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The Sunset of Solheim

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XXIII.

L’energia di Surya è diversa dalla nostra ”, fu quello uno dei primi pensieri più o meno razionali che attraversò la mente di Shiva una volta recuperate le forze. Aveva passato un'intera giornata in uno stato di dormiveglia per riprendere il controllo dei suoi poteri, limitandosi ad ascoltare il respiro del neonato e il battito del suo cuoricino.

Dapprima, i suoi pensieri si erano semplicemente riempiti di gioia e speranza, quasi di stupore nel rendersi conto di essere stata lei stessa ad aver dato la vita a quel piccolo miracolo, e infine con la magia dare vigore al suo corpo, iniziò a trovare pressoché impossibile non notare quel dettaglio.

L'energia del neonato era sempre stata diversa per la Glaciale. Durante la gravidanza l'aveva avvertita come calda e rassicurante, ma solo dopo la nascita sembrava aver preso una forma diversa che Shiva poteva descrivere solo come ‘singolare’.

Prima di tutto il suo aspetto era quello di un normalissimo neonato, non sembrava possedere niente di divino, però era possibile avvertire in lui la magia. Non era forte né riconducibile a un qualche elemento naturale come poteva essere il dono della Glaciale, eppure era presente.

Gli stessi Ramuh e Bahamut non erano stati in grado di trovare una spiegazione quando la Dea decise di parlarne e di esporre le sue considerazioni.

«È il primo. Non possiamo sapere cosa il futuro ha in serbo per lui», aveva concluso il Tonante, incapace di dare una vera e propria risposta. Per il momento potevano solo avanzare svariate supposizioni e cercare di ragionare sui pochi dati a disposizione. Ciò che sapevano, era che quel neonato non era né una divinità né un umano. Era un mezzosangue, un Semidio - per prendere il termine che Ramuh aveva utilizzato quando era stato concepito -, e vista l'energia che sentivano scorrere nel suo corpo potevano quasi confermare la presenza della magia in lui, nonostante ciò non potevano sapere quali poteri avrebbe manifestato né se sarebbe stato benedetto dall’immortalità come gli altri Siderei.

Era un'incognita che pur gettando ansia e timore nell'animo di Shiva, non le impediva di provare anche coraggio e speranza nel posare lo sguardo sul figlio. Surya aveva riportato la luce nella sua vita, una felicità che temeva di aver smarrito con la scomparsa di Hyperion. La sua nascita era davvero vista come un miracolo per la Dea, ogni smorfia di Surya, il pianto e i piccoli versi che emetteva erano per la Glaciale fonte di stupore e gioia. Uno spiraglio di speranza gettato sull’oscurità di quei mesi.

Quei sentimenti avevano acceso in lei il desiderio di vivere nel presente con il neonato e di godersi ogni singolo momento con lui, ma nonostante quella felicità non poteva neanche negare il bisogno di proteggere il presente per poter in quel modo creare un futuro migliore.

Infatti fu con quel pensiero ben radicato nella mente che, con rinata forza e fiducia, si apprestò ad affrontare ancora una volta l'argomento Ifrit con i suoi compagni.

Il suo ultimo attacco aveva colpito le ormai disabitate spoglie di Solheim e, come avevano inizialmente sospettato, era rivolto solo ed esclusivamente a Shiva.

«Non appena hai iniziato a indebolirti, ha tentato di radere al suolo la casa», raccontò infatti Bahamut, «ero pronto, attendevo la sua comparsa, quindi sono riuscito a evitare che succedesse l’irreparabile. Nonostante ciò, non sono stato in grado di fermarlo quando è scappato. Temevo potesse essere una trappola per farmi allontanare da questo luogo».

«Scelta saggia», ponderò Ramuh, «non dobbiamo dimenticare che è sempre stato avvezzo a simili trucchi».

Shiva, per un breve momento, fu quasi sul punto di correggerlo e di ricordargli che quelli di Ifrit erano semplici scherzi, non dei trucchi, ma le parole le morirono in bocca subito dopo essere state concepite. Perché l’Ardente che affollava i suoi ormai lontani ricordi, quello giocoso e incline alle risate, sembrava non esistere più. Ciò che un tempo lei avrebbe definito come uno scherzo, ormai erano infimi trucchi per spingerli in errore.

«Dobbiamo decidere come agire non appena recupererò del tutto le forze», dichiarò allontanando quei pensieri.

«Sicuramente, le nostre priorità da questo momento in poi saranno due. Scegliere dei mortali che facciano da contenitore temporaneo ai nostri poteri», rispose Bahamut, «e decidere se attendere Ifrit o sfidarlo apertamente».

«Accetterebbe la sfida senza alcun timore», mormorò Shiva e l’Illuminato assentì serio.

«Dobbiamo valutare ogni scenario», commento, «non dovrà sfuggirci né coglierci di sorpresa questa volta. Conosciamo le sue abilità e io stesso inizio ad abituarmi alla sua nuova natura e ai poteri che ha sviluppato».

«Abbiamo soppresso la necessità di salvarlo per mettere in primo piano il bene di Eos, ciò ci ha privato delle nostre inibizioni», ragionò il Tonante, «e per quanto sia ancora complicato e duro ammetterlo, credo che la morte possa essere in grado di donargli del tempo per calmare lo spirito e ragionare sulle sue azioni».

«Lo spero», rispose Shiva, «ma Ifrit è testardo, non credo sarà così semplice… potrebbe utilizzare quel tempo per alimentare ulteriormente la sua rete di vendetta».

«Ci troverà pronti», concluse Bahamut, «noi tutti abbiamo commesso degli errori. Siamo disposti a pagargli e per questo motivo non ci troverà più indeboliti o distratti».

Nessuno aggiunse altro all'affermazione del loro compagno. Condividevano i suoi stessi pensieri e pure la Glaciale si sentiva pronta sia a usare i suoi poteri senza alcuna inibizione che ad accettare totalmente la sua punizione. Avrebbe pagato lei in prima persona per i suoi errori: gli abitanti di Eos non meritavano di perire a causa sua.

«Prima di gestire un piano attacco, è nostro interesse principale organizzare la difesa di Eos», riprese poco dopo l’Illuminato.

«Mi chiedo ancora se sia giusto far gravare sulle spalle dei mortali questo peso», commentò Ramuh.

«Impareranno a difendersi con il tempo, Titan aveva già notato la loro predisposizione ad adattarsi anche dinanzi a un evento estremo come questo. Il nostro intervento li aiuterà a proteggersi nell’immediato, impedendo ulteriori morti», rispose Bahamut.

«Dobbiamo anche permettere a chi non si è ancora trasformato in un mostro di guarire», aggiunse Shiva, «non è solo il campo bellico che dobbiamo benedire con i nostri poteri, ma anche quello medico».

«Proprio per questo motivo la nostra scelta dovrà ricadere su persone assolutamente degne di fiducia, non inclini all'oscurità», prosegui il Tonante, «ricevere questo tipo di magia potrebbe spingere un mortale a credersi un essere superiore».

«È un rischio», concesse l'altro Dio, «dividendo però i poteri si potrebbe creare l'equilibrio, uno non può esistere senza l'altro».

«Potrebbe essere una soluzione», acconsentì Ramuh, tentando con un po' di difficoltà di accettare quel gesto estremo ma che, a sua volta, considerava necessario per aiutare i mortali.

«Per quanto riguarda la difesa, ciò che dobbiamo assicurarci è che i poteri donati non siano assoluti. Devono essere limitati alla protezione», continuò Bahamut, «la magia scaturisce da noi, quindi anche i mortali devono ricordare che è un dono e non un qualcosa che spetta loro di diritto».

«Intendi utilizzare un catalizzatore?», domandò il Tonante, leggendo quella conclusione tra le parole dell’altra divinità.

«Sarebbe di facile attuazione», assentì infatti l’Illuminato, «uno strumento che venga riconosciuto come fonte del potere, un simbolo».

«Mentre per la cura?», intervenne Shiva, il cui unico desiderio era prima di tutto evitare la morte di quegli innocenti che, ogni giorno, cadevano vittima della piaga di Ifrit.

«I nostri poteri nel campo terapeutico sono limitati. Non possiamo restituire la vita e senza la giusta conoscenza non possiamo agire su malattie e ferite. Circoscrivere quel tipo di magia a un mero catalizzatore non aiuterebbe i mortali a trovare una cura».

Discussero ancora a lungo sui vari aspetti di quella concessione, raggiungendo inoltre alcune importanti conclusioni come l'impiego di spiriti angelici fedeli ad Eos. Guerrieri e sacerdoti del passato, il cui animo e sacrificio aveva rafforzato quella terra in ogni suo aspetto. Il loro legame con Eos li aveva spinti in una sorta di limbo tra quella realtà e l’aldilà.

Erano incorporei, e visto il pericolo che gravava su quei territori che tanto avevano amato, avrebbero risposto senza ombra di dubbio alla chiamata dei Siderei. Ne scelsero ventiquattro e non solo avrebbero ottenuto il potere di assumere una forma fisica, ma sarebbero diventati un mezzo di comunicazione, dei cosiddetti Messaggeri, tra gli Dei e i mortali.

Il loro impiego avrebbe permesso ai Siderei di recuperare le forze dopo l'ultima battaglia con Ifrit e di assicurare in quel modo l'equilibrio tra i poteri concessi ai mortali.

Quelle scelte li portarono a prendere in considerazione, con più consapevolezza, il ruolo dei portatori dei loro poteri. Vennero proposti vari nomi di famiglie importanti e non che, sotto il loro sguardo attento, si erano distinte durante i secoli.

Vi erano i Maris del Villaggio delle Cascate che gestivano con successo il mercato navale e il commercio. Erano persone dallo spiccato senso dell’onore, intelligenti e grandi lavoratori ma che tuttavia non erano né medici né guerrieri. Nominarono anche i Ferrum di Lucis, noti come guerrieri ma ben poco portati al dialogo e al comando, e i Sericum di Flaminis, dotati nelle arti ma non in battaglia.

«Una delle famiglie più di spicco di Solheim è quella degli Aldercapt. Durante l'attacco si sono salvati i figli più giovani del capo famiglia insieme e qualche zio», spiegò Shiva, continuando a vagliare i vari possibili candidati senza tuttavia nascondere un pizzico di insicurezza nella sua voce quando propose quell’ultimo nome, «attualmente sono rifugiati a Flaminis e potrebbero raffigurare la speranza per i sopravvissuti… ma, come Ramuh ci ha fatto notare, ammetto di non essere sicura di questa scelta. Temo che possano essere inclini all’oscurità, soprattutto dopo aver perso tutto ciò che possedevano».

«Concordo. Per quanto possano essere visti come la rinascita di Solheim, ciò che hanno perso potrebbe alimentare la loro rabbia», assentì infatti Bahamut, «chi propongo io è la famiglia reale di Lucis. Venerano la mia figura da secoli, e questo mi ha portato a tenere spesso lo sguardo sulla loro famiglia. A mio parere li giudico degni di questo fardello. Governano Lucis e la loro capitale con fermezza e imparzialità. Sono giusti e leali. Hanno la mia fiducia».

Ramuh annuì.

«Ciò che dici è vero», dichiarò infatti, «il Re tuttavia è ormai troppo anziano per guidare una vera e propria difesa. La scelta dovrà ricadere sul figlio, l'erede al trono», aggiunse, raccogliendo in quel modo l'approvazione anche degli altri due Siderei.

Solo dopo quella scelta la Glaciale si fece di nuovo avanti, proponendo il nome di un’altra famiglia a suo dire meritevole della magia.

«Vorrei fare il nome dei Nox Flauret come portatori del potere curativo», riprese, «i membri della famiglia sono sempre stati attivi nella cura e nella ricerca, e durante questi mesi di emergenza, hanno aperto le porte di Flaminis senza alcun riservo, mettendosi in prima fila per proteggere i meno fortunati».

«Ho avuto modo di conoscere altri Nox Flauret in questi secoli», convenì prontamente il Tonante, avvalorando la proposta di Shiva, «credo siano le persone più adatte a ricevere questo dono. In loro vedo sacrificio, amore per la conoscenza e per il prossimo. Non oscurità e smania di potere».

«Sono d’accordo», rispose Bahamut, «io stesso li ho osservati quando ho visitato Flaminis e li reputo degni di assumere questo ruolo».

«Saranno guidati dalle loro conoscenze mediche, ho fiducia in questo. Sono certo che troveranno una soluzione a questa malattia», aggiunse fiducioso il Tonante, ma ancor prima di poter aggiungere qualcos’altro, Surya bloccò le sue parole esplodendo in un pianto lamentoso che fece sussultare i tre Siderei.

«Credo... abbia fame», mormorò Shiva, cullando il figlio per calmarlo. Le sue labbra si piegarono verso l'alto quasi senza rendersene conto non appena i suoi occhi si posarono sul neonato, e alzandosi si scusò con i suoi compagni.

«Proseguite pure, sarò nella stanza accanto. Poi mi aggiornerete», disse, trovando subito comprensione nello sguardo di entrambi i Siderei, che con un gesto del capo le permisero di allontanarsi indisturbata.

Si spostò in cucina, e dopo essersi accomodato su una delle sedie accanto al tavolo, aprì un poco la veste che indossava per permettere al figlio di mangiare. Esattamente come una mortale, anche il suo corpo aveva reagito in quel modo alla gravidanza. Era una sensazione strana ma anche intensa e importante, era come se in quel modo si stesse creando un ulteriore legame tra lei e il figlio.

Emozionata, continuò a osservarlo come se non esistesse niente di più bello e unico al mondo. Sentiva il cuore riempirsi di gioia e commozione alla sola vista del neonato, ma per quanto si sentisse sia rafforzata che incoraggiata da quei sentimenti così forti da sembrare quasi palpabili, non poté non scorgere un'ombra nel loro futuro, un qualcosa che non aveva considerato quando con gli altri Siderei aveva iniziato a progettare l'ultimo e decisivo attacco contro Ifrit.

Quella realizzazione avanzò lenta nella sua mente, infima e crudele. La battaglia li avrebbe visti impegnati per un tempo che non era in grado di quantificare con leggerezza, lo scontro sarebbe stato sfiancante e senza esclusioni di colpi, ed era infatti probabile che al termine di esso si sarebbero a loro volta addormentati per recuperare le forze.

Si era trovata d’accordo in tutto il loro piano d’azione, sentendosi addirittura pronta a battersi per porre fine alle scellerate azioni di Ifrit, tuttavia il suo dovere e la necessità di assicurare un futuro al neonato che teneva tra le braccia si erano sovrapposti, impedendole di visualizzare l’immediato avvenire: quando lei sarebbe andata a combattere, cosa ne sarebbe stato di Surya? Lo avrebbe dovuto abbandonare? Affidare a qualcun'altro?

Quelle domande aprirono come una voragine nel cuore della Dea, e un gelo che non le apparteneva arrivò quasi a mozzarle il respiro al solo pensiero di dover lasciare suo figlio.

“Deve esserci una soluzione ”, pensò con le labbra strette in una smorfia. Non voleva lasciarlo né affidarlo a qualche altra persona, Surya era suo figlio e doveva rimanere con lei. Non poteva neanche lontanamente concepire l’idea di stare lontana da lui.

Era una scelta difficile, perché se voleva assicurare un domani a suo figlio doveva prima di tutto salvaguardare quello di Eos… e temeva che, ancora una volta, si sarebbe lasciata guidare dal suo egoismo.