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The Sunset of Solheim

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XVII.

I Siderei rimasero uniti per quasi una settimana nel Villaggio delle Cascate, durante la quale si erano permessi non solo di cercare un’umile dimora per la Glaciale e il suo compagno, ma avevano anche impiegato del tempo per discutere sul futuro. Si erano confrontati sia riguardo le probabili prossime mosse di Ifrit e sia in rapporto alle loro stesse azioni, che dovevano essere studiate in vista di un nuovo attacco.

«È chiaro che Ifrit non abbia intenzione di scontrarsi con noi!», aveva dichiarato Leviathan. Sedeva semi distesa su un divanetto, le gambe comodamente appoggiate sopra quelle di Bahamut che, al contrario suo, aveva assunto una posizione più composta e controllata. L'Illuminato non sembrava infastidito, ma anzi, entrambi apparivano totalmente a loro agio in quel preciso momento. Era come se quello fosse il loro modo di esternare il bisogno che provavano di un po’ di stabilità e familiarità in seguito alla piega tragica presa dagli eventi.

«Altrimenti non sarebbe scappato in quel modo, avrebbe inseguito Shiva fin qui! Gli abbiamo impedito di fare come voleva, no?», proseguì Leviathan con sicurezza.

«Non ho dubbi nel sostenere che i suoi obiettivi principali siano Shiva e Hyperion e che noi siamo soltanto degli ostacoli nella sua vendetta», concesse l’Illuminato, assecondando in parte le parole della sua compagna, «ma temo ci sia di più», aggiunse infatti.

«Che cosa ci dovrebbe essere ancora?!»

«I suoi poteri», rispose Bahamut, scambiandosi poi uno sguardo con il Tonante che prese infatti la parola.

«Pensaci Leviathan… se l’impiego del pieno delle forze, quindi utilizzare i poteri senza imporsi alcun limite, ha portato Titan a cadere sotto il meteorite, possiamo supporre che anche Ifrit nell’utilizzare quelle abilità abbia bisogno di riposo», spiegò calmo Ramuh.

«Quindi… dici che è scappato solo per questo?»

«Non lo escludo», riprese l’Illuminato, serio e pensieroso, «con il suo primo attacco a Solheim ha spazzato via un’intera città. Ha messo alla prova le sue nuove abilità, ha visto quanto spingersi avanti senza esaurire le energie e cadere come Titan. Nel secondo attacco è stato costretto a ricorrere a questo potere…»

«Dall’ultimo suo attacco sono trascorsi circa due mesi», constatò Shiva, prendendo in considerazione le idee dei suoi compagni che le apparivano tutt’altro che inverosimili, «Dobbiamo aspettarci un altro attacco... tra due mesi?»

«Non possiamo ignorare questa ipotesi», assentì il Tonante, «se desidera colpire e ferire, potrebbe volerlo fare al pieno delle sue forze… ma potrebbe anche scegliere un attacco a sorpresa ora che siamo più deboli».

«Continueremo a cercarlo senza abbassare la guardia, e nel mentre cercheremo di aiutare gli abitanti di Eos», intevenne l’Illuminato, «Leviathan resterà qui per vegliare sulla vostra sicurezza, i suoi poteri sono gli unici in grado di placare almeno in parte le fiamme di Ifrit».

«Odio fare la guardia», si lamentò subito l’Abissale, le cui gambe vennero delicatamente scostate dal Dio in procinto di alzarsi.

«Lo so... ma so anche di potermi fidare di te e delle tue capacità», la blandì con un tono più leggero e basso, sfiorandole con la punta delle dita i capelli che, nella forma umana della Dea, cadevano in morbide onde sulle sue esili spalle. Quella lieve e discreta moina riuscì a placare sul nascere le lamentele di Leviathan. Era una piccola dolcezza strappata a quei momenti di crisi e preoccupazione, e Shiva nell’osservarli non poté non rivolgere lo sguardo verso la camera dove Hyperion stava dormendo da ormai qualche ora.

Il loro rapporto era mutato in quell'ultima settimana. Si era fatto teso, sia a causa dei recenti avvenimenti con Ifrit e sia per il pericolo rappresentato dal contagio di quella piaga che stava colpendo gli abitanti di Eos e che, probabilmente, aveva infettato anche l’uomo.

Shiva si era fatta apprensiva nei suoi confronti, molto più protettiva di quanto non lo fosse stata in precedenza, e anche se il suo compagno si ostinava a rifiutare la realtà, per la Dea la vera e propria angoscia era iniziata nell’attimo in cui quel gattino era scomparso tra le braccia di Hyperion. Tuttavia, solo il giorno prima quella certezza aveva preso una diversa consistenza, assumendo la forma di una leggera febbre accompagnata da degli incubi che la Glaciale non era riuscita a ignorare.

«È solo l’agitazione. Non si può dire che non sia stata una settimana movimentata», aveva cercato di sminuire l’uomo, ma Shiva non era stata in grado di credere alle sue parole, men che meno in quell’istante, nel quale le bastava guardare quella porta socchiusa, dietro la quale avvertiva l’animo del suo compagno venire braccato dai primi incubi portati dal morbo di Ifrit.

Inesperti e ancora una volta impreparati dinanzi a quella malattia, i Siderei avevano anche avanzato l'ipotesi che l’Ardente, in quanto creatore di quella piaga, potesse essere l’unico in grado di liberare i mortali da quel destino di sofferenza e morte, e se quella loro congettura fosse stata fondata, solo lui li avrebbe potuti salvare, evitando la trasformazione in mostri… ma erano certi che non avrebbe mosso un dito per risparmiare la vita a quelle persone.

«Che ci vuole? Lo costringiamo!», aveva sbottato Leviathan con tutta la sua spavalderia che, anche a causa del suo aspetto giovane e infantile nella forma mortale, sembrava non poterle appartenere.

«Pensi che sia davvero così facile?», l’aveva ripresa il Tonante, «Anche ammesso che riuscissimo a bloccarlo, non agirebbe mai per annullare gli effetti dei suoi gesti. Per lui sarebbe un’ulteriore umiliazione. Continuerebbe a vederci come nemici».

Shiva non poté dargli torto, tuttavia quella convinzione non era in grado di guarire chi stava soffrendo a causa loro. Avrebbero ugualmente dovuto trovare un modo per eliminare quella piaga o, quanto meno, dare modo ai mortali di combatterla con le loro forze.

«A Flaminis stanno proseguendo con le ricerche mediche anche se i risultati sono inconcludenti non essendo una malattia conosciuta», spiegò infatti, «sono persone che hanno conquistato la mia totale fiducia… e se mai dovessimo affidarci a qualcuno per la ricerca medica, io mi metterei in mano loro».

«La situazione è tesa anche lì?», indagò Bahamut.

«Sì, ma gli scienziati stanno mettendo a punto delle luci in grado di riprodurre i raggi solari per allontanare i mostri… nel mentre i loro confini sono protetti dall’esercito del Principe di Aestuaria», proseguì.

«Sono in grado di ucciderli?», chiese Leviathan, vagamente più interessata.

«Titan li stava aiutando… ma stavano migliorando notevolmente. Non erano pronti a fronteggiare una simile minaccia ma… si sono adattati».

L’Illuminato assentì, assumendo un’espressione pensierosa, come se stesse soppesando le notizie della Dea.

«Terremo gli occhi puntati soprattutto su Flaminis, non solo sul resto di Eos», concluse, «quello è l’ultimo baluardo di speranza per Solheim e la civiltà di quel continente».

Si trovarono tutti d’accordo nella sua scelta e, cullati dalla pace che regnava in quel Villaggio lontano da mostri e malattie, proseguirono a discutere sulle loro prossime mosse fino alle prime luci dell’alba. I raggi del sole, che iniziarono presto a brillare sulle limpide acque dell’arcipelago, furono gli unici testimoni della partenza di Bahamut e Ramuh, che lasciarono le due Dee non solo con la promessa di trovare Ifrit e fermarlo, ma anche con il solenne giuramento di trovare una cura per la piaga che mutava le persone in mostri.





Fu la comparsa dei primi stigmi sulla pelle di Hyperion a spegnere l’ottimismo che l’uomo aveva cercato di mantenere fino a quel momento e ad alimentare un sentimento diverso e quasi distruttivo: quello della rabbia.

Aveva sopportato quasi stoicamente incubi e febbre, aveva provato a sorridere e a rassicurare Shiva, arrivando addirittura a ridere dinanzi alle battute pungenti di Leviathan… ma il suo carattere non gli aveva impedito di scoppiare e di colpire con un pugno carico di rabbia il muro quando si rese conto di mal sopportare la luce del sole. Erano subito susseguiti gli stigmi e la conferma di quella condanna a morte che, nella peggiore delle ipotesi, lo avrebbe raggiunto in poche settimane.

Era stata l’Abissale, quel giorno, a curargli la mano ferita nella foga di quel momento, riprendendolo acidamente per aver compiuto un gesto tanto stupido.

«Certo, romperti la mano! Come abbiamo fatto a non pensarci prima? Sei un vero genio, mortale! Sono quasi tentata di rispedirti a Flaminis per dire a tutti quanto sono degli idioti per non aver pensato a questa soluzione! Andiamo tutti a prendere a pugni i muri!»

Shiva non aveva avuto la forza di riprenderla per la sua durezza né per preoccuparsi nello scorgere un lampo di rabbia e frustrazione attraversare gli occhi di Hyperion. Era inquieto e la Glaciale, impotente, non sapeva come agire per placare la sua naturale ira che, come apprese nei giorni seguenti, non era rivolta all’inutilità dimostrata dai Siderei su quel fronte, ma più che altro verso se stesso e alla sua ingenuità.

«Sono stato uno stupido», aveva ammesso con i denti stretti e gli occhi nocciola arrossati per quel pianto nervoso e furioso che aveva preceduto quella confessione, «non avrei mai dovuto cercare di prendere quel gatto. Dovevo stare attento...»

«Non può cambiare ciò che è successo», cercò di riprenderlo Shiva paziente, tentando a sua volta di placare la stessa ansia che le stava ribollendo in petto nel vederlo in quelle condizioni.

Comprendeva la sua rabbia, ma per quanto l’uomo stesse cercando di addossarsi ogni male che gli era capitato, la Glaciale era consapevole che l’unica colpa di Hyperion era stata quella di innamorarsi di lei.

«Troverò un modo per… risolvere tutto», aggiunse con tono vagamente incerto, che vacillò ulteriormente dinanzi allo sguardo disincantato del suo compagno. Neanche Hyperion sembrava più disposto a credere ai poteri degli Dei, e Shiva si sentì a sua volta disillusa: senza la fiducia dell’uomo a sostenerla, anche la sua speranza iniziò a sgretolarsi come un castello di sabbia.

Per quanto forse avesse già pensato a quello che, prima o poi, sarebbe accaduto e si fosse detta disposta ad affrontare le conseguenze per il resto della sua vita immortale, il doverlo fronteggiare nella realtà l'aveva colpita con un peso diverso da quello dei suoi pensieri. Fu proprio quella consapevolezza ad alimentare nella Glaciale gli stessi sentimenti di rabbia che avevano iniziato a trasformare il suo compagno, ma mentre Hyperion ebbe come sfogo una rumorosa fase di totale biasimo nei suoi confronti, Shiva non riuscì ad esternare come il suo compagno i  sentimenti di critica e rabbia, iniziando infatti a chiudersi in se stessa.

Nutrì la sua ira ripensando a tutti gli errori compiuti sin da quel pomeriggio a Solheim, quando il suo sguardo si era posato per la prima volta su Hyperion. A come avesse ignorato non solo gli avvertimenti di Ramuh ma anche il malcontento crescente di Ifrit nei confronti dei mortali… ripensò pure a quanto fosse stata una stolta nel credere che la vita del suo compagno sarebbe passata inosservata e priva di qualsivoglia peso come la breve esistenza di una farfalla agli occhi degli altri Siderei.

La sua era una rabbia lucida e pericolosamente silenziosa che, giorno dopo giorno, aveva permesso al suo animo di venire avvolto da un muro di rimprovero, attraverso il quale neanche il carattere pungente di Leviathan sembrò riuscire a farsi strada.

«Devi reagire! Se molli tu dove credi che finirà il tuo mortale?», insisteva l’Abissale, continuando a battersi per scalfire la sua corazza fatta di: «Ho bisogno di stare sola».

Leviathan era sempre stata testarda, e come unica difesa di quel luogo non sembrava essere disposta ad arrendersi tanto facilmente.

«Stai lasciando il mortale solo a se stesso, e non devo essere io a dirti che è una tua responsabilità!», graffianti le parole della Dea costrinsero Shiva ad alzare lo sguardo.

«Credi che non lo sappia?», ribatté con la voce ridotta a un freddo sibilo, «A cosa credi abbia pensato fino a questo momento?»

L’Abissale sembrò irrigidirsi nell’incontrare i suoi occhi, ma quello non le impedì di aprire di nuovo bocca.

«Lo so, ma...», tentò infatti di rispondere, venendo però bloccata da una seconda ondata di rabbia dell’altra Dea.

«Allora non insistere. Non ho bisogno che sia tu a ricordarmelo!», sbottò, facendo trasalire Leviathan.

«Shiva… ti senti? Ti stai… rendendo conto di cosa stai facendo?»

Shiva sostenne lo sguardo della minore dei Siderei senza mostrare cedimenti ma, soprattutto, senza rispondere.

Cosa sto facendo ?”, si chiese quasi indifferente, “ Sto soffrendo e lei non può capirlo, nessuno potrà mai comprendere ciò che sto provando ”.

Dolore e rabbia si univano perfettamente nel suo animo, e trovava fastidiosa l'insistenza di Leviathan. Perché non poteva permettersi di soffrire almeno in quel momento? Avrebbe dovuto sopportare quel peso per tutta la sua esistenza immortale, era un suo diritto provare rammarico e tormento.

«Non commettere lo stesso errore di Ifrit…», mormorò però l’Abissale, «se non puoi aprirti con me, almeno fallo con Hyperion».

Erano rare le volte in cui Leviathan chiamava Hyperion per nome, generalmente usava la parola ‘ mortale ’ o altri epiteti simili per riferirsi a lui, e il fatto che avesse scelto di utilizzarlo proprio in quel momento suonò anche alle orecchie di Shiva come un campanello d’allarme.

Come Ifrit ”, ripeté mentalmente la Glaciale.

Lei non stava cercando di vendicarsi, non voleva distruggere Eos e tutta la sua popolazione. Come poteva essere paragonata a lui?

«Non ho intenzione di essere come Ifrit», mormorò, volgendo di nuovo lo sguardo verso il mare, perdendosi in quella limpida distesa d'acqua.

Sentì ancora gli occhi di Leviathan indugiare su di lei, preoccupati e allarmati per un qualcosa che Shiva, nel suo personale disprezzo, si stava rifiutando di riconoscere.