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Initially, he wanted to be a pilot

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“... apra gli occhi per favore. Coraggio...”

E alla fine Martin cedette a quella voce dal tono gentile ma insistente. Si sentiva le palpebre estremamente pesanti ed era talmente stanco da essere già esausto soltanto nel provare ad aprire gli occhi. Alla fine, però, ce la fece ricevendo come risposta un sorriso incoraggiante dall'uomo di mezza età con i capelli bianchi chino su di lui.

“Ben fatto. Ora mi guardi, per favore... bene, così.”

Martin sbatté le palpebre diverse volte prima di rimanere paralizzato dal terrore nel momento in cui notò che l'uomo aveva indosso un camice bianco e portava uno stetoscopio appeso al collo. L'uomo – o meglio, il dottore – si raddrizzò e annuì in segno di assenso senza però smettere di sorridergli.

“E' tutto ok” disse in tono rassicurante “E' al sicuro, adesso. Si trova in ospedale ma sta bene. Ora solleverò leggermente il materasso per farla stare più comodo.”

Il medico impugnò il telecomando e premette un tasto che fece alzare il letto di diversi centimetri. Quando Martin si trovò quasi seduto iniziò a guardarsi in giro per la stanza con aria preoccupata. C'erano due poltrone, due mobiletti, un armadio e, dalla porta poco distante dal letto, riusciva a scorgere il bagno. La finestra dava su un giardino ben curato con molte aiuole, e tutto il perimetro era circondato da alberi. Ovvio che si trovava in una stanza d'ospedale, ma anche se ogni singola cosa in quel posto sembrava gridare lusso da ogni poro, questo non lo aiutò a essere meno spaventato. Martin notò che aveva indosso un pigiama da ospedale, un ago infilato nella mano e diversi elettrodi sul petto per tenere sotto controllo la sua frequenza cardiaca. Si strofinò un attimo gli occhi cercando di ricordarsi come fosse finito in ospedale, ma senza successo.

“E' al sicuro, adesso” ripeté l'uomo accanto a lui “Io sono il dottor Shelton e al momento lei si trova al St. Margaret's Hospital di Peterborough.”

“Come...?” fece per chiedere Martin ma la sua voce non era che un lieve sussurro. Deglutì a fatica a provò di nuovo “Come ci sono arrivato? Perché Peterborough?” *

“Non si preoccupi” lo rassicurò il dottore “Al momento potrebbe accusare una leggera perdita di memoria, ma le tornerà a breve. Devo solo porle alcune domande... se per lei va bene.”

Martin annuì cercando di ricordarsi cosa gli fosse successo prima che si risvegliasse in quel letto d'ospedale.

“Può dirmi il suo nome?” domandò il dottor Shelton.

“Mar-Martin Crieff” rispose l'uomo “Capitano Martin Crieff.”

Shelton annuì e rivolse una veloce occhiata all'uomo accanto alla porta.

“E' il suo nome completo?”

“Martin Richard Crieff.”

“Quando è nato?”

“Il sette luglio millenovecentosettantacinque.”

“Il suo indirizzo?”

“Il 25 di Parkside Terrace, Fitton” disse Martin “Come ho fatto ad arrivare qui?”

“Le posso assicurare che a breve le spiegherò tutto, Martin” disse Shelton “Sa dirmi intanto il suo numero di telefono?”

Martin glielo disse, mentre l'uomo sulla porta recuperava un taccuino dalla tasca interna della giacca e vi scrisse qualcosa.

“Chi è il suo parente più prossimo?”

Martin lo guardò con aria preoccupata e il dottore gli sorrise.

“Non si preoccupi, è solo una domanda, non c'è alcun pericolo.”

“Uhm, ok. Wendy Crieff, mia madre. Vive a Wokingham. Potete trovare il suo numero sul mio cellulare.”

“Sa dirmi che lavoro fa?”

“Sono il capitano di un aeromobile. Lavoro per la MJN con base all'aeroporto di Fitton.”

Il dottor Shelton annuì.

“Perfetto. Ancora un paio di domande, questa volta più generali. Mi servono capire il grado di perdita di memoria. Dove risiede la Regina?”

“A Buckingham Palace” rispose Martin confuso.

“Chi vive al numero 10 di Downing Street?”

“Il Primo Ministro.”

“E chi è il Primo Ministro in carica?”

Martin aprì la bocca per poi aggrottare la fronte.

“Non... non me lo ricordo” ammise guardando il dottore anche se poté giurare di aver visto con la coda dell'occhio l'uomo sulla porta sorridere alla sua affermazione. Nel momento in cui però Martin girò la testa in direzione dell'uomo, quello aveva un'espressione impassibile e aveva ripreso a scrivere sul suo taccuino.

“Per favore, mi dica cos'è successo” disse Martin rivolgendosi al dottore “Sono stato coinvolto in un incidente? Non ricordo assolutamente come ho fatto ad arrivare qua.”

“E' stato trovato in stato di shock, qualcuno ha chiamato un'ambulanza e l'hanno portata nell'ospedale più vicino. Una volta capita l'entità del danno, è stato trasferito nel nostro ospedale.”

“Dove mi trovavo?” chiese Martin, sbarrando gli occhi dal terrore “Oh, mio Dio... ero sulla pista d'atterraggio? O peggio in volo?”

“Martin, è necessario che lei si calmi” disse il dottor Shelton nel momento in cui l'uomo aveva iniziato a respirare a fatica “Non era a bordo, glielo garantisco” e rivolse un'altra occhiata all'uomo alla porta “Non era nessuno dei suoi amici o dei suoi parenti nel momento in cui si è sentito male.”

“Perché riesco a ricordare nulla?” chiese Martin quasi prossimo a un attacco di panico.

“Lei, signor Crieff, ha avuto quello che chiamato un disturbo psicotico breve” gli spiegò gentilmente il dottor Shelton “E' una condizione mentale che si verifica spesso a seguito di un forte stress. La perdita di memoria è un sintomo comune ma, date le circostanze, sono certo la recupererà a breve.”

“Ho avuto un esaurimento nervoso, non è così?” disse Martin in preda all'ansia “Oh, Dio... non mi permetteranno più di volare...”

“Un disturbo psicotico breve non equivale a un esaurimento nervoso” disse il dottor Shelton “Quello che è successo a lei è leggermente più complesso ma può essere curato e sono certo che a breve sarà perfettamente in grado di tornare a fare il suo lavoro.”

“Dovrei chiamare mia madre” disse Martin “Sarà preoccupata.”

“Temo che al momento non sia possibile” disse il dottor Shelton “Durante il primo stadio della sua riabilitazione dovremmo somministrarle dei farmaci antipsicotici. Le indurranno sonnolenza e la faranno sentire confuso, ragion per cui è meglio che per questo periodo i suoi contatti rimangano circoscritti allo staff medico di questo ospedale. Tuttavia posso assicurarle che la sua famiglia è stata informata di quanto è successo e che non si trova in pericolo. Sarà nostro compito aggiornarli regolarmente in merito ai suoi progressi” concluse il medico guardando nuovamente in direzione dell'uomo sulla porta.

Martin lo guardò prima che la verità cominciasse a farsi strada dentro di lui.

“Sono stato internato, vero?” domandò sommessamente.

“E' vero, lei è stato trattenuto secondo le regole del dipartimento d'igiene mentale” disse il dottor Shelton “Ma questo quando è stato trovato in stato di shock. Dopo che si è stabilizzato e, a seguito delle dovute visite, è stato deciso di trattenerla per la sua sicurezza e per permettere a noi medici di curarla nel miglior modo possibile. Nei prossimi giorni uno dei nostri curatori[1] verrà a spiegarle quali sono i suoi diritti e le fornirà nei documenti con tutte le informazioni necessarie” concluse il medico prima di presentargli l'uomo che, fino a quel momento, era rimasto in silenzio sulla porta.

“Le presento il signor Gregory” disse Shelton “E' lui che segue il suo caso ed è anche lo... lo psicologo che l'avrà in cura.”

Martin non era di certo un asso nel leggere il linguaggio del corpo, ma poteva affermare con certezza che il dottor Shelton era piuttosto intimidito dall'uomo che era appena entrato. Martin non ne fu affatto sorpreso. Il sorrisetto del signor Gregory era talmente intimidatorio che, sotto il suo sguardo, il medico non poté fare altro che farsi da parte.

“Salve signor Crieff” disse il signor Gregory.

“E' capitano Crieff” rispose Martin stizzito ma l'altro l'uomo non sembrò minimamente turbato dal tono scontroso.

“Forse sarebbe più semplice se la chiamassi semplicemente Martin, no?” propose con tono conciliante.

“Allora dovrei poterla chiamare anch'io per nome, o no?” chiese Martin, sorprendendosi per l'irritazione che traspariva dalla sua sua voce.

“No” rispose il signor Gregory e la voglia di Martin di mettersi a litigare con quell'uomo sparì non appena lo guardò negli occhi. Successivamente l'altro provò a ristabilite un contatto visivo, ma ogni volta che ci provava, Martin allontanava lo sguardo. Gli sembrava di capire perché il dottor Shelton sembrasse così spaventato dal signor Gregory: quell'uomo sembrava emanare un'aura di potere tale che fece temere a Martin che, se solo l'avesse voluto, il signor Gregory avrebbe potuto farlo rimanere in ospedale per sempre.

“Come le ha spiegato il dottor Shelton, le verranno somministrati una serie di farmaci che l'aiuteranno a ristabilire la sua precedente condizione psicologica. Dopo di ché inizieremo una terapia psichiatrica con sedute regolari” spiegò l'uomo prima di rivolgere a Martin un altro sorriso affatto rassicurante “Nelle prossime settimane ci vedremo spesso” concluse il signor Gregory.

Martin avrebbe preferito di gran lunga non dover aver più nulla a che fare con quell'uomo per il resto dei suoi giorni.



***



Nonostante non gli fosse permesso lasciare la sua stanza, durante gli otto giorni che seguirono il suo risveglio Martin continuò a ricevere moltissime visite da parte dello staff dell'ospedale. In un paio d'occasioni aveva ricevuto la visita da parte di una curatrice che, come promesso, gli aveva spiegato quali fossero le sue condizioni cliniche e i suoi diritti, ma a Martin quei colloqui parvero del tutto privi di una qualunque utilità. La donna gli fece molteplici domande sul suo lavoro, la sua famiglia e prese nota nota dei loro contatti, assicurandogli che sarebbero stati tutti informati in merito ai suoi progressi.

Il dottor Shelton veniva a visitarlo una volta al giorno per accertarsi delle sue condizioni e modificare le dosi dei medicinali, che ora era in grado di assumere per via orale, liberandogli così la mano dell'ago cannula per la flebo. Gli infermieri passavano spesso da lui per eseguire dei controlli regolari, lavarlo, medicarlo e, in generale, prendersi cura di lui. Tutti e tre – Daniel, Lacey e Narinda – erano persone molto amichevoli e piacevoli, Lacey soprattutto era una gran chiacchierona con la battuta sempre pronta. Un altro visitatore regolare era un dipendente dell'ospedale incaricato di pulire la stanza, riempire una brocca d'acqua e servigli i pasti, spesso seguiti da tazze di tè o caffè. Martin si sentiva al sicuro in mezzo a quelle persone, anche se cominciava a temere che fosse una sensazione soltanto apparente e indotta dai farmaci che gli facevano assumere.

Il sesto giorno si era sentito sufficientemente in forma da voler provare a uscire dal letto e Daniel e Narinda si erano offerti di aiutarlo. Il suo equilibrio risultò essere alquanto precario – anche se poteva benissimo essere un effetto collaterale dei medicinali – ma gli infermieri lo aiutarono comunque a raggiungere il bagno, restandogli accanto garantendogli allo stesso tempo la giusta privacy finché non andò a lavarsi le mani. Mentre chiudeva il rubinetto dell'acqua, Martin alzò lo sguardo notando che sopra al lavandino non c'era lo specchio; non fece in tempo a formulare la domanda che Narinda gli passò gentilmente l'asciugamano prima di rispondergli.

“Dobbiamo mantenere i pazienti a debita distanza da qualsiasi oggetto che potrebbe costituire un pericolo, soprattutto durante le prime settimane. Credo non ci sia bisogno di spiegartene la ragione. È lo stesso motivo per cui c'è sempre qualcuno mentre mangi o perché la brocca dell'acqua è di plastica e non di vetro. O perché spetta a noi il compito di raderti ogni mattina. Se tra un po' sarai in grado di utilizzare un rasoio elettrico senza specchio, saremo più che ben disposti a lasciarti fare da solo, ma per il momento gli specchi sono banditi.”

Daniel gli sorrise.

“Non è che non abbiamo fiducia in te, Martin, è solo che... beh, non ci fidiamo di te. Non ancora, almeno.”

Martin annuì. Poteva comprendere le misure di sicurezza adottate dallo staff dell'ospedale, soprattutto considerando che, in fondo, era lì da poco ,ma gli sarebbe piaciuto essere meno confuso, in modo da riuscire a spiegare loro che non aveva alcuna intenzione di farsi del male.

Quando ebbe finito di asciugarsi le mani, Narinda prese l'asciugamano e lo rimise dov'era prima mentre Daniel gli offriva un braccio per aiutarlo a camminare.

“Ti andrebbe di sederti sulla poltrona invece che tornare a letto?”

“Sì, grazie” rispose Martin aiutato da Narinda a indossare una vestaglia e un paio di pantofole e da Daniel a raggiungere la poltrona. Una volta arrivati, Martin si sedette con attenzione, felice di poter passare un po' di tempo non da sdraiato.

“Se dovessi sentirti stanco e volessi tornare a letto o se devi andare in bagno, premi il bottone e chiamaci” gli disse Narinda porgendogli il telecomando per la chiamata d'emergenza “Non provare ad alzarti da solo” ci tenne a ricordargli la donna, prima che lei e Daniel uscissero dalla stanza.

Martin era davvero felice di poter stare finalmente seduto come un normale essere umano, inoltre la poltrona era posizionata in modo da permettergli di guardare comodamente fuori dalla finestra. Rimase lì fermo a osservare il giardino dell'ospedale mentre cercava di capire cosa gli fosse successo e perché né la sua famiglia né i suoi amici sembrassero preoccupati per le sue condizioni. La curatrice, la signorina Kelly, era venuta da lui poco prima, per informarlo che la mattina successiva sarebbero iniziate le sue sedute insieme al signor Gregory. E, a tal proposito, Martin non era più così sicuro di voler davvero sapere cosa lo avesse ridotto in quello stato... temeva che in qualche modo la verità avrebbe potuto peggiorare le sue condizioni. Aveva il terrore che, nonostante le rassicurazioni del dottor Shelton, recuperare i propri ricordi sarebbe stato un processo molto lungo e che comunque non sarebbe mai più riuscito a pilotare un aereo.

Era ancora perso nei suoi pensieri quando sentì qualcuno bussare alla porta prima che l'inserviente entrasse. Non appena lo vide, Martin gli sorrise: tutte le persone che lavoravano in quell'ospedale erano molto gentili, ma la sola presenza di Jack era in grado di farlo sentire davvero meglio. Non avrebbe saputo dire il perché, ma quell'uomo gli era piaciuto dal primo istante che l'aveva visto. Forse gli ricordava un vecchio amico, magari qualcuno che aveva conosciuto a scuola, ma il suo cervello proprio non riusciva ad associare il volto di Jack a nessuno dei suoi ex compagni, e più ci pensava, più si sentiva stanco. Comunque fosse, c'era qualcosa in Jack – forse gli occhi blu o i capelli biondi che si stavano pian piano ingrigendo, o forse ancora il suo sorriso rassicurante accompagnato spesso dalla sua risata divertita – che in qualche modo riusciva a mettergli a tacere l'ansia.

“Buongiorno... oh!” fece Jack, sorpreso di vederlo fuori dal letto “Ciao! Ti senti meglio?”

“Daniel e Narinda mi hanno consigliato di stare qua per un po'...” rispose Martin.

“E' un gran passo avanti! Complimenti! Adesso però il caso di dare una pulita a questa stanza! Ti serve dell'altra acqua?” domandò Jack prima di controllare la brocca poggiata sul comodino “No, ok, è ancora piena... uhm” borbottò Jack aggrottando la fronte “Perché è ancora piena? Dovresti bere di più, ti farebbe bene” e così dicendo riempì un bicchiere d'acqua e lo porse a Martin guardandolo con aria severa, temendo un rifiuto che però non arrivò. Martin afferrò timidamente il bicchiere e ne prese un sorso, sentendosi orgoglioso quando vide Jack annuire soddisfatto. Mentre continuava a bere, l'altro aveva iniziato a pulire la stanza, spolverandone i mobili prima di passare lo straccio sul pavimento. Era quasi arrivato in prossimità della poltrona di Martin quando Lacey entrò nella stanza spingendo un carrellino.

“Ciao ragazzi” disse lei prima di rivolgersi a Jack “Riesci a continuare a lavorare mentre io faccio a Martin il controllo delle dieci?”

“No” borbottò Jack mentre i suoi occhi sembravano celare un sorriso “Sei esattamente nel punto che devo ancora pulire.”

“Ottimo, così non rischio di rovinare il tuo prezioso lavoro” disse lei candidamente spingendo il carrellino vicino a Martin e applicandogli il pulsiossimetro [2] sull'indice che l'uomo aveva già porto alla donna.

Jack sbuffò in modo quasi teatrale prima di strizzare lo straccio nel secchio mentre Lacey metteva al braccio di Martin lo sfigmomanometro. [3]

“Fai con comodo” disse Jack fingendo rassegnazione.

“Ma datti una mossa” aggiunse Martin un istante dopo, rendendosi conto solo successivamente di quanto fosse stata pessima quell'uscita. Non solo non aveva sorriso, ma per qualche strana ragione la sua voce si era abbassata di qualche tono, non facendo altro che peggiorare un'uscita già infelice di suo. Stava per scusarsi con Lacey quando Jack emise uno strano verso che sembrava una specie di sospiro ma, nel momento in cui si girò verso di lui, Martin non lo vide minimamente offeso per il suo commento.

“Scusa” disse rivolgendosi a Lacey “Non è una cosa carina da dire, vero?”

“Non molto, in effetti” confermò Jack.

Nonostante Lacey gli avesse rivolto un sorriso rassicurante, come per fargli capire che non si era offesa, Martin cominciò ad avvertire un dolore lancinante perforargli la testa. Non riuscì a trattenere una smorfia quando avvertì la sensazione di una porta che sbatteva con forza nella sua mente... no, a dire il vero era come se questa porta fosse stata fatta esplodere per aprirla ma questa fosse ritornata tutta d'un pezzo esattamente dov'era prima con un tonfo assordante, lasciandogli come unico ricordo quel terribile mal di testa e una sensazione spiacevole che non era in grado di spiegarsi. Ci volle molto tempo prima che questa sparisse del tutto.



***



“Mi trovo in un ospedale privato, vero?” domandò Martin quando, la mattina successiva, il signor Gregory entrò nella sua stanza.

“Cosa te lo fa pensare?”

“Mi è capitato di andare negli ospedali pubblici, soprattutto quando papà...” disse l'uomo, deglutendo dolorosamente al ricordo “...stava morendo. Non sono mai stato in un ospedale psichiatrico prima di adesso, ma gli strumenti che utilizzate hanno l'aria di essere molto costosi e all'avanguardia, cosa che il Servizio Sanitario Nazionale non può permettersi. Inoltre lo staff ha delle divise apparentemente migliori rispetto a quelle degli altri ospedali, le lenzuola mi sembrano di buona qualità e, a dirla tutto, si mangia discretamente.”

“Mi sembra un'ottima deduzione” disse il signor Gregory rivolgendogli un lieve sorriso.

Martin spalancò gli occhi a quell'affermazione.

“Sta pagando tutto Theresa, non è vero?”

“Chi è Theresa?” domandò il signor Gregory inclinando leggermente la testa.

“Theresa di Liechtenstein” rispose Martin imbarazzato.

“Sembra il nome di un membro della famiglia reale” fece l'uomo vagamente confuso.

“Beh, lo è, in effetti...”

Il signor Gregory si avvicinò a lui per guardarlo meglio.

“Stai dicendo che questa 'Theresa' è un membro della famiglia reale del Liechtenstein?”

L'altro annuì.

“Martin, per una ragione che al momento è troppo lunga da spiegare, posso assicurarti che conosco i membri di tutte le famiglie reali d'Europa e fidati se ti dico che in Liechtenstein non c'è nessuna principessa di nome Theresa.”

“Ma certo che c'è!” fece Martin, lasciando per un attimo da parte l'imbarazzo “Il suo titolo è Sua Serenissima e Altissima Principessa Theresa Gustava Bonaventura di Liechtenstein! È la contessa di Sponheim e a capo del Protettorato Straordinario del Cantone di Nîmes! Suo fratello minore è il re Maximilian!”

“Re Maximilian? Il Liechtenstein è un principato, non ha un re ma un principe, Hans-Adam. Sì, ha un figlio di nome Maximilian, ma ha quarantaquattro anni.”

“NO!” obietto Martin in preda all'ansia “Maxi è solo un ragazzino! Ed è il re! Non ha fatto altro che ripetercelo tutto il tempo!”

“Martin, posso assicurati che il Liechtenstein non ha un re e che non esiste alcuna principessa Theresa.”

“Ma ci siamo baciati!” rispose l'altro alzando il tono di voce “L'ho baciata al nostro terzo appuntamento, fuori dall'ufficio informazioni dell'aeroporto di Croydon!”

“Tu...” il signor Gregory gli rivolse uno sguardo estremamente serio “Sul serio, Martin: ti sembra davvero possibile che tu possa aver baciato una principessa all'aeroporto di Croydon?”

Martin continuò a fissarlo con gli occhi sbarrati mentre il signor Gregory ricambiò lo sguardo per un momento prima di proseguire oltre e andare a sedersi sulla poltrona incrociando le mani.

“Sono consapevole che è ancora troppo presto per questa fase ma, visto che ne abbiamo parlato, penso sia il caso di cominciare proprio da qui. Lascia che ti spieghi brevemente in che cosa consiste il disturbo psicotico breve: è uno stato che può essere causato da un forte stress e i sintomi principali sono illusioni e allucinazioni. La causa vera e propria che ti ha indotto a questa forma di psicosi non ci è ancora nota per via della tua momentanea perdita di memoria, ma ci sono ottime speranze perché tu possa ricordare quanto è accaduto.”

L'uomo si schiarì la voce continuando però a guardare Martin con occhi severi.

“Abbiamo anche consultato i registri che riportano nascite, matrimoni e morti e il censimento nazionale e devo dirti che non esiste nessun Martin Crieff” disse l'uomo facendo una pausa per guardare Martin che lo stava osservando basito “Inoltre non esiste nessuna Wendy Crieff, né Simon né Caitrlin Crieff. Come non c'è alcuna traccia di Carolyn Knapp-Shappey, Arthur Shappey o Douglas Richardson.”

Martin scosse la testa, incredulo.

“Ma non è possibile!”

“Da questo possiamo dedurre che lo stress a cui sei stato sottoposto ha avuto come esito il manifestarsi di una psicosi nella quale ti sei creato una nuova identità con tanto di amici e famigliari” gli spiegò il signor Gregory.

“No” fu l'unica cosa che disse Martin, facendo segno di no con la testa.

“Il registro delle imprese non riporta alcuna linea aerea sotto il nome MJN Air” continuò a spiegare il signor Gregory.

“No” insistette Martin “E' ridicolo! Perché mi sta dicendo...?! Chi è lei?! Perché mi sta facendo questo?!”

“Tutto quello che ti ho detto finora non è altro che la verità.”

“Non le credo” rispose Martin fermamente.

“Lo so che non mi credi. Il mio compito è quello di farti capire che questa è la verità. Cominciamo dalle cose semplici. Prendiamo qualcuno... Douglas, per esempio. Ti ricordi il suo numero di telefono?”

“Certo che me lo ricordo!” rispose Martin.

Il signor Gregory prese il suo cellulare dalla tasca della giacca e di alzò in piedi, porgendolo all'altro.

“Chiamalo.”

Martin prese il telefono e, cercando di non tremare, compose il numero di Douglas. In quel preciso istante sullo schermo apparve la scritta 'Numero inesistente'. Provò di nuovo ma ottenne la medesima risposta e alzò lo sguardo in direzione dell'uomo.

“Prova a chiamare un qualunque servizio di assistenza telefonica” gli consigliò lo psicologo “Scegline uno qualunque.”

In quel preciso istante Martin non se ne ricordava nemmeno uno, ma alla fine la sua memoria parve collaborare e il telefono squillò. Quando gli risposero, Martin fornì i dati anagrafici di Douglas – nome, indirizzo e codice postale. Restò in attesa a lungo prima che rimettessero in linea.

“Mi dispiace, ma non è risultato nulla con questo nome e indirizzo. Posso chiederle... lei ha detto Fitton” domandò facendo lo spelling “con codice postale Foxtrot November ventitre, quattro Romeo Delta?”[4]

“Esatto” fece Martin.

“Attenda in linea” gli disse l'operatore mentre tornava a digitare al computer. Martin aveva cominciato a respirare pesantemente in preda all'ansia temendo la risposta che, questa volta, non tardò ad arrivare.

“Signore, nel sistema non esiste alcuna città di nome Fitton.. è sicuro che non sia Filton?”

“No! È un'altra città! Le lettere centrali sono Tango Tango, non Lima Tango.”

Ci fu altro breve silenzio.

“Mi dispiace, ma non c'è nulla.”

“Grazie lo stesso” rispose Martin sconsolato chiudendo la telefonata e restituendo il telefono al signor Gregory che gli rivolse uno sguardo compassionevole.

“Vuoi provare a chiamare Carolyn sul suo numero di casa o agli uffici della MJN? O magari tuo fratello?” propose lo psicologo.

“Non è possibile. Deve aver manomesso in qualche modo il telefono. Quello non era un vero servizio di assistenza telefonica.”

“Lo era, invece” gli fece notare il signor Gregory “Ma come ti ho detto, ci vorrà del tempo prima che tu riesca a credermi” aggiunse l'uomo prima di alzare e bussare leggermente alla porta. Questa si aprì rivelando una donna con indosso un tailleur elegante e con in mano una valigetta.

“Mi serve il computer, per favore” disse l'uomo e lei, dopo aver estratto dalla ventiquattrore un portatile dall'aria nuova e costosa, glielo porse. Il signor Gregory chiuse la porta e tornò vicino a Martin offrendogli il pc.

“Cerca pure quello che desideri.”

Martin aprì il computer osservando con ansia lo psicologo mentre entrambi aspettavano che il sistema operativo entrasse in funzione... tutto quello che ricevette fu uno dei sorrisi meno rassicuranti che avesse mai visto.

“Non avrei il potere di modificare Internet” gli fece il signor Gregory presente prima di tornare a sedersi sulla poltrona in modo che Martin si sentisse libero di cercare quello che voleva.

L'uomo aprì il browser di internet e digitò l'indirizzo della MJN ma, quando l'indirizzo risultò inesistente, Martin dovette trattenersi di buttare il computer a terra. Si fece coraggio e aprì un motore di ricerca scartando quelli più ovvi e più noti, optando per un anonimo Quest.com. Digitò 'MJN Air' ma senza ottenere alcun risultato. Lo stesso accadde con 'Fitton, aeroporto'.

“Martin...” iniziò a dire il signor Gregory.

“Stia zitto” rispose Martin rabbioso tenendo gli occhi bassi fisso sullo schermo, cercando di fare del suo meglio per non cedere al pianto causatogli dal panico che lo stava assalendo. Provò con un altro motore di ricerca e digitò 'Fitton', ma ancora una volta non uscì nulla. Cercò due diverse cartine delle Midlands e le ingrandì il più possibile osservandole a lungo senza però riuscire a capire perché su nessuna di esse ci fosse traccia di Fitton o dell'aeroporto. A quel punto avrebbe quasi voluto che il signor Gregory dicesse qualcosa in modo da potersela prendere con lui, ma l'uomo rimase pazientemente in silenzio.

Rimase a sfiorare la tastiera con le dita, valutando se cercare qualche informazione in merito alla famiglia reale del Liechtenstein ma iniziò a tremare così forte che anche solo digitare qualche parola sembrava impossibile. Così alla fine, seppur con riluttanza, posò il computer sul letto e lasciò che il signor Gregory attraversasse la stanza per riprenderselo.

“Quindi mi sta dicendo che mia madre non esiste” constatò Martin sentendo invadersi dalla rabbia al solo pensiero “Io però me la ricordo. Come mi ricordo Simon e Caitlin e il funerale di mio padre! Mamma mi ha dato anche l'anello di mio padre con il suo sigillo!” disse alzando la voce e mostrando all'uomo l'anello che portava al dito “E mi ha lasciato in eredità un furgone! Quando non lavoro per la MJN gestisco una piccola azienda di traslochi!”

Martin pensò per un istante di cercare sulla Pagine Gialle il numero della Icarus Removals ma non osava farlo.

“Com'è possibile che Fitton non esista?” continuò “Io ci vivo a Fitton! Com'è possibile che neanche la MJN esista? Sta dicendo che nemmeno i miei amici sono reali... la prossima cosa che mi dirà è che non sono nemmeno un pilota!” commentò Martin scuotendo la testa.

“Sei un pilota?” gli domandò il signor Gregory “Guarda il tuo pollice sinistro e dimmi se sei un pilota.”[5]

Martin alzò il pollice della mano sinistra e rimase a guardarlo senza però dire una parola. Dentro la sua testa gli pareva di avvertire la sensazione di mille porte che sbattevano contro un muro per poi richiudersi di colpo. Fece una smorfia per il dolore e abbassò la mano, spostando poi lo sguardo sullo psicologo che alzò le spalle con aria rassegnata.

“Spiegami come si pilota un aereo” disse poi il signor Gregory “Dimmi, per esempio, quali sono i controlli da fare prima del decollo. Come fai a sapere se avete abbastanza carburante?”

Martin aprì la bocca per rispondere ma non riuscì a dire nulla. Lui sapeva di essere un pilota, erano sei anni che faceva atterrare e decollare GERTI ogni giorno ma in quel momento non era in grado di ricordare nessuna delle procedure di sicurezza che sapeva di dover seguire. Sforzò il più possibile il cervello, deciso a dimostrare al signor Gregory che quello che gli stava dicendo era una bugia, ma non gli venne in mente nulla che potesse smentire le parole dell'uomo.

Il signor Gregory attese qualche secondo prima di parlare nuovamente e avvicinandosi leggermente.

“Quand'è il compleanno di sua madre?” chiese.

“E' il...” Martin si bloccò, incapace di ricordarsi la data. Preso dallo sconforto abbassò la testa e nascose il viso fra le mani.

“Quando sei a casa mangi al tavolo della cucina o usi quello della sala da pranzo?”

Martin scosse la testa senza però uscire dal suo nascondiglio.

“Dove andavi alle elementari?”

“La smetta!” disse Martin con rabbia alzando la testa e guardando con odio lo psicologo.

“Mi dispiace, ma è di fondamentale importanza che tu capisca cosa sta succedendo.”

“Non voglio capirlo!” gridò Martin “Si sbaglia! Non me lo ricordo! Non so perché, ma non riesco a ricordare!”

“E come spieghi allora quello che hai trovato – o meglio – non hai trovato su internet?”

Martin scosse la testa, cercando di combattere contro le lacrime di rabbia che stavano cominciando ad annebbiargli la vista.

“Non soffri semplicemente di amnesia” gli spiegò il signor Gregory “Ti è successo qualcosa che non solo ti impedisce di ricordare chi sei veramente, ma quel qualcosa ha fatto in modo che i tuoi veri ricordi venissero soppiantati da ricordi fasulli, dandoti una nuova identità e un nuovo lavoro, creando attorno a te una rete di amici, famigliari e relazioni sentimentali... ma come tu stesso avrai constato, le persone che ricordi in realtà non esistono.”

“Non è vero” disse Martin disperato.

“Sarà il mio compito aiutarti a distinguere la realtà dai ricordi che ti sono stati impiantati” continuò a spiegare il signor Gregory “Quando sarà il momento, capirai che la famiglia Crieff, gli amici di Martin e il suo lavoro sono solo finzione.”

L'uomo continuò a guardarlo compassionevole.

“Temo sarà un processo lungo ma sono qui per facilitartelo. Lo so che in questo momento non mi credi, ma cercherò di aiutarti a comprendere la verità e restituirti la tua vita – la tua vera vita – nel momento in cui ti ricorderai chi sei veramente.”

Martin lo guardò indignato ma al tempo stesso confuso. Quello che l'uomo gli stava dicendo non poteva essere vero e Martin desiderava con tutto se stesso provargli che si stava sbagliando. Voleva smontare pezzo per pezzo tutte le sue teorie, ma quelle dannate medicine lo stavano confondendo e l'unica cosa che riusciva a mettere a fuoco nella sua mente era quello che era riuscito a vedere sullo schermo del computer. Scosse la testa nella speranza che quel gesto gli permettesse di riacquistare un po' di lucidità cercando al tempo di ricacciare indietro le lacrime di rabbia che stavano cominciando a scendere copiosamente.

Comprendendo lo stato di confusione e shock in cui si trovava in quel momento, il signor Gregory si alzò e si avvicinò a Martin, porgendogli un fazzoletto di lino che aveva recuperato dalla tasca della giacca. Quello lo guardò con rabbia prima di seppellire nuovamente il viso tra le mani, cercando disperatamente di mettere a fuoco i suoi ricordi prima che lo psicologo tornasse a sedersi.

“Qualcuno mi aiuti” sussurrò Martin con la bocca premuta contro i palmi delle sue mani “Per favore, qualcuno mi aiuti!”



***



La mattina successiva Martin si sentiva ancora molto confuso e non riusciva a togliersi dalla testa quello che gli aveva detto il signor Gregory e continuava a ripetersi quella specifica domanda come un mantra.



Sei un pilota? Sei un pilota?



Non era ancora in grado di ricordarsi come pilotare un aereo: quella notte non aveva quasi dormito cercando disperatamente di mettere a fuoco la cabina di pilotaggio di GERTI, dove fossero bottoni, pulsanti e i quadranti, ma l'unica cosa che riusciva a ricordare era una massa confusa di luci e tasti. Non ricordava come fosse fatto l'interno dell'aereo o quanti posti ci fossero. Anche l'aeroporto di Fitton era una massa informe di luci e colori. In compenso riusciva a ricordare l'esterno di casa sua ma appena apriva la porta aveva solo una vaga idea di come fosse fatto l'ingresso e basta. Avrebbe riconosciuto senza il minimo problema sua mamma, Simon e Caitilin e tutti i suoi colleghi della MJN, ma ancora ignorava quand'era il compleanno di sua madre o di di tutti gli altri. Perché? Perché gli mancavano dei pezzi?

Il fatto che non avesse trovato nulla su internet era a dir poco terrificante, ma come poteva essere vero? Com'era possibile che si fosse immaginato di avere una famiglia, un lavoro e degli amici che in realtà non esistevano? Era un uomo normale e concreto che non si era di certo mai distinto per la sua fervida immaginazione... come aveva fatto a sognarsi qualcosa così in grande? E se... oddio, solo il pensiero gli faceva venire la nausea ma... se davvero non si chiamava Martin Crieff, allora chi diavolo era?



Quella mattina era seduto sulla poltrona ascoltando Lacey chiacchierare allegramente, rispondendole a monosillabi, mentre lei eseguiva i controlli di routine. Qualche minuto più tardi arrivò Jack con la colazione, ma l'uomo sembrava aver capito il suo stato d'animo per cui, a differenza di altre volte, non approfittò dell'occasione per intavolare una conversazione. Martin continuava a guardare fuori dalla finestra incapace di porre un freno ai suoi pensieri che, man mano che passava il tempo, gli proponevano scenari sempre più raccapriccianti. Gli servirono diverse ora prima di riuscire a tornare alla realtà.

Qualche giorno prima si era reso conto che la porta della sua stanza era chiusa dall'esterno visto che poteva sentire lo staff far scorrere una tessera elettronica all'altezza della maniglia per poter entrare. Tuttavia quel pomeriggio, dopo che Narinda era passata da lui per fargli degli ulteriori controlli e cambiargli le lenzuola, la ragazza aveva incontrato non poche difficoltà a uscire dalla stanza mentre reggeva le lenzuola con una mano e spingeva il carrello con l'altra. Martin notò che Narinda, invece di chiudere propriamente la porta dietro di sé, si era limitata ad appoggiarla senza ricordarsi di tornare per far scattare la serratura. L'uomo rimase seduto per alcuni minuti osservando la porta socchiusa prima di riuscire ad alzarsi in piedi e attraversare la stanza, aprendo leggermente la porta. Controllò che fuori non ci fosse nessuno e iniziò a percorrere lentamente il corridoio, nonostante si sentisse terribilmente debole e dovesse aggrapparsi continuamente al muro per paura di crollare rovinosamente a terra. Non aveva alcuna intenzione di scappare, anche perché non avrebbe avuto la benché minima idea di dove andare, ma voleva vedere cos'altro c'era intorno a lui. Era comunque troppo nervoso per andare oltre alcune porte che erano contraddistinte semplicemente da dei numeri e una serratura elettronica. Tutti i numeri delle camere iniziavano con un due, cosa che – stando anche a quello che poteva vedere dalla sua finestra – gli fece capire che doveva trovarsi al secondo piano dell'edificio.

Aveva percorso malapena metà corridoio, quando le gambe cominciarono a tremargli, minacciando di cedere sotto il suo peso. Accanto a sé vide una porta senza serratura e la targhetta di un bagno, così l'aprì e, dopo aver abbassando la tavoletta del gabinetto, si sedette in attesa di recuperare le forze. Quando cominciò a sentirsi meglio, si alzò deciso a tornare nella propria stanza, bloccandosi però di colpo quando notò la presenza di uno specchio sopra al lavandino. Il bagno della sua stanza era sprovvisto di specchio e solo in quel momento si rese conto che, da che si era risvegliato in quell'ospedale, non aveva avuto modo di vedersi. Rimase a osservarsi incuriosito: aveva perso peso, i suoi zigomi erano più pronunciati del solito e aveva decisamente bisogno di tagliarsi i capelli... ma nel complesso sembrava abbastanza in salute. Fece per voltarsi quando si rese conto che c'era qualcosa che non andava. Provò ad avvicinarsi nuovamente allo specchio ma... Daniel aprì la porta.

“Cosa ci fai qua?” domandò preoccupato “Non ti trovavamo più! Ti senti bene?”

“Non... non stavo facendo nulla di male” balbettò Martin “La-la porta della mia stanza era aperta e sono uscito solo per dare un'occhiata. Mi dispiace.”

“Torniamo nella tua stanza” disse Daniel prendendogli un braccio e facendolo appoggiare sulle proprie spalle mentre lui gli cingeva la vita per aiutarlo a camminare lungo il corridoio.

“L'unico a rimetterci in questo caso sei tu. Non sei ancora forte abbastanza per gironzolare da solo per l'ospedale” lo rimproverò bonariamente Daniel “Se hai voglia di fare un giro basta che tu ce lo dica, non dobbiamo fare altro che prendere una sedia a rotelle e scarrozzarti ovunque tu voglia.”

“Non voglio causarvi problemi” disse Martin ansioso.

“Non è un problema” lo rassicurò Daniel “Siamo qui per questo” aggiunse con sorriso prima di spiegargli con aria complice “Se un paziente ha voglia di uscire noi dobbiamo stare con lui finché non vuole di rientrare. In questo modo ne approfittiamo per stare un po' fuori anche noi e goderci l'aria aperta... ti assicuro che quando il tempo bello il giardino è splendido!”

Arrivarono alla stanza di Martin (la numero 221, noto l'uomo casualmente) e Daniel lo aiutò a sedersi nuovamente sulla poltrona prima di controllare che stesse effettivamente bene e non si fosse stressato troppo a causa di quella piccola avventura.

“E niente più fughe!” gli raccomandò severamente l'infermiere prima di uscire dalla stanza chiudendosi con estrema attenzione – cosa che non stupì minimamente Martin – la porta alle spalle.

L'uomo rimase a lungo a guardare fuori dalla finestra cercando di capire se quello che aveva visto allo specchio fosse vero o meno. Ma gli specchi non potevano mentire; inoltre la luce era chiara e non c'era modo che si fosse sbagliato o avesse visto male.

Quando era piccolo era spesso stato preso in giro per colpa dei suoi capelli rossi. Gli era servito parecchio tempo prima che imparasse ad accettarli così com'erano ma comunque non aveva mai sentito il bisogno di tingerseli o alterarne o accentuarne in qualche modo il colore.

Allora perché, quando si era guardato lo specchio, sotto la massa rossa, i suoi capelli erano castano scuro?