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The Sunset of Solheim

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XIV.

Titan era apparso accanto all’aeronave solo pochi attimi dopo la scomparsa del gatto, ma Shiva non se ne rese quasi conto. Aveva costretto Hyperion a sedersi all’interno del mezzo, nascosto agli occhi e alle orecchie degli ignari abitanti di Flaminis.

Gli prese dapprima le mani, ferite dai graffi del gattino, e infine il viso. Le dita le tremavano e si muovevano incerte, quasi delicate sulla pelle chiara dell’uomo, mentre aguzzava tutti i suoi sensi alla disperata ricerca di un qualsiasi segno visibile di contagio.

«Sto bene, Daya. Non è successo niente», dichiarò l'uomo, lanciando un'occhiata quasi colpevole all'Immane, ma la Dea scosse la testa.

«Lo hai inalato… sei entrato in contatto con... con...», rispose senza però riuscire a terminare la frase, incapace anche solo di nascondere la sua agitazione e paura, rese più acute dal senso di colpa. Sembrava aver perso tutto il suo controllo e la compostezza che l’aveva sempre caratterizzata.

La sua distrazione ed esitazione le avevano impedito di scongiurare quel pericolo, mettendo Hyperion in quella situazione senza più avere la possibilità di aiutarlo.

«Shiva», Titan cercò di richiamare le sue attenzioni con tono fermo, «cosa è successo?»

La domanda giunse alle orecchie della Dea che, scuotendo il capo, non provò neanche a rispondere. L’Immane sapeva cosa era appena accaduto, e quello per lei era solo un vano e flebile tentativo di distogliere le sue attenzioni da Hyperion e dalle sue colpe.

«Un gattino, credo… fosse malato», rispose tuttavia l’uomo, prendendo la parola al posto della Glaciale, «è… scomparso tra le mie mani. Un po’ come… come sono scomparsi gli altri infetti…», la sua voce parve spezzarsi nel pronunciare quelle ultime parole, come se fosse stato colpito solo in quell’istante dalle conseguenze di quanto gli era appena accaduto. Abbassò infatti lo sguardo, improvvisamente più pallido. Riscossa da quella reazione, Shiva si voltò verso Titan.

«Dobbiamo fare qualcosa!», dichiarò, «Dobbiamo aiutarlo», rincarò con convinzione, per poi guardare ancora il suo compagno. I suoi poteri erano indeboliti dalla gravidanza, e in quei giorni di frenesia si era resa sempre più conto della crescente fatica, ma iniziò ugualmente a incanalarli nel corpo di Hyperion nella speranza di stroncare quella malattia sul nascere.

Tuttavia, solo le ferite causate dalle unghie del gatto sembrarono reagire alle sue cure, rimarginandosi e sbiadendo fino a non essere più visibili sulla pelle di Hyperion.

L’Immane, silenzioso, la affiancò senza rispondere e qualcosa nel suo sguardo sembrò far reagire l'uomo.

«D-deve esserci una soluzione! Era… era solo un animale», mormorò, con un chiaro ma tremante tono di rifiuto per quella che sembrava essere diventata la sua condanna a morte.

«Non possiamo sapere cosa comporti, abbiamo assistito solo a contagi e scomparse umane», assentì quieto Titan, «ma non possiamo escludere che tu abbia contratto la malattia».

Hyperion sussultò, facendo scorrere lo sguardo dapprima sull’Immane e poi sulla sua compagna.

«Ma potrebbe… n-non essere niente, giusto? Andiamo… forse ci stiamo agitando per niente!», la voce dell’uomo voleva essere allegra, ma suonò alle orecchie della Glaciale forzata e nervosa. Sarebbe stato bello credere a quelle parole, fare finta che nulla fosse mai accaduto, ma Shiva non si sentiva in grado di non dare peso a quella situazione, perché aveva visto con i suoi stessi occhi quel gatto venire scosso da delle convulsioni e scomparire poi tra le mani di Hyperion, lasciando al suo posto un minaccioso pulviscolo nero che aveva abbracciato l’uomo. Era successo qualcosa di terribile e lei doveva agire.

Devo curarlo. Devo salvarlo… non posso perderlo... ”, si incoraggiò mentalmente.

Era una Dea, una dei Siderei che viveva in quel mondo sin dalla sua creazione, e per millenni si era convinta di poter fare qualsiasi cosa. Non aveva mai dubitato delle sue abilità e dei poteri divini che le erano stati concessi, eppure non riusciva a curare quel morbo, che tutt’ora rimaneva a lei sconosciuto.

Come avesse fatto Ifrit a generare quella piaga era ormai quasi del tutto chiaro, il suo animo ricolmo d’astio e gelosia si era lasciato corrompere dall'oscurità, cosa che nessun'altro dei Siderei aveva mai fatto. Per quel motivo, nella sua lunga vita, non le era mai capitato di incontrare una malattia simile, e nonostante i mesi passati a stretto contatto con gli infetti, non aveva ancora compreso come incanalare i suoi poteri e attaccare quella piaga in modo diretto, senza fare dei tentativi a vuoto.

Perché ?”, si chiese.
Erano forse degli incapaci? Troppo inesperti e impreparati all’oscurità di Ifrit? Erano degli egoisti che pensavano prima al pericolo generato dal loro compagno, nascosto chissà dove, che ai mortali che dovevano proteggere e curare? Forse era a causa di quel pensiero e desiderio che non riuscivano a concentrarsi sui mortali?

L’Ardente in fondo era uno di loro, e la Dea desiderava sia fermarlo che salvarlo da se stesso. Per quel motivo non era certa di poter definire egoistico quel pensiero… perché d'altra parte avrebbero salvato non solo Ifrit ma anche milioni di altre vite fermando sul nascere i suoi attacchi.

Tuttavia, in quel preciso istante, Shiva non poteva fare a meno di sentirsi sempre più consapevole delle proprie colpe, e Hyperion stava solamente pagando per i suoi errori. Pur non potendo definire egoisti i suoi compagni, poteva utilizzare quella parola per descrivere se stessa e le sue scelte in quegli ultimi anni mortali.

Si morse le labbra, tentando ancora di curarlo pur senza vedere segni di contagio e senza avere la certezza di un infezione, cercando di non pensare ai fallimenti che si erano accumulati giorno dopo giorno fino a quel momento, e che davano alla Dea anche la conferma del fatto che la sua magia non fosse assoluta.

Doveva essere utilizzata non solo con un notevole controllo ma anche attraverso la conoscenza della malattia che si voleva affrontare e annientare. Non si trattava di un trauma da caduta con ossa rotte e contusioni, né di un’infezione o di un semplice raffreddore, quel morbo richiedeva dei concetti che Shiva sapeva di non possedere, perché altrimenti sarebbe già stata in grado di salvare tutte quelle altre persone innocenti.

Quello, tuttavia, era il passato ed era nel presente che la Glaciale aveva la necessità di fare qualcosa di concreto. Hyperion aveva bisogno di lei, e Shiva non poteva permettersi di perderlo.

«Non potete restare qui. Se venisse scoperto, verreste messi in quarantena come gli altri», intervenne serio Titan dopo qualche momento di silenzio, e senza attendere risposta, decise di prendere il posto di guida sull’aeronave. Chiuse i portelloni e con un rombo cupo l’aeronave si librò in cielo, diretta verso le lontane terre di Lucis.





Hyperion e Shiva rimasero in silenzio quasi per tutto il viaggio. Chiusi nei loro pensieri e nel rifiuto, negando con le loro labbra sigillate ciò che, se non fermato in tempo, sarebbe stato il triste destino dell'uomo.

La Glaciale non riusciva neanche a immaginare cosa stesse provando in quel momento Hyperion. Il suo compagno era sempre stato come un libro aperto, esprimeva le quasi tutte sue emozioni senza timore di mostrarle. Era luminoso come il sole, ottimista e coraggioso, e dava voce a ogni suo dubbio.

Il suo atteggiamento positivo aveva sorpresa più volte la Dea, partendo da come aveva affrontato e accettato la verità su Shiva e sull'attacco di Ifrit, fino alla sua capacità di nascondere dietro il suo sorriso le proprie debolezze e incertezze, sfogandole solo nei rari momenti di solitudine pur di non farle gravare su Shiva.

Aveva dei difetti come chiunque altro, ma per la Glaciale era perfetto. Una persona unica nel suo genere, ma in quel preciso istante era come se accanto a lei ci fosse un estraneo. Immobile e serio, Hyperion aveva trascorso il viaggio fissando un punto imprecisato sulle sue mani, come se fossero quelle la causa del suo male. Non parlava, non esponeva né dubbi e né tanto meno le paure. Si era chiuso in se stesso, impedendo a tutto e tutti di penetrare le sue difese… creando una sorta di muro tra lui e Shiva, incapace di fare qualsiasi cosa per aiutarlo.

Titan aveva rispettato il loro silenzio e, spingendo al massimo i motori dell’aeronave, evitò di effettuare soste fino a quando all'orizzonte non apparve finalmente il profilo delle montagne di Lucis, che non suscitarono in Hyperion nessuna reazione, neppure la curiosità per quel continente che non aveva mai avuto modo di visitare.

Era ormai pomeriggio inoltrato quando atterrarono sulle rive di uno dei rigogliosi fiumi di Lucis, lontani dai centri abitati di quella terra. Non esistevano rifugi per umani in quella zona e, con un po' di fortuna, nessun mortale si sarebbe spinto fin lì.

«Passeremo la notte nell'aeronave… non sarà comodo ma…», esordì Shiva, cercando di spezzare il silenzio.

«Va… bene. Non preoccuparti», rispose Hyperion. Non le sorrise come era solito fare, né parve sforzarsi di mostrare qualche emozione diversa dal timore che gli aveva riempito gli occhi, che fino a quella mattina erano limpidi e pieni di fiducia.

La Glaciale gli accarezzò allora con dolcezza il viso, provando a rassicurarlo senza però trovare le parole adatte che non fossero rivolte alla minaccia che incombeva su di loro.

«Se inizi ad accusare qualche sintomo…», mormorò piano.

«Lo dirò subito. Lo prometto... ma, davvero: stai tranquilla, Daya. Non è successo niente», riprese l'uomo, le labbra tremavano mentre cercavano di assumere una leggera piega verso l'alto, «era un gattino e basta. Malato, certo ma… era un animale. Non un umano».

L’ombra di un sorriso incerto aleggiava sul suo viso, e quelle affermazioni sembravano rivolte più a se stesso che a Shiva. Hyperion, constatò la Dea, stava tentando di convincersi che non fosse successo niente di grave, che quello fosse stato solo un piccolo incidente di percorso che non avrebbe cambiato assolutamente niente. La stessa Shiva voleva credere a quelle parole e rifiutare quanto era accaduto solo poche ore prima, ma soprattutto voleva non sentirsi incapace. Impotente dinanzi a quella malattia che stava colpendo l’intera Eos.

Chiuse gli occhi e, stringendo le labbra in una stretta linea rosea, sollevò le braccia per cingere il corpo del compagno in un abbraccio. Hyperion esitò, come se non fosse in grado di ricambiare quel gesto, e sulle prime lo sentì teso come la corda di un arco, e solo dopo qualche momento, con un sospiro, che alle orecchie della Glaciale sembrò quasi un rantolo, le spalle dell'uomo si abbassarono e i suoi muscoli iniziarono a rilassarsi lentamente.

Avrebbe desiderato sussurrargli parole di incoraggiamento e dolci dichiarazioni del suo amore, messo alla prova da quella situazione, ma lasciò che fossero il silenzio e quell’abbraccio a cercare di lenire la ferita che si era appena aperta.

Con quiete carezze, fece scorrere le mani sui capelli chiari di Hyperion, permettendogli dopo qualche minuto di sfogare con delle lacrime tutta la frustrazione e la paura che si erano accumulate nel suo animo.

I singhiozzi facevano sussultare il corpo dell’uomo, il suo respiro talvolta sembrava quasi mancare e scivolare fuori dalle sue labbra tremulo e soffocato. Restarono in quella posizione a lungo, e forse l'avrebbero mantenuta per ancora un po' di tempo, ma qualcosa iniziò a ferire le narici di Shiva, cancellando il rassicurante profumo di Hyperion.

Era un soffocante odore di zolfo bruciato, cenere e carbone, con un lieve sapore d’estate quasi cancellato da quei forti e pungenti profumi ma che anticipava un pericolo rimasto dormiente fino a quel momento, come in attesa di una loro debolezza… esattamente come in quell’istante.

Non può essere! ”, si disse tremando, “ Non ora. Non in questo momento ”.

La Glaciale sconvolta da quei pensieri, si ritrovò costretta a sciogliere quasi bruscamente il suo abbraccio con Hyperion, e mentre Titan esplodeva un: «Shiva!», allarmato, lei ebbe solamente la prontezza di afferrare una delle maschere d’ossigeno di sicurezza dell’aeronave per farla calare sul viso del suo compagno, sorpreso e confuso.

Non sapeva quanto quella maschera sarebbe stata utile in quella situazione. Avrebbe realmente avrebbe filtrato l'aria inquinata che presto avrebbe avvolto quel luogo? E l'ossigeno sarebbe riuscito ad aiutare Hyperion a mantenere la calma? Gli avrebbe donato un po' di sollievo? Quella situazione era talmente incerta da aver privato Shiva di ogni certezza che non fosse quella di dover fare qualsiasi cosa per proteggere il suo amato.

«Non... non toglierla per nessuna ragione al mondo», dichiarò infatti, guardandolo in viso con rinnovata risolutezza, allontanando con decisione ogni dubbio e domanda riguardante l’effettiva efficacia di quelle maschere. Gli occhi di Hyperion, arrossati e gonfi, le rivolsero uno sguardo perplesso e spaventato dal quale la Glaciale riuscì a scappare quasi subito, consapevole di essere dinanzi ad una situazione nella quale non le era permesso esitare. Non poteva più permettersi di compiere altri errori.

Lasciò l’aeronave per spostarsi all'esterno, affiancando Titan il cui sguardo, rivolto verso il cielo, si era incupito.

Shiva sapeva che quel momento sarebbe arrivato prima o poi, ma pur desiderando mettere la parola fine alla follia di Ifrit, aveva ingenuamente sperato di non vederlo mai giungere al suo cospetto. Il suo corpo, indebolito dalla gravidanza e piegato dallo sconforto e dalla paura, non era pronto ad affrontare il suo compagno e forse non lo sarebbe mai stato per davvero, ma ormai erano lì sull'orlo di quella che poteva diventare la fine di tutto e non potevano tirarsi più indietro.