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Louis sentiva i muscoli bruciare. Non si sarebbe mai abituato a quella sensazione. Correre non faceva più parte della sua routine. Non era più allenato, o quanto meno, non era più allenato a fare quel genere di cose. Sentiva dei passi dietro di lui. Cazzo, non era più veloce come una volta. Sbuffando si rese conto che davanti a lui c'era solo un muro. Non era alto, i mattoni potevano essere buoni appigli, ma l'avrebbe comunque rallentato. Mentre correva giù da quella collinetta non aveva pensato a dove sarebbe scappato dopo. Sempre che fosse riuscito a cavarsela anche quella volta, ovviamente. Aveva lasciato il suo skateboard là, merda, questo non andava assolutamente bene. Aveva abbondonato il suo piccolo. Delle urla gli intimavano di fermarsi, che se avesse smesso di correre dopo avrebbe avuto un piccolo sconticino. Si come no, la verità era che quelli a stagli dietro non ce la facevano. Un piccolo sorrisino gli spuntò sul volto. Magari così tanto lento non era poi. Mancavano pochi metri al muro, lo vedeva lì, davanti a lui. Senza rendersene neppure conto iniziò a contare i passi. Uno, due, tre. Ne mancavano solo altri due di corsa. Uno, due, tre. Stacca. Se non fosse stato così tanto concentrato sui suoi passi si sarebbe andato a schiantare contro il muro e addio farla franca un'altra volta. Lui non doveva staccare. Ignorando il bruciore dei muscoli, grazie alla spinta della corsa, riuscì a darsi tanta spinta per scavalcare il muro. Un piede, il secondo, le mani. Due cambi di appigli ed era su. Si mise velocemente in piedi e guardò giù. Non aveva programmato che il muro fosse così alto. Sembrava di essere di nuovo...no. Non doveva pensarci. Come gli avevano insegnato a fare da piccolo respirò profondamente prima di piegarsi sulle gambe. Mentre staccava il primo piede dal muro sentì l'adrenalina scorrergli nelle vene. Non ricordava fosse così intenso. Il suo corpo sembrava non voler saltare e basta, ma con quello aveva chiuso da tempo ormai. Ora era il tempo di saltare e basta. I piedi toccarono terra insieme, nessun piccolo rimbalzo, nessun passo. Ancora, senza rendersene conto, la braccia si alzarono lateralmente. Stava perdendo tempo, doveva correre cazzo. Essere inseguiti dagli sbirri non è esattamente uno scherzo. Una smorfia infastidita gli arricciò le labbra al solo pensiero di quello che il suo corpo faceva senza che lui neppure ci pensasse. Una volta sarebbe rimasto piacevolmente stupito da quella constatazione, ma ora era cambiato tutto. Ora il Louis dell'anno prima era morto, seppellito da tanto odio per quello che faceva e da una montagna di disprezzo verso se stesso. Al solo pensiero di com'era, di come l'avevano costretto a diventare, gli saliva un conato di vomito. Si faceva schifo per cos'era, ma quello non era il momento giusto per pensarci. Mentre correva per le strade di quel quartiere residenziale che non conosceva, malediceva i suoi amici per averlo lasciato solo in una situazione del genere. Certo anche lui avrebbe fatto lo stesso al loro posto, ma se ci fosse stato Oli con lui, in quel momento non starebbe correndo tra tutte quelle villette indipendenti tutte uguali senza la minima idea di come andarsene da quel posto. Non sarebbe riuscito a correre ancora a lungo. Non seppe classificare le emozioni che provò quando una volante della polizia chiuse la strada e quando si girò ne vide un'altra dall'altra parte a bloccare la sua ultima via di fuga. Gli avevano sempre insegnato a ragionare su quello che provava, a scavare a fondo nei suoi stati d'animo fino a fargli perdere ogni significato, ma quella volta non riuscì neppure il vecchio trucchetto che aveva sempre funzionato. Come per altro non gli riusciva più nell'ultimo anno. Non era più in grado di chiudere fuori tutto ciò che poteva distrarlo. Così, mentre nessuno sbirro si decideva a uscire da una di quelle fottute macchine, si sedette sul marciapiede e tirò fuori dalla tasca della felpa aperta che indossava una pacchetto di sigarette. Ne prese fuori una che avvicinò alla bocca, incastrandola tra le labbra. Si rese conto di star tremando quando fece scattare l'accendino e la fiammella ballava. Era sicuro che non soffiasse neppure un filo di vento. Paura. Ecco cosa provava. Paura. E non era in grado di disintegrarla. Scosse la testa e aspirò la prima boccata di fumo. Non gli piaceva fumare. Non gli piaceva il gusto della sigaretta, la gola che sembra allargarsi quando fumi. Ma soprattutto non gli piaceva il fatto che ne fosse diventato così dipendente. Dopo quel giorno, il giorno dove tutto era cambiato e lui era scappato come un cane con la coda tra le gambe, fumare era stata una delle prime cose che aveva fatto, insieme a prendersi una sbronza di quelle epiche. E poi non aveva più smesso. Era semplicemente qualcosa che faceva per ricordare a se stesso che non era più il vecchio Louis, perché quel ragazzo non avrebbe mai potuto fare quello che faceva lui. Avrebbe avuto paura solo a salire su uno skateboard per timore di rompersi qualcosa. Ormai il fumo era l'unica cose che aveva il potere di calmarlo un poco, ma quella volta neppure quello funzionava. Quello che lo attendeva era il terzo fermo. Il terzo per cose serie quanto meno, ed era quasi sicuro che invasione e danneggiamento di proprietà privata lo fosse.

Quel completo era scomodo. E non era neppure un vero completo. Louis indossava semplicemente un paio di jeans neri aderenti e un maglione bianco, ma rispetto ai suoi soliti vestiti era terribilmente scomodo. Si era abituato a pantaloni della tuta sempre arrotolati in fondo perché troppo lunghi e felpe giganti. E poi quei jeans erano davvero troppo stretti. Gli sembrava di non riuscire neanche a respirare. Ma magari quella sensazione era dovuta al fatto che era seduto in un tribunale, come imputato, e il giudice stava per pronunciare il suo verdetto. Detto così sembrava molto catastrofico, doveva ammetterlo. Però non pensava che questa volta se la sarebbe cavata con i lavori socialmente utili. Mentre faceva dei trick con lo skateboard utilizzando una casa abbandonata e in particolare la sua piscina vuota come pista, aveva rotto un vetro della casa. Okay, magari era una vetrata gigantesca, ma il concetto era lo stesso.
《Louis.》
Odiava quando le persone che non lo conoscevano lo chiamavano per nome. Gli ricordava troppo i giornalisti che volevano le sue impressioni a freddo.
《Per la legge dovresti andare in carcere minorile, visti i tuoi trascorsi non sei ritenuto un soggetto stabile. Però con tuo padre abbiamo trovato un accordo.》
Louis guardò il padre con odio. Mark era però impassibile e guardava il giudice.
《Puoi scegliere Louis. O l'addestramento per marines o la VGA.》
Suo padre strada scherzando vero? Perché non poteva davvero pensare che lui andasse alla VGA. Aveva passato tutta la vita a stare lontano da quel centro e ora, un anno dopo il suo abbandono, boom, il suo inferno personale tornava a bussare alla porta della sua vita. Ma semplicemente lui non poteva andare alla VGA. Era una palestra famosa di ginnastica artistica dove il proprietario, un ex atleta, vantava più infortuni che titoli. Non poteva tornare in quel mondo dopo aver abbandonato la finale mondiale a squadre all'ultimo mondiale autosqualificandosi e aver quindi fatto perdere il team della sua nazione. Semplicemente era fuori discussione.
《Vado a fare il marines.》
Il giudice sembrò sorridere prima di stampare un timbro sul foglio.
《La VGA sarà perfetta.》
E Louis sentì il mondo crollargli nuovamente addosso, per la seconda volta in vita sua sognò di non essere mai nato, perché raccogliere nuovamente i pezzi di una vita che era andata in frantumi non sarebbe stato facile.

Camera sua. Non gli sarebbe mancata. Assolutamente no. Dopo aver deciso che era giunto il momento di cambiare vita, l'aveva tutta messa a nuovo. Aveva gettato in un angolo tutti i trofei che aveva vinto in tutti quegli anni e aveva cercato di renderla il meno possibile la camera da figlio modello. Aveva gettato vernice colorata su tutti gli arredi e alcune volte aveva provato a disegnarci a bomboletta, ma nulla sembrava riuscirla a cambiare. Aveva stravolto la posizione dei mobili, aveva inciso sulla scrivania di frassino ora verniciata di rosso e aveva appeso nuovi poster di band che in un'altra vita non avrebbe mai ascoltato. Eppure erano bastò un litigo con i genitori, una fuga di tre giorni da casa per poi tornare e trovare la camera completamente rinnovata. Tutto il lavoro di due mesi per renderla vivibile buttato via. I vecchi mobili erano spariti, i poster probabilmente diventati carta bruciata in una delle grigliate organizzate dai genitori, i muri ridipinti di un bianco accecante. Neanche a farlo apposta l'unica parte colorata della camera era un tappeto a terra con la bandiera americana stampata sopra. Avevano anche raccolto tutti i trofei che Louis avrebbe davvero dovuto distruggere come si riprometteva di fare ogni volta che li vedeva, e li avevano appoggiati in ordine su mensole nuove di pacca. Avrebbe voluto vomitare davanti a quella stanza ancora più perfetta rispetto a quella di prima. Aveva aspettato che chi genitori uscissero di casa per avvicinarsi a quel maledetto altarino del Louis sono un figlio perfetto Tomlinson, afferrare una a caso di quelle coppe e buttarla in uno zaino e uscire di casa con lo skateboard sotto i piedi. Era andato fino al quartiere delle case abbandonate ed era salito sul terrazzo della più alta. Aveva impugnato quel maledetto trofeo dorato che raffigurava un atleta che faceva una verticale sulla sbarra alta e aveva guardato giù. Aveva caricato il braccio, pronto a scagliare quella stupida statuina lontano. Ma all'ultimo si era lasciato cadere a terra, i piedi a penzoloni nel vuoto, il trofeo appoggiato malamente a terra di fianco a lui. Aveva pianto, le lacrime scendevano veloci sulle sue guance. Aveva pianto per la prima volta dopo mesi che non lo faceva. Solo in quel momento, seduto su un tetto con il sole che tramontana e gli occhi rossi per il pianto, si era reso conto che non era riuscito a rimettere insieme tutti i pezzetti del vecchio Louis per diventare un Louis diverso, più forte. Quel giorno fu la prima volta che venne fermato dalla polizia. Invece di rompere il trofeo, non ce l'aveva fatta, quella era stata una parte troppo importante della sua vita e in quel momento l'ultima cosa di cui aveva bisogno era fare a pezzi un'altra parte di sé stesso; aveva scagliato delle pietre contro la casa. Quella era stata la prima volta dopo la sua ultima gara in cui aveva provato a esternare le sue emozioni senza successo. Così, quella stessa notte, dopo essere stato portato a casa da suo padre, aveva rimesso il trofeo sulla mensola ed era saltato giù dalla finestra. Era andato a comprare il suo primo vero pacchetto di sigarette e ne aveva fumato metà seduto su una collinetta a guardare le stelle e a cercare di rimettere a posto tutti i pezzi, cercando un nuovo ordine ad ogni cosa. La sua stanza non l'aveva più toccata, lasciandola così come l'avevano messa a posto i genitori. L'unica cosa che si limitava a fare era passare il meno tempo possibile in quella casa. Quindi no, lasciare quell'abitazione non gli faceva né caldo né freddo. Quella aveva smesso di essere casa sua nel momento in cui i suoi genitori avevano stravolto la sua stanza. Cercando di farlo tornare il figlio perfetto di una volta. Aprì l'armadio cercando i vestiti da buttare nel borsone. Non solo suo padre aveva deciso che lui dovesse andare alla VGA, ma anche che doveva partire il giorno stesso. Sentì dei passi avvicinarsi e si girò verso la porta. Suo padre lo guardava con un'espressione indecifrabile sul volto.
《I miei vestiti?》
Il padre con un cenno della testa gli indicò due borsoni vicino al letto che non aveva notato prima. Gentile, gli aveva fatto pure le valigie come per essere sicuro che Louis se ne andasse. Alla fine ce l'avevano fatta a liberarsi del figlio imperfetto, e contemporaneamente cercavano di rifarlo tornare com'era prima. Li odiava Louis, li odiava per averlo obbligato per anni a essere una persona che non voleva essere e per non essere riusciti ad accettare un suo cambiamento radicale. Senza dire una parola Louis afferrò i borsoni, buttandoli al centro della stanza.
《Puoi anche smetterla di fissarmi. Cinque minuti e me ne vado. Così potete continuare a giocare alla famiglia perfetta.》
Il padre però non si mosse.
《Mi dispiace davvero Louis. Ma era l'unica opzione valida.》
Il ragazzo si trattenne dal gridargli addosso.
《Potevo benissimo andare in accademica militare.》
La sua voce suonò fredda, forse anche più di quanto Louis voleva che risultasse.
《No, e sai benissimo anche tu che non saresti riuscito a diventare un marines.》
Il ragazzo vide il padre mordersi la lingua. Ma Louis sapeva benissimo cosa avrebbe detto se non si fosse fermato. Troppo basso, troppo piccolino, troppo debole. E poi dai, chi lo vuole un frocio nell'esercito. Aveva sentito più volte i ragazzi del quartiere commentare il suo aspetto fisico. Era basso, è vero. Ma muscoloso lo era. O quanto meno, quando si allenava lo era. Ora un po' meno. Ma quando si guardava nudo alla specchio il taglio dei muscoli saltava subito agli occhi. Come si addice a un ginnasta, in fin dei conti. Odiava quando veniva giudicato per il suo aspetto fisico, e odiava ancora di più il padre per essere stato uno dei primi a farlo.
《Non mentire. Non ti dispiace. O non mi avresti obbligato ad andare alla VGA. Lo sai che preferirei andare in carcere minorile piuttosto che in quella merda di posto.》
Il padre lo guardò, lo sguardo sconfitto puntato a terra.
《Cinque minuti.》disse prima di uscire dalla stanza e scendere le scale. Il carcere minorile sarebbe stato sicuramente meglio di quello che lo aspettava. Appena il suono dei passi del padre scremò, Louis aprì il cassetto del comodino. Tirò fuori i tre pacchetti di sigarette che teneva sempre lì, il suo accendino fortunato, un libro. C'erano altre due cose che Louis tirò fuori dal cassetto. Due cose che non avrebbe mai più voluto prendere in mano. Con un sospiro butto in uno dei borsoni anche il braccialetto arcobaleno, simbolo di appartenenza alla comunità gay, che portava alle gare e mp3 con dentro tutta la musica che ascoltava prima di una competizione e quella dei suoi vecchi esercizi. Odiava l'idea di doverli usare di prendere nuovamente in mano quei due oggetti, perché voleva dire che stava riaprendo una pagina della sua vita che avrebbe voluto non fosse più aperta. Un'occhiata a quella stanza che aveva solo odiato ed era pronto, o quanto meno, suo padre, il giudice e non si sa chi altro avevano deciso che lui era pronto a ritornare a far parte di un mondo che l'ultima volta l'aveva lasciato distrutto.

Non gli avevano dato neanche il tempo di cambiarsi quegli scomodissimi vestiti ed era in macchina da tre ore e ne aveva davanti ancora due prima di arrivare a destinazione. Dover attraversare l'America per arrivare all'altra costa non è uno scherzo. Avesse almeno avuto una delle sue tute a portata di mano... Ma suo padre era stato categorico: no soste in un autogrill per permettere al figlio di cambiarsi. Lo odiava ancora di più solo per quello. E poi quel maglione bianco era lungo e gli arrivava quasi a metà coscia, contribuiva solo a farlo sembrare ancora più basso. Non che ne avesse bisogno si intende, dall'alto del suo metro e cinquantasei poteva guardare tutti dall'alto al basso. Sì magari quando era sulla sbarra alta. E quello non sarebbe dovuto più succedere. Louis guardava le gocce d'acqua che si poggiavano sul vetro e venivano poi spazzate via dal tergicristalli. Non bastava dover andare alla VGA, ovviamente no, doveva anche piovere mentre lui andava alla VGA, e lui odiava la pioggia. L'aveva sempre fatto, fin da quando era piccolo e durante i temporali di notte si rannicchiava sotto la coperta in quel letto troppo grande per un bambino alto un metro e trenta. Anche ora, a diciassette anni, continuava ad aver paura dei temporali e a nascondersi sotto il piumone in un letto ancora troppo grande per lui. E la pioggia non gli piaceva per il semplice fatto che poteva trasformarsi in un temporale e perché quando andava ad allenamento e pioveva arrivava in palestra completamente spolto perché per suo padre un atleta non si può far accompagnare in macchina. E beh, quando aveva preso la patente e i suoi gli avevano permesso di usare la macchina, gli allenamenti non erano più parte della sua routine. Il telefono che custudiva gelosamente nella tasca posteriore dei pantaloni vibrò, segno che gli era arrivato un messaggio. Controllando che suo padre fosse concentrato sulla guida lo sbloccò. Era Stan, uno dei suoi amici e gli aveva mandato un messaggio dove gli chiedeva come fosse andato il processo e in allegato un video. Louis rispose con un semplice "VGA" alla domanda del ragazzo. Non era necessario che lui capisse. Anzi, magari era meglio se proprio non capiva e pensava l'avessero mandato in un carcere minorile. Aprì il video e gli ci volle mezzo secondo per capire cosa stesse succedendo. Quella serie di trick sullo skateboard non l'avrebbe mai dimenticata. E un po' come quando sbagli un esercizio alla finale delle Olimpiadi e poi lo farai per sempre giusto anche ad occhi chiusi. Uguale. Solo che quella frenata mancata per sorridere vittorioso agli amici gli era costata la sua libertà. Una vetrata infranta (fortunatamente lui non si era fatto male) e l'allarme della casa che scattava solo in quel preciso momento gli erano costati un biglietto di sola andata per la VGA. Se chiudeva gli occhi riusciva benissimo a ripercorrere quell'esibizione senza bisogno di guardare il video. Come poteva ricordare anche ogni singolo respiro dell'esercizio al corpo libero che avrebbe dovuto eseguire ai mondiali per la finale maschile a squadre. Ma questo non era dato a nessuno saperlo, e davvero, Louis sperava con tutto se stesso che non venisse mai fuori.