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The Sunset of Solheim

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IV.

Shiva amava ricordare Ifrit come durante le Celebrazioni del Sacro Fuoco.

Il fuoco era sempre stato un elemento portante della cultura di Eos e Ifrit si sentiva fiero e orgoglioso dinanzi a tutte le attenzioni che era solito ricevere dai mortali. Le Celebrazioni del Fuoco Sacro, ad esempio, accoglievano l’estate ed erano momenti di festa, fatti di danze e canti che si protraevano spesso anche per giorni, e Ifrit adorava fare in modo che le fiamme delle torce sacre che venivano accese in suo onore non si estinguessero neanche sotto il più violento dei venti.

Era il suo modo per far sentire ai mortali la sua presenza, anche se talvolta sembrava amare ancor di più il prendere in giro quelle persone facendo spegnere e riaccendere i fuochi a suo piacimento.

Era giocoso e si divertiva con quei piccoli dispetti. Per questo, quando decideva di lasciare il Regno dei Siderei alla volta di Eos, era solito assumere l’aspetto di un ragazzino dall’aspetto innocente, con la pelle colorata dal sole e brillanti occhi violacei.

«Nessuno sospetterebbe mai di un bambino», dichiarava con un sorriso che faceva spuntare delle deliziose fossette sulle guance lisce e acerbe del suo aspetto mortale, e Shiva rideva con lui: divertita dai piccoli guai che era solito creare solo per divertirsi solo per divertirsi un po’.

La Glaciale si era sempre sentita a suo agio con il suo compagno. Adorava il suo umorismo, e si sentiva protetta dal calore e dall’indole possessiva di Ifrit. Le piaceva quando le braccia forti dell’Ardente si stringevano attorno al suo corpo, quando le sue labbra andavano a posarsi calde sulla sua pelle gelida, mormorando dei: «Sei mia», tra i baci. E adorava più di tutto il suo sorriso, genuino e al tempo stesso dispettoso che, qualsiasi fosse l’aspetto che il Sidereo era solito assumere, non cambiava mai. Era il sorriso di Ifrit, e non poteva essere descritto in nessun’altro modo.

L’Ardente, inizialmente, era addirittura stato quello più entusiasta della crescita ed evoluzione del Regno di Solheim. Si era mostrato sempre estasiato dalle nuove scoperte dei mortali, curioso come non mai all’idea di poter assistere a quelle conquiste.

«Hanno imparato come imbrigliare la forza dell'acqua per creare energia! Non è fantastico?», diceva con gli occhi che brillavano, e Shiva sorrideva e annuiva, mostrandosi lei stessa sinceramente interessata a quelle scoperte.

Il tempo però non era stato generoso con lui. Solheim era cresciuta forte e ricca, e con essa la necessità di nuove scoperte che iniziarono ben presto a portare la mente umana oltre le credenze popolari: oltre la necessità di una figura divina.

Le preghiere erano diminuite, e quello sviluppo un tempo tanto amato dall’Ardente, lo aveva portato a maturare e a perdere quella scintilla di sincera malizia e giocoleria che Shiva adorava. In Ifrit erano rimasti solamente tanto risentimento verso i mortali che, secondo lui, l’avevano tradito, e quel senso di possessione verso la Glaciale che sembrava non essersi estinto. Si imponeva sulla sua compagna con passione e calore, la toccava facendola sentire desiderata e amata, ripetendole all'infinito quel: «Sei mia», che con i secoli aveva smarrito la sua sfumatura scherzosa. Di quelle due parole, ormai, rimaneva solamente il loro nudo e crudo significato di possessione.

Shiva aveva continuato a sperare in lui. Aveva creduto di poter rivedere sul suo viso il sorriso tanto amato, ma il tempo aveva ingannato anche lei, e alla fine le loro strade si erano divise pur percorrendo un percorso parallelo. E mentre la Glaciale aveva trovato un sentiero di impervia ed effimera gioia, Ifrit aveva preferito invece imboccare un cammino pieno di spine e odio.

La Dea, sinceramente, non si aspettava comprensione da parte del suo compagno, non dopo averlo tradito, ma aveva inutilmente sperato di avere almeno la possibilità di parlare. Avrebbe ammesso i suoi errori perché ormai non poteva più nasconderli, ma non avrebbe cercato il suo perdono, in quanto consapevole di non meritarsi nessuno sconto di pena. Perché se non si fosse ritrovata in quella situazione, era infatti certa che per nessuna ragione al mondo lei avrebbe mai confessato quel peccato: avrebbe tenuto per sé quel segreto, celandolo nel profondo del suo cuore fino alla fine dei tempi.

Per amore si era trasformata in un essere che lei stessa faticava a riconoscere.
Alla fine, tuttavia, anche la più minima possibilità di dialogo si rivelò impossibile. All'Ardente era bastato un solo sguardo per lasciar cadere ogni minimo sforzo di diplomazia che gli altri suoi compagni erano disposti a utilizzare per trovare una soluzione a quella situazione, e Bahamut si sentì costretto a far fuggire Shiva dal Regno dei Siderei mentre la rabbia di Ifrit esplodeva in un inferno di fiamme, cariche di risentimento.

Shiva non aveva mai provato paura nei confronti del suo compagno, ma in quell’istante sentì chiaramente la fredda morsa del terrore artigliarle il petto, facendola stare in pena per le sorti di Hyperion, suo inconsapevole complice in quel peccato, e per la creatura ancora senza forma che presto avrebbe iniziato a crescerle in grembo. Era solo una sensazione, ma temeva di doversi aspettare il peggio.

I sentimenti di Ifrit non conoscevano vie di mezzo. Quando l’Ardente amava lo faceva con la stessa intensità del sole, e quel tradimento aveva svegliato in lui la parte più oscura della sua personalità, tenuta fino a quel momento a bada dal Culto dell’Ardente e dalle loro continue preghiere al limite del fanatismo.

Per quel motivo Shiva non ebbe quasi bisogno di avvertire i suoi pensieri per sapere cosa Ifrit stesse provando in quegli istanti, perché lei non solo gli aveva voltato le spalle esattamente come avevano fatto i mortali, ma era arrivata addirittura a macchiare il suo stesso sangue con quello inferiore della popolazione di Eos.

A causa di quello la Glaciale sapeva di non poter abbassare la guardia, e andando a rifugiarsi nella dimora del suo compagno si preparò a erigere un alto muro di ghiaccio pur di proteggere quel luogo.

Attese l’arrivo dell’alba in religioso silenzio, non sapendo che notizie attendere dagli altri Siderei, né come comportarsi in vista del risveglio di Hyperion. Pur sentendosi inerme dinanzi alla gravità dei suoi gesti, Shiva iniziò sin da subito a pensare a come comportarsi con l’uomo che era ovviamente ignaro della sua natura.

Non era certa se dirgli la verità si sarebbe rivelata o meno una mossa saggia. Hyperion si sarebbe sentito tradito dalla donna che aveva appena sposato? Oppure spaventato all’idea di aver giaciuto con una Dea? Avrebbe accettato la creatura, che Ramuh aveva definito Semidio, che presto avrebbe iniziato a crescerle in grembo?

Scosse il capo, cercando di scacciare quelle domande che, naturali, si stavano formando nella sua mente. Per la prima volta nella sua vita, Shiva non sapeva come comportarsi, e non poté non rivolgere uno sguardo nostalgico ai momenti di gioia che aveva condiviso con il suo amato solo poche ore prima.

Persa nei suoi pensieri, a malapena si rese conto del risveglio di Hyperion che, raggiungendola nel piccolo salottino della dimora, si ritrovò prontamente a chiederle scusa nel vederla sussultare.

«Non volevo spaventarti, Daya», disse con calma, «sei sveglia da molto?», domandò poi, avvicinandosi per studiare il suo viso.

Shiva, incapace di mentire, annuì ma ancor prima di poter parlare e provare a spiegare la situazione con tutta la sincerità della quale disponeva, la mano di Hyperion sulla sua fronte riuscì a placarla.

«Stai male? Sei più pallida del solito», mormorò preoccupato, «magari hai preso freddo questa notte o… Daya… non ti sarai mica pentita?»

La Glaciale scosse ancora il capo, prendendo la mano dell’uomo nelle sue. La portò alla bocca, posandovi poi sopra un leggero bacio.

«Non mi sono pentita», rispose sincera, «non potrei mai».

Hyperion sembrò subito sollevato dalla sua replica e, sedendosi accanto a lei, le sorrise.

«Questo non cambia il fatto che sembri… come braccata da qualcosa», tentò di spiegarsi l’uomo.

«Ci sono cose che non ti ho potuto dire di me stessa, Hyperion», iniziò con voce calma, «cose di vitale importanza che, tuttavia, ti ho dovuto tenere nascoste».

L’uomo, improvvisamente serio, annuì. Non aprì bocca, permettendole di continuare a parlare senza tentare di fermarla.

«Alcune persone non approveranno questa unione né ciò che potrebbe nascere da essa», riprese, accarezzandogli lentamente il dorso delle mani con i pollici, «stare insieme potrebbe essere molto pericoloso e ci sono troppi segreti che non posso ancora svelarti… mi dispiace».

«Daya», il palmo caldo di Hyperion si posò sulla sua guancia, «quando mi sono innamorato di te mi sono sentito pronto ad affrontare qualsiasi cosa pur di starti accanto. Non hai mai amato parlare di te stessa e della tua famiglia, del tuo passato o dei progetti per il futuro… e mi è sempre andato bene, perché sei tu. Ti ho scoperta piano piano e già avevo messo in conto di non riuscire a scoprire tutto di te, ma va bene. Ti amo anche per questo».

Le parole di Hyperion non riuscirono del tutto a mitigare la paura e il senso di colpa di Shiva, ma furono ugualmente in grado di donare alla Dea un po’ di pace e sicurezza. Un giorno sarebbe sicuramente stata costretta a dirgli la verità, ma in quel momento non desiderava altro se non lasciarsi andare tra le sue braccia, facendosi cullare dal suo calore e amore incondizionato.





Titan si presentò nella piccola dimora che Shiva divideva con Hyperion un mese e una settimana dopo la fuga della Dea dal Regno dei Siderei.

In quel lasso di tempo, breve ma anche infinito per la Glaciale, nulla sembrava aver intaccato la vita a Solheim. Nel Regno, così come nel resto di Eos, tutto scorreva come se non fosse accaduto niente e Shiva, per quanto avesse tentato di mantenere il controllo delle sue emozioni, si era sentita schiacciata dall’attesa e dai lenti mutamenti del suo corpo. Si trattava di piccoli cambiamenti che per una persona normale, forse, sarebbero potuti apparire come invisibili ma ai suoi occhi erano apparsi quasi considerevoli.

I fianchi si erano allargati un poco e il suo seno si era fatto più sensibile, così come il suo modo di percepire gli odori. Aveva anche iniziato ad avere delle fastidiose nausee mattutine che, grazie alla sua magia, era riuscita tuttavia a celare agli occhi di Hyperion.

Non stava male, eppure Shiva sentiva quasi di non avere più tempo a disposizione. L'attesa di notizie da parte dei suoi compagni, un segno o qualsiasi altra cosa, la stavano distruggendo pezzo dopo pezzo. Tant'è che lo stesso Hyperion si era reso conto del suo malumore, e tentava in ogni modo di risollevarle il morale - «Non sei abituata alla vita coniugale, magari», cercava di scherzare l’uomo, l’unico che riusciva sempre e comunque a strapparle una risata genuina.

Di conseguenza, quando l’Immane giunse con l'aspetto di un uomo calvo, fisico statuario che sembrava scolpito dai migliori artisti di Solheim e gli occhi tinti di un viola simile alle tonalità che il cielo assumeva al tramonto, la Glaciale avvertì il peso che stava gravando sulle sue spalle venire lentamente sollevato. Tuttavia, davanti all’espressione grave di Titan, Shiva non poté non tremare visibilmente, nascondendo con un braccio il ventre come per proteggersi.

Lo salutò con tono quieto, facendolo entrare nella modesta dimora approfittando dell'assenza di Hyperion.

«Ifrit se ne è andato», spiegò subito Titan, «Bahamut ha cercato di invitarlo alla calma e alla ragione senza alcun successo».

Parlava con voce volutamente calma, diversa da quella dura che Shiva era abituata a sentire.... ed era senza alcun’ombra di dubbio fautrice di ulteriori sciagure. La Dea stessa si impose lo stesso controllo, guardandolo negli occhi per non mostrare alcun cedimento o insicurezza.

«Dov'è ora?», gli chiese.

«Non avvertiamo più la sua presenza», rispose l’Immane, «Ramuh e Leviathan lo stanno cercando»

Shiva, dalle sue affermazioni, riuscì a raggiungere nuove conclusioni. Ifrit doveva aver trovato un modo, a loro sconosciuto, per spezzare il legame che lo vincolava agli altri Siderei. E, cosa non meno importante, il fatto che fosse in un certo senso ‘ricercato’ rendeva la sua assenza pericolosa.

«… non sei qui solo per aggiornarmi», constatò infatti.

«Avevamo già avvertito il suo astio verso i mortali. Il tuo gesto ha tuttavia contribuito a rendere reale il suo malanimo».

La Glaciale abbassò istintivamente il capo, assumendosi senza alcuna scusante le sue colpe.

«Ho condannato a morte Eos».

«Forse. Ma siamo stati creati per proteggerla, questo è il nostro compito».

«Mi dispiace», riuscì a rispondere sincera dopo qualche momento, ma ancor prima di poter ammettere di non essere tuttavia disposta a lasciare Hyperion senza alcuna difesa - perché era quello ciò che temeva che le venisse chiesto -, Titan riprese la parola.

«So meglio di chiunque altro quanto il legame con un mortale possa essere forte», disse, «questo non perdona il tuo tradimento verso le Leggi... ma lo comprendo».

La sua voce aveva un tono nostalgico e carico di dolore, quei sentimenti che nei secoli l’Immane aveva nascosto dietro la sua corazza di dura pietra. Shiva non si era mai azzardata a porgli delle domande su quella contadina e il suo triste destino, si era limitata a stargli vicino e a mostrargli tutta la gentilezza e compassione che era stata in grado di donargli.

«Ti ringrazio…», mormorò sincera, lasciando calare nella dimora un silenzio tanto innaturale quanto rassicurante.

Titan restò con lei per ore, un ulteriore scudo contro la minaccia di Ifrit, e nonostante avesse ogni diritto di farle delle domande, l’Immane sembrò prendere al contrario la decisione di tenere per sé tutti i suoi pensieri e quesiti, forse perso nei suoi stessi ricordi del passato. Shiva, però, notò ugualmente il suo sguardo indugiare più volte sul suo ventre ancora piatto, ma dal quale si avvertiva crescere un’energia a loro sconosciuta. Lei stessa si ritrovò infatti ad abbassare lo sguardo sul suo corpo e, accarezzando con mano leggera la fonte di quella forza, rivolse una muta promessa: “ Non importa quello che dovrò fare, ma farò di tutto per proteggerti ”.