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The Sunset of Solheim

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VI.

La notte che calò dopo l’attacco di Ifrit a Solheim, si presentò con il sinistro colore arancio delle fiamme sul cielo scuro. L’incendio stava ancora divorando la capitale del Regno, e in lontananza tutti, perfino i mortali, potevano sentire rieccheggiare i rumori della battaglia tra gli infaticabili Siderei.

I superstiti, coloro che - come Shiva e Hyperion - non erano riusciti a partire con delle aeronavi da trasporto, si stringevano l’uno contro l’altro addosso alle pareti in pietra della grotta, e spaventati rivolgevano agli Dei tutte le loro preghiere, nella speranza che quel terrore finisse presto.

Si interrogavano su quali peccati avessero commesso per causare una tale furia, si chiedevano in che modo avrebbero potuto implorare il perdono dei Siderei, e Shiva e Hyperion, scambiandosi degli sguardi ormai consapevoli, non potevano far altro se non restare in silenzio ad affrontare sia il peso della conoscenza che quello delle loro colpe.

Avevano parlato fino a veder tramontare il sole, e anche se molti altri argomenti dovevano ancora essere trattati, Shiva si sentiva quasi più forte e sicura. Sul suo animo continuava a gravare il fardello del crimine commesso contro l’umanità e i suoi compagni - non poteva minimizzare i suoi peccati -, ma con quella ritrovata sincerità a farle forza, poteva fare in modo di proteggere gli innocenti che erano stati coinvolti in quello scontro.

La sua magia era infatti pronta a reagire a ogni minima minaccia, per quel motivo spinse il suo corpo fuori dalla grotta quando sentì la battaglia tra gli altri Siderei arrestarsi bruscamente. Hyperion, scosso dalla sua improvvisa fuga dal giaciglio, la seguì fin sull'ingresso del rifugio, restando però in silenzio per permetterle di concentrarsi.

La mente della Dea era subito andata a cercare le energie familiari dei suoi compagni. Erano vivi, ma non sapeva se la stessa sorte fosse spettata anche a Ifrit. Dentro di sé sapeva che nessuno dei Siderei voleva ferire l’Ardente, ma quello scontro e la rabbia mostrata del Dio non erano un qualcosa di facilmente controllabile.

Con domande sempre più pressanti e angosciate, attese un segno da parte degli altri Dei, che parve arrivare con un lampo di luce che rischiarò il cielo per qualche secondo.

«Bahamut…», mormorò, riconoscendo il potere dell’Illuminato.

«Sai cosa sta succedendo?», le domandò Hyperion, ma la Dea scosse il capo.

«Nonostante le leggende sui Siderei, la nostra vista non è così sviluppata», ammise, «tuttavia, posso avvertire la loro energia e dare forma a ciò che sta accadendo tramite le loro emozioni. Si sono fermati con l'arrivo di Bahamut. Quel lampo era infatti lui: è sceso in battaglia».

«L’Illuminato?»

«Sì…»

«Credi che… possano vincere?», chiese ancora l’uomo.

«I nostri poteri… si equivalgono», cercò di spiegare la Dea senza distogliere lo sguardo dall'orizzonte, «e benché Ifrit sia in una situazione di svantaggio numerico… nessuno di noi…»

Nessuno di noi vorrebbe ucciderlo ”, concluse mentalmente con l'amaro in bocca, ricordando a se stessa che anche un'esistenza immortale come la loro aveva dei limiti. Infatti, non aveva bisogno di essere lì per sapere che la battaglia si stava svolgendo con il solo scopo di fermare l’Ardente, di farlo ragionare e porre fine a quella follia assassina.

«Ho capito», assentì Hyperion, prendendole la mano senza insistere su quell’argomento, «riusciranno a placare la sua ira… stai tranquilla».

Shiva annuì, cercando di aggrapparsi a quelle parole, lasciandosi poi andare tra le braccia dell’uomo che, stringendola a sé in un caldo e rassicurante abbraccio, iniziò ad accarezzarle la schiena con delicatezza.

La Glaciale non poté non riportare a mente le sensazioni di fiducia e in parte di liberazione che aveva provato quando era finalmente stata in grado di dirgli tutta la verità. Hyperion, superato il primo momento, era stato comprensivo e curioso, gentile e talvolta anche buffo. Le aveva posto tante domande nel tentativo di capire non solo la natura della donna della quale si era innamorato, ma anche ciò che la loro relazione aveva causato nel mondo.

Tuttavia, nonostante Shiva fosse stata sincera quando aveva accennato alla sua relazione con Ifrit, l’uomo non aveva osato porgerle altre domande riguardo a quel rapporto. Si era mantenuto quasi a una distanza di sicurezza, e anche se Shiva non sapeva esattamente cosa stesse provando in quel momento Hyperion, lei stessa si sentiva a disagio all’idea di spiegare all’uomo ciò che aveva provato, e che provava ancora, per l’Ardente. Era quindi chiaro che nessuno dei due volesse realmente avventurarsi in quel terreno impervio.

Si presero qualche minuto per rilassarsi l’uno contro l'altra, e quando alle loro orecchie iniziarono a giungere di nuovo i forti rumori della battaglia, che scossero anche l’animo di Shiva, decisero silenziosamente di rientrare nel rifugio.

Neanche Bahamut lo ha placato”, pensò cupa la Dea, riportando però le sue attenzioni al presente.

Lo spettacolo che si presentò davanti ai loro occhi all'interno del riparo fu lo stesso di quando la Glaciale si era spinta fino all’ingresso di quel luogo: la paura e la disperazione dei sopravvissuti sembravano aver prevalso sulla stanchezza, e i pochi che erano riusciti ad assopirsi erano invece diventati le vittime perfette per gli incubi che facevano tremare e sudare i loro corpi, come se fossero colti al tempo stesso da dei brividi di freddo e potenti vampate di calore.

Forse, si era detta la Dea, era causa dello spavento e di quel forte trauma che avevano provato da tutti indistintamente.

È comprensibile ”, prosegui poi, continuando a osservarli mentre prendeva posto accanto a Hyperion, “ sono terrorizzati... e la paura può causare simili effetti nelle persone ”.

Eppure, più i suoi occhi indugiavano su quegli individui scossi dagli incubi, più la Dea si sentiva certa di percepire un qualcosa di negativo crescere in loro e che sembrava sfuggire alla sua stessa comprensione.

Cercò di convincersi di trovarsi davanti a una sua impressione erronea che, unita all’incapacità di affrontare la situazione in modo imparziale, sembrava aver guadagnato un aspetto più cupo, ma la sua mente dimostrò sin da subito di non essere in grado di chiudere altrove i suoi pensieri. E, con gli occhi bene aperti, passò il resto della notte a vegliare su quella povera gente.




La battaglia andava avanti ininterrottamente da due giorni quando delle aeronavi provenienti da Flaminis, presero quel piccolo gruppo per condurlo in salvo nel territorio a nord-est della capitale. Le condizioni dei sopravvissuti sembravano essere peggiorate rapidamente in quel breve lasso di tempo, e alla febbre ormai costante si erano aggiunti i deliri notturni e una leggera sensibilità alla luce del sole.

Shiva, di nascosto per non creare allarmismi, aveva provato a usare le sue abilità per curarli ma come aveva poi spiegato a Hyperion, preoccupata, era come se la sua magia venisse respinta.

Una volta giunti a Flaminis, scoprirono tuttavia che quel misterioso morbo non era circoscritto solo al loro piccolo gruppo di sopravvissuti, ma che aveva colpito anche gli altri superstiti dell'attacco che erano stati accolti dall’immenso cuore degli abitanti di quel luogo.

In passato, viste le sue montagne e la posizione strategica, Flaminis era stato utilizzato come avamposto di vedetta contro gli eserciti provenienti da oltreoceano. Solo il cessare delle ostilità aveva permesso a quel territorio dalla singolare geografia di diventare, nel corso dei secoli, il centro nevralgico di quella cosiddetta oasi di pace.

Era stato infatti grazie alla sua posizione, lontana dalla costante crescita tecnologica di Solheim, che alcune delle più grandi menti di Eos avevano deciso di unirsi e di gettare le basi di quella società, partendo direttamente dal palazzo di Flaminis, attorno al quale vennero costruite molte altre strutture sulle montagne, collegate l’una all’altra da dei solidi ponti di pietra e circondate dalla fauna che prosperava rigogliosa.

Spesso Flaminis era stato definito un luogo di esilio nel quale concentrarsi solo ed esclusivamente sulla spiritualità e sugli studi, e Shiva stessa lo aveva visitato più volte durante i secoli passati, affascinata dalla naturale magia che sembrava nascere e crescere tra quelle alte montagne.  Tuttavia, una volta nel cuore di Flaminis, la Dea comprese a malincuore che neanche la conoscenza di quelle persone sembrava essere in grado di riconoscere l’origine di quella malattia né di arginarne i sintomi.

Quello, ovviamente, non sembrò fermare l’animo altruista di quegli uomini e donne che, dopo aver condotto gli infetti in stanze apposite - lontani dalla luce del sole che sembrava causare loro un lieve fastidio - e averli affidati alle cure dei medici, si prodigarono per mettere a loro agio anche chi invece non era stato contagiato.

Shiva e Hyperion vennero infatti raggiunti da una giovane donna che, con gentilezza e comprensione, si offrì di controllare i loro parametri medici. Non doveva avere più di diciotto anni, notò la Glaciale seguendo i movimenti della ragazza accanto al suo compagno.

Il viso non aveva ancora perso le forme un po’ paffute dell’adolescenza, e la pelle chiara era abbracciata da lunghi capelli biondi, chiari come la luna. I suoi occhi chiari erano risoluti e concentrati, ben decisi a portare a termine il compito che le era stato affidato, ma la Dea notò ugualmente la paura lampeggiare in essi.

«Credo che… lei abbia una leggera tachicardia…», iniziò la giovane, guardando un po’ confusa Hyperion, come se non fosse certa della sua diagnosi.

«Ma sto bene, non preoccuparti», dichiarò l’uomo, con un sorriso che, forse più per istinto che per reale gioia, si rispecchiò anche nel viso della ragazza.

«Per fortuna», commentò lei, «stiamo cercando altri sopravvissuti e trovare persone vive e in salute ci… dona speranza».

La speranza sapeva essere un’arma molto potente per gli animi delle persone, e Shiva sperava che quello potesse bastare a tenere gli umori dei superstiti quieti. Chiuse gli occhi, rivolgendo ancora i suoi pensieri verso gli altri Siderei. Potevano combattere per giorni e settimane intere senza conoscere i morsi della fame o la fiacchezza, cose che invece avrebbero spezzato quei mortali e chi cercava di scappare dall’inferno della battaglia.

«Posso occuparmi anche di lei?», domandò la giovane poco dopo, riportandola al presente, «Mi sembra un po’... pallida».

«Mia moglie è sempre così», rispose Hyperion per Shiva, afferrando subito la mano della compagna, come se avesse notato l’ombra di insicurezza che aveva attraversato i suoi occhi nel pensare agli altri Dei.

«Non temere: sto bene», aggiunse la Glaciale, regalandole un sorriso gentile.

«Siete sicura?»

«Lo sono, e se fosse possibile, gradirei aiutarvi e dare assistenza medica a chi ne ha bisogno», proseguì, lasciando per qualche momento la ragazza spiazzata.

«Siete… ospiti e dei rifugiati. Non credo sia...»

«Astraea, dammi una mano!»

I tre si voltarono verso un’altra giovane donna che, rapida, li raggiunse con le braccia piene di lenzuola pulite. Somigliava in un modo quasi impressionante all’altra ragazza, stessi occhi e capelli ma su un viso un po’ più maturo.

«Tenebris!», esclamò prontamente la più giovane, Astraea, balzando in piedi per aiutare l’altra con il carico di lenzuola.

«Portale nella Sala Est», la istruì la nuova arrivata, Tenebris, con sicurezza e Astraea, annuendo con decisione, indicò con un gesto del capo Hyperion e Shiva.

«Vorrebbero aiutarci con i malati», annunciò cercando nell’altra una risposta che lei non era stata in grado di dare con sicurezza.

La Glaciale, come per dimostrare anche a quella giovane donna di essere in forze, si tirò in piedi, salutandola con un gesto del capo.

«Siamo lieti di fare la vostra conoscenza e vi ringraziamo per l’ospitalità e il supporto medico. Il mio nome è Daya e lui è mio marito, Hyperion», si presentò.

«Tenebris Nox Flauret», rispose brevemente l’altra, guardandoli da capo a piedi. Li stava studiando, come per assicurarsi che la loro presenza fosse più d’aiuto che d’intralcio.

«Volete aiutarci?», chiese infatti per cercare conferma.

«Certamente», assentì Hyperion.

«Sono disposta ad accettare», rispose Tenebris, puntando lo sguardo direttamente sulla Dea, «ma temo di dovervi chiedere di portare solo un po’ di pazienza… al momento siamo oberati di lavoro. Vi consiglio nel mentre una visita con una delle nostre ostetriche. Lo shock per quanto è accaduto potrebbe aver affaticato il feto».

Shiva rimase sinceramente spiazzata dalla serietà e accuratezza della giovane donna.

«Come…?», esalò Hyperion a sua volta sorpreso dalle parole di Tenebris che, vista la reazione di entrambi, sembrò quasi sbiancare.

«Non… lo sapeva?», balbettò, «Mi dispiace, credevo lo sapesse e…»

«La mia gravidanza non è un segreto», intervenne Shiva, rassicurando prontamente la giovane, «mi farò visitare, non si preoccupi», aggiunse. Tenebris la guardò per qualche secondo poi annuì.

«Allora attendo di ricevere notizie positive dalla visita, abbiamo davvero bisogno di gente volenterosa in questo momento», rispose e, dopo aver guardato Astraea, che annuì con risoluzione, le due si divisero per andare in diverse Sale del Palazzo di Flaminis.

«… quindi sono uno stupido se non mi sono reso conto prima della tua gravidanza?», mormorò Hyperion. Shiva scosse il capo.

«L’ho tenuta nascosta con la magia… ma ora che lo sai non ho più bisogno di celarla. Anche se in realtà credo semplicemente che quella giovane donna sia… particolarmente dotata in campo medico», rispose la Dea, guardandosi attorno, pronta a mettersi a lavorare per aiutare quella gente.

«Hai intenzione di farti visitare?», la seguì subito l’uomo.

«No. Il mio corpo temo darebbe risultati inconcludenti per i medici, causerei solamente degli inutili allarmismi», spiegò.

«E… stai bene… vero?»

Shiva, nel sentire il tono incerto di Hyperion, si fermò per prendergli entrambe le mani in un gesto che sperava essere rassicurante.

«Sto bene», mormorò con un sorriso.

«E la piccola?», chiese ancora l’uomo, spostando le mani sul ventre della Dea, come se volesse assicurarsi che fosse tutto a posto.

«Piccola? Credi sarà una femmina?»

«Non lo so», ammise Hyperion, piegando timidamente le labbra verso l’alto, «maschio o femmina, sarà l’amore della mia vita così come lo sei tu. E per ora… l’importante è che stia bene, no?»

La Glaciale annuì, appoggiandosi a lui nel sentire quelle parole cariche di speranza e fiducia. Portò a sua volta una mano sul ventre per sentire l’energia crescere in lei che sembrò reagire lievemente al suo tocco. Stava bene, ne era certa, e anche Hyperion era in salute... e quello era tutto ciò che, in quel momento, le serviva per sentirsi al sicuro.