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The Sunset of Solheim

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XXII.

L'inaspettata affermazione di Bahamut era giunta alle orecchie di Shiva come sofferta ma ben ponderata. L’Illuminato non era mai stato tipo da scelte avventate, e la Dea non aveva dubbi: sapeva che il loro compagno doveva aver vagliato con attenzione ogni singola opzione prima di prendere la decisione di esporre quella soluzione.

«Ai mortali?», ripeté sorpreso Ramuh, strappando all’altro un nuovo sospiro, basso e cupo.

«Temo che non ci sia altra scelta», confermò, «troppe persone sono morte in questi mesi e tante altre continueranno a perire se non interveniamo. Tuttavia, la nostra battaglia non ci permetterà di prestare attenzione ai mortali, né alla malattia, né ai mostri creati con essa. Per questo motivo ho preso in considerazione il renderli capaci di difendersi e di attaccare, almeno fino a quando non ci sarà più bisogno di mantenere uno stato d’allerta», spiegò infine.

«La situazione è grave, come hai ben detto, ed è destinata a peggiorare: di questo ne siamo ben consapevoli», intervenne ancora il Tonante, «ma dare un simile peso ai mortali? Credi realmente che saranno in grado di sopportarlo?»

«No. Non ne sono certo», ammise l’Illuminato, «non è una scelta facile né è stato semplice per me giungere a questa conclusione. È un rischio che, tuttavia, penso vada corso per il futuro di Eos e dei suoi abitanti».

Ramuh rimase in silenzio, serio e composto. Giudice di quella proposta che anche alle orecchie di Shiva sembrava al tempo stesso pericolosa e comprensibile. Una battaglia tra gli Dei avrebbe portato ulteriore distruzione e morte, una disattenzione e lei stessa avrebbe potuto congelare un’intera terra, rendendola un deserto di arida e gelida neve.

Senza l’aiuto dei Siderei, i mortali difficilmente sarebbero stati in grado di sopravvivere a quella che si preannunciava l’apice degli scontri con Ifrit. La magia, però, li avrebbe potuti aiutare.

«Non tutti i mortali sono degni di questa fiducia», riprese il Tonante con tono grave, come se avesse a sua volta raggiunto le stesse conclusioni della Glaciale, «la crudeltà è capace di insinuarsi in tutti gli animi e durante questi mesi sono emerse entrambe le facce della medaglia. C’è chi si è rivolto al prossimo per aiutarlo e chi, al contrario, ha deciso di derubare chi si trovava in difficoltà per arricchirsi».

«Ne sono consapevole… se intendiamo prendere in considerazione la mia proposta, dobbiamo anche essere certi che il nostro dono venga elargito solo a persone degne di fiducia».

«Sono d'accordo», intervenne Shiva, sorprendendosi nel sentire la sua voce tanto decisa quanto stanca, «per quanto sia mio desiderio farmi carico delle mie colpe e risolvere i problemi creati dal mio egoismo… temo sia d'obbligo permettere anche i mortali di difendersi con le loro forze. Ho… avuto modo di conoscere persone meritevoli, che stanno tuttora dando la loro vita per curare i malati e proteggerli, e sono certa che se avessero delle capacità superiori, allora i loro progressi sarebbero più incisivi. Potrebbero diventare simboli di speranza per chi ha perso tutto».

Concluse di parlare quasi con il fiato corto. Aveva cercato di limitare le pause per dare alla sua voce più risolutezza possibile. Era una decisione importante e non potevano più permettersi incertezze, perché il destino di Eos e dei suoi abitanti era nelle loro mani più durante quegli istanti che in tutti i millenni che avevano preceduto quella guerra.

Prese un lungo respiro, tremando quando sentì l’ennesima contrazione venire un poco mitigata dalla sua magia. Doveva resistere, anche per suo figlio.

«Spero sia così», assentì Bahamut, guardandola in viso come se si fosse reso conto del suo improvviso fastidio, «al momento però, desidero che la nostra priorità sia un'altra: riguarda le tue condizioni. Non possiamo fronteggiare Ifrit da soli, abbiamo bisogno anche di te».

Shiva fu quasi sul punto di protestare perché a suo giudizio era molto più importante l'argomento riguardante la protezione dei mortali, ma una seconda contrazione, sempre controllata dalle sue abilità, la costrinse a tacere.

«Il parto è ormai prossimo. Probabilmente per difesa, i tuoi poteri hanno impedito che il bambino nascesse nella scorsa settimana in seguito al trauma causato dall’attacco di Ifrit», spiegò Ramuh con tono un po’ più accorto, «ma come ti sarai resa conto, più tuo figlio cresce, più alto è il tuo dispendio di energie…».

La Glaciale fu costretta ad annuire, mettendo da parte le sue proteste. Non aveva bisogno di ammettere niente, era ben conscia della situazione. Sentiva chiaramente le sue forze e la magia risentire dell'ormai avanzato stadio di gravidanza, e come aveva lasciato inteso il suo compagno, presto le sue energie si sarebbero esaurite. Non sarebbe mai stata di alcun aiuto in quella battaglia.

Per quanto volesse pensare al futuro di Eos, il presente continuava ad essere un pericolo per lei e per suo figlio.

«Resterò al tuo fianco per tutto il parto, assicurandomi che tutto vada per il verso giusto», riprese il Tonante, fiducioso e senza la minima ombra di incertezza nella voce, «Bahamut si occuperà della difesa… perché temo che Ifrit possa attaccare proprio in quei momenti, richiamato dalla tua debolezza e dall'energia emessa da tuo figlio».

Quel pensiero fece rabbrividire un poco Shiva. In qualche modo poteva ancora ritardare il parto dando fondo a tutte le sue forze, ma alla fine il momento sarebbe arrivato e, come aveva supposto Ramuh, non sarebbe più stato possibile evitare un nuovo attacco di Ifrit.

«Allora dobbiamo trovare un luogo.. dove i danni siano minimi…», rispose piano. Si sarebbe affidata a loro mettendo da parte i suoi timori, ma aveva ugualmente bisogno di un'unica sicurezza: nessun mortale doveva rimanere coinvolto in quell’attacco.

«Abbiamo già preso provvedimenti», rispose l’Illuminato, «abbiamo infatti convenuto che fosse più sicuro portarti a Solheim. Ormai questo territorio è disabitato e non vi sarà alcun rischio per i mortali in caso di attacco».

Solo con quell’affermazione, Shiva, si rese conto del familiare aspetto di quel luogo. La sua mente, così concertata sul presente e sulla gravità della situazione, le aveva permesso di notare solamente un soffitto leggermente ingiallito, impedendole di far scorrere lo sguardo su quella stanza arredata in modo semplice, da uomo, ma con un leggero tocco femminile… come se quella presenza si fosse aggiunta nella vita del padrone di casa da poco.

Un gemito lasciò le sue labbra e, con la vista ormai annebbiata dalle lacrime, portò una mano alla bocca come per impedire ad altri versi di scappare al suo controllo.

Era a casa , nella dimora che aveva diviso con Hyperion dal giorno del loro matrimonio. Erano scappati, lasciando quel luogo durante il primo attacco di Ifrit e niente sembrava essere cambiato. L’armadio era aperto e su uno sgabello, riposta in modo ordinato, una pila di indumenti da suddividere nei vari cassetti. Sul comodino un libro iniziato e mai finito sui “ Sacerdoti Guerrieri di Steyliff ” e infine quel soffitto, che Hyperion aveva promesso di ridipingere.

La familiarità di quella stanza la rassicurò e ferì al tempo stesso ma, più di ogni altra cosa, sapeva che quello era il posto giusto per far nascere suo figlio.

Si concesse quel pianto liberatorio e, senza aver bisogno di aprir bocca, rivolse ai suoi due compagni un unico pensiero di fiducia e ringraziamento.





Inizialmente non fu semplice per Shiva abbassare le difese e permettere al suo corpo, e non alla mente, di guidarla verso il parto. Aveva cercato di approcciarsi a quei momenti decisivi nel modo più logico possibile, conscia della sua esperienza come levatrice che l’aveva portata a conoscere le varie fasi del parto... eppure quando ripresero le vere e proprie contrazioni, con successiva rottura delle acque, niente di tutto ciò che aveva imparato nei secoli sembrò poterla aiutare.

Il dolore, diverso da quello provato durante le doglie dei giorni precedenti, aumentò gradualmente, e con lo scorrere inesorabile delle ore iniziò quasi a diventare insopportabile, rendendo impossibile anche solo tentare un intervento magico.

Le doglie devono essere costanti ”, ricordò quasi distrattamente, come per incoraggiarsi, ma mai come in quel momento il tempo sembrò assumere quasi un ruolo beffardo nei suoi confronti. Aveva sempre sperato di poter avere più di qualche prezioso momento da trascorrere in quel luogo, ma le ore passate a Solheim in compagnia di Hyperion erano sempre volate fin troppo velocemente. In quell’istante però, i minuti sembravano scorrere lenti ma implacabili, scanditi dal dolore delle contrazioni che, solo dopo mezza giornata, sembrarono assumere una cadenza regolare.

Fu Ramuh, come promesso, a prendersi cura di lei mentre Bahamut si occupava di proteggere quel luogo. Il Tonante, con calma e controllo, iniziò subito ad assisterla con notevole esperienza e tatto, incoraggiandola ad andare avanti senza timore.

«Non sei sola», le diceva, «resterò qui accanto a te fino alla fine».

La aiutò infatti a trovare una posizione comoda per il suo corpo, inumidendole il viso con delicatezza, mentre la mente di Shiva iniziava a scivolare in un limbo di confusione.

Era l'energia emessa dal bambino a farle perdere quasi il contatto con la realtà. Durante quelle lunghe ore di travaglio e di dolore, suo figlio si era fatto quasi più forte e la sua magia si era riversata nel corpo della Glaciale, dandole una sensazione simile all’euforia ma anche all’assuefazione. Probabilmente fu solamente grazie a quello che i suoi sensi le impedirono di avvertire pienamente l'attacco di Ifrit e la successiva, ferrea difesa di Bahamut.

Si irrigidì quasi per istinto, come per difesa, ma le sembrava tutto così lontano: ovattato dal dolore e dalla stanchezza ormai crescente.

«Pensa solo a questo, a tuo figlio», dichiarò Ramuh, e Shiva annuì chiudendo gli occhi come per isolarsi, fidandosi ciecamente dei suoi compagni.

La voglia di spingere arrivò quasi all’improvviso. Le contrazioni non si arrestarono neanche in quei momenti, volte ad aiutare suo figlio a nascere, e la Glaciale iniziò a considerare quelle fitte come una sorta di indefinito conto alla rovescia: ogni contrazione la stava avvicinando sempre di più al suo bambino.

Voglio spingere”, pensò quasi disperata, “ posso farlo? Sarà troppo presto? O troppo tardi?”

Confusa e stanca, trovò quasi un istantaneo sollievo quando il Tonante la incoraggiò a spingere, ed emettendo un gemito quasi disperato, la Dea si affrettò a eseguire quel semplice ordine.

Continuò a spingere, aiutata dalle parole di Ramuh e dalla sua pazienza, e quando Shiva si sentì ormai esausta, pronta a lasciarsi andare, il Dio la incitò a fare un ultimo sforzo.

«È quasi finita», le disse, fermo tra le gambe della Dea, «puoi farcela».

La Glaciale strinse i pugni e le labbra con forza, cercando di dare fondo a tutte le energie che le erano rimaste pur di mettere la parola fine a quel doloroso supplizio, che neanche i suoi poteri erano riusciti a semplificare.

Si inarcò, facendo affondare il capo sul il cuscino sotto la sua testa, i muscoli tesi gridarono per la fatica e, lasciandosi sfuggire un nuovo lamento, sentì il corpo del bambino lasciare del tutto il suo.
Incredula per quell’inaspettata sensazione di liberazione, si ritrovò a trattenere il respiro fino a quando non sentì il Tonante annunciare un: «È fuori…», carico di sollievo e soddisfazione.

Solo a quel punto la Dea si permise di lasciarsi andare, crollando con la schiena sul lettino. Le lenzuola, umide per il sudore, si attaccarono subito alla sua pelle come un fastidioso ma sopportabile abbraccio, mentre le orecchie iniziavano a riempirsi del suo respiro e dei furiosi battiti del suo cuore. Quel rumore che le stava bombardando la testa entrava in netto contrasto con la quiete che era calata nella stanza e, sfinita, la Glaciale attese che quel silenzio venisse spezzato dal pianto del suo bambino.

Forse trascorsero solo pochi secondi, ma l’ansia della Dea la portò a vedere quel breve lasso di tempo quasi come infinito.

«R-Ramuh…», lo chiamò infatti con voce roca e nervosa a causa di quell’inaspettato silenzio. Il suo corpo, stravolto, sembrò non voler rispondere ai suoi ordini. Voleva alzarsi, vedere suo figlio e capire perché il suo compagno si era allontanato da lei senza mostrargli il neonato.

Fece forza sui gomiti per sollevarsi, poi alle sue orecchie giunse prepotente un pianto disperato e pieno di vita. Lo sentì esplodere e spezzare il silenzio che si era creato nella stanza, e ancora scossa si ritrovò a rilasciare il respiro che neanche si era resa conto di aver trattenuto. Chiuse gli occhi, concedendosi a sua volta un pianto basso e liberatorio.

È finita. Ci sono riuscita ”, si disse, cercando di calmarsi quando sentì il Tonante, confermarle con voce calma e sollevata, forse anche un poco emozionata, che suo figlio stava bene.

«È un maschietto ed è in piena salute», annunciò, controllando con attenzione il neonato prima di avvicinarsi alla Dea con il piccolo avvolto da una morbida copertina bianca. Lo stava cullando con attenzione, ma solo quando si sporse per posarlo sul petto di Shiva il suo pianto iniziò lentamente a calmarsi.
La Glaciale piegò il capo per poterlo osservare senza nascondere la sua emozione. La pelle era arrossata e umida, gli occhi socchiusi un poco gonfi e la bocca semi-aperta, mentre le manine piccole e grassottelle, erano strette a pugno. Aveva assistito alla nascita di tanti neonati e altrettanti avevano visto la luce solo grazie al suo stesso intervento, per lei il parto di una donna era sempre stato paragonabile a un miracolo, un vero e proprio prodigio della natura dei mortali… e quel bambino era il suo di miracolo.

«… Surya …», mormorò, accarezzandogli il capo, con la punta delle dita.

«Hai deciso di chiamarlo così?», domandò il Tonante.

«Lo… lo aveva scelto Hyperion…», rispose senza distogliere lo sguardo dal figlio appena nato, incantata come se non avesse mai visto un neonato. Si sentiva stanca, provata nell’anima e nel corpo, ma non intendeva chiudere gli occhi. Non era il tempo di riposare, perchè tutto quello che Shiva desiderava era continuare a osservare il suo piccolo Surya.

E mentre fuori Bahamut metteva in fuga Ifrit, che aveva fallito una seconda volta nella sua personale vendetta, la Glaciale rimase chiusa in quel suo piccolo limbo protettivo. Sfiorò le manine di Surya e, posando con delicatezza le labbra sulla sua fronte, lo cullò dolcemente con il suo stesso respiro.