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The Sunset of Solheim

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XVI.

Come un castello di sabbia in balia del vento, la precaria situazione di equilibrio che si era creata nella battaglia tra i Siderei iniziò ben presto a sgretolarsi in mille pezzi, a tal punto da infrangere senza alcun problema anche l’apparente pace che Shiva e Hyperion avevano trovato lungo le coste del Villaggio delle Cascate.

Quella rapida caduta verso la tragedia iniziò con un lampo di luce che, seguito dalla familiare e crescente energia dell’Illuminato, andò ad annunciare la scelta di questo di battersi senza alcun riguardo contro Ifrit.

«Bahamut ha deciso di fare sul serio», commentò piano Shiva, rispondendo alla muta domanda di Hyperion, che aveva reagito a quell’improvviso bagliore con un sussulto.

«Lo fermerà sicuramente. Non se lo farà sfuggire!», aggiunse Leviathan con tono più deciso, quasi speranzoso, e Shiva non poté fare a meno di condividere i sentimenti di sollievo, ma anche di timore e preoccupazione, che sentì vibrare nell’animo dell’Abissale. Era ormai chiaro che Ifrit non potesse essere fermato semplicemente con parole o attacchi d’avvertimento, e la scelta dell’Illuminato segnava l’inevitabile fine di ogni tentativo diplomatico. Quel legame che li aveva uniti per millenni si era definitivamente infranto, e pronte ad affrontare tutte le conseguenze di quel gesto, rivolsero entrambe gli occhi verso l’orizzonte, tentando di seguire pur da lontano quella battaglia.

Per quanto la loro vista fosse più sviluppata di quella dei mortali, non avevano l’abilità di scorgere direttamente le figure dei loro compagni, ma potevano ugualmente sentire i pensieri dei loro compagni, così come le loro energie che sembrarono quasi rinnovarsi in reazione al primo attacco di Bahamut.

Tuttavia, la reazione di Ifrit per la mossa dell’Illuminato non tardò ad arrivare e si manifestò con altrettanta violenza, giungendo fino a loro con l’impeto di un forte terremoto che riuscì a far addirittura innalzare le acque di quel luogo così lontano dalla battaglia.

Come era ovvio, la notizia della comparsa dell’Ardente e degli altri Siderei aveva già iniziato a correre da una parte all’altra di Eos, e quella violenta scossa contribuì solamente ad alimentare il panico negli animi di tutti -anche lì nel lontano arcipelago del villaggio nel quale si erano rifugiati.

Fortunatamente la terra smise di tremare poco dopo, segnando l'inizio di una pace effimera: la tipica calma prima della tempesta. Si trattava di un silenzio quasi irreale che iniziò a gravare sulle spalle di Shiva insieme a un vago senso di oppressione. La sua impossibilità di agire, unita agli sguardi che lei e Leviathan lanciavano verso il lontano continente di Lucis, non le permettevano di rilassarsi e ben presto comprese di aver rivolto gli occhi nella direzione sbagliata.

Il suo sguardo, infatti, si alzò subito verso l’alto dove il cielo, già lievemente rosato dal tramonto ormai alle porte, sembrò quasi colorarsi di sangue.

«Che… che cosa sta succedendo?», domandò Hyperion, sorpreso a sua volta da quello strano cambiamento atmosferico. Shiva lì per lì non riuscì a rispondere, la bocca socchiusa e secca. Incredula e spaventata da ciò che la rabbia di Ifrit era stata in grado di generare.

L’Ardente si era privato di ogni controllo che, sin dall’alba dei tempi, loro come Siderei si erano imposti. Nessuno conosceva l’effettiva forza e capacità dei poteri che erano stati loro concessi, e per evitare disastri naturali avevano deciso di comune accordo di auto-limitarsi... ma Ifrit aveva appena dimostrato di aver infranto volutamente quel limite.

«Non può essere!», esclamò infatti Leviathan che, presa dalla foga e dalla preoccupazione di quel momento, non esitò a scomparire sotto lo sguardo attonito dell’uomo, abbandonandoli in quel luogo per poter raggiungere gli altri Siderei.

«D-Daya?», balbettò Hyperion con un tono più insistente e confuso, quasi terrorizzato dalla mancanza di risposte.

«Ifrit ha…», esordì lei, ma le parole rimasero bloccate quando, qualche istante dopo, nel rosso minaccioso di quel cielo iniziò a farsi strada quello che, agli occhi della Dea, apparve come un grande meteorite diretto verso Lucis.

Anche da quella distanza la sua scia incandescente si rese ben visibile anche per gli sguardi dei mortali, ma solo la Dea fu in grado di avvertire cosa stesse effettivamente accadendo a Lucis.

I suoi compagni si mobilitarono subito per fermare la caduta di quell’enorme minaccia richiamata da Ifrit, ma la battaglia durò tuttavia pochi decisivi minuti che parvero segnare l’ormai certo epilogo di quel gesto tanto sconsiderato e folle.

Attratto dalla gravità, quel grosso masso incandescente attraversò il cielo senza apparenti fatiche, proseguendo il suo percorso verso il terreno trovando un vano rallentamento solo grazie agli sforzi congiunti dei Siderei. L’impatto di quel meteorite avrebbe raso al suolo gran parte di Lucis e avrebbe mutato irreversibilmente tutta la natura di Eos.

Sembrava essere ormai inevitabile e chiudendo gli occhi, Shiva, attese con orrore l’ormai imminente impatto, ma solo in quell’istante, quando tutte le speranze sembravano ormai essere perse, avvertì la forza di Titan e la sua determinazione esplodere con una decisione tale da mozzarle il fiato.

Inseguite Ifrit! ”, lo sentì tuonare nella sua mente, così potente da raggiungere pure lei a quella distanza, “ Lo fermerò io!”

Esattamente come l’Ardente, l’Immane sembrò aver trovato a sua volta il coraggio per abbandonare i limiti che si erano auto-imposti riguardo i loro poteri, e con un secondo terremoto che fece tremare non solo la terra ma anche l’animo della Glaciale, questa sentì tutte le forze di Titan riversarsi coraggiosamente contro quel meteorite nel tentativo di fermarlo e limitare i danni.

Avvertì lo sforzo e il dolore del suo compagno, poté quasi sentire l’odore della sua pelle bruciata e lacerata dalla potenza del meteorite, e la Dea, spaventata e sorpresa, non si rese neanche conto dell’improvvisa debolezza che la costrinse a scivolare in ginocchio sulla fine sabbia di quel luogo.

Quello scontro parve quasi non aver fine ma, così come Shiva era stata in grado di percepire la forza dell’Immane, alle stesso modo avvertì le sue energie esaurirsi lentamente con il cessare delle scosse, lasciando nel suo animo un vuoto incolmabile e una nuova terribile consapevolezza.

“È finita” , esalò mentalmente mentre Hyperion, incapace di parlare, si abbassò accanto a lei per sostenerla, guardando a sua volta verso l’orizzonte nella speranza di vedere qualcosa che non fosse la scia lasciata dal meteorite e dai suoi frammenti oltre l’immensa distesa d’acqua che separava il Villaggio delle Cascate e Lucis.

«Titan… è morto», sussurrò la Dea dopo qualche momento di silenzio. La sua voce giunse alle sue orecchie piatta, senza nessuna emozione in particolare.

«C-come?», soffiò Hyperion, spiazzato da quell’affermazione, «S-siete immortali, come è possibile?»

«Lo siamo…», spiegò piano la Glaciale, cercando con quelle parole di trovare a sua volta un senso a ciò che era appena accaduto, «Il nostro spirito lo è… ma i nostri corpi possono essere… distrutti…»

L’uomo si irrigidì mormorando un: «L’Immane è stato…»

Shiva scosse il capo, incerta. Neanche lei sapeva dare una definizione esatta alla loro natura perché, in fin dei conti, era ciò che erano sempre stati sin dalla creazione di Eos.

«Il suo corpo è integro, ma le sue energie si sono esaurite per salvare Lucis dal meteorite… si può dire che… si sia addormentato», mormorò. Aveva pronunciato quelle parole con una calma tale da arrivare quasi a sorprendersi dinanzi al suo stesso controllo. Non era neanche certa di sapere come doversi sentire, era stata travolta da così tante emozioni, diverse l'una dall'altra, da arrivare come in quel momento a provare quasi un senso di estraneazione.

«E… e l’Ardente?»

Shiva esitò e, mordendosi le labbra, allungò la mano per stringere quella di Hyperion.

«Temo... sia fuggito…»

La conferma giunse loro durante l’ora successiva, con il ritorno di Leviathan al Villaggio delle Cascate insieme a Ramuh e Bahamut. Avevano assunto il loro aspetto mortale, e sui volti erano ben presenti non solo il dolore e la paura appena provata, ma anche l’impotenza che si erano ritrovati ad affrontare dinanzi alla forza di Ifrit.

Raccontarono alla Glaciale e a Hyperion come l’Ardente, nella foga e nel tentativo di creare un diversivo che gli permettesse la fuga, avesse richiamato a sé una lama infuocata, il cui fendente aveva aperto un’enorme crepa lungo tutta la superficie di Lucis.

«Solo l’intervento di Titan ha impedito a questa faglia di causare ulteriori danni», spiegò infatti Ramuh, continuando poi il suo racconto su come, dopo quell’attacco, l’Ardente avesse utilizzato i suoi poteri per attirare su Eos un meteorite.

«Lo abbiamo rallentato», commentò Bahamut, «ma non siamo riusciti a fermarlo. Eravamo quasi pronti ad accettare l’inevitabile quando Titan è intervenuto».

L’Immane, che da sempre era stato il più silenzioso e duro tra loro, aveva scelto la strada del sacrificio pur di proteggere i mortali. Aveva dato fondo alle sue forze fino a perderle del tutto, rimanendo bloccato sotto il meteorite in quello che Bahamut descrisse come un sonno protettivo.

Al termine di quella spiegazione, si ritrovarono costretti anche a confermare la fuga di Ifrit che, nonostante gli sforzi, era riuscito a scomparire grazie al vuoto causato dalla sconfitta di Titan.

Addolorati e sconvolti, per la prima volta dopo millenni i Siderei non poterono far altro se non sedersi l’uno accanto all’altro, lasciando che fosse il silenzio a piangere la perdita del loro compagno.

Per quanto sapessero che, un giorno, l’Immane si sarebbe risvegliato, in quell’istante vedevano la sua scomparsa non solo come una sconfitta ma anche come l’ennesima conferma del tradimento di Ifrit nei loro confronti.

Eppure, come Ramuh fece saggiamente notare, per quanto l’Ardente avesse deliberatamente tradito la sua natura di protettore di Eos, erano stati loro i primi a dimostrarsi incapaci di controllare e lenire le sue ferite e insicurezze.

«In passato, Ifrit ci aveva già mostrato il suo scontento. Se solo non fossimo stati così ciechi ed egoisti da credere che il tempo sarebbe stato in grado di guarire le sue ferite, saremmo stati sicuramente capaci di evitargli tutto questo dolore. Si è sentito tradito da noi… e quelle morti e la distruzione di Solheim ne sono la prova», spiegò il Tonante.

La loro inerzia, eppure, non era stata l’unica a spingere l’Ardente a quel gesto estremo e anche Shiva, con il capo basso, si costrinse ad ammettere apertamente le sue colpe, non solo quelle rivolte al suo ex amante ma anche nei confronti degli altri Siderei e delle loro Leggi. Era stata lei la causa scatenante di quella terribile guerra che vedeva contrapposti gli Dei.

Lei, che in cerca di una vita mortale di normalità e felicità, aveva tradito la fiducia di tutti e non si era mai sentita realmente pentita per aver inseguito quell’ideale d’amore.

Prese la parola con serietà e gravità, guardando gli occhi dei suoi compagni senza intenzione di fuggire… pronta ad affrontare il loro giudizio.

«Mi assumo la piena responsabilità di questa distruzione», esordì, pronunciando ogni parola con calma e senza fretta, «il mio egoismo mi ha portato a cercare la felicità altrove, ignorando i miei obblighi. Non ho prestato la giusta attenzione al malcontento di Ifrit solo per pensare a me stessa e ai miei sentimenti… ed ho coinvolto degli innocenti nel vortice creato dai miei errori».

Si volse a guardare Hyperion, rimasto in silenzio fino a quel momento, spingendo poi la mente verso tutti i caduti di Solheim, ai malati di Flaminis e a tutti coloro che avrebbero continuato a soffrire a causa sua in ogni angolo di Eos. Strinse le labbra guardando poi i suoi compagni e, con una mano sul ventre come per proteggerlo e infondersi al tempo stesso coraggio, riprese a parlare.

«Ho sempre saputo quali fossero le mie colpe, e sapevo anche a cosa stavo andando incontro, eppure ho deliberatamente scelto di ignorare le conseguenze, per questo non sono stata in grado di evitare questa guerra. Però… non sono pronta ad abbandonare Hyperion… né lui né il bambino che porto in grembo…», concluse, ammettendo quella sua ultima debolezza.

Calò per un momento il silenzio in quel piccolo gruppo, e solo dopo quell’attimo di raccoglimento l’Illuminato decise di prendere la parola.

«La ferita che si è aperta con l’attacco a Solheim ha colpito non solo la nostra amata Eos, ma si è ripercossa anche su di te. Questo tormento non si estinguerà mai e dovrai convivere con quel peso per il resto della tua vita immortale», rispose Bahamut con tono serio e fiero, «tuttavia, nessuno di noi potrebbe mai chiederti di sacrificare il mortale che hai scelto di amare e il figlio che aspetti da lui… sono innocenti, caduti in una guerra d’odio più grande di loro. Ma devi essere pronta ad accettarne le conseguenze».

La Glaciale assentì, leggendo negli occhi violacei dell’Illuminato ciò che aveva cercato di rifiutare fino a quel momento e che l’altro Dio non aveva voluto esprimere a parole. Si trattava della sua punizione, ciò che le sarebbe spettato per il suo tradimento.

Non sarebbero stati Bahamut o gli altri Siderei a imporle un castigo: sarebbe stata lei stessa a punirsi attraverso la consapevolezza .

Lo aveva ammesso più volte, ed era conscia essere stata lei a causare la fine di Solheim e di tutto ciò che aveva amato e ammirato.

Sul suo animo, quasi più libero dopo la sua ammissione di colpa, iniziarono ben presto a gravare le conseguenze di ogni sua scelta errata e, ultime su tutte, Shiva si ritrovò a pensare sia alla morte di Titan che al momento in cui avrebbe visto la luce di Hyperion spegnersi prematuramente.

Il respiro le si mozzò in gola ma, tremando, alzò ancora lo sguardo verso l’Illuminato come per dimostrare la sua presa di posizione.

Non sarebbe scappata, e niente e nessuno avrebbe mai potuto cancellare quel peso e lei non era disposta a farlo gravare sulle innocenti spalle di chi le stava accanto.