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The Sunset of Solheim

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XX.

Shiva era rimasta accanto al corpo di Hyperion per giorni dalla sua morte. Si era chiusa nel suo silenzio e nel dolore, con la mano stretta attorno a quella dell'uomo, un tempo calda e piacevole.

Aveva passato ore a chiedersi se non avesse sbagliato nell’arrendersi così facilmente. Forse, se solo fosse stata un po' più testarda, avrebbe potuto trovare una soluzione diversa, in modo da evitare quella scelta, dalla quale non poteva più tornare indietro.

Non poteva cambiare il passato, e la consapevolezza di essere stata lei stessa a togliergli la vita era quanto di più terribile avesse mai provato nella sua esistenza. Si era creato un vuoto nel suo animo, una sensazione di sconfitta e di estraneità che gravava a tal punto sulle sue spalle da farle provare ancora una volta un vago senso di impotenza e una cupa rabbia.

Tutto nel suo corpo le gridava di sfogarsi, di distruggere qualcosa pur di distrarsi e non pensare al dolore, ma i suoi pensieri tornavano immancabilmente a Hyperion e alla promessa che gli aveva fatto. Non poteva permettersi di lasciarsi andare a quei sentimenti d'ira, doveva invece concentrarsi per trovare la forza per proteggere loro figlio.

Ormai, solo i quieti movimenti del bambino le donavano un po' di sollievo, facendola sentire meno sola e abbandonata alla sofferenza. Suo figlio era forte, aveva un po' risentito del suo stato d'animo, ma lo sentiva ugualmente in salute e pieno di energia. Era la prova più tangibile di ciò che il suo amore con Hyperion era stato in grado di creare, e lo avrebbe protetto ad ogni costo.

Solo in quel modo riusciva a placare le emozioni negative che minacciavano di oscurarle l'animo, anche se in quegli attimi niente sembrava in grado di arginare il tormento per quella perdita così importante.

Leviathan, come promesso, le era rimasta accanto sin dal primo momento, paziente e sinceramente preoccupata. Non l'aveva abbandonata, né aveva cercato di forzarla o di intromettersi nel suo dolore. Le aveva permesso di piangere e chiudersi nel silenzio, ricordandole però che poteva contare su di lei in qualsiasi momento. Che avrebbe fatto di tutto pur di rendersi utile e aiutarla a superare quel lutto.

Si era mostrata quasi più matura, ben lontana dal suo solito carattere capriccioso e volubile.

Forse, constatò Shiva, anche lei si era affezionata a Hyperion in quei giorni di convivenza forzata. Era impossibile non legarsi a lui e al suo animo buono e ingenuo, e la Glaciale non poté non rivolgere quel pensiero quasi divertito proprio all’uomo, sicura che anche lui avrebbe sorriso nel rendersi conto dell’effetto che aveva avuto sull’Abissale.

Tuttavia quel momento di ilarità durò poco e tutto ciò che le rimase fu la sensazione di amaro in bocca e il pungente dolore che le strappò un basso singhiozzo.

Solo durante il quinto giorno, Leviathan, sembrò voler cercare di riportarla alla realtà, consigliandole con incertezza di seppellire il corpo di Hyperion. Il suo tono non nascondeva una nota di timore dinanzi a una reazione più o meno rabbiosa che quella proposta avrebbe potuto scatenare nell’altra. La Glaciale rimase tuttavia calma quando sentì quelle parole, non reagì con ira ma bensì con altrettanto dolore e lucidità.

«Non posso seppellirlo qui… non… è il suo posto», rispose infatti, alzando lo sguardo verso l'altra Dea.

«Se lo desideri… possiamo portarlo a Solheim», constatò l’Abissale, e Shiva assentì senza però aggiungere altro.

Razionalmente, la Dea sapeva di dover dare una degna sepoltura al suo compagno ma l'idea di abbandonarlo, di chiuderlo in una cassa sotto la fredda e impersonale terra, le sembrava altrettanto impossibile e crudele. Hyperion era come il sole, seppellirlo le sembrava quasi come spegnere del tutto la sua luce, tant'è che neanche Solheim, la città che solo qualche mese prima avrebbe descritto come la più bella di tutta Eos e che aveva visto nascere il loro amore, le sembrava il posto adatto.

L’Abissale sembrò non voler aggiungere altro ma parve visibilmente sollevata quando Bahamut e Ramuh le raggiunsero la sera stessa, entrambi preoccupati per la loro compagna. Si mostrarono dispiaciuti e comprensivi con lei, dicendosi disposti ad aiutarla senza alcuna esitazione, spronandola però al tempo stesso a reagire.

Detestavano vederla in quel modo, sostenevano, permettendosi poi di parlare quasi per conto di Hyperion nel dire che quest'ultimo non l'avrebbe mai voluta vedere in quelle condizioni.

«Ho solo bisogno di tempo», aveva risposto lei a quelle parole, mettendo a tacere il dolore e la frustrazione, cercando come poteva di gestire il lutto senza impazzire. Sentiva la necessità di trovare lei stessa la forza per accettare quanto era accaduto senza permettere alla rabbia di controllare le sue azioni e i pensieri.

Non doveva essere qualcun'altro a dirle cosa fare e come dovesse sentirsi: doveva dipendere solo da lei e da nessun'altro.

Pazienti e comprensivi, i suoi compagni provarono ad assecondare quel suo bisogno, ma tentarono ugualmente di convincerla a dire addio al corpo di Hyperion, disposti ad aiutarla a dargli una sepoltura.

«Devi solo dirci come possiamo aiutarti, come possiamo rendere onore alla memoria del tuo amato», disse infatti Ramuh, parlandole con delicatezza.

Shiva esitò, incerta e nervosa, quasi incapace di mettere a nudo i suoi timori, e solo sforzandosi, con lo sguardo fisso sul viso pallido e rilassato di Hyperion, riuscì a svelare parte dei suoi pensieri.

«Lui… mi scaldava il cuore… il suo sorriso, l'ottimismo, tutto di lui era calore e luce. Seppellirlo… sarebbe quasi crudele».

Le parole erano uscite con difficoltà, incerte e timide. Non erano neanche lontanamente vicine a descrivere i suoi reali sentimenti, ma i suoi compagni sembrano riuscire ugualmente a cogliere ciò che non era stato detto.

Si ritrovò infatti a rivolgere la sua totale fiducia a Bahamut, quando questo le giurò che se lo desiderava non si sarebbe limitato a sotterrarlo in un’anonima tomba, ma che avrebbe al contrario fatto di più.

«Forse non scoprirò mai cosa significhi perdere la persona amata, ma so cosa significa provare un sentimento talmente forte da farti sentire come se tutta la tua esistenza dipendesse da qualcun'altro», le disse infatti, con tono calmo e controllato, «Titan una volta mi disse che l'amore per un mortale non è semplice. Parte dalla consapevolezza che non potrà mai essere per sempre, ma ci spinge ugualmente a viverlo… quindi per me è impossibile chiederti a cuor leggero di abbandonarlo o di dimenticare».

Shiva annuì, lasciandosi cullare da quelle parole cariche di conforto.

«Nei tuoi occhi leggo il dolore. Sento il peso che grava nel tuo animo», proseguì il Dio, «Hyperion era un brav’uomo e la sua sorte ci addolora. Per questo, per te e per l'amore che avete condiviso, sento di potergli dare un luogo nel quale riposare, dove non verrà mai raggiunto dall’odio di Ifrit…»

La Glaciale lo guardò negli occhi, sorpresa dalla sua affermazione, dolce e pregna di conforto e comprensione, che le fece provare un vago senso di pace. Era come se l'altro Dio avesse capito i suoi sentimenti pur non potendoli provare in prima persona, la rispettava e sapeva ciò che Hyperion rappresentava per lei.

«Posso renderlo luce, se lo vorrai…», concluse prendendole la mano, stringendola come per rassicurarla. E Shiva, posando di nuovo lo sguardo sul volto pallido e immobile di Hyperion, non poté far altro se non annuire. Pur ancora restia ad abbandonare il suo compagno, sentiva di dover accettare la proposta di Bahamut.

«Credo… sia la cosa giusta…», mormorò infatti.

«Prenditi il tuo tempo», assentì l’Illuminato.

Shiva si prese l’intera notte per prepararsi a quell’addio, e solo alle prime luci dell’alba trovò la forza per prendere quella prima decisione. Sapeva che era la cosa giusta da fare, dopo aver posato le labbra un'ultima volta su quelle di Hyperion per salutarlo, permise a Bahamut di avvicinarsi al letto.

Rimase in silenzio, incapace di parlare, osservando il Dio posare le mani sul corpo dell’uomo.

Una lieve luce iniziò a bruciare gli stigmi che macchiavano la pelle di Hyperion, riportandola come a prima della malattia. Sembrò quasi riprendere colorito, facendolo sembrare vivo agli occhi della Glaciale, tant'è che fu quasi tentata dal fermare Bahamut.

Riuscì tuttavia a trattenersi, a non lasciarsi incantare da quell'illusione, e tenendo ancora lo sguardo fisso su di lui lo osservò svanire in una flebile ma calda luce, che le donò un familiare senso di sollievo.

Il fiato le si mozzò in gola a causa di quella strana familiarità. Era un abbraccio, quel calore le aveva ricordato le braccia di Hyperion che la stringevano con amore, e cullata da quella sensazione che stava combattendo contro il dolore, Shiva sentì di aver finalmente fatto la cosa giusta.





La Glaciale ebbe bisogno di altre due settimane prima di trovare la spinta per lasciare la casa. Il sole non era ancora sorto, ma il cielo si era già rischiarato inghiottendo nel suo tenue azzurro le stelle, e con le mani posate sulla sua pancia ormai prominente e con passo incerto a causa delle caviglie gonfie e della prolungata inattività, si spostò verso il piccolo porticato dell’abitazione, prendendo posto con difficoltà sugli scalini dell’ingresso.

Il pungente fresco delle mattine del Secondo Ciclo di Himas le accarezzò piacevolmente il viso e, chiudendo gli occhi, inspirò a pieni polmoni l’aria pulita del Villaggio delle Cascate. Grazie all’aiuto della magia di Leviathan quel luogo si stava risollevando dopo gli attacchi di Ifrit e la stessa Glaciale, dopo quelle lunghe settimane, aveva sentito la necessità di farsi forza.

Aveva esitato prima di lasciare le mura domestiche ma, una volta fuori e all’aria aperta, non poté negare di sentirsi quasi più leggera. Continuava a sentire il peso della scomparsa di Hyperion, il dolore difficilmente l'avrebbe abbandonata in così poco tempo, eppure aveva sentito impellente il bisogno di guardare ancora Eos e i suoi paesaggi. Forse le sue ferite stavano iniziando a cicatrizzarsi in vista dell’ormai imminente parto… esattamente come aveva promesso al suo compagno.

Iniziò quindi a massaggiare con lenti movimenti circolari il ventre, ascoltando quasi con sollievo l’energia costante che avvertiva provenire dall’interno nel suo corpo.

Mancavano poche settimane al termine e, ormai, il parto poteva avvenire da un momento all'altro, e nel pensarci, Shiva, non poté evitare di sentirsi quasi spaventata.

In passato, prima dell’avvento ospedaliero, aveva avuto modo di fare da levatrice a innumerevoli altre donne in quella stessa situazione. Aveva salvato dei bambini con problemi polmonari, altri che erano nati troppo presto e madri con emorragie che una levatrice normale non sarebbe mai stata in grado di curare. Sapeva benissimo come comportarsi, ma quel pensiero da solo non era in grado di aiutarla.

Leviathan l'avrebbe assistita, ma nessuna delle due poteva sapere realmente come un Sidereo avrebbe potuto partorire. La sua stessa gravidanza e disturbi legati a essa si erano rivelati differenti da quelli delle altre donne proprio a causa della sua magia, e quella diversità la stava spingendo a porsi domande su domande riguardanti ciò che avrebbe dovuto affrontare, dalle contrazioni al travaglio, fino al parto in sé. Ma non era in grado di rispondere a nessuno di quei quesiti, e l’ignoto riguardante il destino di suo figlio continuava a spaventarla.

Cercò di calmarsi per non spezzare quel momento di pace, e riaprendo gli occhi portò lo sguardo verso l'orizzonte, dove il sole stava pian piano facendo capolino oltre l'immensa distesa d'acqua che circondava quell’arcipelago.

I primi raggi le accarezzarono la pelle pallida come una timida e tiepida carezza e, concedendosi un piccolo sorriso nostalgico, non fece niente per impedire alle lacrime di iniziare a solcarle il viso. Si era quasi dimenticata quanto l'alba potesse essere bella con i suoi colori e profumi. La magia della natura aveva iniziato ad abbracciare tutta Eos che, presto, avrebbe iniziato a destarsi, pronta ad affrontare un nuovo giorno nella speranza di venire risparmiata dall’Ardente e dalla sua ira.

Attese ancora un po', fino a quando non sentì la presenza di Leviathan alle sue spalle.

«Non credevo di trovarti qui fuori», constatò infatti l’Abissale, superandola per poter scendere i gradini del piccolo portico e guardarla quindi in viso.

«Volevo vedere l'alba», rispose sincera Shiva, e Leviathan sorrise sollevata, voltandosi a sua volta per fronteggiare l’orizzonte.

«Come sempre è uno spettacolo da mozzare il fiato. Non importa quante volte l’abbia visto… è sempre stupendo», ammise l’Abissale, borbottando le ultime parole quasi per imbarazzo.

«Già…», annuì la Glaciale, asciugandosi il viso con una mano per tentare poi di rivolgere all'altra un piccolo sorriso.

Aveva fatto un primo, esitante, passo. Non era tanto, ma avrebbe cercato di far sì che non fosse l'ultimo.

Quasi più fiduciosa, osservò Leviathan stiracchiarsi allargando le braccia come per abbracciare quella nuova giornata. Ciò che però apparve davanti ai suoi occhi fu una lama infuocata che attraversò da parte a parte il minuto corpo dell’Abissale.

L'odore di carne bruciata schiaffeggiò Shiva, scaraventandola in un'altra realtà, lontana dalla piacevole alba del Villaggio delle Cascate.

Ifrit, il cui aspetto appariva quasi demoniaco, rise di gusto nell’estrarre lentamente la lama dal petto di Leviathan. Solo un piccolo lamento abbandono le labbra dell’Abissale, ma ancor prima di poter reagire o di guarire da quella ferita, Ifrit si mosse ancora.

Shiva sentì chiaramente le energie di Leviathan farsi più deboli a causa di quella ferita inferta a tradimento proprio quando era più vulnerabile, e non poté fare nulla quando l’Ardente sferrò un solo, preciso, fendente che distrusse tra le fiamme il corpo della Dea e tutto il pacifico paesaggio alle sue spalle.