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The Sunset of Solheim

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XI.

Con il calare della notte nel villaggio minerario si era creato un piacevole silenzio che sembrava quasi stonare con la tensione di quei mesi.

La cena era terminata da ore, e tutti i membri del convoglio proveniente da Lucis si erano ritirati nelle loro abitazioni o nelle tende, lasciando di ronda solo alcuni soldati che, a cadenze regolari, ricevevano il cambio per concedersi a loro volta qualche momento di riposo.

Come tutti gli altri, anche Shiva, Titan e Hyperion si erano congedati e mentre quest’ultimo dormiva, le due divinità avevano preso posto in un’altra delle stanze della dimora che avevano occupato. Quieti, erano rimasti persi nei rispettivi pensieri per ore, analizzando la situazione e inseguendo delle soluzioni che tuttavia continuavano a sfuggire alla loro comprensione.

Nonostante quelle inquietudini, fu soltanto con i primi raggi del sole che i due Siderei avvertirono quella piacevole pace venire spezzata da un oscuro presagio.

«Flaminis», mormorò senza fiato Shiva, permettendo a quella sensazione di negatività di investirla in pieno petto. Non si trattava di un nuovo attacco di Ifrit - lo avrebbe capito - era un qualcosa di più infimo… e temeva si trattasse proprio di quei malati il cui destino sembrava segnato da un’inevitabile trasformazione in mostri.

«Non è un attacco», confermò Titan.

«Temo si tratti degli infetti», aggiunse lei, cercando di placare la propria angoscia, «dobbiamo… dobbiamo andare e vedere…»

«Sarebbe sospetto per i mortali vederci sparire in questo modo», rispose l’Immane con tono calmo, spostando lo sguardo verso la finestra dell’abitazione, attraverso la quale era possibile scorgere i primi gruppi di soldati destarsi per riprendere le loro normali mansioni.

Sembrava voler apparire controllato e superiore a quella situazione, ma un leggero tic nervoso nelle sue dita, che tamburellavano sulle sue braccia muscolose, tradiva il suo reale stato d'animo.

«Attendiamo che partano?», chiese la Dea, scuotendo poi il capo per l’impossibilità della sua stessa idea, «Ci incontrerebbero poi a Flaminis», concluse infatti, cercando di non lasciarsi trasportare dalla premura e dalla necessità di spostarsi verso dove era richiesto il loro intervento.

Discussero forse per un’ora alla ricerca di una soluzione, venendo interrotti solamente dal risveglio di Hyperion, il quale impallidì nel venire messo al corrente della situazione.

«Non… possiamo proprio fare niente?», domandò ricevendo risposta proprio da Titan che, scuotendo la testa, strinse i possenti pugni come per trattenersi. Shiva avvertiva la crescente frustrazione del compagno e lei stessa trovava complicato nascondere il suo nervosismo.

«Possiamo mentire, dire che dobbiamo tornare indietro…», provò Hyperion, «e non dobbiamo per forza metterli al corrente dei nostri spostamenti! Siamo persone libere! Siete i Siderei, inoltre!», concluse con più decisione.

«Questo è vero, ma non possiamo neanche escludere che si tratti di una trappola di Ifrit», aggiunse l’Immane, «non è uno sprovveduto, e pur potendoci colpire in questo luogo, sa che la ferita che potrebbe aprirsi attaccando Flaminis con voi due presenti sarebbe molto più grande», spiegò.

Aveva pienamente ragione e il silenzio che calò dopo quell’affermazione sembrò concedere ai tre un momento di riflessione. Il pericolo era sempre in agguato, in qualsiasi luogo e momento, e la lunga assenza di Ifrit non faceva altro che renderli sempre più inquieti.

Tuttavia la Glaciale non si sentiva disposta ad abbandonare Flaminis e tutte quelle povere vittime che avevano già sofferto abbastanza. Era il suo dovere proteggerle: su quello non aveva dubbi.

«Si tratta di compiere una scelta…», mormorò l’uomo qualche minuto dopo, sollevando lo sguardo per guardare Shiva negli occhi. La Dea assentì seria, leggendo nel viso del compagno la sua stessa presa di posizione.

«Ho già scelto», rispose infatti la Glaciale, «non possiamo lasciarli soli: qualsiasi cosa sia accaduta».

L’immane sospirò, acconsentendo infine con un basso: «D’accordo», che giunse alle orecchie di Shiva quasi come sollevato. Si era preso il compito di proteggerla ma neanche lui poteva, né voleva, dimenticare i doveri che aveva nei confronti dei mortali.

Iniziarono a raccogliere i pochi bagagli che avevano scaricato dall’aeronave per stabilirsi in quella dimora, e dopo aver permesso a Hyperion di consumare una breve colazione, lasciarono quelle quattro mura. Fuori il sole stava iniziando ad accarezzare ormai tutto il villaggio minerario e i membri del convoglio di Lucis si stavano muovendo attivi ed energici per abbandonare a loro volta quello che era stato il loro rifugio notturno. Anche il Principe Einar e la sua compagna erano tra coloro che si stavano preparando per riprendere il viaggio e accolsero Shiva, Hyperion e Titan con un sorriso gentile nel vederli.

Si scambiarono dei saluti carichi di rispetto reciproco e, anche senza annunciare apertamente le loro intenzioni, sia Einar che Aracaelis sembrarono intuire le loro prossime mosse.

«Anche voi avete deciso di partire?», domandò la giovane donna.

«Esattamente», rispose la Glaciale, ma ancor prima di poter continuare a parlare e dare una breve spiegazione sui loro movimenti per pura gentilezza, la voce calda di Aetius Amicitia li fermò.

«Principe Einar! Zephyr sta tornando», dichiarò con sicurezza l’uomo, prendendo uno dei vari fischietti che teneva legati in vita per portarlo alla bocca. Il suono che produsse giunse alle loro orecchie forte e limpido, e alzando il braccio nudo, Aetius permise al suo falco di atterrare con grazia, senza ferirlo con i suoi artigli - segno del legame che li univa.

«Deve essere successo qualcosa a Flaminis», mormorò, «lo trovo… irrequieto», concluse, sciogliendo con delicatezza il nastrino sulla zampa del rapace per prendere il messaggio attaccato in esso.

Shiva, pur non sapendo il contenuto di quella piccola missiva, trovò facile ipotizzarne l’argomento, infatti le bastò uno sguardo verso il giovane Amicitia per averne la conferma. Il suo viso si fece se possibile ancor più serio e quasi pallido mentre rileggeva forse per una seconda volta il messaggio per assicurarsi di aver compreso del tutte quelle parole. Il volto di Aetius attraverso rapidamente confusione, incredulità e timore, e solo dopo qualche momento di esitazione sembrò trovare il coraggio di consegnare quel piccolo triangolino di carta al suo principe, il quale lo lesse ad alta voce.

« Cinquanta pazienti sono scomparsi all’alba. I testimoni sono stati messi in quarantena. Si sta diffondendo il panico», recitò, guardando subito Aracaelis. Il messaggio, breve e conciso, non dava risposte ma riuscì in un solo attimo a creare ulteriori domande e preoccupazioni.

«Dobbiamo sbrigarci», dichiarò prontamente la giovane donna

Pur non sapendo cosa avrebbero affrontato una volta giunti a Flaminis, né se il loro intervento sarebbe per davvero stato incisivo, bastarono quelle poche parole a far unire ulteriormente quel gruppo e ad animarlo. Erano pronti ad andare fino in fondo, e per quello Shiva si sentiva quasi in dovere di ringraziarli.

Mossa a sua volta dalla sicurezza dei mortali, lanciò uno sguardo verso Titan. Non era più il momento delle scuse, delle ipotesi e delle paure, ma quello di stare uniti.

«La nostra aeronave può portare altri quattro passeggeri», dichiarò infatti, «Possiamo condurvi a Flaminis in poco tempo e far inviare altre navi a recuperare il resto del vostro seguito».

Einar, sorpreso da quella proposta, la guardò preoccupato.

«Il vostro è un pensiero nobile, ma non vogliamo mettervi in pericolo».

«Lo siamo tutti ormai», rispose la Glaciale, «e a questo punto possiamo solamente fare la cosa giusta senza fuggire».

Anche l’Immane annuì per le sue parole mentre Hyperion, silenzioso, si limitò a stringerle la mano per confermare la sua presenza e presa di posizione.

«Non possiamo farvi cambiare idea immagino», commentò Aracaelis.

«Esattamente», dichiarò Titan senza esistare.

«D’accordo», assentì allora Einar rivolgendosi poi ad Aetius serio, «con noi verranno Zeno e Darius, lasciamo il comando a te e a Iulian. Partite appena pronti, vi verranno incontro con delle aeronavi».

Il giovane Amicitia annuì con un’espressione composta, e dopo essersi esibito in un breve inchino si allontanò per comunicare al resto del convoglio gli ordini del Principe. I preparativi per la partenza furono celeri, e una volta caricata l’aeronave con i pochi bagagli essenziali dei due medici scelti da Einar, si sollevarono in volo diretti verso Flaminis.





Il messaggio che il falco Zephyr aveva consegnato quella mattina aveva creato nell’immaginario dei presenti varie ipotesi ma, una volta a Flaminis, nessuno di quei pensieri sembrò essere stato in grado di avvicinarsi anche solo lontanamente a ciò che era realmente accaduto.

Fu Tenebris, pallida in viso e con gli occhi scavati dal sonno, ad accoglierli una volta atterrati. E mentre alcuni suoi collaboratori iniziarono ad occuparsi del trasporto degli altri membri di Lucis, lei si presentò ai due nobili, cercando poi con voce stanca e preoccupata di dare una vera e propria spiegazione a quanto era accaduto in quelle ultime ore.

«Alle prime luci dell’alba, durante il solito giro per controllare i pazienti, il gruppo medico si è reso conto del crescente malore delle persone ricoverate della struttura sud. Hanno detto che tremavano come in preda alle convulsioni. Il protocollo prevede la somministrazione del benzodiazepine e, dopo i dovuti controlli, i medici sostengono di aver tentato di procedere con l’infusione endovenosa… ma i pazienti sono scomparsi sotto i loro stessi occhi».

«Scomparsi?», si intromise Einar, «Sono fuggiti?»

«La fuga sarebbe stata una spiegazione più logica, mi creda Principe… ma sono letteralmente scomparsi nel nulla. Hanno lasciato dietro di sé solo i propri indumenti e un pulviscolo scuro».

«Come è possibile?», esalò Aracaelis, senza ovviamente ricevere una risposta. Tenebris si limitò infatti a scuotere la testa, stanca e provata.

«Abbiamo messo il gruppo medico in quarantena. Sono spaventati ma coscienti. Tra di loro c’è anche il Capo Medico di Flaminis, lui stesso sta svolgendo delle analisi preliminari per determinare la tossicità di quel pulviscolo e se il contatto con i pazienti a quello stadio della malattia abbia causato un contagio», spiegò, «al momento… stiamo cercando di mantenere la calma tra gli altri rifugiati. La notizia si è sparsa e abbiamo avuto alcuni attacchi di panico e svenimenti. Stiamo faticando a mantenere il controllo… per questo avete tutta la mia gratitudine, il vostro aiuto è indispensabile in questi momenti...», ammise con il capo basso.

Della donna forte e sicura che Shiva aveva conosciuto, e che aveva visto solo fino a qualche giorno prima, sembrava essere rimasta solo un’ombra. La stanchezza e l’inaspettata evoluzione di quella malattia sembravano averla debilitata. Tuttavia, la Glaciale nell’osservarla ebbe come l’impressione che non avesse detto tutto, ma che al contrario avesse tenuto per sé dei dettagli che, forse, erano da attribuire a una natura più personale.

Quel dubbio venne confermato solo qualche minuto dopo, quando a Shiva fu permesso di leggere i nomi del gruppo medico messo in quarantena. Albus e Astraea Nox Flauret apparivano nero su bianco tra le persone che avevano preso parte alla ronda mattutina, e quello spiegava ampiamente l’aspetto provato della giovane donna.

La Dea si scambiò solo un breve sguardo con Hyperion, volgendo poi gli occhi verso Aracaelis ed Einar che, solenni e seri, cercarono di prendere il controllo della situazione.

«Zeno e Darius sono pronti ad affiancare i vostri medici e volontari», dichiarò il Principe, noi due ci occuperemo invece di fare un po’ d’ordine. Diverrà più semplice quando arriverà il resto del nostro seguito».

Tenebris assentì permettendo poi a uno dei suoi collaboratori di condurre i nobili e i medici laddove era richiesta la loro presenza. Rimasti soli con la giovane donna, Shiva si fece subito avanti per prenderle le mani, stringendole con decisione come per darle un po’ di conforto.

«Non credevo di rivedervi», mormorò Tenebris, ricambiando debolmente la stretta.

«Siamo… venuti a conoscenza della situazione tramite il Principe Einar e il suo seguito», rispose la Glaciale, aggiungendo poi un:  «Possiamo fare qualcosa per aiutarti?», con dolcezza.

«Avete già fatto troppo… dovresti raggiungere la tua famiglia», commentò la giovane.

«Niente è troppo se possiamo aiutare!», ribatté Hyperion, «Siamo qui per fare la cosa giusta».

«La cosa giusta…», ripeté Tenebris chiudendo gli occhi, «era quello che stavamo facendo qui, no? Stavamo cercando di aiutare i malati e i feriti…»

Le sue parole erano cariche di delusione e stanchezza. Disincantata, sembrava aveva perso la sua forza e decisione sotto il peso degli eventi di quelle ultime ore.

«Posso comprendere i tuoi sentimenti», riprese la Glaciale, comprensiva e calma, «ma combatteremo fino a trovare una soluzione».

Shiva per prima doveva credere alle sue stesse parole. Doveva credere che avrebbero trovato un rimedio a quella piaga che, lentamente, aveva iniziato a evolversi in maniera del tutto inaspettata.

Tenebris, assentì debole, volgendo poi lo sguardo verso Titan, rimasto in silenzio fino a quel momento.

«Lui…»

«Atlas, è il fratello di Daya… ci siamo incontrati a Cephas, poco prima che arrivasse il convoglio di Lucis», mentì prontamente Hyperion mentre l’Immane, nel venire presentato con il suo nome fittizio, si limitò a fare un semplice cenno col capo. La giovane donna accettò senza altre domande quella spiegazione.

«Siete davvero sicuri di voler restare qui?», domandò.

«Nessun posto è sicuro», spiegò sincera Shiva, «non possiamo sapere cosa ci aspetta il futuro… ma per il momento, però, siamo qui».

«Vi ringrazio…»

«Ci occuperemo di coprire i turni rimasti scoperti e faremo il possibile per non far gravare questa mole di lavoro solo su di te», proseguì la Glaciale, lasciando in quel modo mute le paure e le incertezze che quel nuovo stadio della malattia aveva creato nella giovane donna.

«Lascia fare a noi», assentì Hyperion, e congedandosi in quel modo da Tenebris si spostò ad aiutare gli altri abitanti di Flaminis seguito da Titan. Poco dopo anche Shiva si allontanò dalla giovane donna, soffermandosi solo per un momento ad osservare il cielo azzurro, macchiato da piccole nuvole candide. Troppi innocenti stavano pagando per il suo errore, e per quel motivo si ritrovò a pregare silenziosamente Ifrit, supplicandolo di ritrovare un po’ del suo buon cuore e di risparmiare quelle persone. L'avrebbe potuta odiare per il resto della sua esistenza, non l'avrebbe biasimato, ma desiderava solamente che l'Ardente accettasse il dialogo che Bahamut e gli altri stavano cercando di avere con lui pur di porre fine a quell’incubo che stava opprimendo gli animi di tutta Eos.