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The Sunset of Solheim

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XIII.

L'alba portò un vago senso di sicurezza in tutte le persone che si erano barricate nel Palazzo durante la notte. I raggi del sole sembravano aver messo la parola fine a quell’oscurità che, nell'immaginario collettivo, pareva essere uscita dal peggiore degli incubi.

Ben pochi erano stati in grado di riposare. Erano tutti tanto sconvolti e spaventati dall'attacco dei mostri, quanto estasiati e rassicurati dalla comparsa dell’Immane che, con un solo gesto - secondo i racconti dei soldati -, aveva sterminato i mostri che stavano prendendo d’assedio le varie strutture.

Restava ovviamente un’incognita l'effettiva sicurezza di quel territorio, anche dopo la comparsa di Titan. Per quanto temessero l’arrivo delle tenebre, l’ottimismo aveva portato i rifugiati a considerare come un vero e proprio miracolo il fatto di aver superato almeno quella prima notte con delle minime perdite. E fu proprio mentre i sopravvissuti piangevano gli inevitabili caduti di quell’attacco che Shiva e Hyperion ebbero modo di allontanarsi con l’Immane che, rientrato nella sala insieme ai soldati con le sembianze umane di Atlas, non era inizialmente stato in grado di spiegare le motivazioni del suo gesto.

Solo quando riuscirono ad allontanarsi da orecchie indiscrete, Titan mise subito in chiaro ciò che, sfortunatamente, aveva già convenuto con Shiva: i soldati stavano andando incontro a una lenta e dolorosa disfatta contro quegli esseri. Non erano addestrati né preparati e l’Immane, per limitare le perdite e la distruzione di Flaminis, aveva agito di conseguenza. Aveva attaccato i mostri con i suoi poteri, donando in quel modo a tutto quel territorio non solo un po’ di speranza, ma anche la possibilità di vivere e di prepararsi per una nuova invasione, che senza alcun ombra di dubbio ci sarebbe stata.

«Devono prendere tempo e prepararsi al prossimo attacco», aveva mormorato Titan, con un’espressione grave in viso e le braccia incrociate all’ampio petto.

«Sì, ma come?», intervenne Hyperion, «Come avete detto, i mostri sono lo… stadio finale di quella malattia. E fin quando non viene scoperta una cura, il loro numero può solo aumentare… e se appaiono ogni notte, i soldati non avranno tempo di prepararsi».

I suoi timori erano fondati e i Siderei non erano certi di avere una risposta in grado di annullare quei dubbi.

«Possiamo solo confidare nel vostro senso di adattabilità, Hyperion… i soldati di Lucis sono capaci, ma hanno bisogno di tempo ed è quello che cercheremo di dar loro...», mormorò Shiva.

«Non potete… agire come ha fatto stanotte l’Immane?», domandò l’uomo.

«Sarebbe rischioso per voi mortali», rispose Titan, «Hai visto i risultati del mio attacco sulle mura del palazzo».

Hyperion non poté far altro se non assentire, riportando probabilmente alla mente le pareti crepate della sala nella quale si erano rifugiati. Erano dei danni minimi nonostante tutto, ma quei piccoli cedimenti strutturali potevano solo peggiorare se sollecitati ulteriormente dal potere dei Siderei.

«I mostri torneranno stanotte, e presto anche gli altri infetti inizieranno ad aggravarsi e a trasformarsi. I mortali ci metteranno poco a collegare le due cose, se non l’hanno già fatto», proseguì l’Immane cupo.

«Quindi… siamo con le spalle al muro», sospirò la Dea.

«Esattamente», commentò l’altro.

«… quali sono i piani?», mormorò Hyperion, guardando entrambe le divinità, pronto ad accettare qualsiasi loro scelta e ordine.

«Non abbiamo potuto far niente per salvare Solheim, ma cercheremo di fare il possibile per salvare Flaminis. Ciononostante, Shiva non può restare qui», riprese Titan, «deve andare via al più presto, come già era stato deciso prima di questa deviazione».

«Sì», assentì l’uomo.

«Terrò d’occhio questo luogo, lo proteggerò e darò delle indicazioni ai soldati e al Principe… devono essere preparati», proseguì l’Immane.

«Quindi… saremo solamente io e Day-... Shiva?»

«Verrà qualcun’altro con voi. Shiva nelle sue condizioni non può proteggersi né proteggere al tempo stesso gli altri», tagliò corto Titan.

La Glaciale accusò quelle parole chiudendo gli occhi per un momento, pienamente consapevole delle sue attuali condizioni. Non poteva controbattere né cercare di difendersi: l’Immane aveva ragione. Se Shiva voleva proteggere non solo il bambino ma anche Hyperion e il resto degli innocenti che stavano pagando a causa del suo amore, doveva per forza affidarsi ai suoi compagni.

«Partiremo presto», assentì infatti, «in… queste condizioni ammetto di non poter più fare niente di concreto per loro», aggiunse senza poter nascondere l'imbarazzo e una nota di biasimo nella sua voce.

Hyperion annuì a sua volta, prendendole la mano per farle sentire la sua presenza.

«Ne verranno a capo!», dichiarò, forse più per incoraggiare se stesso che la Dea, «Qui vivono alcune delle menti più geniali di Eos. Saranno sicuramente in grado di capire come gestire la situazione».

Credere alle parole di Hyperion non era semplice alla luce dei recenti sviluppi, ma la Glaciale sentiva un fondo di verità in quelle sue affermazioni. Per esperienza sapeva quanto le menti mortali fossero capaci di grandi prodigi, miracoli che non avevano niente a che fare con il divino, per quello sapeva che potevano farcela. Ci sarebbero state delle perdite, quello era innegabile, ma prima o poi avrebbero trovato una soluzione.





Erano trascorsi cinque giorni dal rientro di Shiva e Hyperion a Flaminis e dagli sfortunati eventi che avevano costretto tutto quel luogo a cambiare abitudini e modo di vedere il mondo. Dal primo attacco, c'erano stati altri tentativi notturni da parte dei mostri di penetrare nel palazzo, ormai unico centro nevralgico dello staff medico, ma erano stati tutti sventati sia dalla crescente tenacia dei soldati che dal discreto aiuto di Titan. L’Immane, cercando di non dare troppo nell'occhio, stava facendo il possibile per aiutare l’esercito di Lucis, restando sorpreso come ogni volta dallo spirito di sopravvivenza dei mortali. Non possedeva una personalità incline ai complimenti, ma Shiva sapeva che nei suoi: «Se la stanno cavando», vi era nascosto del rispetto.

Quelle piccole vittorie erano fortunatamente state in grado di risollevare sin da subito lo spirito dei sopravvissuti, ma quando venne registrato un nuovo caso di scomparsa, durante l'alba del terzo giorno, il panico fu inevitabile. Un folto gruppo di pazienti aveva iniziato a contorcersi in preda alle convulsioni, e neanche il tempestivo intervento medico riuscì a impedire l'inevitabile, tant'è che non poterono far altro se non assistere alla scomparsa di quelle persone.

Quell’ondata di paura riuscì a paralizzare quasi per ore anche i soldati, che avevano solamente sentito parlare di quell’evento, ma venne per fortuna arginata dal timore di un nuovo attacco dei mostri. Per quel motivo tutti riuscirono a catalizzare le loro attenzioni sulla protezione del palazzo.

La loro reazione aveva rassicurato Shiva, così come si era sentita sollevata nel vedere Tenebris riuscire a mantenere il controllo delle sue emozioni grazie alla necessità di salvaguardare non solo se stessa ma anche il prossimo. La giovane donna, nonostante l'aspetto sempre più stanco, continuava a impegnarsi alla ricerca di una cura. Era animata tanto dalla paura quanto dalla necessità di trovare una soluzione, non solo per aiutare i suoi pazienti ma soprattutto per Astraea e Albus, tenuti sotto stretta sorveglianza dallo staff medico insieme agli altri che erano stati messi in quarantena.

Shiva, dalla sua posizione, aveva invece impiegato quei pochi giorni per cercare non solo di dare una mano a tutti i volontari ma anche per recuperare le forze. Accanto a lei, la costante presenza di Hyperion che, forse terrorizzato dall'evoluzione di quella situazione, aveva a sua volta provato a tenersi occupato pur di non soffermarsi a pensare. La Glaciale era sinceramente grata all'uomo per l'impegno che dimostrava non solo nei suoi confronti, ma anche verso quella comunità che li stava ospitando e proteggendo, tuttavia non poteva fare a meno di domandarsi quanto a lungo Hyperion sarebbe stato in grado di resistere.

Nei suoi occhi Shiva leggeva sempre più pesanti e forti i sentimenti di paura e la stanchezza, dubbi che la Dea stessa condivideva... e anche se una piccola parte di lei desiderava ignorare quel fatto, sapeva fin troppo bene che la notte, prima di raggiungerla nel loro improvvisato giaciglio, Hyperion era ormai solito sfogarsi di nascosto. Piangeva fino a sentirsi talmente stanco da avere solo le forze di tornare da lei e stringerla in un abbraccio caldo e protettivo. L’uomo cercava di ignorare ciò che, con il calare delle tenebre, accadeva fuori dalle mura, ma la Glaciale lo sentiva spesso tremare e muoversi irrequieto, spaventato e quasi incapace di sopportare il peso e la chiara sentenza di morte che gravava sulle loro teste.

Ogni giorno, la Dea temeva di vederlo crollare e magari fuggire da quel destino avverso, tuttavia Hyperion continuava a sorprenderla. Non scappava, ma invece resisteva e le sorrideva, rassicurandola senza dover parlare. Gli bastavano pochi gesti per farle capire che non l'avrebbe mai abbandonata, che sarebbe rimasto accanto a lei fino alla fine della sua vita mortale.

Senza rendersene conto, Shiva aveva iniziato ad aggrapparsi a quelle piccole cose. Aveva smesso di guardare verso l’immenso quadro del futuro, per concentrarsi e dedicarsi invece a un avvenire più prossimo come la sua vita con Hyperion e il bambino che le stava crescendo in grembo.

Non aveva ancora avuto modo di rivelare al suo compagno le parole che Tenebris le aveva rivolto il giorno della loro partenza, e anche per quel motivo trovò più che piacevole ascoltare Hyperion elencare dei nomi, sia maschili che femminili, con la mano posata sul suo ventre, come in attesa di una risposta.

«Se fosse femmina… Ceres come mia nonna. Oppure Theia o Soma», mormorò piano per poi alzare lo sguardo verso Shiva, «ricordi come ci siamo conosciuti?», le chiese.

«Certo», assentì la Dea. Non avrebbe mai dimenticato quel giorno e dal sorriso che le rivolse Hyperion comprese con certezza che neanche l’uomo sarebbe mai stato in grado di scordare quel momento.

«La bambina che abbiamo riportato dai genitori, si chiamava Hestia. È un bel nome», propose.

«Lo è…», ammise Shiva, con il petto quasi più caldo per quel ricordo, «e se fosse un maschio?», proseguì osservando il viso di Hyperion assumere un'espressione pensierosa. Si prese qualche momento per raccogliere le idee, senza smettere però di accarezzarle il ventre.

«Helios è un bel nome e mio padre si chiamava Janus», ponderò, «Però mi piacciono anche Adonis e Surya… Tu che ne pensi?»

«Che sarà davvero difficile scegliere», commentò la Glaciale sorridendo, assaporando mentalmente quei nomi, come se anche lei potesse ricevere una risposta da quel bambino non ancora nato.

Tuttavia quei momenti di pace venivano sempre oscurati dall’arrivo della notte e dai terrori che nascevano in essa, ma fu proprio l'uomo un pomeriggio ad annunciarle, con voce elettrizzata, che forse gli studiosi avevano trovato un modo per tenere lontani i mostri. Una volta superata la paura, per le geniali menti di Flaminis fu facile riuscire a collegare la comparsa notturna di quegli esseri a una probabile incapacità di vita alla luce del sole.

Non potevano averne la certezza assoluta, ma come uno degli inventori dichiarò la notte stessa davanti ai sopravvissuti: «Da questo momento in poi impiegheremo tutte le nostre forze nella creazione delle luci artificiali in grado di riprodurre i raggi solari. Nel caso funzionassero, faremo in modo che siano abbastanza forti da poter tenere lontani i mostri dalle strutture abitative e verranno distribuite per tutta Eos in modo che queste disgrazie vengano scongiurate sul nascere».

Probabilmente avevano ormai capito anche la vera natura di quegli esseri, ma dinanzi alla speranza che iniziò a diffondersi negli animi di tutti, forse preferirono lasciare quell’intuizione un segreto: un tabù impronunciabile.

Rassicurati da quella notizia e dalle reazioni positive delle persone, Shiva si sentì quasi più tranquilla all’idea di abbandonare Flaminis e di lasciarla sotto lo sguardo vigile e attento di Titan, e aiutata da Hyperion iniziò a preparare l’aeronave.

Poche provviste, per sostenere il viaggio fino a Lucis, e i soliti beni di prima necessità, nulla di più e nulla di meno. Una volta in quell'altro continente avrebbero cercato un luogo isolato dove rifugiarsi per qualche tempo prima di spostarsi ancora ed evitare a Ifrit di localizzarli o di attaccare dei centri abitati.

Almeno, era quello il piano che la Glaciale si era ripetuta mentalmente più e più volte, per prepararsi a quella che aveva il sapore di una fuga.

Tuttavia, per quanto quel momento fosse pacifico e quieto, la Dea non poté fare a meno di sussultare nel sentire un lungo e sinistro brivido percorrerle la schiena. Attorno a lei la vita stava proseguendo tranquilla e Hyperion stava sottoponendo l’aeronave agli ultimi controlli per assicurarsi che fosse pronta per l'imminente partenza, ma poteva ugualmente sentire il pericolo crescere e iniziare a gravarle sulle spalle come un macigno.

Si costrinse a stare in allerta. Stava per accadere qualcosa, ne era certa, e resa nervosa da quella consapevolezza, fece correre lo sguardo attorno a sé alla ricerca di una risposta con crescente timore. La fonte di quella sensazione era vicina, ma a causa della gravidanza i suoi poteri sembravano sempre più letargici, per quel motivo non riusciva a localizzare la fonte di quella minaccia che l’aveva messa in allarme.

Cercò di concentrarsi e di incanalare le sue energie su quella ricerca, rendendosi conto che per quanto le ricordasse il momento in cui i malati raggiungevano l'ultimo stadio del morbo, ciò che stava provando era al tempo stesso differente.

Frustrata e innervosita, e soprattutto spaventata all'idea che si trattasse di Ifrit, seguì con lo sguardo Hyperion, inginocchiato sull'asfalto della rampa di decollo.

Socchiuse le labbra per chiamarlo, attirare la sua attenzione, ma le parole sembrarono quasi morirle in gola facendola sentire nauseata non dalla debolezza del suo corpo ma anche da tutto ciò che la circondava in quel preciso istante.

«E tu che ci fai qua sotto?», mormorò ignaro di tutto l'uomo, tirando fuori quasi con fatica un gattino che si era nascosto sotto i motori dell'aeronave, «Potevi farti molto male, sai?»

Solo in quel momento, Shiva, avvertì la minaccia concretizzarsi. Era bastato un semplice raggio di luce sul corpo magro e minuto dell'animale per farlo contorcere, come in preda a delle convulsioni, tra le mani di Hyperion.

Le unghie del felino si conficcarono nella pelle chiara dell'uomo che, sorpreso e spaventato dalla sua reazione così violenta, emise un gemito di dolore. Provò subito ad allontanare l'animale per permettergli la fuga, ma ancor prima di potersi muovere per davvero o di consentire alla Glaciale di intervenire, il gatto si dissolse in una leggera nube nera.

Hyperion, pietrificato, non poté fare a meno di iniziare a tossire nel venire investito da quel pulviscolo, sventolando subito le mani davanti al viso per allontanare quella strana polvere scura.

«Hyperion…», esalò Shiva, rimasta a sua volta paralizzata. L’uomo si voltò verso di lei, con gli occhi sgranati e un poco arrossati.

Nessuno dei due riuscì a parlare, ma quanto era appena accaduto era chiaro a entrambi, e la Glaciale sapeva senza ombra di dubbio che la colpa era solo ed esclusivamente sua.