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The Sunset of Solheim

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X.

Il viaggio andò avanti senza ulteriori soste, e quando giunsero alle miniere il sole aveva già raggiunto le montagne a ovest, colorando il cielo di un morbido arancione rosato, macchiato solamente dall’ormai lieve foschia causata dalle fiamme che erano divampate a Solheim con l'attacco di Ifrit - solo il tempo avrebbe cancellato le conseguenze del fuoco dell’Ardente.

Da decenni quel villaggio minerario, Cephas, era stato abbandonato in favore di altre abitazioni più comode e moderne sparse in quei territori ricchi di materiali. Di conseguenza, quei luoghi ormai isolati erano il rifugio perfetto per chi, come loro, cercava un riparo per qualche giorno.

«Resteremo qui per qualche giorno, poi partiremo per il Villaggio delle Cascate e infine Lucis», aveva commentato Titan, trovando il supporto degli altri due compagni di viaggio.

Mancavano meno di quattro mesi al parto e, pur di non dare modo a Ifrit di trovarli prima del tempo, avevano deciso di continuare a viaggiare senza fare soste troppo lunghe stesso territorio.

Vivevano nel dubbio, i sensi sempre in allerta e il cuore pronto a fermarsi in caso di attacco. Da una parte, quell’apparente calma era quasi rassicurante, ma era come se il Sidereo stesse solamente attendendo l'occasione più propensa nella sua lucida follia.

Sta raccogliendo le forze”, era quella la considerazione che più volte aveva attraversato la mente di Shiva, insieme al timore che l’Ardente attaccasse Flaminis o altre città solo per farla uscire allo scoperto. E quella era un'ombra ben lontana dall’essere solo un incubo passeggero.

Scelsero la zona a loro dire più sicura, e quando la notte calò dolcemente sul villaggio abbandonato non poterono fare a meno di restare con le orecchie tese per captare ogni rumore anomalo e i muscoli pronti a scattare alla prima minaccia. Sembrava tutto pacifico, come se niente fosse in grado di smuovere quel luogo, tant’è che Shiva non poté fare a meno di distendersi accanto a Hyperion in una piccola brandina mentre Titan, fuori dall'abitazione, si era preso il compito di fare la guardia e permettere al compagno della Dea di riposarsi.

Era stata una giornata pesante, così come tutte le altre che l'avevano preceduta, e Hyperion sembrò quasi sul punto di crollare addormentato all'istante non appena il suo corpo incontrò il fine materasso.

«Riposa tranquillo», lo rassicurò Shiva, accarezzandogli i capelli.

«Mi… sembra ancora assurdo», mormorò l'uomo, «sono sposato con la Glaciale, che… è incinta. E tutto questo ha portato alla distruzione di Solheim, malattie e mostri. E ora siamo in fuga dal tuo… ex?»

La Dea lo ascoltò in silenzio, comprendendo i suoi dubbi e l'incapacità di credere a quella situazione che sembrava sfiorare l'impossibile.

«Mi dispiace», sussurrò piano lei, forse per l'ennesima volta da quando era iniziato quel calvario. Non poteva cambiare ciò che era accaduto e i suoi errori avrebbero sicuramente segnato l'intera esistenza di tutta Eos, perseguitandola ogni singolo giorno della sua interminabile vita. Avrebbe fatto di tutto pur di evitare a Hyperion quel tormento, si sarebbe fatta da parte se solo fosse stato possibile e se avesse avuto la sicurezza di salvarlo.

«Smettila», la riprese l'uomo, sollevandosi un poco, «anche se è tutto più difficile, non mi sono pentito. Te lo ripeterò fino a quando avrò fiato in corpo: ti amo e il tempo che ho trascorso con te è il migliore di tutta la mia vita».

«Però… se non ci fossimo conosciuti avresti incontrato un’altra donna e tutto questo non sarebbe accaduto».

«Qualsiasi altra donna non mi avrebbe fatto sentire come te», rispose Hyperion prendendole la mano e baciandola, «mi sento completo con te, è come se fossi tu il mio… peso. Ciò che mi tiene ancorato a terra».

«Temo non sia nei miei poteri il controllare la gravità», sorrise lievemente Shiva, affascinata ancora una volta dalla semplicità con la quale l'uomo riusciva a curare le sue ansie e insicurezze. Hyperion sorrise per la sua risposta e, sporgendosi verso di lei, la baciò con delicatezza.

«Grazie per… per aver scelto me», mormorò l’uomo, sistemandosi meglio nel loro giaciglio.

Il sonno lo accolse poco dopo e solo in quel momento Shiva si sentì in grado di rispondere mentalmente a quell’affermazione, ringraziandolo a sua volta per non essere scappato e per esserle rimasto accanto nonostante tutto.





Il sole era sorto su quel villaggio minerario per tre volte dal loro arrivo. Le giornate si erano susseguite lente e quiete, insanamente pacifiche come la calma prima della tempesta, e sembrarono trovare una piccola e innocua svolta quando Shiva e Titan, nel primo pomeriggio del terzo giorno, avvertirono delle presenze umane in avvicinamento dal porto a nord-est della regione.

«Lucis», aveva mormorato l’Immane, rendendo partecipe in quel modo anche Hyperion, e solo poche ore più tardi le sue parole vennero ampiamente confermate quando, in quel villaggio abbandonato, giunse un convoglio militare e medico formato da un centinaio di persone.

Viaggiavano in sella a dei grandi e forti uccelli, tipici della loro terra, chiamati Chocobo, caratterizzati da un piumaggio giallo o nero che catturava i raggi solari facendoli quasi brillare. Tanto belli e fedeli ai loro padroni, quanto antiquati in confronto alle scoperte di Solheim nel campo aeronavale. A Lucis, infatti, solo di recente la popolazione aveva iniziato ad abbandonare le sue antiche tradizioni per affacciarsi alla tecnologia, perché le vecchie abitudini erano difficili da lasciare e, come era accaduto tante altre volte in passato, le novità erano spesso fonte di paura e superstizione.

Nonostante tutto ad Aestuaria, la capitale di quel regno che sorgeva nel continente oltre il mare a est di Solheim, erano sempre stati presenti Re e Regine che, nel corso della storia, si erano dimostrati degni di coraggio e benevoli verso il prossimo. Come in quel malaugurato caso, dove in risposta alla notizia dei pericoli nati a Solheim, avevano subito fatto in modo di promettere un aiuto a Flaminis.

La Glaciale si mostrò visibilmente sollevata dal loro arrivo, e pur essendo consapevole che neanche il loro esercito più forte sarebbe stato in grado di proteggere gli innocenti dalla furia di Ifrit, la loro presenza sarebbe comunque stata fonte di speranza per i rifugiati.

«Sono gli aiuti provenienti da Lucis?», domandò in un sussurro Hyperion, con gli occhi fissi verso la testa del convoglio che si stava fermando a un centinaio di metri da loro.

«Esattamente», assentì Shiva, mentre un uomo e una donna smontavano dalla sella dei loro Chocobo per avvicinarsi a loro.

Indossavano abiti ricchi ma comodi, adatti per un lungo viaggio, e la Dea non aveva bisogno di sentirne le presentazioni per sapere chi aveva davanti perché li aveva già visti in passato durante le sue fughe dal Regno dei Siderei. E così come i loro predecessori, il Principe di Aestuaria, Einar Caelum, e la sua compagna nonché futura Regina, Aracaelis Sagitta, si erano sempre dimostrati degni di fiducia e rispetto agli occhi della Dea.

Einar fu il primo ad avvicinarsi. Il viso dalla pelle un po’ arrossata per il sole aveva una piacevole forma ovale ed era incorniciato da dei fini e brillanti capelli neri come le piume dei Chocobo che li accompagnavano, e per quanto le sue labbra fossero piegate in un sorriso calmo e amichevole, i suoi occhi blu tradivano una certa preoccupazione oltre che stanchezza. Gli stessi sentimenti erano ben visibili anche nel volto e nelle iridi verdi della giovane donna che lo accompagnava, i cui capelli castani cadevano come morbide onde lungo la sua schiena.

«Einar Caelum, Principe di Aestuaria del Regno di Lucis», si presentò solenne, tendendo poi il braccio verso la sua compagna per introdurla, «e lei è Aracaelis Sagitta, della stirpe degli Arcieri di Costlemark».

Titan, fiero e deciso, fece a sua volta un passo avanti.

«Atlas», disse senza troppi giri di parole e senza mostrare neanche un po’ di rispetto per la nobiltà di Lucis, «Daya, mia sorella, e Hyperion, suo marito».

Il suo atteggiamento forte sembrò però non scalfire il giovane principe che, annuendo, fece scorrere lo sguardo sui tre come per memorizzarne i nomi.

«Provenite da Flaminis?», chiese gentile, e a quel punto fu Shiva a parlare, con tono più calmo e tranquillo, meno forte in confronto a quello dell’Immane.

«Sì, Altezza», rispose, «siamo dei sopravvissuti di Solheim, e ieri abbiamo abbandonato Flaminis».

«Cosa vi ha portato lontano da quel rifugio?», domandò la donna, con curioso garbo.

«Intendiamo raggiungere il Villaggio delle Cascate, dove ci ricongiungeremo con altri membri della famiglia», spiegò la Glaciale, utilizzando la bugia creata da Hyperion per giustificare la loro partenza. I due nobili di Lucis si consultarono con un breve sguardo d’intesa, e alla fine fu di nuovo l'uomo a riprendere la parola.

«Il nostro seguito, così come i Chocobo, ha bisogno di riposo. Era nostra intenzione sostare qui per non causare disturbi…», dichiarò con cortesia, «E questa intenzione rimane valida, vista la vostra presenza».

Non era costretto a condividere i suoi piani con degli sconosciuti né a chiedere loro il permesso per pernottare in quel luogo, ma per puro riguardo si era ugualmente premurato di informarli e dare loro la possibilità di rispondere.

«Nessun disturbo, Altezza», affermò Shiva, «è un vero onore per noi», aggiunse.

«Divideremo volentieri con voi le nostre razioni di cibo, se vi fa piacere», aggiunse Aracaelis e, in men che non si dica, il convoglio iniziò a muoversi, in modo ordinato e preciso, verso le altre dimore abbandonate per renderle un po’ più accoglienti. L’umore, nonostante la tensione e preoccupazione, sembrò quasi alleggerirsi dinanzi alla prospettiva di una notte di riposo prima di affrontare il resto del viaggio, e le loro chiacchiere iniziarono ben presto a diventare un piacevole sottofondo durante la preparazione del pasto per tutti.

Einar e la sua compagna, intanto, vennero condotti da Hyperion e Shiva nella dimora che avevano scelto per quei pochi giorni di sosta, e dopo essersi accomodati, iniziarono a raccogliere le ultime informazioni provenienti da Solheim e Flaminis. La Glaciale, più incline a parlare con i mortali, si impegnò per dare voce ai pensieri e alle paure del rifugio che avevano abbandonato solo pochi giorni prima, aggiornandoli sulle scoperte fatte. Parlò infatti dell’attacco che aveva distrutto Solheim, spostandosi poi verso la malattia e infine sulla spedizione che aveva portato alla luce quel nuovo pericolo, sconvolgendo la vita già in bilico di Flaminis. Raccontò del messaggio d’aiuto inviato dai ricognitori e del loro ritorno alla base con il lutto al braccio e gli occhi carichi di terrore al solo pensiero dei mostri che avevano affrontato.

«Eravamo già a conoscenza di alcuni fatti», ammise seria Aracaelis, «tuttavia questi ultimi avvenimenti portano l'allarme a un altro livello».

Shiva assentì a sua volta, composta, tenendo tuttavia per sé ciò che Bahamut e il resto dei Siderei avevano ipotizzato: la vera natura dei mostri. Aveva pensato con attenzione al legame che poteva unire quegli esseri ai malati, e se le loro supposizioni erano fondate - preferiva continuare a beneficiare del dubbio -, temeva che non sarebbe stato possibile guarire quelle persone che avevano ormai raggiunto lo stadio finale della malattia. Per il momento, la Glaciale, poteva solamente basarsi sulle descrizioni spaventate dei ricognitori e non su un’esperienza personale, ma da quel che aveva sentito non sembrava esistere più nulla di umano in quei mostri.

«Se ciò che ci state dicendo viene confermato… non sarà più possibile muoversi la notte senza incontrare questi… esseri», proseguì Einar pensieroso.

«Al momento li hanno avvistati solo a Solheim, ma non escludo che possano spostarsi…», rispose la Glaciale.

«O moltiplicarsi in altri luoghi», concluse impassibile Titan, facendo calare su quel discorso un silenzio pregno di tensione. Né Einar e né Aracaelis parvero volersi mostrare spaventati o pentiti della loro scelta di lasciare Lucis per intraprendere quella missione di soccorso. Forse erano preoccupati, ma sicuramente non sembravano volersi tirare indietro.

«Non sappiamo quanto il nostro aiuto potrà influire sulle sorti dei malati, né se riusciremo a difenderli dai mostri. Ma siamo certi che faremo tutto ciò che è in nostro potere per non rendere vano il nostro intervento», dichiarò il Principe senza alcun ombra di dubbio nella voce, mentre la mano della sua compagna andava a stringersi sulla sua come per infondergli ulteriore coraggio.

Shiva li osservò per qualche momento, trovando come sempre affascinante e sorprendente la forza dei mortali, ma anche come molta gente fosse naturalmente guidata da sentimenti di altruismo e non dalla forte ed egoistica voglia di fuga. E la Dea era certa che anche Titan, il cui cuore si era indurito in quegli ultimi secoli, stesse provando il suo stesso desiderio: la necessità di aiutare e proteggere coloro che, a causa della follia di Ifrit, si stavano impegnando con anima e corpo per aiutare i più sfortunati.

Si spostarono solamente per la cena che venne servita qualche ora più tardi e che li portò a sedersi attorno a degli ampi falò creati per stemperare il freddo della notte e per tenere ulteriormente unito quel gruppo, formato da soldati e medici, che stava viaggiando verso un qualcosa di ignoto e pericoloso. Quella cena aveva esattamente il compito di consolidare quel cameratismo già esistente, e Shiva stessa avvertì quasi un senso di complicità nel pasto che stavano consumando all’aria aperta, illuminati dalle fiamme del fuoco e riscaldati inoltre anche dal calore dei Chocobo che, riposati, giacevano distesi accanto ai loro padroni nutrendosi con l’Erba di Ghisal.

La Dea, Hyperion e Titan rimasero ‘ospiti’ del Principe e della sua compagna, insieme al loro seguito più stretto, formato dai soldati di alto rango, medici e membri indispensabili della loro cerchia. Una delle figure più interessanti, che dava un’idea ben chiara del modo di vivere di Lucis fino a quel momento, era quella occupata dalla famiglia di Aetius Amicitia, un giovane uomo dai capelli castano scuro e la pelle colorata dal sole, sulla quale brillavano piccole e perlacee cicatrici.

Gli Amicitia, come Shiva ben sapeva, servivano il Regno e la famiglia reale da secoli e ricoprivano il ruolo di Falconieri. La loro era un’arte antica, tramandata di generazione in generazione e che li vedeva allevare e afferrare uccelli rapaci non solo per renderli utili per la caccia e la ricognizione, ma anche alla consegna di messaggi lungo tutto il territorio.

«Non saranno veloci come le comunicazioni di Solheim, ma sono fedeli e affidabili», aveva spiegato Aetius con orgoglio, dando poi una risposta a tutte le domande che Hyperion aveva iniziato a porgli, curioso e affascinato da quello che per lui era un metodo quasi antiquato ma sicuramente suggestivo.

La Glaciale, così come Titan, ascoltò in silenzio quei discorsi ma la sua mente ben presto iniziò a vagare verso dei dubbi e pensieri ormai familiari, alla ricerca di quelle risposte che sfuggivano alla sua presa. Desiderava aiutare quei giovani e il loro seguito, così come avrebbe voluto rendersi più utile durante il suo soggiorno a Flaminis, ma non era stata in grado di fare niente di concreto per loro. Si sentiva impotente: incapace anche solo a risolvere quel problema che lei stessa aveva contribuito a creare.

Si accarezzò la pancia, andando alla ricerca dell’ormai familiare sensazione di sollievo e rassicurazione che il bambino che le stava crescendo in grembo era in grado di donarle.

«Se non sono troppo invadente, potrei chiederti quando nascerà?», domandò Aracaelis, il cui sguardo era stato probabilmente attratto dalle carezze calme che Shiva stava riservando al suo ventre.

«Mancano… circa quindici settimane», rispose sincera con un lieve sorriso che venne oscurato da un pensiero che già troppe volte le aveva attraversato la mente. Presto quel bambino sarebbe nato e, senza alcun’ombra di dubbio, lei e Hyperion lo avrebbero amato più di qualsiasi altra cosa… ma sarebbe rimasto un qualcosa in quel mondo? Aveva promesso più volte a sé stessa che avrebbe protetto suo figlio e che avrebbe fatto in modo di farlo vivere in un posto migliore, eppure in quel momento non poteva non pensare a Ifrit in agguato, ai malati di Flaminis e ai mostri che in quelle ore notturne stavano popolando le strade deserte di Solheim.

Il futuro era un’incognita perfino per lei che era una Dea, e non poteva negare di sentirsi spaventata da quell’insicurezza.

«Vedrai che questo incubo finirà!», la incoraggiò Einar, intuendo parte del significato di quell’ombra che aveva attraversato gli occhi della Glaciale, «Dobbiamo credere che sarà così: non possiamo permetterci di perdere la speranza!»

Era un pensiero positivo e ottimistico, al quale tutti si stavano aggrappando pur di non cadere nella disperazione, e Shiva si ritrovò ad annuire più che altro per ringraziare il Principe di Aestuaria che per una vera e propria convinzione. Aveva paura ma desiderava per davvero essere in grado di volgere uno sguardo più fiducioso al futuro e sapeva di doverlo fare: per Hyperion e per il loro bambino.