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The Sunset of Solheim

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III.

 

La dimora di Hyperion sorgeva nei confini estremi della città di Solheim. Era modesta ma accogliente, e dalle sue finestre si poteva ammirare non solo la grandezza della capitale del Regno ma anche la maestosità della natura che, nonostante l'industrializzazione crescente di Solheim, era ancora un tassello importante e irrinunciabile di quei luoghi.

La luna era sorta ormai da ore e illuminava quieta i corpi nudi distesi sul letto all'interno di quella casa. I tenui raggi di quel lontano astro attraversavano la finestra aperta e si insinuavano nella stanza con discrezione, come unici e silenziosi testimoni di quella tiepida notte di festa e gioia per tutta Eos.

Shiva non era un’estranea alla Notte delle Candele e a tutti i suoi antichi riti, ma come una farfalla appena uscita dalla sua crisalide, anche lei si stava affacciando a una vita nuova. Si sentiva come una neonata, i cui occhi si aprivano per la prima volta dinanzi alle meraviglie di quel mondo.

I sentimenti della promessa d’amore eterno che lei e Hyperion si erano scambiati solo qualche ora prima sembravano quasi aver annullato la sua esperienza millenaria. Shiva aveva chiuso fuori da quelle quattro mura il suo ruolo di Glaciale, dimenticando tutte quelle Leggi Supreme che aveva infranto, perché in quella notte lei era semplicemente Daya: una donna come tante che si era lasciata stregare dalla sincerità e dalla naturalezza di quell’uomo.

Quella era la prima notte della loro nuova vita e non avrebbe permesso a quelle ombre di oscurarla, l’unico timore che sentiva di poter accettare era quello legato all’emozione per quell’unione tanto fisica quanto spirituale che avevano rimandato a causa dell’immenso romanticismo di Hyperion.

«Sono un tipo all’antica», aveva infatti spiegato qualche mese prima l’uomo con voce imbarazzata e nervosa, «voglio che… la nostra prima volta sia speciale e non un qualcosa della quale rischiamo poi di pentirci, ecco. Deve rimanerci dentro: essere davvero speciale».

Erano distesi in quella stessa stanza, l’aria fresca della primavera che accarezzava i loro corpi. Le labbra gonfie di baci e delle leggere risate che facevano tremare i loro petti, stretti in un abbraccio.

«Sei… incredibile… a volte stento a credere che tu sia reale», aveva risposto Shiva sincera, sporgendosi per baciarlo ancora e ancora, pensando ingenuamente a quando sarebbe stato il ‘momento giusto’, quello così speciale da diventare indimenticabile.

Il momento era arrivato e le mani di Hyperion la sfioravano delicate e un po’ impacciate, piene di rispetto e venerazione mentre, con le labbra vicine alle sue, le sussurrava parole d’amore. Istanti brevi come un battito di ciglia ma che, al tempo stesso, sembravano perdersi nell’eternità.

Le sembrava una favola, una di quelle che Ramuh raccontava con tenerezza ai bambini più piccoli quando scendeva nelle piazze delle città di Eos, perché tutto di quegli attimi appariva ai suoi occhi pregno di magia. Ma non quella magia che le scorreva naturale nelle vene, si trattava di un’energia nuova che reagiva solo ed esclusivamente accanto all’uomo.

Stretti l’uno all’altra, Shiva sentiva il suo corpo caldo. Era come se il calore di Hyperion fosse stato in grado di superare le sue barriere di ghiaccio, come se il suo amore potesse sconfiggere i poteri della Glaciale.

Stordita, la Dea si offrì a lui senza alcun timore, abbassando ogni difesa e volgendo all’ignoto una semplice preghiera. La richiesta di una vita completa e felice accanto a quell’uomo. Non era certa di potersi meritare quella fortuna e gioia, perché era consapevole di essere diventata una bugiarda e di aver anche tradito più e più volte la sua stessa natura e leggi. Ma anche se aveva infranto quelle regole senza alcun ripensamento né senso di colpa, pensando solo a se stessa e a quelle emozioni - che, in quegli istanti, stavano esplodendo con tutta la loro forza -, Shiva sentiva di averlo fatto solo per amore.

Hyperion era diventato la sua vita, si sentiva legata a lui al punto tale da farle provare un profondo odio per la sua natura divina. Shiva voleva essere felice, voleva continuare a sentirsi viva come in quel momento. Non aveva mai desiderato niente e nessuno come stava desiderando Hyperion, e stretta a quell’uomo consumarono per la prima volta il loro amore.

Prese un profondo respiro, nascondendo il viso nell’incavo del collo di Hyperion. Strizzò gli occhi, cercando di regolarizzare il furioso battito del suo cuore quasi inutilmente. Tremava di gioia e di vita, era stata investita da un’energia calda ma innocente, un senso di leggerezza ma al tempo stesso anche di pesantezza che aveva iniziato a gravare su tutto il suo corpo… ed era fantastico.

Si baciarono ancora, scambiandosi poi sorrisi timidi ed emozionati, e tra dolci chiacchiere e altre parole cariche di tenerezza, passarono il resto della nottata a sentirsi protetti dai sentimenti appena scoperti. E infine, stesi l’uno accanto all’altro, con i corpi nudi che si sfioravano accarezzati dalla luna, Shiva rimase a osservare il sonno ghermire lentamente l’animo stanco ma felice dell'uomo.

Gli baciò la fronte facendo scorrere la mano tra i suoi chiari capelli biondi, spostandosi poi in un tocco leggero sulle sue labbra piegate in tenero sorriso.

La Dea stessa stava sorridendo, le sembrava inconcepibile anche solo l’idea di poter allontanare la sensazione di vitalità e completezza che stava continuando a crescere in lei.

Rimase a vegliarlo per ore poi, scivolando silenziosa fuori dal suo abbraccio, si costrinse a tornare nel Regno dei Siderei. Si concesse solo uno sguardo allo specchio prima di scomparire, arrivando quasi a sorprendersi nel vedere la sua immagine riflessa. Brillava di felicità. La sua espressione era rilassata ma luminosa, quasi emozionata. Nascondere quelle emozioni le sembrò un’utopia, tant’è che attraversò i cancelli del Regno dei Siderei senza neanche provare a celare la sua gioia.

Tentò ugualmente di darsi un contegno perché la sua presenza in quel luogo era necessaria, e vista la sua neonata vita matrimoniale - il solo pensiero le fece balzare il cuore in gola -, si sarebbe dovuta sforzare non poco per continuare con le sue menzogne da entrambe le parti. Tuttavia, passo dopo passo, mentre la magia di quel luogo iniziava a scorrere naturale sotto la sua pelle, Shiva non poté evitare di sentirsi travolta da una nuova sensazione. Diversa da quelle appena provate, più forte di qualsiasi altra cosa avesse mai provato nella sua lunga vita.

Si toccò il petto, ma non sentì il cuore battere furiosamente. Sentì la sua pelle bruciare, come febbricitante, e l’agitazione la costrinse ad appoggiarsi ad uno dei bianchi muri di quel palazzo divino.

Sono i sensi di colpa ?”, si chiese, scartando però subito l’ipotesi, “ Una punizione per tutti i miei peccati?

Stava forse morendo? Stava subendo le conseguenze dei suoi gesti?

Continuò a porsi domande su domande mentre il panico iniziava a scuoterla nel profondo, e neanche quando avvertì vicino a sé la presenza di Leviathan e Ramuh riuscì a calmarsi.

Rivolse ai due compagni uno sguardo disperato e quasi umiliato, sulle labbra una muta richiesta d’aiuto e un: “ Perdonatemi ”, che non sarebbe mai stato pronunciato.

Era spaventata. La gioia e la completezza del gesto d’amore che solo qualche ora prima aveva condiviso con il suo compagno sembravano solamente un lontano ricordo.

Lo sguardo di consapevole rimprovero del Tonante le fece abbassare il capo e, silenziosa, si lasciò condurre nelle sue stanze dai due.

Leviathan sembrava agitata tanto quanto lei e si muoveva come il mare in tempesta, commentando quanto la pelle della Glaciale fosse insolitamente calda, quanto fosse strano e assurdo il fatto che... fossero in grado di avvertire un’energia anomala e sconosciuta vibrare all’interno della Dea.

«Cosa significa? Che cosa hai combinato Shiva?», la attaccò l’Abissale. La sua voce aveva raggiunto un tono acuto, la preoccupazione nascosta dietro la rabbia. Tra i Sei, insieme a Ifrit, era quella col carattere più impetuoso. Ma mentre l'Ardente spesso mostrava un lato maliziosamente giocoso, lei era solita esprimere la sua personalità quasi in modo infantile e volubile, proprio come le acque che era in grado di comandare.

«Io…», esitò Shiva, incerta e terrorizzata per la prima volta nella sua lunghissima vita. Non si era mai sentita così titubante e spaventata, e la certezza di essere lei stessa l’artefice di quella che le sembrava una maledizione, iniziò ben presto ad alimentare la sua agitazione.

«Non hai mantenuto la tua promessa», constatò calmo Ramuh.

Era un’affermazione e Shiva non aveva bisogno di confermare le sue parole.

«Non riuscivo a lasciarlo», ammise.

«Lasciare cosa?», gracchiò Leviathan.

«Un mortale», spiegò il Tonante sollevando una mano per mettere a tacere il fiume di domande che l’altra Dea sembrava pronta a sputare fuori. Si chinò dinanzi alla Glaciale, portando le dita sul suo ventre nudo. La carezza del Dio, dolce e rispettosa, riuscì a donarle un po’ di sollievo in quel miscuglio di preoccupazione e terrore.

«Che cosa significa? Vecchiaccio parla, dannazione!», strillò l’Abissale, incapace di stare calma.

«Quali sono le Leggi Supreme dei Siderei?», le chiese Ramuh.

«Non sono qui per una maledetta lezione di storia!»

Il Tonante si sollevò lentamente. I suoi occhi scuri erano carichi di preoccupazione, un sentimento che sembrò specchiarsi nelle iridi chiare di Shiva.

«I contatti con i mortali sono vietati».

«Lo sappiamo, ma tutti noi andiamo ad Eos!», ribatté Leviathan.

«I mortali, in quanto esseri dotati di un’esistenza breve, hanno un dono che a noi è stato precluso dalla notte dei tempi. Il poter creare la vita», spiegò con calma, controllando parola per parola le sue dichiarazioni, «ciò che ci impedisce di creare dei legami con i mortali non riguarda la loro natura di esseri inferiori, ma ciò che il loro dono è in grado di creare quando viene a contatto con una vita immortale e divina. La loro unione è in grado di creare dell’energia pura e forte».

«Energia...», ripeté Shiva piano, incredula.

Conosceva le Leggi Supreme dei Siderei e, così come Ramuh, sapeva come quella spiegazione si sarebbe conclusa. I suoi sentimenti per Hyperion avevano tuttavia offuscato la sua mente e la ragione, facendole dimenticare ciò che sapeva da secoli: un qualcosa che non avrebbe mai e poi mai dovuto dimenticare.

«Non starai mica dicendo che Shiva aspetta un piccolo bastardo mortale?»

«Non è un bastardo», dichiarò la Glaciale senza pensarci, mentre il Tonante, insieme a lei, rispondeva con un: «Non sarà un mortale».

Per genetica, e non per fatti documentati, Ramuh lasciò intendere con la sua affermazione che probabilmente si sarebbe trattato di un Semidio. Un bambino per metà umano e per metà divinità. Era quello ciò che l’energia generata dal dono dei mortali insieme alla vita immortale dei Siderei era in grado di creare.

Shiva posò la mano sul suo ventre nudo, era caldo e quel semplice tocco poteva avvertire un qualcosa.

Un figlio... ”, pensò incredula, “ Sto aspettando un figlio da Hyperion…

Una strana gioia invase il suo petto, entrando in conflitto con una conseguenza che non poteva essere ignorata insieme a tutte le altre.

«D’accordo. Cosa facciamo?», domandò a quel punto l’Abissale, «A quest’ora tutti gli altri avranno avvertito questa… cosa».

Era quella la conseguenza che Shiva doveva affrontare suo malgrado e che stava combattendo contro quell’insana felicità che continuava a tremarle in petto.

«Le nostre leggi non ci dicono come comportarci in queste occasioni», spiegò Ramuh.

«Però sappiamo tutti cosa è successo l’ultima volta e perché questa cosa è diventata una Legge», tagliò corto Leviathan.

La Glaciale rimase sorpresa nel rendersi conto di aver totalmente rimosso quell’importante aneddoto, perché era stato Titan il primo, e unico fino a quel momento, a creare un precedente: a causare la creazione di quella Legge.

Quando ancora Eos era giovane e debole, quando ancora Solheim era un piccolo villaggio, i Siderei si permettevano di calpestare liberamente quelle terre portando magia e aiuto a tutti i mortali. Erano tempi di pace e gioia, di crescita non solo per gli uomini che stavano iniziando a muovere i primi passi verso un futuro brillante ma anche per i Sei che trovavano affascinante quel mondo.

L’Immane, tra i Siderei, era quello con il carattere più duro eppure era stato lui a commettere lo stesso errore di Shiva innamorandosi di una giovane contadina, la cui dolcezza era riuscita a smussare la ferma personalità di Titan.

Non avevano giudicato il suo amore, tuttavia erano stati costretti a rinnegarlo quando il frutto di quell’unione finì per causare la morte della donna. L’energia della vita che stava crescendo nel corpo della giovane si rivelò essere troppo forte per il fisico mortale dell’amata dell’Immane.

Era stata la sua morte a chiudere i Siderei nel loro regno e a creare quella legge: per evitare che altre vite innocenti venissero spezzate da un qualcosa che, in realtà, avrebbe dovuto portare solo gioia.

Solo in quel momento la mente di Shiva stava riportando alla luce i ricordi dolorosi di quegli istanti. Avrebbe potuto evitare di mettere se stessa e i suoi compagni in quella situazione se solo non avesse permesso ai suoi sentimenti di offuscare il suo giudizio.

«Non permetterò che… ‘ quella cosa ’ uccida Shiva», riprese l’Abissale e, istintivamente, la Dea strinse entrambe le braccia sul suo ventre, come per proteggersi dall’ira dell’altra.

«Non sappiamo ancora cosa possa comportare una gravidanza per una divinità», la riprese grave Ramuh, «il suo corpo è differente, non è debole come quello della mortale».

Leviathan schioccò la lingua, sedendosi di peso accanto a Shiva.

«Dobbiamo riunirci», proseguì il Tonante, «Shiva verrà sottoposta al nostro giudizio e prenderemo una decisione».

La Glaciale, con ancora il capo basso e le braccia strette attorno a sé, chiuse gli occhi annuendo leggermente con il capo. Non era pronta ad affrontare il giudizio degli altri, non lo era per incrociare lo sguardo con Ifrit, ma a quel punto non poteva tirarsi indietro.

«Potrà solo andare male, Shiva...», disse Leviathan dopo un breve momento di silenzio, sollevando la mano per accarezzarle delicatamente la spalla, «Non dire che non ti ho avvisata», aggiunse con tono cupo, senza nascondere né il suo disappunto né la preoccupazione.

La Dea non aveva bisogno di avvertimenti simili, perché lei stessa sapeva che a causa sua il mondo che aveva creato e amato, presto, si sarebbe trasformato in un inferno.