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The Sunset of Solheim

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Il Regno di Solheim era il gioiello di Eos. L’orgoglio dei Siderei che, da quello che sarebbe poi divenuto il loro Reame, avevano osservato la sua nascita e crescita sin dall'alba dei tempi: da quando il Nulla aveva aperto i suoi cancelli creando quella terra e la sua gente, e scegliendo infine loro Sei come guardiani di quel mondo appena nato.

Con lo sguardo fisso e curioso sui mortali che avevano iniziato a muovere i loro primi passi per Eos, i Siderei avevano presto iniziato a mostrarsi agli occhi increduli di quelle persone. Si erano soffermati ad accogliere le loro preghiere e le richieste, li avevano aiutati e benedetti... mentre altre volte avevano lasciato che fossero gli stessi umani a trovare una soluzione senza l'intervento divino.

Avuto modo di assistere a guerre e carestie, lutti e disastri, ma avevano anche potuto ammirare piccole e grandi gioie, feste e miracoli che niente avevano a che fare con la magia. E fu proprio in quel periodo di sviluppo, di scoperte e di forte curiosità, che Solheim iniziò a brillare. Dapprima con una luce timida, ancora incerta, che fece da preludio a un bagliore sempre più vivo.

Dal cuore di quel Regno, i Sei avevano visto nascere uomini e donne le cui menti, sature di curiosità e intelligenza, avevano contribuito all’espansione delle città di tutta Eos e alla creazione di una tecnologia unica, mirata a rendere le vite di tutti più semplici. Altri mortali, invece, si erano dimostrati degli individui dall'animo coraggioso e nobile, che avevano fatto della protezione del prossimo il loro obiettivo di vita, e altrettante volte avevano al contrario assistito alla comparsa di persone guidate dalla malizia e dalla brama di potere.

Bene e male si erano alternati come il giorno e la notte in un ciclo infinito per lunghi millenni che, gli occhi dei Siderei, erano sembrati scorrere rapidi come sabbia tra le dita. Si erano susseguiti l’uno all’altro forgiando il Regno di Solheim, la cui città dall’omonimo nome spiccava per bellezza tra quelle di Eos.

Tutte le civiltà, nate sotto la luminosa guida di Solheim, sembravano essere destinate a grandi cose, e anche se lo scorrere del tempo aveva fatto diminuire le preghiere che la popolazione rivolgeva ai Siderei, questi non avevano mai smesso di vegliare su quelle terre, talvolta anche con la loro stessa persona. Infatti, pur essendo vietato dalle loro Leggi Supreme, di tanto in tanto erano gli stessi Dei ad abbandonare i loro corpi immortali per assumere un aspetto più umano.

Ad esempio, la più giovane e capricciosa tra loro, Leviathan, amava il mare e con l’anonimo aspetto di una ragazzina si tuffava spesso nelle calme acque che circondavano il Villaggio delle Cascate. Era il suo luogo preferito, sosteneva, anche se, come Bahamut era solito farle notare, sembrava in realtà particolarmente attratta dal tempio eretto in suo onore proprio in quell’arcipelago - cosa che, sempre a detta dell’Illuminato, gonfiava a dismisura il suo ego. Ramuh, invece, non riusciva a trovare gioia più grande se non quella di apparire come un saggio anziano davanti agli sguardi adoranti dei bambini che pendevano dalle sue labbra cariche di racconti.

Ma era Shiva, la cui dolcezza e compassione non conoscevano eguali, quella più incline a concedersi quella piccola libertà. Sotto le spoglie di una semplice donna dai lunghi capelli castani e gli occhi tendenti al viola - a causa della magia che risiedeva nel suo corpo -, si permetteva di attraversare le vie di Solheim e di tutte le altre città di Eos, vivendo in prima persona le gioie e i dolori di quella civiltà da lei tanto amata.

Trovava rilassante, oltre che illuminante, l’incontrare gli abitanti e porgere loro la mano come una qualsiasi mortale di buon cuore. Si interessava alle loro storie, a ciò che li rendeva felici ma anche a quello che portava tristezza nei loro animi. Erano semplici vite che per una Dea immortale duravano come l’esistenza di una farfalla, un battito d’ali che passava inosservato nell'immensità del creato. Eppure, erano state quelle stesse vite a creare dei piccoli prodigi e che avevano reso il Regno di Solheim il gioiello di Eos.

Tutto, anche il più piccolo granello di sabbia in una clessidra, era in grado di fare la differenza e Shiva aveva accettato quella consapevolezza quasi senza pensare alle conseguenze. Neanche quando queste si presentarono a lei con la stessa leggerezza di una singola e insignificante goccia d’acqua che, con il giusto raggio di sole, avrebbe dato la vita alla magia dell'arcobaleno.

Si trattava di un uomo. Un semplice mortale che, con discrezione, si era offerto silenziosamente di aiutarla. Era stato un gesto gentile, volto a dare una mano a una piccola bambina che si era allontanata troppo dai genitori e che Shiva, nella sua dolcezza e forse istinto materno, aveva preso sotto la sua ala protettiva.

«Come ti chiami, piccola?», la voce del mortale era profonda ma gradevole, e mentre si chinava per essere all'altezza della bambina, gli occhi di Shiva vennero immancabilmente attratti dei raggi del sole che, con quel movimento, avevano accarezzato con delicatezza la pelle chiara di quell'uomo, facendo brillare i suoi capelli biondi come dei fili d'oro.

«Hestia», era stata la risposta timida della bambina.

«Io sono Hyperion», le tese la mano, presentandosi con un tono leggero e amichevole. Hestia la accettò con un pizzico di esitazione, mostrandosi quasi rassicurata dai suoi modi calorosi e gioviali.

Era una scena dolce, affettuosa, che la stessa Shiva aveva osservato con un lieve sorriso prima di pronunciare un semplice: «Si è smarrita», che spezzò quel breve momento di presentazioni. Solo in quel momento l’uomo sollevò il capo per rivolgersi direttamente a lei. Era giovane e bello, il viso macchiato da delle lentiggini che formavano piccole costellazioni. Quel contatto visivo durò tuttavia solo pochi attimi, un lampo fugace come il nocciola chiaro degli occhi di quell'uomo.

«Allora dobbiamo aiutarti a ritrovare i tuoi genitori!», dichiarò solenne, «Signorina Hestia, mi concede l’autorizzazione di aiutarla?», chiese esibendosi in un inchino quasi esagerato che strappò una prima ma timida risata alla bambina. Ridacchiò anche lui, e sicuramente incoraggiato dalla reazione di Hestia, l’uomo la prese tra le braccia, caricandosela poi a cavalluccio sulle spalle senza alcuna difficoltà.

Shiva osservò la scena con un sorriso, sorpresa come sempre dal buon cuore di quelle persone. I mortali, anche dopo tutti quei secoli, continuavano a stupirla.

Trovare la famiglia di Hestia si rivelò fortunatamente facile e le espressioni sollevate, cariche di gratitudine, che i genitori della bambina rivolsero a lei e al suo inaspettato compagno, erano per la Dea preziosi come le pietre più ricche e brillanti che venivano lavorate dagli orafi.

«Bene! Abbiamo fatto la nostra buona azione quotidiana!», dichiarò Hyperion una volta rimasti soli, alzando le braccia al cielo per stiracchiarsi.

Shiva conosceva la calda carezza del sole, tiepida contro la sua pelle naturalmente fredda. Tuttavia, il calore del sorriso di quell'uomo e la sua sincera gioia per quel gesto di buon cuore, riuscirono in un solo istante a penetrare la sua pelle gelida fino a toccarle il cuore, che per tutta la sua esistenza immortale era rimasto protetto da un perenne ma dolce inverno. Neanche Ifrit, con la sua passione travolgente, era mai riuscito a spingersi così oltre.

Le venne infatti spontaneo sorridere a sua volta, muovendo delicatamente il capo per assentire all’affermazione dell'uomo.

«Vi ringrazio», rispose gentile e rispettosa, pronta a mettere da parte il suo ruolo di Dea immortale come ogni volta che metteva piede a Solheim. In quei momenti era solamente una donna come tante e non aveva bisogno di assumere il tono solenne che era solita usare nel suo ruolo di Glaciale.

«Oh, andiamo! Non ringraziarmi! E non essere così formale!», rise Hyperion, trascinando inconsciamente Shiva verso una discesa. Un ripido strapiombo che l’avrebbe sicuramente fatta precipitare in un qualcosa di ignoto, sconosciuto anche per una Dea come lei, che aveva visto la creazione di quel mondo. E, indomabili come le acque del Villaggio delle Cascate, le parole fluirono fuori dalle labbra di Shiva con naturalezza, senza neanche darle la possibilità di arginarle.

«Come desideri. Ma ripeto: ho gradito il tuo aiuto».

«Niente di che! Quindi… posso sapere il tuo nome?», chiese in tutta risposta l'uomo, presentandosi ancora con un: «Io sono Hyperion».

Shiva accettò con delicatezza la mano che l’uomo le porse, restando piacevolmente sorpresa dal calore naturale che sentì emanare da quella pelle baciata dal sole. Cercò di riscuotersi da quel breve momento di contemplazione e, guardandolo negli occhi, provò a rispondere.

«Io… sono Daya», mentì, utilizzando il nome che era solita assumere in quelle occasioni.
Il sorriso dell’altro sembrò allargarsi. Era caldo, notò Shiva, come l’abbraccio nel quale Ifrit, il suo compagno, era solito stringerla. Al tempo stesso, tuttavia, la Glaciale non poté non trovarlo anche diverso, perché in quella familiarità non riconosceva la possessione e la passione dell'Ardente, ma solo un’immensa e sincera dolcezza, del tutto disinteressata.

«Felice di conoscerti, Daya».

In quel momento, Shiva, avrebbe dovuto capire a quali conseguenze stava andando incontro, quali Leggi dei Siderei avrebbe infranto con quel suo interesse così genuino nei confronti di Hyperion. Ma il sorriso di quell'uomo e il suo calore le avevano gremito l’animo con una semplicità talmente disarmante da renderla schiava di quelle sensazioni, nuove perfino per un essere immortale come lei.


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Era stato Ramuh il primo a scoprire il suo segreto e a metterla in guardia.

Il Tonante era sempre stato il più gentile tra i Siderei, quasi al pari di Shiva, e con sincera preoccupazione l’aveva pregata di porre fine ai suoi incontri clandestini con il mortale.

Era passato oltre un anno dal primo incontro della Glaciale con Hyperion, e solo poche ore dall'ultima visita della Dea a Solheim, ed era ironico come la presenza di quell’uomo nella sua vita l’avesse spinta a contare anche i singoli giorni, e non a lasciar scorrere il tempo in un ciclo infinito e ormai senza senso. Abbandonava il Regno dei Siderei sempre più spesso, riempiendosi la bocca di menzogne pur di mantenere quel segreto agli occhi di Ifrit e degli altri suoi compagni, e incontrare Ramuh quella mattina, sotto il tiepido sole che scaldava una delle piazze della città, l’aveva messa dinanzi alla dura realtà: il sogno che stava vivendo a Solheim, quelle ore strappate ai suoi doveri da Dea e passate in compagnia di Hyperion a parlare di tutto e niente, equivalevano a un numero infinito di leggi infrante. Non si trattava più di quelle piccole fughe nel mondo mortale, e che vedevano come protagonisti tutti i Siderei, si aveva a che fare con un rapporto che andava avanti da fin troppo tempo. Si parlava di sentimenti, e Ramuh li aveva riconosciuti in entrambi.

«Ti guarda come se pensasse che sia stata tu a mettere in cielo la luna e le stelle, come se dal tuo sorriso dipendesse la sua stessa esistenza», le aveva detto con delicatezza, «E il tuo stesso sguardo tradisce la presenza di queste emozioni».

Lei aveva annuito consapevole e colpevole, incapace di negare i suoi sentimenti.

«Farò ciò che è giusto», aveva risposto ma quando aveva raggiunto Hyperion ed era stata ancora abbracciata dal suo sorriso luminoso e caldo, Shiva si era sentita persa alla sola idea di spegnere quello sguardo felice mettendo la parola fine a quel rapporto.

Se per lui ho messo in cielo la luna e le stelle, per me Hyperion è come il sole. Caldo e necessario per vivere ”, aveva pensato. Ciò che era razionale per Shiva, la Glaciale e Dea di Eos, non era giusto per Daya, la mortale che si era fatta incantare da Hyperion, un altro essere umano. Infatti, ammettere di essersi innamorata di quell’uomo era stato talmente semplice che Shiva non si era sentita spaventata da quella realizzazione, ma bensì solo dalla consapevolezza che un giorno il tempo le avrebbe portato via la fonte di quella gioia quasi immotivata.

Lei poteva fingere un lento e graduale invecchiamento, Hyperion però un giorno sarebbe morto e a lei non sarebbe rimasto altro che il ricordo di una felicità, la cui vita corrispondeva a quella di un piccolo fiammifero sotto la pioggia.

Da quando amare fa così male?”

Aveva provato quei sentimenti secoli e secoli prima per Ifrit che, con la sua passione e irruenza, il lasciarsi sempre guidare dall’istinto e non dalla ragione, l’aveva fatta sentire viva. La loro era stata una relazione forte come i ghiacci che Shiva era in grado di creare e distruttiva come le fiamme di Ifrit. Eppure, quell’amore che la Dea provava per il suo compagno di sempre non era lontanamente paragonabile a ciò che sentiva per Hyperion.

Neanche lo sconfinato affetto che legava Bahamut e Leviathan sembrava poter essere realmente comparato a ciò che Shiva provava con quel mortale. I suoi due compagni erano diversi come terra e acqua. Era la pazienza di Bahamut a placare i capricci impetuosi di Leviathan.

Caratteri contrapposti per due anime che, tuttavia, erano rimaste legate sin dall’alba dei tempi senza mai separarsi, senza mai veder appassire i loro sentimenti… ed era solamente in quella forza che Shiva riusciva in parte a riflettersi.

Si sentiva coinvolta in un modo talmente diverso da quel mortale che neanche lei riusciva a spiegare le sue stesse sensazioni, ma poteva dire che era come se la sua anima avesse trovato la sua giusta dimora, esattamente come Leviathan aveva trovato il suo rifugio in Bahamut e viceversa.

Alla fine, la scelta di Shiva si rivelò essere dettata solamente dal suo egoistico desiderio di una vita mortale: una felicità effimera che si sarebbe spenta con la morte di Hyperion. Non poteva sapere quando e come il dolore per la sicura perdita dell’uomo le avrebbe dato pace, ma quei dubbi scomparvero come per incanto durante la Festa dell'Inverno, tra le lanterne che si levavano in cielo con la preghiera di una stagione mite e non portatrice di distruzione.

Hyperion le prese le mani, stringendole tra le sue con un’emozione che quasi faticava a contenere, e con un tono impacciato ma che non mostrava incertezze, le dichiarò il suo amore… e Shiva decise senza ripensamenti che non le importava il futuro e le sue numerose incognite: non se poteva godere di quel calore nel presente.