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The Sunset of Solheim

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XXI.

Con le braccia strette attorno al ventre come per proteggerlo, Shiva cercò di ordinare al suo corpo di muoversi, di alzarsi per lasciare il porticato della casa. I suoi muscoli, tuttavia, sembrarono quasi volersi ribellare alla sua necessità di scappare. Sentiva le gambe molli, tremanti e instabili, rese pressoché inutilizzabili dal panico. La mente si era riempita di pensieri sconnessi, parole e sensazioni che la lasciavano pietrificata, incapace di reagire dinanzi all’inferno appena creato da Ifrit.

Sapeva di dover scappare e di dover fare qualsiasi cosa pur di proteggere suo figlio, ma il calore generato dalle fiamme dell’Ardente e l’improvvisa morte di Leviathan la facevano sentire impotente e debole.

Faticava a respirare, e ogni tentativo di raccogliere più aria possibile nei polmoni le causava una violenta voglia di tossire che si costringeva a trattenere, come se l’emettere un qualsiasi rumore e abbassare la guardia in quel modo potesse segnare la sua fine.

“Non è forse quello che ho già fatto?”, si chiese riuscendo a strisciare lentamente all’indietro, senza però essere per davvero in grado di fuggire. Ifrit era stato spietatamente paziente in quella sua battaglia per ottenere la tanto agognata vendetta, aveva colpito Eos su più punti, sfiancando gli animi dei suoi vecchi compagni in un inseguimento senza vincitori né vinti, e al momento giusto, nel quale lei e Leviathan erano concesse un singolo istante per abbassare le difese, aveva sferrato il suo colpo più duro. Era stata una stupida, doveva prevedere quell’attacco ed evitare di trascinare l’Abissale, pur inconsciamente, in fallo.

Ancora una volta gli errori di Shiva avevano causato morte e distruzione, e temeva che quell’inferno non sarebbe finito né con la sua morte né con quella di suo figlio.

Quel pensiero, il collegare la morte a quella del piccolo che portava in grembo la riscosse e, aggrappandosi a quel terrore riuscì ad alzarsi sulle sue gambe ancora troppo deboli per assicurarle una via di fuga. Il tempo andò a perdersi in quegli istanti e sembrò riprendere a scorrere solo quando l’Ardente iniziò ad avanzare lentamente verso di lei, con la lama infuocata stretta in mano.

Il corpo di Ifrit, grande e imponente, era circondato dalle fiamme e dalla nociva nube nera del suo odio. Gli occhi erano privi di sentimenti positivi, animati solamente dall’odio e dalla cupa soddisfazione provata per quella macabra vittoria.

La Glaciale aprì la bocca, cercò di parlare e di placarlo in qualche modo, ma non uscì nessun suono. Muta dinanzi a quel terrore provò con tutta la sua magia a creare un muro di ghiaccio tra lei e il suo ex compagno, ma il calore di Ifrit sciolse facilmente quella sua barriera, cosa che causò nello sguardo del Dio una cinica luce di divertimento.

« Sarei voluto essere io ad uccidere quel mortale », dichiarò con voce dura e minacciosa, sollevando l'arma per puntarla contro Shiva, « ma mi prenderò ugualmente la tua vita e quella del bastardo che porti in grembo ».

«No...», sussurrò la Dea con il cuore in gola, serrando le labbra quando senti una forte fitta trafiggerle il ventre come in reazione al suo terrore. Strinse con più decisione le braccia attorno alla sua pancia in reazione a quel dolore, tentando di creare una nuova barriera nonostante i suoi deboli poteri.

" Ti prego ", pensò cercando di rivolgergli quei pensieri disperati, " non farlo... "

La sua vita non importava, si disse, voleva solo che suo figlio vedesse la luce. Voleva crescerlo e amarlo, parlargli di suo padre…

Ifrit, tuttavia, rise ancora una volta, mostrandosi sordo a quelle preghiere. E alla fine fu solo questione di pochi attimi, esattamente così come era avvenuto l'attacco dell’Ardente: repentino e improvviso. Infatti, Ifrit alzo la sua spada per sferrare un fendente, e un lampo di luce li avvolse, fermando l’affondo dell’Ardente. Alle orecchie di Shiva giunse forte un urlo di dolore e rabbia, che rieccheggiò nell'aria pregna di fumo e fiamme.

La luce diminuì gradualmente, e quella che la Glaciale sentì dapprima come sola energia divenne una vera e propria presenza. Bahamut era apparso tra i due Siderei, le sue lame di luce galleggiavano minacciose accanto al suo corpo e per terra, a pochi metri di distanza come segno della sua comparsa, un pezzo delle intricate corna di Ifrit, staccato con rabbia e precisione dall'Illuminato.

« Tu ...», la voce profonda di Bahamut rimbombò nelle orecchie di Shiva lasciandola senza fiato. Dolore e ira lampeggiavano come dardi nei suoi occhi, e con un solo gesto le lame si scagliarono contro l'Ardente. Non vi era intenzione di ferire con lo scopo di fermare la follia di Ifrit: l'Illuminato era lì, con il cuore a pezzi, per uccidere e vendicare la morte della sua compagna.

Quei sentimenti si riversarono violenti nell'animo già provato della Glaciale che non riuscì neanche reagire quando Ramuh, apparso accanto a lei, la aiutò a muoversi.

«Dobbiamo andare», sbottò il Tonante, mentre Bahamut si lanciava all’inseguimento di Ifrit, ferito, nell'immensa distesa di mare che circondava il Villaggio delle Cascate.

" Non ti lascerò vivo ", la rabbia dell’Illuminato penetrò nella mente di Shiva come un ululato intriso di cieca disperazione. Era quasi spaventoso nella sua gravità, e forse proprio per quel motivo Ramuh sembrò quasi voler forzare la Glaciale a destarsi dal suo stato semi-catatonico.

«Non possiamo stare qui», era agitato, diverso dal calmo Dio che Shiva era abituata a conoscere. Aveva perso il suo controllo, e la sua stessa voce suonava alle orecchie della Glaciale carica di rabbia e paura. Terrorizzata a sua volta da quell'improvviso ribaltamento degli eventi e dal preoccupante dolore che le feriva il ventre, la Dea continuo a faticare a muoversi. Le sue energie sembravano essersi esaurite e le sue gambe, tremanti, le permettevano solamente di strisciare i piedi in quella fuga.

Proprio per quella sua stanchezza, per i poteri che aveva riversato nel suo ventre con la sola intenzione di proteggere suo figlio, i suoi movimenti iniziarono presto a farsi ancor più lenti nonostante gli incoraggiamenti di Ramuh.

«Dobbiamo allontanarci, stare qui è pericoloso per te e per tuo figlio», insisteva il Dio, ma Shiva sentì quelle parole sempre più lontane. La bocca secca e un tremolio su tutto il corpo la spinsero a rallentare. La sua vista si era quasi appannata, gli angoli bianchi e sfocati.

«R-Ramuh...», sussurrò, ma la sua voce sembrò uscire quasi come un soffio, impossibile da avvertire per davvero. Gli occhi si fecero pesanti, secchi, e le bastò chiuderli per un solo momento per far diventare il suo mondo completamente nero.




Quando Shiva riprese i sensi, sentì per prima cosa una fitta nel basso ventre che le strappò un verso di dolore. Inconsciamente comprese subito cosa le stesse accadendo, ma la sua mente sembrò quasi estraniarsi come per un semplice meccanismo di difesa.

Rimase immobile, con gli occhi fissi su un anonimo soffitto bianco, un po' ingiallito. Avvertiva vicina a sé la presenza di Ramuh e sapeva che l’altro Dio le stava parlando, ma alle sue orecchie giungeva solo un fischio continuo.

Estraniata da quel luogo, sentì però con chiarezza la più lontana energia rabbiosa di Bahamut, ancora impegnato nella sua vendetta personale contro Ifrit.

Quel pensiero la fece tremare e, istintivamente, cercò di proteggere il ventre che le doleva a causa delle contrazioni. Doveva salvare suo figlio e quella era la sua unica priorità, non poteva farlo nascere in quel mondo… era pericoloso.

Poteva ancora sentire sulla pelle il calore di Ifrit, il suo sguardo carico d'odio e rabbia. Quegli occhi, un tempo luminosi e giocosi, l'avevano attraversata da parte a parte, come se l’Ardente avesse visto in lei solamente un inutile pezzo di carne. L'avrebbe uccisa, si disse la Dea tremando.

Ma prima avrebbe ucciso mio figlio davanti ai miei occhi, così come ha distrutto il corpo di Leviathan ”, aggiunse con ulteriore terrore, scuotendo la testa ed emettendo un altro gemito di dolore al solo pensiero.

L’Abissale non era neanche stata in grado di trasformarsi o di proteggersi, dalle sue labbra era solamente sfuggito un lamento di sorpresa e dolore prima di venire colpita ancora.

Vigliacco ”, pensò con disperazione Shiva. Ifrit l'aveva attaccata alle spalle, non aveva cercato una lotta tra pari… aveva atteso di trovarle senza difese per colpire e ferirle. L'oscurità era ormai così potete e ben radicata in lui che ogni briciolo di luce e affetto che un tempo aveva provato per gli altri Siderei sembrava essere scomparso.

Avevano sperato di aiutarlo, di chiedergli perdono per i loro errori che li avevano spinti ad ignorare il suo malessere e a tradirlo, ma con i suoi gesti l’Ardente non faceva altro se non confermare l'impossibilità di ricucire un qualsiasi legame.

Non cercava la salvezza né questa sembrava comparire tra i suoi desideri più profondi. Tutto ciò che Ifrit desiderava era la vendetta, far soffrire Shiva e tutti coloro che gli avevano voltato le spalle.

Un singhiozzo scosse il petto della Glaciale, accompagnato poi da una nuova contrazione.

Devo contare l'intervallo tra una contrazione e l'altra ”, si disse a quel punto cercando di ragionare, ma il tempo le sembrava instabile, a tratti troppo lento o troppo veloce, rendendole impossibile capire quanto durassero le fitte. L'unica sua certezza era il pericolo che suo figlio avrebbe corso nel nascere in quel mondo.

“Ho bisogno di più tempo... ”, pensò stringendo i denti, tentando con la sua magia di placare le contrazioni, “ ti prego, dammi più tempo…”

Quel distacco dalla realtà, il bisogno di trovare più tempo, spinsero Shiva a mantenere quello stato semi-comatoso per ore, forse giorni. Perdeva e riacquistava coscienza, una sorta di meccanismo di difesa che l'aveva allontanata dalla realtà impedendole tuttavia di trovare la lucidità. Quello però non le impediva di avvertire la preoccupata presenza di Ramuh accanto a lei e la battaglia furiosa tra Bahamut e Ifrit, era come in un limbo che sembrava dissolversi solo con l’arrivo delle contrazioni, fortunatamente sempre più lontane tra loro.

Tornavano di tanto in tanto a strapparle dei lamenti. Forse era stato lo shock a causarle quell’attacco, a convincerla che il parto fosse ormai prossimo, ma in qualche modo era riuscita a calmare il suo corpo: a guadagnare un po' di tempo.

“Deve essere così”, si disse, “perché ho bisogno di proteggerlo. Devo farlo”.

Suo figlio era vivo, lo sentiva, e lo stava ancora nascondendo dentro il suo corpo. La magia l’avrebbe aiutata a ritardare quel momento. La Glaciale non aveva bisogno di sapere altro, e con quei pensieri si addormentava ogni volta, risvegliandosi solo per accertarsi che suo figlio stesse bene.

Solo quando sentì vicino a sé anche la presenza di Bahamut, oltre quella del Tonante, i suoi sensi sembrarono reagire alla ricerca di una speranza, una qualsiasi notizia in grado di rassicurarla.

Volse lo sguardo verso l’Illuminato, mormorando il suo nome con voce talmente bassa e roca da faticare quasi a riconoscerla come sua. Gli occhi violacei di Bahamut si spostarono su di lei, cupi e tristi, e senza aver bisogno di ricevere la domanda, scosse il capo.

Ifrit era ancora là fuori, pronto ad attaccare quando meno se lo aspettavano, mentre loro tre erano lì: ad affrontare l’attesa per la ricomparsa di Ifrit e il dolore per la perdita di Leviathan.

«So che tornerà, così come Titan», mormorò Bahamut, con voce profonda e carica di un dolore talmente estraneo da spingerlo quasi a esitare, come se non fosse in grado di descrivere realmente i suoi sentimenti, «è… stato come se… un pezzo di me mi fosse stato strappato via… ho sentito il cuore venire dilaniato, lacerato e bruciato… divorato dall’oscurità...»

Shiva, ormai quasi del tutto cosciente, anche se non possedeva ancora il pieno controllo del suo corpo, annuì debolmente. Comprendeva quella spiegazione senza dover chiedere ulteriori chiarimenti, trovandosi ancora una volta pienamente consapevole dei sentimenti del compagno quando questo riprese a parlare, confidandosi con loro.

«L'oscurità era talmente forte che…», proseguì l’Illuminato, «… che per un momento ho quasi ceduto al suo richiamo…»

«Non lo hai fatto. È questo ciò che conta», lo incoraggiò Ramuh, posando la mano sulla sua spalla.

«Mi sono trattenuto perché ho compreso due cose», rispose Bahamut, senza mai nascere il suo dolore e l'amarezza, «ciò che ho provato per la perdita di Leviathan… è paragonabile ai sentimenti che Ifrit ha provato dinanzi al tradimento…»

Shiva chiuse gli occhi nel sentire quelle parole, nauseata ancora una volta dal senso di colpa che sarebbe stata costretta a portare sulle spalle per il resto della sua esistenza. L’Illuminato non aveva torto nel definire i suoi sentimenti simili a quelli di Ifrit. L’Ardente l’aveva amata in un modo talmente forte e possessivo che la Dea, abbandonandolo, gli aveva strappato il cuore lasciandolo in balia dell’oscurità che lo aveva dilatato, diventando la sua unica compagna e forza.

«Distruggendo Ifrit non salverò Eos, né riporterò Leviathan a me prima del tempo…», riprese serio Bahamut, riportando su di sé le attenzioni della Glaciale, «dobbiamo sconfiggerlo senza mai lasciarci trascinare dalla rabbia. Per fermarlo dovremo utilizzare tutti i nostri poteri come ha già fatto Titan. Le nostre energie finiranno per esaurirsi e il nostro riposo potrebbe durare pochi anni mortali, secoli o anche millenni: non possiamo saperlo. Ciò che è certo, è che in quel lasso di tempo Eos sarebbe senza protezione, in balia della malattia e dei mostri… e anche di Ifrit che, così come Titan e Leviathan, tornerà prima e poi».

«La sconfitta potrebbe portare la ragione e la pace nel suo animo», ponderò Ramuh.

«È possibile», assentì infatti Bahamut, «ma non possiamo esserne certi, potrebbe anche tornare più forte di prima».

Shiva lo ascoltò seria, cercando di mettere da parte la spossatezza e il senso di colpa per poter ragionare con la mente più lucida. Bahamut aveva ragione, non avevano alcuna sicurezza. Il futuro non era mai apparso così oscuro ai loro occhi e salvare Eos dalla rovina immediata rappresentata dall’Ardente significava al tempo stesso condannarla, lasciarla priva di difese.

«Mi duole ammetterlo… ma hai ragione», commentò Ramuh gravemente dopo qualche minuto di silenzio, «Eos è l'unica vera vittima. Solheim è già caduta e le altre città stanno cercando di non crollare sotto il peso degli eventi. Senza di noi tutti gli sforzi sarebbero vani».

«Esattamente», assentì Bahamut, «ciò che sta accadendo ha messo a nudo le nostre limitazioni e l’inesperienza. Sono errori che non intendo più ripetere in futuro. Tuttavia, pur avendo raggiunto questa consapevolezza, sono anche conscio che non possiamo rimediare alle mancanze del nostro operato in questo stato...»

«Cosa… suggerisci di fare?», chiese con tono incerto la Glaciale, certa che il Dio avesse già raggiunto una risposta. L’Illuminato, infatti, si concesse un basso sospiro, come se la sua soluzione non fosse condivisa pienamente neanche da lui stesso, benché apparisse come l'unico modo per proteggere Eos e tutti i suoi abitanti.

«È mia intenzione donare ai mortali la nostra magia».