Actions

Work Header

The Sunset of Solheim

Chapter Text

Nonostante gli sforzi, neanche l'unione dei poteri di Shiva e Leviathan fu in grado di arrestare l’incedere della malattia di Hyperion. Per interi giorni e notti avevano analizzato i sintomi, ragionando e discutendo, prendendo in considerazione ogni possibile soluzione, ma non erano state capaci di arrivare a una cura.

Hyperion aveva accettato, paziente e un po' speranzoso, tutti i loro tentativi, ma ogni fallimento generava solamente dolore e frustrazione in Shiva e Leviathan.

«Come possiamo curarlo se non riusciamo a trovare la sua fonte?», aveva sbottato infatti l’Abissale la notte, in seguito all'ennesima sconfitta dei loro poteri. Era avvilita e nervosa, e Shiva scuotendo la testa non riuscì a darle una risposta.

«È come se… scappasse», mormorò, «Più la seguiamo più questa malattia si nasconde a noi…»

«Come Ifrit», constatò Leviathan.

«… non riusciamo più a percepirlo», confermò la Glaciale, «e questa piaga è stata generata da lui. Nasconde la sua presenza».

Era stata quella, alla fine, la spiegazione più logica che le due divinità erano state in grado di raggiungere. Era un morbo infimo, creato quasi ad arte per mettere a nudo le limitazioni degli Dei, rendendoli indegni della fiducia dei mortali.

Tuttavia, neanche l'aver trovato una sorta di spiegazione servì a qualcosa, e con l'arrivo della Festa d’Inverno sembrò ormai chiaro che a Hyperion rimanessero ormai pochi giorni di totale lucidità prima che la malattia iniziasse a trascinarlo in uno stato quasi catatonico.

Aveva iniziato a mostrarsi sempre più letargico, e quella condizione aveva permesso alla depressione di inquinare gli ormai rari momenti di razionalità che la malattia gli concedeva. Il dolore e la paura gravavano come macigni sul suo animo, e la Glaciale non poteva far altro se non supportarlo come meglio poteva.

Malgrado gli attacchi di Ifrit, le celebrazioni della Festa d’Inverno non vennero annullate ma, al contrario, sembrarono essere intrise da ulteriori preghiere affinché i Siderei mettessero fine a quell’inferno. E sotto il cielo stellato nel quale iniziarono a levarsi le prime lanterne, Shiva e Hyperion ricordarono una seconda volta quella stessa notte di un anno prima.

«Lo rifarei per mille altre volte…», mormorò l’uomo, stringendole la mano e volgendo lo sguardo verso l’alto.

«Lo so…», rispose lei, «e io accetterei sempre, ogni volta».

Hyperion accennò un piccolo sorriso, che lentamente iniziò a spegnersi e che sembrò fare da preludio a delle silenziose lacrime. Quei ricordi, per quanto piacevoli, non erano in grado di donare sollievo nell’animo dell’uomo. Rimpiangevano entrambi quei momenti ormai così lontani, quasi cancellati dalla distruzione di quei mesi.

La Glaciale gli permise di sfogarsi, concedendogli di piangere senza intromettersi. Certa che nessuna parola avrebbe potuto cambiare la situazione, solo dei gesti incisivi e sicuri sarebbero riusciti a fermare quella sicura condanna a morte.

«Presto… non sarò più lucido… non sarò più in grado di parlarti… di vederti come sto facendo ora», sussurrò Hyperion, dopo qualche minuto di silenzio, intervallato da dei bassi singhiozzi, «Daya… non voglio. N-non voglio diventare un m-mostro», non sembrava aver la forza per nascondere la sua paura e il dolore.

«Non… non è ancora finita», dichiarò in risposta Shiva, senza però trovare la giusta sicurezza nella sua voce. L’uomo, tuttavia, alzò lo sguardo verso di lei. Il viso di Hyperion, un tempo solamente baciato dalle stelle, era macchiato dagli stigmi. Era pallido, sia per la mancanza dei raggi solari che per quella malattia che sembrava aver iniziato a portargli via tutta la luce che brillava naturale in lui. Gli occhi, arrossati, tremavano per la paura ma sembravano al tempo stesso aver trovato un po' di coraggio.

«Devi… promettermi una cosa...», esordì incerto, come se fosse combattuto dalle sue stesse richieste.

«Qualsiasi cosa».

«… non arrenderti. Continua a provare e a combattere… devi… proteggere nostro figlio».

La Glaciale non poté non irrigidirsi per quelle parole, stringendo le labbra in una smorfia. Non comprese, inizialmente, perché avesse sentito un brivido percorrerle la schiena. Sentì sulla sua stessa pelle la paura e, tentando di frenare quelle sensazioni, cercò di rispondere al suo compagno.

«Lo… farò, ma…»

Hyperion scosse la testa, impedendole di continuare a parlare.

«Avete provato e continuerete a farlo fino… a quando non capirete come guarire le persone».

«C-certo. Troveremo una cura e starai bene…»

«No».

Quella semplice e sola parola pietrificò totalmente la Dea, mozzandole il fiato.

«Hyperion…»

«Ho… pensato a lungo a… questo», riprese l'uomo, «Non si tratta di u-una scelta frettolosa… e q-questa notte è importante. Domani potrei… non svegliarmi più fino… alla trasformazione... non voglio che… i miei ultimi ricordi siano la paura…», mormorò l’uomo lentamente, sforzandosi di mettere insieme quelle frasi.

«Non puoi chiedermelo», Shiva scosse il capo, rifiutando quell’idea. Trovando inconcepibile l'ipotesi di mettere in atto un simile gesto.

«Ti prego…»

«Non ti ucciderò!», esclamò la Glaciale, balzando in piedi come per confermare la sua opposizione.

«… se non lo farai tu lo chiederò a Leviathan…», ribatté prontamente l'altro. La sua voce non tremava,non era incerta, ma era intrisa di paura. Sembrava terrorizzato dalla sua scelta eppure Shiva scorse nei suoi occhi un timore ancor più grande: la fine di quella malattia.

«Voglio ricordare qualcosa di bello e non il terrore di… diventare un mostro», proseguì infatti l'uomo, abbassando lo sguardo.

«Hyperion… d-devi resistere… troveremo una cura», Shiva si inginocchiò davanti a lui, prendendogli ancora le mani e cercando di rivolgergli uno sguardo carico di fiducia che, tuttavia, sentiva di non possedere. La sola idea di uccidere il suo compagno la spaventava, apriva nel suo petto un vuoto che non credeva potesse esistere.

«Ci riuscirete un giorno… ma… temo che per me s-sia tardi… e p-più della morte… temo quella trasformazione», sussurrò, chiudendo gli occhi come se volesse nascondersi, «la notte… n-non sogno più ma… non sono neanche degli i-incubi. Vedo… ciò che diventerò, sento la voglia di uccidere e di distruggere... è la realtà, Daya… e non voglio».

La paura era palpabile nelle sue parole, e quando Hyperion riaprì gli occhi quel terrore si riversò anche nell’animo di Shiva, causandole quasi la nausea. Era spaventato e stanco, ma ciò che tormentò di più la Dea fu la risolutezza di quello sguardo. Non era una scelta impulsiva o da codardi, il suo compagno aveva per davvero pensato a lungo a quell’ipotesi e le stava chiedendo una mano: un atto di misericordia.

La Glaciale non poteva non comprenderlo, le era bastato incrociare i suoi occhi per capire i sentimenti e le paure che angosciavano lo spirito un tempo solare e ottimista di Hyperion… ma una parte di lei continuava ad opporsi a quella scelta, ed era la parte più umana ed egoista che aveva sviluppato in quei pochi anni accanto all'uomo.

Come Dea sapeva quale fosse la strada da percorrere ma come Daya non si sentiva pronta a lasciar andare l'uomo che amava.

«Ti prego…», sussurrò ancora Hyperion, «prima che… che sia troppo tardi…»

Shiva chiuse gli occhi, rivedendo sia gli errori compiuti che li avevano portati a quella notte ma anche la felicità che aveva provato con lui.

Non aveva rimpianti, se non la sua incapacità di proteggerlo e prevenire la follia di Ifrit. Hyperion l'aveva resa felice, l'aveva fatta sentire amata e desiderata senza mai chiederle niente in cambio, se non il suo amore.

Ciò che le stava chiedendo in quel momento era solo la pietà, l'essere liberato da quella paura e dal destino che non erano riusciti ad evitare.

Non vuole morire… ma non vuole neanche subire quell’orrore ”, si disse stringendo le labbra, “ mi chiede solo un ultimo ricordo di felicità…”

Riaprì gli occhi e, prendendogli dolcemente il viso tra le mani, posò le labbra sulle sue per baciarlo.

«Lo farò…», mormorò infine, senza però osare allontanarsi da lui, «quando sarà il momento… lo farò».

Hyperion si irrigidì in un primo momento, poi con un singhiozzo il suo corpo sembrò quasi rilassarsi, perdere ogni difesa e forza mentre le lacrime tornavano prepotenti a bagnargli il viso. Non nascose il suo sfogo e, senza esitare, la strinse in un abbraccio che non sapeva solamente di paura, ma che riuscì a trasmettere nella Glaciale anche un vago senso di liberazione.




Leviathan era stata incredibilmente comprensiva quando, tra le lacrime, Shiva le aveva rivelato il desiderio di Hyperion. L'aveva ascoltata in rigoroso silenzio, concedendosi di abbracciare la Glaciale quando il dolore le aveva impedito di continuare a parlare.

«Non sei sola», le aveva ripetuto più volte, sia in quel momento che nelle ultime settimane, «non ti permetterò di affrontare tutto questo da sola», e così era stato. L’Abissale le era rimasta accanto fino al concludersi del Primo Ciclo di Himas e, sempre al suo fianco, avevano iniziato ad affrontare il Secondo Ciclo.

Insieme, avevano continuato a cercare una cura, ma i fallimenti si erano solamente potuti accumulare agli altri mentre Shiva veniva costretta ad affrontare il suo ottavo mese di gravidanza con la consapevolezza di dover mettere la parola fine alla vita di Hyperion.

Ormai il suo stato catatonico lo costringeva a dormire, vittima degli incubi, anche per giorni interi ed erano di conseguenza pochi i momenti di lucidità… e da sveglio non aveva pressoché più le forze per alzarsi.

Rimaneva infatti disteso, ad ascoltare Leviathan e Shiva parlare o a porre a sua volta piccole domande.

«Pensavo fosse solo una leggenda… intendo, l’Abissale e l’Illuminato…», aveva constatato infatti quel pomeriggio, uno dei pochi nei quali gli era concesso di fuggire ai suoi incubi.

«Come una leggenda? È il mio compagno da millenni!», rispose Leviathan, con voce squillante.

«È… vero che ha fatto piovere le stelle?»

Il petto della Dea sembrò quasi gonfiarsi d’orgoglio mentre rispondeva anche a quel quesito.

«Quella che voi mortali chiamate ‘Festa delle Stelle’ è il simbolo dell’amore eterno tra me e Bahamut!», dichiarò, costringendo in parte Shiva a intervenire per dare una sorta di spiegazione.

«Bahamut desiderava compiacerla, corteggiarla se vogliamo. Quindi ha spostato le stelle, come hai detto tu, e alcune scontrandosi, hanno dato vita a una pioggia di stelle cadenti. Da allora lo fa ogni anno».

Hyperion ascoltò quella breve storia con un'espressione interessata, quasi divertita.

“Forse ”, pensò la Glaciale intenerita, “non si aspettava di scoprire queste storie d'amore e di corteggiamento…”

«Le vostre sono… unioni per la vita?», chiese poi dopo un momento di silenzio.

«Per un Sidereo niente è ‘ per la vita ’ in quanto immortali», spiegò paziente Shiva.

«Ma alcuni legami sono più forti di altri e io non mi faccio scappare Bahamut», tagliò corto l’Abissale.

Hyperion si chiuse ancora nel silenzio, rivolgendo lo sguardo verso il soffitto fino al momento in cui riprese la parola.

«Tra di voi non… potete avere figli, quindi?», domandò a quel punto, e la Glaciale scosse la testa.

«Il dono di creare la vita è stato dato ai voi umani e basta. Tuttavia, come nel nostro caso, un mortale e un immortale possono creare la vita».

«E… sapevi che sarebbe successo?»

«Lo sapevo», ammise, «ma ero così assuefatta dalla felicità che a malapena ricordavo le nostre Leggi, che avevo già iniziato a infrangere da tempo».

«Quindi… c’è stato un precedente», suppose Hyperion, guardando Leviathan che, irritata dal suo sguardo, si mosse irrequieta - sembrava quasi seduta su delle spine.

«Non guardare me! Non ho mai fatto una fesseria simile e mai la farò! Sono pienamente soddisfatta della mia relazione!», esclamò, per poi concludere con un: «Era stato Titan».

L'affermazione sorprese l'uomo che, con gli occhi affossati per la malattia ma curiosi, cercò ulteriori risposte.

«Si era innamorato di una contadina», svelò Shiva, «ai tempi non sapevamo di poter creare la vita unendoci con i mortali e quando la ragazza rimase incinta fu una sorpresa anche per noi… esattamente come il suo destino».

«Non…»

La Glaciale annuì.

«La creatura che stava crescendo in lei era per metà divinità e il suo corpo non aveva abbastanza energie… sono morti entrambi».

«Quindi… questa è la prima volta che la gravidanza va così avanti…»

«Esattamente», rispose l’Abissale, «Avevamo deciso di vietare simili relazioni, ma Shiva ha ignorato tutte le nostre Leggi».

«Anche se ha causato questa battaglia, non mi sembra una cosa brutta il creare la vita», commento Hyperion, spiazzando un poco Leviathan, «se si chiama ‘miracolo della vita’, deve pur esserci un motivo…»

L’Abissale sbuffò in risposta e allora l’uomo si permise di riprendere la parola con una debole risata.

«Non sei felice di… conoscere il tuo nipotino?»

«Nipotino?», ripeté la Dea, sorpresa.

«Sarai zia, non è emozionante?», riprese Shiva, scegliendo di concedere a Hyperion quel momento di scherzo.

«… affatto!», sbuffò, ma nei suoi occhi la Glaciale lesse un pizzico di interesse che, prima di quel momento, non aveva ancora mostrato.

«Ho… pensato ancora ai nomi…», commentò a quel punto Hyperion, voltandosi un poco verso Shiva, allungando la mano per posarla sul ventre della Dea.

«Hai un vincitore?»

Hyperion annuì e con un gesto spinse la Glaciale ad abbassarsi per poterle sussurrare il nome che aveva scelto per loro figlio.

Shiva lo ripeté mentalmente più volte, come se volesse imprimere nella sua memoria il tono di voce dell'uomo e l'accento mentre pronunciava quel nome.

«Mi piace», rispose, sollevandosi per poter guardare il compagno in viso.

«Lo… chiamerai così?»

La Dea assentì, accarezzandogli con dolcezza la fronte, piegandosi poi per posare le labbra su quelle dell'uomo. Le sfiorò con delicatezza, godendosi quel breve momento di pace mentre Leviathan iniziava a lamentarsi, pretendendo di sapere a sua volta il nome del bambino.

«Ti amo…», soffiò Hyperion, «e amo anche te», aggiunse diretto al ventre di Shiva.

«E noi amiamo te», rispose la Glaciale, continuando a sfiorare con gentilezza il capo dell’uomo, osservando il suo lieve divertimento davanti alle proteste sempre più insistenti dell’Abissale - che aveva iniziato a lamentarsi anche delle effusioni in pubblico - diventare sempre più debole.

Il sonno era sopraggiunto, e ancora una volta Hyperion venne abbracciato dagli incubi che gli mostravano morte e distruzione.

Calò il silenzio non appena l'uomo iniziò a dormire, la stessa Leviathan rimase muta nell’osservare i tratti di quel viso assumere una piega cupa e triste, talvolta anche spaventata e addolorata.

«Shiva…»

La Glaciale annuì.

«Lo so… ma è così difficile dirgli addio…», rispose, tenendo lo sguardo fisso sul volto del suo compagno. Fermò le carezze sulla fronte di Hyperion, e con un po' di concentrazione provò ad agire almeno contro quegli incubi, per regalargli un sogno felice.

Cercò di infondere nell'uomo i suoi ricordi, i sentimenti che aveva provato per lui e che erano cresciuti fino a diventare amore. Tentò di mostrargli tutta la gioia che era stato in grado di regalargli giorno dopo giorno. Si spogliò di ogni inibizione e paura in quei momenti così delicati, mostrandosi a Hyperion per quell'ultimo ricordo felice.

«Una volta mi hai chiesto che cosa ci trovassi in lui», mormorò la Dea.

«Mi avevi detto che era quello giusto», rispose Leviathan.

«Già… non ho mai pensato il contrario», confermò, osservando il viso dell'uomo iniziare lentamente a rilassarsi, contagiato dai ricordi che Shiva stava cercando di mostrargli, «era come il sole per me, era in grado di scaldarmi anche solo con un sorriso. Ed era sincero, forse un po' ingenuo, ma il suo animo è sempre stato puro e luminoso… mi ha dato forza e amore, molto più di quanto mi meritassi».

Le labbra di Hyperion, pallide a causa della malattia, si incurvarono pian piano verso l'alto, dandogli un’espressione quasi pacifica: la prima dopo settimane di incubi.

«Lo amo…», riprese la Dea, portando con un po' di esitazione l'altra mano sul petto dell'uomo. Posò il palmo, ascoltando il regolare battito del suo cuore.

«Lo amo così tanto che… credo che non sarò più in grado di provare lo sentimento simile», ammise, ricordando vagamente anche le parole che Titan aveva usato per descrivere i suoi sentimenti per la sua amata e il vuoto che lo aveva abbracciato quando era morta.

Indugiò ancora, incerta su come agire, chiedendosi se quella fosse per davvero l'unica soluzione. Non voleva arrendersi, non con Hyperion, voleva vivere con lui e non privarlo della sua luce in quel modo… ma, forse, era troppo tardi.

«Perdonami…», sussurrò. Gli chiese perdono per ogni errore commesso e che li aveva portati fino a quel momento, per non essere stata in grado di curarlo e proteggerlo e per non essere stata la Dea che lui e la popolazione di Eos meritavano.

Abbassò le spalle, quasi in segno di resa, incolpandosi per non aver avuto abbastanza forza per continuare a combattere e di aver scelto invece la morte. Era stato Hyperion a desiderare quella via di fuga, ma lei avrebbe potuto rifiutare… si sarebbe potuta battere ancora e ancora. Ma alla fine: quanto sarebbe rimasto del suo amato dopo quella malattia?

La mano posata sul cuore del suo compagno iniziò ad assumere una lieve e pallida tonalità blu, e mentre i ricordi più felici continuavano a fluire nell’animo di Hyperion, Shiva utilizzò i suoi poteri per esaudire l'ultimo desiderio dell'uomo. Esitò più volte, si sentì sporca e spaventata, ma non si tirò indietro mentre il cuore del suo compagno iniziò a congelarsi lentamente fino a fermarsi del tutto.

Hyperion non si svegliò, né sembrò mostrare dolore o fastidio. Il suo viso, provato dalla malattia, era invece rilassato, quasi sollevato: come se non avesse aspettato altro se non il liberarsi di quella vita diventata ormai troppo pesante.