Actions

Work Header

The Sunset of Solheim

Chapter Text

VlI.

La battaglia tra Ifrit e gli altri Siderei si protrasse per altri tre giorni, intervallati da alcune brevi pause che la Glaciale, con l’animo rivolto verso i suoi compagni alla ricerca di risposte, interpretava come dei tentativi di dialogo che l’Ardente aveva rifiutato testardamente.

«Potrebbero sconfiggerlo facilmente», aveva confidato a Hyperion la notte prima, riprendendo il discorso che avevano vagamente affrontato quando Ifrit aveva acceso la miccia di quella follia distruttiva, «ma pensano di poterlo far ragionare… di non dover ricorrere per forza alla violenza. Per questo la battaglia sta durando così a lungo...»

In quel modo, tuttavia, si stavano dimenticando degli innocenti che, bloccati tra le rovine della città e nei suoi dintorni, non sarebbero mai stati in grado di raggiungere un rifugio con le loro stesse gambe. Shiva, però, non riusciva a incolpare gli altri Siderei per quella ‘dimenticanza’, perché i suoi compagni stavano agendo come avrebbe fatto lei stessa. Perché se solo ne avesse avuto l’opportunità, anche la Dea avrebbe tentato di riportare la luce e la ragione nella mente di Ifrit.

La conclusione di quel conflitto venne inizialmente accolta con gioia dai sopravvissuti, ma portò con sé sia sollievo che ansia negli animi di tutti perché era come se le certezze di qualche giorno prima, il roseo futuro che il Regno di Solheim aveva iniziato a creare per sé e per il resto di Eos, non esistessero più. Anche il cuore della Glaciale si riempì di una cupa inquietudine, più per conoscenza dell’Ardente che per una vera e propria sicurezza. Quella per Shiva non era né una vittoria e né tanto meno una sconfitta, sentiva che Ifrit si era ritirato dalla battaglia di sua spontanea volontà, segno di una follia crudelmente lucida. Era certa che presto avrebbe riattaccato Eos, probabilmente con molta più rabbia, alla ricerca dei suoi veri obiettivi: Shiva e il suo mortale.

Intanto, in quei giorni, a Flaminis erano giunti circa altri ottocento abitanti provenienti da varie zone di Solheim, e oltre la metà di questi presentavano gli stessi sintomi delle persone già ricoverate nelle diverse strutture del territorio. Medici e volontari si erano sin da subito impegnati in una meticolosa scrematura che prevedeva la divisione dei veri infetti da quelli che, come era prevedibile, si erano lasciati trasportare dall'isteria di massa. Al termine di quel delicato processo, poterono dedicarsi completamente alla ricerca di una cura o, quanto meno, di riuscire a trovare un modo per dare un po’ di sollievo ai che versavano tutti in condizioni sempre più critiche e inspiegabili. La febbre non accennava ad abbassarsi e, costretti ormai all'immobilità su dei lettini, erano vittime di lunghe crisi deliranti e ben pochi momenti di lucidità. La loro sensibilità alla luce solare era andata inoltre a peggiorare e tutti i test, i prelievi di sangue e non, avevano dato dei risultati inconcludenti.

Shiva avvertiva qualcosa di oscuro crescere in quei corpi. Un'ombra aleggiava sulle loro teste come una minaccia che, appena risvegliata, stava raccogliendo le sue forze prima di sferrare un unico e devastante attacco. La Dea temeva di veder giungere quel momento, aveva paura di non essere in grado di affrontarlo perché non aveva mai provato nulla di simile in tutta la sua lunga vita.

Non si era arresa, ovviamente, e nonostante quei pensieri aveva continuato a tentare di utilizzare i suoi poteri per curarli. Ogni suo approccio magico si rivelò però inutile, e pur di fare qualcosa di concreto iniziò ben presto ad affiancare la famiglia Nox Flauret dando loro supporto medico.

La Glaciale aveva più volte avuto a che fare con i Nox Flauret durante quei secoli. La loro famiglia risiedeva a Flaminis da generazioni, e avevano contribuito alla crescita di quell’oasi di conoscenza con le loro idee innovative e scoperte, non solo in campi artistici ma anche in quello medico, e Tenebris e Astraea rappresentavano in tutto e per tutto ciò che i loro antenati avevano portato in quel luogo.

Orfane di madre erano cresciute accompagnate dall'amore del padre e dal calore e il rispetto che il resto della popolazione di Flaminis riservava loro. Astraea era un’artista. Amava dipingere e la musica, e si muoveva elegante come una ballerina per le strutture di Flaminis portando con sé una ventata di gentilezza e delicatezza. I giardini di quel luogo erano in gran parte sotto la sua tutela e cura, e nonostante il momento di crisi continuava a prendersi anche carico di quel compito.

«Se permettiamo a Flaminis di oscurarsi, come possiamo aiutare chi ha perso la speranza?», aveva detto a Hyperion con un sorriso timido che aveva fatto spuntare delle piccole fossette sulle sue guance. Astraea guardava al futuro e lo vedeva di nuovo carico di luce, senza quell’ombra che stava gravando su tutta Eos.

Era ovviamente attenta con i ricoverati e dolce con il resto dei rifugiati, ma per quanto a sua volta conoscesse parecchie nozioni mediche, non eccelleva in quel campo come invece faceva sua sorella Tenebris. La giovane donna era infatti sempre stata affascinata più dal concreto incedere delle scienze che dall'astratto e morbido cammino dell'arte.

Sapeva essere sensibile e gentile, ma spesso il suo carattere si mostrava pungente come le spine di una rosa. Con ottime probabilità sarebbe stata lei a succedere all'attuale Capo Medico di Flaminis, e inoltre dotata non solo di un forte senso d’osservazione, ma anche di una spiccata inclinazione in tutte le arti mediche.

Certo, le sue abilità si erano rivelate inutili con gli infetti, ma era ugualmente riuscita a diagnosticare e curare alcune ferite più o meno gravi negli altri superstiti di Solheim che aveva visitato.

Shiva si sentiva sollevata nel pensare che esistessero mortali simili, perché in quei momenti era certa che Eos avesse bisogno proprio di gente come loro.

Le sue considerazioni divennero ovviamente realtà quando Leviathan, la mattina successiva al termine della battaglia, si presentò a Flaminis. Aveva assunto il suo solito aspetto da bambina, con lunghi capelli castano scuro e occhi violacei, vividi di magia.

I tratti infantili che era solita indossare si univano alla perfezione al suo carattere capriccioso, ma in quegli istanti di crisi sembravano entrare in netto contrasto con l’espressione seria e un po’ provata che la Glaciale lesse nel suo viso.

Frettolosamente, Shiva la portò in uno dei giardini di Flaminis per cercare un po’ di intimità, permettendosi di abbracciarla quasi di slancio quando furono finalmente sole. Il contatto con il corpo dell'altra Dea riuscì a rassicurarla per qualche istante, e Leviathan stessa sembrò voler ricambiare quella stretta. Sentì infatti le sue braccia sulla schiena, una breve carezza con la sola punta delle dita che venne seguita da un sospiro tra il sollievo e il tormento, come quello di chi aveva trattenuto il respiro troppo a lungo.

Quell’abbraccio durò tuttavia poco, infatti l’Abissale iniziò a divincolarsi quasi subito, allontanandosi con le labbra piegate in una piccola smorfia imbarazzata, guardandola poi da capo a piedi con un’espressione critica.

«Hai… un aspetto terribile», commentò.

«Anche tu», rispose la Glaciale con un sorriso leggero, che si costrinse a far morire per assumere un'espressione più seria, «cosa… cosa è successo?»

Il viso di Leviathan, limpido come le acque del mare, era lo specchio dei suoi sentimenti. Ira e timore si alternarono per qualche secondo nei suoi tratti da bambina, ma alla fine fu la frustrazione, alimentata dall'orgoglio della Dea, a prendere forma sulle sue labbra.

«Se n’è andato», sbottò infatti, «Ramuh ha tentato in ogni modo di parlarci, ma non ragionava ed era… strano. Nel senso di oscuro. Ha tagliato il legame con tutti noi, ma al posto di esserne indebolito ci è sembrato più forte. Ci siamo chiusi in difesa, e quando è arrivato Bahamut abbiamo cercato di cambiare strategia. Abbiamo attaccato con l’intenzione di tramortirlo e portarlo lontano da Solheim… ridurre i danni e cose simili. Ma è stato impossibile: quella maledetta testa calda di Ifrit non ha voluto sentire ragioni!»

La Glaciale annuì seria, ascoltando parola per parola la breve ricostruzione di Leviathan, riuscendo solo dopo qualche momento a mormorare un basso: «Lo sospettavo».

Conosceva Ifrit meglio di chiunque altro e sapeva che il suo tradimento nei confronti del compagno era una ferita che difficilmente sarebbe guarita senza lasciare una profonda cicatrice. Shiva gli aveva voltato le spalle e l’Ardente non l’avrebbe mai perdonata e non si sarebbe fermato fino...

«Sta cercando te e il mortale», dichiarò Leviathan, dando voce ai pensieri dell’altra Dea, «non sappiamo quando tornerà alla carica. Può essere in questo momento oppure tra anni. Non possiamo saperlo e di certo tu non puoi stare qui».

«Non voglio mettere in pericolo altri innocenti», assentì Shiva, «hanno già perso le loro case e… sono malati, Leviathan. Il mio potere è inutile e anche i medici non sanno come comportarsi», aggiunse con più urgenza, sperando in quel modo di poter raggiungere una soluzione con l'aiuto dell’Abissale, la quale storse il naso.

«Che intendi dire?»

«Alcuni sopravvissuti di Solheim hanno contratto una malattia che neanche i medici di Flaminis sono riusciti a riconoscere. Febbre, deliri e soffrono alla luce del sole. Ultimamente sono spuntate delle macchie, simili a degli stigmi», spiegò, «ho provato a curarli con la magia, ma è come se venisse rifiutata. Non conoscendo la natura di questo morbo non so come indirizzarla e dove agire».

«Credi che sia opera di Ifrit?»

Era un’opzione che Shiva aveva preso in considerazione, ma che aveva cercato di ignorare fino a quel momento.

«Temo di sì», si ritrovò costretta ad ammettere, «il fatto che sia scoppiata insieme all’attacco mi aveva già portata a pensare che fosse lui la causa…»

«Era… davvero strano, Shiva», mormorò Leviathan, mettendo improvvisamente a nudo i suoi pensieri sull’Ardente, «era circondato da questa sorta di polvere nera… non  avevo mai visto niente di simile...»

«L’ho intravisto da lontano», assentì la Glaciale cupa.

«Hai causato un gran bel casino», sbottò a quel punto l'altra Dea, ma prima di poter aggiungere qualcos’altro, entrambe si voltarono verso una delle stradine del giardino. Le spalle di Shiva si rilassarono subito nello scorgere la figura di Hyperion e, sorridendo, fece qualche passo verso di lui per andargli incontro. Il suo corpo, insieme all'animo, trovavano sempre conforto dalla vicinanza di quell'uomo.

«Va tutto bene, Daya?», domandò Hyperion quando furono abbastanza vicini. Alzò le braccia, attirandola in un abbraccio caldo e affettuoso che la Glaciale accettò senza battere ciglio, allontanando per un breve momento l’inquietudine.

«Sì», rispose piano lei con gli occhi chiusi per qualche istante, prima di allontanarsi e di rivolgersi a Leviathan che, alle sue spalle, fissava l'uomo con fare critico, «stavamo parlando e…»

Era nervosa all’idea di presentare l’Abissale al suo compagno. Aveva preso bene la notizia della sua natura, ma conoscere due Siderei? Shiva non era certa che Hyperion avrebbe retto. Tuttavia, l’uomo si ritrovò a sorridere senza alcun problema a quella che, almeno apparentemente, sembrava una bambina.

«Ciao, piccola», la salutò amichevole, «come ti chiami?»

« Piccola ?!», ripeté Leviathan con un tono acuto e indignato, «Come ti permetti, mortale?!»

Hyperion rimase spiazzato dalla reazione dell’altra ma tentò di non mostrarsi spaventato o a disagio.

«Oh, perdonami. Non intendevo assolutamente mancarti di rispetto, signorina!», rispose con un piccolo sorriso, «Ti sei persa? Hai bisogno di qualcosa?»

«Un’altra parola e sarai tu ad avere bisogno di qualcosa!», gracchiò Leviathan, e la Glaciale si sentì costretta a fare un passo avanti per mettersi tra i due, tentando di fare da paciere, «Ha una faccia da idiota! Mi aspettavo di meglio da te, Shiva!»

«S-Shiva?», balbettò Hyperion guardando la compagna sorpreso, «Non…»

«Lei è… Leviathan, l’Abissale», mormorò la Dea, prendendo la mano dell’uomo per rassicurarlo.

«L’Abissale…», ripeté Hyperion, rimasto quasi senza voce, con in viso un'espressione attonita.

«Faresti meglio a mostrarmi un po’ di rispetto, mortale!», dichiarò Leviathan, «Davvero, Shiva… non potevi trovarti di meglio? Cosa ci trovi in questo qui?!»

La Glaciale scosse la testa, stringendo più forte la mano di Hyperion.

«È… la persona giusta», rispose sincera e all’Abissale non restò altro se non guardare i due con un’espressione seria.

«Deve essere per davvero quello giusto se ora stiamo combattendo contro uno di noi», commentò quasi rassegnata. Le sue parole, nonostante il peso che gravava su di esse, non erano volte a ferirli. Shiva conosceva bene Leviathan, era schietta e decisa, e la sua era più che altro una cupa considerazione dettata dall’evolversi degli eventi generati proprio a causa della loro relazione.

«Bene!», riprese l’Abissale poco dopo, tagliando ogni scusa sul nascere, «Portatemi dai malati, vedo se posso fare io qualcosa», dichiarò con le mani sui fianchi, in una posizione così fiera e decisa che poteva sembrare quasi buffa visto il suo aspetto infantile.

Shiva, incapace di rispondere alla precedente affermazione dell’altra Dea, poté solo annuire e dopo aver rivolto uno sguardo d'intesa a Hyperion - ancora un po’ provato dall’inusuale e schietta presentazione dell’Abissale -, condussero entrambi Leviathan verso una delle strutture di ricovero per gli infetti.

Luci artificiali illuminavano la sala, le cui finestre erano state coperte da dei teli neri per evitare ai raggi del sole di ferire i malati. L’aria sapeva di medicinali ed era pregna di lamenti e parole prive di senso provenienti dalle persone distese nei vari lettini. L’Abissale si accostò subito ad uno di loro, era una donna giovane e con degli stigmi che stavano iniziando a macchiarle non solo spalle, ma anche il collo e le braccia.

Leviathan le prese la mano delicatamente, con le labbra strette in una smorfia concentrata. Shiva la osservò in silenzio, nervosa e speranzosa al tempo stesso, avvertì subito l’energia dell’altra Dea riversarsi nella donna malata ma, come era successo anche a lei in precedenza, non videro alcun netto miglioramento.

«Niente?», domandò Hyperion a Shiva, la quale scosse la testa.

«Niente…», confermò.

«Sento qualcosa di strano», mormorò Leviathan, accostandosi alla Glaciale senza però smettere di guardare i malati come alla ricerca di una spiegazione, «… oscuro. Come… Ifrit».

Shiva chiuse gli occhi, accettando quell’affermazione come l’ennesima conferma di ogni suo dubbio.

«Dobbiamo fare qualcosa…», sussurrò, «forse… fermare Ifrit potrebbe impedire a questa piaga di propagarsi... lui potrebbe sapere come curarla...»

«Ne parlerò a Bahamut e agli altri», la rassicurò l’Abissale, prendendo in considerazione le parole della Glaciale, «troveremo una soluzione e fermeremo quella testa calda. Tu… pensa a nasconderti da qualche altra parte, non possiamo permettere che attacchi proprio questo posto».

«Sì…», annuì seria pienamente consapevole della minaccia rappresentata dalla sua presenza a Flaminis, e stringendo con più decisione la mano Hyperion, cercò in lui la forza necessaria per superare quel momento.