era motivo perché Malik dovesse scoprirsi a sua volta e rivelare che sì, anche lui era andato con degli uomini, anche lui frequentava locali in cui dover esibire il documento, anche a lui capitavano serate in cui il mix di alcol e sesso si protraeva fino all’alba.
Ma lui e Altair non erano amici, e pertanto non erano affari suoi. Per quanto Malik avesse fiutato l’ammicco, avrebbe lasciato Altair da parte finché non fosse stato più esplicito, anche solo per metterlo alla prova e vedere fin dove era disposto ad arrivare. Avrebbe rifiutato le sue attenzioni, ma non la sfida. Quella era sempre la parte più divertente.
Malik scolò il riso e lo dispose nella teglia gigante, sorridendo al pensiero di come in tutta quella confusione lui, in teoria, fosse ancora impegnato con Holly. Mentalmente scrollò le spalle, dicendosi che aveva aspettato abbastanza e che era meglio chiudere la questione definitivamente; era un tipo che conviveva male col falso e il ridicolo. Se Holly era davvero troppo impaurita o troppo vigliacca per troncare il rapporto allora l’avrebbe aiutata, facendo lui il lavoro sporco. Malik non aveva paura di sporcarsi nel torbido, anzi era pronto a farlo quel giorno stesso. Magari a fine turno, mentre tornava a casa in metro e passeggiava sul marciapiede umido, per poi fermarsi alla solita caffetteria per un tè indiano bollente. Era tempo di riprendersi un po’ d’amor proprio, e forse aveva ancora modo di concludere quella giornata con un successo, una soddisfazione, o anche una più elementare forma di godimento. Era stufo di trascinarsi in quell’improduttiva apatia che aveva finito col renderlo una persona diversa, in cui si riconosceva sempre meno e che, poteva ormai dirlo con certezza, non gli piaceva per niente.

 

Erano quasi le diciotto. Faceva freddo e la gente non aveva voglia di stare in strada.
Altair sedeva sullo sgabello in cassa, distratto, e dalla vetrata fissava con disinteresse gli spettri umani che, infreddoliti, camminavano per strada. Si era alternato con Shaun fra bancone e cassa un paio di volte in quella giornata, ma non era mai passato in cucina. Ogni tanto appendeva lo sguardo alle porte con gli oblò, sperando di veder uscire Malik, ma pareva che la fortuna di quella giornata si fosse esaurita nella mattina. Doveva smettere di pensarci. Ma l’unico che ci aveva capito qualcosa era Oscar Wilde, quando ammetteva che l’unico modo per resistere ad una tentazione è cedervi. Il locale era ancora abbastanza tranquillo, con la radio che trasmetteva un pezzo di Rod Stewart e il profumo di nuovi falafel sfornati.
– Ciao. –
Altair sbatté gli occhi, riportato nel mondo della realtà da quel saluto inaspettato. Davanti alla cassa c’era un ragazzo, occhi chiari e capelli mossi neri, carnagione mediterranea, un sorriso infantile e accecante. Indossava un giaccone blu e dei jeans, una sciarpa gli copriva il mento e parte delle gote lisce, adolescenziali.
– Ciao. –
Rispose Altair raddrizzandosi e già poggiando le dita sui tasti della cassa, pronto a digitare. Il ragazzo lo fissava con una punta di curiosità da sotto la sciarpa.
– Malik è in cucina? –
Il ragazzo pose quella domanda con una sicurezza tale da confondere Altair, che assestò il colpo e si schiarì la voce, mettendosi in guardia da immaturi ascessi emotivi.
– Sì. –
Altair fu conciso e asciutto, come un test di gravidanza. I polpastrelli galleggiavano ancora sopra i tasti della macchina, non sapendo dove altro poggiarli.
– Pensi che potresti chiamarmelo un attimo? Per favore. –
Chiese il giovane, indicando col pollice la cucina dietro la porta saloon. La richiesta fece venire voglia ad Altair di rispondere con un secco no. Ma il ragazzo restava un cliente e, fino a prova contraria, una persona vicina a Malik – o per lo meno di sua conoscenza. Fare il collega geloso non lo avrebbe portato da nessuna parte, anzi ne sarebbe uscito sconfitto ancora prima dello scontro. Senza contare che il poco più di un adolescente continuava a guardarlo con un sorrisetto inquisitorio ma benevolo, e l’afasia di Altair non sembrava dargli noia.
Comunque Altair alla fine rispose, ma la sua fu una risposta tutta muscolare: si alzò dalla sedia e lasciò la postazione.
– E tu sei? –
Domandò Altair al tenero sbarbatello, senza la cosciente intenzione di suonare ruvido. Il ragazzo non fece caso a quel potenziale fraintendimento, anzi; sembrava divertirsi di fronte all’atteggiamento di Altair: scontroso, ma non di meno graffiante.
– Oh, scusami. –
Si affrettò il giovane, come se avesse realizzato solo in quel momento di essere entrato a gamba tesa in un territorio pericoloso, off-limits: cioè la preda che Altair aveva puntato per primo.
– Sono Kadar, il fratello. –
Come un frullatore al massimo della potenza a cui viene di colpo staccata la presa, Altair si spense.
Il fuoco che lo aveva acceso e la rivalsa che gli aveva quasi oscurato il pensiero collassarono su loro stessi e svanirono, nient’altro che vapore disperso nell’aria. La bocca gli rimase semi aperta, ora priva dell’intenzione di mordere. Gli balenarono in testa diversi pensieri, fra i quali scoprire che Malik aveva un fratello, per esempio; il suo sguardo mutò del tutto, mise a cuccia l’istinto territoriale e cominciò invece ad esplorare ogni centimetro del viso del ragazzo. Se faceva attenzione, qualcosa di simile c’era rispetto a Malik, ma non al punto da essere così evidente: i lineamenti del ragazzo erano più morbidi, meno maturi di quelli di Malik, i capelli mossi e quasi riccioluti, poi, non avvicinavano minimamente le due apparenze. Per non parlare degli occhi: quelli di Malik erano neri come il carbone, di quelli in cui non riesci neanche a distinguere la pupilla dall’iride, un mare nero in cui affogare; il fratello, all’opposto, li aveva chiari, a prima vista di un grigio celestino.
– Bene. –
Rispose Altair superando Kadar, dandosi dell’idiota per aver aggiunto un nuovo carico sulla bilancia che pesava le sue figure di merda della giornata. Detto col suo classico tono scuro e sussurrato, quel bene suonava allo stesso modo di una minaccia, come se a livello inconscio stesse ancora difendendo il suo bottino. Mentre si immaginava di bastonarsi sui coglioni, ammise di essere stato decisamente goffo nel gestire tutta la cosa, e se ne vergognò. Raramente gli capitavano scivoloni simili. Lo scombussolamento della giornata doveva avergli giocato un brutto scherzo, era evidente.
Altair filò via dietro al banco, poi spalancò l’anta della cucina dentro cui riversò un sospiro. Venne investito dal calore e dagli odori, mentre gli apparve subito Malik, poggiato con la zona lombare alla sporgenza del ripiano centrale: il viso rivolto all’enorme forno al cui interno stava cuocendo qualcosa, probabilmente uno sformato. Braccia incrociate ad altezza vita e muscoli tesi al punto da scorgere qualche venatura lungo i bicipiti. Malik si voltò verso Altair, la cui visione inaspettata lo fece irrigidire come cera sotto l’acqua. Altair fece un paio di passi all’interno e poi si arrestò, afflosciando le spalle come un ciuffo d’erba. Per un istante gli balenò in testa l’idea di riprendere il discorso che aveva iniziato quella mattina. Sarebbe stato così inaspettato per Malik che forse avrebbe avuto più possibilità di farsi ascoltare. Ma l’istinto gli suggerì che non fosse quella la mossa giusta, e frenò gli istinti richiamandosi al dovere.
– C’è tuo fratello di là. –
Malik corrugò la fronte con sorpresa, convinto di aver sentito male.
– Che? –
Domandò Malik sporgendosi; e non perché ricercasse la vicinanza, ma perché Altair era sempre solito parlare con un filo di voce, appena sufficiente a suggerire l’impressione che avesse parlato. Altair si infilò più aria nei polmoni e ripeté.
– Kadar. –
Altair pronunciò il nome con incertezza, sperando di non ricordare male e aver detto una cazzata.
– È di là. –
Aggiunse, indicando con un cenno del capo la porta. Compiuto il suo dovere, Altair approfittò del tempo di reazione di Malik per fissare più a lungo che poté il suo viso dai tratti d’oltreoceano, il pizzetto curato e perfetto, le labbra disegnate col pennello: era bello davvero, c’era poco da fare. Malik diede un’occhiata al forno e abbassò di qualche grado la temperatura. Dalle sue labbra non uscì risposta, ma non era certo una novità. Malik lasciò la cucina, seguito da un silenzioso Altair.
– Ehi! –
Fece Kadar dalla sala, alzando la mano. Altair se ne restò dietro al bancone a sistemare le portate, anche se di tanto in tanto gli veniva l’istinto di buttare un occhio verso i due, incuriosito all’idea di come fosse Malik nell’inaspettata veste di fratello. Kadar assestò un pugno chiuso sul pettorale del maggiore, neanche avesse quindici anni. Malik lo guardò paziente e sollevò un angolo della bocca verso l’alto, ma senza ancora essersi liberato della sorpresa di vederlo lì.
– Che ci fai qui? –
Domandò Malik, anteponendo tutte le peggiori possibilità. Non era normale che Kadar venisse a trovarlo al locale senza una ragione. La cosa gli puzzava. Il più giovane sospirò scoraggiato, e rispose con ironia sospetta.
– Adesso non posso nemmeno passare a trovarti? –
Kadar cominciò a dondolare sul posto, con un ciuffo di capelli che gli infastidiva la fronte. Malik non rispose, o meglio lo fece imbastendo sul volto la più diffidente delle espressioni. Non c’era modo che potesse fregarlo, e lo sapeva pure Kadar il quale, difatti, si arrese subito perché a mentire non era mai stato bravo.
– Okay. –
Kadar si mise a giocare con la bretella dello zaino che aveva in spalla.
– Ho una cosa per te. –
A quel punto Malik affilò i sensi, prese Kadar per un gomito e lo portò all’angolo della sala per tenersi lontano dai clienti. Si lanciò un’occhiata alle spalle per controllare i dintorni: Altair stava servendo un cliente al banco, mentre Shaun si era sistemato in cassa. Malik odiava sentirsi osservato, e non sopportava curiosi e ficcanaso.
– È da parte di Holly. –
Kadar fece attenzione al tono, ma questo non impedì agli occhi di Malik di vibrare. Kadar infilò una mano all’interno dello zaino e ne tirò fuori una busta da lettera chiusa, ma non sigillata. Kadar stese il braccio e cercò di apparire convincente. Malik guardò prima la busta, poi Kadar, fissandolo come se gli stesse offrendo un volantino all’uscita della metro. Non era sicuro di voler accettare.
– Andiamo. –
Fece Kadar con un cenno della testa.
– È importante, Malik. Rimandare non servirà. –
Dopo la sentenza sibillina, Kadar mutò espressione assumendo tutta l’aria di chi ne ha vissute di cotte e di crude nelle relazioni, il che rese la scena un po’ ironica, se non ridicola.
– Ti ha detto cos’è? –
Domandò Malik più infastidito che incuriosito.
– Io l’ho già letta. –
Disse Kadar, cristallino come delle pudenda scoperte. Malik aprì la bocca sconvolto, e rischiò di lasciarsi uscire un’imprecazione che avrebbe sentito anche Lucy dall’ufficio.
– Cos-?! –
Malik era riuscito a ingoiare la bestemmia, ma aveva fallito nel controllare il tono della voce. Perciò si morse la lingua e, sentendosi colto in fallo, si voltò verso la sala per controllare che non avesse disturbato nessuno, colleghi o clienti che fossero. Rassicurato ma non placato, sbuffò come un grizzly nella neve e cercò di percorrere la via della pazienza.
– L’hai letta? –
Malik ripeté l’affermazione di Kadar in forma di domanda, ancora non credendo a ciò che aveva sentito. E in tutto quel teatrino, Kadar era ancora immobile col braccio teso e la busta a mezz’aria.
– Certo, l’ha consegnata a me. –
Fece Kadar con la certezza di chi pronuncia un assioma di geometria.
– Penso che fosse personale. Sei davvero uno stronzo. –
Malik gli strappò dalle dita la carta e sventrò la busta come una iena farebbe con una carcassa. Il pensiero di quell’ingerenza gli si infilò sotto le unghie. Eppure il fratello sapeva quanto una cosa del genere potesse farlo incazzare.
– Non ti offendere. Voglio solo sapere quello che ti succede. –
Si giustificò Kadar usando l’arma della premura, del tutto inefficace su Malik.
– Sta’ zitto. –
Rispose il cuoco caustico, senza neanche alzare gli occhi. All’interno della busta vide un foglio, riempito per circa metà con inchiostro nero. Poi notò un altro spessore dietro al foglio piegato, e fece per andare a vedere di cosa si trattasse, ma la sensazione di avere ancora due occhi addosso lo arrestò. Sollevò il viso e rimproverò Kadar con lo sguardo: era incredibile come persistesse a non mostrare la minima discrezione.
– Sul serio? –
Fece Malik, ruvido come carta da parati sul culo. Kadar si destò dal sonno dell’ingenuità – o della malizia – e sollevò entrambe le mani cominciando a indietreggiare.
– Giusto, scusa. –
Disse Kadar sorridendo, mentre Malik aveva già richiuso la lettera, infastidito; non aveva intenzione di occuparsene in quel luogo e in quel momento.
– Finisco il turno fra mezz’ora. –
Disse il cuoco, già dando le spalle a Kadar.
– Sta’ buono qui e aspettami. Mangiati qualcosa. –
Concluse Malik con un gesto della mano che indicava i tavoli della sala, e un più generico sparisci. Poi scivolò dietro al bancone per tornare in cucina. Stringeva quel pezzo di carta con terrore, ansia e curiosità. Non voleva farsi illusioni, ma non voleva nemmeno sottovalutare la cosa. Quello che c’era scritto poteva essere la svolta oppure l’ennesima mazzata sui coglioni. Distratto com’era dai suoi conflitti interiori, Malik se la filò così velocemente nel suo regno di odori, caldo e solitario, che nemmeno si accorse dello sguardo di Altair che lo seguì per tutto il percorso. Di norma, Altair era uno che non si impicciava degli affari altrui, ma ammetteva che quando si trattava di Malik il suo bilanciere interno faceva un po’ le bizze, spingendolo ad insistere dove in altre situazioni avrebbe indietreggiato, a cercare di capire lì dove avrebbe trovato di meglio da fare, a voler sapere cosa l’altro provava e come si sentiva quando al resto del mondo riservava nient’altro che sbadigli.
Finalmente solo, Malik poggiò la lettera sul ripiano centrale e per alcuni minuti si occupò delle cotture lasciate in sospeso: aggiustò la temperatura di uno dei forni, chiuse il couscous a cuocere nella vaporiera e diede una girata alle verdure. Si fermò a guardare il soffitto e a respirare aria calda. Era calmo; era presente; era solo. Poteva affrontare la prova. Afferrò la busta che era già riuscita a macchiarsi di unto e la aprì di nuovo, selvaggio. I suoi occhi si incollarono sull’inchiostro nero del foglio e cominciarono a scorrere in un’apnea visiva che non lasciò spazio per nient’altro attorno. Malik, non pensare che io sia una vigliacca a scrivere bla bla bla …è chiaro che entrambi abbiamo commesso degli errori, però bla bla bla …per me, è sicuramente la decisione migliore bla bla bla. Allo sfrigolio degli oli che friggevano e alle bolle d’acqua calda che scoppiavano nelle pentole, si unì, timido come un pettirosso, il rumore delle gocce di pioggia che terminavano la loro caduta sul vetro delle finestre. Stava ricominciando a piovere. Il clima di fine ottobre era ostile, con tutta la sua umidità e la puzza di bagnato, i venti gelidi e il cielo che sembra sempre una lastra di cemento; ma a Malik non poteva interessare di meno, perché in quel momento stava vivendo una risurrezione. Si strinse fra le labbra il foglio di carta che aveva finito di leggere, e tornò sulla busta. Vide all’interno il resto della felicità di quella giornata: un discreto malloppo di banconote. Malik infilò il dito e col pollice strusciò il bordo della carta verde, godendo di quel tatto: allora il concetto di giustizia esisteva ancora nel mondo.
Erano i suoi soldi, quelli che gli spettavano; e non poteva crederci.
Aveva perso così tanto le speranze in Holly che l’unica cosa che gli interessava era scaricarla, poco male se alla fine quella somma non ce l’avrebbe ripresa. In confronto alla serenità, i soldi non valgono poi così tanto. Quindi doppia sorpresa per lui, a conferma che anche dalla merda può venire fuori un fiore, se impari ad usarla come fertilizzante. Malik non si lasciò comunque andare ai festeggiamenti, richiuse la busta con dentro solo i soldi e la ripose sul piano. Si strappò dalle labbra la lettera di Holly e andò verso il forno a legna, cavo e rovente, con all’interno alcune delle pizze che avrebbe tirato fuori a breve. Si piegò e gettò la carta in mezzo alle braci sottostanti, godendosi lo spettacolo della carta che si arricciava e delle parole che diventavano cenere. Malik lanciò quel pezzo di carta come se fosse un intermezzo di cui disfarsi. Tante volte aveva detto addio ad una relazione, e non c’era stata volta in cui se ne fosse pentito. Holly non faceva eccezione: alla fine era riuscita a tirare fuori il carattere che le mancava, che le era sempre mancato, ma nulla di più. Alla fine, come tutte le altre, era solo un bel faccino a cui associare un numero: la somma di alcuni mesi trascorsi insieme fra il sesso e i vaffanculo. Holly rimaneva lontana anni luce da Malik, dal tipo di persona in grado di soddisfarlo per un periodo più lungo di due sole stagioni.
Anche se, quale fosse quel tipo non lo sapeva bene neanche Malik. Come sempre accade con gli esseri umani, nessuno sa mai bene cosa vuole nella vita; l’unica cosa di cui si è certi, è ciò che invece non si vuole. Poco importava, comunque, perché adesso Malik aveva la certezza che quella giornata iniziata male, e continuata anche peggio, almeno sarebbe finita con un botto.

 

Malik era seduto sulla panca dello spogliatoio a sistemarsi la manica della giacca. Era pronto. Nonostante fossero le 18.45, gli sembrava di avere ancora tutta una giornata davanti: la notizia di Holly lo aveva rinvigorito. Realizzò che era davvero parecchio che non si sentiva così disteso e sereno, la mente sgombra dalle ombre che allontanano la quiete e ritardano il sonno la notte. Malik mise lo zaino in spalla e uscì dallo spogliatoio, con in mano la sciarpa che avrebbe arrotolato intorno al collo una volta all’aria aperta. Rebecca lo aveva sostituito in cucina dopo aver lavorato nel pomeriggio in amministrazione, aiutando Lucy e coprendo la parte di Michael. Shaun e Altair sarebbero rimasti fino alla chiusura, alternandosi fra banco e cassa. Desmond aveva preso i suoi giorni di ferie e non sarebbe tornato prima di una settimana. Le rotazioni erano lunghe e a volte estenuanti, di quelle che lasciano poco spazio al resto della vita, ma anche la paga era stata compensata di conseguenza. Malik attraversò il corridoio che lo separava dalla sala, già avvertendo il chiacchiericcio della clientela destinata a crescere, visto che ormai si avvicinava l’orario di maggiore afflusso. Malik cominciò a cercare con gli occhi Kadar e non faticò ad individuarlo. Ma quello che vide gli fece stringere la sciarpa nella mano, come in un piccolo spasmo: Kadar era seduto al tavolo più vicino alla cassa, mangiando l’ultimo terzo di ciò che sembrava un kebab medio; e con lui, seduto di fronte, c’era Altair.
Il collega teneva il mento poggiato su una mano e sembrava concentrato nell’ascolto, nonostante l’espressione incerata e anempatica. Malik camminò verso il tavolo irrigidendosi nel ricordare che, proprio quella mattina, Altair gli aveva praticamente confessato che andava a letto con altri uomini. Malik scacciò via quel pensiero dalla testa, cercando di non farlo incrociare con l’immagine di Kadar. L’ipotesi che Altair potesse entrare in confidenza col fratello più piccolo accendeva in Malik la fiamma dell’iperprotettività. Non gli piaceva affatto quel loro incontro e la facilità con cui sembrava procedere; Kadar era uno che faceva amicizia in fretta, a volte anche troppo in fretta, e aveva un debole per gli uomini più grandi e circondati da un alone di mistero.
E questo perché Kadar era vergognosamente gay.
– Ehi. –
Fece Malik piantandosi di fronte al loro tavolo come un poliziotto in borghese che sorprende due spacciatori. Kadar guardò Malik con la bocca ancora piena, mentre Altair rimase immobile come una statua, muovendo solo gli occhi nella direzione del cuoco.
– Ho conosciuto Altair. –
Disse Kadar che dava tutta l’impressione di masticare, insieme al condimento del kebab, anche una sorta di fermento adolescenziale. Malik fece un sorriso tiratissimo, di quelli che disegnano in faccia un bel e chi se ne fotte. Kadar smise di sorridere, si fece serio e ingoiò il boccone:
– Quindi hai…letto? –
L’indecisione con cui Kadar lo domandò fece a Malik quasi tenerezza: che cucciolo stupido a pensare che la notizia di essere stato (finalmente) scaricato lo potesse turbare. Gli occhi di Malik si spostarono su Altair, e lo penetrarono come un chiodo: gli stava dando l’ordine muto di levarsi dai piedi. Altair fu bravo nel cogliere al volo il messaggio, e se ne andò cercando di fare il minimo rumore. Compiaciuto dell’effetto che era riuscito ad ottenere, Malik tornò su Kadar e con una scrollata di spalle e un cenno del capo si preparò a dire addio al locale fino alla mattina seguente.
– Andiamo, forza. –
L’imperativo di Malik spinse Kadar ad alzarsi subito, quasi di fretta, e a rincorrere il fratello che già stava per attraversare la porta d’uscita. Kadar si ficcò tutto l’ultimo pezzo di kebab in bocca e si voltò impacciato, raggiunse Altair che puliva per terra poco distante e stese la mano verso di lui, per salutarlo.
– Ci vediamo presto eh. –
Kadar parlò mentre masticava e ingoiava insieme, rischiando il soffocamento. Altair non fece tardare la risposta e afferrò saldamente la mano del ragazzo; i loro busti si scontrarono in un saluto veloce e mascolino. Altair tentò un sorriso.
– Certo. –
Kadar si voltò e vide Malik, fermo all’uscita sulla porta aperta: stava osservando la scena con interesse scientifico. Kadar prese lo zaino per una bretella e se la filò. Malik lo fece passare per primo, poi lasciò andare la porta alle sue spalle senza voltarsi. Altair, al contrario, si dilungò con lo sguardo su di loro mentre sparivano sul marciapiede, e pensò che l’unico da cui avrebbe gradito un po’ d’attenzione era anche quello da cui invece riceveva solo impliciti rifiuti ed espliciti rimproveri. Quel giorno le cose non erano andate come aveva programmato: era rimasto deluso, e negarlo equivaleva a raccontarsi una favola. Nondimeno, Altair non era pentito di nulla: meglio una delusione che un rimpianto. Se Malik preferiva andare sul sottile e giocare al non detto, allora Altair si sarebbe mosso su quel piano; non era certo il suo preferito, ma comunque Malik valeva lo sforzo. E se non altro in quella giornata, nonostante l’involontaria ostruzione da parte di Shaun che aveva decretato una battuta d’arresto, Altair era piuttosto certo di aver sotterrato un piccolo seme nella mente di Malik. Con un po’ di fortuna e molta pazienza, quel seme sarebbe stato nutrito dal terreno umido della curiosità e del sospetto, così che la presenza di Altair sarebbe germogliata fra i pensieri del cuoco. Almeno, questo era il piano; e quel giorno si era aggiunta una nuova potenziale risorsa. Forse un aiuto. Il fratello di Malik, Kadar, sembrava un bravo ragazzo: molto alla mano, simpatico, e dall’aria sveglia. Chissà se avrebbe potuto fargli da trampolino di lancio per avvicinarsi al suo vero obiettivo…

 

– Come ti senti? –
Domandò Kadar pronto a consolare qualunque (improbabile) crisi emotiva del fratello. Malik lo guardò con ironica sufficienza, non sapendo se facesse sul serio o scherzasse, ma in entrambi i casi la cosa gli risultava irritante.
– Sto bene. –
Gli rispose Malik col tono più spensierato della Terra. Una cameriera del locale passò a fianco del loro tavolo, e il più giovane la bloccò con un cenno.
– Scusi, può portarci… –
Kadar diede un’occhiata veloce a Malik.
– …due tè? –
Aggiunse, col tono di uno che ha scelto completamente a caso. Malik lo guardò prima sorpreso, poi storto. La cameriera annuì meccanica e se ne andò con un sorriso stanco. Kadar piegò le labbra verso l’alto con aria soddisfatta, forte delle sue buone intenzioni, ma meno forte nell’interpretare i desideri di Malik.
– Un tè? –
Ripeté incredulo Malik, che in quel momento si sarebbe scolato volentieri una decina di Negroni. Kadar fece spallucce, con in volto la limpidezza di un’innocenza artificiale, ma ben costruita.
– Pensavo volessi rilassarti, parlare un po’, stare tranquillo. –
Kadar pronunciava quelle parole come se qualcuno gliele stesse suggerendo. Non era affatto sincero. Malik sospirò, stanco di quel teatrino fatto di pantomime.
– Ti riferisci seriamente alla lettera di Holly? –
Kadar rispose intoppandosi con un paio di balbettii.
– Be’, sì, certo…ma l’hai letta? –
Chiese Kadar sporgendosi verso di lui come una spia che rivela la propria missione segreta.
– Sì che l’ho letta. –
Disse Malik, formale come un becchino.
– Poi l’ho bruciata. –
Aggiunse, inarcando un sopracciglio e facendo un sorriso sghembo.
– È stata una liberazione, non vedevo l’ora. –
Fece Malik senza addolcire una pillola che lui considerava già miele colato.
– Stavo solo aspettando fosse lei a scaricarmi. –
Concluse Malik con una nota compiaciuta nel tono, assaporando nelle sue stesse parole il gusto di sentirsi nuovamente leggero come vento di aprile sulla faccia.
– Quindi…mi stai dicendo che sei felice? –
Kadar esitò, come se avesse paura di sbagliare nella considerazione. Malik sorrise, usando una mano per sfilarsi la sciarpa che aveva ancora intorno al collo. Il calore del locale aveva ormai cominciato ad entrargli sotto i vestiti.
– Mai stato meglio. –
Confermò Malik, fiero. A Kadar si aprì un mondo: poggiò la schiena sulla finta pelle del divanetto e rise, probabilmente di se stesso. Rimase in quel disteso imbarazzo per qualche istante, mordendosi l’angolo di un pollice mentre continuava a fissare Malik, adesso con occhi diversi.
– Ma allora dovremmo festeggiare. No? –
Propose Kadar sull’asta del rischio, ma fiducioso. Malik si rincuorò: alla fine aveva capito.
– Sei tu che hai chiesto il tè, scemo. –
Dopo quella considerazione di Malik che sembrava un rimprovero, Kadar scattò nella modalità di recupero e cominciò a cercare con lo sguardo una delle ragazze che camminavano avanti e indietro per la sala. Spiegò che voleva sostituire il suo ordine e, quando gli venne richiesto di pronunciarsi sulla nuova ordinazione, lanciò un’occhiata a Malik e con un sorriso a trentadue denti ristabilì gli equilibri per l’esordio di quella serata:
– Birra? –

 

La differenza che serpeggiava tra i due fratelli era visibile non solo nell’aspetto, ma anche nei gusti. Di fronte a loro, trascorsa poco più di un’ora dal momento in cui avevano preso posto, giacevano i due boccali ormai vuoti, o quasi: una bionda tedesca, dolce e dorata, per Kadar, e una scura amara, belga e speziata, per Malik.
– Comunque beato te. –
Fece Kadar giocando col bordo del vetro, con in faccia il sorriso tipico del fine-prima-pinta.
– Perché? Anche tu sei single. –
Domandò Malik sperando di non ricevere un improvviso ed eclatante aggiornamento.
– Sì, però sai… –
Kadar scosse la testa per riformulare il pensiero. Malik sorrise, senza dargliene il tempo.
– E poi hai un sacco di amici. –
Aggiunse Malik facendo di quell’ultima parola un soffritto di provocazione e doppio senso.
– A-ha. –
Kadar fece la smorfia di chi non vuole stare al gioco.
– Guarda che lo so che intendevi scopamici. –
Il più giovane gli fece il verso regredendo ancora di più, all’età di circa otto anni, concludendo:
– Sei solo invidioso. –
Il locale era più affollato di prima, la gente entrava ed usciva come polvere durante le pulizie primaverili; le luci erano basse, opache, e l’odore di formaggio fuso delle jacket potatoes si mischiava con quello delle fragranze dolciastre provenienti dai diffusori a muro.
In effetti la combinazione era piuttosto disgustosa.
– Mh, può darsi. –
Disse Malik con un sospiro, poggiando il mento sul palmo; troppo pigro per reagire.
– E a proposito… –
Kadar si sporse con la schiena in avanti, come faceva sempre quando stava per dire qualcosa o di molto stupido o di molto… no, solo stupido.
– …carino quell’Altair. –
Per l’appunto.
Kadar pronunciò quel commento con una spontaneità vestita di bianco, ma gli occhi di Malik si tinsero invece di rosso e passò repentino dalla difesa all’attacco.
– Ma ti prego… –
Malik si giocò per prima la carta della sufficienza, giusto per lo scrupolo di non stroncare subito con la ferocia i colpi di fulmine del fratello, che in una settimana si contavano a fatica sulle dita di una mano sola. Un ragazzo decisamente troppo impressionabile, che come da copione aveva una rubrica lunga quanto un rotolo maxi di carta igienica, e a cui piacevano un sacco di tipi differenti: dai bellocci da copertina agli ombrosi tatuati, dai palestrati con sorriso smagliante agli sfigati con occhiali e scoliosi, dagli intellettuali taciturni a quelli che sbagliano il pronome relativo, dai rozzi che misurano l’autostima in base all’ampiezza di un rutto fino a quelli con occhi da cerbiatto e ciglia brillanti che usano lo Chanel come deodorante. Un’impressionante immunità a razzismo, discriminazione, pregiudizio, bullismo; o semplicemente, il più banale riconoscimento che finché un cazzo era coinvolto, si poteva fare.
– Be’? Ma l’hai visto? –
Kadar fu più incisivo nel tono: voleva difendere il proprio giudizio.
– Non puoi certo dire che sia brutto. –
Aggiunse il più giovane, piccato, perché non era normale che agli occhi di Malik un soggetto del genere passasse inosservato. Certo, Malik non era come Kadar (vero), ma era anche un maestro nel fingere disinteresse (verissimo). Il cuoco era più selettivo, a volte anche esigente; che fosse per una sola notte o per il lungo termine, cambiava poco. Anche se questo dipendeva pure da quanto fosse affamato.
– Non ho detto che sia brutto. –
Malik arginò le antipatie personali; non voleva diventare quel tipo di persona che permette all’obiettività di giudizio di offuscarsi dietro ad un capriccio. Altair era un bel ragazzo e, a quanto aveva visto quella mattina, possedeva anche un fisico niente male. Non l’avrebbe negato.
Il problema di Altair era tutto il resto.
– Perché non me l’hai mai presentato? Mica c’era all’inaugurazione. –
Disse Kadar risentito. Malik sbuffò, stufo degli infantilismi.
– Sono solo tre mesi che lavora da noi. Se avessi l’abitudine di passare più spesso, lo sapresti. –
Malik buttò lì la frecciata come mondezza fuori dalla porta, aspettando che fosse Kadar a raccoglierla. Gli angoli della bocca del più giovane crollarono verso il basso.
– E dai…lo sai che non è di mano per me. –
Kadar tentò l’espressione da cucciolo di pastore tedesco che l’ha appena fatta sul tappeto del salone. Ma Malik non era un amante dei cani, men che meno dei millantatori: il suo sguardo rimase inflessibile, a conferma di un giudizio negativo.
– E poi ho avuto da fare… –
Aggiunse Kadar per giustificarsi.
– Col lavoro? –
Chiese Malik, mascherando il sarcasmo con una curiosità di facciata.
– Tipo… –
Kadar incespicò, non sapendo che altro aggiungere. Non era in grado, al contrario di Malik, di mettere in piedi una scusa solida e convincente nel giro di pochi istanti. Troppo onesto, avrebbe detto un cuore tenero; troppo sciocco, avrebbe detto un crudo realista.
– Mh. –
Fece Malik per niente convinto, incrociando le braccia al petto.
– Quindi immagino che questo mese tu non abbia avuto bisogno di chiedere soldi a mamma. – Malik incalzò, sapendo bene dove e come colpire.
– Okay, non è che ho lavorato così tanto… –
Kadar continuava a sbrodolarsi addosso scuse e contraddizioni, rendendo lo spettacolo solo più mortificante. Malik continuava a guardarlo impietoso, e Kadar arretrò con la schiena, come un bambino che sa di averla fatta grossa messo di fronte al padre. Era pronto a firmare la resa.
– Va bene, va bene. Scusa. Devo farmi vivo più spesso, hai ragione. –
Il tono era forzato, ma l’intenzione onesta. Kadar sapeva quando era il caso di gettare la spugna e ammettere le proprie colpe, soprattutto se la loro causa risiedeva in una congenita e incurabile pigrizia. Malik ammorbidì lo sguardo non appena sentì Kadar piegarsi. Ciò che chiedeva era solo un po’ di riconoscimento e attenzione, cose che Kadar, nella sua perenne distrazione e indolenza, spesso mancava come un bersaglio per lui troppo lontano. Calò un silenzio denso, che avvolse i due fratelli isolandoli in una bolla di riservatezza, pur immersi nel caos di un buon pub nell’ora del tardo aperitivo. Malik oscillava fra il voler restare sulle sue e il rilascio totale dello stress attraverso un canale di sfogo che non coinvolgesse soltanto l’alcol.
– Mi sei mancato. –
Quelle tre parole colpirono Malik dritto in pancia, superando la barriera di ossa e muscoli, e andando a placare le acque agitate dei rancori. Kadar gli sorrideva con la stessa trasparenza dell’aria, con un paio di ciuffi ricciuti che gli corniciavano il viso rendendolo più giovane di quanto già non fosse. Qualunque rimprovero Malik gli avesse rivolto meno di trenta secondi prima, apparteneva già al passato.
– Anche tu. –
Malik ci mise un po’ a rispondere; non era così veloce quando voleva essere sincero. Kadar aprì le labbra mostrando i denti, in un ghignetto soddisfatto. Erano pari.
– Ehi, me lo passi il suo numero? –
Kadar domandò strizzando un occhio, ma Malik non riuscì a seguirlo.
– Di chi? –
Chiese Malik confuso.
– Di Altair! –
Esclamò Kadar come se stesse spiegando come far uscire l’acqua calda dal rubinetto. Malik ruotò gli occhi all’indietro sbuffando l’anima: non poteva credere che Kadar ci stesse ancora pensando. La cosa cominciava a preoccuparlo, soprattutto (ri)considerando la fresca informazione che quella mattina aveva ricevuto dallo stesso Altair. Se il collega era davvero interessato agli uomini, e Kadar aveva davvero intenzione di farsi avanti con Altair, non osava immaginare come la cosa sarebbe finita. Cacciò via quelle proiezioni mentali che rischiavano di fargli venire gli incubi, e rispose quanto più possibile conciso.
– Ancora? Se proprio ti interessa chiediglielo tu. –
Fece Malik, non avendo intenzione di essere coinvolto nella cosa.
– Io comunque non te lo consiglio. –
Aggiunse, col tono di un giudice che pronuncia la sentenza.
– E perché? Che ha che non va? –
Kadar era già pronto a difendere un ragazzo che neanche conosceva: il fatto che avesse braccia allenate, addominali scolpiti, viso interessante e quel mix fascinoso di scontrosità e garbo era più che sufficiente per ignorare il resto. Malik allontanò il vetro della pinta ora vuota, cercando di apparire imparziale. In realtà, percepito il pericolo che emanavano le fantasie di Kadar, voleva assicurarsi che quell’odore di dai ci provo ho un buon presentimento non si trasformasse in una puzza di Cristo, che stronzata che ho fatto. Malik era certo che Altair non fosse una persona valida da frequentare. In base a cosa ne fosse poi certo, non era argomento di quella conversazione.
– È presuntuoso. –
Malik cominciò, ingranando senza fretta e spostando lo sguardo altrove per camuffare l’impazienza di voler elencare tutta la lista dei peggiori aggettivi che teneva in serbo per Altair.
– Crede di avere sempre ragione e non ascolta i consigli. –
Aggiunse Malik dopo una pausa. Meglio far credere che avesse elaborato approfonditamente quelle considerazioni, prima di scagliarle come pietre sulla reputazione di un collega di lavoro. Tuttavia, quando i suoi occhi tornarono su Kadar, il più giovane apparve poco impressionato.
– Wow Malik, sembra te. –
Rispose Kadar con un ghignetto saccente e l’evidente sforzo di trattenere una risata fragorosa, di quelle che generano spasmi e sputi convulsi. L’insulto scemo ma del tutto inaspettato fece calare la serietà di Malik, costringendolo a lasciare la presa per un secondo (e mezzo), ma rimanendo comunque fedele allo sforzo di non farsi beccare a sorridere troppo per la battuta.
– Fanculo. –
Disse Malik con un gesto della mano che voleva scacciare Kadar come si fa con un bambino di tre anni. Kadar sorrise mostrando orgoglio per aver colpito quel muso duro e sempre troppo cupo.
– Che altro? –
Chiese Kadar ancora ironico, ma giostrandosela sul filo dell’equilibrio: poteva permettersi di pungere Malik, ma senza causare un’irritazione estesa. Malik guardava in basso, rallentato ma non frenato nell’obiettivo; gli fu facile riprendere da dove era stato interrotto.
– È estremamente noioso. –
Continuò Malik schiarendosi la voce, di nuovo in campo.
– Non parla mai e quando lo fa sembra farti un favore. –
Malik provò a chiedersi se anche quella caratteristica di Altair potesse essere sovrapponibile alla propria personalità. Ma il tempo stringeva, e lui preferì non darsi una risposta.
– E poi sembra una persona molto superficiale. –
Malik concluse così, pensando potesse bastare. Non gli importava se la metà di quello che aveva detto potesse essere frutto di una conoscenza superficiale di Altair. Era forte delle sue impressioni, e la storia gli aveva insegnato che quando metteva insieme intuito e viscere, raramente sbagliava. Kadar fissò Malik con un sorriso incantato, che non aveva alcuna ragione di essere viste le considerazioni su Altair che Malik aveva appena sfoggiato.
– Fico. Mi piace. –
Niente. Malik non era riuscito nemmeno a scalfire la statua dorata di Altair che Kadar si era già costruito nella testa. Malik avrebbe accettato più volentieri che Kadar lo facesse solo per ripicca infantile, secondo quell’antico meccanismo etologico per cui tra fratelli è vietato ammettere che l’altro ha ragione. Malik sospirò, conscio di non avere altre carte da giocare, ma trovando consolazione nell’idea che, in tutta probabilità, Kadar dovesse solo sbollire l’entusiasmo per quel paio di bei muscoli che in Altair aveva scorto.
Questione di pochi giorni, insomma. Anche ore, se la fortuna lo assisteva.
– Ma è etero? –
Chiese Kadar a ciel sereno, contraendo lo sguardo neanche fosse un detective che cerca prove sulla scena del crimine. La memoria di Malik venne calciata indietro a quella mattina, quando Altair gli aveva candidamente confessato che era solito concedersi focose serate fatte di alcol e sesso gay.
– Lascia stare. –
Malik se la cavò così, con quel commento che non dava una risposta ma al tempo stesso non invogliava nemmeno a tentare un approccio. Ma Kadar non si accontentò, prevedibile come pioggia sul bagnato.
– Ho capito, glielo chiederò io. –
Gli occhi determinati di Kadar turbarono Malik.
– Pensavo fossi venuto per me. –
Disse Malik in un lamento sincero. Era stufo di dover sopportare l’inserimento di Altair nella loro serata. Kadar lesse il segnale, e capì che doveva mettere in pausa gli ormoni.
– Ma certo! –
Disse Kadar a un passo dall’urlare, come se il tono alto lo rendesse più convincente.
– Sono tutto tuo stasera, che tu voglia piangere allo sfinimento o festeggiare come non ci fosse un domani. –
Kadar rise senza prendersi sul serio, perché ormai sapeva come funzionavano le storie di Malik, quando riusciva ad averne una: non raggiungeva mai un attaccamento tale da dispiacersi. Un po’ lo invidiava e un po’ lo compativa. Ma queste erano considerazioni che sarebbe stato in grado di esprimere solo ad una terza birra iniziata. Malik sorrise, pensando a tutti i modi in cui avrebbero potuto godere insieme di quella serata dopo tanto tempo di assenza reciproca. Una delle ragazze passò e portò via i loro boccali, chiese qualcosa sorridendo e poi se ne andò. Malik restò immerso nella camera dei suoi pensieri; la musica dalle casse continuava con una playlist pop-rock degli anni ’70 e, senza che capisse come, la sua mente tornò ad Altair.
La sua dichiarazione di quella mattina gli aveva ricordato un vizio da cui si asteneva da parecchio tempo – a rigore, da quando si era impegnato con Holly. Gli tornò alla memoria prima come un profumo, poi come un capriccio a cui è impossibile resistere. Un solletico che si espandeva dagli arti fino all’interno, giungendo nelle zone basse, quelle del triangolo chiuso fra le gambe.
– Stavo pensando… –
Malik iniziò con poco più di un bisbiglio, come fanno i diavoli tentatori. Kadar si incuriosì, avvicinandosi col busto per non perdersi neanche una delle sue parole.
– Ricordi il Pink Unicorn?⁽¹⁾ –
Le labbra di Malik sorridevano astute, mentre il solo pronunciare quel nome gli rievocò scene di corpi umidi illuminati, vodka versata sulla pelle e luci rosse che nascondevano mani desiderose, pronte a poggiarsi sul retro dei jeans di avventori particolarmente affascinanti.
– Cazzo, eccome! –
Kadar esclamò sgranando gli occhi. Malik l’aveva abbordato.
– Non vorrai mica…? –
Kadar non riuscì neanche a completare la domanda, colto dai tremori dell’adrenalina. Malik sorrise di nuovo, soddisfatto di quanto fosse stato facile, e già impaziente all’idea di farsi investire da una serata di eccessi, di quelle che fanno scordare perché si perda sempre tanto tempo a chiedere invece di prendere e basta.
– Sì. –
Disse Malik serrandosi poi le labbra, giusto il tempo per creare un po’ di suspense fra loro. L’impazienza di Kadar era adesso diventata la sua, e poteva governarla. Malik congiunse le mani sul tavolo, soffiando una risposta che si perse nell’aria, nella musica, nell’odore di malto. Sarebbe stata la loro serata e sarebbe durata anche tutta la notte, se avessero voluto. Potevano continuare a fare gli adulti il giorno dopo, e tutti gli altri a seguire, ma adesso era il momento di tornare indietro nel tempo, a quell’età in cui tutto è concesso e tutto si ottiene senza rendere nulla in cambio. Il sorriso di Malik brillava di ricordi accaldati e grandi aspettative, gli occhi erano assetati e lucidi, e si nutrivano dei tumulti di un desiderio fin troppo facile da intuire.
Nessuno avrebbe potuto fermarli; e nessuno avrebbe dovuto. Con un’ultima frase, Malik benedisse la serata consacrandola alla filosofia più antica dell’umanità: il chi se ne fotte.
– Andiamo a fare i cattivi ragazzi. –

 

⁽¹⁾ Gay bar di finzione di NYC.

Chapter Text

Ottobre, 2016.
New York City.

– Quando devi uscire? –
Domandò l’uomo dai baffi appena accennati, poggiato allo stipite della porta con un asciugamano legato intorno ai fianchi, i capelli umidi da cui pioveva qualche goccia d’acqua a bagnare il parquet, e un tazzone fumante di caffè in mano. Sembrava appena uscito da una rivista erotica, più che dalla doccia. Malik si stava infilando le scarpe sul bordo del letto, testa china e mentalmente concentrata sul percorso più breve che lo avrebbe portato a lavoro senza dover sprecare un biglietto della metro. Non era poi così distante.
Malik alzò lo sguardo giusto per cortesia, in un accenno distratto, ma comunque abbastanza per vedere che il belloccio dagli occhi verdigni e i capelli castani adesso indossava gli occhiali. La sera prima doveva aver portato lenti a contatto, concluse da sé. In ogni caso trovava che gli donassero: i due spessi rettangoli neri sul viso risultavano in perfetto contrasto col colore delle iridi chiare. Malik tornò giù con la testa, sentendo la pulce della fretta infilarglisi fra i capelli. Odiava fare tardi.
– Sto già uscendo. –
Malik finì con le scarpe e balzò in piedi, infilandosi in spalla lo zaino – più leggero del solito, visto che non era ripassato per casa quella notte. Si era vestito in fretta, e la cosa era abbastanza evidente: la maglia sotto aveva le maniche svoltate male, il maglioncino era stropicciato e i bordi della giacca indicavano che non era stata appesa di recente. Se non altro aveva fatto in tempo ad usare il bagno e darsi una sistemata al viso, che risentiva degli eccessi a cui si era abbandonato nelle ultime dodici ore. Per il resto, avrebbe dovuto tenersi l’odore del sesso addosso fino a sera: una doccia lo avrebbe trattenuto decisamente troppo, e i tempi erano già stretti.
– Non vuoi niente? –
Chiese l’uomo sulla porta, godendosi l’incedere affrettato dell’altro mentre mandava giù un po’ di caffè amaro. Malik, che ormai lo aveva raggiunto, bilanciò con espressione benevola gratitudine e disinteresse.
– No grazie. Devo andare. –
Malik fu per superarlo sul filo della porta, ma l’uomo in asciugamano lo bloccò stendendo il braccio fino all’altro stipite su cui poggiò la mano, bloccandogli il passo e costringendolo alla quiete. Il cuoco frenò bruscamente, seccato all’idea di essere messo in gabbia. Guardò l’uomo negli occhi con un’espressione che chiedeva cosa? L’altro però sorrideva, come se avesse previsto quell’effetto. Non aveva intenzione di trattenerlo, solo di salutarlo…meglio. Con tutto quello che si erano scambiati quella notte, un arrivederci era niente. Gli porse a un palmo dal viso la tazza calda e profumata, facendo salire a Malik l’odore della caffeina direttamente al cervello.
– Solo un sorso. –
Il tizio continuava a sorridere mentre la luce dalla finestra gli illuminava il torso liscio come dopo una seduta dall’estetista. La linea dell’asciugamano era pericolosamente bassa, e qualcosa nello sguardo suggeriva che fosse una scelta intenzionale. Malik sospirò, fissandolo come un adolescente a cui è stato ordinato di finire i broccoli nel piatto.
Non che non gli andasse il caffè; però…
L’uomo giocò la sua ultima carta e strizzò un occhio nella speranza di convincere Malik con un ammicco. Malik, già immaginando il sapore del caffè sulla lingua, decise di continuare con la filosofia della nottata appena trascorsa, il chi se ne fotte, e di trasformarla in un diurno carpe diem. Perciò, senza farla troppo lunga, afferrò la tazza; non risparmiò, tuttavia, un’occhiata storta al suo adescatore, colpevole di averlo convinto. Malik manteneva un’aria da animale selvatico, ma di quelli che se li lavori un po’ alla fine si avvicinano. Si attaccò al bordo della tazza e gustò il liquido amaro e allungato come piaceva a lui, tostato appena più del necessario.
– La fretta può uccidere. –
Fece l’uomo, che non si preoccupò di nascondere un certo godimento nel vedere che era riuscito a piegare Malik al suo capriccio. Il siriano fece spallucce, pensando anche un uomo che ha fretta, può uccidere. Ma alla fine il ragazzone era stato gentile con lui e quella notte aveva fatto tutto ciò che si aspettava e desiderava, nulla più nulla meno. Non l’avrebbe inserito nella lista nera degli insuccessi, ma nemmeno se lo sarebbe tenuto stretto. Come sempre, il trucco stava nell’equilibrio. Le labbra di Malik si staccarono dalla tazza e si schiarì la gola mentre sentiva il caffè scaldargli l’esofago, finendo dritto nel suo stomaco vuoto; proprio come i medici sconsigliano.
– Grazie dello spazzolino. –
Malik gli porse indietro la tazza. Adesso il bel castano doveva proprio levare quel braccio.
– Fra tutte le cose per cui ringraziarmi, scegli lo spazzolino? –
Il ragazzo rise, tenendo gli occhi stretti e gli angoli delle labbra incurvati verso l’alto, a intendere che si stava solo divertendo ad usare un po’ d’ironia. Ottimo, perché a Malik piacevano le persone in grado di ridere di se stesse prima che degli altri.
– Devo essere stato davvero mediocre allora. –
L’uomo rimase nell’attesa di essere smentito, e Malik accettò l’idea di fargli un complimento: mise su un sorriso furbetto e scosse la testa. Lo trovava simpatico.
– Al contrario. –
Disse Malik con tono asciutto, come un alunno che legge ad alta voce un paragrafo di storia.
– Ma l’igiene orale è più importante. –
Aggiunse Malik mantenendo l’aria scaltra di chi si diverte a camminare sul muretto scivoloso del doppio senso. L’altro apprezzò la smentita e annuì lentamente, ammorbidendo la tensione del braccio che ancora usava per ostruirgli il passaggio.
– Dammi il tuo numero e ti regalo lo spazzolino. –
Il tizio ribagnò le labbra nel caffè, masticando nella mente il ricordo di quando i loro corpi si erano trovati in orizzontale, verticale, diagonale. Rivedere Malik non gli sarebbe dispiaciuto.
– Grazie, ne ho già uno a casa. –
Fece Malik senza strappi alla regola. Poi il cuoco si avvicinò col busto al braccio, ancora senza toccarlo, ma facendo intendere che era ora di salutarsi e che da lui non avrebbe ottenuto altro. L’uomo coi capelli umidi fece una smorfia dispiaciuta e distese le vertebre della schiena, apparendo ancora più alto di quanto già non fosse. Sapeva interpretare le risposte, e sapeva quando l’insistenza esauriva la carica di seduzione e persuasione. Insomma, era un adulto.
– Peccato. –
Sospirò l’uomo, dando un’occhiata al fondo della tazza.
– Allora ti saluto? –
Aggiunse con l’ombra di un’aspettativa nel tono, dando l’idea di essere uno sempre pronto a farsi stupire. Purtroppo per lui, Malik non aveva alcuna scintilla da regalargli, nessun bis, nessun dulcis in fundo. Stabilito che la conversazione fosse conclusa, Malik si stava già tuffando a sfondamento su quel braccio teso che gli faceva da ostacolo, ma il suo movimento fu disturbato da quello ben più inaspettato dell’uomo che si sporse verso di lui, chinandosi col viso per poter raggiungere le sue labbra con l’intenzione di salutarlo con un bacio, evidentemente. O solo per ricordarsi che sapore avesse la sua bocca. Ma era difficile cogliere Malik impreparato con uno di quei trucchetti; non era tipo da farsi incantare con facili romanticismi o goffi tentativi di adescamento. Era possibile ottenere qualcosa da lui solo quando era disposto a concederla. Perciò il suo viso ruotò d’istinto da un lato, veloce ma morbido, evitando di incontrare le labbra dell’altro, in un gesto che era un dichiarato rifiuto.
– Aaah, sei uno di quelli difficili tu. –
Il ragazzone tornò su con la schiena, allontanandosi da quel viso che invece aveva tenuto così vicino durante la notte, mentre la delusione gli faceva gli occhi più piccoli, anche dietro il vetro delle lenti. Cercò di smorzare il tutto continuando a sorridere, sapendo come accettare un rigetto senza isterismi. Malik, passato il pericolo, tornò a guardarlo e ne apprezzò ancora una volta la maturità con cui aveva incassato il colpo. Non era sempre stato così fortunato. Malik gli poggiò la mano sul braccio ormai rilassato e prossimo alla resa, premendo con gentilezza fino a farlo scivolare via e aprendosi quindi la strada.
– Sono solo uno di tanti. –
L’uomo guardò Malik scorrere via come acqua fra le mani; afferrarlo era impossibile.
– Alla prossima allora. –
Fece l’uomo che lo seguì con lo sguardo fino all’ingresso, poco oltre il corridoio. Era una speranza sincera quella che aveva pronunciato. Malik non si voltò a guardarlo finché non fu davanti alla porta, lì dove gli concesse un ultimo sorriso che storse presto nel brutto vizio del ghigno.
– Ciao. –
Malik fu rapido, ma non per questo abrasivo. Sparì dietro le meccaniche della porta blindata, prendendosi un attimo sul pianerottolo per fare un respiro profondo. Cominciò a scendere le scale del condominio a due a due, mentre dalla tasca della giacca tirava fuori i fili delle cuffie per infilarle nelle orecchie. Aveva vagamente capito dove si trovava, ma stabilire quale fosse il percorso più breve per giungere a lavoro… be’, era un’altra storia. Estrasse il cellulare dalla tasca dei jeans e impostò la destinazione col gps.
– Cazzo. –
Gli uscì dalle labbra, spontaneo come uno starnuto, mentre l’aria pungente della mattina gli tagliava la faccia. Il sole lo accecò per un attimo, ma la vera noia fu vedere che anche col percorso a piedi più breve sarebbe comunque arrivato dieci se non quindici minuti in ritardo. E la metro non l’avrebbe aiutato in quel caso, perché la stazione più vicina era troppo distante e non valeva la pena. Malik se ne fece una ragione e cominciò a camminare, preoccupandosi piuttosto di selezionare della musica che si adattasse all’umore e al passo. Era carico e soddisfatto, forte di una pienezza che sentiva mancare da tempo. Controllò sullo schermo le notifiche che si era perso, riservando il primo pensiero a Kadar. Compose un messaggio veloce che gli inviò su whatsapp: com’è andata?
L’ultimo accesso di Kadar risultava intorno all’una di notte, che era più o meno l’orario in cui si erano salutati al Pink Unicorn, prendendo ognuno uno strada diversa. O meglio, un compagno diverso. Malik si fermò al semaforo pedonale, alzando il volume quando dalla riproduzione casuale arrivò Orca di Nicolas Godin. Il downtempo si sposava perfettamente col freddo secco e luminoso di quella mattina, nonché col suo ritrovato buon umore. Anche se, avesse proprio dovuto trovare una nota negativa, rimaneva il fatto che era passato parecchio tempo dall’ultima volta che si era abbandonato ad una nottata come quella, fatta di alcol, desideri liquidi, sesso disordinato, e uomini. Era consapevole del leggero sottotono e fuori-allenamento con cui si era tuffato nell’impresa, ma nonostante ciò non si era voluto risparmiare e aveva accettato di farsi strizzare veramente a fondo, aprendo il suo ingresso, da qualche tempo trascurato, più e più volte, concedendosi alle voglie del partner selezionato per quelle poche ore di eccessi.
Morale della favola? Il culo gli doleva.
Ogni passo glielo ricordava. L’impegno di quella notte era stato piuttosto grande, in senso più anatomico che metaforico. Ma alla fine vinceva sempre la filosofia del chi se ne fotte: Malik era un tipo resistente e che valutava con bilance differenti il piacere e il dolore. Accettava il secondo per accedere al primo. La musica nelle orecchie continuava con le note del synth, aiutandolo a non vivere come un dramma quell’inevitabile ritardo di cui stava già informando Lucy tramite messaggio. Nessun problema, c’è già Rebecca rispose il capo dopo appena dieci secondi dall’invio. Malik sorrise pensando a quanto fosse impeccabile quella donna dalle palle quadrate, e la preoccupazione cedé il passo ai ricordi, che si incastravano fra loro come in un punto croce.

Entrare al Pink Unicorn era stato facile. Più difficile era stato uscirne. Forse Kadar aveva ragione quando lo accusava di essere troppo difficile, esigente, a tratti addirittura spocchioso; ma era più forte di lui ed era comunque una questione di principio: solo quelli che Malik considerava sufficientemente degni potevano toccarlo fino ad entrargli dentro – sempre che volesse comprendere quel tipo di prestazione durante l’incontro. Tuttavia, considerata la fame e la sete di rivalsa che lo avevano colto quella notte, e preso dall’euforia di essersi finalmente liberato di Holly la piattola, in realtà Malik era stato piuttosto veloce nella scelta, rispetto alle medie precedenti.
Al primo drink era andata male, come quasi sempre: un bavoso con gli occhi fuori dalle orbite gli si era piantonato accanto sussurrandogli frasi sconce; decisamente non il suo tipo. Quando Malik iniziò il secondo drink, Kadar aveva già trovato il compagno di quella notte: giovane, viso pulito, modi gentili; dettaglio non trascurabile considerato il luogo e l’orario. Malik approvò mentalmente – perché se non fosse andato bene a lui, in qualche modo l’avrebbe fatto capire a Kadar. Non era raro che l’istinto protettivo di cui Malik era schiavo si trasformasse in molesta ingerenza. Ma era filato tutto liscio, perché il tipo sembrava a posto e a Kadar piaceva; e questo contava. Sul finire del secondo drink, Malik si gettò in pista, sapendo per esperienza che in mezzo al sudore e alle luci stroboscopiche si rimorchia sempre meglio. E infatti.
Il tipo con l’asciugamano che aveva salutato quella mattina gli si avvicinò fingendo casualità nel loro incontro – o scontro – di corpi, giocando la solita carta della mancanza di spazio. Un classico intramontabile. Lui sapeva di vodka, mirtillo e lime, come nei cosmopolitan da manuale; Malik riuscì a distinguere i suoi occhi chiari persino fra le luci rosse della sala. Entrambi sapevano che non c’era bisogno di parlare: Malik gli infilò i fianchi in mezzo al bacino e continuò a ballargli addosso, come se lo stesse pregando di farlo suo in verticale. L’uomo castano gli afferrò i fianchi con entrambe le mani e lo tirò a sé seguendone i movimenti ondulatori. In due secondi i loro corpi già seguivano lo stesso ritmo. Fin troppo facile. Malik si prese del tempo per valutare se il gioco valesse la candela, ma l’altro, quasi gli avesse letto nel pensiero, si adoperò presto per convincerlo e scese con le labbra sul collo scoperto del siriano, aprendo la bocca e succhiandolo come ghiaccio d’estate. I sospiri di Malik si persero nel progressive house della playlist in pista, e il cuoco lasciò che alle luci colorate si sostituisse il nero delle palpebre chiuse. Tutto attorno gli sembrò allontanarsi e farsi piccolo fino a scomparire, perso com’era nel suo guscio di personale godimento. Una cosa però Malik la percepì: al ragazzone doveva proprio piacere la sua pelle calda e il suo bacino sciolto, perché sentiva già premere le sue fantasie dritte nel fondoschiena.
Era eccitato come un toro.

Malik entrò nel raggio dei cinquecento metri di distanza dal locale. Allungando il passo aveva guadagnato un paio di minuti, e quando varcò la soglia del lavoro era di tre minuti in anticipo sul ritardo. Non che gliene fregasse niente a qualcuno, perché il ritardo è sempre ritardo. Malik si strappò le cuffiette dalle orecchie, lanciando un saluto generale all’ingresso e subito infilandosi nel corridoio per raggiungere lo spogliatoio, che ovviamente trovò vuoto. Tutti ne avevano già usufruito. Si spogliò a corto di fiato, decidendo che si sarebbe ripreso quei tre minuti di anticipo per non morire di asfissia. Tra l’altro, c’era poco da cambiarsi visto che era vestito allo stesso modo del giorno prima, quindi l’operazione fu più rapida del solito. Infilò le scarpe e si lasciò la t-shirt di lavoro, bianca ma non più così bianca, considerato che di regola non la teneva mai più di un turno per non impregnarla di grasso e odori forti. Chiuse lo sportello e tossì un paio di volte, sentendo il caffè di prima scavargli nello stomaco ma al tempo stesso smorzare l’effetto post-etanolo con cui stava ancora facendo i conti. Quella notte si era dato una gran bella scossa, ma ci stava interamente sia con la testa che col corpo, anzi: era lucido a tal punto che il desiderio di replicare ogni notte come l’ultima già gli pizzicava le palle. Malik diede un’ultima occhiata alle notifiche del cellulare prima di lasciare lo spogliatoio; Kadar ancora non aveva risposto. Probabilmente non si era nemmeno svegliato. Bella la vita da disoccupato, pensò; che poi Kadar si definisse freelance era solo un modo di riempirsi la bocca. Malik si infilò in cucina come un chiurlo nel nido, salutò Rebecca e si mise a lavorare, sentendosi una fenice che riemerge dalle ceneri: era morto e poi risorto; era integro, era libero, e soprattutto era di nuovo se stesso, era di nuovo Malik.
– Ehi Malik, ti aiuto con le polpette? –
Rebecca gli parlò alle spalle, ad un respiro da lui.
– Ah, sì grazie. –
Rispose Malik a Rebecca, una delle cuoche migliori con cui avesse lavorato: precisa, efficiente e silenziosa. La trinità incarnata. Era una che sorrideva poco, ma almeno quando lo faceva era sempre per un motivo. Desmond, invece, era un ragazzo a modo di cui Malik apprezzava il senso dell’umorismo che colpiva sempre inaspettato. Ma Desmond era anche estremamente lento in cucina, e si vedeva lontano un miglio che la sua vera anima era quella di barista. In bilico fra un eccesso e un altro, Desmond risultava a volte troppo insicuro, e altre troppo impulsivo. Pessima combinazione in cucina, ma forse anche nella vita. A sua difesa, rimaneva comunque avanti anni luce rispetto al cugino Altair, che sembrava lento pure di testa, oltre che di azione.
– Desmond quando torna? –
Domandò Malik pensando a quanto dovessero ancora tappare il suo buco di ferie.
– Lunedì. –
Rispose lei mentre tagliuzzava le verdure meglio di un’affettatrice elettrica.
– Non vedi l’ora eh? –
Continuò Rebecca, con le labbra inclinate. Malik non poté negare.
– Abbastanza. –
Malik si chinò a prendere la cassa di cipolle, e continuò:
– Con Lucy come va? –
– Bene. Preferisco avere le mani in mezzo al cibo che fra le carte, ma non mi lamento. –
Rebecca ribaltò il tagliere e fece colare tutte le verdure crude nel soffritto bollente.
– Michael è venuto anche stamattina. Lo trovo bene, tutto sommato. –
Disse la ragazza grattandosi il naso, e con un tono che cercava conforto nella conferma. Malik colse il suo bisogno e annuì, mentre aveva cominciato ad uccidere le cipolle.
– Siamo tutti positivi. Lui per primo lo è. –
Rebecca annuì poggiando i pugni chiusi sui fianchi, come un buttafuori che si mette in mostra.
– Senti, stavamo pensando… –
Iniziò lei, modulando la voce come in un’overture; Malik si fermò col coltello.
– Io e Shaun intendo, stavamo pensando… se una delle prossime sere ci andassimo a prendere qualcosa da bere tutti insieme? –
Malik percepì uno scrupolo nella voce di Rebecca, come se provasse vergogna ad avvicinarsi con una simile proposta, nella certezza assoluta che tanto avrebbe ricevuto da lui una risposta negativa. In parte non poteva biasimarla. Nelle ultime settimane Malik non era stato certo il più amabile degli esseri umani. Ma era anche vero che ormai l’agonia era finita, e lui non aveva più motivo di lanciare succhi gastrici addosso ai colleghi.
Tranne forse ad un collega.
– Tanto per stare insieme, insomma. –
Insisté Rebecca, nel tentativo di convincerlo o, peggio, di giustificarsi. Quell’impaccio in cui era caduta colpì il lato più soffice del cuoco, che non esitò a renderle la vita facile.
– Certo, perché no. –
Fece Malik, schietto ma garbato, e subito ricominciò a tagliare cipolle. Rebecca ritrasse indietro il collo, come un airone che vede qualcosa di inaspettato di fronte a sé.
– Grande. –
Rispose lei, incapace di gestire il ribaltamento delle proprie aspettative. Era stupita davvero. Malik le rivolse un sorriso veloce, giusto per convincerla che non fingeva.
Che dire, l’esperienza confermava il detto: il sesso migliora davvero l’umore.

E Malik se lo era ripetuto in mente, come un mantra, anche quella notte mentre con una mano spalancava la porta della toilette maschile del Pink Unicorn, con l’uomo castano appiccicato dietro che premeva su di lui per velocizzare il più possibile tutto il processo. In pista avevano comunicato più a sguardi che a parole, e ciò che a Malik era rimasto di quel dialogo era sia un signor succhiotto sul collo, di quelli che uno chiamerebbe lividi, sia il ricordo delle sue mani grandi e affamate che gli direzionavano i fianchi e si infilavano sotto la maglietta a scavargli nella pelle.
Malik voleva quel calore, quel timbro avvolgente, quella frequenza bagnata. Chiedeva solo di essere preso e spremuto. In pista, dopo qualche altro colpo di anca, i due si sciolsero. Malik si voltò per esaminare a fondo il corteggiatore, per quanto luci e folla permettessero. Bella metà superiore del corpo e viso piacevole, sembrava adulto nel corpo e nelle maniere. Il ragazzo castano fu ad un passo dall’avvicinarsi, probabilmente per continuare a ballare, ma Malik aveva davvero fretta: non era solo l’attesa di una giornata a sfinirlo, ma quella di molti mesi addietro. Doveva disfarsi di tutto un accumulo di spine, erbacce e gramigna e rifarsi l’orto, perciò gli serviva che qualcuno lo innaffiasse.
Malik afferrò il ragazzone per un polso e lo trascinò con sé uscendo a fatica dalla folla. Lui scivolò con Malik, seguendolo senza proteste, già odorando quale fosse l’obiettivo della fuga. Malik si rivolse alla toilette e ci si infilò dentro neanche stesse in ritardo per il treno. Un ragazzo era piegato sul lavandino, un altro si asciugava le mani, e un tipo era appoggiato al muro con gli occhi incollati sullo schermo del cellulare. Di norma, entrare da soli significava dover pisciare; entrare in due significava un’altra cosa. Fu lì che l’uomo castano cominciò a stare veramente addosso a Malik, a spingerlo per infilarlo nel primo cesso aperto, chiudendo poi subito la porta con gran fermento. Lui gli si avventò addosso come una piovra, gli afferrò il viso neanche fosse una palla da basket, e si agganciò alla sua bocca disperatamente. Malik accolse l’invasione, finendo con la schiena contro una delle quattro pareti del loculo. Le luci dei bagni erano rosse e nebbiose, ideali per dei trasporti fulminanti e di rapida consumazione. Malik aprì le labbra per lui, le quali si riempirono presto della lingua smaniosa dell’uomo castano che lo teneva saldo, aderendo al suo corpo come un cappotto d’inverno e incastrandolo al compensato liscio. Non c’era problema per Malik: la compressione lo scaldava e la brutalità lo eccitava. Lui poteva fare l’allupato quanto voleva, ma il controllo rimaneva nelle sue mani. E glielo dimostrò presto.
Il siriano tirò d’improvviso fuori i denti, andando a pinzare il labbro inferiore del ragazzo, fino a tirarlo. Come immaginava, la cosa frenò per un momento il lupacchiotto esaltato, a cui tremò la schiena e il respiro. Malik approfittò della breve parentesi per far scendere una mano sul fianco del ragazzo, ruotarla poi all’interno, sul petto, e da lì continuare a scorrere verso il basso sugli addominali. Poi arrivò dove gli interessava; aprì il palmo in mezzo alle gambe del tipo e strinse quel che c’era: un’erezione che parlava da sola e su cui avrebbe potuto stendere un asciugamano, volendo. Era gonfio e impaziente, e Malik non chiedeva di meglio. Il ragazzo castano guaì come un cane, torcendosi addosso a lui, piegando in avanti la nuca e infilandosi nell’incavo fra la spalla e il collo del cuoco. Ansimava nel suo orecchio come un velocista dopato, e la cosa nutriva ancora di più il desiderio di Malik di farsi sbattere come un tappeto in terrazza.
– Girati. –
Disse lui a Malik, con un grugnito, mentre stringeva i pugni sulla parete, ai lati del volto del cuoco. Malik sorrise, trovando stuzzicante l’idea di mandare a monte i suoi piani: se il bel castano pensava che il suo culo avrebbe avuto un qualche ruolo nella danza all’interno di quel loculo, si sbagliava di grosso. Non perché l’idea non lo esaltasse o non gli fosse mai capitato, ma perché il suo obiettivo era un altro. Malik voleva spendere una notte immerso nel perduto piacere dionisiaco e centellinarne ogni goccia. Non si sarebbe accontentato di una toccata e fuga stavolta; se doveva eccedere, voleva farlo lungamente, e lentamente. Ciò significava utilizzare alcuni dei soliti trucchetti: flirtare e sedurre, concedere qualcosa ma non troppo, intrigare ma non accontentare. Se al potenziale compagno della serata avesse dato tutto subito, la cosa sarebbe finita lì nel giro di pochi minuti. E la notte era molto (troppo) più lunga di così.
Malik cominciò quindi a lavorare in tal proposito: scostò il viso del castano, negandogli la pelle del collo che era già tornato a leccare, e sciolse la stretta fra le sue gambe, liberandolo. Un mugolio di sconforto uscì dalle labbra dell’altro sul cui petto, ampio come una scrivania, Malik poggiò con fermezza il palmo aperto, concentrando un’energia muscolare sufficiente per spingerlo via, alla parete opposta del piccolo bagno. Adesso erano uno di fronte all’altro e il ragazzone lo guardava come un elefante maschio nella fase del musth. Malik infilò la mano destra nella tasca posteriore dei jeans, tirando fuori uno dei quattro condom che aveva comprato insieme a Kadar dal distributore all’interno del locale. Due per godere con la bocca, due per godere col fondoschiena. In base ai suoi calcoli sarebbero dovuti bastare per la nottata. Malik alzò gli occhi a guardare la controparte, che osservava i suoi movimenti con curioso appetito. Il siriano sorrideva, godendo nel riassaporare la purezza di un erotismo graffiante che tutti quei mesi con Holly gli avevano fatto dimenticare. Poggiò la schiena alla parete, stendendosi rilassato, e si portò alla bocca un lembo del sottile involucro di plastica, mordendone il lato con l’apertura facilitata. Gli occhi di Malik non si staccarono dall’uomo, e lo ingoiarono nelle iridi facendo propria la sua fame.
L’uomo castano si morse il labbro inferiore e si staccò dal compensato, volendo colmare con un solo passo la distanza fra loro e dare sfogo agli istinti. Ma Malik aveva già stabilito il programma di sala, e non vedeva l’ora di ribaltare le aspettative del ragazzo nel momento in cui avesse compreso che il condom tirato fuori era quello meno lubrificato fra i due. Malik tese il braccio in avanti, perpendicolare al resto del corpo, e piazzò il palmo aperto su uno dei pettorali dell’uomo, bloccandolo. Doveva aspettare e godersi lo spettacolo. L’altro frenò, ansimando per la frustrazione, ma Malik trovò il modo di trattenerlo con un’invitante distrazione: mentre continuava a tenerlo a debita distanza col braccio, con l’aiuto dell’altra mano e dei denti scartò l’involucro del condom, facendo in modo che l’altro si concentrasse interamente sul processo e nella testa gli partissero sconce proiezioni mentali di un futuro imminente. Un po’ come quando ci si sdraia sul letto per guardare una bella donna mentre si spoglia: dirle di sbrigarsi è pura follia. Una volta strappata l’apertura per estrarre il cerchietto magico, Malik spinse indietro il ragazzo, che tornò spalle a muro sbattendo le scapole. Avendo adesso a disposizione le due mani, Malik estrasse l’oggetto liscio e gommoso e lo tené fermo tra il pollice e l’indice, avanzando di un passo per raggiungere il partner prescelto. Il respiro del ragazzo tagliava l’aria come un’ascia e le sue pupille erano dilatate come due olive nere.
Era di questo che Malik aveva sentito così la mancanza: il bisogno disperato.
Malik stese il suo corpo su quello dell’uomo, strusciando l’inguine e il torace su di lui come un gatto. Il ragazzo castano lo mangiava con gli occhi, ed era chiaro che volesse sfruttare anche le labbra per assaggiare Malik ancora, e ancora, e ancora. Ma, capita al volo l’intenzione e anticipato lo slancio del tizio verso la sua bocca, Malik piegò il viso sulla destra, negandosi e rigettando l’offerta del bacio come farebbe una devota alla Vergine. L’uomo lo guardò con occhi gonfi e sperduti, come quando non si riesce a montare un mobile Ikea nonostante le istruzioni. Si vedeva che il ragazzone era impaziente e offuscato dall’eccitazione, ma il siriano amava troppo indugiare come una civetta e farsi desiderare fino alla violenza; lo gratificava, gli dava piacere e gli offriva un vantaggio: il potere di tenersi quel ragazzo stretto per le palle senza neanche doverlo toccare.
Malik si portò il cerchio elastico alla bocca e se lo ficcò fra le labbra, rendendo per la prima volta esplicito a quale tipo di rapporto sarebbe servito. Gli occhi del compagno si aprirono, con gioia e disperazione. Malik scese in verticale, ignorando i suggerimenti della fretta e scivolando via come un soft drink nella gola. Arrivò in ginocchio di fronte a lui, meglio di come avrebbe fatto un buon chierichetto durante la messa, rendendo insopportabile al ragazzo ogni secondo di attesa. Malik poggiò le mani all’altezza dei pantaloni scuri del bel fortunato e cominciò a slacciare il bottone, con la calma di chi è consapevole di essere un bel bottino e quindi non si regala così facilmente. Nella procedura, Malik ebbe il tempo di osservare alcune delle scritte e dei graffiti sulle pareti: molti simboli fallici, parecchie ingiurie, ma soprattutto nomi e date di persone che lì dentro si erano incontrate, proprio come loro, e si erano scambiate qualcosa senza neanche usare il denaro.
L’uomo tirò indietro la nuca con un sospiro di fuoco quando Malik tirò giù la zip. Doveva essere una vera liberazione per lui, perché l’eccitazione si era fatta ingombrante. Malik gli venne in soccorso e la estrasse dall’intimo, ritrovandosi congelato in un ricordo distante e sfocato, di quando frequentava locali di quel tipo anche più volte alla settimana, nel vano tentativo di saziare un appetito atavico. Ormai era da un po’ che si dedicava in esclusiva all’apparato femminile, vista l’ultima relazione con Holly. E tuttavia, nel ritrovarsi lì in ginocchio con un membro eretto in mano e un condom in bocca, gli sembrò che non fosse passato neanche un giorno.
Era come andare in bicicletta: non ti scordi come si fa.
Malik chiuse gli occhi e riempì i polmoni di quel ritorno alle origini: la libertà di prendersi quel toro infervorato in bocca perché non era impegnato a rimanere fedele ad una fidanzata che odiava; la libertà di farlo perché non doveva giustificazioni a nessuno, perché poteva di nuovo seguire l’istinto e non la ragione; la libertà di farlo perché semplicemente ne aveva voglia. Malik fu sottratto a quei pensieri dalle dita del compagno che gli si infilarono fra i capelli. Il cuoco tirò su il viso, con ancora l’anello stretto fra le labbra con cui fra poco avrebbe vestito a festa quel desiderio grosso e caldo che puntava verso il cielo. I due si scambiarono un’occhiata. La mano del ragazzo lo carezzava con cura e non lo spingeva con insistenza fra le sue gambe, il che era già di per sé apprezzabile. Malik ci aveva visto bene: era un tipo maturo.
Il siriano fece un sorriso strano, visto che il condom nella bocca non gli lasciava molta libertà, e si sentì ancora più sicuro di come stava guidando la serata – sì, perché era lui a tenere le redini in quel momento. Con una mano Malik strinse la base del membro carico, e piantò l’altra su una coscia dell’uomo. Lui gemé di liberazione quando la bocca di Malik accolse all’interno quella rigidità e scivolò giù, fino alla fine, ornandolo con la patina protettiva del condom. Malik aveva imparato a farlo molto tempo addietro, e nessuno si era mai lamentato; nel sesso, lui era un eccitante equilibrio fatto di saper dare e saper ricevere. E, più di altri, sapeva godere di entrambe le cose. Non aveva paura di sporcarsi e non temeva di infilare le mani nel torbido, in senso figurato e letterale. Dove altri vedevano repulsione, lui assaggiava invece la sconfitta delle inibizioni.
Le dita dell’uomo si aggrapparono ai capelli di Malik con più forza, mentre la testa si abbandonava all’indietro e gli occhi si chiudevano come una saracinesca. Così Malik cominciò a fare quello che sapeva fare, lasciando andare la voglia insieme alla lingua, danzando con la bocca intorno a quella torre che tremava ad ogni sua discesa. I bassi della musica, le risate, le urla provenienti dalla pista si mischiavano all’orchestra del bagno in cui a volte si sentiva scorrere l’acqua dei lavandini, soffiare il getto d’aria calda per asciugarsi le mani, aprire qualche chiavistello dei cessi.
Malik continuò, al ritmo dettato dal respiro del compagno e dalla sua mano sulla testa che lo accompagnava in salita e in discesa, ma senza mai essere sgarbato. Malik era piuttosto certo che quella prestazione avrebbe servito bene le sue esigenze: il piano era invogliare il ragazzone a volerne ancora, e a volere anche il resto, così che gli avrebbe chiesto – o forse lo avrebbe pregato – di continuare il rapporto nel suo appartamento.
Malik aveva abbastanza autostima ed esperienza per non temere un diverso corso degli eventi. E così lui e Kadar si sarebbero salutati nel cuore di una notte destinata ad ansimi sul collo e gambe spalancate come gli occhi di un insonne. La ruvida consistenza del lasciarsi andare a briglie sciolte – figlia di quella filosofia del chi se ne fotte – era così tonificante da far male. Ogni volta che Malik tornava nel suo regno sotterraneo fatto di incontri casuali e appagamenti lampo, scopriva che gli piaceva ancora di più dell’ultima volta: non c’era storia a lungo termine che potesse reggere il confronto, e non si vergognava ad ammetterlo.
Malik aumentò il ritmo. Era invogliato, bramoso, eccitato; avrebbe convinto il tizio che portarselo a casa valeva la pena. Malik l’avrebbe fatto esplodere nella sua bocca e gliel’avrebbe fatto piacere così tanto che poi avrebbe dovuto sbatterlo tutta la notte per sdebitarsi. Entrambi avevano smesso di contare i minuti e, con le unghie affondate nella coscia tesa del partner, Malik pregustava il potenziale futuro di quell’incontro. Pochi altri movimenti accompagnati da qualche elegante torsione di lingua, e la liquida, bianca, gratificazione dell’uomo si raccolse nel serbatoio del condom. L’uomo venne con un leggero spasmo e dei lamenti spezzati che lo resero quasi tenero. Malik aprì le labbra e si staccò dal membro adesso non più così rigido, alzò il viso e vide il tizio castano col naso rivolto al cielo a godere degli ultimi istanti di quell’orgasmo, coi testicoli ben svuotati e l’addome che si fletteva: l’aria usciva e la felicità entrava.
Malik era a conoscenza delle basi teoriche per cui soddisfare la controparte fosse un modo per soddisfare anche se stessi, secondo una legge universale non scritta che aveva attraversato lo spazio e il tempo di migliaia di anni. Ma rimaneva per lui una nozione astratta, una legge non acquisita e lontana dall’esperienza personale. Quello che Malik faceva, lo faceva per giungere a un obiettivo che con l’altro non aveva nulla a che fare. Voleva spassarsela, e lo voleva in maniera a tratti incivile ed arrogante; soddisfare un partner, per Malik, aveva il solo scopo di motivare la controparte a fare altrettanto per lui, e pertanto lo vedeva come nient’altro che un passaggio obbligato su cui non soffermarsi più del necessario. Non che non avesse mai apprezzato con sincerità alcune delle persone con cui era stato – uomini o donne che fossero – ma non era mai arrivato a desiderare di porre qualcun altro al di fuori di sé, e prima di sé.

– Ciao. –
Malik fu costretto a destarsi dai ricordi che gli scorrevano sui peli delle braccia, vividi come li aveva vissuti poche ore prima. Il siriano tornò sulla Terra, sbatté gli occhi per rimettere a fuoco intorno a sé: aveva pelato, pulito e tagliato più di dieci cipolle giganti e le aveva infornate insieme alle patate spolverate con timo e cannella. Aveva chiuso lo sportellone e si era imbambolato lì davanti, ripensando a mani sulle cosce, fellatio, e secrezioni corporee varie.
Malik ruotò la faccia verso il richiamo che lo aveva preso all’amo e si vide apparire davanti agli occhi Altair, come un incubo: stava in piedi all’altra estremità del ripiano che riempiva una teglia con le lenticchie al curry di Rebecca. A voler essere precisi, Altair versava quei mestoloni di legumi bollenti senza neanche guardare, perché gli occhi ambrati li stava puntando addosso a Malik, come un rapace. Lo sguardo di Altair sapeva essere così insistente da provocare a Malik impetigine nervosa. Comunque, l’improvviso ricordo dell’esistenza di Altair fece eseguire a Malik un rapido riepilogo della giornata precedente, giusto per essere sicuri di come dover rispondere a quel saluto; se con stizza, sufficienza, indifferenza, o magari nessuna delle tre.
Malik premé indietro sul telecomando dei ricordi: Altair che va con gli uomini, Holly che finalmente si è levata dalle palle, Kadar che fantastica su Altair e le orecchie che gli sanguinano nel sentirlo, l’ingresso nel regno a luci rosse, la sua bocca che nella toilette si riempie ma non di cibo, un letto che non è il suo, la schiena che si piega, le gambe che si aprono e il suo interno che viene posseduto dalla stecca dura della lussuria.
No.
Malik non trovò motivo per usare un tono particolarmente diverso dal solito nel salutare Altair. Si ricordò che doveva sembrare disinteressato, non impressionato, lontano. Si ricordò della sfida, del flirt, del dubbio erotico, della linea sottile dell’ambiguità.
– Ciao. –
Fece Malik, inespressivo come si era ripromesso. Altair non era altro che un’ombra nella sala, uno spettro apatico e ottuso che ogni tanto gli rivolgeva la parola. Non c’era motivo di dargli addosso senza motivo, soprattutto ora che il nervosismo legato a Holly si era dipanato con la bella scopata di quella notte.
– Tutto bene? –
Chiese Altair, rallentando la velocità della manovra dal pentolone alla teglia, per evitare di esporsi a potenziali danni – come per esempio essere sgridato da Rebecca. Sul viso, Altair manteneva un’espressione docile, di quelle da manichino. La voce esprimeva interesse, anche se Malik non ne capiva il motivo; oppure lo capiva ma faceva finta. Rebecca lanciò uno sguardo prima a Malik, poi ad Altair, quindi al trasporto lenticchie dentro il mestolo. Impugnava con gli occhi il braccio di Altair, pronta a redarguirlo alla prima goccia di sugo che fosse caduta sull’acciaio.
Malik inspirò, adesso del tutto presente e in pace col mondo: poteva stare tranquillo, non c’era nulla di cui agitarsi, Altair non era una minaccia ma una semplice idiosincrasia. Gli era capitato di dover sopportare molto peggio. Quella notte Malik aveva potuto bere, ballare e far sesso alla maniera dei satiri: c’era poco da lamentarsi. Perciò il cuoco distese le labbra e allentò la contrazione delle sopracciglia, sforzandosi di apparire meno selvatico possibile. Piegò verso l’alto un angolo della bocca e rivolse un ghignetto al collega che non aspettava altro che lui, in qualunque forma e in qualunque modo. Poi Malik ruotò sul fianco per sporgersi verso dei ripiani alle sue spalle, da cui afferrò un cestone di patate.
Fu in quel momento che il braccio di Altair si bloccò: gli occhi gli finirono dritti su un dettaglio di Malik che così dettaglio poi non era. Sul collo, lato sinistro in basso verso la clavicola, compariva un succhiotto notevole e dalla tonalità intensa. Altair non riuscì a smettere di fissarlo, ricordando perfettamente che il giorno prima non ci fosse niente di simile in quel punto, perché la cosa non gli sarebbe mai sfuggita. Quando riuscì ad assorbire quell’immagine visiva, il braccio di Altair tornò a muoversi con la stessa precisione di prima, anche se adesso si sarebbe preoccupato ancora meno di guardare le lenticchie. Nel multisala della sua testa, Altair stava già proiettando un film in cui immaginava come avrebbe volentieri lasciato lui un segno del genere addosso a Malik. Pensò però che questo poteva significare che le cose con Holly stavano andando meglio, o che semplicemente Malik avesse infine deciso di farsi un’amante.
In ogni caso, nessuna delle due opzioni era per lui soddisfacente.
Quando Malik mise il cesto di patate sul ripiano d’acciaio e tornò a guardare Altair, il suo ghigno era ancora lì, ed entrambi restarono a fissarsi e basta, secondo il gioco del rimpallo. Malik indossava quell’espressione come una donna procace un abito da sera. Nel suo sguardo c’era la muta provocazione del dai, chiedimelo. Ma Altair non gliel’avrebbe chiesto, anche solo per il fatto che era ancora in attesa della risposta di Malik al suo tutto bene?
Risposta che, dopo logorante attesa, il cuoco non gli negò. Malik scrollò le spalle, forte di una solida autostima, e parlò, direzionando il tono verso un dove lontano e intangibile, che Altair non avrebbe potuto raggiungere.
– Mai stato meglio. –

Chapter Text

12 Novembre, 2016.
New York City.

Novembre faceva schifo.
Pioveva sempre. E faceva freddo. Però era anche il mese del compleanno di Malik.
– Chi è a piedi stasera? –
Rebecca chiese con una voce stridula, cercando di superare il fischio delle due pentole a pressione che strillavano come oche rincorse dai bambini.
– Io. Ma mi riporta Altair. –
Rispose Desmond infilandosi i guanti per tirar fuori la carne dal forno. Rebecca alzò il pollice all’insù, come un personal trainer che si congratula con l’allievo.
– Però non ho capito bene qual è il posto. –
Aggiunse Desmond poggiando sul ripiano una teglia che fumava proteine cotte in spezie verdi.
– È qui a due passi. Ma tanto ci andiamo tutti insieme dopo la chiusura. –
Malik ascoltava passivamente la conversazione, concentrato nel taglio delle zucchine ma, ancora di più, intento a pensare che anche quell’anno, come quasi tutti gli altri prima, non avesse ancora organizzato nulla di particolare per il suo compleanno. Gli mancavano voglia e fantasia.
– A te serve un passaggio, Malik? –
Rebecca gli si rivolse diretta, costringendolo ad alzare lo sguardo.
– Oggi ho la macchina. –
Rispose rapido Malik che tornò sulle zucchine, ma prima che potesse ricominciare a tagliare sentì la vibrazione del cellulare pungergli la chiappa; prese l’apparecchio dalla tasca posteriore dei jeans neri e vide che si trattava di Kadar, che gli rompeva le scatole su Whatsapp. Ancora.
Mi vuoi rispondereee??? (èAé)9
Fantastica anteprima di messaggio, di quelle che spingono a pigiare sulla notifica. Malik sospirò, sapendo che il fratello non l’avrebbe lasciato in pace finché non avesse ottenuto un sì o un no rispetto a ciò che gli aveva chiesto in un altro messaggio la sera prima. O meglio, alle 3 del mattino. Malik ripose il cellulare e si prese il suo tempo: aveva ancora circa venti zucchine, quattro peperoni, dieci carote e tre sedani da sminuzzare. Kadar doveva aspettare. Poi la schiena di Altair aprì le porte della cucina e ci si infilò dentro, tenendo fra le braccia la grossa vasca di insalata dove ormai rimaneva solo l’unto dell’olio. La poggiò nell’angolo lavelli, sempre pieni di acqua calda e sapone. Desmond si voltò a guardarlo e, quando il cugino lo incrociò, Altair gli sorrise – cioè gli venne sulla faccia quella forma strana che lui giurava essere un sorriso. Malik rivolse ad Altair un’occhiata nell’intervallo in cui passò da una zucchina a un’altra; il cuoco era soddisfatto di essere riuscito a trovare un equilibrio nei suoi confronti. Altair camminò piano, cioè al suo solito passo, e raggiunse Desmond che stava aggiustando il manzo con del sale. Altair poggiò il palmo sulla spalla del più giovane, e con l’altra andò ad afferrare un bocconcino di carne e se lo ficcò in bocca.
– Com’è? –
Chiese Desmond con interesse scientifico.
– Mh mh. –
Altair annuì mentre masticava, dando la sua approvazione.
– Serve qualcuno in cassa di là. –
Disse Altair, senza alcuna fretta. Malik e Rebecca si guardarono, poi entrambi guardarono Desmond.
– Vado. –
Fece Desmond, avendo inteso il comando. Finì col manzo e si tolse il grembiule, mentre Altair rimase come un palo davanti alla teglia ad osservare la carne fumante e profumata. Il suo aiuto era pari a quello di un bagnino in una piscina vuota. Desmond assestò un pugno chiuso sul braccio forzuto di Altair, come si fa tra adolescenti, e scomparve dalle porte. Calò il silenzio. Rebecca preparava la zuppa, Malik continuava a tagliare le verdure, e Altair allungava di nuovo la mano su un pezzo di manzo per ficcarselo in bocca.
– Altair. –
Lo chiamò Rebecca, con una spolverata di pepe nella voce. Ma Altair non colse l’avvertimento, anzi si portò con tutta calma la carne alle fauci, cominciò a masticare, si voltò flemmatico verso di lei e, solo allora, ciancicò qualcos’altro – oltre al manzo – in risposta.
– Mh? –
Malik si sfogò con un sospiro e scosse la testa, ricordandosi improvvisamente perché Altair gli stesse sulle palle. Era stupido; distratto; superficiale. Era…
– L’insalata è finita, giusto? –
Continuò Rebecca riferendosi a ciò che Altair aveva lasciato nella vasca col sapone. Altair si prese il tempo necessario a dare altri tre colpi di mascella alla carne fra i denti, e rispose senza cogliere – o senza voler cogliere – la retorica nella domanda.
– Sì. –
L’inutilità della sua risposta era disarmante. Rebecca girava col mestolo la zuppa, ma con gli occhi era adagiata completamente su Altair, ancora in piedi a fare niente. Era come se tutti gli impliciti tentativi di suggerirgli il prossimo passo fra le sue mansioni fossero falliti. Ma Rebecca, al contrario di Malik, aveva molta più pazienza, e in quella condotta smorzata e pure un po’ pigra di Altair, lei vedeva qualcosa di tenero, anche se infantile.
Rebecca pensava a come istruire Altair, Malik a come insultarlo.
– Allora perché non scoli e asciughi tutta l’insalata lì nel recipiente; e poi me la condisci? –
Quella di Rebecca suonò come una proposta, ma chiaramente non lo era. Altair finì di masticare ed ingoiò. Si guardò intorno per trovare l’oggetto indicato e lo trovò. Era dall’altro lato della cucina, accanto a dove Malik stava tagliando le ultime zucchine.
– Certo. –
Fece Altair, avvicinandosi al piano. Afferrò la centrifuga e si posizionò davanti al recipiente con dentro acqua e insalata in ammollo. Si girò a destra per incontrare Malik, ma ne ottenne solo il profilo. Malik sentì gli occhi addosso e cercò di non affettarsi un dito per l’irritazione; poi pensò che probabilmente la migliore difesa fosse l’attacco, e quindi interruppe il lavoro e alzò gli occhi. Altair gradì, fece un altro dei suoi sorrisi freddi ma puri, e cominciò ad afferrare l’insalata a grandi manciate; la scolava e la sgrullava, poi la infilava nel cestone della centrifuga per asciugarla. Gli occhi di Malik scesero sulle mani di Altair, osservando la lenta, quasi esasperante, precisione con cui eseguiva il compito. Malik si concesse una pausa, lasciando galleggiare lo sguardo su quella danza che univa il verde chiaro di iceberg e lattuga al tono olivastro della pelle del collega. Fra i colori e le gocce d’acqua, Malik ritrovò in quel quadro un dettaglio che gli fece tornare alla memoria l’evento di qualche settimana prima: fra le pieghe delle falangi della mano sinistra, vide emergere nel suo pallore la cicatrice sul dito di Altair.
– Come va il dito? –
Chiese Malik in fase docile, senza ancora riprendere a tagliare nulla, volendo concedere al collega tutte le attenzioni. Altair apprezzò l’interesse, ma nulla sulla sua faccia lo lasciava intendere.
– Bene, grazie. –
Altair rispose lentamente, scandendo ogni sillaba: voleva ringraziare Malik per il suo pensiero attento, inaspettato, assolutamente fantastico. Restò a guardare il cuoco con un sorriso che stavolta assomigliava davvero ad un sorriso; apprezzava questi piccoli eventi, sporadici e accidentali, che avvicinavano lui e Malik; che li rendevano due ragazzi, oltre che due colleghi.
– Bell’ombroso? –
Rebecca si rivolse così ad Altair, per acchiapparne l’attenzione. E Altair si girò d’istinto, non sapendo neanche se il richiamo fosse rivolto a lui, in realtà.
– Sei dei nostri stasera, sì? –
Domandò lei, retorica anche in questo caso. Altair annuì, per la prima volta con energia.
– Certo. –
Rispose lui con un punto fermo. Rebecca sorrise, un altro raro evento.
– Grande. –
La ragazza lasciò a riposo la zuppa e se ne andò al lavello col sapone per pulire la vasca unta di insalata, dando le spalle ai colleghi. Malik riprese a tagliare, cercando di quantificare in minuti il tempo che avrebbe impiegato per arrivare al completamento di tutti gli ortaggi.
– Tu pure ci sei, vero? –
Altair chiese a Malik, facendo di nuovo il rapace con gli occhi. Malik restò a testa china, e si lasciò scappare un piccolo eccesso di bile.
– Perché, che importa? –
Malik non seppe spiegare perché gli venne fuori quella stoccata un po’ gratuita. Il solito pungiglione che tornava a colpire senza logiche motivazioni, come nella favola della rana e dello scorpione. Solo che in quel caso Malik non avrebbe rischiato la morte. Inoltre, ricordando che Altair fosse abbastanza immune al veleno, immaginò che anche il collega se la sarebbe cavata bene. Ma Altair se la cavò molto più che bene.
– È l’unica cosa che mi importa. –
Rispose Altair col tono dell’ovvietà, mentre estraeva l’ultima manciata di insalata e la sgrullava. Malik rimase per un attimo col coltello fermo a mezz’aria: si sentì infastidito da come Altair riuscisse sempre, in qualche modo, a contrastare la sua tossicità come acqua ossigenata sui batteri. Altair invece chiuse la centrifuga, aprì il fondo della vasca per far risucchiare via l’acqua, si mise sottobraccio la centrifuga bella piena, e si spostò da lì. Come niente. Si posizionò a fianco di Rebecca, ascoltandone le istruzioni; lei gli disse di centrifugare le foglie verdi e ficcarle nella teglia adesso pulita, al condimento ci avrebbe pensato lei. Il coltello di Malik si ripoggiò sulla zucchina, ma senza tornare a tagliare. Lo sfiorò un pensiero e decise diversamente: prese il cellulare dalla tasca e se la filò verso l’uscita sul retro.
– Mi prendo dieci minuti. –
Disse Malik senza guardare nessuno, spalancando la porta e lasciandosi investire dal sole che, una volta ogni tanto, splendeva anche a novembre.
Cos’era stato quello? Un flirt? Un ammicco malriuscito? Una scivolata terrificante? Parole in libertà? Perché gli era così difficile capire se Altair fosse semplicemente stupido o se usasse anche lui sotterfugi e trucchetti per agire nell’ombra? Una cosa comunque era certa: stava aumentando in spudoratezza. Malik fece avanti e indietro per il vicolo stretto un paio di volte, sentendo il martello del dubbio colpirlo in testa più e più volte. I suoi calcoli su Altair lo portavano in una direzione sola, ma non era sicuro che gli piacesse. Il cuoco ingoiò aria fresca e aprì Whatsapp, rilesse velocemente i messaggi di Kadar e premé sul contatto per chiamarlo. Sollevò il mento verso il cielo e incontrò la luce accecante del sole, che continuò a guardare, lieto di esserne ferito.
– Oh, alla buon’ora! –
Rispose Kadar dall’altra parte, con una versione molto personale di pronto? Malik sorrise, non riuscendo a prendere sul serio la stizza del fratellino.
– C’è gente che lavora qui. –
Rispose Malik mantenendo gli angoli della bocca verso l’alto.
– Ma finiscila, mi hai lasciato col messaggio visualizzato dalle tre di stanotte. –
Il nonsense delle parole di Kadar si sposava con la sua dolce immaturità.
– C’è gente che dorme alle tre del mattino. –
Rispose Malik con la stessa formula. Kadar fece un verso da animale braccato e mugugnò qualche protesta condita di sbuffi. Il maggiore aspettò pazientemente che finisse, e nell’attesa ricominciò a passeggiare per il vicolo.
– Allora? –
Riprese Kadar, tornato in forma umana. Malik si fermò.
– Allora non lo so. –
– Cos’è che non ti convince? –
Chiese Kadar pronto all’ascolto. Malik scelse con cura le parole da utilizzare.
– Mah, un po’ tutto. –
– Guarda che possiamo anche cambiare locale se non ti va il Pink Unicorn. –
Propose Kadar con la premura di un organizzatore di eventi.
– Non è quello. –
Malik poggiò una mano sul fianco e riprese a camminare.
– Cioè non ti va di passare la serata così?
Fece Kadar, anticipando i pensieri di Malik e rispondendo per lui.
– Esatto. –
Disse Malik secco, grato della comprensione.
– Mh. –
Mugugnò il più giovane, mettendosi in pausa per pensare. Il suo bel piano era stato respinto, ma era Malik il festeggiato e avrebbe dovuto rispettare le sue scelte.
– Okay. –
Fece Kadar, dopo essersi preso il suo tempo.
– Pensavo ti intrigasse l’idea di venir cavalcato da qualcuno mentre ti sussurra all’orecchio Buon Compleanno. –
Dal tono di Kadar era chiaro che un sorriso idiota gli si fosse stampato sulla faccia, e Malik rise nell’immaginarselo. Sì, l’idea non era male in effetti. Ma la sera del suo compleanno avrebbe preferito passarla con persone che conosceva, quei pochi vecchi amici che gli rendevano l’esistenza più sopportabile.
– Lo so che ti sei eccitato a pensarci. –
Aggiunse Kadar con la sua naturale inclinazione ad essere insopportabile.
– Ma sta’ zitto. –
Rispose Malik a tono, mentendo a metà: la scena in testa se l’era immaginata, in effetti.
– Confermi domani da mamma e papà? –
Continuò Malik per chiudere quella parentesi erotica, troppo solleticante per le undici del mattino.
– Certo. Mamma ha detto che fa tutto lei, dolce compreso. –
Malik allungò lo sguardo verso le persone che vedeva passare sul marciapiede in fondo al vicolo, pensando a quante fra quelle, come lui, avessero ormai raggiunto il quarto di secolo.
– Okay, quindi ci vediamo tipo a mezzogiorno a casa e poi il pomeriggio ce ne andiamo in giro? Che vuoi fare? Film al cinema, ti va? –
Incalzò Kadar che fallì nel mascherare il vero obiettivo di quel piano: spingere Malik all’attività sociale invece che alla reclusione.
– Che c’è da vedere? –
Domandò Malik senza escludere a priori la possibilità.
– C’è un horror nuovo! Il trailer era fico, ma da solo col cazzo che ci vado. –
Kadar fece una smorfia dall’altro capo del telefono.
– Vada per quello allora. –
Confermò Malik senza neanche pensarci: il vero spettacolo sarebbe stato veder saltare Kadar sulla poltrona ad ogni jump scare.
– Dai! –
Esultò Kadar entusiasta.
– E se poi la sera andiamo al bowling o a bere coi ragazzi? –
Il minore la buttò lì come ultimo tentativo, e Malik annuì senza respingere l’idea.
– Può essere. Mi avevano già scritto alcuni per chiedere se ci vedevamo domani. Potremmo concludere così la giornata. –
Gli amici di Malik non erano molti, ma quei pochi che c’erano se li teneva stretti.
– Ooh, ce l’abbiamo fatta! –
Fece Kadar con un sospiro liberatorio. Era andata, era fatta, vittoria, uno a zero per lui, compleanno salvato anche quest’anno.
– Faccio il gruppo su whatsapp allora. –
Aggiunse Kadar, tutto fremente, mentre a Malik già saliva il dubbio di aver commesso un grave errore ad accettare tutto troppo in fretta. In pochi secondi la sua giornata libera si era trasformata in una giornata molto – forse fin troppo – occupata.
– Non c’è fretta. –
Fece Malik senza farsi cogliere dall’ansia.
– Taci. –
Ribatté Kadar con un sorriso invisibile.
– Quindi sei proprio sicuro che non vuoi… –
Il più piccolo lasciò la frase in sospeso, rendendo facile a Malik capire come riempirla.
– Sicuro. –
Malik poggiò la schiena e la suola di una scarpa sul mattonato della parete.
– Okay. –
Kadar non insisté oltre. Un piccolo miracolo di saggezza.
– Senti, ora devo attaccare. –
Gli occhi di Malik puntarono nel cielo un aereo di linea che planava, sicuramente verso il JFK. Kadar fece un altro paio di precisazioni, si lamentò di qualcosa, rise di qualcos’altro, e poi si salutarono. Quando attaccò, Malik sentì in parte l’angoscia dell’impegno ormai preso, e in parte il fermento della novità: almeno dalle premesse, avrebbe avuto un compleanno più promettente degli anni passati. Ma le reazioni di Malik al riguardo erano contrastanti, perché il suo era uno spirito che a volte faticava a prendere forma. Era bravo ad adattarsi, se costretto, e poteva diventare l’anima della festa quando era dell’umore: il ragazzo di cui tutti si ricordano quando tornano a casa e si addormentano, quello che è spiritoso ma pure intelligente, quello che piace alle ragazze ma non se ne vanta poi tanto. Altre volte, al contrario, tutto ciò che desiderava era stare da solo sul divano insieme alle pagine di un libro, o a leggere articoli online su temi caldi, con accanto un buon tè e in sottofondo un passo musicale leggero, meglio se ambient o post-rock. Amava e odiava la compagnia, e non ci vedeva contraddizione in questo; anche se aveva capito, alla soglia dei venticinque anni, che il problema dipendeva sempre dal chi. La nuca di Malik finì sui mattoni brutti e sporchi del muro quando i suoi occhi si alzarono a guardare il cielo color pastello. Faceva freddo, ma era piacevole. Aveva ancora qualche minuto prima di dover rientrare, e ne approfittò per lasciar scorrere i pensieri a mo’ di flusso di coscienza; nel farlo, tornò inevitabilmente a pochi minuti prima, a quella frase, quell’allusione, a quegli occhi che lo fissavano. In una parola: tornò con la mente ad Altair, che sembrava ben allenato a mantenersi sul confine estremo tra allusione e molestia. Lanciava a Malik dei suggerimenti, ma non così chiari da poter ribattere con sicurezza. Il dubbio restava, e la seccatura pure. Al contrario, a Malik serviva la certezza, la conferma schiacciante: voleva essere sicuro che il gioco di Altair fosse ciò che pensava. Dovevano confrontarsi ad armi pari, perché Malik non gradiva essere raggirato, non quanto invece amava raggirare gli altri. Era una questione di vantaggio, di controllo. Forse era il momento di giocare un dritto anche per Malik, il tempo dei rovesci era finito. Il cuoco si strofinò una mano sul viso per rimuovere la stanchezza di dosso e se ne tornò dentro. Non trovò Altair, che sicuramente aveva finito di occuparsi dell’insalata ed era tornato in sala, magari stavolta a lavorare invece che rompergli le palle con commenti ambigui. Rebecca si era già portata avanti con le verdure che Malik aveva tagliato prima. La ringraziò, mentre il fumo del dubbio si dipanava dalla mente allo stesso modo di come le grandi ventole risucchiavano i vapori della cucina.
Qualcosa che Malik poteva fare per levarsi il dubbio, in effetti c’era.

– Desmond. –
Fece Malik col tono di un’altalena mentre con la pezza umida puliva il ripiano d’acciaio dalle macchie di grasso. La sala dall’altra parte cominciava a diventare silenziosa, i forni della cucina si freddavano, gli avventori sparivano fra uno starnuto ed una risata, gli sbadigli dei dipendenti aumentavano e il freddo all’esterno pure. Desmond, chino su un ripiano inferiore ad impilare casse di patate già sbucciate e in ammollo, alzò la faccia per quel che riuscì.
– Mh? Dimmi. –
Malik rallentò la velocità con cui disegnava cerchi umidi, e si preparò ad intraprendere quella conversazione. Rebecca era al momento in contabilità con Lucy e Michael, Altair e Shaun si dividevano fra banco e cassa, prossimi ormai alla chiusura. Il momento era perfetto, e Malik aveva calcolato di avere abbastanza tempo per iniziare e concludere quel discorso con Desmond senza rischiare di essere interrotto da intrusioni inaspettate.
– Posso farti una domanda su tuo cugino? –
Chiese Malik candido, senza guardare Desmond o interrompere le proprie azioni, così da suggerire un’idea di pacata indifferenza: non doveva allarmarlo.
– Certo. –
Fece Desmond spingendosi ancora più in fondo nel ripiano per far entrare tutte le teche.
– Per caso è gay? –
Chiese Malik allo stesso modo di come si domanda che ore sono. Tuttavia, le premure del cuoco non bastarono. Malik sentì un forte colpo metallico provenire dal ripiano interno inferiore, quello dove Desmond aveva infilato la testa per far entrare le casse di patate. Lì, Malik interruppe i movimenti del braccio, in attesa. Poi vide Desmond riemergere da sotto il ripiano; si stava massaggiando la testa. Malik faticò a credere che fosse successo davvero.
– Desmond. –
Commentò Malik asciutto, oscillando tra l’affermazione e la domanda.
– Scusa, scusa. Tutto bene. –
Fece Desmond, dolorante. Che la domanda lo avesse spiazzato a tal punto? Malik non ci credeva. Desmond si alzò, mise le mani sui fianchi e fissò Malik con le sopracciglia tese.
– Altair è cosa…? –
Chiese Desmond, per conferma. Malik rispose con un sospiro paziente.
– Tuo cugino è gay, per caso? –
Ripeté Malik, neutrale, già odorando nell’aria un ingiustificato imbarazzo. Desmond aprì la bocca e bilanciò il peso del corpo su entrambi i piedi, sbuffando nervoso per colpa dell’impaccio in cui si stava impantanando: stava chiaramente prendendo tempo, ma non sapeva che la fretta era l’ultimo dei problemi di Malik, al momento.
– Be’, non so come dire... –
Malik lo fissava in silenzio, in attesa di una risposta elaborata, e il fatto che nel mentre non si distraesse in altre faccende, agitava ancora di più Desmond che non sapeva come avrebbe dovuto gestire le informazioni sulla vita sessuale del cugino. Sarebbe stato indiscreto a dare una risposta sincera? Avrebbe creato degli involontari imbarazzi? Altair non era certo tipo da farsi grossi problemi, però… perché Malik glielo chiedeva? Fatta una rapida analisi delle opzioni a disposizione, alla fine Desmond decise di rispondere con sincerità. Preferì però cercare qualcosa con cui distrarsi nel mentre; trovò un cumulo di posate pulite più avanti, sulla sinistra del ripiano.
– È stato con una ragazza per tanto tempo, prima. Poi ha cominciato a… sai, guardare sia a destra che a sinistra… capisci? –
Malik si trattenne dal ruotare gli occhi verso il cielo per quella metafora malriuscita, come se ci fosse bisogno di tradurre in eufemismo uno che apprezzava sia passera che fringuello. Ma il punto lì non erano le scelte lessicali, perciò Malik tagliò corto e scelse di venire incontro a Desmond e cavargli di bocca le parole che gli servivano.
– Uomini e donne quindi? –
Chiese Malik, semplice come una lista della spesa, e tornò ad utilizzare la pezza sull’acciaio.
– Mh. –
Desmond annuì, alleggerito dal peso della sintassi. Se aiutato, anche lui sapeva arrivare al punto.
– Insomma è bi. Giusto? –
Chiese ancora Malik, chinando la schiena per sfregare col panno una macchia di salsa particolarmente ostinata. Mancava poco: solo un ultimo scrupolo.
– Eh, sì, esatto. –
Desmond sembrò rilassarsi a quel punto, come se avesse avuto per tanto tempo una parola sulla punta della lingua che finalmente era riuscito a ricordare. Malik sorrise storto, ma nascondendo in realtà un gran divertimento. Guardò Desmond e si distese anche lui, soddisfatto di aver ottenuto quel che voleva.
– Okay. –
Fece Malik senza alcuna ombra di turbamento. Non poteva provare repulsione per qualcosa che gli era simile, d’altronde. Ma ciò che riguardava lui, non avrebbe mai riguardato i colleghi. Lo solleticava la curiosità di investigare sugli altri e scoprirne ombre e segreti, ma combatteva con ostinazione il processo inverso. Desmond sorrise, non più imbottigliato nell’imbarazzo, e continuò a sistemare con eccesso di zelo le posate asciutte. Passarono alcuni secondi che parvero anni.
– Perché? –
Se ne uscì Desmond tornando in pista, probabilmente per mera curiosità. Malik se lo aspettava, lo aveva previsto e, anzi, aveva già la scusa bella e pronta con cui imboccarlo.
– Mi è stato chiesto da una terza persona. –
Malik non ebbe nemmeno bisogno di mentire, perché Kadar aveva effettivamente richiesto quell’informazione – per quanto solo l’idea lo disturbasse. La cosa veramente importante per Malik era che Desmond si scolpisse bene in testa che l’interesse non veniva in alcun modo da lui: solo perché aveva chiesto se Altair era gay, non significava che fosse lui a nutrire un interesse.
– Oh! –
Esclamò Desmond con gran stupore. Sorrideva, tutto eccitato all’idea che il cugino sembrasse avere uno spasimante segreto.
– Non so chi sia, ma puoi dirgli che Altair è single al momento. –
Desmond mantenne il solito sorriso a forma di arcobaleno, tondo e luminoso. Malik annuì e scrollò le spalle, pensando che alla fine Desmond poteva pensare ciò che voleva; in quella conversazione Malik non era tenuto ad essere sincero, solo credibile.
– Riferirò. –
Disse Malik a labbra strette e con l’intenzione di chiudere lì la piacevolissima chiacchierata. Aveva ottenuto ciò che voleva, e aveva scongiurato ogni possibilità di fraintendimento. Almeno, così gli pareva. Malik non aveva particolari problemi riguardo al coming out, e non era mai stato più distante dal sentimento di vergogna al riguardo; ma alla propria privacy era affezionato oltremisura, come biancheria intima sotto i pantaloni. Pertanto, a meno che non ci fosse una reale esigenza, non fosse interrogato in maniera diretta, o l’argomento non saltasse fuori in modo naturale, Malik non avrebbe informato i colleghi che anche lui, a quanto pareva in maniera simile ad Altair, apprezzasse sia donne che uomini. Ma adesso i pensieri di Malik erano concentrati su altro: se Altair era davvero bi allora non era da escludere il fatto che quelli che aveva ricevuto negli ultimi tempi potessero essere potenziali ammicchi. Okay, pensò, mettiamo pure il caso. Ma il punto vero era: dove voleva arrivare Altair? Era sincero o giocava al flirt fine a se stesso? Cercava di capire a sua volta se anche lui fosse interessato e disponibile? Lo stava studiando con fascino o voleva solo divertirsi?
C’era ancora molto su cui ragionare, e il gioco aveva in sé un certo potenziale di spasso frivolo, quello privo di conseguenze: il preferito di Malik. Tuttavia, si trattava pur sempre di Altair. Malik doveva rendergli chiaro che poteva flirtare e gareggiare quanto voleva, ma non c’era modo che ai suoi occhi potesse rendersi interessante al punto da diventare una possibilità. Non era il suo tipo e non erano compatibili. Per Malik sarebbe rimasto un mero esercizio di stile. Di norma, lui era abituato a distinguere fra la pista e il traguardo.
Ci si può divertire nella corsa, ma perdere arrivando comunque ultimi.

Lucy si tirò su in punta di piedi per afferrare la maniglia della saracinesca. Michael, accanto a lei, aveva provato a insistere perché ci pensasse lui, ma era chiaro che i livelli di testosterone nella biondina battessero quelli di molti uomini. Le gambe minute di Lucy, avvolte dal nylon nero delle calze cinquanta denari, si affusolarono come steli di un prato. Lo sferragliare della saracinesca poco lubrificata fece strizzare gli occhi a Rebecca, in piedi nel mezzo del piccolo cerchio che si era formato di fronte al negozio in chiusura, e che comprendeva tutti i dipendenti: Malik, Altair, Desmond, Shaun e, appunto, Rebecca. Shaun teneva fra le labbra una sigaretta quasi finita, sottobraccio il casco dello scooter, e sulle lenti degli occhiali si rifletteva la luce dell’insegna, Half Moon Kebab.
– Andiamo a piedi no? –
Chiese Shaun, che riguardo la collocazione del locale non aveva capito nulla. Rebecca incrociò le braccia al petto, infreddolita, appiattendo ancora di più il seno già abbastanza piccolo. Poi rispose al collega.
– Sì, ci vogliono cinque minuti. –
Rebecca tirò su col naso e spostò un ciuffo della frangetta che usciva dal cappello di lana.
– Anzi, avviso che stiamo arrivando così ci tengono un tavolo. –
Rebecca prese il cellulare da cui pendeva un mostruoso e pelosissimo portachiavi a forma di gatto. Diede un’occhiata veloce ai ragazzi per il conteggio.
– Non si aggiunge nessun altro? –
Fece lei, retorica. Poi, tornando con gli occhi su Malik, chiese con meno retorica:
– Viene anche Holly? –
Nel suo tono c’era una purezza spensierata che rivelava la bontà dell’intento, e Malik lo apprezzò, cercando di ricambiare con la stessa serenità d’animo. Di sicuro avrebbe provocato un imbarazzo, ma non avrebbe permesso che durasse più di trenta secondi.
– Ci siamo lasciati. –
Disse Malik con tono distratto, riabbassando subito dopo lo sguardo sul cellulare; d’altronde, per lui non era un’informazione tale da meritare l’interruzione di attività ben più importanti, tipo completare quel sudoku che lo impegnava da quasi tre giorni.
– Porca la troia. –
Esclamò Shaun senza neanche spostare la sigaretta dalla bocca, dando il via a quei famosi trenta secondi in cui tutti avrebbero preso parte ai convenevoli del falso dispiacere. Rebecca sgranò gli occhi, colpevole della terribile gaffe. Desmond si ammutolì pensando a qualcosa da dire, ma gli uscì solo un flebile Oh. Quello che invece sembrò essere meno colpito dalla notizia fu proprio Altair, che si limitò a voltare il viso verso Malik e rivolgergli un’occhiata tagliata dall’ombra del cappuccio della felpa, che si era tirato su. C’era un equilibrio di apparenze da rispettare lì, nel gruppo, in mezzo agli altri. Ma questo non voleva dire che Altair, dentro di sé, non fosse nel frattempo esploso, morto, e poi risorto con la stessa velocità di un’eiaculazione precoce. Malik era single. Quella stronza, cioè Holly insomma, era stata finalmente sbolognata. Il sorriso a cui Altair avrebbe volentieri ceduto, sincero come quello dei bambini dell’asilo, dovette rimanere sigillato nelle ossa, e lui poté godere della notizia ad un livello puramente mentale.
– Oddio scusa, non lo sapevo. Mi spiace. –
Disse Rebecca in palese difficoltà, cercando di mitigare l’imbarazzo calato nel gruppo. Malik pensò che i trenta secondi che aveva previsto per scuse ed impacci fossero ormai vicini alla scadenza, quindi lasciò il sudoku, tirò su il viso dallo schermo, e optò per tagliare con l’accetta quell’intermezzo.
– A me no. È stato un bene. Nessun problema. –
Secco quanto il deserto di Atacama, Malik impose così il proprio finale, e nel gruppo calò un silenzio che scottava come ghiaccio sulla mano. Desmond mise le mani in tasca; Rebecca sorrise, ma non perché volesse; Shaun, al contrario, fu quasi tentato di chiedere approfondimenti, ma non sentendosi supportato preferì tacere. Altair, invece, nascose la fiamma dell’euforia con la solita flemma. Lucy e Michael arrivarono, infilandosi nel gruppo come due piccioni curiosi.
– Prenotato? –
Chiese Lucy rivolta prima ad Altair, poi a Rebecca. Non era sicura di chi se ne fosse occupato. Rebecca, ancora stringendo il pesante cellulare nella mano, si ricordò quale fosse il suo compito.
– Ecco, ecco. –
Compose il numero e si accostò il telefono nell’orecchio.
Nessuno toccò più l’argomento Holly, e ogni sguardo scomodo e curioso scomparve sotto il velo del contegno. La cosa contribuì non solo ad alleggerire l’atmosfera, ma anche a svuotare le teste per riempirle con altri pensieri, o semplicemente col nulla: il giorno dopo era domenica, il riposo settimanale, e quella sera tutti avrebbero preferito soffocare il lavoro dentro un calice di vino francese o italiano, una birra 12 gradi, o un cocktail ipercalorico, immergersi in chiacchiere frivole e stereotipi innocui, ridere per delle idiozie, e soprattutto non prendersi sul serio. Il locale era effettivamente vicino. Non impiegarono più di otto minuti per arrivarci. Anche se completamente in legno, il posto sembrava progettato con un approccio fusion: c’era un po’ del calore da pub inglese e un po’ del freddo minimal targato Grande Mela. Le luci erano basse, pure troppo, il che sembrava non invogliare molti clienti alla consumazione alimentare: con quell’illuminazione difficilmente si sarebbe capito cosa c’era nel piatto. Ma non era un problema, perché il bisogno più importante era bere, e i classici stuzzichini da aperitivo con un po’ di frutta secca sarebbero bastati, mettendo tutti d’accordo.
Lucy e Michael guidarono il gruppo, e i sette furono invitati a prendere posto in un angoletto della sala riservato per loro ad hoc. Il tavolo era un rettangolo in legno lucido: lungo uno dei lati maggiori c’erano due sedie, altre due a ciascun capotavola, e l’altro lato lungo del tavolo prevedeva un comodo divanetto in cui tre persone potevano stringersi. L’arredamento aveva un tocco retrò, con un mobilio fatto di gingilli inutili e cianfrusaglie strane. I ragazzi si spogliarono e cominciarono a scaldarsi. Lucy chiese a Michael almeno due volte, in meno di cinque minuti, se andasse bene per lui restare o fosse invece troppo stanco. Michael sorrideva, occupando uno dei capotavola con la schiena comodamente poggiata sulla sedia, il che rendeva meno evidente la curva della sua pancia tonda e piena di buoni sentimenti. Sulla sedia alla sua sinistra sedeva appunto Lucy, il cui incarnato era particolarmente valorizzato dalle luci morbide di sala. Accanto a lei, sulla seconda sedia, Altair; aveva ancora il cappuccio tirato su, il che gli conferiva quell’aria misteriosa e raminga che tanto irritava uno degli altri ragazzi: Malik, da tradizione. Il cuoco trovava l’atteggiamento non solo scortese, ma anche infantile. Era come se Altair dovesse distinguersi ad ogni costo, alzare la mano ed urlare Ehi, io sono quello speciale e fuori dal coro qua in mezzo. Semplicemente insopportabile, come tutto il resto di lui. E purtroppo per Malik, ce lo aveva proprio davanti. Neanche la comodità del divanetto su cui stava seduto poteva consolarlo. Se non altro, fra lui e Altair, procedendo in senso orario ad occupare l’altro capo tavola, c’era Shaun, intento a dare una pulita agli occhiali e poi una sistemata ai capelli. Accanto a Malik, alla sua sinistra, sedeva Rebecca: gomiti sul bordo del legno e occhi di lince che lanciavano graffiate agli altri avventori del locale. Completando il giro, come ultimo posto sul divanetto, a sinistra di Rebecca, c’era Desmond, il più giovane di tutto il gruppo.
A poco a poco tutti cominciarono ad assaporare il gusto dolce del lasciarsi andare, quel tipico rilassamento serale che deriva dalla consapevolezza che la mattina dopo non si verrà disturbati dalla sveglia. Fra loro, solo uno sembrava non inzupparsi in quell’umore e non partecipare attivamente alla serata: Altair. Se ne stava curvo sulla sedia, sbilanciato in avanti, ancora il cappuccio in testa e un’ombra a coprirgli gli occhi, neanche fosse stato Aragorn seduto alla locanda del Puledro Impennato in attesa degli hobbit. Le mani nelle tasche che negavano ogni potenziale contatto, la bocca chiusa che lo isolava dall’interazione, gli occhi che si muovevano da un viso ad un altro ma senza incrociarne veramente nessuno, facendo deserto intorno a sé. Questo era ciò che chiunque avrebbe letto nella sua figura, impostata sul pilota automatico dei disturbi comportamentali. Ma ciò che Altair stava vivendo dentro di sé si trovava a galassie di distanza da quelle apparenze. Non riusciva ancora a levarsi dalla testa le parole di Malik che gli avevano garantito un vantaggio dolce come il miele, nell’ottica dei suoi piani. Saperlo single cambiava completamente le carte in tavola, al punto da costringerlo a rivedere strategie e tempi di attuazione. Eliminata Holly, poteva per esempio mettere da parte i problemi di distanza a cui doveva attenersi seguendo le comuni aspettative sociali: poteva potenziare il flirt fino a renderlo paurosamente esplicito, e inserirsi ufficialmente – e a gomitate – nella lista degli interessati. Ciò che invece non era cambiato, era l’incognita con cui Malik lo aveva lasciato riguardo ai suoi gusti e preferenze. C’era lo spiraglio di un’apertura mentale, e sessuale, oppure Malik era devotamente e integralmente etero? Sarebbe riuscito a solleticare la sua curiosità, o almeno una sana e curiosa voglia di nuovo? Quando Altair aveva provato a camminare su quel campo minato, Shaun ci si era infilato in mezzo facendo saltare un paio di mine, mandando tutto a fanculo. Una risposta, quindi, ancora non ce l’aveva. Ma Altair non si sentiva scoraggiato: di occasioni poteva averne a decine durante la settimana lavorativa. Con una svista inconsapevole, le labbra di Altair si piegarono per un istante verso l’alto: l’embrione di un sorriso autocompiaciuto. Poteva arrivarci e poteva riuscirci, al di là dell’esito e della risposta che gli avrebbe dato Malik. Le avrebbe tentate tutte, fino in fondo, finché non avesse vinto oppure perso; troppo primitiva e inaffondabile la voglia che lo consumava, e troppo affilato il fascino di quel siriano dagli occhi carbone e la lingua tagliente per non cedere alla tentazione di provare a lasciarsi ferire.
Quale sarebbe la prima cosa che gli farei? Pensava Altair mentre appendeva lo sguardo sull’oggetto dei suoi desideri, tornando ad immaginare, come sempre più spesso ultimamente, cosa avrebbe provato a stringerlo fra le braccia, tenerselo in mezzo alle cosce, averlo orizzontale sotto di lui o verticale seduto sopra il bacino. E in quel groviglio alterato di proiezioni piccanti e desideri inespressi, gli occhi di Malik incrociarono quelli di Altair. Il ragazzo incappucciato strinse i pugni nelle tasche della felpa, perché provò imbarazzo: quei due abissi scuri lo avevano colpito senza preavviso, come un proiettile vagante, in un momento di vulnerabilità quale poteva essere immaginare ad occhi aperti di accoppiarsi con lui. Ma come al solito, il colpo venne ben incassato e fagocitato; nulla trasparì del sudore freddo che Altair sentiva bagnargli i palmi delle mani. Anzi, ne approfittò per domandarsi: se un’occhiata diretta e distillata di Malik era in grado di fargli sobbalzare così il muscolo cardiaco e impastargli la bocca dall’emozione, poggiare la bocca su quelle labbra sgarbate come lo avrebbe ridotto?
Il bordo del cappuccio di Altair cominciò a sfilare via, indietro, liberando i capelli corti che spuntarono fuori in tanti piccoli ciuffi. Altair, colto di sorpresa, tese le spalle e irrigidì il collo, voltandosi immediatamente per identificare il responsabile. Lucy stava chiacchierando con Rebecca e Desmond mentre con il braccio finiva di tirare giù il cappuccio di Altair, scoprendolo del tutto. Tutto il suo bel viso, adesso, veniva colpito dalla luce pulviscolare del pub. Lui fissava Lucy in linea retta, guardandola serio ma senza ardire al rimprovero; era inoffensivo. Lucy, al contrario, non se lo filò di striscio: una volta completato il gesto e raggiunto l’intento, lasciò il tessuto grezzo del cappuccio sulla schiena di Altair, permettendo al palmo, mentre scivolava via, di accarezzare per un momento la schiena dell’amico, a volergli dire di non prendersela. Poi Lucy tirò via il braccio e lo cinse sotto al seno, continuando a parlare con gli altri, senza mai aver dato l’impressione di volersi interrompere. Lucy conosceva Altair da quando erano ragazzini, e quello del cappuccio era un vizio che non si era circoscritto solo alle difficili pagine dell’adolescenza. Lei, quando poteva, cercava di riportarlo alla civiltà e all’educazione attraverso un’occhiata, una gomitata ben piazzata, un richiamo verbale o, come in quel caso, attraverso un gesto limpido ed inatteso, dal peso di un fiocco di neve. Voleva Altair presente e partecipe, fuori da quella campana isolante di cui il cappuccio era una perfetta metafora. In una parola, Lucy lo voleva con lei. E con gli altri. Altair, che era solito concedere a Lucy molto più di quanto non facesse con altri, assecondò il desiderio di lei, accettando i fatti e lasciandosi la testa scoperta.
Altair si ricordò di dove aveva poggiato lo sguardo prima di essere interrotto, e quindi tornò presto con gli occhi davanti a sé, da Malik. Il cuoco, però, aveva già ripreso ad intrattenersi con gli altri, in particolare Shaun. Altair aveva perso il treno. Il giovane sospirò senza che nessuno se ne accorgesse, drizzò la schiena e andò a poggiarla sullo schienale della sedia, spalancando le gambe sotto al tavolo fino ad infastidire con le ginocchia i due estremi opposti, cioè Lucy a destra e Shaun a sinistra. Ma era un processo naturale per Altair, che rimase in quella posa da zotico mandriano texano a mostrare che lui probabilmente era assente quando a scuola spiegavano la lezione sui confini dello spazio personale. Shaun e Lucy non fecero caso a quell’invadenza sotto al tavolo, o almeno non si curarono di riprendere Altair pubblicamente; cosa che invece avrebbe fatto più volentieri Malik, che non poté evitare di notare la cafonaggine con cui Altair imponeva la sua presenza fisica in mezzo al gruppo. Era incredibile come Malik si ritrovasse sempre ad aggiungere qualcosa nella lista degli atteggiamenti che odiava di lui. Non riusciva a trovarci nulla di accattivante, se non il corpo ben scolpito, allenato, da calendario; forse anche un viso particolare, tutto sommato intrigante, i cui tratti rigidi si sposavano col suo fascino granitico e ostile. Malik aveva ormai stabilito che oltre quello strato estetico e superficiale non sarebbe valsa la pena scavare. Quello che aveva davanti agli occhi gli bastava e lì continuava a fermarsi, spegnendo il motore e tirando il freno a mano.
Poi le diverse conversazioni che si intersecavano come linee spezzate da un capo all’altro del tavolo vennero interrotte dal ragazzo di sala, che chiese le ordinazioni. La maggior parte di loro venne colta impreparata, non avendo nemmeno deciso se darsi al luppolo o all’uva. Rebecca chiese che rossi avevano, Desmond e Michael erano più interessati alle birre artigianali, e gli altri cercavano di recuperare scorrendo con gli occhi sulla carta degli alcolici e la lista dei cocktail, oppure aspettavano di sentire cosa avrebbero ordinato gli altri, per rispondere con un imparziale lo stesso. Malik tese l’orecchio alla lista dei rossi con cui il cameriere stava rispondendo a Rebecca. Non gli sarebbe dispiaciuto un calice di vino: un Pinot Nero francese, uno Zinfandel dalla cantina Coppola, uno Chappellet del 2013, un altro che non aveva capito dalla Sonoma Coast… la qualità c’era, forse anche troppa per lui che voleva solo bere qualcosa di buono e dalla gradazione generosa. La cosa più semplice era ordinare un vino diverso da Rebecca, così da poterseli scambiare e assaggiare entrambi. Alcuni avevano già deciso e lanciato le loro preferenze; Altair si era sporto verso Desmond per assicurarsi che venisse servito anche l’accompagnamento cibario da aperitivo, perché aveva fame, e Desmond annuì con decisione, perché aveva fame pure lui; Lucy aveva ordinato il suo cocktail, un Americano, e Michael la sua birra, una IPA europea. Mancavano solo tre di loro a completare l’ordine. Rebecca prese coraggio e andò con un Pinot Nero, il che spinse Malik ad optare per uno Chappellet, senza troppi preziosismi. Il siriano staccò la schiena dall’imbottitura del divanetto e parlò a volume sufficiente da poter contrastare le chiacchiere, il tintinnio dei bicchieri e le risate di chi, ai tavoli vicino, era già alticcio.
– Un calice del 2013. –
Fece Malik conciso, sperando di non essere costretto a ripetersi. Si rituffò indietro con la schiena, sul morbido divano bombato, libero dai doveri.
– Ah, ma tu bevi? –
Quella domanda tagliò l’aria in due, interrompendo lo scorrere del tempo. Malik tese i sensi e curvò gli occhi verso la voce colpevole: Shaun. L’inglese stava posizionando il tabacco nella cartina: gomiti stretti ai fianchi e dita operose, come quelle di una mosca sopra sterco di cane. Sì, Shaun aveva chiesto proprio a lui, perché i suoi occhi chiari puntavano diretti al cuoco siriano, ed era evidente anche da dietro le lenti degli occhiali. Malik proiettò l’ombra di un rimprovero nello sguardo duro, e l’attesa di una risposta fece interrompere il resto del chiacchiericcio al tavolo, che si trasformò presto in un silenzio imbarazzato. Qualcosa si stava storcendo nell’atmosfera.
Shaun, interrotto ogni movimento, era immobile come una statua, ghiacciato da quello sguardo che feriva a distanza, e stava provando a chiedere aiuto col linguaggio del corpo. Aveva capito di aver detto qualcosa di malaccorto, ma non capiva cosa. L’unico disgraziato che continuava a sorridere, ormai vicino all’ebetismo, era il cameriere a cui mancavano ancora un paio di ordini per lasciare il gruppo da solo a gestire quella gaffe.
– Perché, non dovrei? –
Domandò Malik, sicuro della linea d’azione – o meglio, reazione – che aveva scelto di seguire. La sua contro domanda fu l’inizio ufficiale del dialogo fra i due, che sancì la sospensione di qualunque altro scambio verbale al tavolo. Nessuno parlava, tutti osservavano. Altair, prima sporto verso Desmond, adesso poggiava entrambi i gomiti sul tavolo, restando con la schiena dritta e lo sguardo attento, a cibarsi del turbamento sul viso di Malik che quel coglione di Shaun aveva provocato. Non gli piaceva che qualcun altro – che non fosse lui, da intendere – infastidisse Malik, soprattutto se si trattava dello stesso idiota che aveva interrotto il suo primo tentativo di approccio pochi giorni prima nello spogliatoio. Anche se, ammetteva, quando le sopracciglia spesse ma uniformi di Malik si facevano vicine, corrucciandosi, quando i suoi occhi pungenti diventavano sottili come due fessure, e quando le sue labbra si irrigidivano piccate, Malik non perdeva assolutamente nulla del suo fascino; anzi, a dirla tutta, quando sceglieva di abbandonare il basso profilo e passare all’attacco, selvaggio e aggressivo quanto una lince rossa, Malik diventava ancora più sexy, se possibile. Il che portava Altair a fare associazioni strane, sfrenate e ballerine, tipo se quella stessa aggressività Malik se la portasse dietro anche in camera da letto, sotto le lenzuola.
Tutti avevano fiutato la tensione nell’aria, ma ancora nessuno aveva il coraggio di intervenire, preferendo lasciare i diretti interessati a gestire la cosa. Shaun malediceva mentalmente se stesso e la sua lingua lunga che però, a sua difesa, non aveva mai avuto intenzioni maligne; fece spallucce, cercando di vestire l’abito dell’ingenuo che ha scavalcato la zona di proprietà privata solo per riprendersi la palla lanciata troppo forte, troppo lontano, in un campo pericoloso e che non conosce.
– No, cioè, pensavo solo che… –
Cominciò, cercando di smorzare l’attrito degli sguardi, primo fra tutti quello di Malik, rimettendosi a impastrare il tabacco nella cartina, che adesso si era sollevato verso le labbra e stava incollando con una passata di lingua.
– Che siccome faccio di cognome Al-Sayf allora non bevo alcolici? –
Malik non si era limitato a rivolgere a Shaun una domanda retorica, gliel’aveva letteralmente sputata in faccia col disdegno negli occhi e la superbia del tono. All’inglese quella frecciata arrivò dritta come un calcio nei gioielli di famiglia, capendo di non essere riuscito a salvarsi. Pensò che sì, forse aveva fatto uno scivolone con quell’apprezzamento macchiato di leggero pregiudizio, ma pensò pure che Malik fosse estremamente suscettibile sull’argomento, per non dire palesemente permaloso.
– Okay, okay, abbiamo finito con le ordinazioni? –
Fece Rebecca infilandosi nella conversazione come un moscerino nell’occhio mentre si fa jogging, nel vano tentativo di salvare Shaun dall’aggressione, ancora moderata, del siriano fumantino. Un paio degli altri si schiarì la gola con l’accompagno di una sollevata di spalle, come a volersene tirare fuori con grande nonchalance. Intervenne anche Lucy, che se non altro cercò di risparmiare l’imbarazzo al cameriere che stava ancora aspettando le ultime due consegne: Desmond e Altair. La ragazza poggiò una mano sull’avambraccio di Altair, rivolgendosi però al cugino dell’amico per chiedere il nome della birra che voleva. Una parte del cervello di Altair andò a tradurre in tepore la percezione delle dita di Lucy che affondavano sul tessuto della felpa; ma tutto il resto di sé era concentrato altrove, a pensare ad esempio come Malik fosse senza dubbio la serpe più interessante che avesse mai incontrato. C’era in lui l’orgoglio dell’unicità, l’intelletto sottile di un’Atena greca, la barbarie di una giungla inesplorata, ma anche la grazia di una volpe delle nevi. Che possibilità di resistergli aveva uno come lui, che pranzava con pane e burro d’arachidi? Desmond sudò freddo, sia per l’imbuto stretto in cui si era andata a ficcare la situazione al tavolo, sia perché Lucy gli aveva fatto una domanda che esigeva una risposta rapida e precisa. Non resse alla pressione e sparò a caso la prima birra di cui ricordava il nome quando invece, in condizioni normali, ci avrebbe messo altri dieci minuti per sceglierne una con giudizio e coscienza. Considerata la sua matematica sfortuna, era molto probabile che avesse pescato quella che gli faceva più schifo.
– E dai amico… –
Fece Shaun, esaurita ogni altra argomentazione logica a suo favore: si rimetteva nelle mani del boia. Malik restò con la schiena sul divanetto e il corpo rigido, per infliggere a Shaun il suo costante giudizio. Fosse stata la prima volta che gli capitava un commento del genere in vita sua, avrebbe alzato gli occhi al cielo e sbuffato con un po’ di dramma da prima donna, senza perder tempo a puntualizzare e discutere. Ma era vero il contrario: era tutta la vita che doveva ingoiare e digerire commenti superficiali e da somaro, che rivelavano solo l’abisso che lo separava dal resto del mondo. L’America continuava a stargli stretta nonostante il tempo e l’abitudine, che avevano chiaramente fallito nell’anestetizzare la sua vena polemica e il vizio di contestare.
– C’è altro che già pensi di sapere di me, oppure preferisci prima chiedere? –
Con la faccia da felino stizzito, Malik continuava ad affondare i denti nell’arteria della preda, implacabile. Shaun, finito di rollare la sigaretta, se la rigirava tra le dita ad occhi bassi, scuotendo la testa con un sorriso amaro sulla faccia. Sapeva che non c’era niente da rispondere. L’unica soluzione era far sfogare Malik, incassando come un vero pugile.
– Anche il mio cognome è arabo ma non è che sono astemio. –
Un’altra voce, densa fino ad essere cupa, si levò all’interno della conversazione smandrappata. Malik guardò lì dove sentì provenire le parole che si schieravano in sua difesa, e si sedevano al suo fianco a dirgli siamo uguali, ti capisco. Il sospetto di chi le avesse pronunciate fu confermato alla vista, anche perché nessun altro a quel tavolo aveva origini mediorientali, a parte lui e…
– È più complicato di così. –
Tutti gli occhi del tavolo, cameriere incluso, erano adesso su Altair, che sconvolse ognuno dei presenti non solo perché sentirlo parlare era un fenomeno pari a quello della luna piena, ma soprattutto perché aveva detto qualcosa di totalmente condivisibile e sensato, addirittura intelligente.
– Credo. –
Aggiunse Altair sentendo il peso di quegli sguardi addosso. Con quell’intercalare concluse il suo intervento, sollevò le spalle e abbassò il viso, non pensando che avrebbe destato un tale sbigottimento. Lucy, ancora con la mano sul braccio di Altair, si rivolse al cameriere che era stato costretto a penare più del necessario, decidendo lei l’ordinazione di Altair, e infine congedandolo. Se all’amico non fosse piaciuta la birra che aveva scelto per lui, gliene avrebbe offerta un’altra. Il povero ragazzo di sala se ne andò di corsa, odiando il suo lavoro come non mai quella sera. Adesso c’era nell’aria un altro odore che si mescolava con quello di luppolo, lime dei cocktail e unto delle patatine con ketchup: quello della tregua. La distanza che li separava dalla pace sembrava essersi accorciata. Malik non lo negò, era rimasto colpito. Mai avrebbe pensato che Altair potesse avere qualcosa da dire al riguardo, o meglio riguardo qualsiasi cosa, e il fatto che avesse scelto di esporsi in prima persona ed empatizzare mettendosi nei suoi panni, be’… anche un cuore di ghiaccio come il suo riconosceva il sollievo di un soccorso spontaneo, non richiesto.
Ma.
C’era sempre un’avversativa nei calcoli di Malik, come pure lo spettro del tornaconto che proiettava sempre nelle azioni degli altri. Nessuno era cortese senza un motivo, non nel mondo che lui conosceva. Da lì il salto fu breve: Altair era intervenuto perché sperava forse di guadagnare punti in quel modo? Voleva accattivarsi la sua stima? Spingerlo a sentirsi in debito? Fare una buona impressione? Leccargli il lobo dell’orecchio con quelle parole per farlo sciogliere? Tutto poteva essere, e la migliore tattica rimaneva mantenersi sempre aperto ad ogni possibilità. Se il diritto prevedeva l’innocenza fino a prova contraria, la legge di Malik era colpevole fino a dimostrata innocenza. Ma in verità i due ebbero poco tempo per parlarsi con gli sguardi, perché quando Rebecca poggiò la mano fresca sulla nuca di Malik, il ragazzo fu risucchiato di nuovo nel presente, abbandonando proiezioni e congetture, e anche un po’ della collera che aveva innescato la sua reazione. Le dita di Rebecca gli carezzarono la pelle del collo e l’attaccatura dei capelli. Bastò quello perché Malik si sentisse presto domato, e più incline alla sospensione del conflitto.
Cosa non erano in grado di fare le dita di una donna.
– Non ti arrabbiare… –
Gli fece Rebecca in un sorriso che cozzava con l’espressione infelice dei suoi occhi. Sembrava una sorella maggiore intenta a calmare lo spirito irritabile del fratello più piccolo. Il siriano trovò gradevole il suo tocco carico di premura, decise di accogliere il suggerimento e arrendersi.
Rebecca gli stava simpatica. Rebecca era una ragazza. Rebecca poteva toccarlo.
– Non toccatemi Malik, okay? –
Intervenne Michael dall’altro capo del tavolo, per scoccare un dardo in sua difesa e (anche) colpirlo con un sedativo. Con un attacco di gruppo forse potevano riuscire a rabbonirlo. La voce di Michael fece il suo effetto, perché quell’uomo era bravo a fare da padre un po’ a tutti. Malik accettò quella carezza verbale, e lui gli strizzò un occhio con un sorriso che avrebbe disarmato persino Freddy Krueger. Il cuoco sventolò bandiera bianca: avrebbe fatto il bravo e si sarebbe cucito la bocca. Anzi, non aspettava altro che avere fra le mani il suo calice di rosso e soffocare nel vino le parole e gli screzi. Al diavolo le battaglie ideologiche e la lotta contro i mulini a vento; i superficiali se ne potevano restare nella loro campana di vetro incrostata da pigrizia intellettuale.
Da lì in poi il clima riacquistò a poco a poco contorni normali, freschi, rilassati ma anche tonici al punto giusto da non far scadere tutto nella noia. Shaun uscì a fumarsi la sigaretta prima che arrivassero gli ordini e Rebecca, dopo essersi coccolata Malik ancora un po’, raggiunse Shaun all’esterno e si investì della carica di intercessore, cercando di parlargli per riportare l’armonia fra i due ragazzi. All’interno, gli altri contribuirono a distendere la tensione con argomenti leggeri, il più possibile spensierati. Lucy, Altair e Desmond, pur facendo gruppetto per via della loro conoscenza pregressa, furono bravi nel non escludere mai né Michael né soprattutto Malik, che dopo lo spiacevole rovescio aveva bisogno di essere distratto anche più degli altri. Gli alcolici arrivarono, e inutile dire che con quelli la tensione si trasformò da tattile ad incorporea, evaporando via come le formalità e le etichette. Rientrarono anche Shaun e Rebecca, e l’inglese andò ad accostarsi a Malik, quasi a volerselo prendere da parte, cominciando a scusarsi col suo solito fare ironico, ma anche con innegabile sincerità. Malik, già stemperato nell’umore, accolse con più facilità le scuse e si mostrò incline alla riappacificazione. Era più che convinto di non aver esagerato nella reazione, perché il commento di Shaun era stato dettato solo da un cieco preconcetto – magari ingenuo e non maligno, ma comunque un preconcetto. Per farla breve, Malik era perfettamente cosciente di avere la piena ragione. Ma proprio per questo sapeva che decidere di perdonare Shaun altro non era che la conferma della propria superiorità, sia nell’intelletto che nella generale maturità, distante anni luce dall’inglese e da molti altri che aveva conosciuto. Perché è molto più facile scusare chi riteniamo un completo idiota o un autentico incompetente.
In pratica, chi consideriamo inferiore.
Il vino era buono, non che qualcuno di loro fosse un intenditore (ci fosse stato Ezio…), e buone erano pure le birre e il cocktail di Lucy. Al povero Desmond andò bene, alla fine; la birra non gli fece così schifo, nonostante non fosse quella che avrebbe scelto coi suoi tempi ultra distensivi e super dilatati. Per Altair il discorso era diverso: anche lui non aveva scelto la sua birra, ma di quello che di alcolico trangugiava non se ne era mai fatto un problema. Ciò che gli interessava non era tanto il gusto, quanto l’effetto dell’alcol in corpo, lo stato mentale ed emotivo che raggiungeva nel convincersi a lasciarsi andare facendo entrare l’etanolo nelle fibre muscolari e nella coscienza. Se poi l’effetto avveniva sotto vino, birra, vodka, rum o gin, poco gli importava. Nei campi del mangiare, del bere e del vestirsi non era mai stato un tipo pretenzioso, ed era solito perdere tempo solo per le cose che riteneva davvero importanti: lo sport e il sesso.
Ultimamente, a quelle due priorità si era aggiunto anche Mr. Sarcasmo, alias Malik Al-Sayf, che Altair avrebbe volentieri incluso nella categoria del sesso. Ma il giovane era costretto a scontrarsi con la realtà dei fatti: quel desiderio non poteva dipendere solo da lui. Doveva adattarsi. Doveva aspettare. Doveva organizzarsi. Addirittura pensare. Cosa che non gli era mai capitata prima in un corteggiamento. Ma forse dipendeva dal fatto che non aveva mai veramente corteggiato qualcuno fino a quel momento. La roba più vicina alla corte che aveva utilizzato era stata probabilmente con Maria, molti anni prima. Ma lei era una donna, e non poteva essere la stessa cosa. Almeno, non lo era per Altair. Mise da parte il pensiero della sua storica ex per concentrarsi sul presente e rimanere ancorato ai propri obiettivi. Era sempre stato così abituato a sbattere in faccia alla gente quanto nessuno potesse farsi scappare un’occasione d’oro quale era lui, Altair Ibn-La’Ahad, che non aveva mai davvero riflettuto su come potesse essere difficile, invece, convincere qualcuno a dargli una possibilità. Tutto era scontato; tutto era naturale; tutto era facile. Lui era bello e possedeva un carisma sporco, affascinante nella sua inciviltà, magnetico perché parlava poco ma toccava tanto; era dotato di un bel corpo tonico, da vero tronista, e sapeva di avere fra le gambe un pene da podio di cui andava fiero come una laurea in medicina.
Come era facile intuire, nessuno gli aveva mai detto no in vita sua. Perciò, ritrovarsi di punto in bianco a lottare per qualcuno, ad allenare l’insistenza – ma pure il garbo con cui applicarla – a pazientare e non ad assalire, lo stava portando in una regione inesplorata, un gioco di cui non conosceva le regole. L’adattamento non era facile, ma ce la stava mettendo tutta.
Malik ormai lo interessava davvero, più di quanto riuscisse a spiegare.
Ma non era cominciata così, all’inizio: Altair aveva incontrato Malik, aveva visto che era un bel ragazzo, e aveva pensato che se lo sarebbe portato a letto volentieri. Insomma, l’esordio più classico, il perché no? Ma poi all’interesse sessuale si era aggiunta anche la curiosità umana, ben più pericolosa, e la dilettevole conquista personale si era tinta di altre sfumature, più complesse: c’era qualcosa in Malik che gli piaceva al di là di quel bel faccino dai tratti orientali, che aveva sicuramente già stregato decine di altri. Assaggiarlo e possederlo era il suo sogno proibito da ormai quasi tre mesi, e questo desiderio restava fermo e costante come il granito; ma Altair considerava Malik una creatura affascinante a prescindere da ciò: le cose che diceva, come le diceva, e ancora di più quelle che non diceva; il suo linguaggio del corpo, gli sguardi che parlavano più della bocca; senza contare la costante sensazione che, dietro i silenzi e i sospiri, Malik in realtà sapesse sempre ciò che stava accadendo intorno. Eppure per qualche ragione ad Altair incomprensibile, Malik amava giocare a far finta, osservare da dietro le quinte e lasciare che fossero gli altri a muoversi per primi. Era tremendamente complesso, ed era un inferno. Ma per uno come Altair, abituato a vincere senza sforzo, la cosa non poteva che rappresentare una sfida. Accettava volentieri di aggiungere un tassello alla volta al quadro complessivo di Malik, ed era soddisfatto di aver assistito quella sera ad un altro aspetto di lui: la ferocia e la fierezza con cui lottava e si difendeva erano riuscite a renderglielo solo più desiderabile. Era forte e sicuro, sveglio e graffiante, emancipato e trasgressivo. Lo adorava. Ad Altair piaceva come Malik si era difeso, come era stato pronto al balzo e a tirar fuori gli artigli. Era un tipo decisamente in grado di cavarsela da solo ma, ciò nondimeno, Altair non avrebbe mai assistito in silenzio ad uno sgarbo nei suoi confronti. Nessuno doveva permettersi di importunare o maltrattare il suo prediletto, la sua preda segreta che osservava da lontano come un’ombra, il suo inconfessabile pensiero notturno. E quella pulsione di possesso e appartenenza, che un po’ odorava di sbagliato, scaldava Altair nell’illusione di potersi rendere Malik più vicino, più suo. Ma era furbo, Mr. Sarcasmo, c’era da stare attenti. E per quanto la serata continuò tutto sommato tranquilla e in linea con le aspettative di un incontro pre-festivo, ciò non impedì ad Altair di indurirsi nei pensieri e perdersi nella previsione dei possibili eventi futuri. I fili delle dinamiche potevano contorcersi ed annodarsi in combinazioni infinite, ma alla fine erano sempre e solo due gli scenari che era possibile ottenere: quello in cui tutto va come si spera, e quello in cui tutto va a puttane.

Le The Bangles, che stavano accompagnando la serata con il loro Manic Monday, ripetevano quanto volessero che fosse domenica e in pochi minuti furono accontentate: una volta scattata la mezzanotte ed entrati nel 13 di novembre, tutti avevano finito il primo giro di ordinazioni. Alcuni erano stati più rapidi, altri più lenti. Il peggiore in assoluto era stato Michael, che aveva lasciato un terzo di IPA; ma nessuno lo avrebbe rimproverato: tutti sapevano che l’alcol era per lui ammissibile solo in moderazione. L’ora e mezzo trascorsa era passata veloce come uno sfogo allergico sotto antistaminico: Malik e Shaun si erano definitivamente riappacificati; Altair era tornato seduto come un mandriano, mani infilate nelle tasche della felpa e sguardo basso da spacciatore di borgata; Lucy conversava con Michael, schiena concava che, a partire dal collo fino al coccige, disegnava una s perfetta, elegante come neanche un cigno nella stagione degli amori; infine, Rebecca si confrontava con Desmond su quali fossero i migliori posti in città dove poter mangiare dei tacos superlativi. Poi un telefono squillò.
A Malik ci vollero alcuni secondi prima di avvertire la vibrazione della chiamata nella tasca dei jeans, dove teneva il cellulare. Mise in stand-by la conversazione con Shaun, sollevò un fianco per tirare fuori l’apparecchio e subito andò con gli occhi sullo schermo per individuare la chiamata, anche se un sospetto già ce l’aveva: Kadar. Sorrise senza pensarci, come accadeva raramente, sapendo che il fratello si sarebbe confermato sempre il primo a fargli gli auguri, come ogni anno. Malik staccò la schiena dal divanetto e si curvò in avanti, ficcandosi il cellulare nell’orecchio, sperando che la musica e le chiacchiere non coprissero troppo la voce.
– Ehi. –
Rispose, col tono di chi conosce già il motivo della chiamata.
– Ehi a te, anziano. –
Kadar protrasse oltre il necessario l’ultima vocale di quella parola, il che fece sorridere Malik.
– Auguri! –
Continuò il fratello minore con giubilo.
– Grazie. –
Fece subito Malik, poggiando i gomiti sul tavolo e inclinando la testa da un lato. Avrebbe preferito di gran lunga ricevere quella telefonata in un luogo isolato, o al massimo spostarsi di fuori, ma era un’operazione che avrebbe disturbato troppe persone e creato eccessivo trambusto.
– Auguri auguri auguri auguri. –
Attaccò Kadar come un disco rotto, senza mai riprendere fiato. Dalla voce era chiaro che stesse sorridendo a trentadue denti all’altro capo del telefono. Malik smorzò una risata, perché sentiva troppo addosso gli occhi degli altri, e a lui non piaceva essere osservato. Poggiò il mento sul palmo di una mano, sforzandosi di apparire naturale.
– Okay okay. Grazie. –
Malik cercò di tagliare corto per risparmiarsi l’imbarazzo.
– Confermato tutto per domani allora? –
Domandò Kadar come un cane sovraeccitato. Malik cercò di riportare alla mente tutto il programma che il fratello gli aveva organizzato, ma ne ricordò solo frammenti. Perciò mentì.
– Certo, certo. –
Annuì con la testa mettendosi a girare con un paio di dita il calice di vetro che aveva davanti, ormai vuoto. Il vino gli era piaciuto, ma già non ne ricordava più il nome. Malik alzò poi lo sguardo distratto, ritrovandosi davanti le pupille di Altair che se lo ingoiavano dentro. Ancora una volta, il compatriota dimostrava di non avere la minima discrezione. Una persona normale avrebbe abbassato o distolto lo sguardo per educazione, avrebbe finto di non stare ad osservarlo durante una conversazione telefonica privata, o al massimo avrebbe sorriso per non dare l’idea di essere una pericolosa ingerenza. Ma Altair no. Al contrario, nonostante fosse stato beccato in flagrante a puntargli gli occhi addosso, sembrò fregarsene con grande zen, e continuò a guardare Malik mentre parlava al telefono. Il cuoco trovò quell’impertinenza davvero insopportabile: la vita di Altair era consacrata all’autocompiacimento. L’unica distrazione in cui Malik poté rifugiarsi furono i movimenti di Rebecca alla sua sinistra, che smise di parlare con Desmond per affrettarsi a controllare qualcosa sul cellulare.
– Ho detto a mamma di fare i ma’amoul, vanno bene? –
I pensieri di Malik si riempirono di ricordi fatti di odori. Una malinconica nostalgia lo prese d’improvviso, e tutto ad un tratto si sentì completamente solo nella sala.
– Benissimo direi, chiedile quelli con- –
– Datteri e pistacchi. Lo so. –
Lo anticipò Kadar con tono saputo. Malik sorrise.
– Che bravo. –
Rispose, già sentendo in bocca il sapore zuccherino dei datteri che si univa a quello deciso delle noci nell’impasto. Il dessert che nessuna cheesecake avrebbe mai battuto, e con cui si preparava a spegnere le sue venticinque candeline. Un quarto di secolo se ne era andato, veloce come una sequenza di starnuti.
– Ohi, scusa ma adesso devo attaccare... –
Il rammarico nella voce di Malik era sincero. Se avesse potuto scegliere, avrebbe di certo preferito parlare al telefono con Kadar, invece che dal vivo con i colleghi.
– … Sono con gli altri. –
Aggiunse, come reale giustificazione. Malik spese poi un altro paio di minuti per confermare orario e luogo dell’appuntamento del giorno seguente – o meglio, ormai di quello stesso giorno – e salutò il fratellino che aveva aspettato la mezzanotte per chiamarlo. Attaccò. Si sentì sollevato, perché adesso non avrebbe più avuto lo stress di dover controllare ogni gesto e parola di fronte agli altri. Malik rialzò lo sguardo e trovò Altair ancora lì, con gli occhi a puntarlo e le gambe aperte a forbice sotto il tavolo. Aveva voglia di gridare. Ma poi avvenne l’inaspettato.
– Auguri Malik! –
Gridò Rebecca saltando sul divano, e facendo in modo che la sua esclamazione fosse ben recepita da tutti i presenti. Lo stomaco di Malik si svuotò d’improvviso del vino e degli stuzzichini, e precipitò nel baratro della vergogna. Se c’era una cosa che odiava erano le sorprese, e in generale tutto ciò che superasse i confini di previsione e prevenzione.
Come diavolo era potuto succedere?
Rebecca aveva sentito stralci della sua conversazione con Kadar? Strano, perché a tratti aveva faticato lui stesso a capirlo senza perdersi le parole, fra chiacchiericcio e musica di sottofondo. Un’ondata generale di euforia, sorpresa e curiosità si impossessò del gruppo, e tutti si affrettarono a gridare auguri e a procedere con le solite domande cretine: perché non ce l’hai detto? Quanti ne fai? Gliele tiriamo le orecchie? Rebecca prese fra le mani il viso di Malik e se lo avvicinò per schioccargli un bacio sulla guancia, rinnovandogli gli auguri. Di nuovo:
Rebecca gli stava simpatica. Rebecca era una ragazza. Rebecca poteva toccarlo.
La cosa non gli era dispiaciuta, e il contatto fu anche l’occasione per svelare l’arcano: Rebecca, come anche gli altri del team, aveva Malik fra le amicizie di Facebook, e due sere prima la piattaforma le aveva gentilmente ricordato che in un giorno sarebbe stato il compleanno del collega. Messa da parte l’informazione, quella chiamata a mezzanotte che Malik aveva ricevuto, e in cui la prima cosa che aveva pronunciato era stato un grazie, aveva ricordato alla ragazza della notifica. Perciò si era portata subito il cellulare alla mano e aveva controllato la bacheca di Malik per conferma. Da lì, il resto era già storia.
Malik si ritrovò a dover ringraziare tutti, ma proprio tutti, fino a sentire la mascella dolorante. Michael aveva insistito insieme a Shaun e Rebecca per far portare al tavolo degli shots misti, così da fare un piccolo brindisi finale per il festeggiato. Malik aveva tentato con tutte le forze di farli desistere, prima, e di permettergli almeno di pagare la sua parte, dopo. Ma nessuno voleva saperne niente. Sfinito, Malik si arrese e lasciò morire ogni protesta nella laringe. Ciò che arrivò poco dopo fu un vassoio pieno di bicchierini alcolici dalle miscele creative e dai colori accesi. Desmond, che aveva da sempre lavorato come barista, sottolineò come la presentazione fosse ottima, e sperò valesse lo stesso anche per il gusto. Michael fu l’unico che passò, e venne imposto di comune accordo che lo shot in avanzo andasse al siriano festeggiato. Malik fu quindi costretto a scolarsene due di fila, con grande soddisfazione dei ragazzi che applaudirono impazziti, come alla fine di un’incredibile performance. La serata finì poco dopo, e prima dell’una erano già tutti fuori dal locale. Quando il gruppo si era avvicinato alla cassa, Malik ne era stato ferocemente allontanato, il che aveva ovviamente risvegliato il guerriero che era in lui e lo aveva spinto alla resistenza e alla polemica, ancora illuso che potesse in qualche modo impedire l’inevitabile. Alla fine a Michael toccò stringergli un braccio intorno alla spalla e trascinarlo fuori, così da farlo star buono. Malik scalciò interiormente, trattenendosi nei confini dell’educazione solo perché si trattava di Michael, che per lui era una sorta di creatura intoccabile. Bastò meno di un minuto e tutti gli altri uscirono, sistemandosi a cerchio disordinato sul marciapiede, al lato dell’ingresso del pub. Shaun si stava rollando un’altra sigaretta, Lucy teneva infilato un braccio sotto quello di Michael perché aveva freddo, e perché i due dovevano comunque tornare insieme; Rebecca perse qualche secondo per scrivere al ragazzo che stava venendo a prenderla, dicendo che lo aspettava fuori dal locale; i due cugini se ne stavano vicini, anzi quasi appiccicati come due pulcini, perché Altair avrebbe dovuto riportare a casa il più giovane. Malik si morse a più riprese la lingua per non rovinare l’atmosfera e chiedere diretto come un siluro chi avesse pagato la sua parte e a chi dovesse ridare i soldi. Pazientò, facendo finta di sorridere alle battute e ai saluti.
Poi, quando il gruppo cominciò gradualmente a liquefarsi e ognuno ad avviarsi per la propria strada, Malik si accostò furtivo a Lucy e Michael, infilandosi una mano nella tasca del cappotto per tirar fuori il portafogli, pregandoli di dirgli quanto esattamente gli dovesse. Lucy scrollò le spalle senza curarsi della richiesta, non voleva davvero saperne nulla. Michael suggerì al ragazzo di smetterla di preoccuparsi: era il suo compleanno, era stato un piacere, e bla bla bla. Tuttavia Malik si confermò una bestia testarda e piagnucolosa, insofferente verso i favori e la generosità gratuita – sempre sospetta. Essere in debito equivaleva per lui a sentirsi osservato mentre si è in bagno sulla tazza del cesso: non si riesce a far uscire niente finché quella sensazione sgradevole non scompare. Malik si mise a insistere così tanto che alla fine riuscì ad esaurire Lucy, mentre Michael possedeva probabilmente un sistema idraulico interno in grado di riassorbire e filtrare le acque dell’esasperazione. Riuscire a irritarlo pareva una missione impossibile. La bionda, che aveva una gran voglia di andare a casa, confessò a Malik che alla cassa era stato Altair ad impuntarsi per pagare lui da solo tutta la quota, e alla fine così era stato.
La vita aveva un senso dell’umorismo da far schifo.
Malik salutò i due capi frettolosamente, ricevendo l’ennesimo auguri da parte di entrambi. Era nato da appena un’ora e già voleva morire. Tornò sui propri passi, allungando lo sguardo intorno a sé nella speranza che ci fosse ancora qualcuno dei ragazzi nei dintorni, o per lo meno Altair. Per fortuna, o più per maledizione, vide ad una cinquantina di metri di distanza una grossa moto attaccata al marciapiede e ancora sorretta dal cavalletto. Accanto ad essa, Desmond e Altair. Il più giovane si stava infilando il secondo casco, mentre Altair, col suo casco sottobraccio, si allungava verso i guantoni. Una macchina sfrecciò accanto e suonò il clacson un paio di volte. Dal finestrino del passeggero si affacciò il braccio di Rebecca che ondeggiò tagliando l’aria fredda, in un cenno di saluto. Alla guida, il fidanzato con cui stava tornando a casa. Desmond la seguì col viso e sventolò in alto il braccio per ricambiare il saluto, mentre Altair trovò sufficiente seguire la macchina con gli occhi fino alla curva, muto come un eretico a cui hanno tagliato la lingua.
– Altair. –
Malik lo chiamò forte, più di quanto avesse voglia di fare, perché non poteva rischiare che non lo sentisse e se ne andasse. Altair si voltò fulmineo, riconoscendo il cuoco che si avvicinava. Il corpo di Altair si mosse da solo, mentre gli occhi si illuminavano di quella polvere lucente chiamata curiosità. Desmond, col casco ora infilato in testa, si appoggiò alla moto e si mise a scrollare Instagram, in quieta attesa. Altair e Malik giunsero ad un metro di distanza l’uno dall’altro.
Altair aveva finito di infilarsi i guanti e teneva sotto il braccio sinistro il casco dal peso considerevole, come considerevole era anche la sua moto. Sicuramente una sportiva, pensò Malik, ma non avrebbe saputo identificarla; azzardò una Kawasaki. I piedi di Altair erano ben aperti a terra, le gambe distese, lo sguardo puntato sul cuoco. Sapeva che non era lui a dover iniziare a parlare. Ironia della sorte, Malik non aveva nessuna voglia di spendersi in tante parole e se avesse potuto risolvere la cosa nel giro di quarantacinque secondi come tetto massimo ne sarebbe stato davvero grato. Saltando perciò i convenevoli, Malik estrasse direttamente il portafogli, di nuovo, e lo aprì di fronte al collega.
– Lo so che hai pagato tu. –
Fece rapido e stringato, a testa china, sfogliando con le dita tra le banconote da cinque e da dieci, calcolando in mente quanto potesse essere costato il vino e gli shots. Poi vide inserirsi nel campo visivo una mano, che si poggiò sulla propria, la stessa con cui stava per estrarre i soldi. Malik sollevò il viso, sorpreso da una mossa così ardita. Se non altro, ad isolare le due epidermidi dal contatto diretto c’era il guantone da moto di Altair, ruvido e formale, che rendeva quel momento privo di qualunque scintilla.
– Lascia. –
Fece Altair, lapidario come un dirigente dell’agenzia delle entrate. Malik però non si sentì scoraggiato e mise su uno sguardo di sufficienza con cui voler vincere.
– Non pagherai per me. –
Controbatté, senza ancora mostrare i denti, e tornando a muovere le dita sulle banconote nonostante la mano pesante di Altair fosse lì sopra apposta per impedirglielo.
– Consideralo un regalo di compleanno. –
Disse Altair, semplice come acqua liscia.
Ecco. Adesso di stronzate Malik ne aveva sentite veramente a sufficienza. Ma la fatina della coscienza gli sussurrò all’orecchio che non c’era bisogno di essere indelicati o, peggio, offensivi. Tra l’azione e la reazione doveva sempre regnare la proporzione. Difendersi andava bene, ma attaccare senza motivo lo avrebbe reso infantile. Perciò Malik tirò le briglie degli istinti pensando a come estrarsi velocemente quella spina dal fianco. Altair intanto lo guardava con la calma e la grazia di un cherubino.
– Non ce n’è alcun bisogno. –
Rispose Malik, facendo sfoggio di una diplomazia che stupì lui stesso. Altair ritrasse la mano, e la ruvidezza del guanto sfregò contro una nocca delle dita di Malik. C’era una timida banconota da dieci che sporgeva dal tessuto del portafogli, ma lì sarebbe rimasta, perché Altair aveva già deciso: mosse le labbra e accennò un piccolo sorriso, un po’ storto e impacciato, di quelli che si trattengono ma non per la vergogna.
– Non rivoglio i soldi. –
Rimarcò Altair, tenace, tanto per giocare a chi ce l’aveva più grosso. Malik capì che c’era da cambiare tattica, e con un sospiro scaldò i motori interni per prepararsi all’attacco.
– Senti… –
Iniziò Malik, già deciso a buttare nel cesso il galateo. Ma, invece del galateo, furono i suoi piani a finire nel cesso, perché il suo interlocutore lo interruppe sul nascere, come se in realtà non avesse mai finito di parlare.
– Ma ho la soluzione. –
Fece Altair che prese il casco fra le mani, lo sollevò sopra il capo e cominciò a infilarselo in testa. Un gesto un po’ saccente con cui decideva – da solo – che la conversazione era giunta al termine. E a Malik venne voglia di tirargli un calcio sulle gengive. Il casco era adesso completamente inserito intorno a quella sua testa bacata, e l’unica cosa che del viso di Altair rimaneva erano gli occhi ambrati.
– Facciamo che mi devi un favore, invece. –
Disse Altair con la voce smorzata dall’elmo di sicurezza. Stava sorridendo da dietro il casco, Malik ne era certo; lo percepiva dal timbro della voce e lo vedeva dagli occhi. Che stronzo. Malik voleva soltanto bersi un calice di rosso quella sera, e invece era finito all’interno di una congiura assieme alla persona che, nell’elenco degli scarti, occupava il primo posto. Il cuoco corrucciò lo sguardo, oltraggiato da quella proposta arrogante in cui vinceva solo uno dei due. E stavolta non si trattava di lui. Procedendo in sordina, con espedienti astuti e sottili, Altair stava ottenendo da lui molto più di quanto non si fosse mai ripromesso. La cosa era oltremodo seccante, e rafforzava i sospetti che ci stesse furbescamente provando. Forse era davvero meno cretino di quel che sembrava.
Però che rabbia.
L’unica cosa che Malik poteva riconoscergli era il coraggio che dimostrava nel provarci, considerato che Altair non era a conoscenza della sua apertura bipolare in quanto a gusti sessuali. In quel senso, Altair si stava letteralmente gettando nel vuoto sperando che gli andasse bene, che il paracadute si aprisse, e che Malik fosse un tipo sbottonato, desideroso di sperimentare; che poi, neanche a farlo apposta, era esattamente il ritratto della realtà, ma a quel punto Malik avrebbe preferito a maggior ragione tenerlo nascosto ad Altair, fosse anche solo per ripicca. Restava il fatto, ormai innegabile, che Altair era stato bravo. Bravo nel modo in cui aveva approfittato di quella situazione per tirare acqua al suo mulino, bravo nell’abilità con cui continuava ad avanzare in punta di piedi, bravo nella cura con cui giocava a tenere in equilibrio la provocazione con la disciplina… In sintesi: Che. Gran. Dito. Nel. Culo.
Altair rivolse a Malik il fianco, pronto a filarsela senza dargli il tempo di protestare.
– Ci vediamo. –
E con quel saluto fece calare il sipario del proprio show. Malik storse la faccia in una smorfia, avendo improvvisamente perso tutta la motivazione per dargli addosso e fargliela vedere. Altair era detestabile; seriamente. La sola idea di dovergli qualcosa gli faceva accapponare la pelle e aggrovigliare le palle in un nodo gordiano. Eppure Malik aveva perso. Era stato costretto da quella stupida questione di spicci ad avvicinarsi ad Altair e, proprio perché costretto a farlo dalle circostanze, Malik si era mosso con cautela, contando di fare attenzione, non diversamente da come in una coppia si decide di optare per il coito interrotto. Invece Altair lo aveva fregato e, cavalcando la stessa metafora, gli era venuto dentro senza che Malik se ne accorgesse.
– Tsk. –
Il cuoco siriano schioccò la lingua sulla fila dei denti superiori, pieno di sdegno e con un cruccio disegnato sul viso che nemmeno dodici ore di sonno gli avrebbero levato. Altair era ormai di spalle e si allontanava. Malik non riusciva a mandare giù quel saporaccio di fallimento di cui si sentiva responsabile. Se lo sentiva in gola come un bolo faringeo. Abbassò lo sguardo e scosse la testa, maledicendo la propria disattenzione. Chiuse il portafogli e se lo rificcò in tasca, sbuffando come una suocera offesa.
– E ancora auguri. –
Malik rialzò gli occhi: Altair stava continuando ad avanzare verso la moto ma camminando all’indietro come un gambero, in modo da poter guardare Malik. Auguri un cazzo, pensò il cuoco, che frenò l’istinto di rivolgergli un bel dito medio, e alla fine si voltò senza ringraziare. Alzò gli occhi al cielo stellato e si sentì sfatto come un letto a fine orgia. Malik si insultò in tutte le lingue che conosceva, che erano tre – arabo, inglese e turco – e camminò con passo irrequieto fino alla macchina, lasciata vicino all’Half Moon, mentre il cellulare era da un po’ che continuava a vibrargli di tanto in tanto, nella tasca della giacca. Sicuramente nient’altro che notifiche di buon compleanno provenienti da tutti i social possibili; messaggi scritti in automatico da parte di persone che, per due terzi, avrebbe volentieri ignorato; emoticon brutte e smiley superati solo per fargli credere che si fossero davvero ricordati di lui, o che di lui gli importasse. E poi, certo, il gran finale della serata: un coglione che parla per monosillabi, gonfio solo di aria viziata, che forse sì o forse no ci sta provando con lui, di nome Altair Ibn-La’Ahad, il quale gli impone un debito scomodo che nessuno sa né come né quando sceglierà di saldare.
Bell’ouverture per il suo venticinquesimo.

Chapter Text

26 Novembre, 2016.
New York City

– Le vuoi più su? –
Desmond cercò di incrociare Lucy con gli occhi abbassando la testa e guardando nello spiraglio che formavano le sue braccia aperte, tese verso l’alto a sorreggere il filo delle luci natalizie. Lucy si scostò dalla scala su cui Desmond era inerpicato, e fece qualche passo indietro sul marciapiede per avere una visione d’insieme della composizione.
– Mmh. –
Stava pensando.
– Lucy? –
Fece Desmond, cominciando a dubitare che il suo capo fosse ancora lì intorno.
– L’estremità a destra un poco più in alto. Al centro lascia scendere il filo. –
Lucy poggiò le mani sui fianchi, increspò lo sguardo e attese. Se esisteva un gradino più in alto della perfezione, lei voleva arrivarci. Desmond seguì le istruzioni, pensando di non aver mai odiato così tanto il clima natalizio inaugurato dal Black Friday. Quando infine dispose l’ultima cima, tirò un sospiro di sollievo. Non vedeva l’ora di rientrare nel locale, perché neanche il giaccone imbottito aveva impedito al suo naso di ghiacciarsi durante quell’ora trascorsa all’esterno. Con le mani ben inguantate agganciò i lati della scala e ne discese ogni gradino, lentamente. Una volta che i suoi piedi raggiunsero terra si diede un’occhiata intorno per trovare Lucy, cercando di non essere investito dalle persone che, come schegge, camminavano sul marciapiede. La ragazza, più indietro, teneva ora le braccia incrociate, col cappellino di lana che lasciava sporgere solo i bordi della frangia e una sciarpona color panna che le ingoiava la faccia, dal mento fino al naso. Lucy fece cenno a Desmond di avvicinarsi e il dipendente obbedì, considerato che non dipendeva da lei solo da un punto di vista lavorativo. Si piazzò al suo fianco, sorridendole un attimo e tirando poi su col naso, tanto per accertarsi che fosse ancora attaccato alla faccia e non fosse caduto da qualche parte per via del freddo pungente. Diede un’occhiata alla sua opera: gli sembrava dritta.
– Ti piace? –
Chiese Desmond con interesse sincero, come sincero lo era sempre. Lucy fu colta da un brivido improvviso che le congelò la risposta in gola. Si voltò verso Desmond e lui la contagiò con le sue labbra curve all’insù.
– Te lo dirò in un attimo. –
Lei fece un cenno con il braccio verso una delle vetrate dietro cui si trovava Michael, che con grande pazienza aveva atteso quel momento per compiere un unico, semplice quanto fondamentale, gesto. Michael staccò la spalla dal vetro su cui era poggiato e allungò l’indice verso l’interruttore a muro, a cui era attaccata la spina di tutto il congegno filante. Lo premé e fu subito Natale: tutte le luci intorno all’insegna e alle vetrate del locale si accesero in contemporanea, illuminando il marciapiede e facendo sì che chiunque di strada sollevasse lo sguardo per osservare quel carosello di colori.
– Bello. –
Desmond rimase incantato di fronte alle decorazioni a intermittenza. Blu, rosso, giallo, viola e verde gli esplodevano vivaci nelle iridi, e questo bastava a farlo tornare un po’ bambino. Lucy sorrise soddisfatta e fece un pollice insù a Michael, che ricambiò da dietro la vetrata.
– Grazie a te. –
Disse Lucy al ragazzo, mentre dalle labbra gli usciva una nuvola di vapore. Faceva un freddo bastardo ma lei amava troppo il cotone per vestirsi. Il coraggio non sarebbe bastato a tenerla al caldo. Desmond la guardò come uno scolaretto promosso sulle tabelline e restò in silenzio a fissare le tonalità fluorescenti che quei baci di luce le lasciavano sulla pelle.
– Come va, Des? –
Lucy parlò di nuovo, restando a contemplare quello spettacolo fatto di pastelli. E aggiunse:
– Il lavoro, intendo. –
Desmond sbatté gli occhi, come uno che ritorna sulla Terra dopo tanti anni passati in mezzo agli alieni. Il lavoro, giusto. Che altro, se no?
– Alla grande. –
Desmond sgrullò le spalle, dimenticando il freddo e sentendosi scaldato da qualcos’altro.
– Mi piace la cucina. E i ragazzi sono fantastici. –
Aggiunse lui senza finzioni. Lucy sorrise con gli occhi, perché la sua bocca era nascosta dalla sciarpa, e sciolse le braccia infilandosi le mani nelle tasche del giaccone.
– Sì, lo sono. –
Fra i due piombò un silenzio morbido ed entrambi rimasero fermi come due ambulanti senza più merce da vendere. Se avesse cominciato a nevicare in quel momento, sarebbe stata la scena perfetta per un film.
– Ti manca il bar? –
Domandò Lucy, forse in vena di chiacchiere quella sera. Desmond arricciò le labbra mentre spostava lo sguardo sulle teste dei passanti. Certo che gli mancava.
– Nah. –
Mentì, cosciente di non essere capace. Lucy inclinò la testa e inarcò le sopracciglia. Non le fu necessario aggiungere altro. Allora Desmond tornò sui propri passi.
– L’attività, forse… però i proprietari erano dei cani. –
Lo sguardo di Desmond si inasprì al solo ricordo.
– Ricordo quello che mi raccontava Altair. –
Lucy mostrò il suo lato empatico, a volte tenuto troppo a riposo. Desmond si guardò i piedi, tirò su col naso, e improvvisamente unì il cugino, Lucy e la gratitudine in un’unica bolla di sapone.
– Grazie per ciò che hai fatto per lui. –
Disse, inserendo Altair nella loro conversazione, come muto e inconsapevole partecipante.
– Ti sarà eternamente grato, lo sai? –
Continuò Desmond con un punto di domanda che in realtà era un punto fermo. Lucy scosse la testa, cedendo ad una risata così minuta da perdersi nella lana della sciarpa.
– Adesso non ricominciare. –
Ma Desmond si aggrappò a quel sorriso che non aveva ancora voglia di lasciar andare, ed insisté.
– No davvero… –
Ruotò i piedi e si mise completamente di fianco, come se il profilo non gli bastasse più.
– Grazie. –
Desmond restò lì a fissare le sue ciocche bionde che uscivano dal cappello e quegli occhi celesti che a volte, col giusto riflesso, sembravano grigi. Lucy si abbassò la sciarpa, imitando il ragazzo e mettendosi a sua volta frontale.
– Non ringraziarmi. –
Lei lanciò un’occhiata alla vetrata e vide che Michael era scomparso.
– Fra amici ci si aiuta. –
Desmond annuì e sorrise a Lucy, la ragazza che le piaceva da quando era un adolescente con ancora troppi pochi peli sul petto per giocare a fare l’uomo.
– Lo vedo un sacco bene. Mi sembra abbia messo la testa a posto ormai. –
Commentò Desmond, cercando di ottenere un feedback.
– Non trovi? –
Lucy gli sorrise e, come un cancellino che spazza via il gesso dalla lavagna, quello bastò a depennare ogni incertezza. Lei si voltò a guardare le luci, che le esplosero addosso, e offrì al ragazzo una conferma anche verbale:
– Sì. –
Desmond trovò l’angolazione di Lucy assolutamente perfetta: se avesse potuto sfiorare la morbida curva da tortora del suo collo, era certo che l’avrebbe trovata liscia e levigata come una scultura in quarzo. Ma Desmond lasciò andare quel desiderio insieme ad un sospiro.
– Gli farebbe bene frequentare qualcuno. –
Aggiunse Lucy, dopo una pausa così lunga da dimenticare quando il silenzio fosse cominciato. Lì Desmond fece un’associazione fulminea, perché il commento dell’amica gli fece ricordare di un’informazione ottenuta qualche tempo prima, durante un’inaspettata conversazione.
– Ma lo sai che potrebbe avere uno spasimante? –
Disse Desmond con entusiasmo anche eccessivo. Lucy si voltò e tornò con gli occhi sul ragazzo.
– Altair? –
Domandò lei per conferma. Desmond annuì come uno a cui si chiede se gli piace la cioccolata. Il volto di Lucy si macchiò con qualche goccia di dubbio.
– Ma dai… –
Non sapeva se essere sorpresa o felice. Trovava strano che Altair non le avesse accennato nulla al riguardo. Se così fosse stato, si sarebbe (segretamente) offesa.
– Malik mi ha detto che un tipo che conosce ha chiesto informazioni su di lui. –
Confessò Desmond senza peso, non pensando che quella potesse essere un’informazione riservata da conservare con maggiore cura e riservatezza.
– Ah. –
Lucy non aggiunse altro di fronte a quella dichiarazione snocciolata come niente. Poi la sua attenzione finì su un elemento della frase che non le sembrò per niente irrilevante.
– Aspetta, hai detto un tipo? –
Il rombo catarroso di una quattro cilindri svampò dalla marmitta di una moto sportiva, grossa quanto una vacca, che si arrestò in sgommata sul bordo del marciapiede, proprio alle spalle dei due. Lucy si voltò disturbata, Desmond già col sorriso sulla faccia.
– Parli del diavolo! –
Desmond sollevò la mano a pugno stretto verso il cugino scavezzacollo, che non perdeva occasione per mostrare quanto fosse un grossolano burino. Altair, casco ancora in testa, spense il motore e tirò su la schiena, ricambiando il pugno di Desmond che andò a colpire con le nocche.
– Cioè, stavate sparlando di me? –
Chiese Altair col tono smussato da tutta la bardatura che gli avvolgeva la testa. Lucy scosse il capo, allontanandosi di un passo dalla moto e realizzando solo in quel momento che Altair era stato a meno di un metro da venire addosso ad entrambi. Tipico. Nel suo caso l’adolescenza non era stata una fase, ma una scelta di vita.
– Noi? Nah, che dici. –
Disse Desmond, infilandosi le mani guantate nelle tasche e ridendo da solo. Altair si sfilò il casco, rivelando il bel viso appuntito e i capelli in ordine, semplicemente perché troppo corti per potersi scomporre. I suoi occhi ambrati, quando colpiti dalle luci di Natale, mutavano tonalità come la pelle di un camaleonte.
– Allora parlavate di quanto sono fico? –
Continuò a domandare Altair, senza neanche fingere di scherzare. Lucy alzò gli occhi al cielo, con un fare che indicava il classico ci risiamo. Si voltò del tutto verso l’insegna, sistemandosi il cappellino di lana sulla fronte e infilando nel cassetto dei ricordi la conversazione con Desmond, brutalmente interrotta.
– Ma va’, cretino. –
Rispose Desmond continuando a mostrare un sorriso dentato. Altair era l’incarnazione della coglionaggine più immacolata, cioè mai scossa dal dubbio; ma era anche per questo che Desmond gli voleva bene: sentirsi insicuri, annoiati, o sotto pressione con lui al proprio fianco, era praticamente impossibile. I pregi di Desmond compensavano i difetti di Altair, e l’armonia regnava.
– Ah, allora di quanto ce l’ho grosso? –
Aggiunse Altair col tono di un’ipotesi certa. Se ne stava ancora comodamente seduto sulla moto: casco sotto braccio, schiena dritta e tirata indietro, con la sua attrezzatura riproduttiva che, prepotentemente, premeva sulla sella come se stesse annovantando una ragazza. Stavolta fu Desmond ad alzare gli occhi al cielo, mentre Lucy finse di non aver sentito. Il sorrisetto che si era formato sulle labbra strette di Altair non si spegneva, e pretendeva una risposta – o almeno un insulto. Questo era uno degli svantaggi dell’essere in confidenza con lui: l’abolizione totale dei confini. Tutti, senza esclusione.
– A-ha, come no, proprio quello… –
Commentò Desmond mentre il grande spasso di un istante prima veniva ridimensionato dall’imbarazzo. Il problema non era, ovviamente, il commento in sé – Desmond era abituato a sentire ben altro da parte di Altair – ma il fatto che Lucy fosse presente. Era come se Desmond sentisse il bisogno di disinfettare tutto ciò con cui la ragazza veniva a contatto: nulla doveva disturbarla, turbarla, o ferirla. Il perché di quest’obbligo che si era autoimposto lo sapeva, e lo confessava a se stesso bisbigliando. Ma poi Desmond pensò pure che chissà quante cagate come quella, e forse anche peggio, doveva aver sentito Lucy durante l’adolescenza di Altair, a scuola. Forse la biondina, che Desmond aveva paura si spezzasse come uno stelo di tulipano, aveva una scorza anche più dura della sua.
– Chiedi a Lucy. –
Continuò Altair, insistendo nel tirare la corda del buon gusto, non ancora pago. Con un cenno della testa, il ragazzo indicò l’amica che si era fatta più lontana, certo di averla arpionata a dovere con quel commento. Costretta dalle circostanze, Lucy decise infine di voltarsi verso i due; era composta e in totale controllo, e riuscì sapientemente a tenere a bada scomodi flashback giovanili a cui adesso non voleva ripensare.
– Lei lo sa. –
Concluse Altair, ammiccando con un angolo della bocca. Stavolta aveva condito il piatto con troppa malizia, e la portata non era piaciuta né a Lucy né tantomeno a Desmond, che dei dettagli più piccanti della loro amicizia non voleva sapere nulla: l’avrebbero fatto sentire inadeguato.
– Inizi il turno fra dieci minuti. –
Fece Lucy con tono militare, rivolta ad Altair, con la chiara intenzione di porre fine a quel gioco senza regole iniziato per un capriccio di narcisismo. Altair capì l’antifona, ma tanto sapeva di aver stravinto comunque, e quindi si infilò di nuovo il casco e strinse i pugni ai lati del manubrio.
– Lo so. –
Disse conciso, senza aggiungere nulla di importante alla conversazione. Semplicemente, voleva avere l’ultima parola. Mise in moto e se la svignò tutto sgommante poco più avanti, per fare inversione e parcheggiare dall’altro lato della strada, dove c’era l’area dedicata ai veicoli a due ruote. L’unico motivo per cui Lucy avrebbe dato ragione ad Altair, riguardo le dimensioni del suo uccello, era per confermare il fatto che fosse un gran cazzone.

 

L’orologio segnava le quattro, e Malik era libero.
Una volta passato nelle mani di Rebecca l’ultimo soffritto a cui era stato appresso, aveva lasciato la cucina con un sospiro di sollievo. Certi turni passavano più lentamente di altri. Malik entrò nello spogliatoio aprendo la porta con la spalla, e dentro ci trovò Altair e Shaun: il primo era già pronto e vestito per iniziare il turno, e stava appoggiato con una mano agli armadietti; il secondo, che aveva finito il turno assieme a Malik, aveva ancora la divisa addosso, accovacciato sulla panca che blaterava cose riguardo al pesce e le percentuali di mercurio. Malik avanzò rapido nella scena, perché non aveva tempo da perdere: aveva un appuntamento. Si avvicinò agli armadietti, accanto a dove stava appoggiato Altair con la mano, il quale fingeva palesemente di ascoltare Shaun – a maggior ragione adesso che il cuoco siriano era entrato in scena. Malik ignorò entrambi, senza rancore, ma quando si rese conto che la posizione di Altair ostruiva l’apertura del proprio sportello, non poté fare altro se non pronunciarsi: con un sospiro serrato fra i denti alzò gradualmente lo sguardo, incontrando per prima la mano di Altair, che con le sue dita affusolate premeva sull’acciaio della piccola anta. Lasciò procedere gli occhi sul braccio di Altair, quello sinistro, che poteva vantare una bella definizione di bicipite, tricipite e deltoide. Da lì gli saltò subito agli occhi il tatuaggio del collega, perché la manica arrotolata della t-shirt lo rendeva visibile. Quell’aquila stilizzata gli si addiceva, perché spiegava le ali allo stesso modo del suo ego. Poi lo sguardo di Malik finì lì dove Altair lo stava aspettando, cioè nei suoi occhi. Adesso erano in due a non ascoltare più Shaun, sempre che stesse ancora parlando. Si erano chiusi nella loro bolla fatta di sguardi, silenzi, competizione, flirt sporco e colpi bassi, parole che affondavano come denti nella panna e sottintesi che nessuno dei due si curava di rendere espliciti.
Capire era sempre meno divertente che giocare.
– Ti spiace? –
Fece Malik senza neanche bisogno di indicare la mano di Altair, sistemata lì a bloccare il suo armadietto solo per dargli fastidio, ne era sicuro. Il collega si spolverò sulla faccia un po’ di (finto) stupore e scrollò le spalle con fare bonario.
– Affatto. –
Altair stirò il braccio come un elastico e si scostò. Accennò un sorriso e salutò Malik con gli occhi, voltandosi ed andandosene. Stavolta era stato fastidioso ma condensato. Il cuoco aprì lo sportello e cominciò con la solita procedura, mentre la voce di Shaun tornava a riempirgli le orecchie e ad essa si aggiungeva quella di una porta che si apriva e subito si chiudeva. Non ebbe neanche bisogno di voltarsi per capire che si trattava di Altair: finalmente se ne andava ad iniziare il turno e smetteva di rompere le palle. Malik invece sarebbe stato pronto per filarsela in cinque minuti, e uscendo avrebbe trovato Kadar ad aspettarlo, avrebbero mangiato insieme e poi sarebbero andati al cinema, secondo uno dei loro abituali ritrovi a cui Kadar sembrava partecipare con maggiore iniziativa negli ultimi tempi. Malik salutò Shaun, bussò nella stanza di Lucy e salutò pure lei, poi entrò in sala e, mentre faceva un cenno a Desmond, si rese conto che Altair, all’angolo del bancone, stava chiacchierando con qualcuno: Kadar. Malik provò un bruciore agli occhi, neanche quell’immagine gli provocasse allergia da fieno; si avvicinò velocemente, come una madre che accelera il passo quando vede il figlio di due anni giocare con un vaso pericolante. Kadar aveva un sacchetto di carta in mano da cui stava mangiando una polpetta, probabilmente un falafel, e il sorriso che aveva stampato sulla faccia era così zuccherino che neanche una dose di insulina sottocute gliel’avrebbe tolto. Altair, forse corrotto dalla capacità che aveva Kadar di influenzare le persone e portarle dove voleva, sorrideva a sua volta, ma più costipato. Da come guardava il fratello dava l’idea che lo trovasse divertente. Il che era male, perché Altair non doveva avvicinarsi in alcun modo a Kadar se non per servigli da mangiare, al massimo. La sola idea che i due potessero entrare in confidenza gli procurava incubi notturni.
– Che mangi? –
Chiese Malik accoltellando la loro conversazione, senza preoccuparsi di essere educato. Kadar quasi balzò sul posto quando lo vide, neanche la nonna lo avesse beccato con le dita nel barattolo di marmellata. Poi con la bocca piena e il rischio di sputargli il boccone addosso, rispose:
– Falafel! –
Masticò, prese tempo ed ingoiò.
– Altair me li ha offerti. –
Aggiunse Kadar col sorriso di una sedicenne a cui sono appena stati donati dei fiori.
– A-ha. –
Commentò il cuoco siriano lanciando un’occhiata di morte ad Altair: doveva fargli capire che non doveva sconfinare. Era fortunato che in mezzo ci fosse Kadar a limitare la sua franchezza, ma ciò non gli impedì di esprimere il più cubitale dei fatti i cazzi tuoi con tutto il linguaggio del corpo.
– Andiamo? –
Fece Kadar, afferrando dalla busta un altro falafel caldo di forno. Malik annuì e si spostò per far passare prima il fratello, che si voltò verso Altair per salutarlo con un ironico saluto militare, da tradurre più come un hasta la vista.
– Ci vediamo! –
Fece Kadar, abbandonando la postazione. Malik trovò quell’espressione scorretta perché no, non c’era alcun motivo per cui si sarebbero dovuti rivedere; anzi, il fatto che Kadar adesso accettasse più volentieri di venirlo a prendere a fine turno per poi stare insieme, lo fece addirittura insospettire. E se fosse stato solo per poter beccare più spesso Altair? Possibile che fosse serio quando diceva che era interessato? Poi pensò a quanto mutevoli, incostanti ed aleatorie fossero le cotte di Kadar, che andavano e venivano come nuvole trasportate dal vento, e si convinse a non esagerare con gli allarmismi, e a tenere a bada la sua natura iper-diffidente. La risposta era per forza più semplice di quel che pensava: Kadar era solo uno stronzetto di narciso che approfittava di qualunque possibilità per godersi le cose belle che la vita aveva da offrirgli, uomini avvenenti in cima alla lista. Comunque, il tentativo di razionalizzazione dei timori non proibì a Malik di lanciare un’ultima occhiata storta ad Altair prima di seguire il fratello. Non gli piaceva l’idea di loro due che parlavano, di Kadar che gli faceva gli occhi dolci, di Altair che forse pensava a come sarebbe stato facile approfittarsene, solo perché Kadar sembrava un cucciolo schifosamente amabile, pronto ad accontentare l’adulto fascinoso e più maturo per il semplice fatto che ci provava gusto. Era la seconda volta che lo vedeva gingillarsi col fratello, ed una era stata già troppo. I fratelli Al-Sayif uscirono: Kadar con in bocca il sapore di cumino dei falafel, Malik con in bocca un sapore ferroso di generale avversione. Ma sapeva che ci avrebbe messo poco a scomparire.

 

Kadar e Malik rimasero a Manhattan, si fecero un giro in zona e alla fine optarono per raggiungere il Time Warner Centre, così da divertirsi nell’entrare in ogni negozio senza comprare nulla. Nel giro di un’ora, Malik aveva già dimenticato l’argomento Altair e messo da parte ogni intenzione di redarguire Kadar rispetto al suo pronunciato feeling per il collega. Non doveva dare peso a cose senza peso. Si preoccupò invece di aggiornarsi sulle attività del fratello, soprattutto lavorative. Kadar aveva ricevuto un paio di proposte da privati, di cui uno era un’azienda, per dei lavori sulle loro piattaforme online. La notizia gli sembrò buona, considerato che erano settimane che, da quel che sapeva, le entrate di Kadar rasentavano lo zero. Lui stesso se ne disse contento, per quanto a volte sembrava che nulla lo soddisfacesse veramente. Gli avevano già confermato la cifra del pagamento e preso appuntamento per la settimana successiva. Insomma, pareva un lavoretto bello e impacchettato; ciononostante, Malik continuava a domandarsi se il lavoro di web designer fosse ciò che Kadar volesse davvero fare nella vita, se al contrario mancasse solo di motivazione, o se magari ci fosse sotto qualcosa di completamente diverso. Kadar era bravo in quello che faceva, ma aveva anche dei terribili difetti: pigrizia e procrastinazione, troppi pochi peli sulla lingua, un costante quanto netto rifiuto per l’autorità, e un irritante piglio da so-tutto-io. Qualità fantastiche per rimorchiare in un locale gay il venerdì sera, ma decisamente più problematiche per trovare un impiego fisso e pagarsi da mangiare. In ogni caso, Malik non avrebbe mai smesso di preoccuparsi per lui. Era un istinto, che spesso si trasformava in bisogno, e subito dopo in una seccatura (per Kadar, s’intende). Malik sapeva di poter diventare asfissiante quando ci si metteva di impegno. Verso le sei e mezzo entrambi si ritrovarono affamati e pronti per la cena, quindi lasciarono il Time Warner per mangiare in un posto più informale nel Theatre District, da cui poi sarebbero passati al cinema. Scelsero un buon messicano dai prezzi appena sopra la media, ma dal gusto che li valeva tutti. Malik aveva assaggiato molte cucine diverse e le aveva apprezzate praticamente tutte, pur nelle loro differenze; l’unica con cui non riusciva proprio a fare pace era quella americana, anche se era consapevole che una parte del problema fosse ideologico, non solo di gusto.
– Malik. –
Kadar ruppe il silenzio fra loro, calato più o meno da quando al tavolo era arrivato l’antipasto di nachos che aveva messo in secondo piano le parole. Malik alzò il viso e finì di masticare il triangolo di farina di mais che aveva abbondantemente immerso nella salsa tex-mex. Senza fretta, si pulì i polpastrelli nel fazzoletto e bevve mezzo bicchiere d’acqua.
– Dimmi. –
Sospese l’attività di nutrimento. Il fatto che Kadar l’avesse chiamato per nome così dal nulla e senza un apparente motivo lo preoccupava. O stava per sfotterlo, o per confessargli qualcosa che gli avrebbe fatto saltare il cervello. Sperava in un’inaspettata terza opzione.
– Mi spieghi che intenzioni hai? –
Domandò Kadar, ancora sorridendo, cosa che non facilitò l’analisi della situazione a Malik. Era ironico? Stava facendo l’idiota? Oppure era serio? Ma soprattutto, di che diavolo stava parlando? Malik corrucciò lo sguardo nella tipica espressione di chi non sta seguendo le fila del discorso, o di chi per la prima volta sente parlare danese – be’, a parte i danesi. Poggiò la schiena sulla sedia e gli rispose con la faccia deformata dall’incertezza. Kadar ridacchiò, come se avesse previsto ogni centimetro della sua reazione disorientata. Ingoiò i nachos sporchi di guacamole e salsa al formaggio mischiate insieme, e col dito si indicò prima la base del collo e poi piegò le labbra a più non posso verso l’alto, rivolgendo la punta dell’indice verso Malik. Il cuoco continuava a non capire. Si era sporcato? Si era tirato della salsa addosso? Ma poi che c’entrava la domanda sibillina che gli aveva rivolto prima? Imitando l’accenno di Kadar, Malik andò a poggiare le dita nel punto che il fratello gli aveva indicato, alla base sinistra del collo, facendo fatica a piegarsi col mento per incontrare con gli occhi quella zona nascosta sopra la clavicola.
– Cosa? –
Domandò, avendo esaurito la fantasia necessaria per capire dove Kadar volesse arrivare. Il più giovane trasformò il sorriso in una risata, e andò a pulirsi la bocca col fazzoletto.
– Chi è che ti riempie di lividi? –
Chiese Kadar sollevando l’estremità di un sopracciglio e incrociando le braccia sul tavolo, interessato alla risposta come un cane può esserlo ad un ossobuco. Finalmente, grazie a quel suggerimento, Malik ci mise poco a capire, e senza trattenere un sorriso alzò gli occhi al cielo, sospirando per l’idiozia sottile del fratello.
– Si nota parecchio? –
Chiese Malik ammiccando. Allungò la mano per agguantare un altro nachos da intingere, ripensando all’uomo che, due notti prima, gliel’aveva stampato addosso come quando si marchiano i bovini. Non era colpa sua se nel locale faceva un gran caldo, e nemmeno se il cibo messicano era piccante; non era colpa sua se per questo aveva dovuto levarsi il maglione rimanendo solo con la maglia morbida e un po’ scollata; non era colpa sua se quel succhiotto violaceo sporgeva adesso dalle sue vesti. Kadar sapeva che non c’era bisogno di rispondere a quella domanda retorica, scosse la testa e anche lui continuò a mangiare.
– Devo dedurre che tu sia tornato agli antichi splendori? –
Il cameriere si intromise fra loro e poggiò al centrotavola le due birre che avevano ordinato, una Corona e una Bohemia, tanto per restare coerenti con la cena dedicata al centroamerica. Ringraziarono, e appena il tizio fece un passo indietro Malik cominciò a versarsi la propria, la Bohemia. Stava pensando a come rispondere al fratello, perché aveva capito le sue intenzioni.
– Sono single e posso divertirmi un po’. Tutto qui. –
Sapeva che era una risposta superficiale, ma gli sembrò convincente. Kadar aspettò che Malik finisse di versarsi la birra, per poi fregargli il bicchiere e portarselo alle labbra per berne un sorso. Malik non lo interruppe, gli concesse l’assaggio e attese paziente. Quando tornò padrone del bicchiere, fu il suo turno di bere e Kadar cominciò a riempirgli le orecchie di parole.
– Mh, ci sta. –
Commentò, ma col tono di chi non ha neanche cominciato.
– L’importante è che non sia una compensazione di qualcos’altro. –
Kadar si infilò un pugno di nachos in bocca, sapendo di aver lanciato una provocazione, ma sapendo anche che Malik fosse perfettamente in grado di gestirla. Erano fratelli equilibrati, riuscivano ad incastrarsi bene come nei tetris. Malik lo guardò, sapendo che non c’era un modo facile per uscire da quella curva se non accelerare. Poggiò il bicchiere di birra e scrollò le spalle.
– Puoi stare sereno. Non sto esagerando, e non nascondo alcun malessere da lenire col sesso. –
Malik pensò potesse bastare, ma Kadar no.
– Quanti? –
Chiese il minore, come se la risposta di Malik fosse stata insignificante. Il cuoco, che non aveva bisogno di sentirsi specificare il soggetto di quella domanda, si concentrò per qualche istante nei ricordi, calcolando velocemente la frequenza dei suoi incontri notturni per consegnare una stima il più accurata possibile.
– Due, massimo tre a settimana. –
Disse con leggerezza, come se stesse parlando della spesa. Kadar la prese meno alla leggera.
– Media altina. –
Malik spostò lo sguardo nella sala e scosse la testa distratto, pensando a come elaborare i pensieri e uscire in fretta da quell’argomento; non perché fosse un problema, ma perché non c’era veramente nulla di cui parlare. Gli piaceva ciò che faceva e quello che ci guadagnava, era in totale controllo e pertanto si sentiva libero di cedere alla tentazione ogni volta che ne sentiva il bisogno; come un adolescente con un piranha al posto del metabolismo, che può ingozzarsi di cioccolata senza ingrassare. Malik staccò la schiena dalla sedia e si sporse verso Kadar.
– Tranquillo. –
Disse sincero, senza l’ombra di raggiri.
– Onestamente non sono mai stato meglio. Holly era veleno e adesso mi sto disintossicando. –
Malik prese la Corona di Kadar e cominciò a versargliela nel bicchiere.
– È ciò di cui ho bisogno adesso. Seleziono con cura i tipi e ci divertiamo senza problemi. –
La schiuma della birra si fermò ad un passo dall’orlo e Malik si portò il bicchiere alle labbra per assaggiarne un goccio, come aveva fatto il fratello prima con la sua Bohemia.
– Va alla grande, credimi. –
Concluse, per poi immergere le labbra nell’ambra schiumata e lasciare libertà di risposta a Kadar, che lo guardava assorto ma con in viso la luce del conforto: lo aveva convinto. Malik non aveva mentito in nulla di ciò che aveva detto, ma conosceva la difficoltà di esprimersi in merito a certe sue abitudini e desideri, che molti tra i superficiali avrebbero etichettato come vizi. C’erano degli appetiti all’interno del suo spettro emotivo che aveva bisogno di soddisfare e che poteva ottenere solo in certe condizioni, e attraverso determinate pratiche. Per questo motivo usava gli uomini per ottenere una gamma di compensi che con le donne non riusciva ad ottenere; e ovviamente viceversa. Semplicemente, questo era un periodo in cui aveva voglia di sentirsi messo sotto e sbattuto come chiare d’uovo, e in cui non aveva il bisogno di sfogarsi ma di accogliere e ricevere lo sfogo altrui. Il fatto che fosse perfettamente in grado sia di dominare che di lasciarsi dominare, gli offriva la completa libertà di scelta al riguardo. Gli inesperti o i predicatori della domenica l’avrebbero definito un depravato, ma per lui era tutta una poesia che si piegava alla prosa dei fluidi. E la vergogna, per sua fortuna, non era mai stata compagna della sua vita. Sapeva che essa è figlia della paura, e questo gli bastava per respingerla.
Alla vergogna, piuttosto, preferiva la discrezione.
Kadar si rasserenò e si spazzolò i nachos, la carne asada e i fagioli che arrivarono poco dopo; i fratelli Al-Sayif si riempirono la pancia parlando di cose che la preoccupazione non sfiorava. Un’ora e mezzo scivolò via come le birre messicane negli esofagi, e alla fine si alzarono per non rischiare di far tardi allo spettacolo serale. Stavolta era un film d’animazione giapponese, che bisognava assolutamente vedere, come Kadar aveva ordinato. Malik pagò per entrambi, causando le ire del minore che protestò con fermezza, tentando anche di infilargli i contanti in tasca; ma non ci fu verso. Malik aveva deciso, e così sarebbe andata. Cercò di invitare Kadar alla ragionevolezza, portando sul banco argomentazioni inappuntabili come il fatto che lui avesse un lavoro fisso e un ottimo stipendio, nonché i risparmi da parte, e che pertanto offrire una serata fatta di cena e cinema al fratellino non solo gli faceva piacere, ma non era nemmeno un problema. Kadar adesso doveva pensare solo a mettersi a posto, stabilizzarsi, e raggiungere la piena indipendenza economica. Dopo bofonchi vari e accuse di paternalismo, Kadar si arrese controvoglia. Strusciò le scarpe e camminò a testa bassa per i primi cinque minuti dopo che lasciarono il locale messicano. Ma prima che arrivassero al cinema gli era già passata e aveva tirato fuori le mani dalle tasche e disteso le guance, gonfie di capricci ormai dimenticati. Presero i biglietti e aspettarono solo pochi minuti prima di entrare in sala. Ma passando per i corridoi, Kadar fu stregato da alcune caramelle gommose alla frutta e alla liquirizia, e se ne riempì una bustina con una quantità imbarazzante. Per quelle pagò lui. Malik stavolta non insisté; sapeva che altrimenti sarebbe apparso superbo, uno che con la scusa di alleggerire le fatiche degli altri si accarezza l’ego per sentirsi superiore. Presero posto in sala e partì la pubblicità. Faceva caldo pure lì dentro.
– Comunque… –
Iniziò Malik, decidendo di esternare un pensiero che lo rincorreva da quando Kadar aveva voluto fargli il terzo grado riguardo la sua recente vita sessuale. Kadar si voltò masticando due gommosi.
Tu, invece? Non ci sono aggiornamenti… sentimentali? –
Poggiò il gomito sul bracciolo e poi il mento sul palmo, sporgendosi verso Kadar e infilando lo sguardo nel sacchetto di carta che profumava di picco glicemico e coloranti. Kadar scosse la testa con noia, come se non ci fosse nulla da dire.
– Nah, zero assoluto. –
A Malik sembrò troppo sbrigativo, e la cosa gli puzzò.
– Non c’era uno che si chiamava… tipo Kevin? Quello della festa? –
Malik fece retromarcia con la memoria, non riuscendo però ad essere più preciso. Le frequentazioni e i partner mica-tanto-stabili di Kadar marciavano ad un ritmo troppo spedito per stargli dietro.
– Per carità, già lasciato perdere. –
Kadar ruotò gli occhi all’indietro con una smorfia, inorridito al ricordo.
– Mh. –
Commentò neutrale Malik. Kadar non era mai stato uno che avesse bisogno della pacca sulla spalla o che si disperasse eccessivamente della sfortuna in amore – perché nel sesso occasionale, invece, era molto fortunato; merito anche del suo bel faccino efebico e della facilità con cui entrava in amicizia con le persone. Malik infilò la mano nel sacchetto e ne estrasse una rotella di liquirizia, che cominciò a mordere dall’estremità. Sullo schermo partì il primo trailer: uno sci-fi che ricordava luci e colori della filmografia di Luc Besson.
– Anche se in realtà ti avevo già detto che c’era un tipo interessante… –
Tornò in pista Kadar, a voce più bassa rispetto a prima ora che più persone erano entrate in sala e che i bassi del dolby surround si facevano sentire. Malik si sporse un poco di più verso di lui.
– Chi? –
Domandò, colto di sorpresa. Impossibile che si fosse dimenticato di un’informazione tanto importante, almeno non se Kadar gliene aveva parlato in termini seri. Malik si voltò meglio verso di lui, per dargli ora anche gli occhi e non solo l’orecchio. La vicinanza delle sopracciglia sulla fronte indicava che gli mancava un pezzo del puzzle e gli serviva una mano. Kadar sorrise come un ragazzino che segna al calcio di rigore, e si infilò in bocca un altro dolciume. Malik pensò che si stesse divertendo troppo, e doveva esserci qualcosa sotto. Probabilmente lo stava solo sfottendo.
– Hai novità per me su Altair? –
Chiese Kadar sussurrando all’orecchio del fratello. Malik non ci poté credere: era riuscito così bene, già prima della cena, a sfilarsi di dosso qualunque pensiero a lui connesso, che adesso sentirselo pronunciare nell’orecchio gli fece tornare su tutti i nachos con salse annesse. Senza che neanche filtrasse le reazioni col pensiero, subito si ritirò verso la propria poltrona, lasciando emergere sul viso un’espressione delusa e insofferente.
Staccò un altro pezzo di liquirizia coi denti e poi guardò di nuovo Kadar.
– Finiscila, cretino. –
Lo insultò con garbo, perché aveva capito che stava scherzando; o almeno, se lo augurava fortemente. Kadar rise di gusto, tappandosi però subito la bocca per paura di disturbare troppo il resto del pubblico. Le luci erano ormai spente e i trailer quasi alla fine. Il film sarebbe cominciato da un momento all’altro; se voleva delle informazioni doveva agguantarle velocemente.
– E dai, rispondimi! Gliel’hai chiesto? Sai niente? –
Kadar lo incalzò, sottovoce, spalmando la faccia quasi addosso a quella del fratello, che per tutta risposta si ritrasse. Kadar lo guardava con gli occhioni che usava quando voleva ottenere qualcosa. Lì per lì Malik trovò stomachevole l’insistenza con cui Kadar mostrava interesse per Altair, e dentro di sé sapeva che non era un’ipotesi dallo sviluppo possibile, anche solo per il fatto che lui non l’avrebbe mai permesso. Poi però si convinse a tornare nella realtà, ripetendosi che Kadar stava solo cazzeggiando, come suo solito, e che si divertiva sempre troppo a rompergli i coglioni e farlo innervosire. Conscio di quelle riflessioni, Malik cercò di ammorbidire il broncio che gli era venuto su, e soprattutto cercò di non farsi rovinare la serata per colpa di un idiota che nemmeno era lì presente. Doveva solo essere meno suscettibile sull’argomento, ed usare un po’ del suo affilato sarcasmo. Perciò sorrise a quegli occhi grandi e azzurri che lo guardavano supplicandolo, si schiarì la voce e morse un altro pezzo di liquirizia.
– In realtà un aggiornamento ce l’ho. –
Sussurrò come brezza marina durante l’alba estiva. Kadar balzò sulla sedia, faticando a trattenere l’entusiasmo e anche gli orsetti gommosi nella bocca.
– Cosa cosa cosa? –
Chiese esaltato, o forse delirante. La fine del trailer si avvicinava, e gli ultimi chiacchiericci si andavano esaurendo. Voleva sapere tutto nella densità concentrata di pochi secondi. Malik sorrise mordendosi il labbro inferiore e scuotendo la testa. Kadar era davvero un idiota. Ma un idiota adorabile. Malik si curvò, sporgendosi di nuovo verso il fratello e quasi poggiandogli le labbra sull’orecchio, mirando a infilargli quell’informazione più a fondo possibile nel cervello. Non per fargli sperare di avere qualche possibilità con Altair ¬– non era neanche lontanamente ammissibile – ma per farlo perdere nell’immaginazione di qualcosa che non sarebbe mai accaduto. Con la voce spessa quanto un filo di ragnatela, ma le lettere piene come il suono di un oboe, Malik lasciò scivolare nel canale uditivo del fratello l’ispirazione che tanto sognava, e lo lasciò solo a farci i conti: gli parlò in arabo, la loro lingua madre, quella che spesso usavano quando stavano insieme da soli, e soprattutto quando si riunivano coi genitori. Malik pensò che in quel momento il loro codice più intimo e segreto di comunicazione potesse aggiungere una stravaganza in più alla situazione, già divertente di per sé. Un tocco di mistero e ambiguità che Kadar non si sarebbe levato di dosso per tutta la notte. Schiuse le labbra e lasciò scorrere l’aria, senza neanche macchiarsi della colpa della menzogna, perché quel che gli stava confessando corrispondeva a verità. Lo schermo si spense, e con quello pure i respiri in sala. Immersi nel buio e nel totale silenzio che precede i titoli di testa di un film, Malik, segretamente compiaciuto, infilò la pulce nell’orecchio del più piccolo:
È bi. –

Chapter Text

6 Dicembre, 2016.
New York City

Lucy tamburellava la gomma della matita sulle carte. Stava pensando. Michael, dall’altra parta della scrivania, si teneva il mento sul palmo e il gomito sul ginocchio. Rispettava sempre i tempi della collega; non era mai stato un uomo incline alla fretta.
– Direi un minimo di tre. –
Proferì la biondina, posizionando le iridi opache in linea retta con quelle di Michael, di un azzurro vivo e quasi elettrico. L’uomo si passò la mano sulla bocca. Pure lui stava pensando.
– Due in cucina e uno al bancone? –
Domandò per conferma. Lucy annuì, poggiandosi la gomma della matita sotto le labbra.
– Due veri specializzati in cucina. –
Rispose lei con una sospensione.
– Non come Desmond, per capirci. –
Aggiunse a completare il pensiero. Non che lo stesse insultando, ma il giovane Miles possedeva preparazione e competenza nel bar, non tra i fornelli. Per necessità si era ben adattato, ma rimaneva il fatto che non era il suo campo – probabilmente nemmeno la sua vera aspirazione. Michael mosse la testa a darle ragione, ma non parlò, perché sapeva che la ragazza non aveva ancora finito.
– Così Desmond potrei spostarlo in sala, a servire. –
Prese un fogliaccio e lo piazzò al centro della scrivania, fra lei e Michael. Cominciò a scrivere e a fare cerchietti per identificare i propri impiegati.
– Manterrei Malik e Rebecca come capocuochi, e gli affiancherei altri due veri assistenti. Questo li alleggerirebbe molto durante i turni. –
– Sicuro. –
Approvò Michael, che tirò fuori dalla tasca interna della giacca gli occhiali piccoli e tondi, e se li infilò poggiandoli sulla punta del naso.
– E quindi sposteresti… –
– Sposterei Desmond, Altair e Shaun a servire, e si alternerebbero alla cassa insieme al nuovo assunto, oppure in amministrazione con me. –
Qui, per la prima volta Michael dissentì.
– Ci sono io in ufficio con te. –
L’uomo difese il proprio ruolo con coraggio, ma Lucy aveva già sollevato una mano per bloccarlo.
– Ne abbiamo già parlato. Quando hai le sedute, e per tutti i giorni a seguire necessari, tu stai a casa a riposare. Vieni qui solo se devi. –
Il tono era inflessibile come la linea dell’eyeliner con cui si era disegnata le palpebre, ma negli occhi si riusciva ancora ad intravedere la premura che l’aveva portata a quella scelta.
– Posso farcela, non ti preoccupare. Mi sento ancora in forze per aiutarti qui. –
Michael insisté, non volendo sentirsi da meno.
– Lo so. Ma qualora fossi troppo stanco, o quando riterrò opportuno per te riposare, ci sarà qualcun altro qui ad aiutarmi. –
Lucy sorrise, ma senza concedere nulla.
– Okay, okay. Ma fidati di me. –
Disse Michael quasi in una supplica. Non sopportava l’idea di essere visto come un relitto.
– Sempre. –
Lo rassicurò Lucy.
Dopo un momento di silenzio, i due tornarono con gli occhi sul foglio, rivedendone i pochi ma ben chiari dettagli. D’altronde, così non potevano continuare. Serviva più personale.
– Procediamo bene con l’affitto? –
Domandò Michael, che già conosceva la risposta. Lucy poggiò la schiena alla poltrona, lasciando la matita sul foglio con un sospiro da pausa pranzo.
– Sì. È stellare. Ma i guadagni sono quasi tre volte stellari. –
Michael sorrise, soddisfatto.
– Siamo sull’onda eh? –
– A quanto pare. –
Fece Lucy, a cui per un attimo si spense la luce nello sguardo.
– Che c’è? Non ti aspettavi che andasse bene per davvero? –
Lucy scosse la testa, recuperando la concentrazione.
– No, solo… forse non così bene. –
Michael sorrise di nuovo, sfilandosi gli occhiali da lettura. Non aveva mai avuto dubbi che entrare in affari con Lucy Stillman sarebbe stato… un bell’affare, per l’appunto. Era giovane, sveglia, capace, ambiziosa; una partner che a tanti avrebbe fatto paura.
– Ma… –
Tornò a parlare Lucy, dondolandosi sulla poltrona e unendo le mani sul grembo.
– Proprio per questo dobbiamo investire bene nelle prossime mosse. –
– Mi avevi parlato di alcune idee. –
La anticipò Michael. La luce negli occhi di Lucy si riaccese.
– Ampliamento del personale a parte… pensavo anche a Brenda, qui accanto. –
Michael si sforzò di ricordare che faccia avesse quella donna.
– Il negozio di scarpe? –
Lucy annuì, sentendo l’entusiasmo salire.
– L’altro giorno mi ha detto che non è riuscita a recuperare negli ultimi mesi. Sta pensando di iniziare la svendita dopo le feste e chiudere. –
– Oh. –
Il dispiacere sul volto di Michael era sincero.
– Potremmo allargarci. –
Continuò Lucy, ignorando l’empatia. La cosa colpì Michael, che sorrise con stupore nel godersi le bollicine di quell’acqua frizzante che era la sua collega.
– Qual è il piano? –
Lucy non aspettava altro che quella domanda; sembrava un’adolescente pronta ad esporre la propria presentazione di Power Point: drizzò la schiena, si sistemò dietro l’orecchio un ciuffo biondo sfuggito alla crocchia, si alzò dalla poltrona e cominciò a camminare per l’ufficio. Era il ritratto dell’adrenalina.
– Vorrei ampliare il locale. Non solo nei metri quadri, ma anche nell’offerta. –
Michael la seguiva con occhi e orecchie, attento e coinvolto.
– Pensavo ad un cocktail bar. –
Si fermò, perché era importante sondare le reazioni del suo partner. Lasciò le mani ferme e congiunte sulla vita, sopra la blusa di cotone color panna. Michael si prese il suo tempo ma, se conosceva Lucy abbastanza bene, pensava di sapere dove voleva arrivare.
– Cena e dopocena quindi? –
Lucy annuì, sorridendo a Michael con le labbra truccate da un rossetto effetto nude. Voleva coinvolgere Michael in quella visione, far sì che anche lui vedesse il potenziale del progetto, che per lei era lampante quanto la bruttezza di un sandalo con calzino.
– Esatto. Sarebbero ambienti separati, ma collegati internamente. Vorrei che anche il cocktail bar fosse in linea con l’Oriente. –
– Carino. –
Fece Michael cominciando ad immaginarsi lo scenario. Lucy, ormai a motore ingranato, riprese a camminare.
– Architettura d’interni vicina allo stile ottomano, con molte colonne; design mediorientale classico: ocra, rosso e oro dell’Arabia; tavoli ma anche cuscini e tappeti persiani; un menù fusion; magari pure del narghilè. –
Lucy si riempì gli occhi di quelle immagini e sospirò, come alla sua prima cotta.
– Che dici? –
Domandò lei infine, fermandosi di nuovo mentre sentiva i muscoli delle gambe tendersi per l’emozione.
– Dico che wow. –
Fece Michael battendo un piccolo pugno sulla scrivania.
– Molto tematico, molto originale, molto ambizioso. Mi piace. –
Aggiunse, supportando la collega che lasciò però entrare in campo anche il pensiero critico, giusto per non sembrare una sprovveduta alle prime armi.
– È impegnativo, lo so bene. Non solo in termini di denaro. –
Mise le mani avanti schiarendosi la gola, e i piedi ricominciarono a muoversi da soli.
– Sono piuttosto sicura che Brenda accetterebbe di vendermi il locale. Per trovare un affittuario affidabile possono volerci mesi, e immagino che avrà un gran bisogno di liquidità immediata dopo la chiusura. In questo senso, potrei persino riuscire a contrattare un po’ il prezzo. –
Cercò un assenso visivo da parte di Michael, che non tardò ad arrivare. Lucy si sentì quindi autorizzata a procedere.
– Poi servirà sicuramente un altro finanziamento, ma a quello possiamo arrivarci. I guadagni aumentano, il nome gira bene, e la pagina cresce ogni giorno. –
Lucy abbassò gli occhi e pensò.
– Su quanti siti siamo comparsi finora? –
Domandò, con gli occhi sottili e volpini. Michael prese lo smartphone e cominciò a scorrere col pollice sullo schermo touch.
– Tre specialistici e cinque food blog. Belle foto su Instagram, anche da parte di un paio di influencer di ottimo profilo. –
– Giusto. –
Annuì Lucy, che ricordava esattamente gli stessi dati. Aveva chiesto solo per conferma.
– Pensavamo di aprire le ordinazioni online, no? Quella sicuro sarebbe un’altra bella spinta. –
– Esatto. Dovremmo studiare per bene i costi, eventuali partner, aree da coprire. –
Rispose subito Michael, contagiato dall’entusiasmo.
– Avremo tutti i dati entro questa settimana. –
Rispose la ragazza con certezza marziale. Dal tono, era chiaro che intendeva me ne occuperò io.
– Desmond sarebbe perfetto da sfruttare. –
Aggiunse Lucy, senza prima introdurre un chiaro contesto.
– Desmond? –
Ripeté in dubbio Michael, che temeva di essersi perso qualcosa.
– Per il cocktail bar. –
Lucy sorrise con naturalezza.
– È perfetto. Ed è anche bravo. E soprattutto lavora già qui. –
– Ah be’, sicuro. –
Rispose Michael cogliendo ora il senso di quel commento. Si fidava del giudizio di Lucy; non ricordava tutti i dettagli delle precedenti occupazioni dei ragazzi, ma sapeva che erano in gamba, ognuno a modo suo, e questo gli bastava. Lucy sorrise, battendo i tacchi delle scarpe a terra mentre si appuntava qualcosa sullo smartphone. Erano settimane che lavorava a quegli sviluppi, che pensava, faceva ricerche, si confrontava con ex compagni di studi, leggeva fino a tardi. Si morse il labbro inferiore e si scostò la frangetta, tornando con gli occhi su Michael con un sorriso, così che entrambi potessero poi guardare nella stessa direzione, e allo stesso futuro. Quell’anno a Babbo Natale non avrebbe chiesto nient’altro: non si accontentava che la propria attività esistesse; voleva che brillasse.

 

Altair soffiò dalle labbra una nuvoletta di fumo che si perse nell’aria ghiacciata. Restò con la sigaretta bassa, fra le dita. Non gli andava di finirla.
– Insomma la conosco o no? –
Domandò con una leggera impazienza.
– No, ti ripeto. –
Mentì poi Desmond, convinto di non destare il minimo sospetto. Povero illuso. I due cugini erano fuori all’aria aperta, nel vicolo sul retro della cucina. Persino il muretto su cui sedevano era gelido al punto da rimanerci con le chiappe incollate come neanche biadesivo.
– Mh. –
Fece Altair, non bevendosela troppo, ma neanche volendo dare a Desmond un vantaggio. Meglio che pensasse di averlo convinto. Il più grande manteneva la schiena bassa e i gomiti poggiati sulle ginocchia; aveva la sigaretta accesa ancora fra le dita, ma lui non aveva più voglia di tabacco, e Desmond non fumava.
– Be’, non so tanto bene che dirti… –
Continuò Altair, che a darsi consigli da solo non era un granché, ma a darne agli altri era anche peggio. Desmond lo sapeva, ma gli andava bene uguale.
– Cioè, se mi hai detto che la conosci già da un po’ magari può essere più facile invitarla a uscire. –
Aggiunse Altair, non sentendosi di grande aiuto. E infatti non lo era.
– Sì, me l’hai detto. –
Mugugnò Desmond, sognando che qualcuno gli presentasse un nuovo e infallibile metodo di abbordaggio che non prevedesse la fase vacci a parlare e invitala fuori. Sapeva che doveva prendere coraggio, ma preferiva nascondersi dietro la scusa della strategia. Era frustrante, perché riguardo molte altre cose, al contrario, non era per niente così timido. Desmond si passò una mano sulla faccia e diede un’occhiata all’orologio. Avevano ancora pochi minuti prima di rientrare.
– Senti ma perché non chiedi ad Ezio? –
Fece Altair, ormai a corto di idee. Desmond lo guardò sia sconvolto che risentito, e Altair cercò di giustificarsi.
– È un coglione ma è vero che con le donne ci sa fare. –
Che poi, dire che Ezio Auditore ci sapesse fare con le donne era pure riduttivo.
– Secondo me saprebbe darti buone dritte –
Fece un gesto con la mano come per convincere Desmond ad accettare il consiglio.
– Certo, come se non sapessi come finirebbe. –
Rispose Desmond scuotendo la testa, con l’intenzione di troncare lì la questione. Altair non poté che confermare.
– Sì, okay, forse sarebbe un po’ invasivo ma- –
Un po’ invasivo?
Ripeté Desmond come volendo invitare Altair a riflettere su quanto aveva appena detto. Nessun consulto amoroso con Ezio poteva avvalersi di termini quali segretezza e discrezione. Il nome della ragazza, quanti anni aveva, da quanto la conosceva, di che segno era, quali erano le sue misure; tutto avrebbe voluto sapere. Lucy Stillman, 25 anni, la conosceva da circa 7, vergine, del 9 settembre; non conosceva le sue misure ma lui le avrebbe definite, più che con tre numeri, con un solo aggettivo: perfette. In ogni caso, nessuno era a conoscenza di questa sua spinosa condizione sentimentale, a cui di recente si era aggiunto il dettaglio che Lucy fosse anche il suo datore di lavoro. Una situazione più contorta non poteva capitargli: sciogliere il nodo di Gordio sarebbe stato probabilmente più semplice. Per questa ragione, e anche molte altre remore, Desmond non aveva mai lasciato trapelare alcun indizio che potesse far intendere quanto fosse cotto a puntino di Lucy. Altair scrollò le spalle, come a volersi scusare. Non che difendesse l’idiozia dell’altro cugino e gli eccessi con cui conduceva ogni sua attività e relazione umana, però ne conosceva anche i pregi e i punti di forza.
– E dai, puoi tentare. Si tratta pur sempre di Ezio. –
Desmond, con le labbra già in posizione per pronunciare un appunto, fu bloccato appena in tempo, come un tumore benigno.
– Guarda che dopo Maria a me ha aiutato un sacco. –
Altair si fece serio, e abbassò lo sguardo senza neanche rendersene conto. Era serio perché intendeva veramente ciò che stava dicendo; ed era serio perché pronunciare quel nome era come sopportare a denti stretti una ginocchiata nel fianco. Ogni volta.
– Onestamente. –
Altair pensò di rafforzare l’asserzione con un bell’avverbio, mentre frammenti di cenere caddero a terra dalla sigaretta, secchi e perpendicolari, come tanti piccoli tuffatori professionisti. Prese a tirare un venticello gradevole che forse voleva schiarire le idee ad entrambi. Desmond sciolse un po’ della tensione muscolare accumulata, senza volerla dar vinta ad Altair, ma nemmeno impuntandosi ad ignorare il consiglio sincero. Si fidava di Altair, ma questo non salvava Ezio dall’essere un idiota. Un idiota buono; ma pur sempre un idiota.
– Ci penserò. –
Rispose il più giovane, abbastanza sicuro di poter considerare chiuso l’argomento. Desmond alzò il viso a guardare in alto, senza nessun orizzonte in particolare. Fece un bel respiro ma ciò non servì a cacciare via il disagio che gli si appiccicava addosso quando pensava a Lucy. Era forse uno sgarbo essere innamorato della migliore amica di Altair? Gli aveva forse fatto un torto quando, quel giorno di sette anni prima, ancora adolescente, Altair gliel’aveva presentata e da lì nessun’altra ragazza gli era più apparsa allo stesso modo? Se ci pensava razionalmente, non gli veniva in mente nemmeno un motivo per cui il cugino si sarebbe dovuto arrabbiare con lui. Altair e Lucy erano amici; amici intimi, okay, ma comunque amici. Sapeva di non averlo scavalcato, né avergli rubato nulla, eppure certe volte ragionava con lo stomaco e non con la testa, finendo col sentirsi in colpa per non sapeva nemmeno lui cosa. O magari per il fatto che fossero quasi otto anni che lo nascondeva ad Altair. Ad Ezio. A tanti altri amici. E poi, ovvio, a Lucy. Tutto quel groviglio astruso di colpe e stress esplose dentro Desmond in un pensiero che sentì il bisogno improvviso di sputare, come quando ci si accorge di aver ficcato in bocca un intero spicchio d’aglio insieme alla forchettata di patate arrosto.
– Che poi… –
La porta della cucina si spalancò con irruenza, andando quasi a sbattere contro il mattonato del muro. Desmond balzò, voltandosi subito e dimenticandosi persino cosa voleva dire. Altair si limitò a ruotare la faccia nella stessa direzione, ma senza panico. Dalla cucina uscì Malik con due grossi sacchi della mondezza e lanciò un’occhiata ai due mentre procedeva verso i cassonetti poco distanti.
– Ancora in pausa? –
Domandò il cuoco con un’inclinazione finale che pareva dire alzate il culo. D’altronde Malik, insieme a Rebecca, era il più alto di ruolo ed in teoria avrebbe potuto tranquillamente impartire ordini, se ne avesse avuta voglia. Fortuna per loro, Malik non ne aveva voglia, e preferiva sempre farsi gli affari propri. Desmond, nel dubbio, guardò l’orologio: avevano ancora tre minuti.
– Manca poco. Ma se c’è bisogno arrivo. –
Fece Desmond, sempre pronto a darsi da fare. Altair non parlò, ma questa non era una novità. Preferiva osservare Malik che buttava rifiuti alimentari. Tanto, ai suoi occhi appariva sexy qualunque cosa facesse, o dicesse. Cominciava quasi ad essere un problema. Malik sorrise alle loro spalle, perché in realtà stava solo scherzando. Non aveva alcun motivo di riprenderli, e tre minuti non avrebbero rallentato nessuna delle altre attività in corso. Era un momento tranquillo in cucina e in sala. I due cugini potevano rilassarsi ancora per qualche istante. Malik lasciò sbattere il coperchio dell’ultimo cassonetto, sfregandosi un paio di volte le mani sul grembiule mentre si avvicinava ai colleghi, accovacciati come due adolescenti che hanno marinato la scuola. Si fermò davanti a loro e sollevò una mano a massaggiarsi una spalla, non potendo fare a meno di notare la sigaretta di Altair che ormai si fumava da sola, senza un paio di labbra a cui aggrapparsi. Gli venne in mente ciò che gli aveva detto tempo prima, riguardo a quali fossero le occasioni in cui fumava.
– Nervoso? –
Gli domandò Malik con un sorrisetto che non era né di sfida né di amicizia. Una cosa indescrivibile, che però funzionò su Altair, il quale capì subito a cosa si riferiva il cuoco, e venne anche a lui da sollevare le labbra verso l’alto. Trovò carino che si ricordasse di quel dettaglio che gli aveva confessato una sera a caso, senza particolare attenzione, e decise che avrebbe segnato quel punto a suo favore.
– No. –
Altair sollevò lo sguardo verso Malik e assottigliò gli occhi in due fessure, colpito dai raggi del sole.
– Stavolta solo nostalgia. –
Aggiunse mentre sulla faccia gli si stampava un ghignetto bonario. Malik si ritrovò in quella confessione. Per quanto non avesse mai fumato regolarmente, ogni tanto gli capitava di avvertire la mancanza del tabacco, di quel leggero peso fra le dita, quel qualcosa da portarsi alla bocca nei momenti in cui da aspirare non c’era niente di meglio in giro.
– Però c’è Desmond che è nervoso. –
Continuò Altair, indicando il cugino con un cenno del capo.
– No, allora… –
Fece Desmond, subito sulla difensiva. Nei suoi occhi si dipinse l’imbarazzo, che gli finì sugli zigomi colorandoli di un rosso ruggine. A Malik non servì altro; era piuttosto sicuro di avere già un’idea del quadro generale: ricordava quando, tempo prima in cucina, Desmond avesse espresso le proprie turbe sentimentali riguardo ad una ragazza. E ricordava anche come in quell’occasione non si fosse comportato in maniera esattamente galante, liquidando il povero ragazzo con una freddezza ed un cinismo che non meritava. Maledetto nervosismo e maledetta Holly, a cui aveva permesso di renderlo ostile – o più ostile del solito – anche al resto del mondo. Ma forse adesso poteva recuperare con Desmond, sempre che quello fosse l’argomento di discussione.
– C’entra ancora quella ragazza? –
Chiese Malik privo di qualunque intento intimidatorio; come una persona normale, insomma. Desmond esitò, colto di sorpresa: non si aspettava che Malik ricordasse quel dettaglio che settimane prima aveva addirittura snobbato con sgarbo. E non si aspettava nemmeno che la sua disperazione fosse così evidente da rendere facile il collegamento. Altair sorrise, prima verso Malik e poi verso Desmond. A volte si divertiva a maltrattare un po’ il cugino, ma sempre col tatto di guanti di cotone. Desmond alternò lo sguardo fra i due perni tra cui si era ritrovato incastrato, adesso ancora più a disagio. Ma forse un consiglio in più poteva provare a prenderselo.
– Be’, sì, più o meno. –
Ammise Desmond con fatica, come un ospite timido che gradirebbe volentieri un’altra fetta di torta ma si vergogna troppo per chiedere il bis. Malik sospirò, colto da un moto di tenerezza che l’impaccio di Desmond gli suscitava. Per un attimo gli ricordò Kadar nella fase adolescenziale. Il cuoco si mosse e andò a sedersi sul muretto, a fianco di Altair. E lo fece per un motivo molto preciso: fregargli un tiro dalla sigaretta. Altair seguì lo spostamento di Malik col viso, e quando se lo ritrovò a fianco si sentì solleticare i peli delle braccia. Ringraziò in silenzio per quel momento.
– Le donne sono più complicate quando vuoi fare sul serio. –
Commentò Malik, schiena dritta e sguardo vago, non diretto, per non imbarazzare ulteriormente Desmond. A volte quel ragazzo somigliava ad una rara porcellana cinese da trattare con cura al fine di non provocare scheggiamenti.
– Sempre che tu voglia fare sul serio, intendo. –
Aggiunse, in appendice. Poi piegò la schiena, quel tanto necessario da raggiungere il suo obiettivo ed afferrare con le dita la sigaretta accesa di Altair, che stava lasciando morire in maniera impietosa nella mano. Uno spreco vergognoso. Piuttosto, si sarebbe unito volentieri al suo sentimento di nostalgia. Appena Altair sentì le dita di Malik sfiorarlo, i peli di prima cominciarono a danzargli sulla pelle, costringendo il muscolo cardiaco a pompare più forte per non lasciare senza ossigeno il sangue nelle periferie. Non c’era assolutamente nulla di erotico in quel gesto ma, non sapeva come, Malik riusciva a rendere sensuale ogni posa, ogni gesto, ogni frivolezza. Che fosse un dono del tutto naturale oppure un complesso sistema che aveva allenato per anni, non ne aveva idea. Anche se Altair, probabilmente, ci metteva del suo, conferendo sfumature carnali ad incontri e funzioni che in realtà non nutrivano altro scopo se non quello della neutrale interazione umana. Oppure quello era il risultato di entrambe le parti, che sommavano i malintesi rendendo ogni contatto un puzzle da interpretare, una gradevole incomprensione, un enigma; rigorosamente senza soluzione, ma ad ogni modo uno spunto utile su cui poter sognare in solitudine.
Malik cinse con due dita la sigaretta e la tirò via, con cautela, dalla mano di Altair, senza dire nulla.
Altair inclinò il viso verso di lui, senza del tutto incontrarlo, preferendo un basso profilo. Gli piaceva come Malik avesse preso senza chiedere, come d’altronde sapeva bene di potersi permettere. Apprezzava la robusta sicurezza di sé che Malik aveva, solo raramente sgarbata, perché era esattamente quello il tipo di confidenza che desiderava instaurare fra loro. Il cuoco infilò la sigaretta fra le labbra e aspirò con calma, lieto che la combustione tossica fosse ancora in atto. Non gli fu difficile notare come Altair cercasse di mascherare l’attenzione che aveva suscitato in lui, e la cosa gli rese facile ammettere che, forse, non aveva scelto Altair come lato a cui sedersi solo per la sigaretta, ma anche per qualcos’altro. Forse c’era pure la voglia di divertirsi un po’. Intanto Desmond era rimasto concentrato ad elaborare una risposta, qualcosa che non lo facesse passare per un adolescente sfigato a cui suggerire il contatto di un bravo logopedista.
– L’intenzione è quella… –
Disse Desmond col tono flebile di un criceto. Ma non aveva ancora finito.
– Ma se le chiedessi di uscire non sarebbe come dichiararsi? –
Aggiunse, colto improvvisamente da un nodo allo stomaco. Malik sollevò gli occhi al cielo, ma senza rimprovero. Forse quel lato più timido ed insicuro di Desmond avrebbe potuto conferirgli più punti con le donne, ma uno così indeciso ed impacciato a Malik avrebbe a dir poco esasperato.
– E se pure fosse? –
Chiese il cuoco, retorico, scrollando le spalle e facendo uscire una nuvoletta di fumo ben indirizzata verso il basso. C’era il rischio che senza un accendino per ravvivare la sigaretta, quello sarebbe stato il suo primo ed anche ultimo tiro.
– La cosa peggiore che può succedere è che ti dica di no. –
Continuò, voltandosi verso Desmond ed intercettando lo spettro della paura nei suoi occhi. Altair restò in silenzio con lo sguardo a fluttuare nel vicolo. Adesso che si era unito a loro, avrebbe lasciato parlare Malik per fargli dire la sua. Desmond aveva bisogno di un altro punto di vista, più neutrale di quello di un cugino affezionato.
– Quindi puoi provare a farti avanti o continuare a chiederti per tutta la vita cosa ti avrebbe risposto se solo gliel’avessi chiesto. –
Partirono dei clacson e delle urla di venditori ambulanti a ricoprire il silenzio. Messa così, Desmond riconosceva che fosse convincente, come logica. Ma rimanevano comunque cose che non riusciva a spiegare, dettagli che non poteva aggiungere – uno fra tutti, che sarebbe stato imbarazzante continuare a lavorare per Lucy se le cose fossero andate male dopo la sua dichiarazione. Desmond si sentì frustrato: sembrava essere l’unico coniglio in un regno di leoni. Che aveva che non andava? Malik, concluso il pensiero, restò in silenzio. Voleva lasciare a Desmond il modo di ribattere, anche se gli sembrava più concentrato ad assorbire la steccata. Altair, dal canto suo, era ben felice di godere dell’ironia di quel quadretto. Se ribaltata, la situazione poteva più o meno calzare anche per lui: buttarsi o non buttarsi con Malik? Ovviamente, il suo primo istinto animalesco era stato quello di gettarsi nel vuoto senza nemmeno preoccuparsi del paracadute. Colpa di un’autostima eccessiva e di una presunzione narcisistica, che spesso lo rendevano cieco agli errori. Bagagli scomodi e pesanti, di cui Altair non riusciva a disfarsi durante i suoi viaggi alla ricerca di compagnia. Anche se, alla fine, tutto era andato sempre piuttosto bene, prima. Prima di Maria.
– Lo so… Altair dice la stessa cosa. –
Desmond finalmente parlò, a testa bassa, non esattamente rinvigorito da quell’ennesimo stimolo all’azione. Altair sorrise, dando una leggera spallata al cugino infiacchito. Malik guardò per un attimo altrove, ormai pensando che non mancasse molto a dover rientrare, ma pensando anche che quello era il suo modo di scusarsi con Desmond per lo sgarbo di qualche settimana prima, indelicato quanto ingiustificato: aveva ripagato la scortesia con un consiglio. E sperava potesse bastare. Tuttavia, rimaneva anche la voglia di concedersi un po’ di svago, che in quel momento per Malik si traduceva in un infastidiamo Altair: giochiamo sul filo dell’ambiguità con lui, mettiamolo alla prova, provochiamolo e poi neghiamo tutto; perché niente poteva dargli maggiore soddisfazione che vedere incrinarsi quella sua faccia di bronzo. Malik calcolò quindi un modo per mettere a segno un doppio punto, con cui offrire a Desmond altro aiuto, e ad Altair un nuovo sospetto. Quel gioco fatto di doppi sensi mai svelati cominciava a piacergli davvero.
– Ti ripeto, le donne sono difficili… –
Disse Malik con un sospiro, lasciando la frase a metà solo alcuni istanti.
– Se non avessi intenzioni serie, quasi ti suggerirei di rivolgerti agli uomini. –
Lanciò quel fendente mentre guardava il cielo terso, conscio del rischio che correva. Il cuoco restò con lo sguardo alto, giocando con la sigaretta fra le dita ancora unte dalla cucina.
– Alla fine sono più divertenti. –
Malik inclinò di lato la testa con noncuranza, come se avesse detto che preferiva le uova al pesce. Si voltò a guardare Desmond con le sopracciglia arcuate e un sorrisetto a cui cercò di risparmiare una sfumatura maliziosa. Nei suoi occhi c’era la sicurezza di chi ha in pugno un vantaggio.
– Più facili. –
Scrollò le spalle e tirò su la sigaretta per baciarla, sperando in un ultimo tiro prima di andare. La cosa migliore non fu riuscire ad aspirare qualcosa da quella cicca ormai secca e quasi spenta, ma osservare la faccia di Desmond e la reazione di Altair. Due pianeti distanti anni luce, se non intere galassie: il più giovane strizzò gli occhi per poi farli sottili come un miope senza occhiali, le labbra erano schiuse il necessario da far intravedere le fila di denti bianchi, e il sorriso era tirato come plastica intorno ad un libro nuovo. Sembrava Dorothy Gale appena catapultata nel regno di Oz.
Per Malik era uno spasso il solo starlo a guardare. Ma ciò che aumentava ancor di più la sua goduria, era il fatto che fosse riuscito a tessere un perfetto bilanciamento fra allusione e realtà: aveva dato qualcosa, ma in quantità ridotta, e in ogni caso in termini troppo generici per poter essere indicato con certezza come uno che gli uomini li conosce bene, che con gli uomini ha esperienza, che con gli uomini si diverte; uno che, insomma, gli uomini se li fa. Anzi, visto che Malik aveva già accennato a Desmond che una sua conoscenza nutriva una cotta per Altair, il suo commento poteva essere semplicemente frutto di sentito dire da parte di fonti terze. Era credibile. Chi lo avrebbe potuto smentire, d’altronde? Era al sicuro come in una botte di ferro. Fra il dire che gli uomini sono partner più comodi, adagiandosi su di un comodo stereotipo, e l’ammettere che lui per primo si faceva sbattere volentieri dagli stessi, c’era una bella differenza. Perciò, molto soddisfatto di come fosse riuscito ad imbastire tutta la propria tela, Malik se ne rimase lì, fermo nello sforzo di non cedere ad ammicchi e sorrisi troppo evidenti.
Molto diverso, e più divertente, era lo spettacolo che invece gli stava offrendo Altair: uno spasmo, evidente ma fulmineo, gli aveva fatto ruotare il viso come in un arco riflesso. Poi forse era intervenuto l’autocontrollo, perché aveva bloccato il viso ad un’inclinazione di tre quarti, senza gettare lo sguardo diretto addosso a Malik, ma preferendo invece fare il vago intorno alla sua figura. Chissà a che pensava, che si stava immaginando, quali i suoi sospetti. La sola idea di dargli da pensare eccitava Malik nei suoi istinti più bassi, quelli un po’ meschini, di cui non si riesce a fare a meno ogni tanto. La sua candida considerazione, che non ammetteva nulla di certo, gli conferiva uno strano delirio di potere. Il suo regno era il pantano dell’ambiguità, quel ponte fra il sì e il no che rende irresistibile l’attraversamento. Eccelleva nel confondere le persone, nel manipolarle, nel portarle dove lui voleva fino anche a convincerle di qualcosa che, la maggior parte delle volte, non era niente più di una fantasia. C’era un che di inquietante e a tratti crudele in questa sua abilità; cedere alla tentazione di giocare un po’ con la testa e il cuore degli altri era un diletto – e un delitto – tale da sfiorare l’orgasmo intellettuale. E Altair era la preda perfetta: interessato ma riservato, con quel (lo ammetteva) peso bilanciato fra superbia e rozzezza che a Malik faceva solo venire voglia di punirlo, canzonarlo, rimetterlo al suo posto. Aveva deciso che Altair sarebbe stato il suo passatempo, per un po’. Voleva infastidirlo, punzecchiarlo, addirittura incoraggiarlo fino ad illuderlo di essere a tanto così da chissà cosa, per poi stracciarlo come un vecchio album da disegno e ricordargli quanto il mondo fosse un posto ripugnante.
– Che intendi? –
Chiese Desmond, con un’espressione sempre più confusa in faccia: si vedeva che non sapeva se ridere di una battuta leggera o ringraziare seriamente per un consiglio. Ma la sua domanda fu un bene, sia per salvarsi da un silenzio spinoso calato nel gruppetto, sia perché Malik ottenne in questo modo una chiusa perfetta, così da filarsela e lasciare lì su quel muretto il pungolo con cui aveva sforacchiato un po’ entrambi i ragazzi. Il cuoco allontanò dalle labbra il filtro e restò con gli occhi sul viso di Desmond, appena tagliato dal profilo di Altair. Lo guardò con una spruzzata di scetticismo e abbrutì leggermente l’inclinazione delle sopracciglia scure; doveva fargli capire che la sua era stata una domanda sciocca. Unì le labbra lasciando solo un piccolo foro centrale, da cui sputò fuori la sua ultima nuvola di fumo, stavolta indirizzata verso l’alto, come alto teneva il mento per poter guardare i due colleghi da un piedistallo. Con ancora lingue sfilacciate di fumo grigio intorno al viso, Malik rispose senza in realtà rispondere.
– Esattamente quello che ho detto. –
Usò la voce come un’accetta per tagliare in due sia Desmond che Altair, giocando la sua carta migliore: essere sfuggente come il vento e ambiguo quanto il simbolismo. Come topping, ci aveva poi aggiunto la salsa dolciastra dell’ammicco. Malik abbassò la mano e ripose la sigaretta lì dove l’aveva presa, fra l’indice e il medio della mano di Altair. Mentre gli sfiorava le dita, Malik avvertì le falangi di Altair spostarsi per aprirsi e farlo passare, con un indugio che voleva solo nascondere la voglia di prolungare quel contatto. Altair si morse l’interno del labbro inferiore, come valvola di sfogo, mentre pensava a quanto gli sarebbe piaciuto afferrare la mano di Malik e portarsela alla bocca, o direttamente dentro i pantaloni. Fu breve ma intenso.
Le dita di Malik scivolarono via e lui si ritrovò con una sigaretta spenta in mano e un’impennata ormonale. Dovuta, in realtà, anche alle parole equivoche di Malik, che Altair interpretava come un invito indiretto a procedere: c’era una concreta possibilità che Malik volesse lasciar intendere che con gli uomini ci andava eccome. E allora, quale migliore uomo di lui avrebbe mai potuto provare?
Pensieri e immagini gli emersero nella testa come luci stroboscopiche, e si rese presto conto che ciò che provava era frustrazione: voleva avvicinarsi, e non perdere tempo a valutare se il bocconcino che gli avevano lanciato fosse commestibile o avvelenato. Lui aveva solo voglia di divorarlo. Malik si alzò e si diede una pacca sui pantaloni per levarsi di dosso la polvere del muretto. Si schiarì la gola e diede un’occhiata all’ora segnata sul cellulare. Era il momento di chiudere quel teatrino.
– Rientrate. –
Disse Malik facendo ad entrambi un cenno col capo verso la porta della cucina. Sia Desmond che Altair lo guardarono dal basso senza dire nulla, ma ciascuno per motivi diversi. Malik andò per primo, rientrando senza rinnovare l’invito, mentre i due cugini rimasero così, fermi e silenti per alcuni secondi prima di rimettere insieme la voglia e la forza di lavorare. Desmond si sentiva in lotta fra sentimenti contrastanti: da un lato il bisogno di audacia che gli mancava, dall’altro quella vocina di auto-sabotaggio che gli sussurrava che non era il caso, e comunque non valeva la pena. Perché in fondo era lui a non valere la pena. Desmond sbuffò scoraggiato, come se avesse a che fare con un problema di fisica meccanica, si massaggiò la nuca, perché era lì che gli si accumulavano i brutti pensieri, e si alzò, stanco di star seduto e non trovare soluzione ai propri problemi. Sicuro che Altair gli stesse appresso, Desmond afferrò la maniglia e la tirò per rientrare in cucina, rendendosi conto solo allora di essere solo: Altair era ancora seduto sul muretto, lo sguardo frontale e denso di qualcosa che Desmond non avrebbe mai colto. Teneva i gomiti sulle ginocchia, e adesso la mano con la sigaretta era alta, vicina al viso, mentre nell’altra teneva l’accendino con cui l’aveva accesa.
– Non vieni? –
Chiese Desmond non capendo a cosa fosse dovuta l’attesa del cugino. Altair premé il pollice sulla rotella scabra dell’accendino e accese la fiamma. La avvicinò al tabacco della ormai quasi cicca, riaccendendola. La sigaretta tornò a respirare, rilasciando quel fumo saporito che uccide la gente.
– Un minuto. –
Mormorò, sembrando scuro in volto, ma in realtà solo concentrato. Desmond non insisté e lo lasciò solo, chiudendo la porta dietro di sé. Che qualcuno di loro si prendesse un minuto in più di pausa senza motivo era un atteggiamento scorretto, ma ad Altair non poteva fregare di meno. Quello di cui veramente gli importava adesso era chiudere gli occhi e poggiare le labbra lì dove le aveva lasciate anche Malik: su quella sigaretta che fino ad un minuto prima non valeva niente, se non il molle ricordo di una dipendenza. Adesso, invece, mentre infilava il filtro tra le labbra provando a farsi suggerire il sapore di quella bocca ancora sconosciuta, la sigaretta era diventata la metafora di un potenziale; o di un sogno – come avrebbe preferito un romantico. Sapeva che fosse sciocco da pensare, e che non fosse più di un gioco che si fa tra adolescenti alle prime armi, ma quella sigaretta era per lui il sigillo di un bacio indiretto, fra le sue labbra e quelle di Malik. Quanti fossero i tiri che mancavano alla fine, lui li avrebbe consumati tutti, e con loro anche il ricordo di quelle dita scaltre che lo avevano toccato, stregandolo ogni volta come fosse la prima. Altair rimase seduto lì ancora a lungo, all’apparenza innocuo, come una leonessa nascosta nella vegetazione secca che aspetta la preda; e fra i sospiri del fumo e quelli della fantasia, mentre guardava l’azzurro del cielo pallido e triste di dicembre, si lasciò cullare dall’idea di come quelle labbra siriane fosse pronto a baciarle come nient’altro al mondo.

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15 Dicembre, 2016.
New York City

C’era aria di Natale in sala.
Non erano solo le decorazioni interne e l’abete finto messo all’angolo, rimpinzato di luci e addobbi; erano anche le buste dello shopping dei clienti che nascondevano i primi regali per la festa dell’anno più abusata. Quelli più svegli, insomma, che si levano il pensiero in anticipo. Alcuni tenevano i pacchi fra le gambe, altri sul grembo o sulla sedia vuota accanto; altri ancora abbandonavano le buste a terra, tanto per ostruire meglio il passaggio durante il pienone da orario di punta. Erano quasi le sette e la gente aveva fame. Michael non era riuscito ad allontanarsi dalla cassa nemmeno un momento; Shaun e Altair servivano i clienti al banco senza sosta, e la fila di quelli in attesa si estendeva fino al marciapiede fuori dal locale. Decisamente, Lucy aveva fatto bene ad iniziare l’operazione cercasi personale. Era già una settimana che entrava ed usciva gente dal suo ufficio; e qualcuno, fra quelli, sarebbe diventato presto un nuovo collega.
– Altair. –
L’interessato stava incartando un kebab extra large quando si sentì chiamare. Altair si guardò intorno, scorgendo subito Desmond che gli veniva incontro. Il cugino, per la fretta, quasi lo investì, incollandogli subito le labbra all’orecchio così che le parole non venissero coperte dal chiacchiericcio in sala.
– Ti copro io un attimo. Lucy ha chiesto di te. –
Altair allora cercò con gli occhi il suo capo nel mezzo di quel casino, riconoscendo la figura della biondina all’angolo fra il corridoio e il bagno. Teneva un fascicolo di fogli in mano, e stava sbarrando qualcosa con una penna. Intanto, la ragazza affamata che aspettava il suo kebab fissava Altair stizzita, mentre il profumo di carne e cipolle le riempiva le narici nutrendo le sue fantasie. Esausta, si schiarì la gola per richiamare l’attenzione del banchista distratto. Anche Desmond offrì il suo contributo e colpì la spalla del cugino per invitarlo a darsi una mossa. Altair tornò presente, si sporse per consegnare il kebab al cliente e cercò di farsi perdonare con un sorriso. Ma la ragazza era troppo impegnata a strappargli la cena dalle mani per accorgersi del suo bel faccino. Lei sparì come le chips durante un aperitivo, Desmond prese il posto di Altair, e quest’ultimo percorse tutto il bancone fino a saltare dal piccolo gradino finale. Prima di accostarsi a Lucy riuscì a lanciare una rapida occhiata alla sala: era davvero strapiena, come ormai ogni sera.
– Ehi. –
Fece Altair assestando una gomitata, forse mal calibrata nella forza, sulla spalla della bionda, che quel giorno non aveva rispettato la costanza di venire a lavoro coi capelli legati.
– Ahi. –
Rispose Lucy senza staccare gli occhi dal foglio. Stava sbarrando l’ultimo di una lista di nomi. Poi sospirò, alzando il viso e scuotendo la testa per scostare qualche filo di capelli biondi dalle ciglia. Fece appena in tempo a porsi in linea retta con gli occhi di Altair che lui la precedé.
– Come va? –
Domandò con sincero interesse. Lucy gonfiò le guance e sbuffò, sembrava stanca.
– Bene. Ce ne sono stati alcuni negli ultimi giorni che… potrebbero funzionare. –
Altair sorrise, come migliore risposta muta.
– Arrivederci allora. –
Una voce alle loro spalle ruppe l’intimità e sorprese Altair, che si spostò per far passare un uomo sulla trentina, barbetta scura e capelli oltre le spalle, non proprio pettinati. Teneva uno zaino su una spalla e delle chiavi in mano. Comunque, il tizio si era rivolto a Lucy, non ad Altair.
– Arrivederci James. E grazie. –
Rispose Lucy garbata, come una segreteria telefonica. L’uomo fece un cenno col capo, superò entrambi e cominciò a farsi strada tra i clienti per raggiungere l’uscita. Altair poté quindi riaccostarsi all’amica.
– È quello che hai appena sbarrato? –
Domandò neutrale. Lucy fece spallucce e distese le braccia, reggendo i fogli con la punta delle dita. Fissava il bagno di folla, soddisfatta come un’imperatrice sul trono.
– Diciamo che non lo incontrerai di nuovo. –
– Ma assomigliava a Gesù Cristo. –
Commentò Altair ironicamente serio, appoggiandosi con una mano alla parete.
– Dici che dovrei assumerlo per promuovere la pace fra le religioni? –
Domandò Lucy, fingendosi seria a sua volta e inaugurando così una delle loro conversazioni guidate dal nonsense, di quelle che non avrebbe portato a nulla se non ad una pausa fra amici.
– Punta ancora di più sul multietnico. –
Continuò Altair, ormai quasi con passione.
– Il mio personale è già multietnico. –
Disse Lucy con una punta di orgoglio.
– Un arabo. Un inglese. Tre americani. Puoi fare di meglio. –
Altair instillò una goccia di provocazione in quel suggerimento, ma non sapeva che adesso lo aspettava una secchiata fredda di rimprovero.
Due arabi. –
Precisò Lucy che appuntì lo sguardo e il tono.
– Michael non è arabo. –
Rispose sicuro Altair, già gonfiando il petto come se dovesse rimettere in riga qualcuno.
– Ma tu sì. –
Lucy lo frecciò, tornando poi con la penna sul foglio a disegnare cerchietti irrilevanti. Altair sentì il colpo arrivare e ne odorò il pericolo.
– Sono americano. Non arabo. –
Il suo sguardo era inflessibile, e il tono pure.
– Certo, Altair Ibn-La'Ahad. –
Lucy scandì quel nome con una pronuncia perfetta, giusto per fargli rodere il culo. Altair staccò la mano dal muro e sbuffò infastidito, come previsto.
– Sei veramen- –
– Lo sai che puoi essere tutte e due le cose insieme, sì? –
Lei lo interruppe alzando gli occhi dal foglio, guardandolo con quella pazienza ferma e decisa che ha voglia di diventare una speranza. Altair non se la sentì di deluderla, e restò zitto.
– E comunque è più corretto siriano, che arabo. –
Continuò Lucy, voltando adesso anche un fianco verso Altair. Lui sembrò confuso.
– Perché, non è uguale? –
Lucy alzò gli occhi al cielo cercando di nascondere un sorriso.
– Cristo Santo, ma sai in quanti paesi si parla l’arabo? –
Disse col sospiro di una madre che cerca di spiegare al figlio che il sole non va a dormire sotto terra, ma è la terra che gira. Altair fece sì con la testa, fiero di mentire. Lucy non si fece ingannare e inarcò le sopracciglia in attesa, sfidandolo a procedere e sorprenderla. Sapeva già non sarebbe accaduto. Altair, che ad una sfida non aveva mai il coraggio di rinunciare, spostò un po’ lo sguardo in giro, incrociò le braccia al petto e tamburellò un dito sul bicipite tatuato, sparando a caso.
– Diversi? –
Lucy gli rivolse uno sguardo piatto con cui chiuse l’argomento di comune e silente accordo. Era pronta a sollevare bandiera bianca. Per sfinimento, non perché avesse perso. Tornò sul foglio, picchettando la penna sulla cellulosa riciclata.
– Programmi per le feste? –
Altair cercò di tenere il passo e balzare insieme all’amica verso il successivo tema di discussione.
– Mmh, tipo. –
Risposta che significava un no. Lucy sorrise, già avanti nella comprensione del quadro generale e traducendo dall’Altair all’inglese.
– Potrei avere una proposta. –
Lo guardò, fermando la penna sul foglio. Altair poggiò una spalla alla parete, continuando a tenere le braccia conserte.
– Continua. –
Rispose conciso, al solito. Lucy decise di adottare una strategia simile, informandolo circa la presenza di quei pochi elementi che sapeva avrebbero convinto Altair ad unirsi.
– Ci sarà da bere qualunque cosa ti possa venire in mente. –
Con un piccolo passo laterale, Lucy si sporse verso l’amico.
– Ci saranno un sacco di ragazze… –
Profuse in un sussurro sospeso, come olio essenziale di lavanda vaporizzato sulla biancheria.
– …e ragazzi. –
Più di così non avrebbe potuto fare. Adesso stava a lui. Altair la guardò con le labbra strette, gli occhi vispi e le orecchie attente. Stava valutando l’offerta, che al momento sembrava offrire solo vantaggi. C’era giusto un piccolo dettaglio che mancava.
– Okay. –
Iniziò Altair, abbassando gli occhi a guardarsi i piedi.
– E l’intrattenimento? –
Lucy si morse il labbro inferiore, soddisfatta di aver solleticato il suo interesse.
– Dj set no-stop più pista da ballo fino a non sentirti più i piedi. –
Altair tirò su un angolo della bocca. Ora il quadro era davvero perfetto.
– Andata. –
Disse lui con un mezzo sorriso, quasi a liberarsi di un peso. Lucy ricambiò con sguardo di intesa, finché per osmosi qualcosa non si infilò nella loro bolla di riservatezza.
– Scusate. –
Lucy tornò vigile come un cane della prateria sull’attenti, ritrovandosi di fronte un giovane uomo, alto, e dalla carnagione mediterranea; capelli scuri e lunghetti, leggermente mossi, barba folta ma ben curata; occhi verdi che esaltavano lo scuro del resto, come paprika dolce sull’hummus.
Un gran bel figo, per dirla in breve.
– Sono qui per il colloquio. –
Fece l’intruso con un sorriso. Aveva pure una bella voce: di quelle che vorresti ascoltare alla radio quando sei in macchina e torni dall’ufficio. Lucy riprese il foglio, e con la penna andò a scorrere i nomi in lista, ma le arrivò presto un suggerimento.
– Yusuf. –
Disse il ragazzo, sporgendosi verso di lei e incrinando le formalità a cui due sconosciuti generalmente si attengono.
– Yusuf Tazim. –
Completò il proprio nome. Altair restò a fissarlo staccandosi dalla parete, studiandolo coi suoi occhi aquilini e nel silenzio tipico degli introversi. Lucy non faticò a trovarlo. In realtà era il secondo dopo James, ma essendo solita seguire la prassi del chi tardi arriva male alloggia, decise che gli avrebbe concesso la precedenza. Lucy alzò il viso dalla carta e sorrise a Yusuf, il cui nome già le piaceva; ma ci sarebbe voluta ben più di un’eufonia per convincerla.
– Prego Yusuf, seguimi. –
Lucy rivolse un addio silenzioso ad Altair, aggiungendoci anche il tacito suggerimento di tornare a lavoro. Se ne andò per il corridoio e Altair la perse presto di vista, mentre al contrario ebbe l’opportunità di scorgere il cenno di saluto di Yusuf, il quale gli strizzò pure un occhio, neanche fossero stati vecchi amici che si congedavano. Altair ricambiò con una strana contrazione del viso, amichevole, ma decisamente impreparata alla confidenza che gli era stata riservata. Restò per un attimo impalato nel corridoio, e ne approfittò per dare un’occhiata alle notifiche del cellulare: rispose ad un paio di messaggi su Whatsapp e scrollò Facebook per meno di un minuto, salvando il link di una serie di percorsi parkour che dall’anteprima sembravano interessanti. Tornò a lavoro, sospirando pesantemente prima di colpire Desmond sulla schiena e dirgli di filarsela in cucina. Sparito il cugino, si voltò verso la folla sempre più accanita e affamata, ricominciando coi soliti Chi c’era? Che ti faccio? Come lo vuoi il kebab? Salsa yogurt o piccante? Era lo stillicidio di un’agonia, quella della ripetitiva sopravvivenza; e a volte lo annoiava terribilmente.

 

L’ora di punta era passata, e si stava avvicinando quella di chiudere. Ma ciò non impediva agli avventori di starsene ancora comodamente seduti a gustare i loro involucri di carne e farina che gocciavano fra le dita; e non impediva a nuovi clienti di entrare negli ultimi quindici minuti utili ed ordinare una cena completa, dall’antipasto al dolce. Ma Manhattan era così. Lo era quell’intera città: la notte era il momento in cui le alternative al sonno si sprecavano, e facevano lo spogliarello di fronte al portafoglio di chi voleva convincersi che il riposo non serviva, e divertirsi era meglio.
Altair era poggiato ad uno sgabello dietro il bancone, piuttosto distratto, in una di quelle parentesi di respiro fra un cliente e un altro. Shaun stava finendo di servire una coppia, e per ora nessun altro era entrato. Guardava l’orologio alla parete contando i secondi che facevano un minuto. Non sapeva perché, ma quel turno gli era sembrato più faticoso e lungo del solito. I colloqui dei candidati si erano conclusi da circa due ore, e Altair sarebbe volentieri sgattaiolato in ufficio da Lucy per chiederle se qualcuno avesse superato la faticosa prova del convincerla. Ma sapeva di non dover approfittare troppo spesso dei vantaggi che essere l’amichetto di Lucy gli conferiva. Il che non gli impediva comunque di sbattersene quando la cosa gli faceva più comodo, perché era (male) abituato a sentirsi sempre un gradino sopra agli altri, un passo avanti rispetto ai coetanei, un però in mezzo alle masse, un grassetto maiuscolo in una pagina di noioso Times New Roman. Ma quella tentazione ribelle si placò quando Altair vide entrare un cliente. Gli bastò una rapida occhiata verso Shaun per capire che fosse ancora troppo impegnato con la coppia che stava cercando di capire quale fosse mai la differenza tra sambusa e samosa: nessuna. Altair fu perciò costretto ad alzare dallo sgabello le chiappe impigrite, trascinandosi verso il bordo del bancone mentre si sforzava di nascondere la voglia di andarsene da lì. Ma un inaspettato scossone lo aiutò a svegliarsi quando riconobbe il ragazzo che stava per servire.
– Ehi Altair. –
Il banchista ora non più tanto annoiato si lisciò i palmi lungo il grembiule, non perché fossero unti o sudati, ma come risposta fisica alla sorpresa.
– Ehi Kadar. –
Altair ricambiò il saluto, e il ragazzetto dai tratti freschi ed estivi sorrise.
– Come va? –
Aggiunse Kadar, come da normale cortesia.
– Tutto okay. –
Altair rispose sintetico, e pure esaustivo. Non avrebbe onestamente saputo che altro aggiungere. Osservò Kadar incollargli gli occhi addosso e poggiare i gomiti sul vetro del bancone, nel più totale disinteresse verso la scelta del menù. La cosa era ben lontana dal mettere in soggezione Altair, che con l’imbarazzo aveva lo stesso rapporto che lega la gomma all’elettricità. Ad ogni modo, le possibilità riguardo la presenza di Kadar al negozio erano generalmente tre: Kadar veniva per Malik; Kadar veniva per mangiare; Kadar veniva per entrambe le cose. Considerato che quello non era il turno di Malik, Altair decise di indagare. Così, approfittando di quella pausa silenziosa che strizzava l’occhio ad un sottinteso non ancora meglio definito, si pronunciò.
– Malik aveva il turno stamattina. Non c’è ora. –
Fece Altair senza scomporsi. Ma neanche Kadar si scompose.
– Sì, sì. Lo so. –
Rispose lui con la bocca a mezza luna, e annuendo con la testa. Non aggiunse altro. Okay, pensò Altair, allora vuole mangiare. Era quella la logica conclusione. Se non era una, era l’altra. Spostò il peso del corpo su un piede solo, mettendosi le mani sui fianchi e saltando all’unica domanda possibile, a quel punto.
– Che ti do? –
Chiese Altair, già spostando lo sguardo fra le vasche di insalate, verdure, carne, salse, fritti…
– Il tuo numero. –
L’ampiezza del sorriso stampato sulla faccia di Kadar era pari solo alla sfrontatezza di ciò che pretendeva: una richiesta pronunciata al banco di un negozio, durante l’orario di lavoro, quando il fratello maggiore non c’è così non può romperti le palle. Altair non negò la sorpresa. Lì per lì contrasse i muscoli, ma si avvalse del beneficio del dubbio. La direzione che aveva preso la conversazione, se quelle due battute potevano definirsi tale, non gli piaceva.
– Che intendi? –
Domandò un po’ da cretino, perché la domanda non aveva di per sé bisogno di tante precisazioni. Ma preferiva mettere da parte supposizioni, sottintesi e malizie, ed essere il più letterale possibile. Se Kadar gli stava davvero chiedendo il numero, doveva capire perché. Perciò Altair rimase a guardarlo con un’espressione piatta, non ancora certo su come reagire, mentre Kadar cominciò a ridere, scivolando via coi gomiti dal vetro del bancone e grattandosi il naso. Era carino.
– Cellulare. –
Disse Kadar divertito, facendo col pollice e il mignolo di una mano il gesto di una cornetta telefonica. Come si fa coi deficienti. Il ragazzino però sorrideva, nell’antitesi incarnata dello sprezzo. Altair strappò un sorriso, sentendosi un po’ scemo ma anche un po’ in pericolo. Kadar gli stava chiedendo i contatti; nulla di male in uno scambio fra due persone normali. Ma nella sua testa riecheggiava un pensiero, un sussurro, un ammonimento. Malik si incazza. Altair abbassò lo sguardo, non per imbarazzo, ma per cercare le parole giuste con cui rifiutare quella richiesta, o al massimo perdere tempo, cambiare argomento, aspettare di diventare tutt’a un tratto invisibile.
– Che vuoi da mangiare? –
Chiese Altair con un sorriso, facendo come nulla fosse. Gli occhi di Kadar si fecero stretti come due fessure, ma stette al gioco: si mise a guardare qua e là lungo il bancone, valutò l’offerta cibaria, arricciò le labbra, e infine puntò dei fritti di verdure che indicò col dito. Altair prese una bustina di carta che cominciò a riempire con le polpette, illudendosi di averla scampata. Kadar, che era ben lontano dall’arrendersi, estrasse il cellulare e restò col pollice pronto sulla tastiera, sorridendo ad Altair come farebbe una commessa molto paziente.
– Vai, detta. –
Fece il più giovane, allungando la mano per afferrare il suo spuntino notturno. Altair tornò evasivo, ruotando gli occhi intorno alla sala, sempre meno piena. Non aveva nessuno a cui chiedere aiuto o, che so, un cliente che d’improvviso scivolasse dalla sedia così che lui dovesse subito andare a soccorrerlo. Niente. Altair decise allora di smetterla di girarci intorno, e sciogliere il dubbio. Essere informato sulle reali motivazioni di Kadar era essenziale per ponderare meglio la propria risposta.
– Come mai? –
Altair si spostò, cominciando a svuotare qualche teglia, unire i preparati, passare lo strofinaccio. Stare lì fermo a farsi guardare da Kadar lo faceva sentire solo più colpevole. Di cosa, non ne aveva una chiara idea nemmeno lui. Forse del fatto che nel guardare il viso di Kadar non potesse fare altro che pensare a Malik?
– Perché voglio il tuo numero? –
Domandò Kadar retorico, trovando adorabile quel modo di Altair di sviare. Forse lo aveva imbarazzato, o forse sotto sotto era un timido. Entrambe le possibilità gli apparivano succose.
– Perché mi sei simpatico. –
Confessò candidamente, senza scalpori. Camminò lungo il vetro del banco per seguire Altair nelle sue faccende, i fritti ancora bollenti in una mano e il cellulare nell’altra. Non aveva fretta. Avrebbe imposto il proprio finale e sarebbe uscito da lì con un numero di telefono. Altair gli lanciò un’occhiata e sorrise a suo modo (cioè strano). Afferrò le due teglie di insalata ed unì in una sola ciò che era rimasto di edibile.
– Anche tu. –
Rispose Altair, sincero. Il che non era un invito per Kadar a continuare con quella specie di corteggiamento, ma la sua semplice opinione. D’altronde, era il 2016, due uomini potevano scambiarsi apprezzamenti reciproci senza per questo sembrare… be’, si sa cosa la gente finisce a pensare.
– Vorrei chiederti di uscire. –
Okay, magari questa era una dichiarazione un po’ più ambigua adesso. Altair sollevò la teglia vuota, poggiandola su un ripiano dietro di sé. Guardò Kadar, mentre si chinava a prendere le scodelle dei fritti che adesso dovevano tornare nella cella frigo.
– Uscire come? –
Domandò Altair che stava ormai sfiorando il ritardo mentale con quelle richieste di maggiore chiarezza. Se quella conversazione si fosse svolta con qualunque altra persona, Altair avrebbe già stabilito una data e un’ora di incontro, se interessato, o avrebbe gentilmente declinato l’offerta, se non interessato. Ma qui era diverso. Qui si trattava del fratello di Malik, e doveva andarci coi piedi di piombo. A costo di sembrare cretino, doveva avere assoluta certezza di cosa gli stava chiedendo perché, al momento, Altair avrebbe detto che ci stava provando con lui. Kadar rise di nuovo, infilando la mano nella busta dei fritti e mordendo l’estremità di una polpetta. Il ragazzo, oltre al bel faccino, possedeva anche una tenacia degna di nota, a cui non sembrava accompagnarsi un pudore correttamente sviluppato.
– Una cosa tranquilla. –
Rispose Kadar sereno, facendo spallucce e masticando il suo cibo. Non aveva idea del perché Altair fosse così prudente, ma la cosa gli piaceva.
– Possiamo fare una passeggiata, o andare in sala giochi, vedere un film, prendere una birra… –
Due clienti si alzarono e andarono alla cassa per pagare, lasciando i due ancora più soli. Kadar si fece distrarre dal movimento, mentre Altair no.
– Tutto qui. –
Aggiunse Kadar a completamento. Un invito che all’apparenza non sembrava né malvagio né pericoloso, ma che Altair vedeva come un tòcco di carbonella ardente: se gli fosse finito in mano lo avrebbe sicuramente ustionato. Solo all’idea di uscire con Kadar la sua paura iniziale si era repentinamente trasformata da un Malik si incazza ad un Malik mi ammazza. Non era una cosa che poteva fare. Almeno, non senza prima essersi consultato con Malik. Aveva un equilibrio da mantenere, e non aveva voglia di rovinare quella tiepida intesa che nelle ultime settimane pareva essere migliorata un po’ fra loro. O forse era lui che voleva crederlo. Ma comunque, uscire in termini ambigui con Kadar, senza prima farlo presente a Malik, glielo avrebbe reso sicuramente ostile. Meglio, più ostile del normale. Non era un rischio che voleva correre.
– Malik ti ha detto che sono gay, vero? –
Chiese Kadar con la limpidezza di una domanda sul meteo, mentre affondava i denti in un altro fritto. Aveva sollevato il velo del fraintendimento, non lasciando alcun margine di interpretazione. Per quanto la cosa rappresentasse un grattacapo, Altair gliene era grato. Preferiva la verità ad un esame degli indizi.
– Sì. –
Rispose Altair senza una tonalità particolare. Non si era scomposto minimamente. Se la domanda di Kadar fosse stata, Malik ti ha detto che sono etero, vero?, allora sì che si sarebbe sconvolto. Tant’è che d’istinto il suo primo pensiero era stato si vede lontano un miglio che sei gay. E forse per questo gli era venuto da rispondere con un immediato a quella domanda, perché in realtà lo aveva sempre saputo, intuendolo fin dall’inizio. Senza che però glielo dicesse Malik. Quindi, a rigor di logica, aveva mentito. Gli si contorse per un attimo il cervello nel ripercorrere all’indietro il ragionamento fatto, ma capì che qualcosa non tornava e allora decise di essere più chiaro.
– Cioè, no. –
Si affrettò a precisare Altair, che lasciò stare le ciotole per sollevare una mano ed essere più convincente.
– Non me l’ha detto. È che… –
Lì gli si inceppò di nuovo il cervello. Avrebbe completato il pensiero dicendo che lo aveva capito da solo, che Kadar era gay, perché… perché si vedeva. Ma come sarebbe suonata quella considerazione alle orecchie del ragazzo? Sarebbe stato offensivo pronunciarsi così? Sarebbe suonato omofobo? Solo scortese? Oppure non c’era niente di male a dire sembri gay, perché in fondo non c’è nulla di male ad essere gay.
Era lui a non farsi problemi, o la gente che se ne faceva troppi?
– L’hai capito. –
Rispose Kadar in suo soccorso, con un sorriso grosso quanto un Big Mac. Altair sospirò e fece spallucce, con un’espressione di sollievo con cui si scrollò di dosso un po’ della tensione accumulata. Quel sorriso accogliente gli donò una pace istantanea, e pensò che una simile risposta potesse provenire solo da uno che si piaceva abbastanza da andare incontro a ciò che desiderava senza farsi troppi problemi. E Altair da sempre si trovava a proprio agio con chi, prima di tutto, era a proprio agio con se stesso. Forse era uno forte il fratellino di Malik.
– Okay, dai, facciamo così. –
Iniziò Kadar finendo di masticare e sistemandosi lo zaino su una spalla. Diede un’occhiata all’ora sul cellulare e poggiò una mano sul vetro del banco.
– Giuro che non ti chiamo e non ti messaggio. Tu ci pensi, e io mi tengo solo il numero. –
I suoi occhi chiari spiccavano su quel viso vispo e dai tratti gradevoli, e lo pregavano con un silenzio sorridente di accontentarlo; come un cucciolo di labrador che aspetta gli venga tirata la palla per giocare. Era tutto un po’ strano, un po’ sospetto, e tanto imprudente. Altair non voleva fare passi falsi e, quella piccola percentuale di natura riflessiva che gli apparteneva, gli stava gridando di andarci cauto; molto cauto. Che poi, a dirla tutta, anche Kadar era uno che si buttava e basta giocando col rischio, o aveva qualche certezza in merito al fatto che anche lui andasse con gli uomini? Che Malik gliel’avesse detto? L’espressione guardinga di Altair si stava pian piano trasformando in una poker face, nel tentativo di anestetizzare qualunque indizio espressivo che rivelasse quanto in realtà tutta quella faccenda gli stesse aggrovigliando le budella.
– E dai, tranquillo. Non mordo mica. –
Aggiunse Kadar ridendo fra sé, carino come un liceale. Cercava di cancellare la diffidenza di Altair con serenità ed ironia. Non aveva idea del perché si stesse irrigidendo così tanto, ma c’era qualcosa che gli piaceva nel fatto che fosse colpa sua. Restò lì a guardarlo con il migliore dei sorrisi, dondolando un po’ sul posto e ficcandosi un altro dei fritti in bocca. Davvero, non aveva alcuna fretta. Altair tirò su gli angoli della bocca assumendo finalmente un’espressione diversa da quella del gesso. Sospirò, poggiando una mano sul fianco e dandosi un’occhiata intorno. Era ora di chiudere ormai, e non aveva tutto quel tempo da perdere con ammicchi e leccatine da parte di visetti efebici. Doveva darsi una mossa. Perciò pensò; e pensò che alla fine era solo un numero. Non stava prendendo alcun impegno. E comunque ne avrebbe parlato con Malik il giorno dopo. Non poteva definirsi colpevole, e Kadar era grande abbastanza da decidere con chi flirtare senza chiedere il permesso a nessuno. Forse. Era ancora all’oscuro delle dinamiche che intercorrevano tra i due fratelli siriani, ma non aveva alcuna intenzione di distorcerle; non intenzionalmente almeno. Perciò decise, e decise che sì, gli avrebbe dato il numero. Più per toglierselo dai piedi che per arrendevolezza. Ma questo non c’era bisogno di farlo sapere a Kadar. Generalmente non umiliava i propri fan.
– Okay, okay. –
Fece Altair mantenendo quel mezzo sorriso sghembo e allungando la mano oltre il bancone. Gli stava chiaramente chiedendo il cellulare. Kadar sembrò colto di sorpresa. Tutta quella scena e quell’impegno, e alla fine non ci credeva nemmeno lui. Afferrò tutto frettoloso il cellulare dalla tasca, mettendo da parte il fritto mangiato a metà che ormai non era più così interessante. Si allungò sulla punta dei piedi e passò il cellulare ad Altair, osservando con minuzia ed emozione ogni movimento dei suoi polpastrelli mentre digitava sullo schermo: una groupie alla sua prima maglietta autografata. Altair fu rapido, e gli salvò il numero senza nomignoli, cambiamenti intenzionali dell’ultima cifra, o altri sgarri maldestri. In tre secondi gli ripassò il cellulare ed ebbe la sensazione di aver appena varcato la soglia di un luogo da cui non sarebbe potuto tornare indietro. L’idea gli regalò un sapore ferroso in bocca, e il sorriso, seppur strano, gli si spense.
– Ora devo andare. –
Fece Altair subito dopo, un po’ perché aveva da fare davvero, un po’ per allontanarsi il più in fretta possibile da quello che ancora non sapeva se sarebbe diventato uno sbaglio. Kadar ingoiò una polpetta e fece un passo indietro, felice di aver ottenuto ciò che desiderava, e onesto nel non spingersi oltre. Fece un cenno di intesa con la mano, gli strizzò un occhio, e sorrise di nuovo – o meglio, quando mai aveva smesso?
– Ehi, ti faccio solo uno squillo eh. Così mi memorizzi. –
Kadar agitò il cellulare nella mano con un linguaggio del corpo che voleva dire lo sto per fare. Lo sto facendo. Lo faccio. Fece un altro paio di passi indietro fissando lo schermo del telefono, mentre due clienti gli passarono dietro salutando a caso nel negozio, senza rivolgersi a nessuno in particolare. Solo tre testardi erano rimasti dentro ormai; e poi c’erano loro due, i due siriani: il predatore e la preda. Chi fosse l’uno e chi l’altro era una questione di intersezione.
– Fatto. –
Fece Kadar ficcando il telefono in tasca. Stava chiaramente aspettando una reazione da parte di Altair, che arrivò blanda e sfilacciata, come al solito. Prese le ciotole e si mise a sistemare altri arnesi sul banco, consapevole di essere in ritardo coi tempi e col dovere. Rispose lanciandogli solo un’occhiata di striscio mentre infilava la testa sotto al bancone per recuperare i vassoi.
– Ce l’ho di là, poi ti salvo. –
Kadar sorrise e gettò nel cesto la busta unta dei fritti. Aveva finito. E non solo di mangiare. Si infilò le mani nelle tasche e sospirò sentendosi appagato, pronto a lasciare la scena sapendo di aver ottenuto qualcosa.
– Ti lascio allora. –
Disse il più giovane salutandolo con un cenno della mano. Era chiaro che ormai Altair avesse da fare e non potesse stargli appresso. Lo comprendeva. Come sperava che Altair comprendesse la motivazione dietro la sua richiesta di uscire assieme. Meglio che se ne facesse una ragione. Altair fece un movimento sgraziato con la faccia mentre tornava su con la schiena: la sua forma di saluto. Restò con gli occhi incollati alla schiena di Kadar finché non lo vide uscire dalla porta, e finalmente lasciò andare un sospiro grumoso e sporco, di quelli che si trattengono nei polmoni a lungo. Mise la roba sul ripiano e poggiò entrambi i palmi delle mani sulla superficie, afflosciando la testa a mezz’aria mentre ammetteva a se stesso la stanchezza di un imprevisto che non desiderava.
Che Malik fosse un persona complicata, non vi era dubbio; e che a Malik lui stesse in qualche modo sui coglioni, non vi era dubbio allo stesso modo. Perciò dover arrestare i propri passi e forse cambiare strategia per un intoppo di nome Kadar che stava palesando, forse, una cotta nei suoi confronti, era a dir poco avvilente. E anche un po’ irritante. Sognava di scoparsi il maggiore, e il più piccolo veniva a chiedergli di uscire. Non ce n’era proprio una che gli andasse dritta.
Vide Shaun inserirsi in sala e cominciare a sparecchiare gli ultimi tavoli rimasti sporchi. E forse il suo intervento fu percepito dai restanti clienti come una minaccia schermata che voleva dire sloggiare, prego. Chi doveva pagare pagò, e chi doveva andarsene se ne andò. Altair continuò il suo lavoro, ma in maniera ancora più distratta del solito. In quell’ultima ora di chiusura e pulizie incrociò Shaun, Desmond, Lucy, ma a tutti riservò solo la facciata di un’attenzione che era rivolta altrove, all’interno. Pensava a cosa fare e a come farlo. Si rattristava pensandosi sfortunato, ma allo stesso tempo trovava conforto nell’idea di avere una scusa con cui approcciarsi all’oggetto dei suoi desideri. Non avrebbe pronunciato le parole che voleva dirgli, ma almeno avrebbe pronunciato qualcosa davanti a lui. Doveva ribaltare tutto a proprio favore e restare in vantaggio o, per lo meno, in carreggiata. Doveva sembrare disinteressato ma anche premuroso. Doveva avvicinarsi come amico ma anche come possibile rischio. Doveva raccontare l’accaduto, ma anche approfittarne per grattare oltre la superficie.
Doveva parlare con Malik.