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The Sunset of Solheim

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VIII.

I giorni si erano presto trasformati in settimane e queste si erano tramutate infine in un mese, e Shiva, nonostante il proposito di lasciare Flaminis come promesso a Leviathan, non aveva potuto far altro se non continuare ad aiutare gli abitanti di quel rifugio tra le montagne.

Con il susseguirsi dei giorni, il numero dei rifugiati di Solheim era cresciuto a tal punto da dover creare nuove strutture di ricovero, e per la Dea si era rivelata una notizia oltremodo rincuorante, perché se si ignorava la malattia era fonte di speranza l'idea che così tanta gente fosse stata in grado di sfuggire all'inferno che aveva distrutto la capitale.

Le porte di Flaminis si erano aperte per tutti indistintamente, e anche se lo sconforto per la totale assenza di risultati con gli infetti stava iniziando a pesare, nessuno - tra medici e volontari - sembrava intenzionato a tirarsi indietro, e la stessa Shiva stava continuando a mettersi in prima fila per alleviare il peso di quelle persone che stavano dando così tanto ai rifugiati di Solheim.

Anche Hyperion, come la Glaciale, si stava a sua volta impegnando per aiutare il più possibile chi aveva bisogno, e nell’osservarlo Shiva non poteva evitare di sentirsi anche rassicurata dalla sua presenza. Una qualsiasi altra persona, probabilmente, se ne sarebbe andata, perché tutte le bugie e le colpe che gravavano sulle loro spalle erano difficilmente sopportabili perfino per lei, ma l’uomo era rimasto, dividendo quel peso e dimostrandosi quasi disposto a portarlo tutto su se stesso se fosse stato necessario.

La Dea si sentiva davvero rasserenata dall’impegno di Hyperion e dal suo cieco amore nei suoi confronti, tuttavia neanche la sua presenza riuscì ad impedirle di sentire la paura bloccarle il respiro quando, durante la cena, ricevettero via radio la richiesta d’aiuto di alcuni ricognitori di Flaminis.

La routine giornaliera di quegli uomini era ormai scandita dalle ricerche di altri sopravvissuti e dagli aiuti che portavano nelle città vicine, e anche se il loro rientro alla base era previsto per il tramonto, lì per lì nessuno si era preoccupato per quelle poche ore di ritardo. Solo l’arrivo della comunicazione fu in grado di sollevare nei presenti un vago senso di apprensione, soprattutto perché la trasmissione tra la base e quella manciata di volontari giunse agli operatori radio frammentata e frenetica, e l’unica cosa chiara fu proprio il bisogno di aiuto e il tono di terrore delle loro voci. Senza conoscere il motivo di quella richiesta, una seconda squadra di ricognitori prese il volo da Flaminis e per ore attesero il loro rientro.

Dei dodici volontari che erano partiti sia per la missione di recupero che per la ricognizione giornaliera, ne fecero ritorno solo otto e gli sguardi di quei sopravvissuti erano tinti di terrore e paura.

«Mostri!», aveva raccontato uno dei membri più anziani ed esperti del gruppo, «Esseri mai visti, nati dall’oscurità. Ci hanno attaccato mentre esploravamo delle rovine nella zona sud di Solheim e… non tutti sono riusciti a scappare...»

Si erano riuniti, medici e volontari, in una sala vuota e Shiva aveva ascoltato le loro parole con un’ansia crescente: con il timore che tutto fosse collegato al morbo che stava tenendo impegnata Flaminis intera.

«Che genere di mostri? Dateci un’analisi meno emotiva e più tecnica», si era imposta Tenebris. Era decisa, ma la Glaciale sentì chiaramente una nota preoccupata rendere il suo tono un po’ più acuto.

«Io…»

«Tenebris, dà loro un po’ di tregua. Sono terrorizzati e hanno perso dei compagni», a intervenire fu Albus Nox Flauret, i cui capelli bianchi e gli occhi verdi brillavano sotto le luci artificiali della sala. Era un uomo dall’aspetto duro ma dalla voce dolce così come il suo carattere. Simile in tutto e per tutto a sua figlia Astraea, Albus era un artista. Amava la poesia e la pittura, e Shiva lo aveva visto più volte trattenersi con Hyperion a far compagnia ai bambini rimasti orfani o che avevano visto i loro genitori cadere vittima di quella malattia ignota. Il cuore di Albus era grande tanto quanto l’amore che mostrava per le sue due figlie, unico ricordo vivente della moglie morta anni prima.

«Padre…»

L’uomo sorrise ai ricognitori, cercando di incoraggiarli a parlare senza fretta e timore e infatti, dopo qualche minuto di balbettii, questi riuscirono a esprimersi con più precisione. Descrissero degli esseri umanoidi ma che di umano sembravano avere ben poco. Deformi e deliranti, occhi che brillavano sinistri nel buio.

Nessuno, neanche la Glaciale, aveva mai sentito parlare di esseri simili. Sembravano essere spuntati dal nulla, dall’oscurità come avevano detto gli uomini, e mentre Shiva continuava ad elaborare in silenzio i suoi dubbi e le paure, queste raggiunsero invece le labbra di Tenebris che, fino a quel momento, erano rimaste strette in una smorfia.

«Non vorrei azzardare troppo con la mia teoria», esordì, «ma abbiamo subito l’attacco dell’Ardente che, come abbiamo supposto, ha fatto nascere la malattia che stiamo cercando di curare… e ora questo. Sono dei fatti troppo strani che mi fanno pensare ad un’unica cosa: tutto questo è collegato agli Dei».

«Come?», chiese un volontario.

«Se Ifrit ha contribuito per davvero a far ammalare queste persone, in qualche modo può anche aver creato questi mostri. Non sappiamo quali siano i reali poteri dei Siderei, né il perché l’Ardente abbia attaccato Solheim… ma sono delle coincidenze che non riesco a ignorare».

I presenti non osarono contraddirla, sorpresi e sconvolti dal ragionamento della giovane donna che sembrava non lasciar spazio a contraddizioni o dubbi.

«È… assurdo! C-come possiamo curare qualcosa creato dagli Dei?», domandò un medico allarmato, ricevendo come prima risposta un’occhiataccia da parte di Tenebris che, nonostante la paura, sembrava non essere disposta ad abbandonare i rifugiati che avevano chiesto asilo lì a Flaminis.

«Hai intenzione di tirarti indietro?», sibilò infatti.

«No!», esclamò l'altro, «È solo che…»

«Hai paura», intervenne Albus, la cui voce morbida e comprensiva era addirittura in grado di addolcire il carattere pungente della figlia maggiore, «nessuno è costretto a restare qui. Questo deve essere chiaro a tutti, non è questione di tirarsi indietro o meno. Ciò che sta accadendo è al di là della nostra comprensione: oltre le capacità umane. Tutti sono liberi di anteporre i propri bisogni, e quelli delle loro famiglie, agli altri. Credo però di parlare non solo a nome mio ma anche per le mie figlie: noi Nox Flauret resteremo a Flaminis, a proteggere e aiutare chi ha bisogno».

Shiva ascoltò le sue parole, avvertendo sia preoccupazione che orgoglio. Era stato gentile e comprensivo, aveva dato a tutti l'opportunità di scappare senza essere visti come codardi. La Glaciale lo stimava per questo, ed era certa che solo grazie a persone come Albus e le sue figlie che Flaminis sarebbe riuscita a rimanere unita in quei giorni di terrore.

Ripresero a parlare, vagliando ogni ipotesi di difesa contro quei mostri fino ad arrivare alle possibili cure, sperimentali e non, da sottoporre agli infetti. Tuttavia la Dea, attratta da un’energia a lei familiare, si costrinse in silenzio ad allontanarsi lentamente dalla sala, seguita subito da Hyperion che la raggiunse in uno dei corridoi all'apparenza deserti.

«Hanno... ragione?», chiese piano l’uomo con tono carico di incertezza, «Pensi sia tutto collegato all’Ardente?»

«Lo temo», mormorò Shiva seria, rimanendo impassibile quando alle orecchie di entrambi giunse una nuova voce calma e profonda - che, al contrario, fece fare un balzo a Hyperion, trovandolo infatti impreparato.

«I vostri dubbi sono fondati», dichiarò l’uomo appena apparso alle spalle dei due.

Per quanto quella non fosse la prima volta che Shiva vedeva l’Illuminato in vesti umane, non poté non restare vagamente sorpresa nel posare gli occhi sulla sua alta figura maschile. Era sempre stato quello più restio ad abbandonare il loro Regno, ma quando Bahamut si sentiva incline a scendere per le strade di Eos era solito assumere l’aspetto di un uomo giovane, dai capelli scuri e la carnagione chiara. La mascella, dalle linee morbide, era macchiata da un leggero filo di barba e le sopracciglia, perennemente corrucciate, facevano sembrare i suoi occhi viola ancor più cupi. Quel corpo non era imponente quanto quello divino, né poteva rivaleggiare con il fisico statuario che era solito assumere Titan, ma chiunque guardandolo avrebbe provato rispetto nei suoi confronti.

«Bahamut», lo accolse la Dea. L’Illuminato rimase composto e, dopo aver salutato con un elegante gesto del capo anche Hyperion - cosa che sembrò stupire non poco l’uomo, rimasto ancora un po’ scosso dalla visita di Leviathan, nonché suo primo incontro con un Sidereo che non fosse Shiva -, si rivolse alla Glaciale con un’espressione seria e grave.

«Come anche i mortali hanno intuito, i mostri e la malattia sono strettamente collegati a Ifrit», dichiarò, «ho ragione di credere che il suo allontanamento, il fatto che io stesso fatichi ad avvertire la sua presenza, sia da imputare all’astio e all’oscurità che ha fatto crescere nel suo cuore».

Parlava senza troppi giri di parole, segno della premura che avvertiva in quegli istanti.

«Possiamo fare qualcosa?», domandò Shiva. Conosceva già la risposta, ma avvertiva ugualmente la necessità di sentirla pronunciare dall'altro Dio.

«Temo di non sapere cosa possa comportare tutto ciò. Non abbiamo mai affrontato una simile emergenza», ammise, e la Glaciale annuì. Quelle conferme e scoperte l'avevano svuotata di ogni emozione e pensiero, e il peso che già gravava sulle sue spalle sembrò sul punto di schiacciarla.

«Mi dispiace...», mormorò debole, «se non avessi agito in modo così egoista e sconsiderato, tutto questo non sarebbe accaduto».

La mano di Hyperion raggiunse la sua in un attimo, calda e rassicurante come sempre, e insieme a essa anche la calma voce di Bahamut la abbracciò con delicatezza.

«Ifrit covava già da tempo l'oscurità nel suo animo. Il malcontento che ha mostrato negli ultimi secoli non ci era estraneo ma abbiamo preferito ignorarlo. Puoi essere stata la miccia che ha scatenato l'incendio, ma è solo con l'erba secca che le fiamme riescono a fare più danni. Prima o poi sarebbe successo».

Shiva aveva già sentito parole simili, ma il suo cuore continuava a rifiutare il sollievo e il conforto. Era consapevole delle sue colpe e niente poteva cambiare quei fatti.

«S-signore… posso farle delle domande?», domandò Hyperion, riscuotendo la Glaciale. Si era rivolto all’Illuminato con sicurezza e rispetto, con la mano ancora stretta a quella della Dea.

Bahamut, per nulla offeso o sorpreso, assentì con un movimento del capo, dando il permesso all’uomo di esporre i suoi quesiti.

«Gli infetti potranno guarire? E questi mostri? Da dove vengono?», chiese, e l’Illuminato si prese solo un breve momento prima di rispondere.

«Ho tentato io stesso di curare i mortali, ma sembra che i miei poteri li feriscano», ammise, «per quanto riguarda la natura di questi mostri, temo di non potervi ancora dare una risposta sicura, non prima di essermi accertato di una cosa. Ciò che so è che sono destinati ad aumentare».

Bahamut si concesse una nuova pausa, guardando Hyperion e Shiva con un’espressione tanto seria quanto grave.

«Credo che siate entrambi consapevoli che la vostra presenza qui fa crescere anche il rischio che Ifrit attacchi questo luogo», riprese la divinità. La Glaciale e il suo compagno si scambiarono uno sguardo breve e, alla fine, fu proprio l’uomo a riprendere la parola.

«Partiremo domani», annunciò. Nessuno dei due voleva mettere ulteriormente in pericolo Flaminis e, annuendo, Bahamut accettò la loro scelta.

«Titan verrà con voi, vi scorterà. Non esistono luoghi sicuri, ma data la tua condizione, Shiva, suppongo sia necessaria un'ulteriore protezione».

Gli occhi dell’Illuminato si spostarono sul ventre della Dea, la cui curva accentuata dava una conferma visiva della vita che stava crescendo in lei. Shiva vi portò subito la mano, sentendo l’energia vibrare sotto il suo palmo. Il suo umore e le preoccupazioni si trasmettevano immancabilmente anche in quella creaturina, che pur non avendo ancora aperto gli occhi in quel mondo già stava vivendo in un certo qual modo quegli attimi di tensione. La Glaciale lo aveva infatti sentito sobbalzare con lei quando era giunta la notizia di quei mostri e, accarezzando ancora il ventre, cercò di rassicurarlo ricevendo in risposta una reazione calda e rassicurante.

Solo in quel momento, Bahamut sembrò volersi rivolgere di sua spontanea volontà a Hyperion, il quale si irrigidì da capo a piedi. L’Illuminato non disse niente, almeno non a parole, limitandosi a fissare l’uomo in quello che sembrò alla Dea un muto dialogo. Hyperion, assunse inizialmente un’espressione sorpresa poi, con le labbra strette, il suo viso prese un cipiglio serio e solenne.

«Lo farò», rispose deciso e, annuendo soddisfatto, Bahamut guardò Shiva.

«Domani», dichiarò per confermare le parole dette da Hyperion qualche minuto prima.

«Domani», confermò lei. I loro occhi si incrociarono per qualche istante, e solo l'attimo dopo Bahamut, con un ultimo e semplice cenno del capo per salutarli, scomparve nel nulla, sussurrando nella mente della Glaciale un basso: « Fai attenzione ».

«Non credo mi abituerò mai a questo», commentò piano Hyperion, scegliendo in quel modo di spezzare il silenzio e di non parlare della gravità della situazione che già pesava sui loro animi.

Shiva si appoggiò istintivamente a lui, chiudendo gli occhi alla ricerca del suo calore.

«Generalmente non dovresti abituarti… non dovremmo farci vedere così dai mortali», mormorò in risposta, rilassandosi un poco nel sentire le braccia dell’uomo stringersi attorno al suo corpo.

«Vero», assentì Hyperion, facendo affondare la mano nei capelli della Dea, piegandosi poi un poco per posare per qualche momento le labbra sulla sua fronte, «almeno non è stato traumatico come con l’Abissale», aggiunse quasi ironico, riuscendo a strappare un piccolo sorriso alla Glaciale.

«Cosa ti ha detto?», domandò poi lei, alzando lo sguardo per cercare una risposta anche negli occhi chiari dell’uomo.

Hyperion le accarezzò i capelli con dolcezza, in viso un'espressione seria senza traccia di scherzi. Sembrò esitare per qualche istante poi, con tono quieto ma fermo, decise di rispondere con un: «Di proteggerti dall'oscurità».