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The Sunset of Solheim

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V.

Quando Ifrit ricomparve su Eos erano trascorsi tre mesi dalla prima visita di Titan nella casa di Hyperion, e portò con sé distruzione e dolore.

Fino a quel momento, Shiva aveva atteso il suo ritorno - o quanto meno l'arrivo di qualche novità - con crescente apprensione, ma ogni volta che l’Immane giungeva da lei, alla Dea bastava rivolgere solamente uno sguardo sul volto dell'altra divinità per sapere di dover affrontare ancora la straziante sensazione legata all’ignoto.

Le settimane si erano quindi alternate l'una all'altra, e Solheim e tutta Eos avevano continuato a prosperare nella pace e nella ricchezza, ignare della condanna che pendeva sulle loro teste. Titan, intanto, era ormai diventato una presenza quasi fissa nella dimora che la Glaciale divideva con Hyperion. Un'entità silenziosa e discreta che, nascosta agli occhi del mortale, incoraggiava spesso Shiva a svelare tutta la verità a quest'ultimo, ipotesi che la Dea aveva sempre rifiutato scuotendo il capo: «No, non ancora. È troppo presto», diceva.

Voleva proteggerlo dalla realtà e dall’incertezza del futuro, ma era consapevole che più tempo lasciava scorrere, peggiore sarebbe stato il peso delle sue rivelazioni.

Presto, inoltre, sarebbe stato impossibile nascondere la sua gravidanza e sapeva che avrebbe tentennato anche dinanzi a quel discorso, incapace di affrontarlo senza il timore delle conseguenze.

Non avevano mai parlato di ‘avere dei bambini’ e anche se entrambi avevano più volte mostrato di avere un lato materno e paterno, Shiva temeva ciò che sarebbe potuto accadere nel rivelargli la verità.

«Meglio che lo sappia da te che quando sarà troppo tardi», insisteva ogni volta Titan, e la Glaciale non poteva non annuire consapevole, perché con la gravidanza ormai avviata in quel modo, sentiva di non poter più indugiare.

Il ventre, seppur poco, aveva iniziato a gonfiarsi e in quelle ultime settimane. Aveva smesso di provare la nausea e altri piccoli disturbi - tenuti nascosti a Hyperion grazie alla magia -, e aveva al tempo stesso iniziato ad avvertire i primi veri movimenti del feto. Erano sensazioni straordinarie pure per lei e più di una volta era stata tentata dal coinvolgere il suo compagno, ma alla fine, spaventata da ciò che sarebbe potuto accadere, aveva continuato a nascondere le sue condizioni e a cercare di vivere una vita normale.

Con l’attacco di Ifrit su Solheim, la Glaciale fu costretta tuttavia ad ammettere di aver rinviato troppo a lungo il momento della verità. L’attacco avvenne durante un soleggiato pomeriggio come tanti. Hyperion era con lei e, insieme, stavano lavando le stoviglie del pranzo appena consumato. Fu questione di pochi attimi, un’esplosione che rimbombò per tutta l’aria circostante, facendo addirittura tremare le pareti, e che li costrinse a dimenticare le faccende con le quali si erano impegnati.

È tornato ”, si disse mentalmente Shiva, correndo fuori dalla dimora del suo compagno per volgere lo sguardo verso Solheim, restando attonita dinanzi allo spettacolo che le si presentò davanti.

Nessuno dei Siderei aveva sentito l’Ardente arrivare né preparare l’attacco, e impotenti avevano solo potuto assistere alla distruzione portata dal primo attacco sferrato dal loro compagno. Delle altissime mura di fuoco avevano iniziato a lambire i luminosi palazzi della capitale del Regno, divorandoli voraci e insaziabili. Grida strazianti di dolore avevano iniziato presto a superare il crepitio delle fiamme, lamenti che lentamente si spensero sotto il fuoco eterno di Ifrit, il cui corpo gigantesco, anche da quella distanza, sembrava essere stato avvolto da delle sinistre nubi scure che minacciose scivolavano verso terra come animate da vita propria.

Shiva, dai confini della capitale dove sorgeva la dimora di Hyperion, aveva guardato l’Ardente con occhi carichi di terrore e rimorso. Incapace di impedirgli di massacrare il cuore della città che un tempo avevano amato e considerato un gioiello.

Hyperion, intanto, mosso lui stesso dalla paura per quel gesto ai suoi occhi immotivato, la prese per un braccio reagendo più per puro istinto di sopravvivenza che per un piano di fuga prestabilito.

«Dobbiamo andare via da qui!», aveva detto con tono fermo ma spaventato, «Dobbiamo trovare un… posto sicuro!»

Non esisteva un luogo dove la rabbia di Ifrit non li avrebbe raggiunti, lo sapeva Hyperion e lo sapeva anche Shiva, ma nelle parole rimaste mute dietro le labbra dell'uomo, la Dea lesse ugualmente la sua tenacia e fiducia, insieme alla forte necessità di proteggere la donna amata fino alla fine. Lo seguì in quella disperata fuga mantenendo però lo sguardo rivolto ancora verso Solheim, dove Titan, intervenuto dopo lo scoppio dell'inferno, era stato raggiunto da Leviathan e insieme avevano ingaggiato una furiosa battaglia che portò a un’ulteriore distruzione della città.

A piedi, incapaci di reperire un altro trasporto più rapido a causa della sorpresa e del terrore, Shiva e Hyperion riuscirono a unirsi ad altri fuggiaschi e a trovare infine un rifugio all'interno di alcune grotte sulla strada per Flaminis.

Tra i pianti disperati dei superstiti e i “ Perché ?” che rimanevano senza risposta, Hyperion raggiunse Shiva, rimasta silenziosa all'ingresso della grotta. La mente della Dea era rivolta ai suoi compagni e alla battaglia che sentiva incalzare come se fosse combattuta sotto la sua stessa pelle.

«Non dovresti stare qui», le disse abbracciandola. Forse voleva rassicurarla o cercare a sua volta il supporto della moglie che, avvolgendolo a sua volta tra le braccia, lo strinse a sé.

«Lo so».

Non era quello il suo posto. Si sarebbe dovuta trovare accanto agli altri Siderei a impedire quella follia che lei stessa aveva creato con il suo egoismo, alimentandolo poi con le bugie. Chiuse gli occhi, tentando inutilmente di allontanare le immagini di distruzione e dolore che continuavano a gravarle in petto, riaprendoli solo qualche attimo dopo quando Hyperion la richiamò piano.

«Daya… gli Dei ci hanno abbandonato?», chiese senza preoccuparsi di celare la propria incertezza, e Shiva scosse piano il capo, aggrappandosi a quell’unica sicurezza.

«Non tutti, Hyperion», rispose sincera, «anche se Ifrit ha deciso di percorrere la via dell’oscurità, gli altri continueranno sulla strada della luce… e farò di tutto per proteggerti», concluse, allontanandosi dall’abbraccio dell’uomo per poterlo affrontare.

Qualcosa nel suo sguardo sembrò quasi allarmare Hyperion, tant’è che la sua voce sembrò quasi tremare nel pronunciare il suo nome. Shiva, però, alzò la mano per impedirgli di aggiungere qualsiasi cosa.

«Ricordi quando ti ho detto che non mi era possibile rivelarti alcune informazioni di vitale importanza sulla mia persona?», gli chiese, cercando di prepararlo alla verità, sperando di non spaventarlo o ferirlo.

«Certo, e ti avevo anche detto che non era un problema. Non per me», rispose prontamente Hyperion, «ma se senti la necessità di parlarne… sono qui. So che è un momento complicato e… magari, suppongo che anche tu abbia bisogno di toglierti qualche peso. Quindi… dimmi tutto», concluse con quel suo sorriso caldo e carico di fiducia che fece tremare le gambe della Glaciale. Era in grado di comportarsi in quel modo nonostante la devastazione di Solheim, il suo cuore era talmente puro e luminoso da poter mettere da parte la paura e la tensione che aleggiava nei suoi occhi chiari pur di diventare una spalla sulla quale la sua amata poteva appoggiarsi senza timore di scivolare nella disperazione.

Le venne quasi spontaneo sorridere, intenerita e incoraggiata dalla sua fiducia e forza, ciò nonostante la Dea non poteva evitare di sentirsi ugualmente incapace di affrontare per davvero quel discorso con la sincerità che Hyperion si meritava. Shiva, infatti, poté solamente tentare di aggiungere piccoli pezzi a quel mosaico, tentando in quel modo di mostrare al suo compagno il quadro completo nel modo meno traumatico possibile - anche se non era certa sarebbe stato possibile.

«Da dove provengo, esistono delle Leggi molto importanti volte a regolare la nostra esistenza», spiegò con tono controllato, dopo essersi presa una pausa, «io ho infranto molte di queste cosiddette regole».

«Sei… una ricercata?», chiese l’uomo.

«In parte», ammise la Glaciale, «ma non nel senso che intendi tu. Non ho commesso alcun crimine contro le comuni leggi mortali».

Nel non sentire nessuna risposta da parte di Hyperion, Shiva si costrinse a continuare a parlare con calcolata calma, dando tempo all’altro di assimilare ogni sua singola parola.

«Conoscerti è stata la prima Legge che ho infranto. Frequentarti è stata la seconda, seguita dall’accettare il tuo corteggiamento, innamorarmi e il continuare la relazione…», ad ogni sua parola, ad ogni sua ‘trasgressione’, lo sguardo dell’uomo sembrò lentamente incupirsi e farsi preoccupato.

La Dea si prese una pausa prima di concludere il suo discorso, nervosa e spaventata dal peso di quelle rivelazioni.

«Infine, quando ci siamo sposati e abbiamo consumato il nostro matrimonio, ho infranto una delle Leggi più importanti… ho causato tutto questo».

«Tutto questo?», ripeté Hyperion, gli occhi che corsero rapidi verso il fumo scuro che si levava da Solheim, ricollegando quasi per istinto la frase di Shiva a quei recenti avvenimenti.

«Ho tradito gli Dei», esalò lei, «ed ho tradito il mio compagno».

«Non… non sarai mica una di quelle fanatiche del Culto dell’Ardente?»

«No», rispose la Glaciale, scuotendo il capo con il fantasma di un sorriso sulle labbra, «ho tradito il compagno con… con il quale ho passato tutti i giorni della mia vita da millenni».

«… Millenni», annuì l’uomo, ricalcando le ultime parole dell’altra, «… hai detto ‘millenni’... come… ‘ Non ti vedo da secoli ’ o ‘ millenni-millenni ’?»

«Hyperion...»

«Qualcosa mi dice che sei… tremendamente seria, vero?», chiese piano, perdendo quella lieve nota di leggerezza che aveva caratterizzato la sua voce fino a quell’istante.

«Lo sono», confermò Shiva.

«B-bene…», annuì l’uomo, grattandosi la nuca, mostrandosi a disagio e confuso per quelle rivelazioni che, pezzo dopo pezzo, avevano iniziato a prendere forma davanti a lui, «Daya... credo di essere… un po’ disorientato».

«… non è quello il mio vero nome», riprese lei, chiudendo gli occhi per non affrontare quella nuova rivelazione, quella che avrebbe potuto segnare la fine di tutto, «il mio nome è Shiva, la Glaciale. Benedetta dalle Nevi».

Calò il silenzio per quell’affermazione e solo dopo qualche istante la Dea trovò la forza per alzare lo sguardo alla ricerca di quello di Hyperion. Gli occhi dell’uomo erano sgranati in un’espressione di puro stupore.

«Mi dispiace», mormorò la Glaciale sincera, ma Hyperion mosse la testa in segno di diniego, alzando una mano con il palmo aperto come se avesse ancora bisogno di un po’ di tempo per accettare le parole dell’altra.

«Sono... sposato con Shiva. La Glaciale. Una Dea», iniziò infatti dopo qualche istante, «io… sono sposato con una dei Sei... ma, siamo sposati, vero? Perché... abbiamo giurato davanti ai Siderei! Conta lo stesso come matrimonio? Intendo... tu sei una di loro!»

Shiva, sinceramente spiazzata dalla sua reazione, aggrottò la fronte. Che quello fosse il modo di Hyperion di assimilare tutte quelle notizie che avrebbero lasciato chiunque senza parole?

«Sto… divagando, vero?»

«Mi sorprende solamente che siano queste le tue reazioni», ammise la Dea, sconcertata da quanto la situazione potesse sembrare leggera nonostante la drammaticità delle ultime ore.

«Ho sempre pensato che tu fossi troppo perfetta per questo mondo», commentò Hyperion, avvicinandosi ulteriormente a lei per prenderle entrambe le mani, come se volesse con il suo tocco accertarsi della sua presenza.

«Ho… sempre pensato lo stesso io nei tuoi confronti», mormorò Shiva, chiudendo gli occhi nel sentire le labbra dell'uomo sulla fronte e le calde dita accarezzare la sua pelle fredda.

«Sei reale però…», proseguì con voce bassa, «questo…. non è un sogno… e credo di capire il… perché hai tenuto nascosta la tua… natura».

Parlava lentamente, come se stesse cercando di trovare l’equilibrio necessario per comprendere realmente le rivelazioni della Glaciale.

«Non sono mai stata sincera con te... ciò che… c’è di vero sono i miei sentimenti», ammise Shiva.

«Per… me non è cambiato niente. Ti amo lo stesso...», sussurrò lui, lasciando la Dea ancora una volta sorpresa, incapace di credere alle sue parole.

«Ifrit ha attaccato Solheim a causa mia».

«Nostra», la corresse quieto l'uomo. Shiva riaprì gli occhi, guardandolo seria. Lei lo aveva trascinato lì, non era colpa di Hyperion e non doveva assolutamente pagarne le conseguenze.

«So che… dovrei dare di matto», riprese lui ignorando lo sguardo di Shiva, «e credimi sono terrorizzato… ma sto… cercando di vedere il lato positivo. O almeno ci provo. Non saprei in che altro modo reagire visto che ho appena scoperto che mia moglie è una Dea e che Solheim è stata distrutta a causa nostra. Inoltre il tuo ex compagno, probabilmente, vuole incenerirmi con le sue stesse mani… non è un bel pensiero. Quindi sono certo che se mi lascio andare, non sarò più in grado di ragionare lucidamente e… siamo sotto attacco. Per questo… devo almeno tentare di mantenere il controllo», spiegò ammettendo le sue paure in modo un po’ confusionario ma senza vergogna.

«Non gli permetterò di avvicinarsi a te», lo rassicurò la Dea, e Hyperion non poté far altro se non annuire in silenzio, come se stesse soppesando le parole da usare in quel momento.

«Come… lo ha scoperto?», le chiese infatti, e quando Shiva non rispose, l'uomo sembrò cogliere quella reazione come l'ennesimo segreto che andava rivelato, «C'è dell'altro, vero?»

La Dea assentì, toccandosi il ventre senza riuscire a proferire parola. Non aveva mai realmente pensato a come affrontare quell’argomento, aveva sempre avuto timore di pronunciare quelle parole, e sperò che quell’atto bastasse per aiutarlo a comprendere.

Hyperion seguì il suo movimento, assumendo poi un’espressione confusa. Si prese qualche minuto per ragionare sulle implicazioni del gesto, e facendo correre lo sguardo dalla mano di Shiva al suo viso più volte, si ritrovò ad esalare un: «Credo di aver bisogno di sedermi un momento».

La Glaciale lo aiutò prontamente, facendolo appoggiare su una roccia.

Quella, constatò la Dea, le sembrava una reazione quasi più umana in confronto alle altre, ma forse era solo la somma di tutte quelle rivelazioni.

«Sei incinta», affermò, cercando però negli occhi di Shiva la conferma.

«Sì», rispose lei piano.

«Da… da quanto?», chiese, abbassando lo sguardo dal viso della Dea sul suo ventre.

«Dalla… prima notte di nozze… sono quasi diciannove settimane...», ammise.

«Quindi… sei sicura?»

«Lo... sento crescere dentro di me».

Hyperion si passò la mano tra i capelli e sul viso, ripetendo a mezza voce l’ultima frase della Dea. Non le rivolse la parola per un po’, prendendo dei lunghi respiri come se stesse cercando di riprendere il controllo del suo corpo e delle emozioni che lo avevano travolto.

«… diventerò padre!», concluse infine con un tono di voce leggermente più acuto, come se fosse quello il punto focale della confessione di Shiva, «Per i Siderei, diventerò padre! Posso continuare a dire ' per i Siderei '? Perché tu sei Shiva… e non vorrei fosse simile a qualche blasfemia...  e posso continuare a chiamarti Daya? O devo chiamarti Shiva? … Un momento… ho messo incinta la Glaciale?! Questa è blasfemia!»

La Dea, spiazzata, non riuscì a rispondere. Lo sguardo confuso di Hyperion alla notizia della sua gravidanza, i suoi dubbi su come chiamarla e le sue parole, unite alla situazione critica che stavano affrontando, la disorientavano.

«Sei… incredibile», esalò.

Hyperion la guardò con ancora gli occhi un po’ lucidi per l’emozione e la confusione, ma riuscì ugualmente a donarle un sorriso sincero per incoraggiarla. Non erano al sicuro e quel discorso era solamente il principio, l’inizio di un qualcosa che nessuno dei due sapeva esattamente come affrontare, ma almeno il primo passo era stato fatto e da quel momento in poi tutto ciò che dovevano fare era cercare di andare avanti e superare quegli ostacoli.