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The Sunset of Solheim

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I millenni trascorsi avevano cambiato Ifrit nel profondo, e Shiva aveva iniziato a rendersene consciamente conto solo durante gli ultimi e rari incontri che i Siderei si sentivano in obbligo di tenere nel loro palazzo. Non avevano più bisogno di incontrarsi con una frequenza costante perché i mortali avevano dimostrato di poter crescere e camminare sulle loro sole gambe in quei lunghi secoli di pace, e anche se in alcuni luoghi di Eos i Siderei venivano ancora osannati e idolatrati, in altri la loro figura aveva iniziato a venire soppressa dalla ragione e dalla forza delle scoperte tecnologiche.

«È una crescita normale», sosteneva saggiamente Ramuh, «siamo stati noi a dargli modo di imparare dai loro errori e di migliorarsi».

«Ciò non toglie che avranno sempre bisogno di noi», aggiungeva invece Titan, con la sua solita durezza e sicurezza.
Ifrit, al contrario, non aveva mai mostrato l’intenzione di mostrarsi di larghe vedute quando, durante quegli incontri, l’argomento si spostava immancabilmente sull’evoluzione delle vite dei mortali. Reputava quel loro atteggiamento come una mancanza di rispetto nei loro confronti.

«Li abbiamo protetti e aiutati per cosa? Venire ignorati e dimenticati non appena scoprono come accendere il fuoco da soli?», sbottava infatti, senza nascondere il suo malcontento. Il suo carattere, un tempo impetuoso ma anche maliziosamente giocoso, si era incupito e quelle parole sembravano la prova del suo mutamento. L’unica sua soddisfazione, o più che altro consolazione, sembrava risiedere nel Culto dell'Ardente, che alcuni mortali seguivano quasi con fanatismo. E Shiva, che ancora nutriva dei sentimenti per Ifrit, non poteva negare di sentirsi in colpa nei suoi confronti, né poteva in alcun modo rendere meno opprimente il tradimento verso l'Ardente. Pur parlandosi ormai raramente, lei e il suo compagno erano ancora legati l'uno all'altra, ma era come se la passione di qualche secolo prima si fosse addormentata.

L’avrebbe potuta paragonare ad un vulcano, pronto a esplodere da un momento all’altro e a portare con sé distruzione e dolore con la sua lava ardente.

Sarebbe stato inevitabile, una tragedia quasi annunciata che la Dea sperava di poter evitare. In fondo, per Ifrit l’esistenza di Hyperion sarebbe durata come la neve con l’arrivo della primavera. Probabilmente non si sarebbe mai accorto di niente, o almeno erano quelle le speranze di Shiva quando permetteva ai suoi pensieri di indugiare sul suo antico compagno e sulle conseguenze del suo atteggiamento egoistico.

In fin dei conti però, lei aveva a disposizione una sola vita mortale da passare insieme a Hyperion, un nonnulla in confronto alle infinite lune che lei e Ifrit erano destinati a trascorrere fianco a fianco.

Una carezza la distolse dai suoi pensieri e, inclinando il capo verso il calore emanato dal palmo ruvido di Hyperion, Shiva provò a scacciare via il fantasma di Ifrit. Piegò le labbra in un sorriso che sembrò specchiarsi nello stesso viso dell’uomo, steso sul prato accanto a lei.

Il cielo azzurro, macchiato di candide nuvole, si perdeva fin oltre l’orizzonte delimitato dalle montagne di Solheim che creavano una culla quasi naturale, attorno al placido laghetto che avevano scelto come meta per la giornata.

La quiete che regnava sovrana in quel luogo sembrò tuttavia venire rovinata da un ulteriore peso che andò ad aggiungersi nell’animo della Dea: quello del fantasma del tempo, che la perseguitava con crudeltà.

Erano già trascorsi tre mesi dalla Festa d’Inverno che aveva visto nascere il loro amore e si trovavano ormai alla vigilia dei Riti della Primavera, che avrebbero aperto le porte ad una stagione mite che avrebbe fatto fiorire tutta Eos.

Troppo veloce ”, si diceva sempre, “ il tempo scorre troppo velocemente ”.

Nessuno tra i Siderei aveva l’abilità di ghermire il tempo e di fermarlo a proprio piacimento, e mai come in quei momenti Shiva si sentiva impaurita anche solo dal susseguirsi dei giorni.

«Lo stai facendo ancora», mormorò Hyperion e la Dea, aggrottando un poco le sopracciglia, rivolse all’uomo le sue attenzioni.

«Cosa?», domandò piano, come se un tono di voce troppo alto potesse spezzare quel momento di pace.

«Ti perdi nei tuoi pensieri e… non sai cosa darei per poter sapere a cosa pensi in questi momenti!», le confidò Hyperion, muovendo il pollice in una tenera carezza sulla guancia fredda di Shiva, «Il tuo sguardo si fa distante, come se tu fossi in grado di viaggiare per mondi e mondi con i tuoi pensieri… e talvolta arrivo a temere che un giorno riuscirai ad andare troppo lontana e che io non sarò capace di raggiungerti».

Shiva rimaneva spesso sorpresa dalla sensibilità che l’uomo era solito mostrare più e più volte nei suoi confronti. Era totalmente all’oscuro della sua natura divina, eppure il suo inconscio sembrava percepire in lei quel potere, anche se non riusciva a dargli un nome. Forse erano solo semplici ma dolci chiacchiere, frasi mormorate con il solo intento di essere piccole tenerezze tra due amanti, ma era comunque sorprendente come Hyperion riuscisse ad utilizzare quelle parole con un velo di verità.

La Dea posò allora la mano su quella dell’uomo, lasciando che la sua pelle si scaldasse contro quella dell’altro.

«Non andrò da nessun’altra parte», rispose, «starò con te fino alla fine», aggiunse sincera, chiudendo gli occhi per accettare le labbra di Hyperion sulle sue.

«Sono fortunato ad averti incontrata», aggiunse, muovendo ancora la bocca contro quella di Shiva ad ogni parola, facendo scivolare poi la mano dietro la nuca della Dea per poterla avvicinare ulteriormente a sé.

«Anche io, Hyperion», soffiò lei senza esitazioni, abbracciandolo e chiudendo fuori da quella piccola bolla di felicità tutto ciò che rischiava di farla scoppiare.


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La Notte delle Candele era una delle festività più antiche di tutta Eos. Persone da ogni Regno, da quello grande e ricco di Solheim a quelli che stavano lentamente crescendo sotto l’ombra del lucente gioiello di Eos, raggiungevano mari, laghi e fiumi per poter trasformare ogni singolo specchio d’acqua nell’incarnazione del cielo, con migliaia di candele a raffigurare le stelle.

Shiva aveva assistito a quel cerimoniale sin dall’alba dei tempi, quando un intero villaggio aveva riempito il mare di lumi per mostrare la via di casa a una barca di pescatori che, durante una tempesta, sembrava aver perso la rotta. Ogni candela raffigurava una preghiera per Leviathan che, alla fine, mossa dalle loro incessanti richieste e dallo sforzo di quei mortali, aveva fatto in modo che le correnti spingessero l’imbarcazione dispersa fino a casa - «Non lo faccio per aiutarli, ma perché così la smettono di assillarmi», aveva detto quella volta la Dea con un tono irritato e forse anche un pizzico imbarazzato, che aveva fatto sorridere tutti i suoi compagni.

Da quella notte, ogni anno, le persone avevano continuato ad omaggiare l’Abissale in quello stesso modo, e anche se la storia di quel villaggio di pescatori era andata persa nel tempo, quel gesto di rispetto era rimasto immutato … se non un poco romanzato con un tocco di poesia che Shiva, da quando aveva conosciuto Hyperion, non disdegnava.

Trascorrere la Notte delle Candele insieme a quell’uomo era un’esperienza che la Dea avrebbe voluto ripetere all’infinito, perché Hyperion esplodeva di vitalità alla vigilia di quella notte. Si entusiasmava alla sola idea di poter fabbricare per sé e per Shiva le candele - come tradizione voleva, anche se ormai molta gente preferiva acquistarle -, e il suo sguardo brillava quando finalmente poteva accenderle con la sua compagna e lasciarle navigare nel mare.

«È una notte magica, Daya!», aveva dichiarato solo qualche minuto prima mentre, tenendola per mano, la conduceva verso la spiaggia e Shiva, con un sorriso naturale sulle labbra, pensava che ancora una volta Hyperion avesse ragione ma non per i motivi che pensava lui. Perché per la Dea, la magia di quei momenti non riguardava i lumi galleggianti come stelle nel mare della notte, ma semplicemente sola e gioiosa presenza del suo compagno.

Trovarono uno spiazzo nell’ampia spiaggia a nord di Solheim, le cui calme acque iniziavano già a brillare con le migliaia di candele che la popolazione affidava alla corrente.

Si concessero entrambi un attimo per osservare quello spettacolo, e prendendo le rispettive candele le accesero in uno dei numerosi falò che, sparsi lungo tutto il litorale, illuminavano l’intera spiaggia. Si avvicinarono alla riva l’uno accanto all’altra, ma prima che Shiva potesse mettere la sua candela in mare nella sua barchetta in legno, Hyperion la fermò.

«Sai… è in notti come queste che... vorrei chiederti di sposarmi».

Una terza candela, ancora spenta, era stretta nella mano libera di Hyperion. La voce dell’uomo tremava incerta, come se volesse parlare con un tono scherzoso per proteggersi dal rifiuto, eppure la Dea sentì al tempo stesso una nota decisa, come durante la Festa d’Inverno di pochi mesi prima. Totalmente impreparata a quell’innocente proposta, Shiva si sentì investita da delle sensazioni contraddittorie l’una con l’altra. Non poteva unirsi con un mortale, c’erano già tante cose che non avrebbe potuto fare con Hyperion, eppure erano lì insieme.

«Io…», esitò per la prima volta da quando aveva accettato quella relazione con tutte le sue conseguenze.

«Non devi per forza dire sì! Anzi: non devi proprio! È solo una follia! Mi sono lasciato trasportare dalla situazione! Lascia perdere, Daya! Ignorami! Sì: ignorami!», iniziò a blaterare rapidamente l’uomo e Shiva, davanti a quell’eruzione di parole, trovò impossibile non ridere. Era l’unico in grado di farla sentire in quel modo, era capace di dissipare in un solo momento ogni suo dubbio e a confermare quei forti sentimenti che facevano sentire Shiva viva.

Un battito d'ali, la vita di una farfalla ”, era quella la durata dell'esistenza di Hyperion… lei sentiva di volerla vivere fino in fondo.  Con l’animo più leggero e un sorriso sulle labbra, la Dea prese la terza candela dalla sua mano.

«Se me lo chiedessi, accetterei».

La voce di Hyperion si spense lentamente mentre sul suo viso appariva un’espressione felice e sorpresa, del tutto impreparata alla risposta appena ricevuta.

«Davvero?»

«Davvero, Hyperion. Desidero sposarti. Ora».

«Ma… non abbiamo nessun testimone e…»

Shiva rise ancora. Lei era un essere immortale che aveva visto quelle terre venire create dal Nulla, aveva visto innumerevoli lune susseguirsi l’una dopo l’altra, aveva visto guerre e lunghi periodi di pace. Aveva provato amore e passione per Ifrit, affetto per gli altri suoi compagni e compassione per i mortali, ma solo con Hyperion si sentiva una donna e poteva sentire emozioni che fino a quel momento le erano state precluse dalla sua divinità.

«Mi hai chiesto di sposarti tramite la Cerimonia della Luce e non hai organizzato niente?»

«Credevo rifiutassi, Daya!», si difese lui, divertito a sua volta dalla situazione nella quale si era cacciato, «O che, nella migliore delle ipotesi, mi avresti detto: non stanotte!»

«Per me, ogni momento è quello giusto con te», rispose la Dea sorridendo.

«E i testimoni?»

«Gli Dei saranno i nostri testimoni allora», concluse Shiva in una mezza verità che, anche se avrebbe voluto ignorarla, la rendeva inquieta. Solo lei avrebbe fatto da testimone a quell’unione e sperava con tutto il cuore che nessun’altro dei suoi compagni avesse intenzione di assistere a quel momento, perché non era pronta ad affrontare le conseguenze del suo gesto.

Hyperion parve pensarci un poco prima di annuire.

«Suona bene», ammise sorridendo, senza però riuscire a nascondere l’emozione.

La Cerimonia della Luce era uno dei tanti rituali che i mortali utilizzavano per unirsi agli occhi dei Siderei, un modo per legare le loro anime in un modo romantico e spirituale.

Vicini alla riva del mare, illuminati dal falò e dalle candele che stringevano tra le dita, tennero nella stessa mano la terza candela ancora spenta. Le loro mani, incrociate sulla cera candida del lume ancora senza vita, trasmettevano emozione e nervosismo.

« Daya, questa candela rappresenta il mio amore per te, ed è ad essa che affido il mio cuore e la mia anima », esordì Hyperion dopo un momento di solenne silenzio, volto a evitare che la sua voce tremasse troppo. Tuttavia la voce, a causa dell’emozione, sembrò mancargli e fu costretto a prendere un profondo respiro prima di proseguire.

« Prego i Sei affinché la sua fiamma bruci come il fuoco dell'Ardente e che sia forte e indomabile come l'Immane ».

Shiva ascoltò le sue parole, cercando di ignorare il disagio nel sentire nominare Ifrit. Allontanò quel pensiero con decisione, determinata a non rovinare quel momento con i suoi sensi di colpa e le paure che, per quanto fondate, non erano ciò che desiderava provare in quell’istante. Egoista, bugiarda e traditrice, erano quelle le parole con le quali Shiva era solita descriversi in quegli ultimi anni. Eppure, era anche felice.

Strinse le labbra permettendo alle parole del rito di scivolare fuori dalle sue labbra dopo qualche momento di esitazione.

« Hyperion, questa candela rappresenta il mio amore per te, ed è ad essa che affido il mio cuore e la mia anima. Prego i Sei affinché la sua fiamma venga protetta dalla compassione della Glaciale e che cresca guidata dalla stessa saggezza del Tonante », esalò, incatenando lo sguardo con quello dell’uomo. Iniziarono poi a parlare insieme, portando le mani con le candele accese verso lo stoppino ancora spento dell’altra.

« Affidiamo questa candela all'Abissale e alle sue acque, e come la luce dell’Illuminato, in grado di dissipare anche l’oscurità, chiediamo ai Sei di illuminare il nostro cammino e di condurci sempre a casa », pronunciarono con calma il loro giuramento, osservando la fiammella della candela prendere vita. Si chinarono entrambi posando con delicatezza il lume sulla piccola barchetta di legno che l’avrebbe sostenuta nel suo viaggio per le correnti.

« Con questo gesto, io ti sposo Daya. La mia vita ti appartiene, ora e per sempre ».

« Con… questo gesto, io ti sposo Hyperion. La mia vita ti appartiene, ora e per sempre », rispose anche Shiva, spingendo la candela verso il mare.

La osservarono, quasi con il fiato sospeso, superare le piccole onde che si creavano in riva e una volta oltrepassato quel primo ostacolo, la Dea si voltò verso Hyperion. Lesse nei suoi occhi non solo il sollievo, ma anche una felicità infinita: un’emozione talmente genuina e forte da non trovare una descrizione. Quei sentimenti si riversarono subito anche nell’animo della Glaciale, rendendolo leggero come una piuma.

«Posso baciare la mia sposa?», domandò l’uomo a quel punto.

«Permesso concesso», rispose con un sorriso la Dea, chiudendo gli occhi e accettando le labbra di Hyperion. Neanche un’ora prima quelle stesse labbra avevano definito quella notte come magica e Shiva, ancora una volta, si sentiva pronta a dargli ragione.

Quella notte, la Notte delle Candele, era davvero magica e lei, in quell'attimo rubato alla sua vita immortale, sentiva che l'avrebbe per sempre ricordata in quel modo.